venerdì 9 gennaio 2015

La Lega contro il Governo: «Collabora con i terroristi»

Il Messaggero

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«Questo governo è collaborazionista dei terroristi: quello che fate va in questa direzione, azzerando il fondo espulsioni». L'accusa è del leghista Paolo Grimoldi, che alla Camera ha replicato al ministro Alfano. «Il ministro Alfano dice che bisogna ritirare i passaporti? - ha spiegato Grimoldi - Ma se i terroristi andate a prenderli con le navi da guerra sul bagnasciuga dei Paesi musulmani che manco hanno addosso i documenti? Gli date le schede telefoniche e le case per fare le basi. I terroristi frequentavano il centro di Viale Jenner...».

«L'Islam moderato non esiste in nessun paese musulmano - spiega Grimoldi - Sentiamo solo che gli adulteri devono essere lapidati. La presidente Boldrini invece di fare i convegni sul termine 'presidentà parli invece del fatto che nei Paesi islamici la donna viene vista come inferiore e della infibulazione, non delle cazzate...».

Charlie Hebdo, trovata testa di porco davanti a una sala di preghiera musulmana in Corsica

Il Messaggero
di Sabrina Quartieri

foto generica

Aumentano gli atti di islamofobia nell'isola francese, a seguito della strage di 'Charlie Hebdo' a Parigi. Stamane la polizia locale avrebbe trovato una testa di maiale e le sue viscere appese alla porta di un luogo di culto della comunità musulmana nella città di Corte, nel nord della Corsica. Lo riferisce il sito ’20 Minutes’. Sul luogo era presente anche una lettera che, ancora sigillata, è stata consegnata alle forze dell’ordine che stanno conducendo le indagini.

Intanto, nelle giornate di mercoledì e giovedì, diverse migliaia di persone si sono date appuntamento nelle piazze delle principali città dell'isola per denunciare il massacro di ‘Charlie Hebdo’ ed esprimere solidarietà alle vittime dell’attentato terroristico di Parigi.

Dal giorno della carneficina, in Corsica si sono moltiplicati gli attacchi contro la comunità musulmana e i luoghi di culto dell’Islam. In questo contesto, il Ministero di Giustizia ha emesso una circolare in cui chiede ai tribunali competenti di rendere noti gli atti di islamofobia che potrebbero verificarsi.

Venerdì 9 Gennaio 2015, 13:41 - Ultimo aggiornamento: 14:35

E’ guerra!

Giampaolo Rossi

L’immagine del poliziotto francese ferito a terra che chiede clemenza e del suo boia che gli spara alla testa è l’immagine di ciò che loro nutrono per noi: un odio senza pietà.

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IL LIBRO DELLA VIGLIACCHERIA


Era tutto scritto da anni nel libro della vigliaccheria di questa Europa incapace a capire che siamo in guerra e che un nemico spietato e crudele ha deciso di distruggerci dentro casa nostra. Questo libro ha molti capitoli di sangue e orrore che tanti si rifiutano di leggere: ipocriti intellettuali, pavidi governanti, criminali buonisti che predicano il multiculturalismo per nascondere la loro assenza di onore e coraggio. Il titolo di questo libro potrebbe essere: “La guerra in casa nostra”.

Non parla di un dramma familiare ma della tragedia di una civiltà piegata in se stessa, impaurita, indifferente, miope, sazia di storia e destino. In questi anni sono stati scritti molti capitoli di questo libro ma è come se ogni volta ci trovassimo di fronte al primo. Gli altri li abbiamo strappati. Un capitolo fu scritto il 2 novembre del 2004 quando a Theo Van Gogh, regista olandese, fu squarciato il cuore nel centro di Amsterdam da un integralista islamico; la sua colpa, aver girato un film denuncia sulla condizione delle donne nell’Islam.

Quando un anno dopo Ayaan Hirsi Ali, donna intellettuale somala, in prima fila nella lotta per i diritti delle donne musulmane, fu costretta ad abbandonare l’Olanda e trasferirsi nella libera America per una vergognosa sentenza del Tribunale dell’Aia che ritenne troppo pericoloso difenderla dalla fatwa lanciata contro di lei, il secondo capitolo di viltà e ignavia fu concluso.

Un altro capitolo fu scritto il 7 luglio del 2005 a Londra, quando quattro attentatori suicidi fecero saltare in aria tre treni della metropolitana e un autobus causando 55 morti e 700 feriti; anche l’anima dell’Inghilterra fu sventrata quando si scoprì che gli attentatori erano tutti giovani cittadini inglesi di religione islamica. Come Michael Adebolajo, il giovane nigeriano inglese che nel 2013 decapitò alla periferia di Londra un soldato inglese al grido “Allah Akbar”, mostrando il machete insanguinato.

Un altro capitolo, quello simbolicamente più eloquente, è questo video girato a Londra nel 2006, durante una manifestazione d’integralisti davanti all’ambasciata danese in occasione delle proteste che incendiarono tutta Europa per le famose vignette anti-islamiche: cittadini inglesi che manifestano inneggiando alla Jihad in Europa, protetti da un cordone di poliziotti che garantisce loro il diritto ad minacciare la distruzione di chi difende la loro libertà di espressione.

La follia di difendere chi vuole annientarti.

Un capitolo a parte fu la strage di Tolosa, quando un giovane franco-algerino di 23 anni decise di scatenare la sua jihad perosnale, ammazzando tre militari francesi (tre) e poi massacrando un professore e tre bambini nella scuola ebraica della città (il più piccolo aveva tre anni, la più grande otto, uccisa con un colpo alla tempia a bruciapelo). Capitoli su capitoli, il libro nero delle nostre paure di europei si riempie di pagine e orrore.

Come quello dei tre morti nella sinagoga di Bruxelles di qualche mese fa. Qualche settimana fa l’intelligence tedesca ha avvertito: sono migliaia i musulmani europei impegnati con i jihadisti in Siria, Libia, Iraq e Libano (400 solo dalla Germania). Cosa succederà quando molti di loro, tedeschi, inglesi, francesi, svedesi, olandesi, rientreranno nei loro paesi, perfettamente addestrati alla guerra, all’orrore e carichi di un odio ancestrale verso la civiltà che li ospita?

NON CONQUISTATI MA DISTRUTTI


Non basterà continuare con le vostre litanie ipocrite: “dialogo, convivenza, accoglienza, comprensione, integrazione, perdono”.

L’Europa deve capire che siamo in guerra; una guerra diversa dalle altre. Il nemico è impalpabile ma presente. Si nasconde nella nostra quoditianità,  spesso vive con noi. Si ciba della nostra paura e del nostro quieto vivere, della nostra perdita di identità e di senso di ciò che siamo stati e di ciò che saremo. Questo nemico non vuole conquistare un territorio, una città, una regione. Vuole distruggerci, annientarci. Vuole cancellare ciò che noi siamo: la nostra idea di libertà, d’individuo, di vita, il paesaggio di diritti e doveri che faticosamente l’Occidente ha conquistato e faticosamente preserva. la nostra idea di futuro.

Noi siamo in geurra. E cosa si fa in guerra? O si combatte o si scappa e noi non stiamo combattendo. Speriamo non ci raggiungano troppo presto.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Italia invasa dai clandestini: ecco perché

Andrea Riva - Ven, 09/01/2015 - 15:25

I controlli sull'identità degli immigrati sono scarsissimi e si concede loro anche la possibilità di violare le regole ed uscire dai centri di accoglienza. Così l'Italia accoglie l'85% dei clandestini

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Se Mare nostrum, definito da Le Monde "troppo incoraggiante per i migranti", è stato un disastro (9,2 milioni di euro al mese per recuperare oltre 150mila clandestini), Triton rischia di essere anche peggio. Tra le due operazioni, c'è solo una differenza di miglia: mentre con Mare nostrum le navi italiane andavano a recuperare i migranti fino a 75 miglia (120 chilometri) dalle coste italiane, con Triton le navi potranno arrivare "solo" a 30 miglia (48 chilometri) dalle coste, che - per esempio - nel caso di Lampedusa significa poter andare a recuperare gli immigrati a circa metà strada.

Rimane invariato, invece, il fatto che le operazioni di recupero rimarranno sulle spalle del governo e dei contribuenti italiani. Il numero degli immigrati che giungono sulle nostre coste sono sempre più, ma, come scrive Le Monde, "le espulsioni sono rare. L'Italia espelle ogni anno meno del 15% dei migranti senza documenti, contro il 51% della Francia. Se si considerano i migranti arrivati fal mare, qusta percentuale scende all'1%, secondo le stime dell'Arci". E anche per quanto riguarda i richiedenti asilo l'Italia si mostra sempre meno obiettiva nella selezione delle richieste, accogliendo ben il 70% delle proposte contro il 30% francese.

Non appena arrivano in Italia, gli immigrati vengono smistati nei centri di accoglienza - dove ricevono vitto e alloggio, oltre ad aver diritto ad un corso di italiano e a 2,50 euro al giorno - e dai quali, come nel caso del centro di Caltanissetta, possono uscire e vagare liberamente "in una piazza del centro della città". Inoltre, dal 2011, l'Italia ha abbandonato Dublin II, il sistema europeo pensato per disincentivare l'immigrazione clandestina, che prevede la presa delle impronte digitali per tutti coloro a cui è stato rifiutato il diritto d'asilo in modo tale da non poter far richiesta "in un paese diverso dal primo in cui sono arrivati". Tutto questo mentre il terrorismo islamico colpisce l'Europa.

L'unica paura della sinistra? Che vincano gli "islamofobi"

Paolo Bracalini - Ven, 09/01/2015 - 08:12

Dal Pd agli intellettuali progressisti il grande timore non è per la diffusione del radicalismo omicida islamico, ma per la crescita di consensi della destra

Una minaccia paurosa, un nemico dentro casa, travestito da anonimo cittadino ma pronto a colpire con la forza cieca dell'odio: è lui, l'«islamofobo».



Sì c'è qualche terrorista islamico armato di kalashnikov e lanciarazzi che stermina innocenti, ma il vero problema, il vero pericolo che corrono Francia, Italia ed Europa, adesso, più che l'ascesa degli islamisti, è l'ascesa dei terribili «islamofobi», che con la scusa degli sterminii in nome di Allah rischiano di prendere parecchi voti, e questo l'Occidente non può accettarlo.

Bernardo Valli su Repubblica , in un commento a caldo sui dodici morti di Charlie Hebdo, ha subito ravvisato, con un brivido lungo la schiena, il vero rischio implicito nell'attentato: «Attizzare l'islamofobia». Un pericolo da combattere con uno spiegamento di forze speciali, intelligence, ed editorialisti istruiti per educare il volgo, che sennò si impressiona e poi vota male. Scende in campo anche Federico Rampini, sempre sul giornale di De Benedetti, con la domanda che in queste ore attanaglia l'Europa dopo gli attentati jihadisti e le minacce di nuovi morti: «E adesso Marine Le Pen all'Eliseo?».

Cioè la domanda non è «E adesso come ci difendiamo?» o «Adesso che fare con il radicalismo islamico», ma «E adesso Marine Le Pen all'Eliseo?». La sconvolgente conseguenza politica della carneficina, osserva l'esperto di esteri di Repubblica , è infatti che si rafforzano «i partiti xenofobi in tutta l'Europa», mentre sarebbe bene si rafforzasse il centrosinistra che piace più a De Benedetti. Adesso «una vittoria di Marine Le Pen nella corsa all'Eliseo è più probabile», mentre la Lega Nord e le formazioni «anti-immigrati» in ascesa ovunque «raccoglieranno più consensi». Ci sarebbe da arrestare i terroristi solo per il favore fatto a Le Pen e Salvini.

Terrorizzato anche Khalid Chaouki, deputato Pd di origine marocchina, tra i fondatori dei Giovani Musulmani d'Italia : «Questa tragedia rischia di trasformarsi in un'occasione d'oro per l'estrema destra francese e italiana e per gli ambienti antislamici - scrive preoccupato su Il Garantista - Temo che Marine Le Pen non si lascerà sfuggire l'occasione di cavalcare l'ondata emotiva francese e soffiare sul fuoco pericoloso dell'islamofobia; perciò è doveroso ribadire con forza che noi siamo contro il terrorismo di qualsiasi matrice ma anche contro l'islamofobia, che ne è l'altra faccia».

Le feroci cellule islamofobe, fagocitate dai famosi «ambienti antislamici». Gente pericolosa da cui difendersi. Nessun problema culturale di integrazione dell'Islam trova invece l'ex ministro (per mancanza di prove, direbbe Dagospia ) Cécile Kyenge, miracolata da un seggio all'Europarlamento, che invece ravvede una seria minaccia nei fondamentalisti delle brigate Salvini, riconoscibili dalle felpe: «L'unico problema culturale lo ha creato chi come Salvini e la Lega Nord avvelena la società con i suoi proclami di odio e emargina il diverso, stigmatizzandolo» spiega l'ex ministra di origine congolese, che poi mette sullo stesso piano l'Isis e la Lega Nord.

«Dobbiamo fermare tutti i moderni califfi fomentatori di odio, inclusi i nuovi professionisti dell'odio politico» come l'odiato Salvini. Sempre dal Pd è il giorno di Lia Quartapelle, giovane promessa di partito alla Farnesina e poi sfumata, che su La7 ha ripetuto la vecchia storia sulle paure sfruttate dagli estremisti di destra, «che fanno lo stesso gioco dei terroristi», mentre «nessun terrorismo è di matrice religiosa». Tutti allievi, però, di Laura Boldrini, che vorrebbe persino epurare il dizionario: «la parola “clandestino” - spiegò - andrebbe cancellata, è carica di pregiudizio e negatività». Gli islamofobi, invece, direttamente ai campi di rieducazione.

La Parigi della Fallaci capitale d'Eurabia e dei collaborazionisti

Alessandro Gnocchi - Ven, 09/01/2015 - 08:15

Nella Trilogia, molti passi sulla Francia ormai contro-colonizzata dall'immigrazione musulmana. Colpa (anche) degli intellettuali


Secondo Oriana Fallaci, Parigi era la capitale d'Eurabia. Quest'ultimo termine, introdotto nel dibattito dalla storica Bat Ye'Or (in Eurabia , Lindau), descrive il futuro del Vecchio Continente dilaniato al suo interno dallo scontro con l'islam.

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Alla radice ci sono gli accordi di cooperazione tra Europa e Paesi arabi firmati negli anni Settanta. L'Europa avrebbe fornito tecnologia ai Paesi arabi in cambio di greggio e manodopera. Si teorizzava la necessità di una forte immigrazione, presto diventata accesso incontrollato, verso le nostre sponde. La massiccia presenza di stranieri in Europa, secondo la Fallaci, era il cavallo di Troia di una colonizzazione al contrario. Rileggiamo La Forza della Ragione (Rizzoli, 2004). Per i difensori dell'Occidente, Parigi è persa.

«Non è facile avere coraggio in un Paese dove esistono più di tremila moschee» e i musulmani sono così numerosi (ben oltre l'ufficiale dieci per cento della popolazione). In Francia «il razzismo islamico cioè l'odio per i cani-infedeli regna sovrano e non viene mai processato, mai punito». Gli imam dichiarano di voler sfruttare la democrazia «per occupare territorio» e sovvertire le leggi laiche in favore della sharia. L'antisemitismo è in crescita. I quartieri di troppe città, stravolte dal cambiamento demografico, hanno perso l'identità francese per acquisire quella magrebina.

Di fronte a queste tesi, l'intellighentia scese compatta in campo per screditare la Fallaci. La giornalista fu tra i primi, in Europa, a sperimentare strumenti ed effetti del politicamente corretto. Ripercorriamo questa vicenda esemplare. La Rabbia e l'Orgoglio (Rizzoli) esce a Parigi nel maggio 2002. Mentre la prima tiratura di 25 mila copie va esaurita in due settimane, gli intellettuali si esibiscono sui giornali. Ad aprire la polemica è il settimanale Le Point . Secondo il filosofo Bernard-Henri Lévy, il libro della Fallaci è paragonabile alle peggiori opere antisemite come Bagatelle per un massacro di Louis-Ferdinand Céline:

«È un libro razzista. Con meno talento, è un Bagatelle antiarabo». Stessa linea per Françoise Giroud su Le Nouvel Observateur : «La Fallaci tocca nel lettore qualcosa di profondo, d'inconfessato, che egli negherà sempre di aver pensato ma che queste pagine cariche di odio e di disprezzo rischiano di illuminare brutalmente». Il sociologo Gilles Kepel su Le Monde imputa al libro di aver sancito la vittoria di Osama bin Laden, trascinando l'Occidente sul campo della reazione isterica. Una voce fuori dal coro? Charlie Hebdo ammette la verità di fondo del libro. Ma anche il settimanale satirico, di fronte alla reazione dei lettori, è costretto a «ritrattare» (in parte).

All'inizio di giugno, la Fallaci risponde sul Corriere della Sera . L'articolo Eppure con la Francia non sono arrabbiata è accompagnato da brani composti in francese per La Rabbia e l'Oroglio e ora tradotti in italiano. In breve: la specie tutta europea dei «voltagabbana» (o collaborazionisti) trova la sua origine e massima espressione in Francia fin dal Medioevo. Tra i voltagabbana più abili nello schierarsi sempre dalla parte vincente, ci sono gli intellettuali. Oggi ha vinto il politicamente corretto. E quindi... «Queste creature patetiche, inutili, questi parassiti.

Questi falsi sanculotti che vestiti da ideologi, giornalisti, scrittori, teologi, cardinali, attori, commentatori, puttane à la page, grilli canterini, giullari usi a leccare i piedi ai Khomeini e ai Pol Pot, dicono solo ciò che gli viene ordinato di dire. Ciò che gli serve a entrare o restare nel jet-set pseudointellettuale, a sfruttarne i vantaggi e i privilegi, a guadagnar soldi». Gli intellettuali hanno rimpiazzato l'ideologia marxista con la «viscida ipocrisia» che «in nome della Fraternité (sic) predica il pacifismo a oltranza cioè ripudia perfino la guerra che abbiamo combattuto contro i nazifascismi di ieri, canta le lodi degli invasori e crucifigge i difensori». La cultura è il regno delle mode.

La moda «o meglio l'inganno che in nome dell'Humanitarisme (sic) assolve i delinquenti e condanna le vittime, piange sui talebani e sputa sugli americani, perdona tutto ai palestinesi e nulla agli israeliani». La moda «o meglio la demagogia che in nome dell'Égalité (sic) rinnega il merito e la qualità, la competizione e il successo». La moda «o meglio la cretineria che in nome della Justice (sic) abolisce le parole del vocabolario e chiama gli spazzini “operatori ecologici”». La moda «o meglio la disonestà, l'immoralità, che definisce “tradizione locale” e “cultura diversa” l'infibulazione ancora eseguita in tanti paesi musulmani». La moda di magnificare le conquiste culturali dell'islam per farlo apparire superiore all'Occidente.

E infine la moda «che permette di stabilire un nuovo terrorismo intellettuale: quello di sfruttare a proprio piacimento il termine “razzismo”. Non sanno che cosa significa eppure lo usano lo stesso». Passano dieci giorni. Tre associazioni francesi denunciano la Fallaci per islamofobia e incitazione al razzismo. Era accaduto, poco prima, anche a Michel Houellebecq, a causa dei duri giudizi sull'islam contenuti nel romanzo Piattaforma (Bompiani) e ribaditi in un'intervista. Il tribunale di Parigi assolve la Fallaci mentre La Rabbia e l'Orgoglio supera le duecentomila copie.

Quanta fatica sprecata per liquidare la Fallaci. Oriana guardava lontano mentre gli intellettuali non si sono accorti dei processi storici e delle ideologie di morte che hanno davanti agli occhi.

Non eravate americani, ora non siete Charlie

Giuseppe De Bellis - Ven, 09/01/2015 - 08:15

Ieri come oggi dichararsi tutti paladini della libertà è una menzogna vigliacca. Perché abbiamo rinunciato da tempo alla certezza di stare dalla parte giusta

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Bugiardi, quelli che dicono o scrivono «Siamo tutti Charlie Hebdo». Mentono ora, come hanno mentito quasi 14 anni fa, quando scrivevano o dicevano «siamo tutti americani», all'indomani dell'11 settembre. È una vigliacca menzogna e qui non si parla del sentirsi oggi paladini della libertà di stampa e di satira. Qui si parla di molto di più. Dell'Occidente che si mette sul petto o sull'account dei social network lo slogan per sentirsi parte di qualcosa alla quale in realtà ha rinunciato da tempo: la certezza di stare dalla parte giusta.

Ci abbiamo rinunciato quando abbiamo accettato che passasse la filosofia dei «distinguo». Il fanatismo islamico non conosce differenze: colpisce Stati e persone, militari e civili, cultura e satira. Uccide senza pietà, come ha fatto a Parigi. E la nostra risposta è il dubbio che in fondo ce la siamo cercata. O di più: che magari ci sia sotto la complicità o la manina di chissà quale potere o servizio segreto. La teoria del complotto sulla strage di Charlie Hebdo adesso appartiene a Beppe Grillo, ma presto penetrerà un pezzetto alla volta esattamente come è accaduto 14 anni fa per le Torri Gemelle. È uno dei sintomi della nostra sconfitta preventiva, questo.

Aiuta la rimozione, la presa di distanza dall'evento che sconvolge le nostre coscienze nell'immediato, ma poi passa via. Il paragone con l'11 settembre sta in questo: è un ricordo sbiadito, una memoria residua, una rievocazione appannata. Dov'è finito il «siamo tutti americani» del giorno dopo? Non c'è: è sparito così in fretta da non lasciare più spazio nemmeno alla retorica. Quattordici anni sono pochi per ridurre solo a una data il momento che ha cambiato la storia, eppure non c'è un altro fatto che sia diventato passato con la stessa velocità.

Sembra che l'Occidente abbia un pudore tutto suo ad alimentare la memoria e a piangere i propri morti: qualcosa che assomiglia alla paura di dare fastidio all'islam e alla vergogna per essersi sentiti tutti colpiti al cuore. Ricordiamo ossessivamente il 25 aprile, nonostante molti di noi non fossero neanche nati quel giorno e invece dimentichiamo l'11 settembre che invece abbiamo vissuto in diretta.

Il secondo sintomo della nostra sconfitta sta nell'incapacità di accettare che a una guerra sporca si risponde con leggi straordinarie e a volte anche con qualcosa che sta al confine con la legge. L'hanno fatto tutti i Paesi occidentali quando hanno battuto il terrorismo domestico. Con il terrore internazionale no. Di più, abbiamo messo in discussione tutto: l'apertura di Guantanamo, gli interrogatori ai presunti terroristi, gli arresti dei sospetti.

Abbiamo fatto passare i servizi segreti di tutto il mondo per criminali. Abbiamo rinunciato di fatto alla guerra in Afghanistan, convinti che i presupposti fossero sbagliati. Così via alla guerra del drone che ha pulito molte coscienze, ma in realtà ha fatto molti più morti. Anche la clamorosa campagna di autocritica sulle torture è stata un errore colossale. Noi processiamo (soprattutto noi stessi), loro fanno stragi.

Allora, che significato ha il nostro senso di colpa? È una sconfitta doppia, perché rende l'Occidente ancora più vulnerabile. Qualcuno davvero pensa che se i governi avessero usato o usassero solo mezzi totalmente leciti la violenza cesserebbe o si ridurrebbe? No. Anzi, forse è il contrario. L'Occidente darebbe il segnale della sua debolezza e presterebbe il fianco a un'escalation del fanatismo. I fondamentalisti attaccano nel centro di una metropoli europea con i kalashnikov e noi applichiamo leggi ordinarie?

Non abbiamo capito. Non capiamo. Non capisce soprattutto la politica, assente da 14 anni nel dibattito sulla guerra al terrorismo. Guardate l'imbarazzante reazione dell'Europa ai fatti di Parigi: non una sola voce comune, né tantomeno una voce forte di condanna o di presa d'atto che si tratta di una guerra dichiarata sul nostro territorio. L'Europa non esiste, punto. E più che sull'euro, sulla crisi, sull'austerità, lo dimostra sul terrorismo.

Siamo in balia della nostra apatia e della nostra ideologia remissiva: la verità è che ci siamo autoconvinti che l'Occidente sia colpevole. Le immagini di Parigi hanno fatto rimbalzare quelle di Londra 2013, quando due inglesi di origine nigeriana uccisero sgozzandoli due agenti nell'indifferenza collettiva. Nessuna reazione. Paura, punto. L'Occidente si protegge chiedendo scusa. Perché? Ci siamo dimenticati che non siamo noi quelli dalla parte sbagliata. Ci siamo dimenticati che noi siamo le vittime.

Ma oggi De Gaulle potrebbe denunciare l'invasione islamica?

Luigi Mascheroni - Ven, 09/01/2015 - 08:18

Nel 1959 metteva in guardia dalla perdita di identità nazionale, dicendo: "Chi crede all'integrazione ha il cervello di un colibrì". Era anche lui un razzista?

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«È un bene che ci siano francesi gialli, francesi neri e francesi marrone. È la dimostrazione che la Francia è aperta a tutte le razze e che ha una vocazione universale. Ma a condizione che essi restino una piccola minoranza. Altrimenti la Francia non sarà più la Francia».

Lo diceva, profetico, ma di fatto inascoltato, un uomo che conosceva e amava e difendeva la Francia come pochi altri. Charles de Gaulle, il quale così parlava il 5 marzo 1959, pochi mesi dopo essere stato nominato Presidente della Quinta Repubblica, rispondendo alle sollecitazioni multiculturaliste degli engagés : «Noi siamo comunque prima di tutto un popolo europeo di razza bianca, di cultura greca e latina e di religione cristiana.

Che non ci raccontino delle storie! I musulmani, voi siete stati a vederli? Voi li avete visti con i loro turbanti e le loro djellaba ? Vedete bene che non sono dei francesi!». E subito dopo: «Coloro che spingono verso l'integrazione hanno un cervello da colibrì. Cercate di integrare l'olio con l'aceto. Agitate la bottiglia. Dopo un secondo, si separano di nuovo. Gli arabi sono gli arabi e i francesi sono i francesi».

Quando de Gaulle pronunciava queste parole, alla fine degli anni Cinquanta, un quartiere di Parigi come Belleville, a esempio, iniziava a vedere l'arrivo massiccio degli immigrati dell'Africa del Nord. Oggi a Belleville, un territorio di frontiera a foltissima componente maghrebina, cominciano le banlieues francesi dell'Islam. E la Francia, fra Parigi, Lione, Marsiglia, Lilla e Strasburgo, ha la più grande popolazione musulmana d'Europa, 5-6 milioni, e 2100 luoghi di culto. Si chiedeva, de Gaulle:

«Voi credete che la popolazione francese possa assorbire 10 milioni di musulmani, che domani saranno 20 e dopodomani 40? Se noi facessimo l'integrazione, se tutti gli arabi e i berberi d'Algeria fossero considerati come dei francesi, come impediremmo loro di venire a installarsi nelle metropoli, dato che il livello di vita è molto più elevato? Il mio comune non si chiamerebbe più Colombey-les-Deux-Eglises ma Colombey-les-Deux-Mosquées».

La domanda non è se de Gaulle avesse ragione (la risposta è sì), ma (e la risposta è no, in entrambi i casi), se - primo - esiste oggi un politico che possa sostenere un discorso del genere, senza essere mediaticamente decapitato. E - secondo - se lo stesso de Gaulle, non un Sarkozy o un Hollande qualsiasi, potrebbe ripetere, oggi , quelle parole. Almeno, non potrebbero accusarlo di fascismo.

Quelle vignette autocensurate Simbolo della nostra sconfitta

Marco Zucchetti - Ven, 09/01/2015 - 08:21

Tanta solidarietà a parole. In Italia e all'estero c'è chi ha scelto di non pubblicare le immagini contestate dall'islam

Alla fine l'impressione è che li abbiano ammazzati perché disegnavano male e preferivano la bouillabaisse ai felafel , non perché offendevano il precetto di non schernire l'islam.


Charbonnier in una foto pubblicata dal "New York Daily News"

È l'effetto ottenuto da quei media - tv, siti internet, giornali - che in tutto l'Occidente hanno scelto di non pubblicare le vignette di Charlie Hebdo per cui dodici persone sono morte. Un'autocensura collettiva mossa da un lodevole rispetto per l'altro, ma che si traduce in una opacità silenziosa e devastante, che per non urtare la sensibilità musulmana finisce per omettere parte di realtà e svilire idealmente le vittime stesse.

L'auto-bavaglio non è stato un ghiribizzo isolato di qualche ossequioso benpensante, ma un atteggiamento globale, seppur non maggioritario. I grandi network americani (Cbs, Nbc, Abc e anche la mitologica Cnn) hanno evitato di mostrare le vignette sul Profeta. Facebook ha bloccato il sito francese di Le Point per impedire l'accesso alle strisce satiriche. Il Financial Times (che ieri ha poi rettificato) ha pubblicato un editoriale sulla «stupidità» di chi tirava troppo la corda provocando gli islamici.

Sul sito del britannico The Telegraph è apparsa la foto di una ragazza che leggeva una copia della «Vita di Maometto» coi disegni di Charlie Hebdo : la copertina era oscurata. Stessa cosa nel materiale fotografico fornito dell'agenzia Associated Press , che ha censurato le vignette esposte dalle migliaia di francesi scesi in piazza. Motivo? Erano «deliberatamente provocatorie». E pazienza se fino a ieri la stessa agenzia non aveva mai ritenuto provocatoria l'immagine del «Cristo di piscio» di Andres Serrano.

E in Italia? Non si raggiungono i livelli anglosassoni di politically correct , ma ci si avvicina inconsciamente. Repubblica è un caso da manuale di psicologia: riempie le pagine di orgogliosi commenti in difesa della libertà, intervista il disegnatore danese che vive sotto scorta e dice «basta censure sull'islam». Poi però il demone si fa strada sottopelle. I lettori filo-boldriniani, lo spettro degli attentati, qui tutti teniamo famiglia. Così sul giornale non si trova una sola vignetta islamica. C'è quella contro gli inglesi, quella su Obelix drogato, quella sulla crisi, quella su Ratzinger che amoreggia con una guardia svizzera, ma nemmeno una su Maometto, neppure delle più lievi. Al massimo in prima pagina trovi quella profetica sul guerrigliero che promette attentati entro la fine di gennaio.

Ora, nessuno è obbligato a ripubblicare i disegni più duri e offensivi, spesso di pessimo gusto. Quella è una pura scelta editoriale (e culturale, e politica). Ma la scelta di escluderli tutti, persino i più innocui, è una eloquente abdicazione al dovere di cronaca. Ci dice che nonostante i titoloni orgogliosi, di fatto la libertà è limitata, perché qualcosa - zelo, istinto di sopravvivenza, timore di passare per islamofobi - ci trattiene dal mostrare la realtà se questa contraddice certe regole religiose, come nel caso della rappresentazione di Allah o Maometto. Ma quelle vignette sono appunto realtà, non opinioni. Mostrarle aiuta a capire il perché di una carneficina, ma non significa condividerle; al contrario oscurarle significa condannarle.

Qualcuno dirà - come spiegato dalla Cnn - che bastava «descriverle verbalmente». Come se le parole potessero sostituire immagini, disegni e suoni. Come se Repubblica non avesse mostrato sul suo sito il video di Salvini che cantava cori contro i napoletani. Come se qualcuno si fosse fatto remore nel mostrare Sinead O'Connor che strappava la foto del Papa. La verità è che si è molto più coraggiosi se dall'altra parte la replica arriva dall'avvocato e non da un fucile. E che tutta questa pavidità è triste, almeno quanto l'immagine-simbolo pubblicata dopo la strage dal sito del New York Daily News .

Risale al 2011 e ritrae Charb, il direttore di Charlie Hebdo , davanti alle ceneri della redazione, incendiata dai fondamentalisti. Tiene in mano una copia del suo giornale, la sua vita. Ecco, in quella foto il giornale è ridotto dall'autocensura a un grappolo di pixel, un puzzle di inoffensivi brandelli virtuali. Per chi guarda, Charb tiene in mano il nulla e l'omaggio postumo al suo coraggio diventa una damnatio memoriae involontaria, perché cancellare quelle vignette è come riconoscere una motivazione a chi le ha volute vendicare coi mitra.

Autocensura è solo un sinonimo di paura. Se l'aria è questa, Charlie Hebdo è morto per niente.

Numeri rossi sulle confezioni alimentari. Ecco cosa significano davvero

Il Mattino
di Simone Pierini

”Guardate quei numerini rossi….ci avete mai fatto caso? Sapete cosa sono? La maggior parte di voi non lo sa e ve lo dico io. 1 2 3 4 5 6 sono i numeri di volte che la legge consente di riutilizzare il prodotto.

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La bufala fa il giro del web e, come spesso accade in queste occasioni, diventa virale invadendo i social network. Secondo questa "notizia" la panna da cucina, il latte e tanti altri prodotti simili potrebbero avere oltre 10 anni. Scaduti, ribolliti e rimessi sul mercato.

Ovviamente si tratta di un bluff. Nessuna azienda potrebbe mai rimettere in commercio alimenti deteriorati, andando contro ogni legge sulla salute e sull'igiene. I numeri scritti in rosso si riferiscono al contenitore e non al prodotto contenuto. Lo scopo è quello di permettere la rintracciabilità, quindi la possibilità di risalire ai fornitori dei prodotti alimentari, ripercorrendo il percorso dei sin dall’origine.

giovedì 8 gennaio 2015 - 14:56   Ultimo agg.: 17:43

La vera storia del leone di Mergellinae dello scultore che se lo attribuì

Corriere del Mezzogiorno

Sulla statua napoletana si legge Pirolli 1860, ma in realtà il manufatto è precedente

 5A Mergellina, lo sappiamo, giace un martoriato leone di marmo. Fa parte del paesaggio. I passanti e gli sfaccendati che affollano la piazzetta non lo degnano d’uno sguardo. E lui sembra osservare smarrito il mondo che lo circonda. Ha il volto imbrattato da osceni segni di pennarello e macchie di vernice. Negli occhi spenti si legge la nostalgia dei tempi passati. Quando Napoli conservava intatto il fascino donatole dalla natura. E a Mergellina, emblema della bellezza della città, guizzavano nel mare pesci variopinti, l’aria era satura del profumo dei fiori d’arancio, e da una sorgente scaturiva «la più leggiera, salutifera e medicinale acqua dell’intera città» (Francesco Alvino, 1845).

L’incanto di Mergellina forniva ispirazione agli artisti. Basterà ricordare che il poeta Sannazaro v’aveva scritto L’Arcadia. Nel 1785 Ferdinando IV, riattando un vecchio «casino di pesca», s’era fatto costruire a Mergellina un delizioso palazzo affacciato sul mare, accanto al quale aveva ordinato d’erigere una fontana. Da quel momento l’acqua miracolosa, invece di sorgere dalla terra, aveva cominciato a zampillare dalla bocca di un antico leone.

Quella statua di marmo, opera d’artista ignoto, proveniva da chi sa dove. Avrà avuto all’incirca un paio di secoli, ed aveva forse abbellito qualche monumento distrutto dal tremendo terremoto che nel 1783 aveva colpito la Calabria. Da Alvino apprendiamo che la fontana fu sistemata ai piedi del dattero di Mergellina. Un albero che aveva oltre cent’anni, riprodotto infinite volte dai paesaggisti italiani e stranieri. E tanto celebre da dare il nome al «vico Dattilo», la piccola Montmartre napoletana dove abitavano e lavoravano i pittori della «Scuola di Posillipo».

Garibaldi arrivò a Napoli il 7 settembre 1860. E il 18 ottobre, un paio di settimane dopo la battaglia del Volturno, trovò il tempo per ratificare un progetto urbanistico per «l’ampliazione del fabbricato di Chiaia» approvato dal Comune quattro mesi prima, quando regnava Francesco II. I lavori furono iniziati subito. Nell’ambito dell’intervento la fontana venne spostata di qualche metro, contornata da un emiciclo di pietra, e sistemata al centro del largo battezzato «Piazzetta del Leone». Una vecchia foto Alinari, dove il leone contempla ancora placidamente il mare, attesta la riuscita del progetto. Dovette però trascorrere un altro secolo prima che qualcuno s’accorgesse della scritta «G. Pirolli 1860», incisa sul lato sinistro del tavolato marmoreo sul quale s’adagia il leone.

E desse così vita alla falsa leggenda, ripetuta in quasi tutte le pubblicazioni da allora in poi occupatesi della fontana. Per primo Felice De Filippis, senza fornire spiegazioni, scrisse (Piazze e fontane di Napoli, 1957) che «Nell’800 il leone fu rifatto e restò nel suo posto originario continuando a gettare dalla bocca spalancata innocui getti d’acqua». E poi venticinque anni or sono la favola ottenne l’imprimatur della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici. La quale in una mostra (30 fontane di Napoli, l’utile e l’effimero nell’arredo urbano) la confermò ufficialmente: «1860.

La fontana viene ricostruita e la statua del leone viene commissionata allo scultore Pirolli». Nessuno ha però finora tentato di spiegare per qual motivo la statua sarebbe stata ricostruita. Oppure s’è interrogato sulla sorte toccata al leone «vecchio». Nessuno ha notato che i segni di vetustà e le caratteristiche stilistiche del leone «nuovo» sono incompatibili con una nascita ottocentesca. Ed ultimo, non in ordine d’importanza, nessuno s’è accorto dell’assenza del nome dello scultore Giuseppe Pirolli in tutti i repertori, indici o elenchi degli artisti dell’Ottocento.

Giuseppe Pirolli non era uno scultore. Era un semplice abbozzatore. Ovvero un artigiano che sgrossava i blocchi di marmo seguendo le istruzioni degli scultori. L’ho scoperto per caso, leggendo il libro di Salvatore Costanzo, Onofrio Buccini e la scultura napoletana dell’800 (Napoli 1993). Questo mi ha spinto ad andare alla biblioteca del Museo Campano di Capua, a consultare l’autobiografia manoscritta di Buccini, citata da Costanzo. Ed ho così appreso altre interessanti notizie su Pirolli.

Il quale, a detta di Buccini, «sotto il manto di agnello, era un lupo rapace, ruffiano e ipocrita». Per anni aveva derubato il conte di Siracusa (fratello di Ferdinando II e scultore dilettante), facendogli pagare il doppio i blocchi di marmo. Malgrado ciò era stato, grazie ad amicizie, scelto dal Comune come abbozzatore al servizio di Buccini, quando questi aveva ricevuto l’incarico di eseguire il gruppo marmoreo della fontana della Sirena che oggi si trova a Piazza Sannazaro. Buccini aveva però appena cominciato a plasmare il modello in gesso, quando «ecco dal ladrone di Pirolli mostrargli gli acuti artigli, dicendo essere stato dal Municipio nominato socio scultore».

Il leone di Mergellina
Il leone di Mergellina
Il leone di Mergellina
Per fortuna esisteva un contratto, dove i limiti delle mansioni di Pirolli venivano definiti. Perciò l’abbozzatore dovette starsene quieto finché la Sirena fu terminata. Soltanto allora, «senza rossore, pari a quella prostituta che si farebbe soddisfare la libidine in istrada», pretese d’incidervi il proprio nome. Lo scultore Pasquale Ricca, famoso a quei tempi, dopo aver cercato di farlo ragionare, alla fine «lo caricò d’improperi, dicendogli di non potere ciò pretendere perché abbozzatore in marmo». Pirolli però «non desisteva dalle sue pretensioni». Ed a quel punto il Comune, per risolvere la lite, deliberò di «far decidere la questione della firma da una Commissione di Belle Arti» formata dai professori Dalbono, Maldarelli, Ricca, Solari e Alvino.
La commissione si riunì. Buccini consegnò una matita a Pirolli e lo sfidò chiedendogli di disegnare una cosa semplicissima, il profilo d’una testa. Quando il foglio fu restituito, gli esaminatori scoppiarono a ridere («ecco tutti a deriderlo»). Così fu accertato che Pirolli non sapeva disegnare. Figurarsi se sarebbe stato in grado di modellare e scolpire una statua. Il colpo gli riusci una volta, quando Francesco Liberti gli concesse di firmare insieme a lui la statua dell’Immacolata scolpita a Napoli nella chiesa di S. Maria dei Vergini. Liberti però cedette perché, come spiega Buccini, «essendo dabbenuomo, si faceva dominare dagli inferiori. Essendo timido, senza carattere e dignità, per un bicchiere di vino si faceva trascinare dove si voleva».
Il significato e il valore da attribuire al nome e la data incisi sul leone di Mergellina restano dubbi. Purtroppo la sezione dell’Archivio Storico Comunale di Napoli, situata nell’ex convento di San Lorenzo Maggiore, è chiusa da oltre quindici anni. E le vecchie delibere della commissione edilizia non sono consultabili. Possiamo solo pensare che Pirolli abbia tentato di «restaurare» il leone. O, addirittura, di «ringiovanirlo». Tracce di stucco e segni di raschietto fornirebbero indizi in tal senso.

Unica cosa certa è che, profittando del caos regnante a Napoli dopo l’arrivo di Garibaldi, Pirolli firmò la statua. Riteneva con quel sotterfugio d’essersi messo in tasca il diploma di scultore. Mergellina era un luogo celebre, meta di migliaia di turisti. I posteri, dopo aver ammirato la statua, avrebbero letto la firma. Il suo nome sarebbe diventato famoso. Il povero Pirolli credeva d’aver previsto tutto. Mai avrebbe immaginato che un manoscritto rivelatore di tante sgradevoli verità sul suo conto sarebbe finito nella biblioteca del Museo di Capua

7 gennaio 2015 | 12:19

Nino D’Angelo: «Andai via da Napoli, però non mi sento un esule»

Corriere del Mezzogiorno
di Stefano de Stefano

«Non avevo nessuna intenzione di lasciare la città che amo da impazzire ma spararono alle finestre di casa ed ebbi paura per mia moglie e per i miei figli allora piccoli»

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«Andare a vivere lontano da Napoli? Per un artista le ragioni possono essere molte. Nel mio caso, per esempio, fui costretto come ho scritto anche nella biografia, ma non per questo mi sento un esule». Nino D’Angelo ha ancora la testa e il cuore pieno delle canzoni di Pino Daniele cantate dalla gente, mentre alla spicciolata si allontana da piazza Plebiscito al termine dell’emozionate cerimonia funebre dedicata all’amico e collega.

Nino, cosa accadde esattamente, lo può ricordare?
«Io vivevo a Napoli e non avevo nessuna intenzione di andarmene, ma purtroppo spararono alle mie finestre ed ebbi paura, soprattutto per mia moglie e per i miei figli che all’epoca erano piccoli. Scelsi Roma perché vi trascorrevo molto tempo in un periodo in cui giravo tanti film. Ma avrei potuto andare anche altrove, tanto Napoli sarebbe stata sempre con me».

E come è cambiato d’allora il suo rapporto con la città?
«Non è affatto cambiato, anche perché una quindicina di anni fa ho acquistato un appartamento a Casoria, dove tuttora vivo durante la settimana, poi torno a Roma il sabato e la domenica per vedere la famiglia che è rimasta lì. Ma anche quando sono nella capitale è come se fossi qui. Tutto in casa mia parla di Napoli, a partire dal dialetto che usiamo per esprimerci».

Anche i figli, che sono cresciuti a Roma?
«Innanzitutto, i miei figli sono nati a Napoli e si sentono napoletani a tutti gli effetti, in particolare Toni che fa il regista e che ambienta i suoi film in Campania. Certo vivono in quella città da tanti anni ed è normale – anche se per me è ancora una cosa stranissima – che abbiano un po’ di accento romano, si sa come è: la scuola, le amicizie, i primi amori, era tutto lì. Oggi sono anche sposati e sarebbe difficilissimo riportarli a vivere qui. Ma vengono a Napoli spesso e con piacere, e quando vogliono sanno cambiare registro e parlare come me. Poi sono anche tifosi del Napoli, quindi meglio di così».

Al di là del brutto episodio che la costrinse a “espatriare”, è davvero così difficile per un artista famoso vivere all’ombra del Vesuvio?
«Dipende dal carattere, dalla predisposizione a stare fra la gente, a dialogare con tutti, ad essere sempre al centro dell’attenzione. Se ami questa forma di contatto, Napoli è unica, sa regalarti sensazioni irripetibili. Ma se sei una persona schiva, riservata, che non vuole interferenze nella propria privacy, allora Napoli non è il posto giusto. Pino ad esempio ci teneva alla sua intimità, pur restando legatissimo alle sue origini».

E lei? Ci sta bene in questa città?
«Sì, a me piace la gente, anche se non esco moltissimo. Qualche volta vado a ristorante, incontro gli amici ed ovviamente vengo fermato da tantissime persone e ne sono felice. Ultimamente poi con la storia dei selfie è un continuo scattare fotografie quando sei per strada. Ma è il segno della popolarità. Il giorno in cui non dovessero più chiedermeli, sarei seriamente preoccupato».

Prima ha citato Pino, avete mai ragionato insieme su Napoli?
«Non come tema di discussione, ma stare con Pino significava stare a Napoli sempre. Aveva la simpatia spontanea dei ragazzi del centro storico, con lui sembrava di stare a Piazza San Gaetano, a Santa Maria La Nova, a Largo Banchi Nuovi, insomma nei luoghi della sua infanzia. Ridevamo molto fra battute, modi dire, ricordi comuni. E poi quando operai la svolta verso un modello più etnico e mediterraneo, ne parlammo a lungo e lui ne fu molto contento».

Ha mai cantato le sue canzoni?
«Sì mi è capitato con “Donna Cuncetta” proprio qui a Piazza del Plebiscito per il concerto del trentennale, ma poi ho cantato anche “Napul’è” e “Terra mia”».

I funerali si sono appena conclusi. Che sapore le lasciano in bocca?
«Di tristezza e passione allo stesso tempo. Vedere centomila persone intonare “Napule è” mi ha messo i brividi e poi ho apprezzato molto le parole del cardinale Sepe quando ha detto che Pino meritava tutto questo. Non fare questa celebrazione a Napoli sarebbe stato assurdo».

8 gennaio 2015 | 08:04