martedì 6 gennaio 2015

Coop, tasse evase e paghe da fame Così si batte la concorrenza

Corriere della sera
di Giuseppe Guastella

Inchiesta sulle imprese «spurie»: carosello di sigle con soci fantasma

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Si rompono la schiena per una decina di euro l’ora, non hanno i contributi previdenziali e quando saranno vecchi non avranno il Tfr e nemmeno la pensione.

Altro che articolo 18, sono questi i lavoratori senza diritti grazie ai quali centinaia di imprenditori italiani abbattono i costi e il rischio d’impresa mentre il fisco perde milioni a palate. Come ridurre il peso economico del lavoro in tempo di crisi e rendere flessibile l’occupazione pagando gli operai solo quando servono? Ci si rivolge alle cooperative che forniscono la manodopera in appalto. Lo fanno molte catene della grande distribuzione per consegnare i prodotti ai supermercati e le griffe della moda per gestire i magazzini, lo fanno perfino i prosciuttifici quando hanno bisogno di più macellai.

«Spesso veniva costituita una coop a seguito di un nuovo appalto», ha dichiarato Natale Sartori al gip Vincenzo Tutinelli negli interrogatori depositati nell’inchiesta dei pm Carlo Nocerino e Adriano Scudieri. Sartori guidava il consorzio Alma Group di cui facevano parte otto cooperative con commesse da noti supermercati. Uomo in contatto con Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano, l’ex stalliere di Arcore ed ex capo mandamento di Porta Nuova a Palermo, Natale Sartori è stato arrestato a novembre con altre 5 persone.

Accanto alle cooperative oneste che con i loro soci-lavoratori prendono in carico interi servizi rispettando le regole tra mille sacrifici, ogni anno nascono e muoiono in Italia centinaia di cooperative «spurie» che non hanno nulla di legale e che per questo sono in grado di fare prezzi stracciati estromettendo dal mercato i concorrenti.

Nel consorzio Expo job spa (nulla a che vedere con l’esposizione internazionale) c’era un carosello di coop con 1.200-1.300 soci. «Veri e proprio serbatoi di mano d’opera», li definisce il giudice Franco Cantù Rajnoldi ordinando 8 arresti, che chiudevano ogni due-tre anni per rinascere con un altro nome ma con gli stessi soci, che per la stragrande maggioranza venivano dall’estero. Non dei clandestini, altrimenti non avrebbero potuto far parte di una cooperativa, gente che si accontentava di una paga oraria più bassa senza preoccuparsi se la coop pagava contributi, Iva e tasse. Le indagini della Guardia di Finanza di Milano sono partite quando è emerso che il consorzio non produceva Iva e contributi.

L’ Expo Job firmava i contratti con le imprese alle quali si presentava con i requisiti in regola, a partire dal «Durc», il certificato che attesta che sono stati pagati tutti i contributi, ed era in grado di applicare prezzi stracciati che ingolosivano gli imprenditori. Acquisito l’appalto, veniva girato alle singole cooperative che emettevano fattura con Iva e che, invece di versarla allo Stato, secondo l’accusa la abbatteva con fatture che attestavano falsi costi e facendola poi tornare indietro (si parla di oltre 63 milioni) ai capi dell’associazione a delinquere. Alla fine le cooperative venivano sciolte e fatte sparire nel nulla.

Un sistema semplice ed efficace che non faceva lamentare nessuno: le imprese committenti, che oltre a risparmiare evitavano problemi di conflittualità aziendale e riducevano gli occupati in busta paga; i lavoratori, ai quali uno stipendio più o meno regolare comunque arrivava, a patto di non lamentarsi se la paga si riduceva per le assenze e la malattia; andava bene agli indagati, a partire da Antonio Rosati, ex presidente del Varese calcio, e dal suo braccio destro, Bruno Limido, 53 anni, ex centrocampista di Varese, Juventus, Atalanta e Avellino, che abbattevano i costi.

Anche perché con la crisi la manodopera non manca: «Faccio trovare una quindicina di persone in Romania, le portiamo qua e possiamo adattare la tariffa come vogliamo», diceva al telefono uno dei personaggi coinvolti. Uno schema che si replica in tutta Italia e che secondo i pm ha già attirato l’interesse della criminalità organizzata. Talmente collaudato da invertire i fattori canonici: prima ci si aggiudica l’ appalto e poi si costituisce la cooperativa ad hoc, talvolta usando gli operai licenziati dal committente.

Perché «l’unico vero lavoro alla fine sono le cooperative, se vuoi vedere il grano, se vuoi vedere girare i soldi», è la certezza degli indagati intercettata dalle Fiamme gialle.

6 gennaio 2015 | 10:38

Inghilterra, allevatore costretto ad abbattere le «mucche naziste»

Corriere della sera
di Elmar Burchia

Derek Gow, nel Devon, ha dovuto far sopprimere tredici esemplari, eredi degli animali geneticamente modificati durante il Terzo Reich: «Troppo aggressivi»

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Una mandria di mucche geneticamente modificate dai nazisti si è rivelata essere così aggressiva che un agricoltore britannico si è visto costretto ad abbattere metà degli animali. Nel 2009, Derek Gow aveva importato dall’Olanda 13 esemplari discendenti da una mandria creata da due zoologi nazisti, che sognavano di far rivivere le razze selvatiche protagoniste della mitologia ariana. L’agricoltore di Lifton, nella contea di Devon, in Inghilterra, ha dovuto mandarne sette al macello. Gli animali avevano «ripetutamente cercato di uccidere il suo staff», ha raccontato il 49enne ai giornali inglesi. «Una situazione oramai insostenibile». Gli uri, antichi bisonti europei scomparsi dal territorio britannico durante l’Età del Ferro, erano tornati a pascolare nelle campagne inglesi sei anni fa grazie a Gow che aveva acquistato 13 mucche geneticamente modificate.

La storia delle «mucche naziste», infatti, risale agli anni Venti quando i due zoologi tedeschi, i fratelli Lutz e Heinz Heck, tentarono di ricostruire la razza degli uri attraverso esperimenti di selezione. Commissionati delle alte gerarchie del partito nazista furono mandati a setacciare l’Europa alla ricerca delle razze bovine più primitive per incrociarle tra loro nella speranza di ottenere il loro comune antenato, l’uro selvatico, il cui ultimo esemplare morì in una foresta polacca nel 1627. Gli esperimenti diedero risultanti interessanti, tanto che all’inizio degli anni trenta gli studiosi avevano ricreato degli esemplari di uri simili a quelli originali (sebbene più piccoli), noti come bovino di Heck, «uro rinato» o «uro di Heck». Grazie al loro fisico robusto e muscolare, e le grossa corna letali, vennero utilizzati anche a fine propagandistico durante la seconda guerra mondiale per promuovere «la forza e la purezza del Terzo Reich».

«Assomigliano agli affreschi nelle caverne di Lascaux e Altamira», aveva detto Derek Gow dopo aver importato alcuni degli esemplari sopravvissuti alla caduta di Hitler dalla riserva naturale di Oostvaardersplassen, vicino ad Amsterdam. Il problema però è stata proprio la loro indole selvatica (e «troppo aggressiva»). Nonostante le tendenze omicide degli animali, l’agricoltore ha fatto notare che le salsicce ricavate dalla carne sono risultate essere «molto gustose», dal sapore di selvaggina.

6 gennaio 2015 | 15:44

La ditta del ponte crollato è una cooperativa rossa

Nino Materi - Mar, 06/01/2015 - 09:00

La Cmc di Ravenna già nel 2013 ha avuto guai con la giustizia. Oggi nega l'evidenza: "Quel viadotto è solo rototraslato..."


Ormai il nostro è un Paese che non perde occasione per precipitare - anzi, «rototraslare» - nel ridicolo. Ultimo caso: la vicenda tragicomica del viadotto siciliano «Scorciavacche» crollato ( pardon , «rototraslato», precisano Anas e imprese costruttrici) dopo una decina di giorni dall'ultimazione dell'opera.



Roba da vergognarsi e stare zitti? Macché. Gli artefici della «strategica arteria» (costata 13 milioni) lungo la statale 121 che collega Palermo ad Agrigento minacciano querele contro quegli organi di stampa (praticamente tutti) che hanno parlato «impropriamente» di «crollo». Tanto «impropriamente» che la Procura di Termini Imerese ha subito aperto un'inchiesta e disposto il sequestro dell'area. Nelle prossime ore il procuratore capo Alfredo Morvillo e il suo vice Francesco Gualtieri nomineranno i periti tecnici che dovranno accertare le cause di una «rototraslazione» che - almeno agli occhi dei profani - sembra proprio un crollo.

È molto probabile che, dopo le relazioni degli esperti, i pm iscriveranno più di qualche nome sul registro degli indagati, soprattutto se - come probabile - verranno disposti «accertamenti irripetibili» sui materiali utilizzati dalle ditte e sulle modalità con cui esse hanno eseguito carotaggi e verifiche sul terreno; un terreno che potrebbe non aver retto il peso dell'opera, dando poi origine al «collasso» dell'altro giorno che fortunatamente non ha provocato vittime.

Intanto ieri è venuto fuori che la Cmc, Cooperativa Muratori&Cementisti di Ravenna, (facente parte del raggruppamento di imprese Bolognetta Scpa, «contraente generale» dei lavori sul viadotto siciliano) ha avuto già in passato non poche grane legali. La Cmc appartiene infatti alla galassia delle «cooperative rosse» che dall'Emilia Romagna fanno spesso anche nel resto d'Italia il bello e il cattivo tempo. A volte molto «cattivo», come dimostrano le recenti vicissitudini legali relative appunto all'attività della Cooperativa Muratori&Cementisti di Ravenna.

Un curriculum giudiziario, quello della Cmc, abbastanza - diciamo così - movimentato, come si evince cliccando sul sito ufficiale del Corpo Forestale dello Stato ( www.corpoforestale.it ) che due anni fa, insieme con i colleghi della Fiamme Gialle, mise i sigilli al porto di Molfetta ipotizzando una sfilza di come associazione a delinquere, truffa ai danni dello Stato, abuso d'ufficio, reati contro la fede pubblica, frode in pubbliche forniture, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali: «A fronte dell'attività investigativa sono state tratte in arresto (ai domiciliari) due dei responsabili (un dirigente comunale) ed il procuratore speciale della Cooperativa Muratori&Cementisti (Cmc) con sede in Ravenna, nonché direttore di cantiere».

Ora i vertici della Cmc sono tutti cambiato e la cooperativa ha una fedina penale pulita, anche se quest'ultimo incidente del viadotto Scorciavacche ripropone vecchi incubi. Incubi che ora la Bolognetta Scpa (il cui raggruppamento di impresa è completato dalla Tecnis e Ccc di Bologna, oltre alla già citata Cmc di Ravenna) tenta di scacciare con la forza di un comunicato che si commenta da sé: «Il cedimento della sovrastruttura stradale è riconducibile a un cedimento del terreno di fondazione del corpo stradale con innesco di uno scivolamento verso valle di parte del rilevato, si tratta quindi di movimento di rototraslazione».

E poi: «Nessuno dei fenomeni - cedimento in fondazione e scivolamento verso valle - interessa le nuove opere d'arte costituite dai viadotti Scorciavacche 1 e Scorciavacche 2. Assolutamente errata la notizia, pertanto, del crollo di viadotti, che si ribadisce, non sono interessati dai fenomeni di natura geotecnica che si sono evidenziati, invece, in una limitata tratta del rilevato stradale».

Basteranno queste spiegazioni a calmare Renzi che ieri aveva chiesto, con veemenza, la «testa dei responsabili»? Oggi che il premier ha scoperto che quelle «teste», forse, sono da cercarsi dalle parti di casa sua, ha cautamente già messo da parte la ghigliottina.

A Matteo, si sa, il sangue dei compagnucci fa impressione.

Scandalo negli Usa: esce un atlante senza Israele

Fiamma Nirenstein - Mar, 06/01/2015 - 08:56

Il colosso dell'editoria Harper Collins costretto a scusarsi e a ritirare le copie invendute: "Esigenze del mercato locale"

Se non esisti, non puoi fare la pace. Se non esisti tutti quegli alberi, quelle arance, quei frutti nati da un deserto che mai aveva prodotto un solo germoglio, quelle medicine per le malattie peggiori, tutte quelle invenzioni che permettono ai telefonini e ai computer di perfezionarsi, quelle squadre di pallacanestro, quei premi Nobel per la fisica, la matematica, la letteratura, quei ragazzi che vanno a ballare a Tel Aviv fino a notte tarda, quei pellegrini che da tutto il mondo mettono un biglietto che dice «Caro Dio» nelle fessure Muro del pianto, tutte quelle ragazze soldato, stanche morte e con la treccia mezza sfatta, e tutti quei sopravvissuti all'Olocausto che hanno finalmente trovato una casa e una speranza, i nuovi immigrati dalla Francia che lasciano dietro il nuovo antisemitismo...



se non esisti, come mostra sulle sue carte l'Atlante «prodotto specificamente per il Medio Oriente» da Harper Collins tutto questo diventa polvere, distruzione, un film di cattiva fantascienza.

L'enorme casa editrice ha consentito alla sua sussidiaria Collins Bartholomew nel maggio dell'anno scorso, di produrre un vile, opportunistico Atlante Geografico Primario per il Medio Oriente da cui Israele, hocus pocus, è sparito, proprio come voleva Ahmadinejad quando diceva: «Cancelleremo Israele dalla carta geografica». Harper Collins l'ha fatto: mentre appaiono Gaza, il West Bank, la Siria, la Giordania, il Libano, essi si mangiano e digeriscono lo Stato d'Israele.

Così una casa editrice suggerisce di accettare di fatto la versione corrente presso i palestinesi (perché questo è anche presso Fatah: l'idea che gli ebrei hanno messo il naso a Gerusalemme per la prima volta qualche anno fa non per tornare a casa ma per violentare il mondo arabo) che Israele è uno Stato fittizio creato dalla fantasia imperialista e colonialista, e che manca poco alla sua cancellazione.

Peccato che Harper Collins, il cui quartier generale ha sede a New York, sia la maggiore casa editrice in lingua inglese del mondo, pubblichi in 150 Paesi, abbia fatto 400 bestseller nel 2014, abbia 20 milioni di visite sul sito web. Peccato, perché se uno è così grosso e sicuro di sé non dovrebbe avere paura della verità, e quindi non dovrebbe trovarsi a piatire scuse mentre annuncia da Londra di aver rimosso il libro dalle vendite (ma giovedì era ancora su Amazon) spiegando di aver agito secondo le «preferenze locali». Ovvero di avere agito secondo diffuse preferenze genocide.

Di fatto, sono anni che nel mondo arabo si producono, si imparano nelle scuole, si espongono negli uffici governativi mappe che disegnano la Palestina al posto di Israele. I palestinesi per primi ne fanno dipinti, manifesti, testi scolastici ovunque, regalano Israele travestito da Palestina ai capi di Stato in visita, lo mostrano senza posa alla tv, nelle scuole di Stato e dell'Unrwa. In Arabia Saudita in ottobre a una gara di canto i due cantanti arabo-israeliani erano stati presentati, come tutti, con alle spalle la mappa del loro Paese d'origine, Israele: una rivoluzione politica ha prodotto la cancellazione immediata.

Ma anche la Cnn ha presentato mille volte mappe senza Israele; Connect , la rivista della famosa London School of Economics è uscita nello stesso modo; alla San Diego University a una lezione di arabo è stata distribuita la mappa del Medio Oriente proprio come la avrebbe voluta Arafat. Una nuova mostra di mappe fatte da bambini in Libano cancella Israele, ed è finanziata da una Ong norvegese.

Harper Collins deve aver pensato che non gli sarebbe costato niente obliterare dalla sua prestigiosa carta un Paese che è di moda considerare un'«entità» da distruggere, magari mentre si usa Google, invenzione israeliana.