domenica 4 gennaio 2015

Duomo, nel cuore del maxi-organo Così si accorda il monumento

Crriere della sera
di Paola D’Amico

Con 15.500 canne è il più grande d’Italia. Ecco svelati tutti i suoi segreti

 Ilic Colzani impegnato ad accordare assieme al collega Ettore Bastici le quasi 16 mila canne dell’organo del Duomo, inaugurato il 4 novembre 1939 (Nicola Vaglia)

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È il più grande organo d’Italia, il secondo d’Europa. Ha 15.500 canne e 5 tastiere, è diviso in 4 corpi e ha più di 100 registri. Per costruire l’organo maggiore del Duomo furono chiamate e riunite due fra le case organarie più celebri: i Mascioni di Varese e i Tamburini di Crema. Lo strumento fu inaugurato il 4 novembre 1939, nel quarto centenario della nascita di San Carlo Borromeo. Lo abbiamo visitato, assieme ai due organari incaricati di accordarlo, in previsione dei concerti per le feste e le celebrazioni natalizie.

Un lavoro che si protrae per un’intera settimana. Con soste forzate, scandite dalla messa. Ogni mezz’ora nella cattedrale c’è una messa in una delle tante cappelle. E quando il prete sale sull’altare, gli organari Ettore ed Ilic si immobilizzano, mentre l’eco dei suoni ripetuti alla ricerca della frequenza perfetta svanisce tra le navate. L’organo è il re degli strumenti musicali: la varietà dei timbri e la tavolozza sonora, che si può arricchire di un numero infinito di registri, lo rendono il più completo. Quando fu costruito, per volontà del duce, divenne un esempio di operosità degli italiani.

Rimane oggi una testimonianza straordinaria di un appassionante lavoro artigianale che continua. Ilic Colzani ed Ettore Bastici conoscono bene questo strumento.

C’erano quando fu smontato durante il restauro del Duomo e, dall’85, Ettore ha partecipato a ben due rimontaggi. Un terzo intervento di smontaggio e pulizia è avvenuto nel 2000, per il Giubileo. Ilic era organista prima di diventare organaro, a 8 anni suonava l’arpa, il padre è musicologo. Ettore, invece, è figlio d’arte: a 15 anni lo chiamarono nella ditta Tamburini, a sostituire come operaio il padre che s’era ammalato. Organaro era stato anche il nonno. «Era la cosa più naturale era che io lo sostituissi, conoscevo l’ambiente - spiega -, papà portava a casa dal lavoro la pelle di capretto e la colla garavella, estratta dai conigli, per fare le “borsette” (mantici in miniatura, il congegno che permette alla canna di suonare, ndr) . E tutta la famiglia dopo cena lo aiutava».

Duomo, nel cuore del maxi organo 
Duomo, nel cuore del maxi organo 
Duomo, nel cuore del maxi organo 
Duomo, nel cuore del maxi organo 
Dietro la facciata dell’organo s’apre un mondo fatto di cunicoli e percorsi che richiedono agilità nei movimenti. Il grande organo su entrambe i lati, settentrionale e meridionale, si sviluppa su più piani, fino a sfiorare la cupola. I Tamburini realizzarono il grandorgano: il corpo principale e le tastiere 2.4 e 5. I Mascioni la consolle centralino e le tastiere 3 e 1. Saliamo nel grandorgano, seconda tastiera, camminando in queste strette retrovie. «L’intonazione dello strumento - conclude Ilic - è la firma dell’organaro. Nel restauro l’artigiano ha un ruolo unico, deve interpretare le tracce del suono storico che non c’è più. Se anche una canna fosse integra, il metallo della “lingua” non avrebbe la stessa curvatura e sta a noi inventarci una curvatura coerente con la storia».
4 gennaio 2015 | 11:53

L'America e l'ossessione per la ricerca dell'identità

Paolo Guzzanti - Dom, 04/01/2015 - 17:25

Nella terra delle opportunità tutti sfoggiano le proprie radici però sacrificano la lingua d'origine al totem dell'unità nazionale

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«Voressimo sapere se voi siete o nun siete americano» chiedono a un nativo (un «selvaggio») nella Scoperta dell'America gli uomini di Colombo appena sbarcati. E il «selvaggio», perplesso, risponde che lui lì c'è nato ma che ignora il nome del luogo e non sa spiegare bene nemmeno chi è. Allora il narratore popolano, creato dal poeta romanesco Cesare Pascarella, con compatimento esclama: «Ma lo vedi s'in che modo procedevano? Te basti di' che lì c'erano nati, in America, e neanche lo sapevano». In quel dialogo comico fra l'europeo e l'americano c'è secondo me qualcosa di permanente.

Gli americani non sanno molto della propria identità (salvo una vaga idea sull'origine dei nonni o dei bisnonni) e se lo chiedono con ossessività. Hanno un'idea pan-anglofona della loro lingua nel mondo (come fanno del resto anche i francesi con la loro) e gli è difficile pensare che sul pianeta si parli e si pensi in altri idiomi che non siano l'inglese, il loro inglese (quello britannico è accolto con sospetto ex coloniale). I figli di giovani coppie italiane nelle cui case si parla italiano e che conosco bene, rifiutano a scuola o per strada la lingua delle origini perché hanno bisogno di integrazione in un Paese che tutela questo sentimento come un bene primario.

I giornali popolari si sono sbizzarriti a cercare uomini e donne che facciano da archetipo americano, seguendo una ricetta da cocktail etnico con il giusto dosaggio di sangue nativo, anglosassone, africano, francese (metà degli attuali Stati Uniti era francese fino a Napoleone che la vendette al presidente Jefferson per fare cassa), irlandese, scozzese e messicano con un tocco orientale cino-coreano e giapponese.

Questi ibridi esistono realmente e sono di solito gente bellissima venuta da un altro pianeta, ma non per questo la loro identità si può dire definita. Noi italiani abbiamo da centocinquanta anni il nostro problema a definire la nostra se mai ce ne fosse una, figurarsi nel Paese che ha scelto di chiamare gli immigrati a popolare da ogni parte del mondo («land of opportunities» dichiara l'inno nazionale) i suoi dieci milioni di chilometri quadrati, ma filtrati dalle «per quote» annuali: tanti italiani, tanti polacchi e così via, con una separazione fra italiani del Nord e del Sud, accettati in diverse quantità: Rudolph Giuliani, il leggendario sindaco che ha ripulito New York e affrontato l'undici settembre del 2001, è di origine ligure: i suoi nonni emigrarono quando soltanto a liguri, piemontesi e lombardi era permesso approdare ad Ellis Island, l'isola dello smistamento degli immigrati.

Samuel Huntington (famoso per il suo libro sullo scontro delle civiltà) ha scritto nel 2005 un saggio, pubblicato in Italia da Garzanti, intitolato Who are we? The challenges to America's national identity : chi siamo noi? Le sfide che pone l'identità nazionale americana. Sulle maggiori riviste americane e nelle librerie la questione dell'identità rimbalza irrequieta. Di conseguenza cresce l'avidità con cui ognuno cerca se stesso nelle storie comuni. Il culto per la guerra civile americana, che si svolse negli stessi anni in cui si concludeva l'unità di Italia (gli unionisti chiesero a Garibaldi di assumere il comando di una divisione, ma il generale rifiutò)

ne è una prova come ne è una prova la celebrazione del nemico vinto (monumenti al generale Lee e agli sconfitti confederati) e l'uso di quei particolari luoghi che sono i memorial - il più struggente è quello della guerra del Vietnam con centinaia di cognomi italiani - visitati ogni giorno da migliaia di americani. Gli americani visitano i loro cimiteri di guerra all'estero, vengono ogni anno ad Anzio e Salerno, e poi in Normandia, sulle Ardenne, in Germania e cercano in Europa - the old country , il vecchio paese - le loro storie per costruire la propria.

Ma lo strumento d'indagine più importante per rispondere al «chi siamo» americano è il cinema e più ancora le grandi serie televisive in cui le etnie e le origini culturali dei personaggi sono calcolate col bilancino: tanti neri, tanti bianchi, poi gli orientali e quelli di cognome italiano e uno scrupoloso equilibrio etnico fra buoni e cattivi, fra guardie e ladri. Oppure questo genere cinematografico ultrapopolare affronta la questione razziale prendendola frontalmente, come nel famoso The Wire (la comunità criminale nera illustrata come in un testo di sociologia) o nella divertente Blackish («quasi neri», o nerastri) in cui una famiglia afroamericana di successo appartenenti all'alta middle class borghese si rende conto di scimmiottare un po' troppo i bianchi del quartiere, sicché i figli imbarazzano i genitori.

Ne nascono conflitti identitari paradossali. Per esempio il fatto che soltanto agli afroamericani sia concesso di chiamare se stessi e solo di fronte ai propri simili «negro », un aggettivo proscritto e proibito ai bianchi. Anche la vita e le imprese degli italiani malavitosi sono affrontate come una questione delle radici comuni, trattata perfino un certo orgoglio. I criminali sono criminali, sì, ma prima di tutto americani integrati, come nel Padrino dove il giovane Corleone si arruola volontario nella seconda guerra mondiale e torna coperto di onori. Quando gli americani leggono Il Padrino di Mario Puzo, non ci vedono l'estraneità dei siciliani di Cosa Nostra, ma li incuriosisce quel segmento del loro Dna che trasformano in cinema per lo più televisivo. È quel che accade nella famosa serie televisiva dei Sopranos , discendenti di camorristi napoletani che vive a Jersey City.

Il protagonista Tony Soprano, interpretato da un iperrealistico James Gandolfini (morto d'infarto in un albergo romano dopo avere mangiato e bevuto più dell'umanamente possibile) è anche un americano che crede nella Costituzione e in tutti i suoi emendamenti, ma che ha l'abitudine di fare letteralmente a polpette i cadaveri delle sue vittime nel retrobottega di una macelleria. Quando gli affari della droga lo portano a Napoli con la sua banda ( the crew , il suo equipaggio) trova insopportabile il disordine e la microdelinquenza partenopea e vuole sapere perché in Italia non si rispettino legge e ordine. Contro questa saga in Italia c'è stata un'insurrezione di sdegnati che hanno visto nei Sopranos un insulto al nostro Paese. Pochi capivano che quel prodotto della letteratura cinematografica recensito su tutte le pagine culturali del mondo non parlava degli italiani, ma degli americani.

L'ossessione per sapere «chi siamo realmente» è bilanciata da quell'oggetto unico al mondo e unificante che è la bandiera a stelle e strisce, insieme all'inno nazionale. La bandiera è un oggetto puramente «pop» come i barattoli di zuppa Campbell di Andy Warhol. A chi chiede quale sia il senso del quadro di Jasper Johns che rappresenta la pura e semplice bandiera americana si può rispondere che è la celebrazione popolare e senza fronzoli di un oggetto di uso comune come non accade ad alcuna altra bandiera al mondo: con materiali diversi diventa tovaglia, straccio per lavare, canovaccio, presine, pannolini per neonato, mutande, asciugamano, costume da bagno. Nessun'altra bandiera al mondo potrebbe sopportare un tale confidenziale abuso che spiega perché quasi tutti gli americani, di destra o di sinistra, bianchi o neri provino un sentimento per quell'oggetto bianco rosso e blu, gli stessi colori delle bandiere inglese e francese, di cui quella americana è figlia e sorella.

Durante un Labor day a Washington di qualche anno fa (la festa del lavoro non si festeggia il primo maggio, ma il primo lunedì di settembre) mi sono trovato in mezzo a un oceanico picnic sul prato con migliaia di famiglie, bambini, cani, barbecue, chitarre, bande. Sull'erba verde vedevi ovunque quella bandiera casuale e per così dire affettuosa. In Italia troviamo molto retorico e un po' comico che gli americani si portino la mano destra al cuore quando sentono il loro inno e vedono la loro bandiera. Comprensibile. Ma in America quei gesti e la loro popolana solennità fanno parte di un sentimento per noi alieno che non ha niente a che fare con il nazionalismo, ma soltanto con l'identità comune: siamo diversi, ma sotto lo stesso simbolo.

Quando mi trovai per la prima volta alla festa annuale degli italiani a Washington, gli invitati erano italiani venuti dall'Italia e americani dal cognome italiano. L'inno italiano fu cantato con decoro e tutti ascoltarono sollevando immobili la forchetta dal piatto. Ma quando una bellissima donna nera attaccò con « Oh say, can you see… » accadde qualcosa cui assistevo per la prima volta e che avrei rivisto avvertendone il micidiale pathos: tutti si alzarono in piedi portando la mano destra sul cuore e la sinistra sulla spalla dei figli. Così, a sorpresa, ci commovemmo tutti e con rabbia mi commossi anch'io che non avevo previsto l'imboscata emotiva per qualcosa che non mi apparteneva e che mi fece tornare in mente il verso del Giusti: «Qui se non fuggo, abbraccio un caporale».

Giusti dava conto dell'inattesa aggressione emotiva ascoltando in chiesa un canto croato solenne e incomprensibile, ma unificante e popolare. Dove mi trovavo io quella prima sera in cui sentii addosso a me la forza di quel sentimento, non c'erano caporali di nemici occupanti, ma soltanto padri, madri e figli.