mercoledì 30 settembre 2015

Apple Music, attenti al rinnovo automatico

La Stampa
bruno ruffilli

Oggi scadono i 90 giorni dal debutto della servizio di streaming musicale della Mela, e chi lo ha provato per curiosità potrebbe trovarsi a pagare un abbonamento non richiesto. VI spieghiamo come fare per disattivarlo



Il giorno è oggi. Magari lo avete dimenticato, sull’onda dell’entusiasmo iniziale, ma se avete sottoscritto un abbonamento di prova ad Apple Music, da ora scatta l’opzione a pagamento. E scatta in automatico, tanto che potreste accorgervene troppo tardi, quando vi arriva la mail con la fattura. 
Al momento dell’inizio della prova, Apple aveva avvisato: nella mail di conferma si legge infatti che “non ti sarà addebitato alcun importo durante il periodo di prova, ma ti sarà addebitato un importo di 9,99 € quando l’abbonamento della durata di 1 mese sarà rinnovato automaticamente”.

La mail prosegue così: “L’abbonamento sarà rinnovato automaticamente a meno che non disattivi questa opzione prima di 24 ore dalla scadenza. Per annullare il rinnovo automatico o gestire i tuoi abbonamenti, clicca qui di seguito ed effettua l’accesso”. Chi lo ha disattivato dall’inizio, oggi ha ricevuto una mail da Apple che lo invita a ripensarci, con un link da cliccare per abboanrsi subito. 

Ma quelli che hanno provato Apple Music il primo giorno e non hanno disattivato il rinnovo automatico oggi si ritrovano l’addebito per il primo mese del contratto a pagamento. È una pratica molto comune, e non solo online: da Spotify a Deezer, dai servizi di hosting sul cloud agli
abbonamenti a riviste e giornali, per non dire delle offerte degli operatori telefonici.

Certo, sarebbe più corretto prevedere che il rinnovo automatico fosse disattivato per default e non il contrario: molti di quelli che hanno provato Apple Music novanta giorni fa avranno dimenticato quelle note nella homepage, specie se hanno sottoscritto l’abbonamento via iPhone, dove si fatica un po’ a trovarle. 

Va dato atto ad Apple che nella mail di conferma inviata all’inizio della prova, era indicato il link per disattivare il rinnovo automatico: è questo. E non è proprio facilissimo da trovare da soli: su iPhone bisogna andare su App Store e iTunes Store, poi toccare ID Apple ed entrare in Visualizza ID Apple. Inserita la password, bisogna arrivare ad abbonamenti e fare tap su gestisci. Apple Music si chiama Il tuo abbonamento. Con un tap si entra e si disattiva il rinnovo automatico. 

Si può usufruire del periodo di prova una sola volta perché è legato all’account iTunes; alla scadenza Apple Music non prevede opzioni gratuite (come Spotify, ad esempio), è possibile soltanto continuare ad ascoltare la radio Beats 1 ed accedere a Connect. L’abbonamento si può interrompere in ogni momento ed eventualmente ripartire da capo più in là; si potrà continuare a usare Apple Music per trenta giorni dall’ultimo pagamento.

O anche decidere che vale la pena di pagare 9,99 dollari (o euro) al mese per ascoltare 30 milioni di canzoni. Questa è la scommessa di Cupertino, ma non è scontato che la vinca, perché significa chiedere a chi usa Apple Music 120 dollari l’anno, quando la media della spesa annuale per la musica su iTunes arriva a stento a 30. 

Le porte aperte dell'Europa per i migranti (se sono ricchi) Con un milione di euro puoi comprare un passaporto

Corriere della sera

di Paolo Valentino

I migranti economici non sono tutti uguali, nemmeno per l'Unione europea: se sono sufficientemente facoltosi da potersi «comprare» una nazionalità, l'ingresso è rapido. E garantito

Una delle distinzioni più discusse e causa di polemica nella vicenda dei migranti è quella tra profughi (persone in fuga da guerre e atroci dittature) e immigrati economici, disperati in fuga dalla miseria e in cerca di una nuova opportunità di vita. I primi, secondo la narrativa dominante, vanno accolti come impongono le convenzioni internazionali, i secondi andrebbero rimpatriati, come se la prospettiva della fame o della carestia non sia motivo degno per affrontare i nuovi cammini della speranza. Eppure non tutti i migranti economici sono così indesiderati. Alcuni sono più uguali di altri. E molti Paesi fanno a gara per accaparrarseli.
Collezionisti di passaporti
E’ la nuova élite globale, parte di quell’1% della popolazione del pianeta nelle cui mani si concentra una fetta sempre più cospicua e smisurata della ricchezza mondiale. Da sempre votati all’acquisto di proprietà immobiliari, opere d’arte, gioielli - talismani della loro sicurezza economica - i moderni paperoni hanno scoperto una nuova forma di bene rifugio: dimenticate ville, quadri e diamanti, adesso collezionano passaporti.
Una corsia preferenziale da 2 miliardi
E’ in crescita esponenziale il numero di ricchi investitori, disposti a spendere diversi milioni di euro per mettersi in sicurezza da situazioni politiche o economiche instabili nei loro Paesi d’origine. Sono in gran parte milionari e miliardari delle economie emergenti, Cina, Russia, Paesi mediorientali, nazioni asiatiche o sudamericane, ansiosi di trovare usbergo per se e i propri familiari in luoghi stabili, dove i sistemi giuridici, economici ed educativi mettono al riparo da sorprese. Con meno disdegno dei loro emuli più poveri, tecnicamente vengono definiti “cittadini economici”. Nel 2014 hanno speso più di 2 miliardi di dollari per assicurarsi un secondo o terzo passaporto e la domanda è così alta da aver innescato un vera e propria corsa tra i Paesi che offrono corsie preferenziali per ottenere visti di lunga durata o la cittadinanza tout- court a prezzi sempre più alti.
Le tariffe
All’inizio, trent’anni fa, fu l’isola caraibica di St.Kitts a lanciare per prima il Citizen Investment Program, in base al quale ancora oggi per avere il passaporto basta acquistare una proprietà da 400 mila dollari. Molto più contese sono le offerte di cittadinanza di Paesi dell’Unione europea, come Malta, Spagna, Portogallo, Grecia e Cipro, privilegiate porte di accesso allo spazio di Schengen e ai suoi vantaggi. Vediamo alcune tariffe: per avere la cittadinanza maltese, bisogna pagare 650 mila euro, oltre ad acquistare proprietà immobiliari per almeno 350 mila e titoli pubblici per 150 mila, senza nessun vincolo di residenza. Un successone: nei primi sei mesi del programma, 200 persone hanno sottoscritto il programma, con un incasso di oltre 200 milioni di euro per il governo di La Valletta. A Cipro, la cifra dell’investimento complessivo sale di molto, 5 milioni di euro per un passaporto, ma non c’è alcun obbligo.
Spagna, Portogallo e Regno Unito
Le condizioni cambiano nella penisola iberica: in Portogallo, dove l’investimento immobiliare richiesto è di 500 mila euro, si può richiedere la cittadinanza solo dopo 6 anni e occorre avere anche una conoscenza colloquiale della lingua. La Spagna ha lanciato un anno fa il programma “Golden Visa” per cittadini extracomunitari: anche qui occorrono almeno 500 mila euro di investimento, ma c’è in più il vincolo di passare almeno 183 giorni l’anno dentro i confini spagnoli. Nell’Unione europea, ma fuori da Schengen, anche il Regno Unito partecipa alla gara: occorrono infatti 2 milioni di sterline per ottenere, dopo 5 anni, il permesso di residenza illimitato. Ma di recente il governo di Sua Maestà ha inaugurato una corsia veloce, dove per 5 milioni di pound il permesso ve lo danno in 3 anni e per 10 milioni in appena 2: un affare. Interessante notare che la metà dei “visti Vip” del governo britannico sono andati fin qui a ricconi russi e cinesi.
«La cittadinanza non può essere in vendita»
“Avere più passaporti è un modo per i ricchi di diversificare ulteriormente il rischio”, spiega Christian H. Kalin, presidente di Henley&Partners, società di consulenza londinese specializzata nel settore.  Ma la pratica del passport-shopping solleva anche molte obiezioni, non ultimo perché ha un forte lato negativo: quello di essere un potenziale porto sicuro per chi ha costruito la propria fortuna sulla corruzione o su attività illegali. Nel 2013, l’allora Commissario europeo responsabile per la giustizia, Viviane Reading, fu molto esplicita in proposito: “La cittadinanza non può essere in vendita”.
«Li paghiamo perché arrivino»
Secondo i fautori del programma, invece, i visti permanenti per i miliardari globali portano molti benefici ai Paesi ospiti: gli “economic citizens” infatti investono in nuove aziende, comprano nuove case, spendono in ristoranti, moda, scuole e personale. “In più portano competenze e talento”, dice Nadine Goldfoot, avvocato del gruppo Fragoment. Ma secondo David Metcalf, docente della London School of Econimics e membro del Migration Advisory Committee, questi vantaggi sono annullati dall’aumento dei prezzi delle case e dei servizi, prodotto dall’arrivo di investitori che non badano a spese. Inoltre, spiega Metcalf, gli interessi versati dallo Stato sui titoli pubblici, che sono parte dell’investimento richiesto per avere il visto permanente, significano “pagare di fatto gli oligarchi perché vengano nel Regno Unito”.

30 settembre 2015 (modifica il 30 settembre 2015 | 10:26)

Il silenzio italiano sui sauditi

Corriere della sera

di Paolo Mieli

Il presidente francese Hollande si è invece pronunciato per salvare la vita al giovane oppositore Ali Mohammed al Nimr. In Arabia Saudita in un anno 175 esecuzioni



Non ha mandato soltanto i caccia Rafale a bombardare le basi dell’Isis in Siria, il presidente francese François Hollande si è anche solennemente pronunciato perché sia salvata la vita di Mohammed al Nimr. Il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, non ha fatto né una cosa, né l’altra. E se possiamo capire le ragioni di prudenza che hanno determinato la scelta di non correre il rischio di provocare un secondo «caso Gheddafi» (cioè l’abbattimento di una tirannide senza calcolare gli effetti di questa nobile impresa), non riusciamo a comprendere i motivi del mancato pronunciamento sul caso che riguarda l’Arabia Saudita.

Tanto più che il giornale del Pd, L’Unità, si è meritoriamente impegnato, per la penna di Umberto De Giovannangeli, in questa battaglia civile. Scriviamo «meritoriamente» perché in generale la pena di morte fa notizia - soprattutto sulla stampa di sinistra - solo quando è inflitta negli Stati Uniti. Se invece è eseguita in un Paese arabo che è o potrebbe essere nostro alleato o partner commerciale, allora ci si distrae. Pessima usanza che non giova alle campagne internazionali contro la pena di morte.

Ali Mohammed al Nimr, nipote di un assai famoso oppositore sciita al regime dell’Arabia Saudita, aveva 17 anni quando, nel febbraio 2012, venne arrestato per aver preso parte a una manifestazione nella provincia di Qatif, ed è stato condannato a morte il 27 maggio scorso. Tra il 1985 e il 2013 oltre duemila persone sono morte in Arabia Saudita sotto la scure del boia. D a agosto 2014 a giugno 2015 le decapitazioni sono state, secondo Amnesty International, 175, una ogni due giorni. Degli uccisi, circa la metà erano stranieri che, non disponendo di un adeguato servizio di interpreti, mediante tortura venivano indotti a firmare confessioni per loro incomprensibili.

Il ritmo delle esecuzioni si è intensificato al punto che nel maggio scorso è stato pubblicato un bando per il reclutamento di otto nuovi «funzionari religiosi» da adibire al taglio delle teste. Lo scrittore Tahar Ben Jelloun ha minuziosamente descritto cosa accadrà ad Ali al Nimr il giorno dell’esecuzione: «sarà decapitato, poi crocifisso, e infine lasciato agli uccelli rapaci e alla putrefazione». Come accadde, scrive Ben Jelloun, al grande poeta sufi del decimo secolo, Al Halla: il suo corpo fu evirato, crocifisso e lasciato marcire al sole. Un’abitudine non nuova, dunque.

E non c’è solo al Nimr. Il blogger Raif Badawi è incarcerato a Gedda dove deve scontare una pena a dieci anni di prigione. Il tutto su una base d’accusa di apostasia per aver cliccato «mi piace» su una pagina Facebook di arabi cristiani e per aver, su un suo blog Saudi Free Liberals Forum, mosso qualche critica (che nella sentenza viene definita «insulto») ad alcune personalità politiche e religiose. Gli viene rimproverato anche di «aver riportato alcune citazioni dai libri di Albert Camus». E per aver menzionato Camus, alla galera si accompagna, da quest’anno, una pena aggiuntiva: un migliaio di colpi di verga ( Mille frustate per la libertà è il titolo del libro scritto da sua moglie Ensaf Haidar, rifugiata in Canada, dove si parla di questo ulteriore «dettaglio»). Dall’inizio del 2015 Raif riceve con regolarità una quantità terribile di colpi di sferza: cinquanta ogni «santo venerdì dell’Islam».

E il supplizio continuerà finché, appunto, le frustate non saranno state mille. In una lettera al settimanale tedesco Der Spiegel , pubblicata a marzo, Raif ha raccontato di aver ricevuto la prima dose di scudisciate al cospetto di una folla plaudente di fronte alla moschea di Gedda e di non spiegarsi come è riuscito a essere sopravvissuto ai cinquanta colpi di un «bastone di legno bianco» con cui è stato battuto in ogni parte del corpo. E qui va fatta un’osservazione: l’11 gennaio scorso, due giorni dopo che Raif aveva ricevuto la sua prima razione di frustate, l’ambasciatore saudita a Parigi partecipava contrito alla manifestazione di solidarietà per gli uccisi della redazione di Charlie Hebdo . Grande e pressoché unanime fu il plauso mondiale per l’iniziativa di pubblico cordoglio senza che nessuno rilevasse quell’impropria presenza.

In giugno poi, meno di un mese dopo la condanna a morte di Ali al Nimr, il saudita Faisal bin Hassan Trad è stato nominato presidente del gruppo consultivo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. E sono stati pochissimi a sollevare obiezioni. Ma le contraddizioni non si fermano qui. La scrittrice egiziana Nawal El Saadawi si è unita alla campagna dell’Unità a favore di Ali al Nimr: «Di fronte a vicende come la sua», ha scritto, «non è possibile accettare un’indignazione a corrente alternata: giustamente l’Occidente ha condannato con la massima durezza, almeno a parole, i tagliagole dell’Isis, inorridendo di fronte alle decapitazioni filmate.

Ma anche il giovane saudita, se la comunità internazionale non agirà su Riad, sarà decapitato e crocifisso su una pubblica piazza. Forse non ci sarà un video che immortalerà questa barbarie, ma la sostanza non cambia» .Infine, su sollecitazione dei radicali torinesi il sindaco della città Piero Fassino, il presidente della Regione Sergio Chiamparino e l’assessore alla Cultura Antonella Parigi hanno chiesto al Salone del libro di rigettare l’ipotesi «scellerata» (così l’ha definita il partito di Marco Pannella) che l’Arabia Saudita sia «ospite d’onore 2016» del Salone stesso. La decisione definitiva sarà presa il 6 ottobre. Speriamo bene.

30 settembre 2015 (modifica il 30 settembre 2015 | 07:30)

martedì 29 settembre 2015

E’ libero “Anakata”, l’ultimo dei pirati di The Pirate Bay

La Stampa
carola frediani

Gottfrid Svartholm è infine uscito di prigione dopo una complessa vicenda giudiziaria. Che però non ha oscurato il più noto sito di file sharing.



L’ultimo dei pirati della baia ancora in prigione è tornato in libertà. Gottfrid Svartholm Warg (oggi 31 anni, svedese, noto online come Anakata), cofondatore del noto sito di file sharing The Pirate Bay (TPB), è stato rilasciato da un carcere svedese dopo una lunga gincana giudiziaria, conclusasi di fatto con tre anni di prigione scontati in Paesi diversi per hacking e per aver facilitato la violazione del copyright. Così, l’ultimo dei tre cofondatori del sito divenuto universalmente emblema del file sharing è tornato in libertà (condizionale, per buona condotta) mesi dopo che anche i suoi due compagni, Fredrik Neij (nickname TiAMO) e Peter Sunde (noto come brokep), hanno scontato la loro pena.

Gottfrid Svartholm non ha rilasciato dichiarazioni, se non attraverso un tweet della madre: «Sì, #anakata è libero ora. Non c’è più bisogno di chiedere #freeanakata (l’hashtag della campagna attorno a cui si erano raccolti i suoi sostenitori, ndr). Grazie a tutti per l’importante sostegno ricevuto durante questi tre anni!».

La vicenda giudiziaria di “Anakata” è stata certamente inusuale. Insieme ai due compagni già citati - e al loro “finanziatore” Carl Lundstrom, l’uomo d’affari che fornì infrastruttura e supporto a TPB (anche se poi quest’ultimo ha avuto una pena più lieve) - è stato condannato nel 2009 a un anno di reclusione e a dover pagare quasi 3 milioni di euro per aver aiutato altri a violare il copyright attraverso The Pirate Bay, sito che indicizza file torrent lanciato nel 2003 e che in breve tempo conobbe un successo globale. Svartholm, all’epoca 24enne, si rifugiò nel sud-est asiatico, non partecipando neanche al processo di appello (che ridusse di poco la pena), per poi essere arrestato a Phnom Penh, in Cambogia, ed essere estradato in Svezia nel 2012.

Ma a inseguire il giovane sono stati altri procedimenti giudiziari: il primo sempre della Svezia, in cui veniva accusato di aver hackerato un’azienda che opera per il fisco nazionale (Logica), e per cui è stato condannato a un anno; il secondo dalla Danimarca, in relazione a un (controverso) attacco informatico a un’azienda americana, CSC, che lavorava per il governo danese, e per cui è stato condannato a 3 anni e 6 mesi.

Il risultato di tutto ciò è stato che Anakata si è trovato almeno quattro Paesi alle calcagna (Svezia, Danimarca, Stati Uniti e Cambogia); tre processi; due prigioni (Svezia e Danimarca). Con la Danimarca che a un certo punto lo libera e la Svezia che si accorge che deve ancora scontare un mese di prigione, e chiede che rimanga lì. E i danesi che invece lo rimandano indietro come una patata bollente. Così, dopo le ultime settimane scontate di nuovo in Svezia, il 26 settembre Gottfrid Svartholm è tornato infine uomo libero. «Gottfrid è stato rilasciato, l’ultimo della baia dei pirati a uscire. E TPB non è mai stata neanche offline», ha twittato Sunde.


(Nella foto, Neij e Sunde al tempo del processo a TPB)

E così si conclude la parabola dei fondatori di The Pirate Bay, che malgrado i processi e le condanne (o forse grazie anche a questi, come ricorda The Cryptosphere), sono divenuti popolari attivisti della Rete. Sunde si è avvicinato alla politica (tra partito pirata finlandese, socialisti e verdi) e partecipa regolarmente a incontri internazionali sul web e i diritti digitali come re:publica. Inoltre ha lanciato diverse aziende legate al tema della protezione della privacy, come la VPN IPredator. Svartholm è stato da sempre vicino a WikiLeaks, lavorando a uno dei suoi leak più noti, Collateral Murder (il video che ritrae l’uccisione di civili e giornalisti da parte di un elicottero Apache americano).
Anzi, secondo alcuni, avrebbe pagato proprio questa sua vicinanza ad Assange e soci.

Fredrik Neij, uscito di prigione lo scorso giugno, ha dichiarato: «Ne è valsa la pena stare in carcere per The Pirate Bay». E ora pare che voglia trasferirsi di nuovo nel sud-est asiatico dove già si era rifugiato prima dell’arresto. Nel frattempo The Pirate Bay è vivo e vegeto, moltiplicandosi in continuazione su domini e IP diversi. A portarlo avanti un nuovo gruppo, che ha sviluppato una infrastruttura basata su servizi cloud. In pratica TPB è gestito attraverso una rete di decine di macchine virtuali ospitate da diversi fornitori, che svolgono funzioni diverse e che comunicano attraverso canali criptati. 

In ogni caso i blocchi al sito non hanno funzionato molto: “come vedere The Pirate Bay” è una ricerca che su Google riporta centinaia di risultati. E a siti che fanno da proxy, permettendo di raggiungere facilmente la baia. È anche vero che forse The Pirate Bay non è nemmeno più in cima alla lista nera dei difensori del copyright, tenuti occupati dalla moltiplicazione dei siti di file sharing e di streaming. Resta - nel bene e nel male - un simbolo. Curiosamente sopravvissuto alla maggioranza delle startup nate nel frattempo. 

Così la burocrazia trasforma il lavoro vero in lavoro nero

La Stampa
michele brambilla

Dopo la multa al pensionato cuneese, il ministero ammette “eccessi di zelo” Giusto combattere lo sfruttamento, ma distinguendo e senza autolesionismi



Dunque la domanda sembra essere questa: ne ammazza di più la crisi o la burocrazia? L’altro ieri abbiamo scoperto che un pensionato di 63 anni della provincia di Cuneo stava raccogliendo l’uva nella sua vigna con quattro amici - così, quasi una festa, visto che il vino non lo vende neppure, lo produce per sé - quando s’è visto circondare dai carabinieri e dai funzionari dell’ispettorato del lavoro. «Lavoro nero», gli hanno detto, e gli hanno notificato una multa di 19.500 euro.

Invita gli amici alla vendemmia, prende una multa da 19.500 euro per lavoro nero

Noi nei giornali ci siamo stupiti ma gli imprenditori, grandi e piccoli, queste storie le vivono quasi ogni giorno. E sanno bene che la crisi, certo, è micidiale, ma la burocrazia la aiuta a far danni. È ovvio che la lotta al lavoro nero è una causa nobilissima e irrinunciabile. Nei vigneti, in particolare, da qualche tempo c’è il fenomeno odioso del caporalato: un sistema di reclutamento della manodopera che sarebbe meglio chiamare sistema di sfruttamento. E poi, malavita a parte, ci sono anche imprenditori che se ne approfittano e non mettono in regola chi lavora per loro.

Così partono le ispezioni. Ministero del lavoro, Inps e Inail possono mandare i loro funzionari, ma anche - appunto - i carabinieri. Con il Jobs act si è creata una struttura, l’Agenzia Unica ispettiva, che accorperà tutti i controllori, e che sarà operativa nei primi mesi dell’anno prossimo.

È diffusa, caporalato a parte, la piaga del lavoro nero? Sì, è diffusa, e contrariamente a quanto spesso si pensa, per mettere in regola un lavoratore non è necessaria l’assunzione a tempo indeterminato. Nel 2008, proprio per regolarizzare il lavoro stagionale legato alla vendemmia, hanno ad esempio inventato i voucher. Per chi non lo sapesse, sono ticket da dieci euro che si comprano negli uffici postali e perfino dai tabaccai. Il lavoratore occasione trattiene per sé un netto di 7,5 euro: il resto finisce all’Inps e all’Inail. I voucher sono molto utilizzati, oltre che nei vigneti, per i piccoli lavoretti di casa. Giardinieri, baby sitter, e così via.

Insomma la legge dà la possibilità, a chi non può assumere, di chiedere prestazioni occasionali mettendosi in regola in modo molto semplice. E quindi ben vengano le multe per chi sgarra.
Ma, tutto questo precisato, vien da chiedersi se i controllori abbiano sempre ben presente, oltre che la legge dello Stato, anche quella del buon senso. «Sulla vicenda di Cuneo non mi risulta che sia stata già inflitta una multa», mi assicura da Roma Paolo Pennesi, segretario generale del Ministero del Lavoro. Gli obietto che lo sventurato vignaiolo ci ha mostrato il verbale: «È stato solo invitato in ufficio, per mercoledì, a chiarire», dice ancora Pennesi. E si spera che l’incontro serva a smussare qualche spigolosità.

Ma la vicenda del signor Battaglino - così si chiama il pensionato multato per gli amici in vigna - non è come detto un caso isolato. Ci sono casi di artigiani e commercianti multati per aver tenuto in laboratorio, o in negozio, i propri figli minorenni: erano lì per aiutare, ma soprattutto per imparare un mestiere che da tempo immemorabile veniva tramandato di generazione in generazione. «Forse ci sono eccessi di zelo», ammette Pennesi, «ma la normativa sui minori è feroce. anche per i figli». Gli artigiani possono assumere i figli con contratti di apprendistato vantaggiosissimi: ma solo dai 16 anni in su. 

In bottega niente minori, ma anche niente genitori anziani. «Mio padre, che ha fondato questa azienda, non può entrare a dare consigli a chi lavora, e tantomeno ai miei figli adolescenti», mi racconta Teresa Coradazzi, che fa prosciutti a San Daniele del Friuli: «Ma se un bambino non può farsi insegnare da un nonno come si “sugna” un prosciutto, come lo si sala, come lo si annusa, si spegne sul nascere una passione. L’Italia nel dopoguerra si è rialzata perché la famiglia è diventata impresa. Le mogli e i figli erano indispensabili, l’unico ad avere uno stipendio era il capofamiglia. Altri tempi? Sì, ma così si sono create tante eccellenze italiane.

Una volta l’impresa familiare era un vanto nazionale, oggi il lavoro in famiglia è perseguito per legge». Lavoro vero che diventa lavoro nero. Qualche mese fa, a Napoli, un uomo di 43 anni si è ucciso perché multato di duemila euro per la presenza della moglie nella sua pizzeria. Non era in regola. Erano in regola coloro che lo hanno multato: con la legge. Ma forse non con la virtù della prudenza. E forse neanche con la coscienza.

Bassetti e i martiri d’Algeria Rinasce la statua della strage

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Ricostruito in Italia il monumento che ricordava il massacro dei trentini del 1871: ne era rimasta solo una fotografia

La statua dello scultore Enrico Pasquale  (Rcs)

«Oh, vista orribile! Il villaggio distrutto, le case saccheggiate e abbruciate, e quarantasei cadaveri sparsi qua e là...». Centoquarantaquattro anni dopo la mattanza, Domenico «Nico» Bassetti e gli altri italiani uccisi nel 1871 a Palestro, in Algeria, in quella che fu una tra le tragedie più sanguinose della nostra emigrazione stanno finalmente per ritrovare un posto nella memoria (debole) del nostro Paese.

La statua dedicata laggiù dai francesi agli «enfants de Palestro», successivamente distrutta, è tornata a vivere. Restava, di quel monumento al dolore dei nostri nonni, solo una vecchia foto sbiadita. Ma proprio partendo da quella foto e da un grande blocco di pietra bianca di Vicenza lo scultore Enrico Pasquale ha ricostruito l’opera. Dove Nico, la camicia lacerata e l’aria impavida, impugna la baionetta nell’ultima difesa mentre alle sue gambe si aggrappano una giovane donna e un bambino.

Il monumento, presentato domani a «Marmomacc», la Mostra internazionale di pietre, design e tecnologie di Verona da dove sarà poi portato a Lasino, il borgo della valle del Sarca da cui partirono quei nostri nonni, è frutto del mecenatismo di Silvio Xompero e Franco Masello, i «patron» di Margraf, una delle più antiche e famose imprese del marmo pregiato del pianeta. Basti dire che nell’ultimo secolo ha firmato il palazzo Piazza dell’Opera a Vienna e il Ritz Carlton a Singapore, il Coca-Cola Building ad Atlanta e il Metropolitan a New York.

Chi sia Masello lo sanno tutti coloro che sono stati toccati dal dolore. È l’uomo che, grazie alla generosità di amici imprenditori, regalò a Padova e allo Stato la clinica di oncologia pediatrica «Città della speranza». Per dare poi vita nel 2012 (ancora con soldi privati) alla «Torre della ricerca», il più grande centro d’Europa di laboratori sulla leucemia e le malattie infantili. Farsi carico del dolore dei nostri nonni emigrati dopo quello dei nostri bambini gli è venuto naturale.

Domenico Bassetti era un irredentista. Che fuggì nel 1859 dal Trentino allora austriaco per combattere nella II Guerra d’indipendenza. Ad armistizio firmato, non potendo tornare a casa perché sarebbe stato arrestato, si arruolò nella Legione straniera, finì in Algeria, se ne innamorò. E qualche anno dopo convinse un gruppo di famiglie trentine, come avrebbe raccontato Renzo Grosselli in L’emigrazione dal Trentino , a trasferirsi con altre famiglie italiane, francesi, spagnole, in una valle ai piedi dell’Atlante, tra Algeri e Costantina, ai margini occidentali della Cabilia.

Un luogo che in qualche modo ricordava loro il paesello natio. Comprati a buon prezzo 546 ettari di terreno, i coloni chiamarono il borgo Palestro, dal nome della battaglia risorgimentale, scelsero come sindaco lo stesso Bassetti e, come avrebbe testimoniato Giobatta Trentini nel 1892, costruirono «le loro case sullo stesso sistema e nel medesimo modo come in Trentino» con «nel mezzo una magnifica Chiesetta amministrata da un curato italiano».

Pareva essere, nonostante qualche tensione sulle proprietà, un inserimento pacifico. I rapporti coi berberi infatti, racconta Louis Rinn nella Histoire de l’insurrection de 1871 en Algérie , erano buoni. Gli unici screzi, sostiene lo storico francese, erano per il mercato settimanale. Quello dei «nostri» dava fastidio a quelli altrui. Tutto precipitò nel marzo del 1871 quando dei ribelli guidati da Mohammed el-Hadj el-Moqrani, che si appoggiavano sulla confraternita islamica Rahmaniya, scatenarono la rivolta attaccando i villaggi dei pieds noirs.

Il curato di Lasino, spiegando di aver raccolto le notizie dal Messager Journal de Alger e da un paesano miracolosamente sopravvissuto, raccontò un mese dopo i fatti sulla diocesana Voce Cattolica : «In tutti quei villaggi erano già all’erta, e in particolare a Palestro, dove già da più di un mese e mezzo dovevano montare la guardia tutte le notti, per il pericolo di essere assaliti».

Prima fu messo a fuoco il borgo di Bodavò, poi quello di Igisier. A quel punto Bassetti, allarmato, affidò la moglie Virginia Ursula Solvini e le due figlie a Pietro Chisté (pare fosse suo cognato) perché le portasse ad Algeri e gli chiese di lanciare l’allarme perché i francesi mandassero subito una spedizione di soccorso. Quindi si preparò a resistere all’urto. I ribelli fecero irruzione a Palestro il primo giorno di primavera. I coloni cercarono rifugio in canonica e nella sede della società che faceva ponti e strade.

Scriverà due settimane dopo il giornale Il Buonsenso ripreso da La Voce Cattolica , «gli uomini validi e ben armati erano nel Presbiterio; nell’altra casa erano le donne, i fanciulli e pochi uomini. Si combatté per un’intera giornata, uccidendo un gran numero di arabi. Verso sera costoro vennero a fare proposte di capitolazione. Essi offrirono di condurre tutti fino all’Alma, restituendo le armi e le munizioni a due chilometri da questo villaggio. Queste proposte fatte a voce furono subito accettate dagli assediati, a capo dei quali stavano la squadra della Gendarmeria e il sindaco Bassetti...».

Forse l’avrebbero rispettato davvero quel patto, i capi della rivolta. Ma ai trecento rivoltosi che avevano fatto irruzione a Palestro si erano uniti nuovi fanatici assetati di sangue: «Fu aperta una porta; ma allora fu invasa, e cominciò il macello. Gli sventurati traditi lottarono fino all’estremità. Bassetti, uomo energico e dotato di forza erculea, uccise cinque assalitori a colpi di pugnale; un gendarme ne uccise tre. Ma alla fine soccombettero al numero, e caddero gli uni dopo gli altri. Allora cominciò una scena orribile. Furono spogliate le vittime, furono profanati i cadaveri, e a quelli ch’erano ancora in vita furono inferte mille torture prima di ucciderli».

«L’altra casa, in cui stavano dieci uomini e trenta donne e fanciulli», continua la cronaca, «sostenne un assedio di una notte e due giorni, senza acqua e senza viveri. Facevano sempre fuoco, e gli arabi cadevano ma non si ritiravano. Alla fine questi misero il fuoco alla casa e coloro che vi erano rinchiusi si arresero a mercede. Non si sa precisamente per quale miracolo essi non abbiano subito la stessa sorte degli altri». Tutti rapiti. Spariti.

La spedizione di soccorso del colonnello Alexandre Fourchault, come hanno ricordato Renzo Gubert, Aldo Gorfer e Umberto Beccaluva in Emigrazione trentina , arrivò «dopo una faticosa marcia senza interruzione di sette ore» troppo tardi. Il paesino di Palestro era stato annientato: «Non fu possibile di riconoscere la maggior parte delle vittime, rese non conoscibili dalle acquistate ferite e mutilazioni...».

Sparirono dalla memoria, Nico Bassetti e tutti gli altri nostri nonni spazzati via da quella onda di violenza. La cerimonia di installazione della statua nel borgo da cui partirono, cerimonia per la quale il sindaco Eugenio Simonetti e gli abitanti di Lasino sognano la presenza, chissà, anche di Sergio Mattarella, sarà l’occasione, un secolo e mezzo dopo, di avere finalmente una pietra su cui piangere.

29 settembre 2015 (modifica il 29 settembre 2015 | 08:51)

Scomunicato stampa

La Stampa
massimo gramellini

Se l’uomo più popolare del mondo delegittima in pubblico uno degli uomini meno popolari d’Italia significa che sono saltate tutte le regole del gioco e forse anche della misericordia. Dai tempi di Wojtyla ci siamo abituati all’idea che il Papa tenga conferenze-stampa come un allenatore di calcio. Ma gli allenatori non parlano mai dei singoli, mentre Bergoglio ha preso apertamente le distanze dal suo dirimpettaio d’Oltretevere, il sindaco Marino.

Sull’aereo che lo riportava a Roma, stimolato da una domanda forse non casuale, il Papa ha tenuto a precisare di non avere invitato il sindaco in America e di essersi addirittura informato con gli organizzatori, finendo poi con l’attribuire la sua presenza al fatto che «Marino si professa cattolico». (Si noti la sfumatura gesuitica: non che «è cattolico», ma che «si professa» tale).

Peccato che i fatti, come spesso capita nel mondo della comunicazione, siano un po’ diversi. Marino non ha mai detto di essere stato invitato dal Papa. Anzi, fin dall’inizio dell’estate, tutti sapevano che l’invito gli era stato recapitato dal sindaco di Filadelfia, il quale si è accollato le spese del viaggio.Ma a un certo punto, complice la passione eccessivamente sbandierata da Marino per questo Pontefice, la realtà ha assunto la forma di una panzana molto più intrigante e il sindaco è stato trasformato in un «Papa boy» al seguito. Bergoglio è sceso ancora una volta dalla cattedra, stavolta per smentire una non notizia partorita dal retrobottega della politica.

Ma così facendo ci è entrato anche lui. E un Papa nel retrobottega non è mai un bel vedere. 

Tesori dei dittatori in bancaLa Svizzera se ne vuole liberare

Corriere della sera

di Claudio Del Frate

Mobutu, Marcos, Gheddafi, Duvalier sono alcuni degli “impresentabili” che hanno messo al sicuro i loro soldi. Ora Berna li vuole restituire ai popoli di origine



Mobutu Sese Seko, Jean Claude Duvalier, Ferdinando Marcos, Muhammar Gheddafi: che cosa hanno in comune tra loro, oltre al fatto di essere stati feroci dittatori? L’avere avuto conti in Svizzera, alimentati da denaro sottratto ai loro popoli. Una “macchia” che la piazza finanziaria elvetica si porta addosso da decenni ma che ora potrebbe essere cancellata in base a un nuovo disegno di legge votato il 24 settembre scorso dalla Camera Alta del parlamento di Berna: una volta entrato in vigore, il provvedimento darà più poteri alla Svizzera nel congelare e confiscare i conti di politici “impresentabili” e nella restituzione del bottino dei dittatori agli Stati di origine
Un bottino di 5 miliardi
Secondo informazioni del ministero della giustizia, nella banche della Confederazione giacciono ancora oggi circa 5 miliardi di franchi svizzeri appartenenti a “personaggi politicamente esposti”, come li definisce un documento governativo, o alla cerchia dei loro eredi più diretti. Sono una cifra marginale rispetto al denaro che i correntisti esteri affidano agli istituti di credito elvetici (circa 2.400 miliardi) ma rappresentano un danno di immagine di cui la Svizzera non ha mai saputo sbarazzarsi definitivamente. La pressione della comunità internazionale negli ultimi 20 anni ha costretto il governo a intervenire più volte per evitare che quei soldi rimanessero appannaggio di tiranni. La nuova legge ora secondo la valutazione dell’associazione anticorruzione Transparency pone la Svizzera all’avanguardia mondiale nella lotta al denaro sporco frutto della corruzione, come ha chiarito anche una nota dell’agenzia di informazione Swissinfo.
Operazione “denaro pulito”
Il disegno di legge votato dalla Camera Alta prende spunto da una iniziativa governativa del maggio 2014 e dà finalmente una base giuridica chiara all’agire del governo. Uno dei passi fondamentali è la cosiddetta “inversione dell’onere della prova”: in caso di fondi appartenenti a personaggi “politicamente esposti” non toccherà alle autorità elvetiche stabilire se essi provengano da reati come la corruzione o altri crimini, ma ai titolari dei conti. Sarà più facile, dunque, congelare e sequestrare preventivamente i patrimoni sospetti La Svizzera si impegna inoltre a offrire maggiore collaborazione nella restituzione delle ricchezze ai governi e ai popoli a cui sono stati sottratti. La Camera Alta ha reso più severa la norma che era stata scritta dall’altro ramo del parlamento, cancellando il limite dei 15 anni prima che scatti la prescrizione allargando il raggio d’azione delle autorità anche oltre la cerchia dei familiari più stretti dei dittatori.
Una “cassaforte di vetro”
L’elenco dei personaggi discutibili il cui cammino finanziario ha incrociato quello delle banche svizzere è molto lungo: ai già citati Mobutu (Zaire) , Marcos (Filippine) , Gheddafi (Libia) e Duvalier (Haiti) , vanno aggiunti tra gli altri i conti riconducibili all’ex padre padrone della Tunisia Ben Alì o del ras egiziano Hosni Mubarak. Ma tra i personaggi “politicamente esposti” compaiono l’ex primo ministro malese Najid Razak o la figlia del premier uzbeko. Dopo la fine del segreto bancario, gli accordi bilaterali per la tassazione dei capitali provenienti dall’estero e il prossimo scambio automatico internazionale dei dati bancari, la Svizzera diventerà una volta per tutte una “cassaforte di vetro”? Il cammino non è certo concluso: alcune onlus fanno notare che anche la nuova legge non mette dei freni al denaro in ingresso nella banche, troppo spesso accettato senza eccessive remore

29 settembre 2015 (modifica il 29 settembre 2015 | 07:26)

Ad blocker, soluzione di alcuni e problema di altri

Corriere della sera
di Gianluigi Marino

Un Ad blocker è un software che, come suggerisce il nome, blocca la ricezione della pubblicità online e permette di fruire dei contenuti presenti su Internet senza banner, pop-up, annunci video da “skippare” dopo qualche secondo. Da anni gli addetti ai lavori discutono se questi software siano un bene o un male ma in questi ultimi giorni la questione è ritornata prepotentemente attuale. Perché?
Qualche giorno fa Apple ha reso disponibile il nuovo sistema operativo iOS 9 per i dispositivi mobili il quale, diversamente dalle precedenti versioni, consente l’installazione di Ad blocker.

Il 10 agosto era invece stato pubblicato l’Ad Blocking Report da parte di Pagefair che rivela dati che iniziano a essere presi in considerazione da chi lavora e investe nell’ambito della pubblicità online: il valore della pubblicità bloccata nel 2015 si aggira intorno ai 22 miliardi di dollari, nel mondo vi sono attualmente 198 milioni di utenti attivi di software Ad blocker, il tasso di crescita di utilizzo di questi software è del 41% negli ultimi 12 mesi mediamente nel mondo, in Italia il 12,8% degli utenti Internet utilizza questi strumenti.

Aggiungiamo poi che uno di questi Ad blocker, Peace, è stato recentemente la nuova app a pagamento più scaricata negli Stati Uniti ed è stato ritirato dallo store online dopo nemmeno due giorni perché, scrive nel suo blog lo sviluppatore, “just doesnt feel good”. Le ragioni di chi installa queste soluzioni sono essenzialmente connesse a una percezione di abuso dei propri dati personali da parte di terzi non meglio identificati o identificabili, a una eccessiva ricezione di pubblicità in varie forme, a preoccupazioni di sicurezza informatica e di migliore allocazione della banda Internet.

Al di là della valutazione delle ragioni che motivano l’installazione o meno di questi software, la diffusione degli Ad blocker rischia di modificare sostanzialmente lo scenario di Internet per come lo conosciamo. Siamo abituati a una fruizione per la maggior parte gratuita dei contenuti online offerti, in senso lato, dagli editori. Ma questo modello si regge sulla monetizzazione della vendita degli spazi pubblicitari, sempre più oggetto di pubblicità comportamentale e targetizzata sul singolo utente. Un ampio blocco di queste pubblicità potrebbe avere come conseguenza l’applicazione di una tariffa per la fruizione dei contenuti, almeno di alcuni. Il Wall Street Journal è da tempo passato a un business model di questo tipo.

Altra conseguenza potrebbe essere il passaggio dell’investimento dalla pubblicità programmatica (fenomeno ad oggi in costante crescita) alla pubblicità nativa (cioè che si mescola ai contenuti editoriali di un sito assomigliando agli elementi del contesto in cui è calata) come i promoted tweet di Twitter o i promoted post di Facebook. Se gli operatori pubblicitari si troveranno sempre più spesso alle prese con gli Ad blocker, probabilmente cercheranno di trovare il modo di aggirare l’ostacolo e questo rischia di rendere sempre meno facile distinguere la comunicazione commerciale dal contenuto editoriale, in possibile violazione delle norme di settore.

Sarà interessante assistere alla reazione che gli editori e gli operatori pubblicitari avranno. Ad oggi in Italia non paiono all’orizzonte azioni legali nei confronti delle società produttrici di Ad blocker tuttavia in Germania ci sono stati ben 4 casi. L’ultima decisione è del tribunale di Monaco di Baviera il quale ha respinto le domande delle emittenti RTL e ProSiebenSat1 nei confronti di Eyeo, creatrice di AdBlock Plus.

Le attrici sostenevano l’illiceità dal punto di vista concorrenziale del software in questione; la tesi è stata rigettata sulla scorta del fatto che l’installazione del software è frutto di una libera scelta degli utenti e che Eyeo non aveva all’epoca dei fatti una posizione sul mercato così dominante da incidere in modo sostanziale sul business delle attrici impedendo che un numero sufficiente di utenti visualizzasse i messaggi pubblicitari bloccati.

La situazione è seria e il CEO di IAB (International Advertising Bureau) ha recentemente dichiarato al Wall Street Journal che la preoccupazione maggiore è quella che i costi di pubblicità salgano in maniera incontrollata a fronte di quella che definisce una “unethical obstruction”. Nella medesima intervista non vengono individuate ancora soluzioni efficaci contro il fenomeno crescente dell’Ad blocking ma é chiara la visione circa il fatto che il modo di fare pubblicità dovrà essere oggetto di cambiamento in modo da essere più abile e intelligente.

E’ ancora presto per valutare le reazioni del mercato ma, citando liberamente un noto cantautore, le contromisure fino a questo punto si limitano all’inventiva.

Gianluigi Marino

Nessuno vuol pagare la musica in streaming

La Stampa

Mentre Apple Music si avvicina al momento della verità (la fine dei tre mesi di prova), un sondaggio Nielsen negli USA rilancia il grande problema dei moderni servizi digitali: al pubblico piacciono solo se sono gratis. Ma gli introiti provenienti dalla pubblicità non sembrano sufficienti a reggere il sistema.



Pagare per la musica in streaming? Non se ne parla. Secondo una ricerca diffusa da Nielsen il 23 settembre, meno di un americano su dieci (9%) intende mettere mano alla carta di credito, nei prossimi sei mesi, per abbonarsi a servizi come Apple Music, Spotify o Deezer. Il 13% non risponde, mentre il 78% la vede come un'ipotesi molto difficile, se non proprio impossibile. Il sondaggio riguarda un campione di 3,500 cittadini degli Stati Uniti, ma è molto probabile che le percentuali non siano troppo differenti in altri paesi, compreso il nostro.

Non è un caso se nei suoi due anni e mezzo di operatività in Italia, Spotify non abbia mai rivelato la reale distribuzione dei suoi utenti, tra abbonati premium e fruitori della versione free. Lo stesso discorso vale per tutti i principali rivali, da Deezer in giù. E su questo punto è attesa al varco Apple Music, che non prevede una versione free e questa settimana vedrà scadere per molti utenti i tre mesi di prova gratuita. 

È il segnale di un allontanamento del pubblico dallo streaming? Non esattamente. Altri indicatori marcano il progressivo e sempre più massiccio trasferimento del consumo musicale globale verso questa direzione. Complice il rafforzamento di un sistema basato su social media, smartphone e connessione a servizi cloud, ormai una parte molto significativa della nostra esperienza online di

ascolto avviene in modalità streaming: principalmente su YouTube, ma anche su SoundCloud, Spotify Free e altre piattaforme specializzate, molte delle quali costruite appositamente per la dimensione mobile. Scarichiamo meno musica, acquistiamo meno musica e possediamo meno musica di quanta ne ascoltiamo. Di fatto, siamo entrati davvero nell'era dell'accesso: ma solo a patto che questo sia gratuito. Se bisogna pagare qualcosa, piuttosto si opta per un vinile (che in termini di vendite e fatturato, prosegue nel suo galoppo ). 

Attorno a questo tema si è arroventata la discussione tra tutte le parti in causa della moderna industria discografica: le etichette, gli artisti, gli autori, i nuovi distributori digitali. Ormai diretto verso la sua conclusione, il 2015 avrebbe dovuto essere l'anno in cui una rinnovata – seppur traballante – alleanza tra le major e le popstar avrebbe posto le basi per la fine del freemium (il modello che permette al pubblico di scegliere tra offerta gratuita e a pagamento).

Da qui, nei primi sei mesi dell'anno, la nascita di nuove piattaforme rigorosamente free-less, come Tidal e Apple Music. Sondaggi come quello della scorsa settimana di Nielsen sembrano decretare un potenziale fallimento del piano. Rinunciando agli streaming gratuiti, si rischia di perdere fino al 90% del pubblico. Qualcosa che anche i più agguerriti attivisti anti- freemium non sono così sicuri di potersi permettere (i risultati di Apple nei prossimi mesi saranno davvero un'interessante cartina di tornasole). 

La questione è molto complessa. Dal lato economico, la coperta del freemium appare cortissima, con i guadagni provenienti dai modelli supportati dalla pubblicità che sono nettamente inferiori a quelli degli abbonamenti a pagamento. Secondo alcune stime , gli utenti paganti della webradio Pandora sono appena il 4,9% del totale, ma garantiscono il 20% delle entrate. Spotify nel mondo vanta circa il 27% di abbonati paganti, da cui dipende il 91% delle entrate.

La bassa resa economica degli utenti free rende difficile far quadrare i conti e la suddivisione dei soldi scontenta più o meno tutti, dalle major agli artisti, fino agli stessi servizi (che in genere sono ancora in perdita). A ciò fa però da contraltare la realtà dei fatti e dei sondaggi. “Eliminare l'opzione gratuita significa perdere gran parte degli ascoltatori e condannare a morte il settore”, è il pensiero condiviso dai dirigenti di Spotify, Pandora e degli altri servizi che basano la loro crescita sul freemium. Inoltre, aggiunge Spotify, la versione free è un passaggio quasi obbligato per i nuovi utenti, che prima provano il servizio e poi decidono se abbonarsi. 

Un panorama dai tratti non ben definiti, a cui si aggiunge l'atteggiamento un po' paradossale del consumatore, che da un lato pretende servizi gratuiti e dall'altro inizia a mostrare insofferenza per le pubblicità: dagli spot che precedono i video su YouTube ai jingle tra le canzoni su Spotify. Una situazione ben nota anche nel mondo dell'informazione, dove si guarda con terrore alla diffusione dei sistemi di ad block, che neutralizzano banner e annunci.

Che ci sia una falla nella matrice del web autosufficiente grazie alla pubblicità, evidentemente inizia a sospettarlo anche Google (che su quel sistema ha costruito il suo impero e oggi fatica a difendersi dagli assalti di Facebook e Apple), se è vero che nelle prossime settimane dovrebbe partire una versione in abbonamento di YouTube . Ma anche per Mountain View lo spauracchio rimane scolpito nel sondaggio di Nielsen: quanti utenti pagheranno per quei video – musicali e non – che hanno consumato gratis negli ultimi dieci anni? 

Strage di Capaci, si pente D’Amato: fornì il tritolo per gli attentati del ‘93

Corriere della sera

Il pescatore già condannato a trent’anni, sta collaborando con la giustizia



CALTANISSETTA - Il pescatore Cosimo D’Amato, già condannato in abbreviato a 30 anni per la strage di Capaci, sta collaborando con la giustizia. La circostanza è emersa questa mattina nel nuovo processo per la strage in cui morirono il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della polizia di Stato, in corso davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta. Il pm della Dda Stefano Luciani ne ha chiesto l’audizione. Sotto processo, con l’accusa di strage, ci sono i mafiosi Salvo Madonia e Vittorio Tutino, assieme a Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello.
Nomi
Ci sono diversi nomi con omissis nei verbali delle dichiarazioni rese dal neo collaboratore di giustizia sulle fasi preparatorie della strage di Capaci. Non è ancora chiaro se si tratti di concorrenti esterni o di altri soggetti affiliati a cosa nostra, anche perché sul punto il pm Stefano Luciani non ha aggiunto altro. Il rappresentante dell'accusa ha già chiesto l'audizione di D'Amato, ma sulla richiesta devono ancora pronunciarsi i legali degli imputati, i quali, prima di decidere se opporsi o meno, hanno chiesto che venissero depositati i verbali integrali, senza i nomi. L'avvocato Flavio Sinatra, che assiste i mafiosi Salvo Madonia e Vittorio Tutino - imputati per strage insieme a Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo e Lorenzo Tinnirello - ha inoltre chiesto di ascoltare nuovamente il pentito Gioacchino La Barbera in merito ad alcune dichiarazioni rilasciate da questi alla stampa nelle scorse settimane, secondo cui non ci sarebbe solo la mafia dietro alla strage di Capaci. La Corte deciderà nel corso delle prossime udienze.



D’Amato, secondo l’accusa, è l’uomo che aiutò i componenti della cosca mafiosa di Brancaccio a reperire l’esplosivo da alcune bombe della seconda guerra mondiale rimaste in fondo al mare. Il processo d’Appello in abbreviato, che vede imputati anche Giuseppe Barranca e Cristofaro Cannella, condannati all’ergastolo in primo grado, comincerà il prossimo 14 ottobre. Nei primi interrogatori agli inquirenti il neo collaboratore di giustizia ha dettodi essersi pentito perché ha deciso di cambiare vita.

Sulla strage di Capaci, invece, D'Amato sembra confermare il racconto di Gaspare Spatuzza sul coinvolgimento della cosca mafiosa di Brancaccio nel rinvenimento dell'esplosivo, da bombe inesplose risalenti alla seconda guerra mondiale e rimaste inutilizzate sul fondo del mare al largo della costa palermitana, utilizzato per confezionare l'ordigno che uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

In particolare D'Amato punta il dito contro Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro e lo stesso Spatuzza. Attualmente il pescatore è imputato in appello per la strage di Capaci, dopo avere scelto di essere giudicato in abbreviato. Inoltre è stato condannato all'ergastolo a Firenze in quanto ritenuto responsabile di avere fornito l'esplosivo utilizzato dai sicari di cosa nostra per gli attentati del '93 a Roma, Firenze e Milano.
«’Faccia da mostro’ non risponde alla corte»
Sempre nel processo per la strage di Capaci, Giovanni Aiello, l’ex poliziotto detto “faccia da mostro”, imputato di reato connesso, questa mattina, chiamato a deporre in Corte d’Assise a Caltanissetta si è avvalso della facoltà di non rispondere. «Chiedo scusa signor presidente - ha detto rivolgendosi alla Corte - ma mi sento travolto da una furia di cose che non riesco a comprendere». Aiello, ex poliziotto, per gli inquirenti e secondo quanto riferito da alcuni collaboratori di giustizia, avrebbe ricoperto un ruolo nell’ambito delle stragi in cui morirono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Aiello sarebbe rimasto sfregiato al viso dopo un conflitto a fuoco avvenuto in Sardegna: “Si trattò di un colpo accidentale”, ha affermato questa mattina in aula il fratello Antonio. Poi venne trasferito a Palermo, alla Squadra Mobile e dopo qualche anno congedato.

28 settembre 2015 | 12:29

L'Italia che non pensa ai figli, tra 50 anni scomparsa o meticcia

Giuseppe De Lorenzo - Lun, 28/09/2015 - 12:52

Importiamo 400mila migranti l'anno. L'invasione risolve i problemi pensionistici, ma rende gli italiani una minoranza

Dicono che l'immigrazione risolverà i problemi dell'Italia. Demografici, s'intende. E pensionistici, visto che saranno probabilmente i migranti a pagare ai noi e ai nostri figli le pensioni. Bisognerà arrendersi, forse, all'evidenza di un meticciato che ci siamo costruiti con le nostre mani, con le politiche mai a favore della famiglia e che invitano le donne a far tutto meno che figli.

Quando i bambini di oggi si metteranno in testa l'alloro della laurea, gli italiani saranno solo 55 milioni: il 10% in meno di quanti siamo adesso. E nel 2050 saremo ancora meno, appena 45 milioni. Pochi, troppi pochi. Non andava così male dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, sintomo che politiche errate possono far più danni della grandine.

Maledetto '68. Da quel dì, l'Europa ha incominciato ad invecchiarsi. Oggi gli ultra 65enni sono il 22% della popolazione, nel 2045 saranno il 40% se non intervenissero le nascite (tante) degli immigrati a far scendere la percentuale ad un meno preoccupante 30%. Il problema, vero, è che dai tempi della contestazione giovanile abbiamo smesso di far figli. Oggi ogni donna italiana partorisce in media 1,39 figli, ben lontano da quei due figli per madre che servono per permettere all'Italia di mantenere lo stesso livello di popolazione. Solo 40 anni fa le nostre donne ne partorivano 4 a testa in media. Un salto nel vuoto.

Un vuoto che qualcuno dovrà pur riempire. Se non cambierà la mentalità del figlio unico, a farlo saranno - appunto - gli immigrati. Che forse potranno anche frenare il calo economico di un Paese che aveva fatto del manifatturiero il suo biglietto da visita. Ma che trasformerà l'Italia in un Paese diverso. E non solo. Perché il dramma riguarda il tasso di dipendenza: oggi abbiamo tre cittadini in età lavorativa per ogni pensionato, tra venti anni ce ne saranno appena due. E questo creerà non solo un calo del Pil dello 0,2%, ma anche l'assenza di lavoratori capaci di pagare le sempre più lunghe (e magre) pensioni di chi oggi si affaccia al mondo del lavoro.

La possibile soluzione è nella demografia. Come riporta L'Espresso, nel 2013 l'arrivo dei migranti ha fornito il 95% dell'aumento della popolazione, mentre solo il 5% è dovuto alle nuove nascite. Fino al 2040, dati Eurostat, importeremo 400 mila persone all'anno. La metà dei nostri ragazzi, allora, sarà di origine straniera, così come lo sarà un ultra 40enne su tre. In questo modo, invece di "sparire" diventando 45 milioni, potremo ritrovarci a 66 milioni di cittadini. Solo che non saremo più italiani. Ma un meticciato. A lungo termine saranno più i bambini stranieri di quelli italiani. Le classi "ghetto" con soli immigrati e nessun bimbo italiano saranno la normalità.

E' anche vero che gli italiani non vogliono più fare alcuni lavori che reputano non adeguati al loro livello di studio. E infatti quasi il 72% degli immigrati extra Ue ha un lavoro remunerato, seppur a basso salario, mentre solo 67% degli europei può vantare la stessa "fortuna". Gli italiani preferiscono farsi qualche anno di disoccupazione piuttosto che accettare un lavoro che non li soddisfa. Altri vanno all'estero (45mila nel 2013 e 91mila nel 2014). Chi invece arriva in Italia con i barconi non ci pensa due volte e si butta nel lavoro edile e in quelli di fabbrica, dove sempre più spesso non si parla più italiano.

E se tutta Europa conosce il calo demografico, alcune differenze tra Paesi ci sono. A vincere sono gli Stati - leggi Francia - che delle politiche per la famiglia hanno fatto un cavallo di battaglia. Che sostengono economicamente le donne che vogliono fare figli. Nazioni in cui rimanere incinta non è una condanna. All'ombra della Torre Eiffel il tasso di natalità è rimasto invariato da 40 anni ad oggi. Tutto merito del welfare. Il 4% del Pil finisce in aiuti alle famiglie e sostegno economico per i bambini sotto i tre anni d'età. Partorire conviene.

Qual è, allora, la risposta? Se vogliamo evitare di scomparire, se non ci piace l'idea che l'Italia diventi una nazione meticcia, sarà necessario rivedere le politiche per la famiglia. Quella capace di procreare, s'intende. Quella che può dare un futuro al Paese. Altrimenti, nei prossimi decenni saremo invasi dai migranti. Oggi i giovani tra 25 e 29 - quelli che emigrano - sono 51 milioni in Europa e 95 milioni in Africa. A breve saranno 41,12 milioni in Ue e 151 milioni nel continente nero. Fra trenta anni lo scarto sarà ancora più ampio: 40,9 milioni contro 186.

E allora molti di questi prenderanno la via dell'Europa. Una soluzione ai mali dell'Occidente? No, una falsa medicina. La cura corretta è mettere in condizione gli Europei di fare più figli e sostenere la cultura della procreazione. Favorire l'immigrazione è solo più semplice.

Macché eretico Ingrao tifava per i carrarmati

Stenio Solinas - Mar, 29/09/2015 - 08:34

Oggi non osano ricordarlo come un comunista ortodosso. La sua Unità si schierò con i tank sovietici in Russia

Il modo migliore per onorare la memoria di un politico da morto, sarebbe ricordarlo come fu da vivo. Così, nel profluvio di articoli che ha circondato la scomparsa del centenario Pietro Ingrao, stona quel sapore di melassa che ne fa una sorta di poeta francescano, più francescano che poeta, o, a scelta, più poeta che francescano, e insomma un poverello di Lanola invece che di Assisi, costretto a vivere fra i lupi delle paludi Pontine e di Montecitorio invece che di Gubbio, oppure un Leopardi attardato che «voleva la luna» e, usando il plurale maiestatis, si era ritrovato a dire: «Pensammo la torre / scavammo nella polvere».



Nessuno però che si sia chiesto perché l'idea che la torre non potesse stare in piedi lo abbia attraversato soltanto quando gli cadde sulla testa.

In realtà, la grandezza di Ingrao fu nell'essere, con tutta la sua sensibilità di intellettuale prestato e/o imprigionato dalla politica, un personaggio da Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, un Rubashov che finiva per anteporre il partito a tutto, in primis a se stesso, la declinazione in chiave terrena di una fede assoluta nel comunismo come religione laica. È al «compagno» Rubashov che l'inquisitore Gletkin affida il compito estremo, quello di sancire con un'autoconfessione falsa, rispetto alle accuse, ma «vera» in nome della verità incarnata dal Partito, che «la politica dell'opposizione è l'errore.

È vostro compito, quindi, rendere l'opposizione spregevole. Far capire alle masse che l'opposizione è un delitto e che i capi dell'opposizione sono dei criminali! Questo è il semplice linguaggio che le masse comprendono. Se cominciate a parlare dei vostri complicati motivi, creerete solo della confusione tra di esse. Le simpatie e la pietà per l'opposizione sono un pericolo per il Paese!».

Rubashov-Ingrao fece proprio questo, nel 1956, al tempo della rivoluzione ungherese, quella che il povero Di Vittorio, l'ex bracciante di Cerignola divenuto il capo della Cgil, cercherà di difendere, costretto anche lui dopo a ritrattare, perché rivolta di popolo, rivolta operaia, e che egli, allora direttore dell' Unità , definirà «un putsch controrivoluzionario». «Da una parte delle barricate a difesa del socialismo» era il titolo del suo editoriale. In questa pagina, chi legge troverà riprodotte altre miserie giornalistiche di quella che fu un'infamia dell'epoca.

Tredici anni dopo, Rubaschov-Ingrao farà la stessa cosa applicata su scala italiana: l'espulsione dei cosiddetti «dissidenti» del Manifesto , che pure erano «figli suoi», avevano coltivato nei pochi anni in cui, morto Togliatti, si era aperta la lotta per la segreteria, l'idea non tanto di un «altro comunismo», ma di un «comunismo altro», l'ennesima capriola dialettica con cui si cercava di tener dentro dissenso e consenso, post stalinismo e maoismo, contestazione studentesca, nuovi bisogni e massa operaia. Sarà suo il discorso più duro contro Rossanda, Pintor e Natoli, non solo perché ne rifiutava le analisi, ma perché andavano contro l'unità del partito. E infatti voterà per la radiazione del gruppo, che poi era il suo gruppo.

Eppure, nel coro commosso che ne accompagna la scomparsa, la parola che più riecheggia è «eretico», subito dopo accompagnata da quella formula che ha persino dato il titolo a un libro agiografico con lui ancora in vita, La certezza del dubbio , uno di quegli insopportabili ossimori di cui si compiace la politica italiana. Ma no, eretico Ingrao non fu mai, comunista ortodosso sempre, semmai; mai voltagabbana sotto questo aspetto. Quanto al dubbio, più semplicemente Ingrao era un demagogo che ignorava di esser tale, sincero, insomma, fedele a una fede che nel suo credo quia absurdum poteva mettere in discussione, per amore di dialettica, tutto, tranne il fine ultimo.

E però, si dirà, anche Ingrao ha ammesso di essersi sbagliato, si è persino indignato per l'errore... Anche qui occorre esser chiari e basta guardare le firme poste sotto ai necrologi in forma di articoli dei più importanti quotidiani italiani per capire. Non ce n'è uno che, seppellendo sotto un cumulo di elogi Ingrao, non mantenga in vita il se stesso che fu: giovane intellettuale di matrice ingraiana prima, e però opportunisticamente berlingueriano; dopo filo-occhettiano, un altro rampollo di Ingrao; poi seguace della Cosa di sinistra, qualunque cosa

fosse («la felicità è nelle piccole cose», diceva già Trilussa); in seguito post-comunista in attesa di governo; infine approdato all'esegesi di una «ditta» a cui restare aggrappati sperando sempre che a sinistra ci sia un porto dove approdare, e dove non sia previsto un pontile per la socialdemocrazia. È un curioso esercizio mentale, un camaleontismo come estrema illusione di fingersi qualcosa di diverso da ciò che in realtà si fu, però illudendosi di continuare, sotto altro nome, la stessa prassi politica. Sotto questo aspetto, figli degeneri proprio di quell'Ingrao che, con il tradirlo per l'ultima volta, ora seppelliscono per sempre.

La carica dei compagni: falce, martello e assegno

Gian Maria De Francesco Giuseppe Marino - Gio, 28/05/2015 - 08:23

Altro che sinistra di lotta e di protesta. Dai grandi vecchi come Ingrao che ha incassato 1 milione e 200 mila euro in più dei contributi pagati a protagonisti della scena moderna. C'è anche l'ex sovversivo Toni Negri

Roma - Il Partito comunista italiano ha portato la classe operaia in paradiso, ma non nel modo che si era prefissato. La rivoluzione proletaria, per nostra fortuna, non si è mai realizzata.

Il mezzo per annullare (o, hegelianamente, superare) le differenze di classe e terminare il presunto sfruttamento del lavoro da parte del capitale è, infatti, rappresentato dai vitalizi dei parlamentari. In cima alla classifica di coloro che hanno ricevuto una dote di assegni sovrabbondante rispetto ai contributi versati si trovano proprio due operai: il bolognese Peppino Aldrovandi (-1,9 milioni di euro il «buco» previdenziale) e la ferrarese Renata Talassi (-1,5 milioni).

«Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia», cantava Giorgio Gaber e «qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio». Quello vero, il centenario Pietro Ingrao (-1,2 milioni) sembra però averlo trovato in qualche meandro della coscienza, pur non avendo mai definito la sua una vera e propria conversione.

Il vitalizio di oltre 6mila euro mensili del primo presidente comunista della Camera, comunque, aiuta a esercitare meglio l'arte del dubbio. Poeta, partigiano, anticapitalista, ispiratore di Nichi Vendola, ma anche vincitore di un Littoriale della cultura con un'esaltazione della bonifica mussoliniana delle paludi pontine. E, come tutti i massimi dirigenti, in Parlamento ha portato anche la figlia Chiara (-86mila euro).

«Qualcuno era comunista perché prima era fascista», diceva Gaber. E chissà che ne pensa il generale Franco Angioni (-159mila euro), eroe della missione in Libano e deputato per una legislatura con i Ds. Una vocazione più sociale e meno socialista è ciò che ci si aspetterebbe da un militare. Ma Gaber ci insegna che «qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo». È il caso di Guido Carandini: il «conte rosso» ha accumulato un disavanzo pensionistico di 837mila euro, ma negli anni '90 scese in piazza - come un leghista qualunque - contro il governo Prodi sulla questione delle quote latte.

Carandini, con il latifondo di famiglia, fa l'allevatore e di pagare le multe non aveva voglia. Figlio del liberale Nicolò, Guido forse «era (ed è) comunista per fare rabbia a suo padre». Anche se una testimonianza migliore di questa rottura generazionale è fornita da Rossana Rossanda (-724mila euro), cresciuta in una famiglia borghese istriana e poi convertitasi al Vangelo secondo Marx. Rossana, l'eretica espulsa dal partito, la fondatrice del Manifesto , l'esempio delle donne libere che si riappropriano del proprio corpo attraverso la coscienza di classe, altri non è che un'intellettuale borghese.

E non era sicuramente operaia la classe dirigente che si è formata attorno al quotidiano comunista senza essere del Pci. Non lo è Luciana Castellina (-548mila euro), moglie dell'ortodosso Alfredo Reichlin (-948mila euro, pubblicato sabato). Non lo è il medico Famiano Crucianelli (-168mila). Forse non lo è fino in fondo nemmeno Toni Negri che però al Pci mai s'iscrisse e grazie al salvacondotto da parlamentare pannelliano riparò in Francia.

Oggi il teorico dell'operaio massa e della necessità della sovversione incassa 2.107 euro al mese e il suo conto previdenziale è in rosso di oltre 480mila euro. Alessandro Tessari è padovano come Negri e come lui ha militato pure nei Radicali che negli anni '70 facevano un po' più chic del vecchio Pci da cui era partito. Mario Tronti, altro noto ideologo dell'operaismo, è invece un attuale senatore Pd. Inserito in lista da Bersani, vota a favore di tutti i provvedimenti di Renzi. L'obbedienza al partito resta comunque una costante.

Alla fine è sorprendente che il vero proletario sia l'ex ministro Fabio Mussi (-139mila euro), figlio di un operaio di Piombino, si è laureato in filosofia a Pisa conciliando lo studio con l'attività politica, a differenza dell'amico Massimo D'Alema. E quando il suo Pci-Pds-Ds s'è trasformato nel Pd, se n'è andato piangendo perché non era più casa sua (ora sta con Sel). Alla Ditta era rimasta fedele la bolognese Adriana Lodi (-1,1 milioni), la «mamma degli asili nido» che in Parlamento si attivò per una legislazione favorevole alle strutture che consentono di conciliare famiglia e lavoro. Il ddl sulla scuola le è rimasto sul groppone e non rinnoverà la tessera. Lodi è comunista per principio. Come recitava Gaber, qualcuno lo era per moda, qualcun altro per frustrazione.

lunedì 28 settembre 2015

I migranti in arrivo Le regole da rispettare

Corriere della sera

di Susanna Tamaro

L’esodo è una risorsa o fattore di disgregazione? Dipende dalle nostre scelte
Ma accoglierli non significa rinunciare alle radici



Guardando le immagini delle torme di bambini che marciano per settimane insieme ai loro genitori nelle condizioni più estreme, mi sono resa visivamente conto della fragilità in cui versa la nostra società che spinge ormai i suoi figli in carrozzina fino quasi alle soglie dell’eta scolare e alla stessa epoca, in sempre più casi, li disabitua all’uso del pannolino.

Sono sempre stata colpita da questo prolungamento della prima infanzia, da questa impossibilità di marcare i tempi e di crescere facendo continuamente procrastinare l’ingresso nell’età adulta. Fin dai primi istanti, i nostri piccoli vivono sotto la costante cappa di controllo degli adulti che tendono a proteggerli in maniera ossessiva da qualsiasi cosa possa turbarli o ferirli. Il frutto di tutto ciò è una generazione di bambini fragili o fin troppo sicuri, bambini già immersi nella foschia della depressione o vittime di una sovraeccitazione difficile da controllare senza l’aiuto dei farmaci.

Di questo disagio, di questo straniamento, nella nostra società prostrata davanti all’altare dell’esasperato narcisismo si parla poco, perché parlarne vorrebbe dire affrontare altri livelli di discorso, prima tra tutti quello della distruzione sistematica di tutti i valori che hanno permesso al nostro Paese - e agli altri Paesi europei - di avere radici profonde e di produrre una cultura ammirata ed esportata in tutto il mondo.

Così quest’esodo biblico - che tanto, e per tante ragioni, ci turba - appare in primo luogo come un’improvvisa e imprevista iniezione di vitalità. Questi bambini che marciano silenziosi sono abituati a sopravvivere, ad affrontare il disagio, la fatica e la morte, trovando sempre comunque la forza di andare avanti, sorretti dai loro genitori. Se un giorno nasceranno nuovamente grandi scrittori, ho pensato, verranno fuori da lì, da questi bambini in marcia che tutto hanno visto e tutto hanno provato, e non certo da qualche raffinato ed esangue master di scrittura creativa.

Quando un’arnia di api è debole, spesso arrivano api più forti a saccheggiarla, così mi pare che questa affluenza straordinaria di persone, al di là delle ragioni politiche ed economiche, abbia anche un’altra valenza, direi quasi energetica. Quando una società diventa debole, confusa, capace solo di seguire i fantasmi della sua mente non più calibrata sulla concretezza della realtà, attira direi quasi spontaneamente l’energia di mondi più giovani, più forti, capaci di emergere per la compattezza e la profondità delle loro radici.

Popoli affamati di vita contro popoli che della vita non sanno più che cosa farsene. Popoli che conoscono la ferocia della sopravvivenza, la durezza di condizioni comunque sempre estreme, contro popoli per lo più assopiti in una dimensione larvale, capaci di risollevarsi dal sonno soltanto per esaltare l’alimentazioni crudista o compiere battaglie epocali come quella per l’abolizione del maschile e femminile, la misera fola culturale che continua a infestare la nostra società.

Abolire ogni differenza, ecco il ruggito terminale del nichilismo: né maschio né femmina, né giorno né notte, né bene né male, né vita né morte. La polarità che da sempre regge il mondo - e che con il suo movimento dinamico crea tutto ciò che esiste - viene finalmente annullata, le sue catene che per troppo tempo ci hanno tenuti schiavi, facendoci recitare una parte per cui non ci sentivamo più adatti, alla fine sono state divelte. Nessun condizionamento deve tarpare le ali della nostra libertà.

Gli estremamente liberi allora come si potranno relazionare con gli estremamente vitali? Quali nuovi equilibri si formeranno o, piuttosto, come si farà a mantenere un equilibrio positivo per entrambi? Lo sforzo di generosità scaturito in queste settimane da parte di normali cittadini è un bellissimo segno di risveglio ma, quando l’emergenza sarà finita, in che modo riusciranno a relazionarsi queste realtà così diverse e così storicamente lontane? Come sarà possibile mantenere un equilibrio positivo per entrambe le culture?

Una scuola in Germania, che si trova nelle vicinanze di un centro per rifugiati, ha chiesto alle ragazze di vestirsi in modo più acconcio per non urtare la sensibilità degli ospiti. L’ospitalità è sacra - e quando si tratta di ospitare persone in fuga da guerre e persecuzioni è doppiamente sacra - però, nella sua sacralità, ha delle precise regole che devono essere rispettate da entrambe le parti. E oltre alle regole, richiede un sentimento fondamentale che è quello della gratitudine. Senza questi due capisaldi - rispetto e gratitudine - con molta facilità si trasforma in qualcos’altro.

Un mondo fluttuante come il nostro, che ha rinunciato alle sue radici più profonde, timoroso e pavido nell’affermare i propri valori, in che modo potrà rapportarsi con persone dall’identità così forte? Basterà fare un girotondo inneggiando alla fraternità, convinti che l’importante sia volersi bene e che il bene che noi vogliamo sia anche il bene che desiderano gli altri per noi? Oppure, evaporata l’ebbrezza dei buoni sentimenti, le cose non rischieranno di essere un po’ più complicate?

I processi di integrazione richiedono sempre tempi molto lunghi e la via preferenziale per ottenerli sono i bambini, quando viene loro permesso di inserirsi in un contesto positivo. Ma questo purtroppo non sempre avviene perché, per istinto, gli esseri umani amano stare con chi gli è più simile e diffidano di chi è diverso. Lo spauracchio del razzismo ci impedisce spesso di vedere questa realtà, i gruppi etnici tendono a proteggersi con una struttura chiusa e difficilmente si aprono verso ciò che viene percepito come estraneo. Conosco persone che da più di vent’anni vivono in Italia e non hanno imparato più di duecento parole della nostra lingua.

Cosa succederà poi di tutti quei giovani maschi soli, provenienti dall’Africa subsahariana o da altri miseri paesi, che bighellonano nella maggior parte dei giardinetti pubblici italiani, in attesa dei lunghissimi processi di valutazione della richiesta di asilo? Con quali speranze, con quali orizzonti vengono da noi persone che non fuggono da realtà in guerra ma soltanto dalla miseria? Non rischiano di innescare situazioni esplosive?

Un Paese come il nostro, in cui le famiglie, in buona parte dei casi non arrivano a fine mese, non può vedere di buon occhio questi ragazzi che vagano senza meta per le nostre strade e che vengono mantenuti dal denaro pubblico. E chi dà loro i soldi per affrontare un viaggio così costoso, quando nei loro Paesi il reddito annuo si aggira intorno ai duecento euro? Con la stessa cifra non avrebbero potuto iniziare una qualsiasi attività, anche modesta, dalle loro parti, contribuendo così al cambiamento della loro terra? Che peso hanno nell’immediato, e che peso avranno nel futuro queste presenze? Saranno una risorsa o diventeranno un elemento di disintegrazione?

Molto dipenderà credo dal nostro comportamento. Dal nostro saper essere veri ospiti, capaci di stabilire e imporre le regole del rispetto e della reciprocità. Se invece ci ridurremo nello stato larvale, balbettando incerti davanti ad ogni richiesta, arretrando e cedendo ogni giorno, convinti in fondo che nella nostra civiltà non ci sia granché da difendere, non occorre avere la sfera da veggenti per renderci conto che il paese in cui vivranno i nostri nipoti sarà molto diverso da quello che fino a qui abbiamo conosciuto.

@TamaroSusanna
28 settembre 2015 (modifica il 28 settembre 2015 | 08:59)

De Luca attacca Rai 3: «Fa camorrismo giornalistico»

Corriere della sera

di Cesare Zapperi

L’attacco del presidente della Regione Campania. Vianello: «Passato il limite»



«Atti di camorrismo giornalistico» messi a segno da una «lobby radical chic». Un attacco frontale, come suo costume senza sfumature, quello sferrato contro Rai 3 ieri dal presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. Durante il suo intervento alla Festa nazionale di Scelta civica a Salerno, l’ex sindaco si è lanciato contro l’intero terzo canale della tv di Stato (anche se pare che ce l’avesse in particolare con le trasmissioni Report e Presadiretta), definito «la più grande fabbrica di depressione». «Sapete - ha detto De Luca parlando della sua vicenda giudiziaria - che io sono stato condannato in primo grado.

Lo dico perché tanti giornali, tante televisioni, in particolare i miei amici della terza rete Rai, dicono puttanate incredibili». «Questa volta si è passato il limite» l’immediata la replica del direttore Andrea Vianello. «Definire “camorrismo giornalistico” il lavoro di una rete del servizio pubblico e dei grandi professionisti che ne fanno parte è assolutamente inaccettabile». In difesa del responsabile di Rai 3, protagonista pochi giorni fa di un’audizione in Commissione di vigilanza Rai con accenti critici da parte di alcuni esponenti del Pd per i contenuti di una delle trasmissioni attaccate da De Luca, si schiera Vinicio Peluffo, capogruppo dem nella medesima Commissione:

«De Luca si scusi e si attenga al proprio ruolo istituzionale anziché infangare il lavoro di un’intera rete del servizio pubblico». Il governatore campano nella sua sfuriata non aveva spiegato nel dettaglio cosa c’era dietro parole così pesanti. In una successiva dichiarazione ha cercato di chiarire: «Si viola la Costituzione definendo qualcuno condannato in assenza di una sentenza definitiva o considerando un criminale chi apre un cantiere. Oppure da un’intervista di 30 minuti si estrapolano solo 30 secondi strumentalmente».

«Non ho padrini - ha concluso De Luca - né padroni e non accetto l’idea che ci sia una categoria o un lavoro che non possa esser criticato a prescindere».

28 settembre 2015 (modifica il 28 settembre 2015 | 10:11)

Filtri “Dukic Day Dream”: un misterioso complotto, oppure la solita bufala?

La Stampa
roberto giovannini

Sospinti da una campagna di stampa, i produttori dei «Dukic Day Dream» protestano contro la mancata omologazione anti inquinamento del loro dispositivo, e promettono risparmi «anche del 25%» nei consumi. Ma secondo gli esperti i «Tubi Dukic» non hanno alcuna efficacia



Lo scandalo Volkswagen ha riacceso un grande interesse per i dispositivi in grado di ridurre le emissioni. La manomissione dei test delle emissioni dei veicoli diesel ha riportato sotto i riflettori dei media una polemica del passato, quella sull’efficacia dei Filtri Anti Particolato, in gergo FAP. I FAP sono accusati di non funzionare, di non ridurre le emissioni, anzi di aumentare quelle di «nanoparticelle». Un’accusa portata in passato in due puntate della trasmissione di Rai3 Report , rilanciata dal Fatto Quotidiano del 24 settembre; una polemica prettamente italiana, visto che i FAP sono utilizzati in tutto il mondo, e le prove del loro funzionamento sono tante, pubblicati in rapporti tecnici e scientifici.

L’ingegner Simone Casadei, un esperto della Stazione Sperimentale dei Combustibili di San Donato Milanese, uno dei centri prova più importanti a livello nazionale, ha pubblicato qualche mese fa sul blog Climalteranti.it una serie di dati inconfutabili in grado di mostrare l’efficacia di questi filtri. Filtri che d’altronde sono prodotti da tante case costruttrici e montati da tutte le case automobilistiche che producono auto diesel e vogliono raggiungere livelli bassi di particolato e di black carbon, un tipo di particolato molto tossico e con anche un effetto riscaldante per il pianeta.

Accanto alla demonizzazione dei FAP, sia Report che il Fatto Quotidiano hanno sostenuto la causa dei filtri antismog “Dukic Day Dream”, prodotti da una ditta veneta, Dukic srl. Nelle puntate di Report e negli articoli del Fatto i dispositivi della Dukic srl sono descritti come efficaci per ridurre l’inquinamento delle auto diesel, e come più efficaci dei FAP. Viene anche sostenuta la lotta della signora Anna Dukic per ottenere dal Ministero dei Trasporti l’omologazione del suo «tubo» come dispositivo antiparticolato.

Ma cosa sono questi dispositivi miracolosi? Si tratta di tubi magnetici «aftermarket», ossia da inserire nel motore dopo aver acquistato l’auto, basati su un principio di funzionamento elettromagnetico. Secondo quanto scritto sul sito Dukic, i «Dukic Day Dream» sarebbero in grado non solo di ridurre le emissioni inquinanti, ma anche di ridurre del 25% i consumi. Se fosse vero, sarebbe l’araba fenice: le case automobilistiche faticano a ridurre i consumi dei veicoli come richiesto dalle Direttive europee, ridurre i consumi di un quarto sarebbe una rivoluzione. Se fosse vero, certamente.

Il principio di funzionamento di questi tubi li rende maledettamente simili a tanti altri tubi commercializzati e installati più o meno legalmente; qualcuno ricorderà i tubi Tucker, la cui vicenda finì con una condanna a 10 anni per i produttori. Più recentemente il distributore di tubi elettromagnetici «Brazzi TWS» è stato condannato a nove mesi di reclusione dal Tribunale di Pordenone, perché i tubi non erano mai stati omologati e non in grado di ridurre le emissioni inquinanti.

Altri dispositivi, come Econoplus e Miniturbo, sono stati messi fuori gioco da un provvedimento dell’Agenzia per la Concorrenza e il Libero Mercato. I tubi Dukic hanno ottenuto l’omologazione per la compatibilità elettromagnetica, ma non come dispositivi antiparticolato; sono già stati montati sui veicoli, varie società e amministrazione pubblici li hanno comprati e montati per i loro mezzi diesel: l’esborso maggiore è stato quello di Rete Ferroviaria Italiana (oltre 140.000 euro).

Per l’inventore dei tubi Dukic, Michele Campostrini, c’è una ragione per la mancata omologazione: il fatto che i loro dispositivi vanno contro i «mega interessi» dei produttori dei filtri antiparticolato. La solita tesi del complotto, insomma, sposata in pieno da Report e dal Fatto Quotidiano: «se la Volskwagen adottasse i nostri filtri, risolverebbe tutti i sui problemi», ha dichiarato Campostrini nell’intervista a il Fatto.

Pur se ormai i tecnici tedeschi non godono di una buona fama, si fa fatica a rimanere seri davanti ad affermazioni di questo tipo, che si scontra con un ragionamento di semplice buon senso: se esistesse un dispositivo miracoloso come quello Dukic, possibile che tutte le case automobilistiche non farebbero a gara per adottarlo o copiarlo?

In realtà i tecnici del settore hanno più di un sospetto sul funzionamento dei filtri elettromagnetici. Stefano Caserini, docente del Politecnico di Milano, che da tempo smonta le tesi dei negazionisti climatici, ha pubblicato nel 2014 un libro “Aria Pulita” in cui ha passato in rassegna molte bufale propagandate per ridurre l’inquinamento dell’aria. Una scheda di approfondimento riguardava vari tipi di tubi magnetici per ridurre l’inquinamento, e il tubo Dukic ne usciva a pezzi, più o meno come i jeans che mangiano lo smog o la spirale montata da un sindaco leghista sul tetto del municipio di Como per ridurre il PM10 grazie alla «bioionizzazione» dell’aria.

Secondo Caserini, non solo mancano prove dell’efficacia di questi dispositivi, ma la documentazione a supporto è carente. E i test per valutarne l’efficacia non rispettano gli standard minimi del settore. «Ottenere un brevetto non significa dimostrare che il dispositivo funzioni per ridurre l’inquinamento - afferma Caserini - è evidente a qualsiasi tecnico medio del settore che questo tipo di dispositivi non hanno alcuna possibilità di funzionare. Non è un caso che non esistono conferme del loro funzionamento da parte di ricercatori del settore». 

Nel suo scritto, Caserini smontava anche pezzo per pezzo la puntata di Report, descritta come un’operazione di propaganda basata sul nulla: “Ho anche scritto agli autori del servizio di Report per spiegare i problemi - dice il professore - ma non è servito: i fatti contano meno della “narrazione” del complotto». Recentemente Claudio della Volpe, chimico dell’Università di Trento, ha scritto sul blog della Società Chimica Italiana una stroncatura senza appello: ha analizzato i principi chimico fisici del funzionamento sostenuti da Dukic e ha trovato errori gravi.

«In un documento si dichiara che la CO2 diminuisce del 25%, - scrive - ma come possa ridurre la CO2 un dispositivo che incrementa e facilita la combustione non è facile da capire. Che fine fa il carbonio?». In più Ma ha anche citato un rapporto dell’EPA (Agenzia per l’Ambiente, ndr) statunitense che ha condotto prove approfondite su vari dispositivi elettromagnetici montati in serie all’alimentazione del carburante, concludendo che non hanno efficacia.

Insomma, la tesi della ditta italiana in grado di risolvere i problemi mondiali dell’inquinamento ma che viene contrastata da un complotto da parte dei soliti poteri forti, sembra non avere alcun fondamento. Ma aiuta l’audience e le vendite.

Segreti e trucchi per controllare i figli online

La Stampa



App, password e controlli parentali: il kit del perfetto genitore 007. Con un occhio alla sicurezza dei più piccoli e uno alla loro educazione digitale

Alla fine vinceranno loro, i ragazzi: nati con uno smartphone in mano, ne conoscono tutti i segreti, sempre. Ma prima di arrendersi vale almeno la pena di provare. 

Intanto va risolta la questione etica: è giusto spiare? Se la risposta è sì, la tecnologia è relativamente facile da usare, con i controlli parentali che oggi esistono in ogni gadget che si collega alla rete. Si tratta soltanto di studiare un po’ e decidere cosa i ragazzi possano fare con smartphone e tablet. I pericoli sono diversi: acquisti su Store (nei giochi ad esempio), accesso a siti web, uso di app. Per tutti c’è un tastino, un’opzione, un controllo: quelli di Apple permettono ad esempio di impostare un messaggio che avvisa ogni volta che viene acquistato qualcosa sullo store: il pagamento va a buon fine soltanto se autorizzato dal genitore.

Android ha controlli altrettanto efficaci, e addirittura Lg e Samsung su alcuni modelli permettono di impostare una speciale modalità bambino che dà accesso soltanto ad alcune app. Ed è sempre possibile inibire l’apertura di siti non adatti ai minori, ma attenzione a settare correttamente le preferenze della ricerca immagini sul web, magari dedicando qualche minuto a leggere i suggerimenti del Centro per la sicurezza online di Google

Per le app il discorso è più complesso: è possibile impostare una password per permettere di usarne solo alcune, ma come si fa a dire che Whatsapp è di per sé pericolosa? E Snapchat, dove i messaggi si cancellano una volta letti? Un metodo per conciliare controllo e sicurezza è limitare l’accesso a internet solo a certi luoghi: ai più piccoli si può dare uno smartphone, ma senza abbonamento cellulare, così acquisti di app, chat e navigazioni web saranno possibili a casa propria o dagli amici, dove si spera ci sia un adulto in giro.

È uno dei pochi vantaggi dell’ancora scarsa diffusione del wifi pubblico in Italia. Volendo, c’è TimeLock per fissare un limite di tempo all’uso di iPhone e iPad, disabilitando il dispositivo dopo un certo periodo. Forse utile, certamente ansiogeno per i più piccoli. 

Ingrao, la schiena dritta di un eterno sconfitto

La Stampa
riccardo barenghi

Ripubblichiamo l’articolo de La Stampa del 29 marzo 2015 in occasione dei cent’anni di uno dei simboli della sinistra italiana



Una sera d’estate un bambino rifiuta di fare la pipì nel vasino. I genitori insistono ma niente, lui non cede. Per convincerlo il padre gli promette un regalo, qualsiasi regalo. Il bambino accetta lo scambio, fa la sua pipì, guarda il padre e gli fa: «Voglio la luna». Ma nessuno può dargliela, lui si arrabbia e e sbotta: «E io rivoglio la piscia mia».

«Volevo la luna»
Quel bambino oggi compie un secolo e si chiama Pietro Ingrao, e questo episodio lo ha raccontato nella sua autobiografia “Volevo la luna”, pubblicato nel 2006 da Einaudi. Una luna metaforica, chiamiamola comunismo, che Ingrao non ha mai raggiunto. Anche se non ha mai smesso di cercarlo. Nel salotto di casa sua, dove le visite sono limitate a parenti e a pochi amici intimi, ci ritroviamo con la figlia più grande Celeste, suo marito Marco Giorgini e una vecchia amica Giovanna Lumbroso. Ingrao parla poco, stavolta non parla affatto, però ascolta.

La stanza è rimasta la stessa da anni, alle pareti molti quadri, qualcuno di Renato Guttuso e di Renzo Vespignani, tutti con dedica a Pietro e Laura. Ci sono molte foto, quelle di viaggi politici, quelle dei figli – cinque: Celeste, Bruna, Chiara, Renata e Guido – quelle dei nipoti. Che sono otto, più dieci pronipoti e uno in arrivo. C’è anche un’antica scimitarra che gli regalarono «i compagni vietnamiti», costruita col ferro di un aereo americano abbattuto dai vietcong, una foto di Che Guevara «che però piaceva più a mia madre che a mio padre, lui con Cuba non ha mai avuto un rapporto facile», spiega Celeste che nel frattempo gli sta preparando una sorpresa: una torta con cento candeline, naturalmente rosse. 

La moglie Laura
La casa di Ingrao sta nel quartiere Italia, a due passi dalla tangenziale che venne costruita nei primi Anni Settanta. Pietro e Laura l’hanno lasciata solo nel 1976, per tre anni, quando lui fu eletto presidente della Camera e loro due si trasferirono nell’appartamento di Montecitorio. La casa allora restò dominio assoluto del figlio più piccolo, Guido, e dei suoi amici ventenni (tra cui chi scrive) che la trasformarono in un fantastico luogo di ritrovo serale, peraltro protetto da due poliziotti che stazionavano giorno e notte dentro il portone del palazzo. E proprio su quegli anni, Celeste e suo marito raccontano un episodio, anzi due finora sconosciuti.

Durante il sequestro di Aldo Moro, venne ritrovato su un taxi un borsello con dentro un foglietto su cui era appuntato il numero di targa dell’auto di Chiara. Il fatto fu interpretato come un avvertimento, tanto che Pietro riunì tutta la famiglia e disse: «Se fossi sequestrato dalle Br, qualunque cosa dicessi voi non tenetene conto». Si va indietro nel tempo, con la memoria e con le chiacchiere. Ma cent’anni sono tanti, un secolo appunto, quel Novecento che come lui stesso ha detto tante volte è stato il periodo che ha visto i cambiamenti, i terremoti sociali e politici più importanti della storia. Dalla rivoluzione russa al fascismo, dal nazismo alla resistenza, dai lunghi anni di scontro con la Dc al crollo del Muro di Berlino e alla morte del Pci, fino alle guerre moderne, cominciate con quella del Golfo nel ‘91 e non ancora finite. 

Le lotte nel Pci
Una lotta dopo l’altra, col Partito ma anche dentro al partito. Lotte dure, difficili da vincere, e infatti lui nelle tante interviste o conversazioni fatte nel corso del tempo ha sempre enfatizzato con amarezza il risultato ottenuto: «C’è poco da fare, siamo stati sconfitti». E c’è un’altra metafora che sintetizza perfettamente il concetto, una sua poesia di poche parole: «Pensammo una torre/Scavammo nella polvere». Negli Anni Trenta era appassionato di cinema e di poesia. La scossa politica gli è arrivata con la guerra di Spagna, è a quel punto che Ingrao parte per la sua avventura comunista.

Seguirà la resistenza, la clandestinità (il suo nome di battaglia era Guido), la Liberazione, la direzione dell’Unità, il rapporto anche conflittuale con Palmiro Togliatti, il suo famoso editoriale intitolato «Da una parte della barricata» in cui appoggiava l’invasione sovietica dell’Ungheria, di cui non ha mai smesso di pentirsi. E dopo aver scritto quell’articolo, rispettando la disciplina di partito, Ingrao andò a trovare proprio il leader del Pci per comunicargli il suo sgomento per quell’invasione. Togliatti gli rispose secco: «Oggi ho bevuto un bicchiere di vino in più». 

Dopo Togliatti
Dopo la morte di Togliatti Ingrao diventa il leader della minoranza del partito. La sua battaglia per la democrazia interna e la critica al comunismo reale, sfociano nel congresso del 1966, l’Undicesimo, dove Ingrao e i suoi (quelli che qualche anno dopo fecero nascere il manifesto e per questo furono radiati con il voto favorevole del loro stesso maestro, altro episodio di cui Ingrao si è sempre autocriticato ferocemente,) vennero duramente sconfitti: «Cari compagni, mentirei se vi dicessi che mi avete persuaso», dice dalla tribuna. Una frase storica perché esprimeva per la prima volta nella storia del Pci il diritto al dissenso. Il lungo applauso è un omaggio che non cambia i rapporti di forza. Che non cambiarono neanche con la segreteria di Enrico Berlinguer, con cui non ci fu mai una vera sintonia, nonostante la stima reciproca.

Il resto è passato prossimo, lo strappo di Occhetto, l’opposizione del vecchio leader (che all’epoca aveva «solo» 75 anni), l’ennesima sconfitta, la sua uscita solitaria dal Pds, la sua ritrosia ad occuparsi della politica politicante anche perché non ha mai amato i nuovi leader della sinistra, da Occhetto a D’Alema (salvava solo Bertinotti, e non sempre). Pensava molto alla guerra come paradigma del mondo. Era nato durante la Grande guerra, aveva vissuto la «terribile» seconda guerra mondiale, ha marciato per il Vietnam, si è schierato contro tutte le guerre «americane» degli ultimi vent’anni. Compie cent’anni senza essere riuscito a vedere un mondo di pace.