lunedì 31 agosto 2015

Coppia uccisa, la figlia: «Colpa anche dello Stato, Renzi venga qui E Salvini: «Colpa solo dello Stato»

Corriere della sera

La reazione di Rosita Solano dopo aver appreso che per l’omicidio della madre e del padre nelle loro villa di Palagonia è stato fermato un ivoriano di 18 anni

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«È anche colpa dello Stato se i miei genitori sono stati uccisi perché permette a questi migranti di venire qui da noi e di fargli fare quello che vogliono, anche rapinare e uccidere». Reagisce così Rosita Solano, figlia della coppia uccisa - Vincenzo Solano, 68 anni e Mercedes Ibanez, una donna di origini spagnole di 70 - nelle loro villa di Palagonia, dopo aver appreso che la polizia per l’omicidio dei genitori ha fermato un ivoriano di 18 anni, Mamadou Kamara, ospite del Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, distante meno di 10 km dalla casa del delitto. Il tutto mentre si cercano anche potenziali complici: gli investigatori ritengono probabile che il giovane ivoriano non abbia agito da solo. Il sindaco ha proclamato il lutto cittadino.
L’ivoriano sbarcato a Catania l’8 giugno
Il presunto assassino era uno dei 1.143 migranti sbarcati a Catania l’8 giugno scorso, con la nave della marina militare britannica Bulwark. I migranti erano stati salvati il giorno prima in otto distinti interventi al largo della Libia, sette dei quali compiuti dall’unità britannica e uno dalla nave della marina militare italiana Fasan. Con il maxisbarco arrivarono a Catania 979 uomini, 117 donne, otto delle quali incinte, e 47 minorenni.
Uomo sgozzato e donna lanciata dal balcone
Rosita Solano (Ansa)
Rosita Solano (Ansa)

«Renzi venga qui, a spiegare e non a chiedere scusa o a giustificarsi perché i miei genitori ormai sono morti e il Governo deve dirci perché », ha detto ancora Rosita. Parole riprese anche da Matteo Salvini che su Facebook ha scritto «Ha ragione, un abbraccio e una preghiera. Ma non è colpa “anche” dello Stato, è colpa “solo” dello Stato». Commenta le parole di Salvini, la parlamentare del Pd, Silvia Fregolent: «Appena ha la possibilità di fare l’avvoltoio sulle disgrazie altrui, Salvini c’è. Accusare lo Stato è da irresponsabili e serve ad alimentare la paura e soprattutto il suo pane quotidiano: cioè il populismo. Ieri un immigrato ucraino è stato ucciso mentre cercava di fermare dei rapinatori. Questo non giustifica nessuna azione criminale, ma rende palese la violenza verbale e politica di Salvini, a cui non interessa risolvere i problemi ma solo alimentare il clima di odio in questo Paese».

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La dinamica del delitto
La Procura di Caltagirone, guidata da Giuseppe Verzera, ha firmato la richiesta di convalida del fermo dell’indagato da presentare al Gip. Si delinea intanto con maggiore chiarezza la dinamica del duplice delitto, anche se ulteriori particolari potranno emergere dalla doppia autopsia eseguita nell’obitorio dell’ospedale di Caltagirone, che dovrebbe concludersi nella tarda serata di oggi. L’assassino, e sui eventuali complici, sarebbero entrati da una porta secondaria, che era socchiusa.

Poi l’irruzione nella villa, a scopo di rapina: l’aggressione prima all’uomo, ferito mortalmente con un oggetto a punta alla testa e al collo, dove gli ha provocato una lacerazione con fuoriuscita violenta di sangue. La stessa aggressione alla moglie, che poi precipita dal balcone del primo piano, forse durante un tentativo di fuga o perché lanciata giù dall’assassino. Infine la fuga. Ma prima l’ivoriano, secondo l’accusa, si cambia d’abito: ha i pantaloni sporchi di sangue e così ne indossa un paio della vittima, che poi la figlia riconoscerà in un confronto nella sede del commissariato della polizia di Stato di Caltagirone.
Gli striscioni di CasaPound a Palermo
Anche la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha ripreso le parole della figlia. E su Facebook ha scritto: «Rinnovo il cordoglio e la vicinanza alla famiglia Solano. Renzi abbia la decenza di rispondere a Rosita Solano: raggiunga Palagonia e spieghi perché il signor Vincenzo e la signora Mercedes sono stati selvaggiamente uccisi nella loro casa». E ancora: «Lasciamo gli inquirenti fare piena luce su questo barbaro omicidio, ma se fosse confermata la colpevolezza di un profugo ospitato e mantenuto nel Cara di Mineo, lo Stato sarebbe il responsabile morale di quanto accaduto». E la tensione in Sicilia sembra salire. CasaPound Italia ha esposto degli striscioni al porto di Palermo con la scritta «Governo complice degli scafisti. Fuori i clandestini, prima gli italiani!».
Il telefonino
Gli agenti avevano rinvenuto il cellulare sospetto, un computer e una videocamera nel borsone dell’ivoriano ospite del Cara di Mineo. Una pattuglia si è quindi recata dal proprietario del telefonino a Palagonia per accertamenti e ha fatto la tragica scoperta: prima il corpo della donna in cortile, poi quello dell’uomo. Dopo alcuni controlli, in serata l’ivoriano è stato fermato per omicidio. Sui suoi abiti la scientifica della polizia di Stato ha rinvenuto tracce di sangue: l’immigrato, appunto, aveva indossato i vestiti di Vincenzo Solano riconosciuti dalle figlie delle vittime. « È stato un delitto efferato, macabro, con una scena del delitto incredibile - ha detto il procuratore di Caltagirone, Giuseppe Verzera - L’inchiesta non si è conclusa e la coordino io personalmente». Il Cara di Mineo ospita diverse migliaia di persone e la polizia effettua controlli ai varchi costantemente.
Il caporale: «Così abbiamo fermato l’ivoriano»
«Aveva quel borsone e l’abbiamo fermato. Saranno state le 7 di mattina. Abbiamo quindi chiamato la polizia che ha aperto la sacca: dentro c’erano telefonini, un pc portatile una telecamera. Tutto è cominciato così». Il caporale Moena Mazzara, 27 anni, di Napoli, è uno dei due militari dell’Esercito che per primi hanno bloccato l’ivoriano. «Ero all’inizio del mio turno - racconta la soldatessa - insieme al capo del servizio», il caporal maggiore capo scelto Pietro Mazzotta, 40 anni, della provincia di Siracusa.

«Insieme alla polizia - spiega - vigiliamo all’ingresso del Centro e, in genere, fermiamo e controlliamo tutti quelli che entrano con dei borsoni. Abbiamo così fermato l’ivoriano e chiamato un ispettore di polizia che ha aperto la sacca: all’interno c’erano telefonini, un computer e altro materiale sospetto. Da lì sono partite le indagini» che si sono concluse con il fermo dell’extracomunitario. Nel borsone, infatti, sono stati trovati anche pantaloni sporchi di sangue, mentre il telefonino è risultato essere del proprietario della villa. Una pattuglia di carabinieri ha raggiunto la villa pensando di dover raccogliere una denuncia per furto, invece ha scoperto la mattanza.

In carcere per furto il rom liberato dal Cie per merito della Kyenge

Sergio Rame - Lun, 31/08/2015 - 09:53

L'ex ministro si difende: "Sapevamo perfettamente dei suoi precedenti ma mi sono battuta per i suoi diritti"



Un anno fa Cecile Kyenge si batteva per Senad Seferovic, oggi 25enne, e il fratello Andrea per tirarlo fuori dal Cie. Il giudice di pace di Modena le aveva dato ragione avvalendosi del fatto che, non essendo mai stati naturalizzati in Bosnia Erzegovina, i due non avevano alcun documento. Nessuno aveva, però, fatto i conti (o, se li avevano fatti, avevano fatto finta di nulla) con le pendenze giudiziarie dei due fratelli che avevano spinto la Questura a chiederne l'espulsione dall’Italia. Oggi Senad Seferovic è di nuovo in carcere perché, come racconta la Gazzetta di Modena, faceva parte di una banda di ladri di rame.



Mercoledì scorso i carabinieri di Anzola, cittadina in provincia di Bologna hanno arrestato una banda di cinque nomadi che erano stati beccati a Fiorano mentre trasportava un carico di rame appena rubato. Un bottina da circa 40mila euro. Nel gruppo c’era anche Senad. Per tutti il giudice ha convalidato l’arresto con custodia cautelare in carcere. Ora il nomade "liberato" dalla Kyenge si trova al Sant’Anna con l'accusa di furto aggravato e resistenza a pubblico ufficiale. "Sono stato coperto di insulti da un comitato che si era mobilitato per due 'innocenti' che stavano al Cie chissà perché - tuona Carlo Giovanardi - la Questura mi aveva confermato che avevano una sfilza impressionante di denunce.Quanto alla vicenda burocratica, se volevano potevano diventare italiani e invece hanno preferito restare apolidi. 

È chiaro che loro erano al Cie in attesa di espulsione". La difesa diceva che i Seferovic non avevano patria. Ma Giovanardi non è affatto d'accordo: "Ricordo solo che il Cie si chiama Centro di identificazione perché lì devono essere identificati, non fuori. Bisognava espellerli; invece un giudice di pace di Modena ha preferito non applicare la legge e appellarsi alla sua coscienza". E conclude: "A Modena la gente è preoccupata per i reati predatori. Se polizia e magistrati mettono in carcere o al Cie, un giudice di pace può prendere simili decisioni? Se fossero stati innocenti o vittime di un errore sarei stato il primo a chiedere la loro liberazione. Sono per l’integrazione tra modenesi e immigrati onesti ma non quando c’è di mezzo il crimine".

La Kyenge passa subito al contrattacco: "Giovanardi è un senatore e dovrebbe aiutare la popolazione a capire fino in fondo la differenza tra clandestino e delinquente. Invece confonde apposta le cose, intorbida le acque e lo fa lasciando intendere che il Cie è un luogo per immigrati e delinquenti. Sbaglia e lo sa. Gli chiedo di fare un passo indietro e di considerare quanto è pericoloso questo discorso". Poi, però, ammette: "Sapevamo perfettamente dei suoi precedenti e non li abbiamo mai nascosti. Ci siamo battuti per i suoi diritti legati alla mancata cittadinanza. Se era delinquente doveva stare in galera e se lo è oggi ci starà oggi. Ma non doveva stare al Cie. Il carcere non è il Cie. Giovanardi lo sa. Cambi strada e insegni che esiste una possibilità di una nuova convivenza, anche col rigore della legge".

Il vignettista nemico dei padroni che vive in un superattico

Stefano Filippi - Lun, 31/08/2015 - 08:20

Ha una casa di 200 metri quadri nel centro di Roma. E grazie alla fama in tv ha costruito un mini-impero editoriale



È un lutto lungo da elaborare, quello di Vauro Senesi. Rimasto orfano di Michele Santoro e delle fortunate apparizioni televisive sulla Rai e poi su La7, il vignettista più corrosivo e blasfemo d'Italia cerca a fatica nuove strade per non scomparire.

Certo, gli manca quel gettone dorato ottenuto tramite «Michele chi»: mille euro lordi a puntata quand'era in Rai, che a fine anno facevano sui 35mila. Un gruzzolo mica male, roba che tanti operai non vedono nemmeno con il binocolo ma che al compagno Vauro possono servire, ad esempio, per mantenere la modesta dimora romana: un attico di 200 metri quadrati su due piani (quinto e sesto) in via del Viminale, tra il ministero dell'Interno e il Teatro dell'Opera.

Sì, sono soldi quelli di «Annozero» e «Servizio pubblico», ma alla matita più velenosa d'Italia non sono venuti meno gli altri introiti: le vignette sul Fatto quotidiano e il Corriere della Sera , i reportage da Africa e Ucraina, e soprattutto i libri. Vauro ne ha pubblicati una quarantina con diverse case, da Aliberti a Chiarelettere. Francesco Aliberti, fondatore dell'editrice che porta il suo nome e che è stata messa in liquidazione nel 2013 (tre milioni di debiti), è socio del Fatto e qualche anno fa ha tentato di rilanciare il Male , giornale satirico dove Vauro esordì; Chiarelettere è un altro dei principali azionisti del Fatto .

Tutto in casa, sembrerebbe, nel circuito chiuso che comprende il quotidiano di Travaglio, i suoi editori, Santoro. Errore. Perché i libri cui Vauro tiene di più, cioè non le raccolte di vignette ma i suoi romanzi, escono per i tipi di un'altra casa. Opere come «Storia di una professoressa», «Toscani innamorati», «Kualid che non riusciva a sognare» e i lavori scritti a quattro mani con l'inseparabile don Andrea Gallo, testi che magari non entreranno nella storia della letteratura mondiale ma hanno un certo successo di vendite, escono con Piemme. Gruppo Mondadori. Galassia Fininvest. Insomma, il Cavaliere è l'editore di Vauro, come di Roberto Saviano e Fabio Fazio. Un vero imbavagliatore, questo Berlusconi.

Non è dunque la grana che manca a Vauro, anche se Santoro è stato il suo Sant'Euro. È la visibilità, la ribalta televisiva, il far parlare di sé. Privo di Santoro, Vauro è un disegnatore senza carta, e per lui riciclarsi in tv è più difficile che per gli altri santorini come Sandro Ruotolo, Corrado Formigli e Giulia Innocenzi. Il teletribuno era uno scudo formidabile, parava i colpi come nessun altro. Attorno a Vauro aveva eretto una rete di protezione a maglie impenetrabili. Il vignettista satanico poteva dire e scrivere tutto ciò che voleva, poi provvedeva il soccorso rosso a tutelarlo. «La satira è partigiana, l'ho sempre rivendicato»: parole sue. Soprattutto quando puoi insultare e beffeggiare chiunque, dal Padreterno in giù, coperto dall'immunità televisiva.

La squadra di Santoro era fatta di intoccabili e chi provava a infrangere questo muro ne usciva a pezzi, come l'ex direttore generale della Rai Mauro Masi. Nel 2010 il dg tardava a firmare i contratti per Travaglio e Vauro ad «Annozero» (si mercanteggiava sulle cifre): così Santoro lo mandò a «vaffan...bicchiere» in diretta. Un'altra volta Masi tentò di bloccare la messa in onda del programma di Santoro: invano. E quando la Rai sospese Vauro per una puntata dopo una vergognosa vignetta sui morti nel terremoto in Abruzzo, il vignettista passò come una vittima innocente della libertà di stampa.

Il caso più clamoroso fu un'infamante vignetta contro Fiamma Nirenstein, oggi ambasciatrice di Israele in Italia ma al tempo (marzo 2008) candidata al Parlamento con il centrodestra. Vauro la raffigurò con il naso adunco, il fascio, il simbolo del Pdl, la stella di Davide cucita sul petto come nell'epoca nazista e la scritta Fiamma Frankenstein. Una caricatura antisemita che scatenò il finimondo. Con un corsivo sul Riformista Peppino Caldarola rispose ironizzando su una fantasiosa puntata di «Annozero» in cui immaginava che Vauro potesse uscirsene con uno «sporca ebrea».
Apriti cielo. Vauro querelò Caldarola e ne ottenne la condanna a un risarcimento di 25mila euro contro il parere del pm che aveva chiesto l'assoluzione.

Sergio Staino, altro fumettista di sinistra e pure lui toscano, l'inventore di Bobo, definì «forcaiole» le vignette di Vauro. Il quale se ne compiace: «Sono felice quando il mio modo di fare satira viene criticato, troppo apprezzamento significa che qualcosa non va». Balle. Vauro in realtà s'imbufalisce. E alza i toni delle polemiche in modo che s'accorgano di lui pure quanti vivono sereni anche senza i suoi scarabocchi né «Servizio pubblico». Negli ultimi mesi è stato un crescendo. Vauro ha moltiplicato le ospitate nei talk show, dove ha dato libero sfogo alle sue provocazioni caustiche cosciente che la lunga avventura all'ombra di Santoro era avviata verso un rapido epilogo. E sapendo bene che in Italia per la sinistra vale la libertà di insulto.

Ad «Agorà» (Raitre) ha dato del razzista, fascista e istigatore all'odio a Matteo Salvini, che ha lasciato lo studio e annunciato querela: chissà come si troverà il disegnatore vestendo per una volta i panni della vittima anziché del carnefice. A «L'aria che tira» (La7) si è scagliato contro Giorgia Meloni: «Se lei fosse messa in una caserma nuda con vicino delle guardie...». Ad «Announo» (La7) ha inquadrato nell'obiettivo Francesco Storace mentre si discuteva degli anni di piombo. «A me hanno sparato – ha detto l'ex governatore del Lazio – e ho avuto la fortuna che i tuoi compagni non m'hanno ammazzato». E Vauro: «La prossima volta gli dirò di mirare meglio». Risata in studio e poi il passo indietro inutile e tardivo: «Questa è ovviamente una battuta».

La retromarcia intempestiva è una delle specialità del disegnatore pistoiese. Vauro puntò l'indice contro le vignette danesi su Maometto perché «messaggi violenti provocano reazioni violente» salvo poi indossare davanti alle telecamere la maglietta «JeSuisCharlie» considerando martiri del terrore (ma guai ad affiancargli l'aggettivo «islamico») i colleghi che un tempo bollava come irresponsabili agitatori. Si pentì, a scoppio ritardato, anche di aver sottoscritto l'appello che nel 2004 chiedeva alla Francia la liberazione di Cesare Battisti, terrorista rosso. Allora Vauro era ancora al Manifesto .

«Quell'appello non l'ho firmato – ha detto sette anni dopo al Fatto , il giornale che l'aveva indotto ad abbandonare il foglio comunista -. Un amico appose la mia firma, che io poi non ritirai per rispetto dell'amico». Firmò a sua insaputa. Vauro come Scajola: chi l'avrebbe detto. A quando un passo indietro anche dagli estremisti No-Tav?

Fratello Pelù, che c… dici?

Francesco Maria Del Vigo

Francesco Maria Del Vigo

Faccio una premessa. Piero Pelù mi sta simpatico. Qualche anno fa mi è capitato di intervistarlo per il Giornale. Era il periodo in cui diceva che Pd non è il nome di un partito ma l’acronimo di una bestemmia e sosteneva che il padre di Renzi fosse gran maestro di non si sa quale immaginifica loggia massonica. Durante l’intervista fu spiritosissimo e autoironico, mi congedó con uno “stai rock fratello”. Sublime. Vado oltre: mi piacciono pure le sue canzoni (alcune) e credo che sia un personaggio televisivo divertente e folcloristico.

Stop. Fine della sviolinata. Anzi dell’assolo di chitarra elettrica. Ma il problema di Pelù è che non è solo quel Pelù lì, ma è anche il solito artista che si crede Masaniello e davanti al pubblico pagante si esibisce in rampogne politiche non richieste. Lo ha sempre fatto, nei vent’anni di berlusconismo governante ha infarcito le sue esibizioni di pestiferi e variopinti insulti contro il Cavaliere. Il quale, saggiamente, se ne è sempre fregato. Ora Pelù, segue la corrente, e torna a fare l’arruffapubblico prendendosela col bersaglio di turno: Matteo Salvini. Il luciferino cantante durante un concerto lo ha accusato di essere un neonazista.

Una sonora e canora stupidaggine. Se Salvini è nazista io sono Leonardo Di Caprio. Date un’occhiata alla foto in alto a destra per prendere le misure alla cretinata che ha detto. Ecco, avete capito. Salvini lo ha querelato, secondo me sbagliando. Quello di Pelù è ovviamente un insulto pesantissimo e i cantanti si chiamano cantanti perché cantano, non perché fanno politica, altrimenti si chiamerebbero comizianti. Non se ne può più dei deliri di chi pensa che il successo in un campo gli dia l’autorevolezza per sproloquiare su tutto lo scibile umano. Ma i tribunali sono già abbastanza intasati di scartoffie…

E poi stiamo parlando di Pelù, non di Stephen Hawking, insomma di uno che ha una certa familiarità con le bischerate. Peró, fratello Piero, perché non stai un po’ più rock e ti occupi un po’ meno di politica?

Se il coniglio diventasse leone

Alessandro Sallusti - Ven, 28/08/2015 - 14:38

Marino e la sua squadra sono di fatto stati giudicati incapaci di intendere e volere ma rimarranno al loro posto

Roma è mafiosa ma solo a metà, o se preferite solo un po'. È questa la ridicola conclusione della commissione che sotto la guida del ministro degli Interni Angelino Alfano e del premier Renzi ha indagato sui fatti e sui misfatti della giunta Marino.



Il sindaco e la sua squadra sono di fatto stati giudicati incapaci di intendere e volere ma rimarranno al loro posto sia pure esautorati e commissariati dal prefetto e da una squadra di tecnici con pieni poteri. Una soluzione imbarazzante che evita l'onta dello scioglimento per mafia del consiglio comunale della Capitale ma che impedisce ai romani di scegliersi un nuovo sindaco e una nuova classe dirigente attraverso libere elezioni. Il perché è ovvio. Ammettere fino in fondo che il governo di Roma sia stato colluso con la mafia avrebbe significato decretare che il Pd, partito di maggioranza e del sindaco, è amico e in affari con Cosa nostra.

La cosa è vera e certificata in atti giudiziari ma cozza con la teoria della superiorità morale ed etica dei compagnucci. Immaginiamo quindi che il segretario del Pd Matteo Renzi abbia telefonato al premier Matteo Renzi affinché mettesse una buona parola con il suo ministro degli Interni, si fa per dire, Angelino Alfano perché usasse un occhio di riguardo nei confronti del partito che fu di Berlinguer. Ed evidentemente, visti i risultati, il premier Renzi ha usato col suo sottoposto argomenti molto convincenti, per non dire convenienti.

Il secondo motivo per cui Renzi e Alfano non potevano decidere lo scioglimento del consiglio comunale è ancora più semplice. Con nuove elezioni, è certo, la sinistra avrebbe perso il governo della Capitale e la gestione del fiume di soldi - l'ennesimo - che si sta riversando su Roma grazie al Giubileo. Con pure il rischio di consegnare Campidoglio e Giubileo agli odiati grillini. Meglio una figura di palta che Grillo ottavo re di Roma.

In tutto questo resta il mistero del povero Ignazio Marino, sindaco di un governo comunale mafioso solo un po' e pure a sua insaputa. Lo hanno usato come paravento, poi lo hanno sputtanato e ora umiliato. L'uomo, scomparso dagli schermi radar della Capitale (offeso, sta facendo il sub ai Caraibi) avrebbe l'occasione d'oro per riscattare una vita mediocre che sta finendo in farsa: dimettersi, provocando lui le elezioni anticipate. Uno scatto di orgoglio e dignità, uno schiaffo al suo partito e a Renzi, che lo detestano e lo considerano una marionetta nelle loro mani. Sarebbe da applauso. Ma non si può pretendere che un coniglio un mattino si svegli leone. Peccato.

Il costo vero degli immigrati? Nessuno lo sa

Nicola Porro

Nicola Porro

Aveva ragione un grande liberale come Sergio Ricossa che scriveva: Gli intellettuali di sinistra amano il popolo come astrazione, lo guardano dall’alto, da un palco. Oggi quelle lenti astratte con cui si guarda al popolo si chiamano austerity. In funzione della quale si sono commessi i peggiori crimini fiscali. Che si tratti di un’astrazione e del fatto che siamo osservati dall’alto, lo dimostra con tutta evidenza il caso della violenta ondata di immigrazione che l’Italia sta subendo. Facciamo un passo indietro.

Abbiamo reintrodotto la tassa sulla prima casa poiché, si diceva, stavamo fallendo o in alternativa si affermava che eravamo gli unici a non averla. Si tollera un sistema di welfare sui più deboli e senza lavoro da terzo mondo, poiché c’è un vincolo di bilancio che non permette di avere la manica più larga. Si affrontano le emergenze, dalle frane ai recenti tornado in Veneto, con l’occhio attento del contabile.

Non siamo impazziti.

Non amiamo la spesa pubblica e continuiamo a ritenere che lo Stato migliore sia quello minimo. Non vogliamo più spesa pubblica, per il semplice e banale fatto che siamo noi a finanziarla con le tasse. Per questo ci chiediamo una cosa semplice, aritmetica. Perché esiste, nel nostro paese, un vincolo di bilancio su tutto: dal welfare ai terremoti, e non esiste un tetto alla spesa per l’immigrazione?

È banale, ma è mai possibile che nessun documento ufficiale, nessuna dichiarazione ministeriale ci ha mai fatto capire quanto l’Italia, complessivamente, ha messo a bilancio per affrontare il problema immigrati. In questo caso sembrano venire meno i medesimi vincoli di bilancio, che esistono per ogni altra attività pubblica. Il diritto da tutelare (l’accoglienza degli immigrati) è forse sovraordinato a tutti gli altri diffusi bisogni che oggi la collettività che paga le tasse sente suoi?

Perché la politica riduce tutto ad un dato ragioneristico e non altrettanto avviene sull’immigrazione? Ci hanno spigato che sanità, pensioni, stipendi, scuole, giustizia, polizia devono contenere le loro richieste entro limiti fissati. Esiste un confine economico alla spesa per l’accoglienza? Non porsi il problema è volerlo nascondere.

Gli intellettuali dal loro palco ci diranno che siamo dei cinici economisti. In realtà ribaltiamo esattamente lo stesso ragionamento che essi ci fanno quando chiediamo di mettere un po’ di benzina nel motore di un’economia che non gira: se ogni attività pubblica oggi cade sotto la mannaia della dura legge dell’austerity perché ce ne è una al di fuori del

Troppo traffico, a Teheran tornano le moto-taxi

La Stampa
maurizio molinari

Il sindaco della capitale dell’Iran ha autorizzato l’attività che era ritenuta troppo «occidentale»



In Iran tornano le moto-taxi. A Teheran erano molto diffuse all’epoca dello Shah ma dopo la rivoluzione khomeinista del 1979 vennero proibite perchè considerate troppo “occidentali” e inappropriate alle donne. Le autorità rivoluzionarie temevano inoltre che le moto-taxi, con motori potenti, avrebbero potuto essere adoperate per azioni militari da parte degli oppositori. 

Ma ora la Repubblica Islamica cambia approccio e consente una timida ripresa del fenomeno, andando incontro alle richieste della popolazione. Nelle maggiori strade di Teheran singoli bikers potranno fare i tassisti anche se con alcune limitazioni ovvero prendendo solo passeggeri uomini e operando solo per un weekend al mese. Il sindaco di Teheran ha avallato il provvedimento nel tentativo di fronteggiare traffico e inquinamento che pesano in maniera crescente sulla vita dei residenti.

La bici a scatto fisso degli hipster fa impazzire la Google car

La Repubblica

Il software della macchina senza guidatore è andato in tilt e ha provocato un insolito "balletto" alla vettura di Mountain View.  E' avvenuto ad Austin, in Texas

La bici a scatto fisso degli hipster fa impazzire la Google car

Una Google car (di quelle senza guidatore in via di sperimentazione) è impazzita quando a un grande incrocio ad Austin, in Texas, le si è affiancato un hipster in bici. Lo ha scritto ieri Business Insider. Ora, gli hipster sono approssimativamente quella tribù il cui stile è contrassegnato (tra le altre cose) dal doppio taglio, le barbe lunghe e curate, i tatuaggi "old school", i pantaloni skinny e corti. Nonché dalla passione vintage per la bici a scatto fisso. Questo tipo di bici si distingue dalle altre per avere un solo rapporto possibile e nessun meccanismo di ruota libera. Considerando che la pedalata segue il movimento della ruota posteriore, non è possibile pedalare a vuoto all'indietro né smettere di pedalare a meno di non frenare bruscamente. Naturalmente questa due ruote nel secolo scorso - quando vennero applicati i freni - sparì dalla circolazione perché pericolosa e scomoda, rimanendo una particolarità da velodromo.

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Agli hipster, invece, nel 2015 piace perché è "old school" come i tatuaggi, la linea è pulita in quanto non ci sono fili ed è davvero anticonformista. Per rallentare bisogna agire con grande perizia sui pedali, o derapare e soprattutto contare sulla fortuna. In più, però, si può fare un giochino divertente. Quando ci si ferma per esempio a un semaforo, con un pò di allenamento, si possono non posare mai i piedi sull'asfalto, ovvero, dare un colpetto in avanti e uno all'indietro per mantenere l'equilibrio, mente la bici procede e retrocede ritmicamente di qualche centimetro. Se sei un vero hipster devi saperlo fare. Negli Usa lo chiamano "trackstand". E' troppo cool.

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E quello che si è accostato alla Google car al famoso incrocio di Austin in Texas evidentemente lo era: un vero hipster molto cool. Il sensore laterale della vettura, però, ha identificato l'elegantissimo "trackstand" come un comportamento anomalo e illogico e si è quindi mossa un pò in avanti, poi si è bloccata, poi è ripartita per fermarsi nuovamente per un certo tempo. E' entrata in confusione, insomma. "Questo balletto è durato per circa due minuti mentre i due ragazzi dentro ridevano e digitavano su un computer", ha scritto il ciclista in un forum web. Si è comunque detto più tranquillo con l'auto senza guidatore che con un umano al volante. Gli ingegneri di Google dovranno quindi riprogrammare il software, tenendo conto anche degli hipster.

E per diventare un vero hipster esperto di bici fixie, c'è sempre wikipedia in cui si legge: "Negli ultimi anni dagli Stati Uniti si è diffuso un uso urbano delle biciclette a scatto fisso a partire dai bike messenger (i pony express in bicicletta, ndr.) Fino all'utilizzo per trick. Questi prediligono la bici a scatto fisso per la sua leggerezza ed agilità, che la rendono un mezzo ideale per districarsi nel traffico delle città più o meno grandi. Pregi non secondari sono inoltre la sua composizione spartana: riducendo all'essenziale il numero di parti, vi sono meno componenti che possono essere soggette a furti, e allo stesso tempo è richiesta una manutenzione molto meno impegnativa di una bici tradizionale. Anche in italia sta iniziando a diffondersi l'uso urbano di questo tipo di bici, sebbene l'uso di biciclette senza dispositivi autonomi di frenatura sia contro la legge, in quanto in contrasto con l'art. 68, Comma 1, lettera a del codice della strada".

domenica 30 agosto 2015

Catania, coppia uccisa in casa durante rapina. Indagini su ospite del centro di Cara di Mineo

La Stampa

Palagonia, lui sgozzato e lei giù da balcone. Un cittadino originario della Costa d’Avorio fermato con computer, videocamera e telefonino delle vittime



Una coppia è stata trovata morta nella sua villetta di Palagonia (Catania). L’uomo è stato sgozzato, la donna è stata lanciata dal balcone. La scoperta è stata fatta dalla polizia di Stato dopo controlli sul ritrovamento di un telefonino rubato. Gli investigatori stanno vagliando la posizione di un cittadino straniero. 

L’uomo si chiamava Vincenzo Solano, aveva 68 anni ed è morto dissanguato. Aveva un taglio profondo alla gola. La moglie, settantenne, era di origine spagnola e si chiamava Mercedes Ibanez. È stata trovata sotto un balcone dal quale, presumibilmente, è stata scaraventata giù.

Le indagini sono state avviate dopo che la polizia di Stato all’ingresso dal Cara di Mineo, nell’ambito di controlli continui, ha trovato un uomo della Costa d’Avorio in possesso di cellulare, computer e videocamera in un suo borsone. 

L’extracomunitario, originario della Costa d’Avorio, stava passando i controlli per rientrare al Centro accoglienza richiedenti di asilo di Mineo, quando è stato bloccato dalla Polizia di Stato. Le verifiche al varco del Cara, dove ci sono diverse migliaia di ospiti, sono state intensificate da parte delle forze dell’ordine e sono costanti 24 ore su 24.

Nel borsone che l’uomo aveva con sé la polizia di stato ha trovato telefonini, un pc portatile e una telecamera. Gli agenti hanno chiesto dei chiarimenti senza ottenerne. Sono così scattati i controlli su un cellulare e gli investigatori sono risaliti al proprietario e al suo indirizzo a Palagonia. Sul posto si è recata una pattuglia di carabinieri che ha trovato il corpo della donna nel cortile della villetta della coppia e quello dell’uomo in casa, sgozzato.

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Nella casa sono anche arrivati investigatori della squadra mobile della Questura di Catania e del commissariato della Polizia di Stato di Caltagirone per le indagini del caso. L’inchiesta per il duplice omicidio è coordinata dal procuratore di Caltagirone, Giuseppe Verzera.
Secondo il racconto di alcuni vicini, sconvolti dalla tragedia, la coppia era rientrata in Italia da una decina di anni. Prima aveva vissuto in Germania, dove lavorava. In paese era conosciuta come una famiglia molto tranquilla.

Che giorno è oggi? Perché ci confondiamo con gli infrasettimanali e mai nel week end

La Stampa
elena masuelli

Uno studio inglese lega l’errore alla differenza di caratterizzazione



«Pensavo fosse solo mercoledì, invece siamo già a giovedì». Non è la semplice disattenzione, ma un vero inganno della mente, che ci fa sbagliare: perdere il conto dei giorni della settimana è frequente e non dipende dall’età. Succede a oltre un terzo delle persone. A dirlo sono i risultati di uno studio inglese pubblicato sulla rivista scientifica internazionale “PLoS ONE”, che spiega perché sia così facile confondersi, soprattutto tra gli infrasettimanali. A correre meno il rischio di esser scambiati sono il lunedì e il venerdì, dotati di una sorta di “identità”. Ricercatori inglesi delle università di York, Lincoln e Hertfordshire hanno chiesto ai partecipanti allo studio quali parole sono più fortemente associate a determinati giorni. 

Lunedì “noioso” e “stanco”, di venerdì la “libertà” di “partire”
Meno confusi perché hanno le rappresentazioni mentali più forti: lunedì e venerdì sono vicini al fine settimana, anche se con connotazioni diametralmente opposte, per questo sono anche quelli su cui più rapidamente si risponde alla domanda «Che giorno è oggi?». Il primo è legato a termini negativi come “noioso” e “stanco” e il secondo a parole positive come “libertà” e “partire”. Martedì, mercoledì e giovedì, invece, sono meno caratterizzati, pochi termini forniti in associazione a ciascuno di loro dagli intervistati, estremamente simili fra loro, e ciò li rende più confondibili, cosa che ha fatto ben un terzo dei partecipanti. E anche chi non li ha confusi, ci ha messo più tempo a individuarli. Persino facendo ricerche su Google si trovano meno associazioni in pagine web o libri. 

Che giorno è oggi?
Tutto dipende dal modo in cui rappresentiamo, nella nostra mente, il tradizionale ciclo di tempo convenzionalmente costruito su 7 giorni che segna il ritmo della nostra vita. «Il ciclo settimanale viene ripetuto per tutti noi sin dalla nascita, questo si traduce nel fatto che ogni giorno della settimana acquisisce il suo carattere», secondo David Ellis, della Scuola di Psicologia dell’Università di Lincoln. A complicare il conto ci si mettono i giorni festivi e la transizione tra la settimana di lavoro e il week-end svolge un ruolo. Secondo lo studio, in una settimana che comincia con una festività il numero degli errori è salito a più di metà, con molti intervistati che sentivano come se fossero un giorno indietro nel ciclo dei 7. 

I giorni della settimana nelle canzoni
Fattori culturali, inoltre, possono contribuire a spiegare questi risultati. «Uno dei motivi per cui i giorni infrasettimanali evocano un minor numero di associazioni potrebbe essere legato a quanto raramente si verificano nel linguaggio naturale, fornendo così minori opportunità di abbinamento - suggerisce il co-autore Rob Jenkins, del Dipartimento di Psicologia presso l’Università di York-. Per esempio, abbiamo una grande varietà di canzoni pop che fanno uso di lunedì e venerdì, mentre sono raramente utilizzati i giorni infrasettimanali». Il lunedì lo si trova già nel titolo di canzoni dei Duran Duran, Vasco Rossi, Verdena, Niccolò Fabi e Samuele Bersani, mentre Cure, Genesis, Fabri Fibra, Max Pezzali e Guccini hanno preso spunto per i loro testi dal giorno dedicato a Venere. Sabato e Domenica, che già non confondiamo, la fanno da padrone.

C’è (troppa) posta per te: l’incubo mail al ritorno in ufficio

La Stampa
bruno ruffilli

Il sistema di messaggi elettronici è un po’ tutto: pubblicità, agenda, rubrica, archivio Quasi impossibile fare pulizia, ma adesso ci sono sistemi che selezionano per noi



Travolta dai messaggi e dalle chat, più volte la mail è stata dichiarata finita; eppure resiste, retaggio di un’era in cui internet era all’inizio e nessuno aveva capito ancora a cosa servisse. La posta elettronica era un’ottima risposta: permetteva di scriversi subito, senza francobolli e senza postini. Oggi è un po’ tutto: pubblicità, agenda, rubrica, archivio. E così, al ritorno dalle vacanze, è inevitabile trovarsi la casella piena, sommersi da mail che sollecitano attenzione, e quasi sempre anche una risposta.

L’attenzione
La situazione non è migliorata con la diffusione degli smartphone: è vero che è possibile dare un’occhiata ai messaggi di lavoro anche dalla barca a vela o dal rifugio alpino, ma non sempre si ha modo di leggere per intero la mail o rispondere. Spesso un’occhiata basta per capire di cosa si tratta, dall’intestazione o dalle prime righe, e poi si rinvia la risposta a un altro momento. L’attenzione fluttua, senza l’urgenza del lavoro a dettare tempi e modi delle risposte, gli schermi sono piccoli, il touchscreen non è il massimo per scrivere, e così al rientro il lavoro è doppio: ritrovare la mail, rileggerla, replicare. Se proprio si decide di controllare la casella postale anche in vacanza, meglio quindi rispondere subito, sia pure brevemente.

E cancellare all’istante i messaggi inutili, non foss’altro per liberare spazio e velocizzare le ricerche. Chi ha uno smartwatch, poi, è più a rischio ingolfamento della casella postale: la soglia di attenzione è ancora inferiore, basta uno sguardo distratto per sapere da chi arriva la mail, e molti modelli non permettono di cancellare i messaggi o rispondere direttamente dall’orologio, obbligando a usare lo smartphone per farlo. Così la soluzione più semplice è disattivare le notifiche sullo smartwatch e controllare le mail sul telefono una o due volte al giorno. È una regola che vale anche quando non si è in vacanza: secondo una recente ricerca, infatti, ogni volta che si interrompe il lavoro per controllare la posta elettronica servono poi 25 minuti per tornare all’occupazione precedente.

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Zero
L’obiettivo si chiama «inbox zero»: far sì che nella posta in arrivo non ci siano mai messaggi non letti o in attesa di risposta, così da non portarsi dietro ogni giorno il fardello delle mail inevase. Dopo anni di dibattiti online, manuali, libri, corsi e seminari, nessuno ha veramente trovato il modo di arrivare al Nirvana della mail, e soprattutto di rimanerci per più di qualche minuto. Alcuni criteri generali tuttavia esistono, e possono tornare utili per gestire le mail ogni giorno, cominciando proprio da quelle accumulate durante le vacanze.

Intanto, è bene rispondere subito a tutti i messaggi che richiedono poco tempo, diciamo meno di due minuti. Per questioni più complesse, invece, vale il principio del divide et impera: organizzare le mail in cartelle, o contrassegnarle con colori diversi, per valutarle poi gruppo per gruppo. C’è bisogno di impegno e ordine mentale; per questo esistono anche app che provvedono automaticamente, come Inbox di Google (per chi usa Gmail), che identifica il mittente, separa i messaggi per categorie (social, promozioni, aggiornamenti, viaggi, ecc) e permette di gestire più facilmente la casella postale.

Il sistema accede alle mail, le legge e col tempo impara le nostre abitudini: è un software, ma lavora come una segretaria; è gratuito ma si paga con la pubblicità. Interessanti alternative sono Mailstrom e Mailbox ; da provare anche Geronimo , appena uscita, che divide le mail in una schermata al giorno e con un tap permette di spostarle tra quelle cui rispondere in seguito, inserire nella lista di cose da fare, segnalarle come spam. Originale e intelligente, richiede però un po’ di tempo per farci l’abitudine (e c’è la lista di attesa per potersi iscrivere).

Pulizia
La buona notizia è che lo spam diminuisce, e secondo uno studio di Symantec quest’anno, le mail inutili e non richieste sono scese a livello globale al 49,7 per cento, il dato più basso da dodici anni in qua. Pubblicità, offerte speciali, comunicazioni non volute si possono limitare: intanto, provando a leggere la mail, dove dovrebbe essere indicato il modo per cancellarsi dalla lista, o chiedendo al mittente di non inviare altri messaggi. Senza lamentarsi troppo, perché con ogni probabilità siamo stati noi stessi a dare il consenso, magari dimenticando di deselezionare un’opzione o scorrendo con troppa leggerezza le condizioni per iscriverci a un sito.

Da qualche tempo esiste Unroll.me, un servizio gratuito che consente di cancellare in blocco le iscrizioni a newsletter o mailing list: è efficace, ma funziona solo con account Yahoo!, Outlook.com o Gmail. Alla Inbox zero sarà difficile arrivare, ma c’è sempre l’opzione estrema: selezionare tutte le mail da leggere, trascinarle nel cestino e cancellare tutto. Forse non potremo contattare l’avvocato ugandese per il bonifico da 100 milioni di dollari della lotteria che abbiamo vinto, ma il rientro dalle vacanze sarà più facile.

Bermuda, mini e infradito vietati Il dress code dei presidi

Corriere della sera


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Vietati i bermuda

2
Niente minigonne

3
Ammessi invece i pantaloni sotto il ginocchio, a pinocchietto

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Assolutamente da sconsigliare i pantaloni calati da cui si intravvedono le mutande

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Per le ragazze, meglio i bermuda della mini

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Le infradito vanno bene in spiaggia, non a scuola

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Anche le magliette troppo aderenti, con muscoli e forme in vista, sarebbero da evitare

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Meglio anche che le ragazze ma anche i ragazzi evitino le canottiere

Il 28 settembre la luna sarà "di sangue": "Un cattivo presagio, la fine del mondo"

Il Messaggero



Alcuni già parlano di apocalisse. Il 28 settembre la luna dovrebbe tingersi di rosso.

Il fenomeno è definito "Luna di sangue" e si verificherà perchè intorno alle 2 di notte, tra la domenica e il lunedì, la luna si avvicinerà particolarmente alla terra. Verso le 3 del mattino la luna sarà offuscata dalla terra e in linea con il sole e questo le darà il colore purpureo che alcuni vedono come presagio di sciagure.

Intorno alle 4,30 la luna sarà di nuovo visibile del colore con cui l'abbiamo sempre vista, senza conseguenza alcuna, secondo gli scienziati.

C'è chi invece parla di complotti e di fine del mondo, come riporta Metro. La spiegazione scientifica non ha convinto molte persone e in rete si sta diffondendo la convinzione che quella notte succederà qualcosa di misterioso e pericoloso.

Sabato 29 Agosto 2015, 16:15 - Ultimo aggiornamento: 16:18

Antibufala: “Luna di sangue” il 28 settembre, ciarlatani annunciano la fine del mondo

Il Disinformatico



Senza il minimo accenno di vergogna, Il Messaggeropubblica l'ennesima fesseria astronomica catastrofista. “Il 28 settembre la luna dovrebbe tingersi di rosso.

Il fenomeno è definito "Luna di sangue" e si verificherà perchè intorno alle 2 di notte, tra la domenica e il lunedì, la luna si avvicinerà particolarmente alla terra... La spiegazione scientifica non ha convinto molte persone e in rete si sta diffondendo la convinzione che quella notte succederà qualcosa di misterioso e pericoloso”. Addirittura il titolo parla di “fine del mondo”.

Lo stesso articolo, praticamente parola per parola, viene pubblicato da MSN.com, nientemeno che nella sezione “tecnologia e scienza”.

No, no, no, no e ancora no. Semplicemente, il 28 settembre ci sarà una normale eclissi di luna, durante la quale, come al solito, la Luna assumerà un colore rossastro perché la luce solare che la illumina passerà attraverso l'atmosfera terrestre e ne verrà filtrata. Non c'entra nulla la distanza fra la Terra e la Luna.

Oltretutto questa distanza non sarà affatto particolare: il 28 settembre prossimo la Luna sarà infatti a 356.000 chilometri dalla Terra, ossia alla distanza che raggiunge una volta ogni 27 giorni.


Variazione periodica della distanza Terra-Luna
in migliaia di km (WolframAlpha)

Mentre orbita intorno alla Terra, infatti, la Luna varia la propria distanza fra 404.000 e 356.000 chilometri. Lo fa sempre, da tempo immemorabile, ogni 27 giorni e spiccioli (27.322, per la precisione). Questa volta il momento di minima distanza coincide con una Luna piena e con un'eclissi, ma la cosa è assolutamente normale e per niente rara: per saperlo basta consultare per esempio siti di astronomia come Timeanddate oppure Earthsky o anche semplicemente un giornale generalista decente come The Independent.

Non si capisce perché mai una comune eclissi di Luna debba essere segno di catastrofe. O meglio, lo si capisce se si bazzica il bizzarro mondo di quelli che ancora non si sono resi conto che la Bibbia non è un manuale di astronomia ma hanno capito benissimo che è un ottimo pretesto per spillare soldi alla gente.

Ci sono infatti vari predicatori cristiani ed ebrei, come John Hagee della Cornerstone Church in Texas e Mark Blitz degli El Shaddai Ministries nello stato di Washington (ma non solo loro), che secondo l'Express stanno annunciando ai propri fedeli che il 28 settembre ci sarà il secondo avvento di Cristo.

Loro, che sono più furbi, dicono che l'hanno capito perché l'eclissi del 28 settembre è la quarta di una tetrade biblica, ossia di una sequenza di quattro eclissi lunari totali consecutive che coincidono con festività del calendario ebraico. E siccome nelle altre occasioni recenti nelle quali ci sono state tetradi bibliche (1493-1494, 1949-1950, 1967-1968) sono successi eventi importanti per il mondo (in particolare per gli ebrei), allora anche stavolta deve succedere qualcosa di grosso.

Guarda caso, Hagee e Blitz hanno appena pubblicato due libri sull'argomento. Libri che naturalmente si fanno pagare. Cosa se ne farebbero dei soldi incassati vendendoli, se davvero dovesse arrivare Gesù Cristo a proclamare la fine del mondo terreno, non si sa ed è meglio non chiedere. Sembra quasi che siano loro i primi a non credere alle cose che dicono.

Io non sono un televangelista, ma faccio lo stesso una profezia, anzi ne faccio quattro, così creo anch'io la mia tetrade: il 28 settembre 2015 ci godremo una bella eclissi di Luna, non ci sarà la seconda venuta di Cristo, i telepredicatori faranno una figura da cialtroni che verrà prontamente perdonata e dimenticata dai loro seguaci e i giornalisti continueranno a pubblicare queste cretinate, che verranno prontamente perdonate e dimenticate da quell'Ordine dei Giornalisti che in teoria dovrebbe vigilare sul rispetto della deontologia professionale.

Se “in rete si sta diffondendo la convinzione che quella notte succederà qualcosa di misterioso e pericoloso”, è anche colpa del giornalismo irresponsabile come quello del Messaggero, che invece di far scrivere qualcosa di sensato e interessante a un astronomo preferisce fare copiaincolla da giornali come Metro o Leggo, favorire i ciarlatani e menar gramo pur di attirare qualche clic in più. Che pena.

sabato 29 agosto 2015

Netanyahu: «Italiani, voi sbagliate. Pagate troppe tasse». E lo spiega con un grafico sul retro del menù

Corriere della sera

di Elisabetta Soglio

Il premier all’Expo prende un foglio e traccia la curva di Laffer: ecco dove sbagliate

La curva di Laffer disegnata da Netanyahu sul retro del menù all’Expo

Prima ha sgranato gli occhi: «What?!». Poi ha chiesto una penna e, disegnando un grafico sul retro del foglio con il menù della cena, Benjamin Netanyahu ha improvvisato la lezione di fiscalità. Suo interlocutore, nella saletta riservata del ristorante di Palazzo Italia, il commissario unico di Expo Giuseppe Sala. Proviamo a ricostruire la scena.

Siamo, giovedì sera, al termine della visita (blindatissima) di Netanyahu all’Expo: padiglione di Israele, poi Cina, Stati Uniti e infine lo spazio italiano. Tutto bellissimo, «un grande successo», ripete lui davanti ai microfoni e in separate sedi. Al tavolo del ristorante gestito da Peck siedono anche la moglie del premier israeliano, Sara, e il commissario del Padiglione Italia Diana Bracco.

Si parla ancora di Expo, «un’organizzazione davvero incredibile per un evento con così tante complessità», si complimenta. Poi la politica interna: «Ho sentito che il vostro primo ministro Matteo Renzi sta avviando una manovra per abbattere le tasse», è lo spunto. Ed ecco la domanda a Sala: «Ma lei quanto paga di tasse?». «Mah, circa il 50 per cento. Stupore di Netanyahu: «Come?!». Il premier scuote la testa e chiede a Sala una penna. La discussione si anima e interviene anche Diana Bracco, che è imprenditrice ed è stata ai vertici dell’associazione degli industriali: «Per le aziende è peggio, la tassazione in Italia è altissima».

Arriva il cameriere con la penna e Netanyahu illustra il principio della curva di Laffer (COS’È): su un asse c’è il «tax rate», l’aliquota fiscale e sull’altro le «tax revenues», le entrate fiscali. Se tu tieni al massimo di 100 o al minimo di 0 (zero, ndr) le tasse, quello che incassi è sempre zero. Se tracci però la curva che incrocia i due dati, trovi un punto di equilibrio e verifichi che risali questa curva solo diminuendo le tasse. «Noi abbiamo fatto così — garantisce il premier israeliano — e ha funzionato.

Siamo riusciti a tagliare l’aliquota fiscale dal 36 al 25 per cento e gli introiti fiscali sono cresciuti». Netanyahu, che fino al 2005 è stato ministro delle Finanze, garantisce che la teoria funzioni. Sala e Bracco ascoltano e memorizzano la curva di Laffer. La cena, dopo il risotto alla milanese, prosegue con il «branzino all’amo arrostito in foglie di lattuga, bottarga e vellutata di zucchine in fiore». Sala piega il foglio dove, dietro agli elaborati nomi dei piatti serviti, c’è la ricetta per pagare meno tasse garantendo più entrate allo Stato: «Posso conservarlo? chiede a Netanyahu. «Certo, non è un segreto».

29 agosto 2015 (modifica il 29 agosto 2015 | 17:46)

Tripadvisor boccia gli hotel ​che ospitano i profughi

Francesco Curridori - Ven, 28/08/2015 - 20:27

Le recensioni negative danneggiano le strutture alberghiere del Bresciano. E c'è chi denuncia: persa la nostra clientela italiana



I proprietari dell’albergo Tre Lampione di Toscolano, in provincia di Brescia, hanno ricevuto lamentele per il “tanfo dei corridoi” e hanno dovuto ammettere di aver perso la clientela italiana. “I richiedenti asilo – hanno dichiarato - non disturbavano nessuno ma ora qui sono rimasti solo loro”.

Il Nigahotel di Azzano è stato definito su Tripadvisor “un hotel decrepito adibito a centro d' accoglienza” e, nonostante abbia ancora un buon punteggio su Booking (8,1), ha visto perdere per strada la clientela migliore.

Aldo Nicoli, imprenditore che ospita 80 profughi tra Lonato, Gambara e Montichiari, racconta: “Abbiamo dovuto chiudere il ristorante dell' Alligalli di Lonato perché la voce sui migranti si è sparsa e non veniva più nessuno”.

Commenti del tipo: “Alla larga dal ristorante-albergo, ospitano clandestini”. Per un albergo della periferia di Brescia gli ex clienti hanno scritto: “L'accoglienza è affidata a un groppuscolo di immigrati che gioca a carte. Le camere confinano con quelle lasciate in balia dei profughi con tanfi nauseabondi acuiti dal caldo e dalla mancanza di un adeguato sistema di condizionamento. La colazione meglio farla in un bar qualunque per evitare di dover sgomitare con qualche richiedente per un cornetto e il caffè”.

Nel frattempo il territorio della provincia di Brescia è al collasso, a detto dello stesso prefetto Valerio Valenti che conferma: “La situazione è già serissima e preoccupa il trend inarrestabile”. “Finora il modello Brescia ha funzionato, senza conflitti particolari e senza sovraccaricare oltre il limite il capoluogo”, conclude il prefetto che è già in cerca di soluzioni alternative alle strutture alberghiere prima che la situazione degeneri.

Taxi, il debutto del 7777: buona la prima

Corriere della sera
di Giacomo Valtolina

Il servizio automatico eliminerà le colonnine alle piazzole. «Ma è caos sui nomi di alcune strade»

Ore 9 dell’annunciato - ma ritardato (era previsto il Primo maggio) - giorno d’esordio del numero unico comunale dei taxi: il 7777. La linea è staccata. Ore 10: idem. E così via fino alle 14.20. Prima chiamata raccolta in via Petrella e i 70 autisti con il servizio attivo (su 350) che, finalmente, tornano a usufruire delle richieste una volta ricevute sulle colonnine delle 130 piazzole cittadine, oggi divise dal software di Fastweb in 166 stazioni virtuali. Il primo che entra nell’area prende la chiamata, e così via.
«Benvenuti nel servizio Milano in Taxi...»
Il servizio sembra ben funzionare. Si compone lo 02/7777 e la voce automatica risponde: «Benvenuti nel servizio Milano in Taxi. Digiti 1 per l’italiano, for english press 2». «Mi dica l’indirizzo richiesto senza numero civico». Poi il civico, e la conferma della prenotazione. I test del Corriere della sera raccontano di attese contenute, tra i tre e i sei minuti. Tempi confermati, e talvolta pure ridotti, anche sul campo. L’unico problema riguarda il riconoscimento vocale. Soprattutto delle strade intitolate a persone o luoghi con pronunce in altra lingua. Il caso tipico è via Stephenson, dai milanesi spesso erroneamente letta «stefenson» invece che «stivenson». Con la prima dicitura, il sistema automatico capisce «via Valtorta», strada tra Gorla e Turro, 12 chilometri più in là. Meglio fare attenzione. Stesso discorso per via Stendhal, da leggere à la française . Ma se il numero civico che dite è «2» e la voce ripete «3o», non è la registrazione «ubriaca»: probabilmente si tratta del primo numero pari esistente nella strada (qui, appunto, Stendhal).
L’obiettivo del Comune
Inconvenienti marginali ieri, martedì, dunque, in un percorso fin qui invece costellato da ostacoli amministrativi, giuridici, tecnici e corporativi. Fin dal primo bando («cucito a misura su Telecom», accusano i radiotaxi) andato deserto e contestato in tribunale proprio dalle centrali radio: «Ci hanno esclusi» denunciano. Il giudice dà loro ragione ma il Consiglio di Stato ribalta la sentenza. Troppo tardi per arrivare in tempo per l’obiettivo Expo. L’assessorato alla Mobilità lancia un secondo bando, vinto da Fastweb. Nessuna colonnina fisica (verranno eliminate) ma «zone virtuali».

Sperimentazioni concluse sulla app (Milano in Taxi) e sul sito Internet (Taxi.comune.milano.it), da martedì funziona anche il telefono. Quando il cliente chiama, il sistema individua i taxi nella «microzona» più vicina e la chiamata viene passata al taxi entrato per primo nell’area. «Con il sistema di Fastweb sono possibili alterazioni tariffarie» attaccano ancora i radiotaxi. Ma i tassisti negano, «siamo onesti», e semmai criticano il Comune per la scarsa comunicazione sul numero unico: oltre ai 350 iscritti (l’obiettivo del Comune è arrivare a mille), alle piazzole i tassisti che la usano sono pochi. Aspettavano i primi test su strada. Martedì superati.

I segreti del Monumentale: storia e curiosità del cimitero milanese

Corriere della sera

di Lorenzo Viganò

In «Non ti scordar di me» Carla De Bernardi svela i segreti del Famedio: dall’angelo del garibaldino alla gatta Lucy

La scultura realizzata da Luigi Gilberto Buzzi per il sarcofago di Nicostrato Castellini Baldiserra

Il primo inquilino, trasferito dal cimitero smantellato di Porta Magenta, fu tale Gustavo Noseda di cui non si hanno notizie. Ma il primo a essere celebrato con un monumento solenne nel 1867 fu un garibaldino, Nicostrato Castellini Baldissera, eroe della Terza guerra d’indipendenza. La sua tomba, difesa da un «angelo custode del sepolcro» realizzato dallo scultore realista Luigi Giberto Buzzi, è una pietra miliare del cimitero. L’ultimo (per il momento) è stato invece Enzo Jannacci che ha trovato posto nel Famedio, il luogo riservato ai defunti eccellenti, accanto a personaggi come Franco Parenti e Alda Merini, Bob Noorda e Giovanni Raboni.

Oltre naturalmente ad Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi. Benvenuti al Monumentale, il museo a cielo aperto di Milano; «una città nella città» come lo definisce Carla De Bernardi, presidente dell’Associazione Amici del Monumentale, prendendo a prestito le parole che Italo Calvino usa ne «Le città invisibili» a proposito di Laudomia. A lei, e a Lalla Fumagalli, suo alter ego nella gestione delle attività, dalle pubblicazioni alle visite guidate al primo grande cimitero cittadino progettato da Carlo Maciachini e inaugurato nel 1866, si deve la realizzazione del volume edito da Mursia.

«Non ti scordar di me» (dal nome del fiore della memoria), la prima guida «per curiosi e ficcanaso» al Monumentale, di cui svela capolavori, vicende, personaggi, retroscena e curiosità - lo sapevate che quando il sarcofago di Manzoni fu aperto per essere collocato su un nuovo basamento, il suo corpo imbalsamato emise un raggio accecante che pareva essere proiettato direttamente dall’Aldilà? (Quel bagliore, si capì poi, era solo il riflesso della luce entrata dal rosone e rimbalzata sulla teca di cristallo che ospitava lo scrittore).

Una guida in 38 passeggiate, dalle quali ognuno potrà costruirsi la propria, che si legge come un libro di storia, come un trattato d’arte, come un romanzo i cui protagonisti, dopo aver lasciato un segno in vita, hanno continuato (e continuano) a lasciarlo anche dopo la morte. Per l’eternità. «Esistono più cimiteri monumentali in Italia, ma nessuno è come quello di Milano», spiega l’autrice. «Perché è così ricco di personalità, artisti e stili da apparire un concentrato di storia milanese, quella storia che da qui ha intrecciato contatti e relazioni con tutto il mondo, tanto a livello artistico che imprenditoriale».

Si pensi alle grandi famiglie di industriali, i Pirelli, i Mondadori, i Campari, i Borletti, «i leggendari gli infaticabili che tutte le mattine dell’anno alle sette precise davano l’esempio, e adesso dormono finalmente», scriveva Dino Buzzati. Si pensi ai pittori, scultori, architetti che hanno contribuito a farne una galleria permanente, quei Lucio Fontana, Gio Ponti, Piero Portaluppi, Arturo Martini, Piero Manzù, Achille Castiglioni..., che vi hanno lavorato e la cui fama è diventata internazionale.

«Ma si pensi anche alla varietà, unica, delle categorie presenti», continua De Bernardi: «una comunità che comprende scrittori, musicisti, politici, sportivi tanto che passeggiare nei suoi viali è come passeggiare attraverso i decenni, come sfogliare un catalogo dei grandi (e non solo) della città».

Carla De Bernardi ha con il Monumentale un rapporto unico e stretto, non tanto per ragioni personali (nonostante ci sia una lapide dedicata a suo nonno eroe del Risorgimento e a suoi tre zii morti in guerra), quanto per un’attrazione viscerale cui nemmeno lei sa trovare una vera spiegazione.

Ma che la porta a volerci tornare non appena se ne allontana. Qui trova pace, tranquillità, proprio com’era nel progetto di Maciachini che aveva pensato la città dei morti strettamente legata a quella dei vivi. «Ero andata a curiosare qualche anno fa e non me ne sono più staccata. Mi piace girare tra i suoi vialetti, magari seguita della gatta Lucy che qui è di casa; mi piace cercare, “ficcanasare” nella storia di queste tombe per scoprire nuove opere, come è successo con tre Fontana e due Canova. Allora è una soddisfazione: perché viene restituito a Milano un pezzo della sua storia».

Atm point, una app per evitare le code

Corriere della sera

di Pierpaolo Lio

Da settembre il biglietto agli sportelli nei mezzanini si potrà «staccare» sul telefonino


A Milano lo hanno da poco introdotto anche le Poste. E ora tocca ad Atm. L’azienda di trasporti introduce - in via sperimentale - un sistema «taglia code» per i suoi Atm Point. L’obiettivo è evitare la tradizionale ressa post vacanze per il rinnovo degli abbonamenti (in particolare gli studenti). E per farlo, si appella alla tecnologia. Così, dopo l’introduzione dei sistemi tipo Nfc e la possibilità di acquistare i biglietti «elettronici» via sms e via app, Atm amplia da settimana prossima le possibilità offerte dalla sua app ufficiale «Atm Milano» con la funzione «Atm Point».
A cosa serve?
Chi ha uno smartphone (con piattaforme mobile iOs, Android e Windows Phone) potrà usare gratuitamente la nuova funzione dell’applicazione per prenotare il numero «elimina-code», ottimizzando così i tempi di attesa agli sportelli presenti nelle stazioni della metropolitana. Il sistema è semplice: si prende un numerino virtuale che si inserisce nel flusso di tutti gli accessi, compresi anche quelli cartacei che si staccano all’Atm Point. E si può così aspettare il proprio turno in piena libertà, anche a casa, per poi presentarsi al momento giusto.
Come funziona
La app - creata dai tecnici aziendali - permette di vedere quante persone sono in attesa in ciascun Atm Point reale (la nuova funzionalità sarà attiva da settembre per gli Atm Point di Duomo, Cadorna, Centrale, Garibaldi, Loreto e Romolo), lasciando al cliente la libertà di scegliere a quale ufficio gli convenga andare. Una volta scelto l’Atm Point più adatto alle proprie esigenze e preso il relativo numero attraverso lo smartphone, si può tenere d’occhio la situazione: aggiornando la pagina si vede infatti quale numero è stato appena chiamato, per muoversi così in tempo (in questa fase, spiegano dall’azienda, non sono disponibili le «notifiche push» che comunicano all’utente l’arrivo del proprio turno).
«Migliorare la qualità della vita di chi viaggia»
Una volta chiamato il numero, questo scade e non è più possibile utilizzarlo. «Atm si conferma all’avanguardia nell’offerta dei servizi al cliente. L’azienda nell’ultimo anno ha proposto numerosi progetti - ricorda il presidente e direttore generale dell’azienda Bruno Rota - per migliorare la qualità della vita di chi viaggia sui mezzi pubblici, grazie ai servizi connessi al trasporto: dall’acquisto dei biglietti via sms o attraverso la app, al pagamento della sosta con lo smartphone e ora con questa importante e rivoluzionaria innovazione per eliminare le code ai Point». Per l’assessore alla Mobilità, Pierfrancesco Maran, si tratta di «una piccola grande innovazione che credo possa essere molto utile a tutti noi che ci ricordiamo le code chilometriche per rinnovare un abbonamento».

Un treno carico d’oro nascosto in una montagna della Polonia

Corriere della sera

di Carmen Plotino

Era scomparso alla fine della Seconda guerra mondiale quando i nazisti in fuga ne avevano fatto perdere le tracce. Un polacco e un tedesco ne hanno annunciato il ritrovamento

Il vicesindaco di Walbrzych,  Zygmunt Nowaczy in conferenza stampa (Epa)

È ufficiale, dopo 70 anni è stato ritrovato un treno tedesco carico d’oro, gemme e armi che alla fine della Seconda guerra mondiale era sparito senza lasciare tracce. Storia vuole che durante il conflitto, i nazisti, avessero accumulato più di 500 milioni di dollari dal saccheggio dei paesi occupati. Le forze armate tedesche nel 1945, durante la ritirata, caricarono su un treno parte del mega bottino destinato a rientrare a Berlino, ma il convoglio, scomparve tra i monti dalle parti di Walbrzych al confine tra Polonia e Repubblica Ceca.
Spie e cacciatori di fortune
Per decenni schiere di cacciatori di fortune hanno tentato di trovarlo e in epoca comunista, persino i servizi militari e di sicurezza polacchi effettuarono indagini sul convoglio fantasma senza alcun successo. Un mese fa, due uomini, un polacco e un tedesco, hanno dato notizia del ritrovamento di un treno «d’oro», riaccendendo la speranza che potrebbe essere quello perduto nel mistero. Finora, però, nessuna prova è stata offerta al pubblico dell’effettiva esistenza.

Tuttavia, il vicesindaco di Walbrzych, Zygmunt Nowaczyk durante una conferenza stampa di giovedì 27 agosto ha confermato il ritrovamento. Alla notizia, è riscoppiato il caos e la caccia da parte dei cercatori d’oro, tant’è che è stato necessario l’intervento, nella regione di Walbrzych, del viceministro della Cultura di Varsavia Piotr Zuchowski, che con un appello ha chiesto «di smettere tali ricerche fino alla fine di tutte le procedure ufficiali per la messa in sicurezza dell’area del ritrovamento». Aggiungendo che «all’interno del treno, potrebbero esserci materiali pericolosi e rivelarsi una trappola esplosiva».
La curiosità
La febbre dell’oro contenuto nel leggendario convoglio della Wehrmacht scoppiò anche in Italia. Nel 1986 il Corriere della Sera, scrisse che sull’Appenino pesarese due giovani di Urbania - Maurizio Sardacchi, un procuratore legale di 27 anni e Angelo Ravaloni 30enne impiegato al Comune - si erano calati in una galleria ferroviaria (l’antica linea Pergola-Urbino) i cui condotti furono fatti saltare dai genieri tedeschi il 9 luglio del 1944 convinti di trovare il treno col bottino sepolto nella galleria Ca’ Menocchio. Purtroppo per loro, però, quello che riuscirono ad avvistare furono solo vecchie rotaie e fango. A questo punto, si aspettano le operazioni ufficiali del governo polacco per riportare alla luce il mitico treno con a bordo tutto il suo tesoro.

28 agosto 2015 (modifica il 28 agosto 2015 | 16:11)

venerdì 28 agosto 2015

E' morto Paul Royle, eroe della “Grande fuga”

La Stampa

Aveva 101 anni. Era uno dei prigionieri di guerra evasi dal campo nazista in Polonia. La loro storia fu raccontata nel film del 1963 con Steve McQueen


Paul Royle, uno degli ultimi sopravvissuti alla famosa fuga da un campo di sterminio nazista

È morto a 101 anni Paul Royle, uno degli ultimi sopravvissuti alla famosa fuga da un campo di sterminio nazista, nota come The Great Escape, immortalata nel film del 1963 con Steve McQueen. Royle, uno dei prigionieri di guerra evasi da un campo di concentramento nazista in Polonia, è morto domenica scorsa in un ospedale di Perth dopo una frattura a un’anca seguita a una caduta. Ne ha dato l’annuncio la famiglia.

Settantasei aviatori fuggirono dal campo di Stalag Luft III in una fredda notte di marzo del 1944, dopo aver scavato un tunnel profondo 10 metri sotto il campo. Solo tre dei prigionieri alleati riuscirono a dileguarsi ma gli altri furono presto catturati e 50 furono fucilati su ordine di Hitler.
L’allora tenente della Raf Paul Royle fu uno degli scampati all’esecuzione. Riportato al campo di concentramento, conobbe il pilota e scrittore australiano Paul Brickhill, il cui libro The Great Escape raccontò la vicenda.

L’unico sopravvissuto vivente rimane il 94/enne britannico Dick Churchill. Intervistato nel 2014 nel 70/mo anniversario della grande fuga, Royle aveva detto di ricordarsi con grande precisione quando era emerso dal tunnel davanti ad un panorama coperto di neve. «Fu una sensazione incredibile. Tutto quello che vedevamo erano grandi mucchi di neve e pini. C’era neve dappertutto e faceva un gran freddo».

Uscito dal tunnel Royle attese il suo compagno e i due camminarono tutta la notte prima di trovare un posto per nascondersi e dormire durante il giorno. Ma la libertà però durò poco, i due furono catturati poche ore dopo in un piccolo villaggio e rinchiusi nel locale carcere prima di essere riportati al campo. Quanto al film sulla vicenda, a Royle l’interpretazione hollywoodiana non era piaciuta affatto, «perché non cerano motociclette, e gli americani non c’erano», aveva detto nell’intervista, riferendosi al drammatico tentativo di McQueen di superare in velocità i tedeschi in motocicletta. 
Royle trascorse altri cinque anni come prigioniero di guerra prima di tornare in Australia, dove lavorò in miniera.

Il sindaco segue in streaming la conferenza di Palazzo Chigi

Corriere della sera

di Ernesto Menicucci

Ignazio Marino, in vacanza nell’East Coast, non sembra preoccupato del nuovo ciclone che si è abbattuto sulla capitale. «Con Gabrielli ottimo rapporto».

Ignazio Marino

Dicono che negli States, quando di là erano le nove e mezza circa e in Italia Angelino Alfano aveva appena detto che «non ci sono gli estremi per commissariare il Comune di Roma», Ignazio Marino, che ha seguito la conferenza stampa di Palazzo Chigi in streaming, abbia esultato: «È quello che abbiamo sempre detto. Ora possiamo cominciare a lavorare». E le polemiche sul mancato ritorno, sui giorni alle Bahamas, sulle ferie caraibiche? Come sempre, quando finisce in un ciclone, il sindaco reagisce con un’alzata di spalle: «Da chirurgo passavo 12 ore in sala operatoria, non mi spavento mica», la frase ricorrente.
La tutela
Neppure la «tutela» politica che il governo gli ha messo sopra la testa lo ha sconvolto: «Con questo prefetto c’è un ottimo rapporto. Con Cantone siamo stati noi a fare un protocollo sugli appalti. E Silvia è stata in giunta con noi fino a un mese fa», il pensiero. E poco importa se il ruolo di Gabrielli somiglia a quello di un «sindaco ombra», se la Scozzese sia andata via sbattendo la porta, se il ruolo di Cantone è lo stesso già sperimentato con l’Expo.
Soddisfazione
Marino è fatto così, chi lo conosce lo sa bene: la realtà è quella che appare davanti ai suoi occhi, e c’è sempre un modo per raccontarla. Il sindaco, allora, si dice «soddisfatto per le decisioni del governo». Intanto perché «si è tolta l’ipotesi dello scioglimento e si è chiarito che le infiltrazioni mafiose che hanno inquinato l’amministrazione durante la consiliatura di Alemanno hanno incontrato un muro di discontinuità con la mia giunta». E poi perché «si dà finalmente il via alle misure per il Giubileo a cui la mia amministrazione lavora già da mesi». Con Gabrielli «c’è una collaborazione seria e leale», le parole di De Vincenti «mi hanno fatto piacere», quelle di Alfano «spazzano via chiacchiericci e rumor». Tutto va bene, anzi tutto è andato sempre bene: «Siamo stati due anni a snidare e colpire il male, perché il bene della città è la nostra stella polare. La mia amministrazione è determinata, in stretta collaborazione col presidente del Consiglio Renzi e con il governo, a realizzare tutto ciò che servirà alla buona riuscita del Giubileo».
Le vacanze
Una nota lunga, verbosa, dettata al telefono ai suoi «comunicatori» dopo le telefonate con lo stesso Gabrielli, con Alfano, col vice Marco Causi, con Alfonso Sabella, col commissario romano del Pd Matteo Orfini. Marino è su di giri, ride, scherza, rilancia: «Certo che ora sarà una corsa... Ma ce la faremo, vedrete». E le immersioni (per le quali va matto: lo dimostra la foto sul suo desktop, la stessa che gira da qualche giorno su alcuni quotidiani) ai Caraibi? Per Marino, quelli, sono «impegni familiari inderogabili». Perché, spiegano i collaboratori, «d’estate ha bisogno di staccare: prendersi un po’ di tempo, riflettere, scrivere». E stare con la famiglia. Con la moglie, la signora Rossana, quella che gli consigliò di non fare il sindaco, assurta agli onori delle cronache per la vicenda della Panda rossa che viaggiava senza pass per il centro storico.

E con la figlia, Stefania, che vive a Londra, dove Marino va appena può. Dicono che il sindaco abbia fatto il diavolo a quattro con la Questura per ottenere di andare in ferie senza scorta: «Altrimenti — dice chi gli è molto vicino — sarebbe stato un incubo: la spiaggia presidiata, i vicini di ombrelloni che si lamentano...». E così gli Usa. Prima New York, dove il 16 agosto ha visitato al Guggenheim una mostra sullo storytelling nell’arte. Poi i Caraibi, infine di nuovo la East Coast, quella prediletta da Marino, che ha lavorato a Philadelphia, università di Jefferson (ne conserva ancora la casella di posta elettronica, pur non avendo più incarichi ufficiali).
Il libro
Marino, Oltreoceano, si sveglia presto, legge le mail e i messaggi whatsapp che arrivano da Roma («in tempo reale», dicono i suoi), si mette al computer e scrive. Un libro di memorie, sui suoi due anni da primo cittadino. Pamphlet potenzialmente esplosivo, se dovesse usare gli appunti dei suoi quadernini colorati. Lì nasconde segreti, pizzini, piccoli verbali dei colloqui coi dirigenti del Pd che — in due anni — gli avranno pur chiesto qualcosa. Una guerra di messaggi in codice, di veleni. Nel Pd qualcuno giura: «Lui ha i quaderni, ma pure noi abbiamo qualche appunto...». Vai a capire cosa è vero. Al momento, comunque, il libro è solo nella testa di Ignazio. Al punto che la sua agente, Rosaria Carpinelli (la stessa, tra i tantissimi, di Gianrico Carofiglio: fu proprio Marino a presentargliela, quando i due erano senatori), dice: «L’ho letto anch’io sui giornali». Che il libro sia una boutade? Chissà. Le vacanze americane di Marino stanno per finire (dovrebbe rientrare il 2 settembre) ed è a quel punto che si faranno i conti.
28 agosto 2015 | 07:10

Alfano, superpoteri a Gabrielli: «Piano di risanamento in 8 punti»
Marino: collaborazione con Renzi

Corriere della sera
di Ernesto Menicucci e Redazione Roma online

Le decisione del Consiglio dei ministri. Varate misure per mettere in sicurezza il Comune di Roma dalle infiltrazioni mafiose. Trasferiti i dirigenti. Sciolto il decimo Municipio (Ostia)

Angelino Alfano e Claudio De Vincenti (Jpeg)

Niente scioglimento per mafia, ma una serie di atti per «mettere in sicurezza» il Campidoglio e il Giubileo. Sono le decisioni del Consiglio dei ministri, annunciate in conferenza stampa dal ministro degli Interni Angelino Alfano e dal sottosegretario Claudio De Vincenti: il premier Matteo Renzi non si è presentato all’incontro coi giornalisti, forse per evitare le inevitabili domande sulla posizione del sindaco Ignazio Marino e le polemiche sulle sue vacanze ai Caraibi.
«Ho chiesto lo scioglimento del Municipio di Ostia»
In conferenza stampa il sottosegretario De Vincenti ha spiegato: «Abbiamo esaminato il capitolo Roma ascoltando la relazione del ministro Alfano e abbiamo, inoltre, affrontato la questione del Giubileo». Il titolare del Viminale ha poi argomentato una delle decisioni prese per mettere in sicurezza la Capitale: «Ho chiesto lo scioglimento del municipio di Ostia. E intendo incaricare il prefetto di Roma, insieme con il sindaco, di indicare gli interventi da fare su alcuni dipartimenti, atti e procedimenti. Otto gli ambiti su cui lavorare: indirizzo su verde, immigrazione, campi nomadi, servizi e fornitura, albo ditte fiduciarie, monitoraggio centrale unica acquisti, più controlli interni, revisione contratti servizio specie con Ama». Per il X Municipio ci sarà una commissione composta dal prefetto Domenico Vulpiani, dal viceprefetto Rosalba Scialla e da Maurizio Alicandro.
«Il governo crede che Roma ce la farà»
De Vincenti poi è entrato nel merito del Giubileo: «Abbiamo varato una delibera che consente riduzione tempi a procedura ad evidenza pubblica. Nessuna deroga su procedure, solo la possibilità che le opere si facciano in tempo. Abbiamo adottato un modello simile ad Expo di Milano, con controllo dell’autorità anticorruzione. Soldi vengono da bilancio del Comune e della gestione commissariale sul debito. Governo ritiene che Roma ce la possa fare e ce la farà». De Vincenti prosegue: «Il presidente del consiglio ha firmato un decreto per affidare al prefetto di Roma il compito di effettuare raccordo operativo tra le varie istituzioni, Comune e Regione Lazio. Il primo con competenze su accoglienza e trasporti, la seconda sulla sanità». E Alfano, sul tema Anno Santo ha aggiunto che «noi siamo a buon punto grazie al Dipartimento di pubblica sicurezza, che pianifica e organizza con la consueta efficacia l’evento».
Trasferiti i dirigenti
Marino di fatto commissariato? De Vincenti spiega: «Il prefetto avrà lo stesso ruolo di quello del prefetto di Milano sull’Expo». Ancora il sottosegretario prosegue: «Ora tocca al Comune. Il successo del Giubileo è il successo dell’Italia». Alfano poi ha risposto alle domande dei cronisti: «Non esistono presupposti per un commissariamento ma un supporto del Viminale è necessario per invertire la rotta visto che la situazione amministrativa di Roma è da correggere». Quanto durerà la bonifica? «Non ho dato un cronoprogramma. Ma prima si fa e meglio è». E ha aggiunto: «Ho informato il Consiglio dei ministri di aver dato avvio a tutte procedure per l’applicazione del comma 5 dell’articolo articolo 143 del Testo unico sull’ordinamento degli Enti locali che riguarda la possibilità di applicare determinate misure, nei confronti di dirigenti e dipendenti comunali, qualora vi fossero gli elementi con un decreto ministeriale, quali la destinazione ad altro ufficio o ad altra mansione con contestuale avvio del procedimento disciplinare».
Casamonica, Alfano: «condivido le scelte di Gabrielli»
Angelino Alfano, è entrato anche nel merito del caos scoppiato dopoil funerale hollywoodiano di Vittorio Casamonica: «Sulla vicenda ho condiviso le scelte del prefetto Gabrielli e del Comitato provinciale dell’ordine e della sicurezza pubblica». Inoltre, ha aggiunto Alfano, «stiamo verificando altri interventi, abbiamo per esempio sollecitato l’Enac» perché avvii la verifica dei requisiti per l’autorizzazione al volo e «un’eventuale revisione delle licenze già concesse». Le decisioni assunte dal Consiglio dei ministri «ci appaiono coerenti e in continuità con l’iniziativa di risanamento già avviata», ha commentato il vicesindaco di Roma Marco Causi. «Per quanto riguarda il X municipio, dove le infiltrazioni mafiose erano immediatamente apparse più gravi e la situazione più seriamente compromessa, l’amministrazione guidata da Ignazio Marino ha impegnato direttamente, dopo le dimissioni del presidente e del consiglio municipale, l’assessore Alfonso Sabella», ha precisato Causi sul caso Ostia.
Marino: «Stretta collaborazione con Renzi»
Decisioni «importanti, attese e positive»: così il sindaco di Roma Ignazio Marino commenta le misure di Alfano. « La mia amministrazione - ha aggiunto Marino - è determinata, in stretta collaborazione col presidente del consiglio Renzi e con il governo, a realizzare tutto ciò che servirà alla buona riuscita del Giubileo». «Per prima cosa si è tolta dal tavolo l’ipotesi dello scioglimento del Campidoglio e si è chiarito che le infiltrazioni mafiose che hanno inquinato l’amministrazione durante la consiliatura di Alemanno (portando agli arresti di diversi suoi collaboratori e alle accuse per mafia per l’ex sindaco) hanno incontrato un muro di discontinuità con la mia giunta», sottolinea il primo cittadino. Marino specifica come «il risanamento» avviato in stretta collaborazione col prefetto Franco Gabrielli proseguirà. Soddisfatto il sindaco anche delle misure per il Giubileo, su cui la «mia amministrazione lavora già da mesi» per «esaltare i contenuti spirituali che il Vescovo di Roma porterà all’attenzione del pianeta».
M5S: Renzi teme il voto. Salvini: Palle Capitali
Immediate le reazioni politiche alle misure del Consiglio dei Ministri. «Alfano ha sciolto il Municipio di Ostia, mentre Marino è ai Caraibi, e ha dato ampi poteri al prefetto, non eletto da nessuno. Sciogliere il comune di Roma subito, e andare a elezioni! E noi ci saremo. Il resto sono Palle Capitali». Così su Facebook il segretario della Lega Nord Matteo Salvini. I parlamentari e consiglieri capitolini del Movimento 5 Stelle accusano : «Renzi salva Marino perché ha paura delle elezioni, si torni al voto». «Quanto deciso dal governo, vale a dire dal Pd, rappresenta un autentico colpo di mano, non solo nei confronti di una città oramai tenuta in ostaggio da un sindaco fantoccio, che nel giorno in cui si decidono le sorti della Capitale se ne sta in vacanza a scrivere memorie tra il Texas e i Caraibi, bensì un colpo di mano nei confronti della legge» aggiungono i grillini.
Monsignor Fisichella: «Siamo fiduciosi»
«Siamo fiduciosi» ha commentato monsignor Rino Fisichella, presidente del pontificio consiglio della Nuova evangelizzazione, incaricato da papa Francesco dell’organizzazione dell’Anno santo straordinario. «Credo che le sfide organizzative che sono oggettive richiedono una regia in grado di avere una operatività immediata pur nel rispetto della legge e delle regole». « Da questa prospettiva - ha aggiunto Fisichella - mi sembra che noi seguiamo con fiducia il lavoro che il Cdm ha approvato e sono certo che nelle prossime riunioni della commissioni bilaterale avremo modo di confrontarci direttamente sulle questioni che coinvolgono sia la Santa Sede, sia l’Italia».

27 agosto 2015 | 12:48