martedì 30 giugno 2015

Il manifesto per gli immigrati: ​"Se sei venuto per delinquere faremo di tutto per cacciarti"

Difendere la famiglia ormai è reato




Costanza Miriano


L’ultima notizia è la chiusura (per fortuna temporanea) del profilo Facebook della scrittrice e giornalista Costanza Miriano, che da sempre difende la famiglia tradizionale: qualche anno fa fece scandalo il suo libro dal titolo Sposati e sii sottomessa, accusato di “omofobia”. Ma gli attacchi a chi sostiene un modello usuale di famiglia sono diventati luogo comune da un po’. Basti pensare ai sarcasmi e alle accuse sul Family Day, definito dal deputato Pd Franco Grillini “Una manifestazione pietosa a sfondo razzista. Che ricorda il nazifascismo”. 
Riproponiamo qui un intervento di Mario Adinolfi (direttore del quotidiano La Croce) che racconta punto per punto tutti i boicottaggi a cui è andato soggetto il suo libro Voglio a mamma a difesa della famiglia tradizionale. 


“Appiccheremo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Non ci resterà quindi che difendere non solo le incredibili virtù e saggezze della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: questo immenso, impossibile universo che ci guarda dritto negli occhi”.

Ogni volta che in una università provano a impedire berciando che io presenti il mio “Voglio la mamma”, ogni volta che organizzano una contestazione fuori dal teatro dove vado con il mio libro, ogni volta che qualche coglionaccio che si crede di sinistra perché vuole fare un figlio affittando un utero chiede che non mi venga concessa una sala istituzionale per incontrare la gente di un territorio interessata alla mie opinioni, ogni volta insomma che vogliono togliermi la parola, io rileggo come in un mantra quelle righe di Gilbert Keith Chesterton. Poi appicco fuochi, sguaino la spada e vado a dire, pensate un po': “Ognuno di noi è figlio di un uomo e di una donna”. Oppure: “Ogni bambino vuole la mamma”. Oppure: “Uccidere non è un diritto, esiste solo il diritto a vivere”. Robe così.

Cosa c’è di trascendentale? Non lo so. Fatto sta che da quando un paio di mesi fa è uscito il mio “Voglio la mamma – da sinistra contro i falsi miti di progresso”, nella mia vita si è scatenato il pandemonio. Da una parte, per un affetto che non so per quale via misteriosa si è alimentato, non passo giorno senza dover andare in una qualche città a presentare questo libro che parla di temi spinosi: famiglia, matrimonio gay, utero in affitto, diritti dei minori, transessualità, turismo sessuale, aborto, procreazione assistita, eugenetica, eutanasia (leggi l’intervista di Patrizia Pellegrino su adozioni e famiglia tradizionale). 

Non proprio un cinepanettone, insomma. Dall’altra non passa minuto senza che mi becchi un insulto su un social network, un invito per qualche litigata in qualche trasmissione, una contestazione alla porta del luogo dove vado a presentare il libro. Le accuse? All’università di Roma hanno scritto su uno striscione che non potevo parlare in un ateneo perché “omofobo e antiabortista”. 

Almeno c’era una mezza verità, perché antiabortista lo sono veramente, come Pier Paolo Pasolini, come Norberto Bobbio, come i “marxisti ratzingeriani” di Vacca e Tronti. Tutta gente di sinistra che la sinistra potente e prepotente ha tenuto ai margini. E allora provano a tenere ai margini anche me e il mio libro. Che li ha irritati moltissimo e sono pronti ad approvare la legge Scalfarotto per sbattermi in galera per omofobia e togliersi una soddisfazione maoista: colpirne uno per educarne cento.

Insomma nel mio Pd qualcuno non tollera che uno come me che quel partito lo ha fondato, è stato candidato alla segreteria nazionale, membro della direzione fino a un anno fa parlamentare del gruppo alla Camera, sostenitore di Matteo Renzi anche quando si perdeva e non oggi che sono tutti renziani, abbia deciso di indicare nella famiglia tradizionale che non arriva alla fine del mese, nel bambino magari malato che viene abortito, in quello sano che è oggetto di compravendita con gli uteri in affitto, nelle donne spesso di contesti nazionali disagiati che gli uteri se li affittano e i figli se li vendono, nell’anziano malatissimo che invece che 

curato e amato nella malattia deve essere soppresso per via eutanasica, i soggetti deboli da tutelare. Perché che cazzo sei a fare di sinistra se non studi per individuare il soggetto debole e agisci per tutelarne, estenderne, accrescerne i diritti? No, nel Pd non vogliono studiare. E allora qualcuno manda la gente a contestarmi. E Facebook mi censura il capitolo sul matrimonio gay. Salvo poi essere costretti a ripubblicarlo, dopo che li ha tampinati per un giorno Avvenire, godendosi il loro imbarazzo.

Alla fine gli schiavetti di Zuckerberg si sono scusati e hanno scritto che il mio capitolo del libro l’avevano censurato “per errore”. Figuriamoci, ci sono commessi delle librerie che nascondono “per errore” il mio “Voglio la mamma” per farlo sparire dagli scaffali e quelli che dicono che ci vuole un mese per ordinarlo. Io ho lettori tignosi, alla fine abbiamo attivato l’email
adinolfivogliolamamma@gmail.com e il libro se lo ordinano lì, pagano via bonifico e il giorno dopo hanno il volume a casa. Alla faccia di tutti i boicottatori, alla faccia di tutti questi cialtroni che pensano che i diritti da tutelare sono quelli dei tizi che vanno a fare caciara al gay pride (leggi l’intervista a Vladimir Luxuria sul gay pride in Italia).

Quelli del locale trans Muccassassina hanno prodotto un video con tanto di magliette e insulto: Adinolfi fascista. Ne consiglio a tutti la visione, così capirete che gente vuole piazzare la propria confusione tra desiderio e diritto al posto della tutela di un bambino che vuole sempre una mamma, della necessità di aiutare una famiglia composta da genitori e figli a pagare meno tasse con il quoziente familiare facendone pagare di più a single e coppie senza figli, perché sfamare cinque o sei bocche è diverso che sfamarne una. 

Io continuo a subire la quotidiana contestazione, guardo questi buffoncelli e ne sorrido. Chiedono di essere difesi dalla discriminazione e mi scrivono insulti a centinaia basati sul fatto che sono grasso. Io li leggo e poi mi rileggo Chesterton: “Gli uomini coraggiosi sono tutti dei vertebrati. Sono morbidi nella superficie e duri in mezzo”. E così sia. Il mio blog è www.marioadinolfi.ilcannocchiale.it

aprile 2014

Scuola, la riforma attesa alla Camera «Il 7 luglio ne celebriamo i funerali»

Corriere della sera
di Valentina Santarpia

Partito il tam-tam in rete di mobilitazione degli insegnanti per protestare contro il secondo di voto di fiducia, ormai dato per scontato, a Montecitorio

 Il manifesto «funebre» preparato dagli insegnanti

 Partirà martedì mattina nella commissione Cultura della Camera l’esame del ddl di riforma della scuola, approvato la scorsa settimana con la fiducia dall’Aula del Senato che ha modificato il testo approvato a suo tempo a Montecitorio. La formale assegnazione del provvedimento avverrà domattina in Aula, dove approderà per le votazioni dal 7 luglio, in base a quanto stabilito dalla conferenza dei Capigruppo. Ed è proprio per quella data che si stanno mobilitando di nuovo sindacati e insegnanti, per far sentire la loro voce contro la riforma della scuola. Il voto di fiducia al Senato del maxiemendamento di giovedì scorso è stato fischiato in Aula da un piccolo gruppo di docenti, entrati come ospiti del Movimento Cinque Stelle, mentre nel centro di Roma si snodava un piccolo corteo di insegnanti e studenti. «Troppo poco», si lamentano adesso sui social gli insegnanti contrari al disegno di legge, che stanno lanciano il tam tam in rete: «Noi siamo un milione e in piazza ne mandiamo solo 50, non va bene, mobilitiamoci per il 7 luglio».

L’appello a Mattarella
In realtà è abbastanza scontato che anche il 7 luglio a Montecitorio si verifichi quanto già accaduto a Palazzo Madama, e che il governo blindi il ddl con la fiducia, per approvarlo in tempi che ormai sono ridotti veramente al lumicino. Ma allora qual è l’obiettivo? «Sollecitare l’attenzione di Mattarella», spiegano diversi insegnanti su Facebook, che puntano al rifiuto del presidente della Repubblica di promulgare la legge: «Il Presidente della Repubblica, infatti, non è costretto alla promulgazione - spiega Salvo Amato - se sono sorti, da parte di illustri costituzionalisti, dubbi sulla legittimità della legge, se il 64,89% dei lavoratori interessati ha scioperato esprimendo il proprio dissenso ed è ripetutamente sceso in piazza, se la legge contiene ben nove deleghe in bianco che stridono con l’articolo 76 della Costituzione, se più di 88.000 persone hanno firmato una petizione chiedendogli di mettere in luce, come Garante della Costituzione, le contraddizioni con gli articoli 3, 33, 34 e 97». Intanto il funerale della scuola pubblica è preannunciato: «Il 7 le esequie», recita un macabro cartello con tanto di foto incorniciate del presidente del Consiglio Matteo Renzi e del ministro all’Istruzione Stefania Giannini.

Il Texas sfida la Corte Suprema sulle nozze gay: “Si potranno ancora negare”

La Stampa

Il ministro della Giustizia dello Stato conservatore: «Ci si potrà rifiutare di officiare matrimoni omosessuali per motivi religiosi»


Il Texas guasta la festa delle nozze gay: mentre da San Francisco a New York le parate del Gay Pride di domenica hanno acquistato il sapore della vittoria, il superconservatore Stato della stella solitaria ha sparato una cannonata sulla sentenza della Corte Suprema americana che venerdì ha fatto la storia legalizzando i matrimoni omosessuali su tutto il territorio nazionale.

L’Attorney general repubblicano Ken Paxton ha definito «fuorilegge» il verdetto della Corte, proclamando che i funzionari statali potranno rifiutare le licenze nuziali invocando «l’obiezione di coscienza per motivi religiosi». Paxton ha poi chiarito che chi intenderà scegliere questa via rischia una multa o di essere portato in tribunale. Il procuratore ha però assicurato che «molti avvocati» sono disposti a difendere gratis i funzionari che obietteranno in virtù della propria fede.

A fronte dell’ostracismo del Texas, dove a fare da apripista del nuovo corso è stata una coppia di gay ottantenni, c’è un’America che è scesa in strada a far festa. A New York, dove gli attori britannici Ian McKellum e Derek Jacobi hanno fatto da Gran Marescialli alla parata del Gay Pride, il governatore Andrew Cuomo ha unito in matrimonio David Contreras Turley e Peter Thiede davanti allo Stonewall Inn, il bar dove nel 1969 i gay si ribellarono a un raid della polizia: proprio la scorsa settimana il locale è stato nominato monumento cittadino. Era la prima volta che Cuomo celebrava un matrimonio: il governatore, che nel 2011 ha firmato la legge di New York sui matrimoni gay, ha poi marciato nella parata sotto uno striscione su cui era scritto che «la Grande Mela ha aperto la strada».

Una strada, tuttavia, lungo la quale ancora resta molto da fare nonostante le parole del giudice Anthony Kennedy (l’ago della bilancia che ha guidato la maggioranza della Corte): «Nessuna unione è più profonda del matrimonio, per incarnare gli alti ideali di amore, fedeltà, devozione, sacrificio e famiglia. I gay chiedono uguale dignità agli occhi della legge. E la costituzione garantisce loro questo diritto». La prossima battaglia è quella per ottenere tutele legali sul fronte dell’impiego, del diritto all’abitazione, del commercio. Questo perché, come dimostra il Texas, l’opposizione alle nozze omosessuali passa attraverso le leggi sulla libertà religiosa, invocate da molti Stati nella «cintura della Bibbia» per permettere a datori di lavoro, padroni di casa, ristoranti e alberghi di rifiutare servizi a coppie dello stesso sesso.

«Chi non vive sulle due coste è rimasto indietro quanto a protezione legale», ha spiegato Brad Sears, direttore del Williams Institute della University of California, notando che a livello nazionale solo 22 Stati su 50 vietano di discriminare in base all’orientamento sessuale mentre nella maggior parte del Paese i gay sono in balia di una assenza di norme che li tutelino.

Se ad assumerti è un algoritmo: «I contatti umani condizionano»

Corriere della sera
di Paolo Di Stefano

I colloqui di lavoro sostituiti dalla selezione di un software. I cacciatori di teste: «Ma un manager deve saper valutare le persone»


 La domanda può apparire ingenua, ma non lo è affatto: meglio un algoritmo o un essere umano? Più precisamente: per assumere un dipendente è meglio affidarsi a un software digitale o alla valutazione soggettiva? È quanto si chiedeva qualche giorno fa l’editorialista del “New York Times” Claire Cain Miller. «Varie start-up - scrive Cain Miller - stanno sperimentando nuovi modi per automatizzare le assunzioni, convinte che il software riesca a svolgere questa funzione in maniera più efficiente di quanto possa fare un cacciatore di teste in carne e ossa». Le aziende filo-algoritmiche sono Gild, Entelo, Textio, Doxa, GapJumper e chissà quante altre.

Il rapporto empatico, che sta spesso alla base delle relazioni «umane», sarebbe insomma un fattore di disturbo e aumenterebbe le possibilità di sbagliare. Senza dimenticare che l’applicazione di un codice automatico avrebbe anche il doppio vantaggio del risparmio di tempo e di denaro. Dunque, niente pregiudizi, simpatie, antipatie o gusti personali: una maggiore precisione nel reclutamento, specie quando si tratti di impieghi molto specifici. Ovvio poi che un algoritmo è applicabile facilmente a una vastissima varietà di candidature che il sistema tradizionale non permette. Va aggiunto un aspetto non secondario di cui il NYT non tiene conto, ma che da noi peserebbe sulla bilancia a favore dell’applicazione digitale qualora venisse adottata senza eccezioni: il clientelismo verrebbe azzerato di botto. E Dio sa quante volte l’«empatia» italiota sfiora la corruzione.

Nonostante tutti questi indiscutibili privilegi, c’è qualche manager di punta che considera ancora l’approccio vis à vis il metodo migliore per capire la qualità delle persone. Amish Shah, il fondatore di Millennium Search, un’azienda che si occupa di arruolare dirigenti nel settore hi-tech, afferma: «Se cerco passione e entusiasmo, l’algoritmo non mi aiuta». E parla di intuizione, di percezione intima, addirittura di chimica, paragonando l’approccio con il candidato a una sorta di incontro amoroso. Anacronistico? Forse. Nel 1971, il quarantenne Corrado Stajano parlò al presidente della Comit, Raffaele Mattioli, di un giovane appassionato dell’Oriente, di grandi speranze e di ottimi studi: si chiamava Tiziano Terzani. «Portamelo», fu la risposta. L’incontro fu una «sarabanda di narcisismi», ma il «ragazzo» andò a genio al vecchio banchiere, che nel giro di qualche settimana lo inviò a Singapore con un contratto a termine di mille dollari. Esattamente una questione di chimica delle relazioni umane. Fondata sull’intuizione di un personaggio geniale, disposto a lasciarsi incantare dal fascino culturale e dall’entusiasmo. 

Sono tanti gli esempi, passati alla storia, che incoraggerebbero a fidarsi più dell’intelligenza che di una sequenza di dati per comprendere le qualità di un potenziale collaboratore. Dicono che nel 1949 il neolaureato Giulio Bollati, che si sarebbe rivelato una delle menti editoriali più innovative del secolo scorso, si presentò per caso nei corridoi torinesi di via Biancamano: era lì di passaggio, per salutare l’amico Daniele Ponchiroli e ripartire verso Parigi. Quel giorno stesso Giulio Einaudi lo conobbe e gli propose di restare. Bollati sarebbe diventato presto direttore generale. Empatia? Probabilmente. Un algoritmo, tra diecimila candidati, avrebbe scelto di meglio?

È lecito dubitarne. Certo, erano altri tempi, in cui le probabilità che fosse proprio uno come Bollati a presentarsi lì quel giorno erano infinitamente maggiori di quanto possa succedere oggi in un’azienda analoga, dove l’accesso (nella cosiddetta «età dell’accesso») è molto più mediato e difficile e la concorrenza ben più agguerrita. Ma un manager - magari strapagato - che non sappia individuare i propri collaboratori, al punto da affidarsi a un meccanismo digitale per non sbagliare, è un manager mediocre che manca di sensibilità e di coraggio. Un algoritmo lo boccerebbe di sicuro? Mah.

lunedì 29 giugno 2015

Autocertifico che sono morto”, ecco i dieci moduli più assurdi dell’amministrazione pubblica

La Stampa

L'Italia apre le moschee la Tunisia ne chiude 80

 All'estero politiche rigorose contro i centri islamici


Molto più che islamicamente corretti. In Italia siamo più islamici degli islamici. Mentre in Tunisia, proprio perché colpita dal terrorismo islamico, le moschee le chiudono, in Italia, dove il rischio terrorismo è estremamente elevato, le moschee le vogliamo costruire.

Ieri in Tunisia il governo ha deciso di chiudere 80 moschee perché «continuano a diffondere la loro propaganda e il loro veleno per promuovere il terrorismo». Il primo ministro Habib Essid individua senza giri di parole un collegamento tra queste moschee e gli attentati terroristici a Sousse costati la vita a 39 persone. Chiarisce che si tratta di moschee «fuori dal controllo dello Stato» e che saranno chiuse entro una settimana.

Ebbene, ve lo immaginate il capo del governo Renzi o il ministro dell'Interno Alfano che decidono la chiusura delle moschee risultate colluse con il terrorismo islamico? La verità è che la semplice ipotesi di chiudere non ottanta ma una sola moschea non passa per la mente a nessuno della nostra classe politica. Nella cultura politica italiana il concetto di moschea è connotato da positività, concepito come luogo di preghiera e addirittura di integrazione.

Tutte le inchieste sulle moschee sottolineano che in Italia ci sono «solo» 4 moschee complete di minareto (Ravenna, Roma, Colle Val D'Elsa, Segrate Milano), mentre si lamenta che le altre 164 moschee e i 222 luoghi di culto sono degli spazi riadattati ma privi della dignità delle moschee ufficiali. Si denuncia che sono troppo poche per il milione e 628mila musulmani residenti, trascurando il fatto che non più del 5 per cento frequenta le moschee. Ed è così che i militanti islamici si stanno battendo per la costruzione di nuove grandi moschee a Milano, Genova, Firenze, Bologna, Pisa, Piacenza, Città di Castello.

Impariamo dai Paesi musulmani come vanno considerate le moschee. Oltre alla Tunisia, in passato il Marocco, l'Egitto e persino l'Arabia Saudita hanno chiuso le moschee che promuovono il terrorismo islamico.

Al Cairo nel 2013 l'esercito ha dovuto combattere per reprimere i terroristi dei Fratelli Musulmani che avevano eretto la moschea di Raba'a al Adaweya a loro roccaforte, trasformandola in un arsenale di armi ed esplosivi. I terroristi islamici si erano arroccati persino sul minareto da dove sparavano contro i militari. Nel 1998 l'attuale presidente turco Erdogan fu imprigionato per aver decantato pubblicamente i versi del poeta Ziya Gökalp: «Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati».

Alfano, nel riesumare lo scorso febbraio la Consulta islamica, attribuendo la metà dei seggi ad esponenti dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), che rappresentano l'ideologia dei Fratelli Musulmani, ha detto «noi parliamo con chi prega, non con chi spara». Bene, sarebbe ora che il ministro dell'Interno di uno degli Stati più importanti al mondo si informasse meglio su cosa sono le moschee e ciò che vi accade dentro.

È purtroppo vero che Obama e Cameron continuano a ripetere ciecamente che l'islam è una religione di pace, ma sarebbe il caso di fidarci di più dei musulmani che certamente l'islam lo conoscono meglio. Ma, secondo voi, che cosa si predica nelle moschee se non ciò che Allah ha prescritto nel Corano e ciò che ha detto e ha fatto Maometto? È comprensibile che il primo ministro tunisino non possa denunciare l'islam, il Corano e Maometto e si limiti a ordinare la chiusura delle moschee, ma noi potremmo e dovremmo avere la libertà, il coraggio e il dovere di andare alla radice del male.

 La verità è che chi ci governa ha paura. Ha paura Hollande, che condanna l'attentato terroristico a Saint-Quentin-Fallavier ma si guarda bene dal definirlo «islamico». Questa paura ci porta a non guardare in faccia la realtà. Preferiamo girarci attorno. Immaginiamo di potercela cavare espellendo gli imam e i militanti estremisti usciti allo scoperto o comunque intercettati. Non comprendiamo che è solo la punta dell'iceberg. Questa guerra mondiale scatenata dal terrorismo islamico la potremo vincere solo scontrandoci con l'iceberg, che sono le moschee, l'islam, il Corano e Maometto.

Così Rimini aiuta gli stranieri: case popolari con vista mare


Niente paura, leggete il Corano Ci troverete le radici del Male

I profughi vengono assistiti, i commercianti italiani sono lasciati morire"


Leggere il Corano per capire che l'islam non si fermerà

Altro che Favji: 5 consigli per diventare famosi su YouTube

La Stampa


A 20 anni è lo Youtuber più seguito d’Italia con le sue recensioni di videogiochi. Altri puntano sull’ironia o sui tutorial di makeup: ma da che parte cominciare? Ecco i suggerimenti di Sara Mormino, la donna che scopre le prossime celebrità del web




«Guadagnare con YouTube? Ma certo che si può». Quando parla, Sara Mormino ha un entusiasmo contagioso che spinge chiunque la ascolti a dare il meglio di sé e a guardare il futuro con un po’ più di ottimismo. Ha 44 anni ed è di Roma. Da qualche mese è la responsabile mondiale delle partnership di YouTube. Il suo mestiere è scoprire gli Youtuber, i nuovi talenti del social che, secondo la rivista americana «Variety» gli adolescenti amano più delle celebrità di Hollywood, e trasformare le loro collezioni di video in canali di successo.

Ci sveli il segreto: come si diventa oggi una star su YouTube?  
«Non c’è una regola d’oro. Parlerei piuttosto di accorgimenti utili a definire una propria identità in uno scenario in continua crescita e che oggi ha raggiunto il numero record di 300 ore di video caricate ogni minuto, in tutto il mondo»

Allora partiamo dai fondamentali. Il primo passo?  
«Il più importante consiglio che mi sentirei di dare è di cominciare da una passione autentica. Solamente parlando di qualcosa che piace davvero può motivare le persone alla condivisione e alla produzione regolare di video. Chiunque può darsi una chance, partendo da ciò che sa fare meglio».

Ma ci sono dei temi che funzionano più di altri?
«I videogiochi, sicuramente. Oggi il canale con il maggior numero di iscritti al mondo appartiene ad un ragazzo svedese, PewdiePie e parla proprio di questo. Da noi il maggior rappresentante è Favij. Poi abbiamo tutto il vasto mondo della bellezza, dai tutorial di make-up a quelli di manicure. Pensiamo a Clio Zammatteo. Ma stanno emergendo anche canali con tematiche più impegnative come la scienza o la matematica, da VSauce a Periodical, o dedicati alle news, come Breaking Italy e Parliamone».

Due: con quale cadenza pubblicare i video?  
«E’ importante creare un dialogo costante con il proprio pubblico attraverso una programmazione regolare. Non bisogna deludere le aspettative dei fan».

Tre: passiamo al linguaggio. Come ci si rivolge al pubblico?  
«In maniera semplice e immediata, per mantenere una giusta naturalezza con gli spettatori».

Meglio parlare in italiano o in inglese come fa Marzia Bisognin, alias CutiePieMarzia?
«Più un video è comprensibile da audience globali e maggiori saranno le opportunità di raccogliere visualizzazioni, ma questo non significa che bisogna rinunciare alla propria lingua per avere successo».

domenica 28 giugno 2015

Regole , divieti e punizioni così si vive nel Califfato

La Stampa
 maurizio molinari

Lapidazione per gli adulteri, “costi standard” per le prestazioni mediche fino alle norme sulla pesca e il lavoro: tutto per rafforzare il potere




Cavi elettrici riparati, affitti calmierati, marciapiedi verniciati, norme per proteggere la pesca, partorire negli ospedali ma anche sul bando di prodotti Apple, le punizioni feroci, la vendita di protesi, e il diktat ai cristiani: ad un anno dalla proclamazione il Califfato si distingue non solo per l’efferato terrore imposto ai circa 12 milioni di sudditi ma anche per l’impegno logistico ed amministrativo teso a migliorare le strutture pubbliche, cercando di cementare il consenso per il potere assoluto. Regolando in maniera capillare ogni aspetto della vita quotidiana. Ecco alcuni esempi, frutto di testimonianze e documenti raccolti dal ricercatore britannico Aymenn Jawad Al-Tamimi, che descrivono come il Califfo gestisce il proprio territorio.

Il costo per partorire negli ospedali
L’amministrazione medica del Wilayat (Provincia) al-Kheir, l’ex siriana Deir az-Zor, ha stabilito i costi da sostenere per far nascere i bambini in ospedale: 80 dollari per il parto cesareo e 55 per quello naturale con la possibilità di tenere, in entrambi i casi, i bebè ricoverati nelle 12 ore seguenti alla nascita.

Pesca senza fare uso di esplosivi  
L’intento nel Wilayat dell’Eufrate è «garantire l’abbondanza di pesci» e dunque vengono vietati lungo i fiumi «l’uso della corrente elettrica, di materiali esplosivi e di tossine chimiche» perché «uccidono troppi pesci e rischiano di avvelenare ciò che altri mangeranno». È inoltre vietato «pescare durante la riproduzione dei pesci» perché «distruggere le uova significa nuocere alla futura abbondanza di pesce».

Marciapiedi verniciati e fognature
Nel Nord della Siria il Califfato assicura ai residenti del Wilayat di Raqqa il ripristino dell’elettricità, la realizzazione di impianti fognari «nel sottosuolo» e la verniciatura dei marciapiedi «per migliorare la vita dei residenti».

Limiti ai profitti dei farmacisti  
Tutte le farmacie del Califfato devono far avere alle amministrazioni locali i titoli di studio dei farmacisti e non possono imporre alla clientela «aumenti di prezzo superiori al 20 per cento dell’etichetta».

Le scuole dell’obbligo a Raqqa  
Nella maggiore città del Califfato in Siria le scuole dell’obbligo durano 9 anni, divise in 5 di elementari e 4 di superiori. Dopo avviene la «selezione per college e atenei». Gli insegnanti devono aver seguito «un corso preparatorio di 10 mesi» che include «60 giorni di lezioni sulla Sharia» e la firma di un documento finale di «pentimento» per quanto fatto in passato contravvenendo alle norme dell’Islam.

Memorizzazione del Corano  
Il comitato per l’«Insegnamento del Nobile Corano» prevede che ogni insegnante frequenti un corso a due livelli, memorizzando prima «5 parti» e poi «3 parti» dimostrando una «corretta recitazione del testo». Per frequentare bisogna avere fra 18 e 40 anni, senza assentarsi «se non quando la Sharia prevede».

Offerte di lavoro «qualificato»
Nella provincia di Raqqa gli uffici di collocamento offrono lavoro a chi è «qualificato» in «Scienze della Sharia», contabilità, computer, amministrazione d’affari, educazione scientifica ed umanistica, preparazione di insegnanti. Inoltre, il «Centro Hisbah» della polizia islamica cerca veterinari, guardie, ispettori sanitari, macellai, boia «per tagliare le gole» e «addetti alle pulizie».

Limiti al movimento delle donne  
Le donne sotto i 50 anni non possono uscire dai confini di Raqqa senza permessi e documenti di transito emessi dalla polizia islamica, gli è «proibito» recarsi «nelle terre degli infedeli eccetto assolute urgenze mediche». Le donne anziane non sono obbligate ad indossare l’hijab. Le donne possono salire e scendere dagli autobus solo nei garage delle apposite fermate.

Le donne mostrino solo un occhio  
La fatwa numero 40 del Califfato prevede che «mogli, figlie e donne dei credenti devono indossare all’esterno abiti che non le facciano riconoscere o violentare». Per questo «le donne devono coprire i loro volti sin da sopra la testa, mostrando solo l’occhio sinistro».

I reclami dei cittadini per i risarcimenti
Il Wilayat della provincia di Aleppo prevede che «chi ha subito torti e danni, personali o nelle proprietà, da soldati o dirigenti dello Stato Islamico» può sottomettere dei «reclami» per ottenere «risarcimenti». Di conseguenza a «soldati e dirigenti» viene chiesto di «fare attenzione ad evitare oppressione e aggressione nei confronti dei cittadini» perché «vi saranno conseguenze anche nella vita futura».

L’ultimatum ai cristiani di Mosul  
Emesso a Mosul dal Wilayat di Ninawa, offre ai «fedeli del Nazareno» tre scelte: «Convertirsi all’Islam, accettare il patto di sottomissione pagando la tassa annuale “jizya” o “se rifiutano andranno incontro alla spada».

Il divieto ai prodotti Apple  
Si tratta di una disposizione del Califfo «a tutte le province, le sotto province ed i comitati locali» perché «nell’interesse pubblico di proteggere le anime dei credenti» e «combattere i crociati» viene decretato il «bando di ogni dispositivo elettronico con il gps» a cominciare da «telefoni, tablet e computer di Apple» capaci di «creare gravi rischi a tutti».

A morte gli omosessuali
Per chi viola le norme della Shiaria le punizioni sono le più feroci. La blasfemia è punita con la morte e se l’insulto è nei confronti del Profeta «neanche il pentimento può salvare». L’adulterio è punito con la lapidazione, l’omosessualità con la morte «sia dell’attivo sia del passivo», il furto con l’amputazione della mano, bere il vino con 80 frustate, uccidere e rubare con la morte per crocifissione e «diffondere paura» con l’«espulsione dal territorio».

Niente autostop sui camion
Nella provincia di Ninawa, in Iraq, camion e furgoncini hanno il divieto di dare passaggi a soldati o esponenti del Califfato. È una misura tesa ad evitare che diventino obiettivi dei droni.

Affitti calmierati  
Nel Wilayat dell’Anbar in Iraq, il Califfato stabilisce un tetto massimo di 84 dollari al mese per gli affitti di case, circa un terzo del valore precedente perché «tocca ad Allah occuparsi delle cose materiali» mentre i mujaheddin devono combattere.

Marchi contraffatti  
Vendere prodotti con etichette falsificate è «proibito dal legislatore Maometto» perché si tratta di «un inganno»: «chi vende deve spiegare con cura di dettagli produzione e provenienza».

Colpo Grosso distraeva i libici dalla preghiera”









Comicità milanese. Con Gerry Calà, Franco Oppini, Nini Salerno avete anticipato Elio e Le Storie Tese. Un verso come “l’aerobica è giappo-italiana” è abbastanza esplicativo…
Be’ certo, Elio e le storie tese ci hanno copiato, e ne vado fiero. Il nostro cabaret aveva anche riferimenti colti. Per noi era motivo d’orgoglio forte non appoggiarci alle comicità dialettali. Non far ridere alla napoletana, alla romana o alla toscana. Al derby c’eravamo noi, poi Cochi e Renato, poi Villaggio, poi Jannacci. Cinque anni di gavetta, dopo la tv fu facile.

Dal Derby passava tutta Milano, dal boss Francis Turatello in poi…
Una volta arrivarono Enrico Maria Salerno e Veronica Lario, lavoravano insieme al Manzoni, a guardare lo spettacolo di Enzo Robutti. Lui dice in bolognese: “un bel spumon”. La Lario chiede a Salerno: “cos’è lo spumone”. E Salerno: “pompino!”

E la Milano di oggi? Quella dei Fuori salone e dell’Expo?
In giro vedo più nervosismo. Ci sentiamo tutti un po’ meno sicuri: furti di ogni tipo, aggressioni. Ma io amo Milano. Ci trovi di tutto: dalla musica classica in poi. Perfino Casanova, nelle sue Memorie scrive: “Milano è una città dove le persone sono gentili e ci si dà una mano, Roma invece….”

Dai Gatti a Colpo Grosso. Ha sdoganato il nudo. Ha rimappato la geografia del desiderio in tv…
C’è un pre-Colpo grosso e un post-Colpo grosso. Con Quelli della notte di Arbore abbiamo rivoluzionato la Tv. Sia Beniamino Placido che Oreste Del Buono mi elogiarono, e anche Alberoni. Non tutti erano contrari. 

Alcuni sì, però…
Concita De Gregorio da direttrice dell’Unità scrisse che Colpo Grosso e Drive In avevano rovinato le generazioni a venire. Io ho frequentato la sinistra eccome, il mio amicone Diego Abatantuono è di sinistra, ho lavorato con l’aiuto regista di Dario Fo, insomma conosco quel mondo. Uno dei motti di allora non era “Vietato vietare?”.

Quella di oggi è una sinistra da oratorio?
Oratorio per oratorio, durante una partita della nazionale cantanti mi trovai a giocare con dei frati…

Lei, il maestro di cerimonie delle ragazze cin cin?
Come corrono i frati! Velocissimi. Tostissimi. Alla fine della partita mi si avvicina il priore (ormai Colpo grosso lo conduceva Maurizia Paradiso) e mi fa: “era meglio quando lo conducevi tu”.  “Allora mi assolve, padre?”. “Ma certo”…

E invece Reagan non la assolse…
Un giorno venne da me Mike Bongiorno e mi disse “hai fatto un casino eh”. La Cbs aveva fatto un servizio su Colpo Grosso, avevano coperto i capezzoli delle ragazze in post-produzione, con delle stelline. Reagan si era lamentato del programma. Gheddafi, addirittura, minacciò di lanciare dei missili su Lampedusa: Colpo grosso gli distraeva i libici dalla preghiera. Erano tutti lì attaccati alla tv.

Dallo spogliarello alle colonne sonore…
Ne sto facendo una anche adesso. Il film si chiama Infernet, con Remo Girone, Lino Banfi, Catia Ricciarelli, Ricky Tognazzi. 

C’è un suo pezzo in Jackie Brown di Tarantino….
Lo prese da un b movie italiano degli anni 70, La Belva col mitra. Con un Helmut Berger orfano di Visconti. Tarantino prese la scena con la colonna sonora. Quando lo chiamai per ringraziarlo mi disse: “grazie a te per la tua fottutissima musica, vorrei fare una altro fottutissimo film con una fottutissima musica fatta da te fottutamente apposta”. Sei parole e ottanta “fuck”. Comunque per quella colonna sonora mi arrivano diritti d’autore dalle isole Samoa e dall’Alaska, ancora…

Celebrità per celebrità, nei suoi locali sono passati molti personaggi famosissimi
Una notte Niki Lauda si scatenò come un pazzo sulla pista. La sua compagna di allora disse che non l’aveva mai visto così. Convinsi perfino Gino Paoli, che era a cena in Sardegna, a cantare. Lo incastrai facendo cantare Il cielo in una stanza a tutto il pubblico. Difficile sottrarsi. Sono un po’ un ipnotizzatore. 

Coi Gatti incontrò anche Woody Allen.
Si doveva lavorare assieme, per il festival di Spoleto nell’80. Andammo a New York. Lui gentilissimo e timidissimo, restava sveglio la notte per scrivere per noi. Poi mancarono i soldi. Una sera ci trovammo in un ristorante con lui, la Fallaci e Isabella Rossellini. Stava lì schiacciato in mezzo alle due. 

E ora i suoi locali. 
Non sono i miei, Gli Smaila’s sono dei franchising, mi permettono di avere un tot di serate assicurate. Anche con la crisi. 

Momenti suoi di crisi?
A inizio anni 90. Quando finì Colpo Grosso e finirono i programmi Finivest. Da 500 puntate all’anno a zero. 

Che si fa in questi casi?
Mi resi conto che avevo un repertorio vastissimo. Cambiai la Bmw con una macchina usata, e mi rimboccai le maniche per ripartire. Ho fatto così.

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