giovedì 28 maggio 2015

Stupore, contrattacco e denunce Impresentabili, nessuno si ritira

Corriere della sera

di Adriana Logroscino

Copertino, Ladisa, Oggiano e Palmisano respingono le accuse e restano in lista. Emiliano aveva chiesto un passo indietro al «suo» candidato. Ma lui: sarà tutto chiarito

 

 BARI — I quattro «impresentabili» non si ritirano dalla competizione elettorale di domenica. Giovanni Copertino di Forza Italia, Fabio Ladisa dei Popolari (centrosinistra), Massimiliano Oggiano (Oltre con Fitto) e Enzo Palmisano (Movimento Schittulli-Area popolare) saranno regolarmente ai nastri di partenza delle elezioni regionali pugliesi. E non soltanto perché — a liste presentate e ufficializzate — un ritiro sarebbe soltanto formale, non sostanziale. Ma proprio perché respingono le accuse mosse loro dalla commissione nazionale Antimafia presieduta da Rosy Bindi, che li ha inseriti in questo speciale elenco. Copertino sostiene di aver soltanto «aiutato una persona in difficoltà» e minaccia «il suicidio» se venisse fuori un qualche interesse dietro all’aiuto offerto. Oggiano parla di «porcata mediatica, bassa macelleria politica» e avverte che intende difendersi da chi lo diffama. Palmisano annuncia un esposto alla magistratura e anche contro i commissari dell’antimafia. 

Ladisa «controdeduce» e si ribella: «Verrò eletto»
Ladisa, l’unico degli impresentabili che appartiene al centrosinistra, ha dato mandato al suo avvocato, Nino Castellaneta, perché lo difenda in ogni sede. Anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, se sarà possibile. Intanto il legale ha presentato una formale contestazione direttamente alla commissione antimafia. «Nessun tipo di reato, così come formulato, rientra tra quelli previsti dall’articolo 1 del codice di autoregolamentazione predisposto dalla commissione di inchiesta antimafia in data 24 settembre 2014», scrive. Poiché in quel codice la fattispecie di reato contemplata per essere definiti «impresentabili» è l’estorsione, e dal momento che Ladisa è accusato di tentata estorsione, secondo l’avvocato il suo inserimento in quella lista è banalmente un errore. Lo stesso Ladisa comunica di aspettarsi una correzione in corso. «Contro di me invidia e infamità. Sto spingendo i miei sostenitori a darsi da fare più che mai: non solo sarà candidato, io sarò eletto».
Emiliano usa prudenza e rinvia i commenti a dopo il voto
Anche Michele Emiliano che pure ha chiesto al partito di Ladisa, Realtà Italia, di ritirarne simbolicamente la candidatura, sottolinea che la Commissione ha l’esclusiva responsabilità di quella lista. «Io colgo lo spunto che viene da questa lista, peraltro parziale. Ne ho preso atto e mi sono limitato a chiedere alla forza politica che candida Ladisa di ritirarlo dalla lista. È un gesto simbolico, ovviamente, però è conseguenza dalla decisione della Commissione antimafia che, immagino sappia quel che dice. Se dopo le elezioni si dovesse scoprire che in realtà la situazione era diversa, è la Commissione che se ne assumerà la responsabilità. 

Io non posso fare altro». Qualche dubbio su modalità e tempi di intervento della commissione, Emiliano - che la settimana scorsa aveva equiparato l’operazione della lista degli impresentabili all’«esposizione delle persone sui ganci come in macelleria» — sembra coltivarlo. «Sarebbe bello conoscere i criteri ma non chiedetemi giudizi, non prima del 2 giugno — risponde — in questo momento io obbedisco alla commissione e naturalmente lascio a ciascun candidato e a ciascuna forza politica, non ho candidato io Ladisa, infatti, di decidere in serenità cosa fare. Io per ora credo di avere fatto il mio dovere».

Monsignor Paglia indagato per l’acquisto del castello di Narni L’accusa: associazione a delinquere

Corriere della sera

di Amalia De Simone - Fiorenza Sarzanini 

L’alto prelato raggiunto dall’avviso di chiusura indagini. Usati soldi della diocesi per l’operazione immobiliare. Accuse dall’associazione per delinquere alla truffa 

 

 La procura di Terni chiude le indagini sulla compravendita del castello di San Girolamo e contesta l’associazione per delinquere oltre a numerosi reati per l’irregolarità della gara pubblica. Tra gli indagati, monsignor Vincenzo Paglia – attuale presidente del Pontificio consiglio per la famiglia – il vicario episcopale della diocesi Francesco De Santis, oltre al presidente dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, Giampaolo Cianchetta. Le indagini sono state svolte dal nucleo valutario della Guardia di Finanza guidato dal generale Giuseppe Bottillo e dalla Questura di Terni guidata da Carmine Belfiore.

Lo scenario
Operazioni finanziarie e immobiliari realizzate con i conti correnti della diocesi umbra di Terni, Narni e Amelia, gravata da un pesante buco economico, sono lo scenario dell’ inchiesta che coinvolge uno dei più importanti esponenti della chiesa cattolica. Monsignor Vincenzo Paglia, esponente di spicco della comunità di Sant’Egidio e vescovo della diocesi di Terni dal 2000 al 2012, è stato raggiunto da un avviso di conclusione indagini firmato dal pm della procura di Terni Elisabetta Massini. Le accuse vanno dall’associazione per delinquere alla turbata libertà degli incanti, truffa ai danni del Comune di Narni, abusivo esercizio del credito, appropriazione indebita.



L’indagine sulla compravendita avvenuta 4 anni fa
Al centro dell’inchiesta c’è la compravendita, risalente a circa quattro anni fa, del castello di San Girolamo a Narni, avvenuta formalmente da parte della IMI Immobiliare srl ma in realtà realizzata utilizzando indebitamente denaro della diocesi di Terni Narni Amelia. Secondo la procura di Terni il presidente del Pontificio consiglio per la famiglia sarebbe uno dei promotori dell’affare. Paglia avrebbe agito in concorso con altri soggetti tra cui Paolo Zappelli, amministratore unico della IMI Immobiliare ed economo della diocesi, Luca Galletti, direttore dell’ufficio tecnico della diocesi, e Francesco De Santis, vicario episcopale e portavoce del vescovo. Tra gli altri indagati, che come tutti avranno 20 giorni di tempo per depositare memorie difensive o chiedere di essere interrogati, Stefano Bigaroni, sindaco di Narni all’epoca dei fatti, gli amministratori del Comune umbro Antonio Zitti, Alessia Almadori e Alessandra Trionfetti e i componenti del cda di società immobiliari Giampaolo Cianchetta e Gian Luca Pasqualini.

Castello maestoso, ma in abbandono
Il complesso immobiliare del Castello di San Girolamo è una struttura maestosa, di grande interesse culturale e storico e ora in completo stato di abbandono. La sua cessione è oggetto di indagine da parte degli inquirenti che hanno già concluso la fase preliminare.Una compravendita, costata alle casse della diocesi più di un milione di euro (1.066.625,48), e che secondo l’atto di accusa avrebbe procurato un ingiusto profitto a Galletti e Zappelli. Nell’avviso di chiusura indagini emerge che l’acquisto del castello fu perfezionato con un pagamento avvenuto in tempi diversi da quelli previsti nel bando di gara, da parte di una società diversa da quella che se lo era aggiudicato, con finanziamenti operati in violazione di legge e attraverso una serie di operazioni societarie sulle quali il pm Elisabetta Massini intende fare chiarezza.



Usato conti correnti della Diocesi
L’operazione sarebbe stata realizzata utilizzando due conti correnti della diocesi che erano nella disponibilità di Galletti e Zappelli, in quanto rispettivamente vicario della diocesi nonché delegato del vescovo a operare sui conti correnti della diocesi stessa, i quali avrebbero poi beneficiato del business immobiliare. Secondo l’inchiesta, il sindaco di Narni, Bigaroni, comunicò a monsignor Paglia l’intenzione del Comune di vendere il castello prima ancora della pubblicazione dell’elenco delle aree del Comune di Narni poste in vendita, prevedendo nel bando di gara un prezzo di 1.760.000 euro, una somma largamente inferiore al valore reale di 5.638.040 euro.
L’inchiesta
Da qui una serie di carteggi che il pm giudica illeciti fino all’aggiudicazione del bene a una società non solo diversa dalla vincitrice della gara ma che non aveva nemmeno i requisiti per parteciparvi. Sentito a margine della videoinchiesta sul caso del buco finanziario nelle casse della diocesi e sulla compravendita del castello di San Girolamo, mesi fa il presidente del Pontificio consiglio della famiglia chiarì di non voler rilasciare interviste sulla questione, di non saperne nulla e di aver lavorato sempre nella massima trasparenza e per il bene della chiesa.

I riflettori sulla diocesi di Terni, Narni e Amelia si erano accesi per un triste primato e cioè quello di essere la seconda diocesi più indebitata d’Europa con un buco di circa 25 milioni di euro. Per questo motivo monsignor Vecchi, amministratore apostolico, su indicazione di Papa Francesco, prima di lasciare il posto al successore di Paglia, ha condotto un importante cammino di risanamento e bonifica della diocesi. L’anno scorso il Pontefice ha scelto come guida della diocesi un frate francescano: padre Giuseppe Piemontese, ex custode del Sacro convento di Assisi.

martedì 26 maggio 2015

La Svizzera cerca i proprietari di 400 milioni di euro dimenticati sui conti

Corriere della sera
di Claudio Del Frate

Si trovano su depositi da oltre 50 anni privi di ogni movimentazione. Le autorità elevetiche cercano gli eredi pubblicando su internet i nomi

cd
La favola dello «zio d’America», alla cui scomparsa si associa il riemergere di un’eredita inaspettata dovrà essere forse aggiornata e rivista. Al posto del parente d’Oltreoceano, occorrerà fare spazio allo «zio svizzero»: nelle banche elvetiche ci sono infatti 400 milioni di franchi (qualcosa di meno, se il calcolo avviene in euro) , appartenenti a persone presumibilmente defunte, rimasti senza padrone e per i quali adesso il governo di Berna vorrebbe trovare i legittimi proprietari. L’appello, obbedendo al segno dei tempi, verrà diffuso quanto prima attraverso un apposito sito internet che riporterà i nomi dei titolari «scomparsi» di quel denaro.
Denaro «dormiente» e privacy
I 400 milioni fanno parte di migliaia di conti bancari cosiddetti «dormienti»: sotto questa definizione ricadono tutti quei «tesoretti» sui quali da almeno 50 anni non avviene nessuna movimentazione di denaro. Dunque si tratterebbe di soldi giacenti almeno dal 1965 e mai più toccati. Fino a oggi la rigida cultura della privacy bancaria elvetica aveva impedito di svelare i nomi dei titolari di quei conti.

cd
Viste però le dimensioni raggiunte dal fenomeno , il governo ha deciso di intervenire con una legge ad hoc per sbloccare quel denaro e rimetterlo a disposizione dei legittimi proprietari o dei loro eredi. La procedura scelta prevede l’apertura di un sito internet dedicato con tutti i nomi dei correntisti e con i riferimenti bancari: chi dovesse riconoscersi titolato a rientrarne in possesso presenterà una domanda che verrà esaminata dalle autorità. Eventuali soldi o beni che non venissero reclamati da nessuno entreranno a far parte del patrimonio dello Stato.
La «corsa all’oro» e l’ipotesi evasione
Facile immaginare, a questo punto, una sorta di «corsa all’oro» da parte di nipoti, cugini ed affini vari, magari privi di qualsiasi diritto ma che tentano il colpo della fortuna. Per evitare l’insinuarsi dei furbi i controlli saranno stringenti. Ma il vero rebus storico - finanziario è: a chi appartengono i conti «in sonno» e perché il denaro si trova parcheggiato in Svizzera da mezzo secolo senza che nessuno lo tocchi? A caldo si era pensato a una coda dei beni fatti arrivare in Svizzera da famiglie ebraiche perseguitate ai tempi della Shoah e lì rimasto dopo la morte dei proprietari nei lager nazisti.

Tale ipotesi è stata però esclusa da fonti elvetiche che hanno anche richiamato il fatto che il contenzioso tra le Comunità Ebraiche e la Svizzera si è chiuso con un risarcimento a nove zeri risalente all’inizio degli anni ‘90. Una parte - ma non molti - potrebbe appartenere a cittadini svizzeri rimasti privi di discendenti. Si fa strada dunque l’ipotesi - ma al momento puramente teorica -che su quei conti siano approdati soldi provenienti da esportazione illecita e la cui emersione rischia di mettere in imbarazzo eventuali eredi con il Fisco dei paesi d’origine.

26 maggio 2015 | 14:15

Tutti in guardia, torna il rischio “Millennium Bug”

La Stampa
francesco semprini

Un aggiustamento temporale potrebbe trasformare le 00:00 del 30 giugno 2015 nelle 23:59:60 mandando in tilt i sistemi informatici. Mercati finanziari in allerta

E’ cominciato il conto alla rovescia verso il nuovo “Millennium Bug”. E’ questo l’ultimo allarme che sta mettendo in difficoltà i mercati finanziari del Pianeta, il rischio di un curioso e singolare disallineamento spazio-temporale destinato, sembra, a mettere a dura prova i sistemi informatici che regolano gli scambi. Nella terminologia anglosassone viene chiamato “leap second”, un evento che si verifica una volta ogni tanti anni, quando l’orario in tutto il mondo subisce un aggiustamento di un secondo a causa del non perfetto allineamento tra il tempo e la rotazione della terra. 

In sostanza alla mezzanotte del meridiano di Greenwich, il 30 giugno 2015, questa è la data prevista per il “leap second”, potrebbe scattare l’ora 23:59:60 anzichè le 0:00:00. In sostanza si aggiungerebbe un secondo alla giornata che segna il giro di boa dell’anno in corso, e questo rischia, secondo diversi osservatori, di mandare in tilt, o quanto meno di mettere in difficoltà i terminali, in particolare quelli dei mercati automatizzati, qualora non fossero opportunamente impostati e programmati. In sostanza un rischio simile a quello passato alla storia come “Millennium Bug” e che molto paventavano alla fine del 1999, con l’entrata del nuovo millennio e lo stravolgimento dei datari di tutto il mondo. Tanto che il “leap second” è stato ribattezzato “il cugino del Y2K” (Year Two Thousand). 

Ed ecco che le Borse di tutto il Pianeta stanno escogitando un modo per porsi al riparo da ogni eventuale rischio, specie perché tra molti operatori del settore è ancora vivo il ricordo del flash crash” del 6 maggio 2010, ovvero del “glitch” che ha mandato nel pallone i sistemi automatizzati e che ha causato il crollo più veloce della storia del Dow Jones, pari a quasi mille punti in 36 minuti. «Non abbiamo grandi preoccupazioni, ma come autorità di vigilanza dobbiamo assicurare che i mercati siano preparati», spiega un portavoce della Us Commodity Futures Trading Commission, l’authority di Borsa che ha chiesto ai gestori dei mercati finanziari di presentare un piano di prevenzione. Ecco allora che il Chicago Mercantile Exchange Globex Electronic Market aprirà le contrattazioni più tardi per evitare la fatidica mezzanotte del Meridiano Zero.

Il New York Stock Exchange, invece, chiuderà le contrattazioni del dopo-mercato mezz’ora prima. Più radicale la scelta del London Stock Exchange, che rimarrà chiuso tutto il giorno, così come le Borse di India, Hong Kong, Brasile, e quelle di molte capitali finanziarie europee. Il Japan Exchange Group invece ha deciso di sfidare il “second leap” lasciando regolarmente aperti i mercati di azioni, opzioni e future, questo però non vuol dire che saranno prese opportune misure preventive. Il Giappone contrasterà il “cugino” del Millennium Bug con un processo che si chiama “dilution”, diluizione ovvero, il secondo in più del 30 giugno sarà diluito nei secondi immediatamente precedenti l’ora X.

Simile metodo verrà adottato da altri mercati dell’estremo oriente, come Corea e Australia, che diluiranno nei secondi successivi all’ora X, mentre Singapore diluirà il giorno successivo. Da mesi, del resto, le società che partecipano alla gestione delle Borse stanno mettendo a punto software in grado di offrire una “protezione” nel caso si manifesti qualsiasi conseguenza del second leap, mentre altre puntano sul rallentamento degli scambi. Perchè come il “Millennium Bug”, sebbene prevalga una pragmatica certezza, in molti è presente il timore di un nuovo “glitch” che potrebbe causare a partire dal 30 giugno “giornate molto costose”. 

Ex br firma per vittime dei terroristi I parenti si ribellano: tolga il nome

Corriere della sera

di Fabrizio Caccia

Raimondo Etro, arrestato per via Fani, sottoscrive la petizione per intitolare una via ai poliziotti Mea e Ollanu uccisi nel 1979 dalle Brigate Rosse in piazza Nicosia a Roma

Sperava, lo confessa, di passare inosservato. Di confondersi in mezzo ad altri cento nomi. Quando un mese fa Raimondo Etro, 58 anni, romano, ex terrorista delle Brigate Rosse, già condannato a 20 anni e 6 mesi per il sequestro di Aldo Moro, ha letto su internet la petizione lanciata da Giuseppe Messina, poliziotto in pensione, d’impeto ha deciso di firmarla. Petizione al ministro dell’Interno Angelino Alfano per chiedere di dedicare una via, una piazza o una caserma alla memoria del brigadiere Antonio Mea e dell’agente Pierino Ollanu, trucidati da un commando delle Br il 3 maggio 1979 in piazza Nicosia, a Roma, durante l’assalto alla sede regionale della Dc.

L’ex br Etro firma per le vittime dei terroristi. I parenti si ribellano 
L’ex br Etro firma per le vittime dei terroristi. I parenti si ribellano 
L’ex br Etro firma per le vittime dei terroristi. I parenti si ribellano L’ex br Etro firma per le vittime dei terroristi. I parenti si ribellano
Raimondo Etro non c’era e non sparò in via Fani, il 16 marzo 1978. Ma lo stesso, nei mesi precedenti, partecipò attivamente alla preparazione del sequestro Moro, incaricato da Prospero Gallinari di realizzare una cartina millimetrica della chiesa di Santa Chiara ai Giuochi Delfici, dove il presidente della Dc era solito andare a pregare la mattina presto. Lui svolse con cura quel lavoro, guadagnandosi la fiducia del parroco. Poi però le Br cambiarono il piano ed Etro fu mandato, un mese prima della strage, in piazza Stresa con il compito di segnalare via radio il passaggio delle auto di Moro e della scorta a Mario Moretti, che attendeva in via Fani.
Aldo Moro, l’anniversario: 37 anni fa il rapimento e l’uccisione della scorta 
Aldo Moro, l’anniversario: 37 anni fa il rapimento e l’uccisione della scorta Aldo Moro, l’anniversario: 37 anni fa il rapimento e l’uccisione della scorta
Aldo Moro, l’anniversario: 37 anni fa il rapimento e l’uccisione della scorta
È con grave imbarazzo, raggiunto al telefono, che si mette a spiegare la sua decisione di firmare la petizione: «Io ho rotto coi compagni e col mio passato - dice Etro -. Ho cambiato il modo di vedere le cose, sono diventato amico di tanti poliziotti. Lo so che è impossibile, per chi si è armato e ha bruciato delle vite, capire ancora oggi il male fatto. Non esiste pentimento, dissociazione o altro per comprendere il danno arrecato a madri, padri, mogli, figli che semplicemente vivevano la loro vita. Attaccati, feriti, uccisi nella pretesa di costruire una società più giusta. Io ora so che non esiste una società più giusta costruita sulla violenza. Tutti quelli che ci hanno provato hanno fallito, hanno creato solo morte e distruzione. Il discorso, però, si allargherebbe. L’unica cosa che resta è il dolore».
Giuseppe Messina vive oggi a Francofonte (Siracusa), ma nel maggio ‘79 era a Roma, in servizio al I Distretto di Polizia, nel Centro Storico, ed era un collega, anzi un amico, di Antonio Mea e Pierino Ollanu. Anche lui era nella «Squadra Delta 19», la pattuglia antirapina in borghese pronta a intervenire in caso d’allarme. «Potevo esserci io quella mattina», sospira. E come lui, pure Tonino Rizzo, altro ex collega, ha lanciato la petizione su Facebook per intitolare una via ai due poliziotti: 800 adesioni in 10 giorni tra cui quella di Vanessa Mea, figlia del brigadiere.

Così, ora, fanno tutti una smorfia d’orrore, quando sanno della firma lasciata da Etro: «Oh mamma mia - esclama Angela Ollanu, sorella di Piero, morto a 25 anni -. La tolga subito quella firma. Non fu lui a premere il grilletto, d’accordo, ma in quanto terrorista, pur semplice palo di un’altra strage, ha fatto soffrire anch’egli tanta gente. E noi non possiamo dimenticare, non possiamo perdonare...». La signora Ollanu aveva appena 18 anni nel maggio 1979 e portava in grembo un bimbo a cui avrebbe dato il nome di Piero. Dopo 36 anni e altrettanti anniversari celebrati in piazza Nicosia con le autorità, è tuttora in attesa che venga intitolata da qualche parte d’Italia una strada ai due martiri del 3 maggio 1979. «Ho chiesto a sindaci, prefetti, capi della polizia - conclude sconsolata -. Nessuno che mai mi abbia dato ascolto».

26 maggio 2015 | 08:36

Quell'italiano impazzito tra "apericena" e "sapevatelo"

Luigi Mascheroni - Mar, 26/05/2015 - 08:30

Detto questo , ce lo facciamo un apericena ? #maancheno . Io (tra parentesi) mangio solo bio. Ma l'italiano è davvero impazzito? Forse no. La lingua madre tutto sommato sta bene.
 
cd
Le distorsioni, i neologismi, i modi di dire, il «parlato» che trasborda nella scrittura, sono tutti elementi che fortificano la lingua, la rendono viva, mentre un eccesso di correttezza la mummifica. Semmai sono i figli della lingua madre che stanno male. I nuovi gatekeeper del pensiero, gli influencer che comandano la Rete, i trend setter della moda, della musica, del giornalismo, della tv, dei salotti cool , e soprattutto i loro afasici fan, analfabeti social di ritorno diventati ostaggi di parole che usano senza criterio, finendo con l'esserne usati. Tanto da non dire più niente .

Ecco. Riflettendo su questo niente , Luca Mastrantonio - in un pamphlet Pazzesco! (Marsilio, pagg. 216, euro 17) costruito come un «Dizionario ragionato dell'italiano esagerato» - ci dice molto. Ci dice come gli insegnamenti di alcuni cattivi maestri (la pubblicità, il Web, la tv, i personaggi pubblici con più follower) abbiano forgiato una nuova lingua, un cafonal-italiano 2.0, facendo passare nell'uso comune parole talmente iconiche da non aver alcun senso, parole vuote che fanno da rumore di fondo alle nostre conversazioni quotidiane. Reali o virtuali che siano.

Eccole le espressioni più inutilmente abusate nella nostra società dei selfie , in rigoroso ordine alfabetico, da «addicted» a «zombi». In tutto sono un centinaio. C'è «Adoro!», il superlativo radical chic del like di Facebook: un modo per dire chi siamo, più che ciò che ci piace. C'è l'ircocervo grammaticale «carinissimo», superlativo di un diminutivo che fa il paio con l'altrettanto folle tentativo linguistico di suddividere l'indivisibile atomo nell'insopportabile attimino ... C'è l'ormai depotenziato insulto «fascista», accusa politica bipartisan che sopravvive alla Storia e resiste alla (analisi) logica: se si può dare a tutti del «fascista» significa che gli antifascisti non esistono più...

C'è «femminicidio», abuso metaforico delle neofemministe sgrammaticate che commettono due errori in una parola: equiparano senza ragione l'omi cidio alla violenza psicologica o comunque non letale; e discriminano con un cortocircuito politicamente ipercorretto il sesso della vittima: stanno dicendo che è più grave uccidere una donna di un uomo? C'è «geniale», che si usa per tutto, e quindi non vale più niente. C'è «hashtag», che si applica a tutto, e ormai non evidenzia più nulla (ma #staisereno lo stesso). C'è «hipster», che è un ossimoro anglosassone molto di tendenza: indica un «giovane vecchio» che è già fuori moda. C'è «lobby», parola di per sé neutra usata (per randellare presunti criminali) da quelli che si sentono esclusi. C'è «milf», acronimo porno soft che rende desiderabili le quarantenni, invidiosissime le teen , e insopportabili i giovani Holden digitali.

C'è, appunto, «pazzesco», termine che dovrebbe indicare qualcosa di anormale e straordinario, eppure è straordinariamente diffuso e normalmente usato: non comunica più alcuno stupore, è solo un intercalare comunicativo. Pazzesco vuole dire «che brutto», oppure «che bello»... dipende. Da cosa? Boh. E poi c'è «sexting» (una cosa sessualmente sicura ma socialmente pericolosa), «start up» (il mondo è tutto una start up, dalla pizzeria che stanno aprendo sotto casa alla Silicon Valley), «storytelling» (che, come ha insegnato per primo Alessandro Baricco, nella vita e soprattutto nella politica è tutto)... insomma qui dentro c'è «Tanta roba». Tutto quello che serve per un buon manuale di autodifesa dalle parole che ci usano, perché le usiamo senza conoscerle.

Un libro utile, quindi? «Assolutamente». Che, peraltro, è un fortunatissimo avverbio di non specificazione usato in funzione sia affermativa sia negativa. «Sei d'accordo?» «Assolutamente». «Ma assolutamente sì o assolutamente no?». Bisognerebbe chiederlo a Fedro, del Grande Fratello. Catalogo della neo-lingua della società post-orwelliana dei «bimbominkia» e dei «troll» - un mix fra new inglesorum e il dig italiano - il saggio di Mastrantonio ci dice, per non essere out , cosa è meglio non dire. Affinché il prossimo passaggio non sia riscrivere un classico della letteratura solo con gli emoticon, o un film di culto con i segni grafici. Cosa, peraltro, che qualcuno tenta già di fare. «Sapevatelo».

Diecimila sedi dello Stato La spesa pubblica che ci soffoca

Corriere della sera

di Sergio Rizzo

Inefficienze, enti che si moltiplicano e paradossi nel racconto del commissario alla revisione della spesa

«Ma se io avessi previsto tutto questo... forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Carlo Cottarelli La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare . Un viaggio nel ventre della Bestia che succhia le nostre risorse più preziose. La Bestia, è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review, già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro.

Della determinazione con cui Carlo Cottarelli ha affrontato per un anno e dieci giorni il compito di commissario alla revisione della spesa, dice tutto una strofa della canzone L’Avvelenata di Francesco Guccini: «Ma sei io avessi previsto tutto questo... forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Cottarelli in libreria da domani, pubblicato da Feltrinelli. Un libro, La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare , semplicemente sorprendente. Non ha sassolini da togliersi, l’ex commissario. Anche se un altro, dopo la freddezza con cui l’attuale governo ha accolto la fine della sua esperienza, l’avrebbe fatto eccome. Non lui.

Leggere il libro è come fare un viaggio nel ventre della «Bestia» che succhia le nostre risorse più preziose, ma condotti da una guida esperta che ne ha già esplorato le viscere. Così bene da sfatare anche le convinzioni più pessimistiche. La «Bestia», è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento di Finanza pubblica del Fondo monetario internazionale chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Prima sorpresa...

Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. A cominciare dai fondamentali. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, e ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro.

C’entra forse la caduta del governo Letta, che probabilmente ha segnato anche il destino di Cottarelli. Forse. Ma di sicuro c’entra anche la reazione della pubblica amministrazione. E di quello che l’ex commissario chiama benevolmente il suo «complicato mosaico». Cottarelli racconta di averne scoperto le dimensioni grazie a una stima della Funzione pubblica. Da brivido.

Sapete quante erano alla fine del 2012 le sole sedi territoriali dei ministeri? Circa 5.700. Numero al quale si devono però aggiungere 3.900 uffici di enti vigilati dai ministeri. Per un totale di 9.600. Senza però che in quelle quasi 10 mila sedi del solo Stato centrale, per capirci una ogni 6.250 italiani, siano comprese le migliaia di caserme della polizia e dei carabinieri.

Il fatto è, spiega Cottarelli, che lo Stato delle Regioni è ancora organizzato sul modello delle 110 Province (abolite?) con i loro 117 capoluoghi. Il ministero dell’Economia, per esempio, ha 103 commissioni tributarie, 102 comandi della Guardia di Finanza, 97 uffici dell’Agenzia delle Entrate, 93 Ragionerie territoriali dello Stato, 83 uffici delle Dogane. La Giustizia, oltre a tribunali e procure, ha 109 archivi notarili. Il Lavoro, 109 direzioni. L’Istruzione, 104 uffici scolastici e 108 sedi del Consiglio nazionale delle ricerche. L’Interno, 106 prefetture e 103 Questure. Il Corpo forestale dello Stato, vigilato dall’Agricoltura, ha 98 comandi locali. Il ministero dei Beni culturali, 120 soprintendenze e archivi di Stato. Lo Sviluppo economico vigila sulle 105 Camere di commercio, che a loro volta hanno 103 Camere di conciliazione...

Le sovrapposizioni e le inefficienze sono incalcolabili. Basta pensare alle cinque forze di polizia, che occupano 320 mila persone: con un rapporto fra agenti in servizio e abitanti superiore a quasi tutti i Paesi europei, inferiore soltanto a Cipro, Macedonia, Turchia, Spagna, Croazia, Grecia e Serbia. Cinque apparati ognuno dipendente da un ministero diverso, per una spesa che nel 2014 ha toccato 21 miliardi. Cinque apparati, con cinque amministrazioni diverse, cinque burocrazie differenti, cinque gestioni indipendenti per acquisti, forniture, divise, manutenzioni. Cinque apparati, che stampano e diffondono cinque pubblicazioni...

Per non dire delle diseconomie allucinanti che un sistema pubblico così congegnato riflette negli acquisiti di beni e servizi. Ci sono 34 mila uffici che gestiscono ogni anno un milione 200 mila procedure: ciascun bando costa da 50 mila a 500 mila euro. E poi gli enti pubblici. La «migliore ricognizione» che Cottarelli dice di aver trovato è un documento della Camera che ne elenca 198, ma solo per quelli nazionali. Una lista nella quale compaiono casi come quello dell’Aci, eletto dall’ex commissario a simbolo dell’assoluta necessità di un intervento radicale in questo campo.

La ragione è che l’Automobile club d’Italia gestisce il Pra con un compenso pagato dagli automobilisti nella misura di 190 milioni annui attraverso le spese di immatricolazione e cambio di proprietà dei veicoli. Peccato che il Pubblico registro automobilistico altro non contenga, definizione di Cottarelli, che un «sottoinsieme» delle informazioni dell’Archivio nazionale dei veicoli del ministero dei Trasporti. Nonostante questo, non si è ancora riusciti a unificare i due archivi: ed è la dimostrazione delle difficoltà che si incontrano ogni volta che si cerca di toccare un ente pubblico.

Per non parlare di un’altra fonte di sprechi e inefficienze. Apparati pubblici tanto numerosi e ramificati vorrebbero un’attenta gestione degli immobili, con una ristrutturazione radicale di spazi antiquati e costosi. Il Regno Unito l’ha fatto: ha speso 7 miliardi e mezzo di euro, ma ha ridotto gli immobili occupati del 45 per cento, gli spazi del 35 per cento e ha dimezzato i costi.

Noi, niente affatto. Gli edifici sono vecchi, gli spazi si sprecano. Eppure i costi «potrebbero essere enormemente ridotti con un’adeguata ristrutturazione degli edifici. Solo di affitto si spendono due miliardi l’anno...». Vero è, insiste l’ex commissario, che «anche senza ristrutturazione qualche risparmio non trascurabile si potrebbe ottenere con un po’ più di buona volontà e attenzione per le risorse pubbliche».

Racconta Cottarelli di aver partecipato a una riunione al ministero dell’Agricoltura in una bella giornata romana di sole. I termosifoni ancora accesi andavano al massimo e faceva così caldo che si dovevano tenere le finestre spalancate. Quando l’ha fatto notare, gli hanno assicurato «che erano gli ultimi giorni di accensione...». E qui la Revisione della spesa si scontra con qualcosa di veramente duro. Le abitudini inveterate di un Paese nel quale, come ammoniva Tommaso Padoa-Schioppa, «il denaro di tutti è considerato il denaro di nessuno».

Per la cronaca, i diritti del libro di Cottarelli saranno devoluti all’Unicef .

26 maggio 2015 | 07:24

lunedì 25 maggio 2015

Papponi del vitalizio, la banda dei vitalizi doppi e tripli: ecco le pensioni di chi sta ancora in Parlamento

Libero


cd
Vitalizi aboliti? Solo un diritto del passato su cui c’è l’imbarazzo dei diritti acquisiti? Macchè. Quasi un terzo degli attuali deputati e degli attuali senatori quando appenderà la politica al chiodo e avrà l’età minima (per quasi tutti è ancora 60 anni) per andare in pensione, si prenderà ancora il famoso vitalizio. Di più: si prenderà un assegno per il vitalizio e un altro assegno, appena meno generoso per la pensione.

Non pochi di loro aggiungeranno un terzo assegno: il vitalizio per l’esperienza trascorsa in consiglio regionale o per il periodo in cui è stato europarlamentare. Oggi Libero pubblica i primi nomi - rigorosamente in ordine alfabetico (arriviamo alla lettera F) - dei futuri re delle pensioni. Minimo grazie ai due assegni avranno 3.950 euro al mese, e in non pochi casi più di 9 mila euro, fino ad arrivare al record di Roberto Formigoni (pensioni e vitalizi per 12.550 euro).

Avranno vitalizio e pensione anche ministri e sottosegretari dello stesso governo di Matteo Renzi, il premier che ha giudicato «sacrosanta» la battaglia di Libero, ma che è circondato sia a Palazzo Chigi che in Parlamento da suoi parlamentari o da esponenti di maggioranza in attesa di quella doppia o tripla pensione che fa venire la bile a tutti gli altri italiani. Oggi non avrebbero nemmeno l’età, ma se la linea è quella fin qui seguita (ogni assegno è considerato un diritto acquisito) avranno due vitalizi e una generosa pensione da parlamentare, l’ex

segretario e oggi leader della minoranza Pd, Pierluigi Bersani, la pasionaria sempre pronta ad andarsene da quel partito Rosy Bindi, il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico (Pd), il sottosegretario Gianpiero Bocci (Pd), il leader storico della Lega Nord, Umberto Bossi, e l’attuale ministro dell’Interno, Angelino Alfano. E poi tre assegni nei gruppi Pd a Silvana Amati, Angelo Capodicasa e Vannino Chiti.

Nel gruppo centrista di Ap avranno quella fortuna Andrea Augello e il già citato Formigoni. Fra i leghisti accadrà a Stefano Allasia. Nel gruppetto di Fratelli di Italia ci sarà Edmondo Cirielli. In Forza Italia anche un piccola pattuglia: Giuseppina Castiello, Basilio Catanoso, Remigio Ceroni e Claudio Fazzone. Ma andando avanti nell’ordine alfabetico toccherà anche a tanti altri, e le due sole forze politiche non sfiorate (o poco sfiorate) dal problema sono quelle arrivate per la prima volta in Parlamento nel 2013: tutti i parlamentari del Movimento 5 stelle e quasi tutti quelli partiti con la maglia di Scelta civica.

Nella tabella di oggi ci sono poi più di 50 parlamentari che comunque avranno la doppia pensione, e anche in questo caso non mancano i nomi noti: il ministro Dario Franceschini, il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, l’altro leader della minoranza Pd, Gianni Cuperlo, il sottosegretario all’Economia, Luigi Casero (Ap), quello alla Difesa Gioacchino Alfano (Ap), il presidente della commissione Esteri del Senato, Pierferdinando Casini, la presidentessa della commissione affari costituzionali Anna Finocchiaro, l’ex portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti, l’ex coordinatore azzurro Sandro Bondi, appena uscito dal partito, l’anima popolare e margheritina del Pd, Beppe Fioroni.

E poi ancora parlamentari giovani, che quel privilegio avranno solo fra molti anni (e per cifre sicuramente più alte di quelle riportate in tabella), come i forzisti Simone Baldelli, l’ex ministra azzurra Mara Carfagna, la fedelissima berlusconiana Michaela Biancofiore, l’ex finiano Benedetto Della Vedova. Se vale anche per loro, è l’esempio più lampante di come con la storiella dei diritti acquisiti non sia cambiata in realtà proprio nulla di nulla in gran parte del Palazzo. Si discute dei privilegi di antichi pensionati, ma la situazione è esattamente identica per chi ha un briciolo di esperienza politica alle spalle e ancora un po’ di anni prima di smettere.

Quando le Camere decisero (dal primo gennaio 2012) la dead line dei vitalizi, e l’inizio della pensione che hanno chiamato contributiva (ma non lo è davvero), si sono dimenticati di stabilire incompatibilità fra assegni pensionistici. Hanno definito «pro rata» il sistema per chi era in carica in quel momento, e così sarebbe stato se avessero avuto solo quella legislatura: 5 anni di contributi, tre calcolati come vitalizio e due come pensione.

Ma chi era in carica già dalla o dalle legislature precedenti a quel punto aveva già maturato il vitalizio secondo le regole allora vigenti, e se lo terrà stretto. Per la pensione invece basterà attendere i 5 anni minimi di contribuzione (due della scorsa legislatura e tre di questa) e l’assegno allora raddoppia. Avverrà dall’aprile 2016 in poi, e da quel mese in poi gli importi saliranno rispetto a quei 1950 euro che abbiamo calcolato per tutti.

Franco Bechis
@FrancoBechis

Livorno, i profughi in hotel con piscina: "Grazie, ma ci annoiamo"

Mario Valenza - Lun, 25/05/2015 - 14:49

Tredici profughi ospitati in un hotel di Livorno: "Noi, annoiati con tablet e cuffie a bordo piscina. Così non va bene"

cd
Ai profughi una stanza d'hotel, piscina, tablet e rimborso spese non bastano più. Vogliono altro. Insomma l'Italia e l'Europa spendono fiumi di euro per garantire un'accoglienza dignitosa a chi arriva sulle nostre coste invano.
Almeno è questo il quadro che emerge da Livorno dove 13 profughi che qualche giorno fa si erano lamentati per la loro destinazione, chiedendo un albergo con stanze dignitose, adesso, pur essendo stati accontentati si lamentano ancora. L'8 maggio scorso i tredici africani avevano rifiutato una destinazione perchè sprovvista di wi fi, chiedendone una con conssessione internet. Dopo l'impabarzzo in Prefettura, i tredici profughi sono stati trasferiti all'hotel "La Rosa dei venti", una struttura alberghiera di Pisa provvista anche di Piscina. Ma a quanto pare non è bastato. I profughi continuano a lamentarsi.
Il look hip-hop, i 13 profughi stanno a bordo piscina con tanto di cuffie e tablet in mano. Intervistati da un cornista del Tirreno però confessano di non gradire questo tipo di ospitalità: "Ci annoiamo, perché stiamo vivendo lo stesso giorno da un anno e mezzo. Chiediamo solo che ci diano i documenti che abbiamo chiesto per poter essere liberi di realizzare i nostri sogni in Italia. Ognuno di noi ha dei progetti: c’è chi vorrebbe tornare a studiare e chi cerca un lavoro. Qui, lontani dal centro del paese, siamo in trappola". E ancora: "Aspettiamo qui perché non sappiamo dove andare. Vorremmo solo che si facesse in fretta e che si trovasse il modo per riempire le nostre giornate. Siamo stanchi e annoiati".

Per il loro soggiorno, alla “Rosa dei venti” gli africani percepiscono 2,50 euro al giorno dall’associazione Diogene che a sua volta beneficia di un contributo di circa 35 euro per ogni profugo grazie al bando della prefettura. "Ma che ce ne facciamo? Non sono niente a confronto dello stipendio garantito da un lavoro. Siamo in prigione, nessuno viene a sistemare le camere e manca la lavatrice. Mangiamo pasta da mesi. Ringraziamo dell’accoglienza ma vorremmo solo poter essere liberi di scegliere la nostra sorte che sia lo studio o un lavoro".

Tribunale di Roma archivia l’indagine sulla morte di Pasolini

La Stampa

La morte dello scrittore-regista risale al 2 novembre del’ 75 all’Idroscalo di Ostia

cd
Il gip di Roma ha archiviato l’inchiesta sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, morto all’Idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975. Il giudice delle indagini preliminari, Maria Agrimi, ha così accolto la richiesta sollecitata dalla Procura nel febbraio scorso.  Secondo la procura, non è stato possibile dare una identità a quei cinque profili genetici riconducibili ad altrettanti soggetti probabilmente presenti sulla scena del crimine, oltre a Pino Pelosi, l’unico condannato per il delitto. 

Ad opporsi alla richiesta di archiviazione era stata la difesa di Guido Mazzon, cugino di Pasolini, ma il giudice non ha ravvisato nelle conclusioni della procura alcun motivo per disporre nuovi e ulteriori accertamenti. «Non nascondiamo - dice Stefano Maccioni, legale di Guido Mazzon, cugino di Pasolini ed unica persona offesa nel procedimento - una certa amarezza in relazione alle motivazioni addotte dal giudice a sostegno dell’ordinanza di archiviazione. Ancora una volta si è persa l’occasione per indagare sul vero movente di questo omicidio».

Ecco il passero albino, l’uccellino triste costretto alla solitudine

La Stampa
giulia merlo

cd
La natura è tenera madre o spietata matrigna, scriveva Plinio il Vecchio. Come nel caso di questo rarissimo esemplare di passero albino, da poco avvistato nei pressi dei Sanctuary Lakes a Melbourne, in Australia. «L’uccellino più solo del mondo»: non c’è altra definizione per il passero albino. Le sue piume bianche lo rendono facile preda per i falchi, le sue ali sono più delicate e ha una vista inferiore rispetto ai suoi simili, per cui non può coprire grandi distanze in volo. Non solo, a causa del suo aspetto singolare gli altri passeri non lo accettano nello stormo e non vogliono accoppiarsi con lui. 

Come nelle storie degli antichi, però, anche per questo passerotto solitario c’è una possibilità di un lieto fine, grazie alle cure della popolazione locale che si è accorta della sua presenza. 
cd
«L’evoluzione non è stata gentile con questo uccello. A causa del suo aspetto le sue chances di sopravvivenza sono decisamente basse, ma chi come me abita nei dintorni dei laghi lo difende e lo aiuta a sopravvivere», ha raccontato il fotografo e birdwatcher Bob Winters. Proprio a causa della sua fragilità fisica, l’uccellino non si allontana mai più di un centinaio di metri dal suo nascondiglio.


© Bob Winters

«Il passero ha sviluppato una strategia di sopravvivenza: rimane sempre nascosto tra i cespugli ed esce solo quando si sente abbastanza sicuro». Il fotografo è stato in grado di fotografarlo solo dalla finestra della sua casa, «perchè appena apro i vetri, lui è già sparito».

Secondo Winters, il passero albino ha circa 7 mesi: già un ottimo risultato di sopravvivenza, per un uccello che spesso viene ucciso già nel nido dalla propria madre. «Se un piccolo appena uscito dall’uovo non è come gli altri, la madre lo butta fuori dal nido. Sembra crudele, ma è il solo modo per i passeri di difendersi dagli altri uccelli parassiti, che depongono le loro uova nei nidi delle altre specie per farle covare a loro».

Normalmente, la vita di un passero è di cinque o sei anni. Se il passero albino raggiungerà l’anno, però, sarà già un ottimo risultato, ha spiegato Winters, che è riuscito a fotografarlo in varie occasioni.

Cibo, alloggi e trasporti: breve guida al Califfato”

La Stampa
francesca paci

Un foreign fighter britannico pubblica online un manuale per visitatori dello Stato Islamico: interessante finestra su come gli jihadisti organizzano la società

cd
Mentre le Nazioni Unite rilasciano l’ennesimo rapporto sulle donne rapite e ridotte in schiavitù in “maniera esponenziale” dagli uomini di al Baghdadi, il mondo guarda pressoché paralizzato l’avanzata e il consolidamento del più spaventoso tra gli Stati. lo Stato Islamico. Sì, perché per capire come tanto l’esercito iracheno quanto quello siriano supportati in modo più o meno coordinato dai raid aerei della coalizione internazionale non bastino a fermare gli jihadisti bisogna liberarsi dalle suggestive teorie cospirative e interrogare la realtà sul terreno. E sul terreno ci sono due fatti importanti: l’odio sedimentato delle popolazioni sunnite che in Iraq come in Siria tendono paradossalmente a sentirsi più protette dagli squadroni della morte che dai propri rispettivi governi (anche a Palmira la gente denuncia la fuga dei generali di Assad con buona pace dei civili rimasti in balia degli “invasori”) e la capacità del Califfato di terrorizzare da un lato e dall’altro di organizzare la nuova società, governare, controllare un territorio grande come il Belgio

In questa prospettiva è interessante leggere (per quanto assurda sia) la «Breve Guida allo Stato Islamico» (A Brief Guide to the Islamic State), un pampleth in inglese a uso di potenziali visitatori del Califfato redatto e pubblicato da un foreign fighter britannico, Abu Rumayasah al Britani. Assurda appunto, ma utile a sbirciare nella testa di chi la scrive, di chi la legge e di chi l’ha immaginata. 

L’autore, che precisa nella prefazione di non parlare a nome di nessuno ma di voler fornire una «narrazione alternativa alla vita nello Stato Islamico», dispensa indicazioni dettagliate sul cibo (raccomandando lo shish kebab e il cappuccino), la tecnologia, i trasporti, il clima e il sistema scolastico all’interno del regno di al Baghdadi (non ci sono informazioni o istruzioni militari). La logica è quella di sempre: la macchina della propaganda (sul duplice registro del terrore e della fascinazione distillata in forma di lavaggio del cervello) è uno dei punti di forza del Califfato che mescola hard power a soft power (ricordate l’hotel a 5 stelle di Mosul?). Alla lista dei limiti già oltrepassati mancava solo la guida turistica. 

«Se pensate che nello Stato Islamico si viva di pane raffermo e acqua infetta sbagliate di grosso» scrive Abu Rumaysah al Britani. Segue l’elenco di «succulenti» shawarma, «gustosi» shish kebab e «più che soddisfacenti» sandwich di falafel da «innaffiare» con «cocktails di frutta». L’autore menziona pure latte, zucchero, cappuccini «senza eguali nella regione» e gelati (ne parlava anche il foreign fighter belga Brian de Mulder spiegando a distanza alla madre disperata rimasta ad Anversa perché la sua esistenza siriana fatta di guerra ma anche gelati e nuotate fosse il paradiso dei sensi...). 

C’è poi il tempo, che al Britani, al netto di variazioni di latitudine, descrive come un delizioso «clima mediterraneo da resort vacanziero». E pazienza per la puzza sulfurea d’inferno respirata a pieni polmoni dai cristiani crocefissi, i «nemici» decapitati, i prigionieri, le donne e chiunque si metta di traverso sulla strada del progetto jihadista: la guida garantisce che il caldo torrido di certe stagioni è mitigato dal fresco all’interno delle moschee, dall’acqua distribuita a profusione lungo le strade e dall’abbigliamento coprente per uomini e donne che protegge dal peccato ma anche dal sole (per l’inverno si parla di un clima secco di tipo scandinavo...). 

I trasporti sono l’altro aspetto a cui la guida tiene in modo particolare. «Il Califfato si sta espandendo e ha bisogno di un’adeguata rete di trasporti» si legge. Mentre le intelligence di mezzo mondo si arrovellano sul modo di bloccare l’avanzata degli jihadisti (ed è questa obiettiva incapacità di fermare un esercito di circa 50 mila combattenti che alimenta le teorie del complotto) loro pensano a come collegare «comodamente» Raqqa e Falluja (anche per far saltare definitivamente i confini disegnati dagli accordi di Sykes e Picot).

A parte che al Britani riferisce di conversazioni tra giovani jihadisti ambiziosi al punto di sognare d’espandersi fino alla Birmania e alla Cina (dando per scontato di essere già in LIbia, nel Sinai, in Nigeria...), l’aspetto interessante è la menzione degli ingegneri civili arruolatisi con il Califfato e di come la leadership conti su di loro per la costruzione di strade (i soldi, come è noto, non mancano, si parla di 323 milioni di dollari guadagnati solo dalla gestione del traffico dei migranti nel deserto africano).

L’epilogo è “filosofico”. L’autore chiude infatti spiegando, a suo modo, perché l’affermazione del Califfato coincida con la fine del capitalismo (e ne suoni il requiem). Interpretazione soggettiva del mondo ovviamente, ma che coincide in modo sinistro con quanto affermano le migliaia di volontari europei (5mila? 6mila?) arruolatisi tra le fila di al Baghdadi. Tutti, e con forza maggiore quell’uno su sei di loro che è un convertito, cercano qualcosa assai più che scappare da qualcos’altro. Valori? Emozioni forti? Senso? Ideologie? Dio? La morte nell’incapacità di vivere la vita? Una valvola di sfogo all’odio verso il mondo, gli uomini, i diversi? Qualsiasi sia la risposta ci riguarda tanto e forse ancora di più della minaccia armata dall’altra parte del Mediterraneo. 

L’isola del Bounty che non vuole gli aiuti (e le tasse) dell’Australia

La Stampa
vittorio sabadin

I 1300 abitanti di Norfolk vivono come nell’800: scuola in casa e cure agli anziani. Ma ora il governo di Canberra vuole imporre il suo sistema sociale e sanitario

cd
Il Parlamento di Canberra ha deciso di dare agli abitanti dell’Isola di Norfolk, a 1400 chilometri dal Nuovo Galles del Sud, la stessa assistenza medica e sociale, le stesse pensioni e lo stesso livello di educazione dei cittadini australiani. Ma i 1300 residenti della minuscola isola non li vogliono: vivono felici con le loro antiquate leggi in una comunità solidale e amorevole, che assiste le persone anziane non più in grado di lavorare, fornisce ai bambini la preparazione scolastica che serve e presta le cure mediche possibili in un luogo circondato dall’oceano.

Lo scontro
La battaglia è in corso, ma gli isolani la perderanno. A fine giugno entreranno in vigore le leggi del Nuovo Galles del Sud e già si dipingono a nuovo gli edifici che i burocrati australiani presto occuperanno. Per Norfolk Island sono in arrivo un modo di vivere più complicato, tasse che prima non c’erano e un sistema di welfare di cui nessuno sentiva il bisogno. 

Ammutinati del Bounty
L’isola era una colonia penale, ma nel 1856 la regina Vittoria decise di donarla ai discendenti degli ammutinati del Bounty, che ancora stavano nella scomoda Pitcairn. Da allora, più nessuno si era occupato di loro: si erano dati proprie leggi e avevano fatto prosperare una comunità nella quale ognuno aiutava gli altri e l’assistenza sociale primaria non arrivava dallo Stato, ma dai vicini di casa. Ancora oggi, nessuno chiude a chiave la porta dell’abitazione o quella dell’automobile. Non esistono tasse sul reddito. I ragazzi prendono la patente a 15 anni e sono liberi di andare a pescare senza licenza. I bambini vanno a scuola fino a 12 anni. All’ospedale si praticano solo interventi chirurgici semplici, come appendicectomie o cesarei. Non è molto, ma tutti temono che, con la scusa di doverle migliorare, le cose invece peggioreranno. 

Aiuti di stato
Melissa Davey ha scritto per «The Guardian» un lungo reportage dall’isola. «Quando si vive di sussidi – le ha detto Hadyn Evans, un agricoltore – la gente perde umanità e amore reciproco». Matt Biggs, che coltiva la sola frutta e verdura in vendita a Norfolk, teme che si dovrà rinunciare a un po’ di libertà: «Ci imporranno un sacco di cose, mentre noi abbiamo una vita semplice, non ci serve molto». Gli abitanti parlano una loro lingua, un misto dell’inglese del XVIII secolo e del dialetto di Tahiti, e hanno un unico proverbio: «Se non lavori, non mangi». Ogni uomo nell’isola ha due o tre occupazioni, e l’idea che qualcuno possa prendere un sussidio per non fare niente è inconcepibile. 

I sospetti
Il timore è che l’Australia, più che al loro benessere, sia interessata a incrementare i diritti di pesca (che non ha mai concesso agli isolani), a imporre tasse sul reddito e sulla terra, e magari a convincere gli indigeni a trasferirsi sul continente per fare dell’isola un paradiso turistico. Il premier Lisle Snell, che fa anche l’autista di autobus, ha viaggiato un poco e ancora ricorda quello che gli dicevano i polinesiani trasferiti a forza a Tahiti e in Nuova Caledonia: «State attenti: qualunque cosa vi accada, non dovete mai perdere la vostra terra».

Saddam Hussein era diventato dipendente dalle patatine americane

La Stampa
paolo mastrolilli

L’indiscrezione usata in un libro per sottolineare come questi alimenti “attivino gli stessi circuiti cerebrali dell’eroine e la cocaina”

cd
Saddam Hussein andava matto per i Doritos. Quando stava in prigione, anche se sapeva che lo aspettava un cappio al collo, nulla riusciva a trattenerlo dal divorare pacchi formato famiglia di queste popolari chip americane. Una volta che le aveva scoperte, non era stato più in grado di mollarle. La notizia viene direttamente dalle guardie che lo custodivano in carcere.

Mark Schatzker, nel suo libro “The Dorito Effect: The Surprising New Truth About Food and Flavor”, sfrutta questa curiosità per lanciare un messaggio generale molto più importante. Perché i Doritos avevano questo effetto di provocare la dipendenza, anche in un dittatore pronto a tutto che sapeva di dover morire? Perché, appunto, la reazione di Saddam a questo cibo spazzatura non dipendeva dalla sua volontà. “Sale, zucchero e grassi - scrive Schatzker - sono quelli che gli psicologi chiamano rinforzatori. Innescano potenti neurotrasmettitori, e attivano gli stessi circuiti cerebrali dell’eroine e la cocaina”. Saddam, in altre parole, era diventato un drogato di Doritos.

Il problema è estremamente serio, perché secondo Schatzker c’è una ragione ben precisa per cui i cibi sono saporiti: per attirarci a mangiarli. Secondo l’autore, ciò che è buono in natura ci fa anche bene. Quindi la natura ha generato frutte e verdure colorate e saporite proprio per invogliarci a mangiarle, e quindi ingerire sostanze salutari per il nostro corpo. Ora però molti di questi cibi non sanno più di nulla, soprattutto a causa del modo in cui vengono coltivati. Quindi abbiamo trovato il modo di sostituirli con sostanze artificiali, che danno al palato la stessa soddisfazione. Il problema però, come ha dimostrato o stesso Saddam, è che così finiamo per riempirci di cibi dannosi, cioé il contrario di quello che la natura aveva pensato per noi.

I 10 anni di re Burlando: spendeva soldi per i rospi e la Liguria era sott'acqua

Stefano Filippi - Lun, 25/05/2015 - 08:07

Fondi sperperati, lavori pubblici affidati a società amiche, piani casa devastanti: è l'eredità del governatore che intasca ancora 8mila euro di stipendio senza far nulla


Passi l'ululone dal ventre giallo, un rospo lungo (si fa per dire) cinque centimetri che vive in Liguria, nel parco naturale di Montemarcello-Magra: con i 79.900 euro stanziati nel 2009 dalla giunta di Claudio Burlando non si estinguerà più.

cd
Ma perché la regione ha buttato 340mila euro dei liguri, gente assalita da crampi quando afferra il portafogli, per tutelare il gulo gulo (volgarmente detto ghiottone) che vive nelle foreste artiche? O la foca monaca, il bisonte europeo, la lince pandina? Perché investire quasi mezzo milione in uno studio sui cetacei mentre la Liguria frana a ogni temporale? E perché Burlando ha destinato 654mila euro a progetti di «educazione alla mondialità» quando i paesi di montagna mendicano 70mila euro per scavare un pozzo d'acqua potabile?

L'ingegner Claudio Burlando è così, serio e cocciuto. Un comunista di una volta, non per nulla è grande amico di D'Alema. Quando decide una cosa non si ferma. Gli animali vanno salvati? Soldi per bestie di ogni latitudine. Imbocca uno svincolo contromano, come gli capitò una domenica mattina di otto anni fa? Avanti finché non si rese conto che poteva provocare catastrofi (non aveva né patente né carta d'identità, si fece riconoscere con la tessera scaduta di ex parlamentare). Il mandato scade il 29 marzo? Intasca lo stipendio fino all'insediamento del nuovo consiglio, comprese indennità di carica e di viaggio benché giunte o commissioni non si riuniscano più. «Noi vorremmo lavorare - si è giustificato affranto in nome di tutti i 40 consiglieri - ma gli uffici tecnici e legali lo impediscono». Troppo alto il rischio di ricorsi. E così tocca prendere quei 16mila maledetti euro per due mesi di dolce far niente.

A conti fatti, i liguri avrebbero preferito che Burlando fosse stato pagato per non lavorare anche nei precedenti 120 mesi da governatore: almeno non avrebbe fatto danni. Che invece abbondano. Sul Fatto Quotidiano ne ha elencati alcuni Ferruccio Sansa, figlio dell'ex sindaco Adriano su cui il governatore ha scaricato le responsabilità del dissesto idrogeologico. Dunque: Burlando è stato vicesindaco e sindaco di Genova dal 1990 al 1993, anni in cui si contano due alluvioni, e nei due mandati da governatore se ne sono verificate altre quattro. I maligni ricordano pure gli incidenti ferroviari susseguitisi quand'era ministro delle Infrastrutture: caduto il governo (Prodi 1) il buon D'Alema non lo riconfermò. L'autunno scorso, dopo l'alluvione di Genova, Burlando sibilò una frase infelice ai cronisti che lo intervistavano: «Siete una cosa inqualificabile, farete una brutta fine...». Prima di querelarlo, i colleghi toccarono ferro.

Burlando esordì in politica da consigliere comunale Pci nel 1981. Massimo Cacciari l'ha paragonato a Sergio Chiamparino: «Possono essere centomila volte renziani, ma non possono rappresentare il cambiamento». Sergio Cofferati ha scandito che «il suo modello è un ciclo che si chiude, gestito con rapporti non più riproducibili tra la finanza e la comunità». Il governatore ha varato un piano casa definito dai Verdi «il più devastante d'Italia». La sua maggioranza in regione ha fatto costruire un porto turistico da mille posti barca alla foce del Magra da una società controllata da Mps nel cui cda sedeva il tesoriere della sua campagna elettorale.

Mentre la Regione Liguria metteva in bilancio 5 milioni per lo scolmatore del torrente Fereggiano, la giunta Burlando ne stanziava 1,6 per la pubblicità istituzionale e altri 2 per il Giro d'Italia. Assessore alla Protezione civile era Raffaella Paita, fedelissima del governatore, la quale ha vinto le primarie con una votazione che ha indotto Sergio Cofferati, il grande sconfitto, a stracciare la tessera Pd e far candidare il deputato Luca Pastorino. Che ora toglie il sonno a Matteo Renzi perché i voti da lui sottratti al Pd regalano ottime possibilità all'avversario azzurro, Giovanni Toti.

E non parliamo delle inchieste che hanno falcidiato la maggioranza. Burlando stesso è indagato dalla procura di Savona nell'inchiesta sull'inquinamento della centrale a carbone a Vado Ligure della Tirreno Power, società che per anni ha gravitato nell'orbita finanziaria della famiglia De Benedetti. L'accusa è di concorso in disastro ambientale doloso: i fumi dell'impianto avrebbero causato 400 morti. Con lui sono indagati anche gli assessori alla Sanità, Claudio Montaldo, e alle Attività produttive, Renzo Guccinelli, oltre all'eurodeputata Renata Briano, ex assessore all'Ambiente, e una quarantina di persone tra cui due sindaci, funzionari della regione e dirigenti dell'impianto.

Altri guai gli piovono dall'inchiesta sulle spese pazze della regione. La procura di Genova ha indagato mezzo consiglio, tra cui due assessori, il presidente e il tesoriere del gruppo Pd, mentre un partito della maggioranza, l'Italia dei valori, è stata spazzato via. Ostriche a Nizza, biglietti per le terme, pasticcini a Ferragosto, pranzi «di lavoro» a Natale e Capodanno, e poi tante voci duplicate e la raccolta a tappeto di scontrini altrui per coprire gli ammanchi. Imbarazzo burlandiano anche per l'uso delle carte di credito degli assessori denunciato alla Corte dei conti da una consigliera di minoranza: pernottamenti romani a 4 stelle, cene, vacanze, acquisti in negozi per bambini.

A metà dello scorso aprile, quando i giochi delle primarie Pd erano già fatti, è finita nel registro degli indagati la stessa Raffaella Paita, la candidata fortissimamente voluta da Burlando che pure era stato sconfitto nel congresso regionale. Le accuse sono pesanti: omissione di atti d'ufficio, concorso in disastro colposo, omicidio colposo per la mancata allerta nell'alluvione del novembre 2014. Lei si è detta fiduciosa, Renzi (che altrove ha sollecitato le dimissioni di gente nemmeno indagata, come l'ex ministro Lupi) e Burlando le hanno coperto le spalle e perfino il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, si è chiesto perché «certe indagini esplodono in certe ore». Chissà, magari pure le alluvioni scoppiano a orologeria.

Grande Guerra, Folco Quilici racconta gli animali eroi al fronte

La Stampa
cristina insalaco

cd
«Animali nella Grande Guerra», è questo il titolo del documentario che verrà trasmesso questa sera su Rai Uno (ore 23:40), in occasione dei cent’anni dall’entrata in guerra dell’Italia. È un documentario di Folco Quilici che racconta l’«esercito» silenzioso degli animali che hanno preso parte al primo conflitto mondiale. Un esercito a quattro (o due) zampe, che ha vissuto in trincea tra gli stenti e i bombardamenti, insieme a 60 milioni di soldati, condividendo difficoltà e paure. 


Archiv Neumann/picture-alliance/dpa/AP Images

Qualche dato? Undici milioni di cavalli, duecentomila piccioni e colombi, centomila cani, e altri milioni di muli, asini, maiali e pollame. Grazie a parecchio materiale inedito, dai filmati alle foto, dai diari alle lettere provenienti dall’archivio storico «Cinecittà Luce», «Cineteca del Friuli» e «British Pathe», il regista ha indagato il ruolo utile ed eroico degli animali in trincea. «Gli operatori al fronte non avevano alcun interesse a filmali – spiega Quilici - e questo ha reso le loro immagini ancora più interessanti, perché compaiono sulla scena in modo naturale, quasi per caso, rendendo il materiale sincero e vero». 


Archiv Neumann/picture-alliance/dpa/AP Images

C’erano i muli da soma degli alpini, per esempio, che trasportavano rifornimenti e cannoni smontati; i cani che cercavano i feriti; i cavalli che dopo aver affiancato i soldati in battaglia, finivano negli eserciti tedeschi e austriaci, rimasti con pochi viveri. E nessuno poteva competere con la velocità di un colombo nella comunicazione a distanza fra i comandi. Altri erano animali di compagnia, di sostentamento alle truppe, altri ancora segnalavano la presenza di gas. Non tutti, comunque, hanno avuto un ruolo positivo per i soldati nella Grande Guerra. È il caso dei topi e pidocchi che infestavano le trincee. 

FOTO: GUARDA LE IMMAGINI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Aborigeni sotto attacco: colpevoli di abitare dispersi

Corriere della sera

Il governo vuole tagliare i servizi alle comunità tradizionali Favole

cd
Una sera di quasi vent’anni fa, quando la brezza cominciava a rinfrescare il fale uvo, la «capanna dei celibi» in cui vivevo insieme ad alcuni giovani, un mio amico polinesiano mi raccontò del suo primo viaggio in Europa. Nonostante i suoi 28 anni, Petelo aveva già visitato molti Paesi del Pacifico e del vecchio continente: era, è un grande viaggiatore, molto più di quanto lo fossi io che da poco ero salito, per la prima volta, su un aereo. Del suo primo viaggio ricordava la notte insonne trascorsa in un hotel di Parigi: proprio non riusciva a dormir e in un letto, lo trovava terribilmente scomodo. Si addormentò verso il mattino, dopo aver disposto a terra le coperte e essersi disteso sopra «come su una stuoia». Le stesse stuoie di foglie di pandano che a me erano apparse dure e inaffrontabili, tanto da convincere i miei ospiti a trovarmi un confortevole materasso di gommapiuma per la notte.

In effetti, si potrebbe dire che noi abitiamo le case, ma anche che le case abitano in noi. Abitando un certo luogo, ne incorporiamo abiti e abitudini: come ha osservato Francesco Remotti (Luoghi e corpi, Bollati Boringhieri, 1993), non a caso questi tre termini («abitare», «abiti», «abitudini») hanno una radice comune. I miei amici polinesiani facevano la pennichella pomeridiana usando un vecchio mattone come poggiatesta; camminavano agevolmente a piedi nudi sul corallo che formava la base delle abitazioni; trovavano «naturale» vivere in capanne aperte ai quattro venti: i luoghi dell’intimità, della riflessione personale, dell’«io» solitario o della coppia erano piuttosto i giardini o le prime propaggini della foresta, non certo l’abitazione.

«La casa è un condensato di civiltà», ha scritto Christian Bromberger. L’abitare, nelle sue innumerevoli forme, è stato in effetti uno dei temi più esplorati dall’antropologia ottocentesca e primo novecentesca. Quelle forme, tuttavia, non sono state soltanto l’oggetto di una curiosità a volte esotica ed estetizzante, ma anche il terreno di un forte scontro tra culture e poteri. I modi dell’abitare (nomade o stanziale, precario o stabile, abusivo o regolare) sono spesso al centro di tensioni, polemiche, azioni di forza volte a uniformare stili e abitudini. Domesticare le case per addolcire i corpi è parte integrante della struttura coloniale.

Un caso eclatante si sta svolgendo, proprio di questi tempi, nello Stato del Western Australia (WA). Nel novembre 2014, il presidente Colin Barnett ha dichiarato l’intenzione del suo governo di «chiudere» (ha usato proprio l’espressione to close) oltre 200 comunità aborigene disperse nel vastissimo territorio del WA, in cui vivono tra le 15 mila e le 20 mila persone. Il provvedimento, che consisterebbe in pratica nel tagliare servizi come la fornitura di energia, l’acqua, la sanità, le scuole alle comunità più isolate, è motivato da ragioni «umanitarie» ed «economiche». Nelle prime rientrano il desiderio di assicurare ai bambini una formazione adeguata, la lotta all’alcolismo e al tabagismo, la difesa delle donne dalla violenza sessuale. Le ragioni economiche sono dovute ai tagli dello Stato centrale nei confronti del welfare, che non permettono più i sussidi agli aborigeni che «scelgono» di abitare luoghi dispersi e isolati.

Il primo ministro australiano Tony Abbott ha appoggiato l’iniziativa, dicendo che, d’ora in poi, vivere nei luoghi desertici del WA e di altre parti del continente, equivarrà a un lifestyle choice, una «scelta di vita» che non potrà più pesare sul contribuente australiano. Quello stile abitativo aborigeno, ciò che resta — in mezzo al fumo, all’alcol, ai suicidi — di una civiltà millenaria che da sempre ha preferito il vivere disperso al vivere compresso in villaggi e città, è ora, per usare espressioni governative, una maniera «invivibile» e «insostenibile» di abitare il mondo. Nel 1788 d’altra parte, lasciando la baia di Sydney, James Cook prese possesso dell’Australia proprio attraverso la formula della terra nullius: ai suoi occhi quel continente era una «terra di nessuno» perché gli esseri umani che ci vivevano e che saranno chiamati «aborigeni» non avevano né abitazioni stabili, né villaggi, né tantomeno città che comprovassero il loro abitare quel mondo.

L’annuncio del presidente Barnett ha sollevato uno sciame di proteste, culminate il 1° maggio scorso in una international mob a favore delle comunità native (la bandiera aborigena rosso-nera con il sole centrale è sventolata anche in Piazza San Marco a Venezia). Un gruppo di etnologhe ed etnologi francesi guidati da Barbara Glowczewski (autrice del bel libro I sentieri del sogno. Viaggio nella terra degli aborigeni, Touring Club Italiano) ha denunciato la logica neocoloniale del provvedimento, le politiche «paternaliste» del governo, la volontà di «liberare» il territorio per lasciare campo libero alle agguerrite compagnie minerarie.

La questione aborigena pone interrogativi importanti anche alle nostre forme di abitare: continuare a vivere o tornare in un piccolo paese di montagna è una scelta di vita «insostenibile»? Dobbiamo concentrarci tutti nelle grandi metropoli? «Le abitazioni — ha scritto Jean Cuisinier — sono fatte di pietre e di terra, di legno e di stoppie non meno che di operazioni e categorie dello spirito». Le ruspe australiane che già qualche anno fa hanno spianato l’accampamento di Oombulgurri (WA) sono al servizio di una politica dell’efficienza o i simboli di una colonizzazione dell’abitare, delle menti e dei corpi che non si è mai veramente interrotta in Australia dai tempi di Cook?

Adriano Favole

Le dieci trappole del legislatore diabolico

La Stampa
giuseppe salvaggiulo

cd
L’Italia non è solo il Paese a detenere l’infausto record di ipertrofia normativa: 190 mila leggi (in Francia sono meno della metà, in Gran Bretagna solo 5 mila). C’è un altro problema: soprattutto negli ultimi vent’anni, la disordinata stratificazione delle leggi si è sostituita a quelle limpide e organiche. Se il buon legislatore dovrebbe avere come riferimento i dieci comandamenti di Mosè (mai incisi, mai subordinate, forme verbali semplici e prescrittive), il legislatore diabolico ha elaborato raffinate tecniche per nascondere, confondere, rallentare e impaludare l’espressione della sovranità popolare. Il giurista e romanziere Alfonso Celotto ha affidato al suo alter ego letterario, il dott. Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale e custode della buona legislazione, il compito di enucleare, dopo anni di studio certosino, le dieci trappole preferite dal legislatore diabolico. E di svelarle, per mettere in guardia il cittadino e consentirgli di difendersi.

1-DECRETI
Per regolamentare un settore, il legislatore malefico preferisce i decreti di natura non normativa: non passano in Consiglio dei ministri, non devono superare il vaglio di Consiglio di Stato e Corte dei Conti, non vanno pubblicati in Gazzetta ufficiale. Un modo per nascondere le norme ed evitare lunghe procedure. Se ne fanno una ventina l’anno.

2-DEROGHE
Interviene su una materia con deroghe e modifiche «intruse» in leggi che riguardano tutt’altro. Se vuoi abbassare l’Iva sui cercatori di tartufi, non metti la norma nel testo unico sull’Iva (i cercatori di funghi se ne accorgerebbero), ma in una legge che non c’entra niente. Esempio: la Fini-Giovanardi sulle droghe nel decreto legge sulle Olimpiadi di Torino. Il che ha un altro vantaggio: tempi rapidi e certi di approvazione.

3-DELEGHE
Modifica le disposizioni ogni mese. Lo strumento è la legge delega correttiva e integrativa: anziché un colpo di pistola, una mitragliatrice nelle mani del governo che spara a ripetizione decreti che modificano i suoi stessi decreti. Esempi: la norma sulla conferenza di servizi, contenuta nella legge 241 del 1990, modificata 16 volte in 25 anni. Il codice degli appalti: dal 2006 oltre 600 modifiche. Anche il Jobs Act prevede quest’arma segreta.

4-OSCURITA’
«Siate oscuri e sarete ritenuti profondi». Il motto di Kant vale anche per i legislatori. Esempio l’articolo 12 comma 4 della legge 184 del 2011: «Per l’anno finanziario 2012, il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato a provvedere, con propri decreti, al trasferimento delle somme iscritte al capitolo 2827 del programma fondi da assegnare, nell’ambito della missione fondi da ripartire dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, ai competenti programmi dello stato di previsione del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali per l’anno medesimo, secondo la ripartizione percentuale indicata all’articolo 24, comma 2, della legge 11 febbraio 1992, n. 157». Qualcuno ci capisce qualcosa?

5-COMMI
Sempre meglio un comma in più, un articolo in più, meglio se numerati con bis, ter, quater... Per rendere le norme illeggibili non rinumerare mai gli articoli, ma aggiungerli. Il Testo unico delle accise contiene 12 aggiunte all’art. 39, numerate da 39-bis a 39-duodecies. Altra tecnica: scrivere testi lunghi, non ripartiti in articoli, ma in commi. Il record è l’articolo unico della Finanziaria del governo Prodi: 1364 commi, più tabelle e allegati.

6-PARERI
Se sei obbligato a fare una legge, ma vuoi che finisca nella palude, condizionane l’efficacia a un decreto ministeriale con almeno 3 concerti e 4 pareri tra ministeri, conferenza Stato-Regioni, Autorità indipendenti. Il ministro Giarda, nel governo Monti, calcolò che oltre l’80% delle leggi resta lettera morta perché mancano i decreti attuativi.

7-DI CUI...
Stratifica rinvii, novelle e rimandi utilizzando in ogni comma almeno tre volte l’espressione «di cui all’articolo...». Esempio in materia fiscale: l’articolo 10 della legge 146 del 1998, dopo il comma 4-bis, rimanda alle presunzioni semplici «di cui» a due articoli di due decreti del Presidente della Repubblica, per l’applicazione degli studi di settore «di cui» a un articolo di un decreto legge convertito con modifiche da una legge, «tenuto altresì conto dei valori di coerenza risultati da specifici indicatori di cui» a un altro articolo «della presente legge». E prosegue con le sanzioni «di cui» a due diversi commi di due diversi articoli di un’ennesima legge, «nonché» al comma di un altro articolo di un’ulteriore legge. Degno di un labirinto mitologico.

8-ABROGAZIONI
Se devi abrogare una norma, non farlo mai in modo esplicito. Il vantaggio è lasciare più contraddizioni possibili, confondendo l’interpretazione. Le leggi come nascono così muoiono. E periodicamente occorre far pulizia, chiarendo che non sono più in vigore. E’ abitudine del legislatore italiano dimenticare di specificare all’ultimo articolo di una legge quali sono quelle abrogate. Spesso si preferiscono inutili abrogazioni innominate, del tipo «è abrogata ogni legge contraria al presente statuto». È l’art. 81 dello Statuto albertino del 1848: accadeva già allora!

9-RIPETIZIONI
Abusare per quanto possibile della ridondanza giuridica, copiando definizioni e regole già vigenti. Nelle leggi è sempre meglio allungare il brodo ricopiando frasi di altre leggi già in vigore. Non servono a nulla, ma fanno confusione. Esempio il codice dell’ordinamento militare varato del 2010: consta di 2272 articoli più 4 tabelle.

10-FINANZE
Inserisci sempre la clausola di invarianza finanziaria. Da una decina di anni le leggi terminano con la formula: «Dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Serve a garantire l’apparenza del rispetto dei principi contabili, ma tutti sanno che è una finzione: tutto costa! Ma l’assassino, dopo aver squartato la vittima, indossa i guanti bianchi e sostiene per questo di essere immacolato.

domenica 24 maggio 2015

L’esercito marciava

Corriere della sera

di Paolo Rastelli, ricerca iconografica Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

cd
“La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re – Duce Supremo – l’Esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse, ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta”. Iniziava così il bollettino di guerra del Comando Supremo dell’Esercito italiano numero 1278, datato “4 novembre 1918, ore 12”, altrimenti detto “Proclama della Vittoria”: annunciava all’Italia e al mondo che la Prima Guerra Mondiale, almeno sul nostro fronte, era finita. Al prezzo, per noi, di circa 530 mila morti e un milione di feriti e mutilati.

Un documento importantissimo che però iniziava con una bugia bella e buona: l’Esercito italiano non fu praticamente mai, nemmeno nelle tragiche giornate di Caporetto, “inferiore per numero e per mezzi” all’avversario. E comunque sicuramente non lo era quando il 24 maggio del 1915, esattamente un secolo fa, i fanti in grigioverde passarono in armi la frontiera italo-austriaca, primo atto della partecipazione italiana a quella “Grande Guerra” che già infuriava nel resto d’Europa dall’agosto dell’anno precedente.

30 maggio 1915. Il re sventola il tricolore dal Quirinale (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)
Domenica del Corriere del 30 maggio 1915. Il re sventola il tricolore dal Quirinale (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)

D’altronde ci sarebbe da stupirsi del contrario: l’Austria-Ungheria, il cui ultimatum alla Serbia dopo l’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono asburgico Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia aveva scatenato il conflitto, aveva poi subito per mano dei russi e dei serbi tali e tante batoste che, per quanto preavvisata con largo anticipo dell’intenzione italiana di schierarsi al fianco delle potenze dell’Intesa, ben poco aveva potuto fare per rinforzare gli organici delle divisioni sulle sue frontiere sud occidentali.

Lo conferma la Relazione militare italiana del 1930 (citata in La campagna del 1915 di Roberto Bencivenga, Gaspari Editore, 2015) riportando fonti austriache: “L’Austria -Ungheria era entrata in campagna nell’agosto 1914 con un milione e mezzo di combattenti e li aveva alimentati successivamente con altri 800 mila uomini, ma alla fine del 1914 gli effettivi di combattenti erano ridotti a 680.000 uomini nel nord, 260 mila nel sud: ciò significava la perdita di più un milione di uomini in quattro mesi. Circa metà delle divisioni, al 31 dicembre 1914, invece dei 12-15 mila uomini stabiliti dall’organico, non avevano forza complessiva superiore a un reggimento in guerra e non poche divisioni avevano forza inferiore…”.

Le cifre più accreditate danno per l’Esercito italiano uno schieramento iniziale nel maggio 1915 sulla frontiera veneta di almeno 400 mila uomini con 1.500 pezzi d’artiglieria, cui si opponevano a malapena circa 100 mila austriaci (comprese alcune unità della milizia territoriale, la Landsturm, male armate e con un addestramento sommario), con non più di 400 cannoni.E’ vero che le artiglierie italiane erano in parte antiquate e con poche riserve di munizioni e particolarmente deficitaria appariva la dotazione di mitragliatrici. Ed è altrettanto vero che nel corso dell’autunno-inverno 1914-15 l’Austria aveva lavorato per irrobustire le fortificazioni di frontiera già costruite su posizioni naturalmente difficili da prendere d’assalto.

Tuttavia la forza totale italiana in uomini e mezzi è tutt’altro che trascurabile: 35 divisioni di fanteria, una di bersaglieri, 4 di cavalleria e due raggruppamenti alpini, riunite in quattro armate e un raggruppamento speciale (in Carnia) schierate tra il Trentino e il mare: più che sufficienti, se ben impiegate e concentrate in un punto strategico, a mettere in difficoltà e forse a travolgere le deboli forze austriache.

Ma il Capo di Stato maggiore italiano, il 64 enne generale piemontese Luigi Cadorna (figlio di Raffaele, il conquistatore di Roma nel 1870, e padre di un altro Raffaele che nel 1944, dopo l’8 settembre, diventerà capo del Corpo volontari della Libertà, il braccio militare della Resistenza anti nazista), non si sente tranquillo e avanza con prudenza. Anche perché la mobilitazione e la radunata italiana, iniziate il 4 maggio con l’impiego di ben 7.000 convogli ferroviari, richiedono 43 giorni invece dei previsti 23 per tutta una serie di disguidi organizzativi e le grandi unità ci mettono non poco a completare i ranghi.

Gli austriaci (che il 2 maggio avevano riportato a Tarnow-Gorlice, nella Polonia austriaca, una grande vittoria sui russi) hanno così tutto il tempo di far rientrare dal fronte orientale e settentrionale non meno di otto divisioni. Quando il 23 giugno, dopo una serie di piccole scaramucce lungo la frontiera, si scatena sull’Isonzo il primo attacco italiano in grande stile contro la vera linea di resistenza austriaca, il dispositivo avversario è ormai consolidato e in grado di respingerlo senza eccessive difficoltà. L’occasione di una rapida vittoria, se mai c’era stata, è persa per sempre.

cd
A questo punto può essere interessante aprire una digressione per sottolineare quella che appare una costante italiana nella due guerre mondiali e più in generale ogniqualvolta la compagine nazionale venga chiamata a una prova significativa le cui conseguenze ne potrebbero mettere a dura prova la stessa esistenza: la perenne sottovalutazione della propria forza e la sopravvalutazione di quella avversaria. Come se esistesse, nel profondo della coscienza nazionale e indipendentemente dalla forma di governo (sia esso un parlamentarismo notabilare come nel 1914 oppure una dittatura a partito unico come nel 1940), un senso di precarietà e di inadeguatezza alle grandi prove che ci porta ad autocondannarci a un rassegnato fallimento indipendentemente dalle condizioni oggettive.

Nel 1866, dopo la sconfitta di Custoza nella terza guerra di Indipendenza, l’esercito era praticamente intatto e più che in grado di ridare battaglia una volta rimosse le cause del rovescio, ossia il dualismo di comando tra i generali Lamarmora e Cialdini. Ma preferimmo non osare, darci sconfitti e affidarci, per cercare il riscatto, a un’impresa mal concepita sul mare come la battaglia di Lissa, che si risolse in un’altra umiliante batosta ad opera della marina austriaca.

A tirarci fuori dai guai intervennero i prussiani con la battaglia di Sadowa, che mise in ginocchio l’Austria ma che certo non contribuì a rafforzare il nostro orgoglio nazionale. “Voi italiani – disse nel 1888 il cancelliere prussiano Otto von Bismarck al principe diciannovenne Vittorio Emanuele (futuro Re Vittorio Emanuele III) – siete il popolo delle tre S: nel 1859 , con Solferino, prendeste la Lombardia. Nel 1866 con Sadowa, prendeste il Veneto. Nel 1870, con Sedan, prendeste Roma. Nessune delle tre S venne fatta da voi”. (Il Piave mormorava di Franco Bandini, Longanesi, 1968).

Nel 1914-15 i timori di militari e politici si fanno sentire in ben due occasioni. Una prima volta nell’agosto-settembre del 1914 quando, dopo la denuncia da parte nostra delle inadempienze austriache nell’ambito della Triplice Alleanza (Vienna non ci aveva consultato, come era tenuta a fare, prima di presentare l’ultimatum alla Serbia), il governo Salandra dichiara la neutralità e subito comincia a trescare con Francia e Inghilterra. A quel punto gli austriaci, già impegnati a fondo con Russia e Serbia, erano praticamente indifesi ma Cadorna, dopo un iniziale entusiasmo bellicista, è costretto a fine settembre a dire ai politici che i magazzini di vestiario ed equipaggiamento sono vuoti e non in grado di sostenere una campagna invernale.

Come fece notare dopo il conflitto il generale Bencivenga, che durante la guerra diresse la segreteria del capo di Stato Maggiore, “la questione delle dotazioni fece perdere di vista il grande risultato militare che si sarebbe potuto raggiungere con poche centinaia di migliaia di uomini (per i quali erano assicurati tutti i mezzi occorrenti) entrando subito in azione. Valevano più queste poche centinaia di migliaia di uomini in ottobre o novembre 1914 che il doppio nel maggio 1915. Nessun ostacolo serio avremmo trovato allora per superare la linea dell’Isonzo…” (Cadorna di Gianni Rocca, Mondadori, 1985). Una seconda occasione fu mancata, come abbiamo visto, non imponendo alle truppe e ai comandi di grandi unità un atteggiamento più aggressivo e uno spiegamento più rapido nel maggio del 1915.

Ancora più tristemente affascinante è il confronto tra l’agosto 1914, il maggio 1915, il settembre 1939 e il giugno 1940 (un esercizio cui si sono dedicati, tra gli altri, Franco Bandini ne Il Piave Mormorava e Gian Enrico Rusconi in 1914: Attacco a Occidente, il Mulino,2014). Come 26 anni prima, allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, il governo fascista di Mussolini non si azzarda a entrare in guerra al fianco dell’alleato tedesco e proclama la non belligeranza. Non tresca in segreto con i franco-inglesi, come aveva fatto l’Italia liberale, ma non si sente pronto ed è frenato dai militari che si sentono meno pronti di lui.

Quando alla fine dichiara la guerra, nel giugno del 1940, lo fa senza prevedere nessun piano e nessuna azione offensiva: non attacca Malta, che nei tre anni successivi martirizzerà i nostri convogli per la Libia, non prende in considerazione qualche azione eclatante e poco costosa ma dai grandi risultati potenziali, tipo far autoaffondare qualche vecchio mercantile carico di cemento nel mezzo del canale di Suez in modo da chiuderlo almeno temporaneamente, non pensa neppure a far rientrare un buon terzo della flotta mercantile italiana in quel momento fuori dal Mediterraneo e che non avrebbe avuto alternative, con Gibilterra e Suez in mano alla Gran Bretagna, al farsi catturare dal nemico o all’internamento in porti neutrali. Insomma ha una fretta terribile di entrare in guerra. Per fare cosa? Mettersi sulla difensiva, in attesa che i tedeschi vincano la guerra per lui.

Corriere della Sera del 24 maggio 1915. L'Italia dichiara guerra all'Austria-Ungheria
Corriere della Sera del 24 maggio 1915. L’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria

Ora, quando uno Stato dichiara una guerra, lo fa perché pensa che in quel momento si apra una finestra di opportunità irripetibile e tale da dover essere sfruttata, costi quel che costi, impegnandosi in quella partita per la vita e la morte che ogni guerra rappresenta. Quindi di solito alla dichiarazione di guerra fa seguito un attacco, il più veloce e devastante possibile. Anzi, in qualche caso, l’attacco precede la dichiarazione di guerra, come è successo alla base americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii, bombardata dai giapponesi il 7 dicembre 1941.

L’Italia non fa nulla di tutto questo. Non intraprende nessuna azione, a parte qualche incursione aerea: le navi, potenti e ben armate, restano nei porti, l’esercito alle frontiere (300 mila uomini nella sola Libia, contro poche migliaia di soldati britannici sparsi tra l’Egitto e l’India). Londra, ben conscia della propria debolezza e sentendosi spacciata (le forze aeree di Malta consistevano in ben tre vecchi biplani Gladiator, soprannominati Fede, Speranza e Carità come le tre Virtù teologali) non crede a tanta fortuna e subito dà ordine a quelle poche autoblindo presenti in Egitto di cominciare a martellare i nostri avamposti al di là del confine libico, mentre già nella notte dell’11 giugno i primi bombardieri della Raf visitano l’Italia settentrionale. E perfino la Francia agonizzante manda unità della sua flotta del Mediterraneo a bombardare le coste liguri.

Quando finalmente il Duce del Fascismo dà l’ordine di attaccare, lo fa perché si rende conto che la “sorella latina”, travolta dai tedeschi, sta per arrendersi e lui la guerra l’ha dichiarata ma non l’ha fatta. E attacca, con un piano improvvisato, sull’unico fronte dove ancora i francesi possono resistere, se non altro perché appoggiati da robuste fortificazioni: sulle Alpi facemmo ben pochi progressi al costo di 631 morti, 616 dispersi, 2.631 tra feriti e congelati. Come si vede, da una guerra all’altra cambiò l’avversario ma non la nostra percezione di noi stessi come destinati a perdere o comunque a non vincere con le nostre forze di fronte ad avversari sempre percepiti come invincibili. A tal punto che, una volta vinta la Prima Guerra Mondiale, ci convincemmo di averla persa perché non tutti i nostri obiettivi territoriali erano stati raggiunti. E il mito della vittoria mutilata avrebbe dato linfa al fascismo e, in definitiva, a un’altra guerra.

Nel maggio 1915 il fronte italo-austriaco ha la forma di una grande S coricata sul fianco sinistro, andamento genericamente ovest-est e lunghezza di circa 600 chilometri. Dallo Stelvio verso est, la prima curva della S ha la convessità rivolta verso l’Italia, un grande saliente che protegge il Trentino austriaco e il Tirolo e che minaccia il Veneto. Proseguendo verso oriente, la S si raddrizza in Carnia e poi protende la sua seconda curva verso Gorizia e Trieste raddrizzandosi e finendo nell’Adriatico a ovest di Grado.

Domenica del Corriere del 20-27 agosto 1916. Le truppe italiane entrano a Gorizia (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)
Domenica del Corriere del 20-27 agosto 1916. Le truppe italiane entrano a Gorizia (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)


La strategia di Cadorna prevede limitate avanzate e rettifiche di fronte in Trentino e Carnia, mentre lo sforzo principale sarà effettuato a est, lungo il corso dell’Isonzo e sul Carso. L’obiettivo è sfondare nella zona di Gorizia e puntare su Trieste e Lubiana, la strada più diretta verso Vienna e la carne viva dell’Impero Asburgico. Il rischio ovviamente è che il nemico sfrutti il saliente trentino per un attacco in forze destinato a sfociare nella pianura veneta, prendendo sul rovescio tutto il fronte isontino, quei 90 chilometri scarsi lungo i quali, nella Seconda e Terza Armata, si concentra fin dai primi giorni di guerra il grosso dell’esercito italiano.

Ma il Comando supremo di Cadorna spera che le forze destinate a difendere questo settore, imperniate su posizioni montuose naturalmente forti, riescano in ogni caso a reggere. E in effetti, quando l’attacco verrà, con la Spedizione punitiva del maggio 1916 (la Strafexpedition), gli austriaci piegheranno il fronte italiano catturando Asiago, ma non riusciranno a sfondarlo e dopo un mese si fermeranno esausti tra il Pasubio e l’Ortigara, a pochi chilometri dalle loro linee di partenza.

Il primo attacco che si sperava risolutivo, la prima battaglia dell’Isonzo, parte come detto il 23 giugno: 225 battaglioni italiani con 700 pezzi contro 96 battaglioni austriaci con 386 cannoni. Finisce il 7 luglio e ci costa 1.916 morti, 11.495 feriti e 1.536 dispersi. La seconda Battaglia inizia il 9 luglio, sull’altipiano di Doberdò, dura fino a metà agosto e ci infligge quasi 42 mila perdite. Di offensive sull’Isonzo ce ne saranno altre nove, per un totale di 11, con un prezzo di sangue via via crescente e intervallate con lunghi periodi di stasi quando il tempo è troppo inclemente oppure gli eserciti troppo esausti. Ci saranno due fatti d’arme a spezzare la triste e sanguinosa monotonia delle spallate sul Carso: la Strafexpedition di cui si è già detto e la luminosa presa di Gorizia, il 9 agosto del 1916, frutto finalmente di un combattimento manovrato (rimasto poi episodio isolato) reso possibile dallo sbilanciamento dell’esercito austriaco proprio in occasione della Spedizione punitiva.

Poi nell’ottobre del 1917, toccò al nemico dare una spallata al nostro schieramento troppo sbilanciato in avanti. E fu la dodicesima battaglia dell’Isonzo, fu Caporetto, fu la tragedia, la ritirata fino al Piave, la resistenza, la nascita della leggenda nazionale. Sul piano tattico, Cadorna condensa il suo pensiero nella circolare numero 191 del 25 febbraio 1915 (quindi pubblicata circa 7 mesi dopo lo scoppio della guerra in Francia, Belgio e Russia), che diventerà poi un libro dal titolo “Attacco frontale e ammaestramento tattico”. Un volumetto di 62 pagine che, un bel po’ di anni prima che qualcuno avesse mai sentito parlare di Mao Ze Dong (anzi che qualcuno potesse perfino concepire l’esistenza di un Mao Ze Dong), diviene famoso come “libretto rosso” dal colore della sua copertina.

Il succo di questa dottrina è che solo l’offensiva a oltranza porta alla vittoria. Di difensiva praticamente non si parla in alcuna delle 62 pagine, se non come ostacolo, genericamente da superare grazie alla volontà indomita dell’attaccante sostenuto da una potenza di fuoco possibilmente enorme, soverchiante. A questo punto sorge spontanea una domanda. Cadorna non sapeva quello che era già successo sui campi di battaglia di Francia? Non gli aveva detto nulla la Battaglia delle frontiere, quando i campi alsaziani e lorenesi inondati dal sole di agosto si erano coperti di migliaia di cadaveri rossi e blu dei fantaccini francesi lanciati all’attacco indiscriminato contro le mitragliatrici tedesche?

E la battaglia della Marna e poi la “corsa al mare”, quando gli anglo-francesi e i tedeschi avevano cercato di aggirarsi a vicenda senza riuscirci fino a impantanarsi in una lunghissima linea di trincee dalla Svizzera al Mare del Nord? Non aveva sentito parlare della KinderMord bei Ypern, l’assassinio dei bambini di Ypres dell’ottobre 1914, quando migliaia di tedeschi giovanissimi, fino a pochi mesi prima seduti sui banchi di scuola, erano stati lanciati contro le trincee inglesi morendo o rimanendo feriti e mutilati con una proporzione, in alcune unità, del 70%? Certo che lo sapeva ma lo considerava un incidente di percorso, il frutto di un errore, una conseguenza del cattivo impiego delle forze.

Il metodo dell’attacco frontale in sé era giusto, bastava applicarlo come si deve, con più cannoni, più proiettili, più uomini, più fede e volontà di vittoria. Cadorna lo scrive, anche, nel suo libretto rosso: “Le armi moderne hanno procurato all’offensiva (oltre a quelli essenzialmente di ordine morale che in ogni tempo la fecero prevalere sulla difensiva) molti vantaggi” e “presenta oggi più favorevoli condizioni di buona riuscita che in passato. Questo fatto non è che apparentemente contraddetto da quanto va verificandosi nell’attuale conflitto armato… Anche per rapporto a posizioni fortissime e solidamente organizzate a difesa, persistono per l’offensiva i vantaggi che le sono propri…”.

In un altro punto, quando parla della cavalleria, sottolinea che non si può imporle uno schema operativo rigido, poiché la sua azione si associa con quella delle altre armi “sol quando approfitta del panico e della disorganizzazione da esse prodotta, per caricare”. Caricare? Ma già nella Guerra civile americana, dal 1861 al 1865, la cavalleria aveva smesso di caricare con la sciabola e la lancia di fronte alle abbattute di alberi che la imbrigliavano e ai fucili rigati della fanteria che la massacravano: l’arma montata aveva abbandonato, nelle vaste pianure degli Stati Uniti, ogni velleità napoleonica ed era diventata essenzialmente una fanteria che si muoveva con maggiore rapidità, da impiegare nelle ricognizioni e nelle incursioni nelle retrovie nemiche.

Allora Cadorna era un pazzo, un incompetente, un criminale? No, era semplicemente un generale figlio del suo tempo, come il francese Joffre, gli inglesi French e Haig, i tedeschi Moltke, Falkenhayn e Ludendorff. Ufficiali nati e cresciuti nell’800, che non avevano capito fino in fondo quanto la potenza di fuoco delle armi moderne avesse cambiato il volto stesso della guerra: catapultati alla guida di milioni di soldati, con risorse umane e materiali che sembravano inesauribili, se erano costretti ad attaccare non trovavano di meglio che applicare sempre la stessa ricetta con una quantità di ingredienti sempre maggiore ma sempre uguale nella qualità, sperando di logorare il nemico prima di logorare se stessi. Per quasi tutta la guerra i generali dell’Intesa, francesi, italiani, inglesi e poi americani furono costretti ad attaccare visto che tedeschi e austriaci avevano scelto di difendersi a ovest e di picchiare sui russi a est, dove i grandi spazi e la mancanza di ostacoli naturali rendevano possibili la guerra di movimento e la manovra.

E dove il rullo compressore zarista, se avesse avuto successo, avrebbe minacciato direttamente l’Heimat, la patria, il focolare, l’anima delle due nazioni germanica e magiara.Per molti anni, e ancora oggi, è parsa cosa buona e giusta criticare con ferocia i leader militari della Prima guerra mondiale, macellai impassibili che al sicuro nei loro castelli nelle retrovie, mandavano a morire senza batter ciglio centinaia di migliaia di uomini, per di più reagendo con punizioni draconiane, arresti, fucilazioni, decimazioni (un uomo ucciso ogni 10, indipendentemente dalle sue colpe) a ogni piccolo gesto di ribellione da parte dei loro soldati, stanchi delle inutili carneficine. E’ vero, è successo, e la nostra sensibilità di moderni ne resta ancora oggi sconvolta.

Ma di recente si è andata parzialmente affermando una storiografia in qualche modo più attenta a quelle che erano le opzioni dell’epoca a disposizione di un generale. Avevano qualche altra possibilità di agire, visto che la guerra andava combattuta e di pace non si parlava, visto che proprio gli immensi sacrifici di vite compiuti ogni giorno imponevano a popoli e governi di andare avanti per non rendere tutto vano attraverso una pace senza vittoria?

Domenica del Corriere del 22 agosto 1915. D'Annunzio lancia messaggi patriottici su Trieste  (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)
Domenica del Corriere del 22 agosto 1915. D’Annunzio lancia messaggi patriottici su Trieste (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)


Come è già stato sottolineato (“Distanze grandi, disciplina feroce: leoni in battaglia agli ordini di asini”, Corriere della Sera, 25 giugno 2014) la possibilità di superare i difensori senza perdere slancio e quindi ottenere uno sfondamento definitivo che rimettesse in movimento i fronti congelati alla fine del 1914 era al di là delle capacità dell’epoca: niente carri armati (i primi, rudimentali, apparvero nel 1916) per sfondare, niente paracadutisti ed elicotteri per un aggiramento verticale, controllo di fuoco dell’artiglieria ancora rudimentale, aviazione con poco o nullo carico bellico offensivo. E soprattutto nessuna capacità di controllo del campo di battaglia. I progressi della tecnologia militare, la capacità di uccidere delle armi, la quantità di uomini che si potevano trasportare, nutrire e rifornire sul campo di battaglia avevano di gran lunga superato la capacità dei comandanti di incanalare e guidare le forze che avevano a disposizione.

Nel 1815 a Waterloo il duca di Wellington aveva mantenuto una salda presa sulla battaglia cavalcando lungo i 4-5 chilometri dello schieramento alleato e mandando i suoi ordini con gli aiutanti di campo che in pochi minuti raggiungevano ogni punto dello scontro. Il 1° luglio 1916, sulla Somme, gli anglo-francesi attaccarono su un fronte di 40 chilometri, ma le loro possibilità di comunicare, una volta cominciata l’avanzata, con i cavi telefonici spezzati dall’artiglieria e in assenza di radio portatili o almeno montate sugli aerei, in mezzo al fumo e alle esplosioni, erano più o meno quelle di Wellington, staffette e piccioni viaggiatori, ma in un ambiente infinitamente più ostile e mortale. Così qualunque successo non poteva essere sfruttato e qualunque ostacolo non poteva essere superato dall’azione di comando.

Sempre sulla Somme, racconta lo storico inglese John Keegan, si calcolò che ci volevano in media otto ore perché un messaggio raggiungesse il fronte dal quartier generale di divisione e lo stesso tempo era necessario per il percorso inverso. Il che voleva dire 16 ore tra la segnalazione di una forte resistenza sul fronte e le disposizioni di un comandante per superarla. E in 16 ore i difensori avevano il tempo di rinsaldare le linee.

Solo i tedeschi trovarono alla fine una prima rudimentale chiave per scardinare i lucchetti della guerra di trincea: nel 1917 sul fronte italiano e nel 1918 su quello anglo-francese dissero basta alle avanzate massicce e mandarono avanti piccoli gruppi d’assalto, potentemente armati con tutto ciò che la tecnica era riuscita a elaborare (mitragliatrici leggere, lanciafiamme, artiglieria mobile) che senza curare la protezione dei fianchi, una volta sfondata con l’artiglieria pesante e i gas la posizione del nemico, ne mettevano in crisi il dispositivo attaccandone le retrovie. Non riuscirono a spuntarla perché ormai erano troppo deboli e sia gli italiani che inglesi e francesi arretrarono e riuscirono a resistere. Ma quella era la soluzione, che sarebbe poi stata sfruttata appieno all’inizio della seconda guerra mondiale quando l’artiglieria da campagna mobile e i soldati a piedi si trasformarono in bombardieri in picchiata e truppe motocorazzate.

Domenica del Corriere del 30 maggio 1915. Le divise del regio esercito (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)
Domenica del Corriere del 30 maggio 1915. Le divise del regio esercito (Archivio RCS/Fondazione Corriere della Sera)


Cadorna nel 1915-17 aveva gli stessi problemi e tentò di risolverli nello stesso modo, attaccando in continuazione e senza badare alle perdite. Di suo ci metteva anche una certa rigidità caratteriale, che gli impediva di accettare critiche (perfino da parte del governo che avrebbe dovuto in realtà essere il suo superiore) che in qualche misura ne mettessero in pericolo l’autorità. Come fa notare Gianni Rocca nella sua biografia del generale, aveva appreso, dai racconti del padre, i guasti che aveva provocato nel 1866 la mancanza di unicità nel comando e, una volta divenuto capo supremo, si era regolato di conseguenza: il comandante era lui e lui solo.

Nel famoso libretto rosso, scrive che “sola è feconda in manovra quella libertà di azione che si esplica entro l’ambito degli ordini superiori assecondandoli: oltrepassarli significa disobbidire (sic) e l’obbedienza – base incrollabile della disciplina militare – non tollera restrizioni o menomazioni di sorta”. Tradotto in linguaggio più semplice vuol dire: ragazzi, poche storie, l’iniziativa personale lasciamola da parte, si ubbidisce agli ordini. Per chi non lo fa ci sono il siluramento e l’allontanamento dal comando (se ufficiale superiore) o perfino la corte marziale.

L’uomo aveva altri due difetti. Prima di tutto una certa incapacità, una volta emanati gli ordini (di solito burocraticamente minuziosissimi) e nonostante l’ossessione della disciplina, di assicurarsi che venissero eseguiti fino in fondo, soprattutto se l’inadempiente era un uomo di forte personalità: per esempio Luigi Capello, il comandante della Seconda Armata, uno dei principali responsabili della sconfitta di Caporetto, tendeva a fare di testa sua e Cadorna non sempre riusciva a frenarlo. Ne derivavano spesso mancanza effettiva di unicità di comando e confusione operativa, ossia proprio quello che Cadorna tentava in tutti modi di evitare. Insomma, la mistura tra volontà di controllo centralizzato e la scarsa propensione a esercitarlo fino in fondo davano luogo a una rigida inefficienza, il contrario esatto della genialità militare.

In secondo luogo, il generalissimo era propenso a dare la colpa agli altri, e in particolare ai soldati, se gli obiettivi non venivano raggiunti. “Gli uomini non si battono, non hanno abbastanza slancio”, era una delle spiegazioni preferite degli insuccessi non solo di Cadorna ma anche di molti altri generali in tutti gli eserciti. Generali che oltretutto, essendo spesso per nascita e milieu culturale degli uomini d’ordine, erano più che propensi a vedere, in ogni esitazione dei sottoposti, non solo e non tanto la paura e la stanchezza di fronte a un massacro interminabile ma soprattutto i sintomi di una vigliaccheria ispirata dal sovversivismo, sovversivi essendo per definizione i partiti socialisti che tra fine ‘800 e inizio ‘900 si erano affermati come grande forza popolare in tutti o quasi i Paesi europei.

Poco contava che, una volta arrivata la chiamata alle armi, gli stessi partiti socialisti si fossero squagliati come neve al sole preferendo arruolarsi (non solo in senso figurato) sotto le bandiere del nazionalismo dimenticando l’internazionalismo proletario. Il pericolo rosso era in agguato e andava sorvegliato e combattuto senza pietà, con le fucilazioni se occorreva. Quando arrivò il disastro di Caporetto, il primo comunicato del comando supremo parlava di «mancata resistenza dei reparti della Seconda armata, vilmente ritiratasi senza combattere o ignominiosamente arresasi al nemico»: in pratica Cadorna, per giustificare la sconfitta figlia essenzialmente di uno schieramento sbagliato e di un’inferiorità culturale di fronte ai nuovi metodi di attacco del nemico, accusava di vigliaccheria metà del suo esercito.

Solo dopo l’intervento del governo, il bollettino fu modificato in «La violenza dell’attacco e la deficiente resistenza di taluni reparti della Seconda armata ecc. ecc.». Un po’meglio, ma non poi tanto.Cadorna ebbe però due grandi meriti: quello iniziale di creare quasi dal nulla e poi governare con mano di ferro un grande esercito moderno in un Paese contadino e arretrato. Un merito su cui ora, avvolti nel nostro meritevole e scontato pacifismo, è facile storcere il naso ma che era richiesto dal momento storico e dal governo del Paese. E poi di non perdere la testa di fronte alla tragedia del 1917, predisponendo la ritirata e conducendola, pur tra esitazioni e tentennamenti, fino al Piave (lui avrebbe voluto fermarsi sul Tagliamento ma gli austro-tedeschi furono più veloci).

Ma combattere l’ultima battaglia non spetterà a lui (che nel frattempo aveva comunque consigliato al governo di considerare l’eventualità di una pace separata). L’8 novembre del 1917 il Re gli chiede le dimissioni. Toccherà al napoletano Armando Diaz, nuovo Capo di Stato maggiore, resistere sul Piave e poi lanciare un anno dopo (tardivamente, a nemico ormai sconfitto non tanto sul campo ma soprattutto sul fronte interno, con l’impero multinazionale degli Asburgo in disfacimento) l’offensiva vittoriosa di Vittorio Veneto e mettere la firma sotto le ultime righe del Bollettino della Vittoria, quello che iniziava con una bugia ma si chiudeva con una verità: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

Brano tratto dal libro “24 maggio 1915 – L’Italia entra in guerra” in edicola con il Corriere dellaSera dal 23 maggio 2015