venerdì 27 febbraio 2015

I milanesi scrivono all'Europa: "Vogliamo i privilegi dei rom"

Maria Sorbi - Ven, 27/02/2015 - 08:15

La lettera-denuncia di un gruppo di famiglie al Consiglio Ue: "Case, mense e mezzi pubblici gratis: basta trattamenti di favore"

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«Caro Consiglio d'Europa, anche noi vorremmo diventare rom e avere gli stessi diritti dei nomadi». Comincia così la lettera che un gruppo di cittadini milanesi ha intenzione di spedire all'Ecri, la commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza. Una mossa che va ben oltre la trovata goliardica e che intende piuttosto essere una denuncia.

L'idea parte da Carmela Artusa, dipendente comunale e madre di un ragazzo di 19 anni, studente di ingegneria al Politecnico. A sottoscrivere la lettera sono subito intervenuti colleghi, amici, vicini di casa, conoscenti. E l'elenco potrebbe diventare sempre più lungo. «Vogliamo chiedere appoggio nei mercati, siamo sicuri di trovare il consenso di parecchi milanesi». Nessun appoggio politico, nessuna bandiera di partito, solo la voce di cittadini comuni che alla fine di ogni mese hanno spese da pagare, mutui e rate.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la recente bacchettata che il Consiglio europeo ha dato all'Italia, intimandola a trattare meglio i rom. Nell'ultimo rapporto vengono strigliate le autorità italiane perché non hanno ancora introdotto misure per assicurare ai rom colpiti da ordini di sgombro i diritti garantiti agli altri cittadini. Diritti che dovrebbero prevedere la possibilità di contestare l'ordine di sgombero, di sfratto, davanti a un tribunale, e la possibilità di accedere a un luogo dove poter abitare. «Eh no, questo è troppo - è sbottata Carmela - Basta con gli appelli di cardinali e vescovi che ci invitano a prenderci in casa un rom.

Basta con questo trattamento di favore. Io devo cavarmela con il mio stipendio e nessuno mi fa sconti su niente. Se prendo una multa devo pagarla. E devo pagare pure se voglio contestarla facendo ricorso. Noi cittadini siamo perseguitati, non solo tartatssati. Sentire che i rom vanno trattati ancor meglio rispetto ad oggi ci fa infuriare». Da qui l'idea di stendere un decalogo di ciò che i rom possono fare e i milanesi no. «Vogliamo essere eguagliati ai cittadini rom - si legge nella lettera - ed avere il diritto di non avere doveri».

Ad esempio, si chiede (ovviamente come provocazione) di poter circolare senza documenti e, in caso di controlli, di poter dichiarare generalità false. Di girare su auto di lusso senza pagare assicurazioni, bolli, revisioni e tagliandi. Di non sborsare nemmeno un euro né libri di testo, né refezione scolastica, né scuolabus per i bambini. Di non pagare bollette e tasse. Di poter bivaccare e chiedere l'elemosina.
«Se ci permettessimo noi milanesi di chiedere soldi ai semafori o di accamparci in giro per la città senza averne diritto, verremmo spolpati vivi». Costa affittare il suolo pubblico, costa utilizzare i mezzi pubblici. «Per loro invece è gratis».

«Se io decidessi di non pagare più l'affitto di casa, verrei sfrattato - spiega un altro firmatario della lettera - Per i rom il trattamento è diverso. Si lascia che occupino abusivamente spazi e case senza che spendano un euro e senza che ne abbiano diritto». Rivolgendosi direttamente alla comunità rom, l'ideatrice dell'iniziativa scrive anche: «Ricordo che è inutile che i nomadi si appellino all'Olocausto. Gli ebrei non cercano diritti, si sono rimboccati le maniche e hanno costruito tutto».

L’ascensore

La Stampa
massimo gramellini

A ottobre ricevetti una mail da Stefano Martoccia, ingegnere torinese di trentatré anni colpito da un tumore alle ossa che gli era costato l’amputazione della gamba destra. Stefano abitava all’ultimo piano di una casa senza ascensore e aveva informato i coinquilini dell’intenzione di installarne uno a sue spese. L’assemblea di condominio - luogo tra i più ottusi ed efferati dell’umanità, al cui confronto il Parlamento è un covo di idealisti - aveva negato l’assenso. La legge consentiva a Stefano di procedere.

Ma il dominus dell’assemblea, titolare della maggioranza dei millesimi, aveva opposto ostacoli ed eccezioni, arrivando a insinuare che il giovane volesse costruire l’ascensore con gli incentivi concessi ai disabili per aumentare il valore del suo appartamento e poi rivenderlo. Aveva preteso che Stefano sottoscrivesse un documento in cui si impegnava a rimuovere l’impianto, in caso di cessione della casa, e a utilizzarlo in esclusiva, negando le chiavi dell’ascensore a parenti e infermieri.

Stefano si era rifiutato di firmare e mi aveva manifestato il suo dolore stupefatto per le soglie di cattiveria a cui può giungere un essere umano. I suoi condomini, scriveva, erano frequentatori assidui della parrocchia. Devoti al prossimo, purché non abitasse a casa loro.

Girai la mail alla collega Maria Teresa Martinengo, che scrisse un articolo sul giornale nella speranza che qualcuno si vergognasse. Ma nessuno si vergognò. Per non perdere energie che gli servivano altrove, Stefano accantonò il progetto dell’ascensore e si trasferì nell’appartamento del cugino al pianterreno, dove una morte più misericordiosa degli uomini è venuto a prenderlo ieri mattina. 

LA STORIA, Gli inquilini negano l’ascensore al giovane malato di tumore
di Maria Teresa Martinengo 

E' legittimo il licenziamento di chi copre i furti del collega

La Stampa

Lo afferma la Corte di Cassazione con la sentenza 2552/15. La Corte d’appello di Firenze ha dichiarato legittimo il licenziamento intimato dalla società datrice di lavoro nei confronti del responsabile dell’ufficio commerciale, ritenuto responsabile di gravissime omissioni negli oneri di vigilanza e denuncia, a lui incombenti, in relazione a diversi episodi in cui si erano registrati ammanchi negli incassi dei parcometri gestiti dalla società, nonché ad uno specifico episodio in cui egli aveva assistito ad un vero e proprio furto delle somme incassate da parte di un collega.

L’intenzione di coprire gli ammanchi è stata ricondotta dal datore di lavoro alla previsione di legge (art. 45, r.d. n. 148/1931) che dispone la destituzione nei confronti di chi consapevolmente si appropri o contribuisca che altri si appropri di beni aziendali oppure che defraudi o contribuisca a defraudare l’azienda dei suoi beni. Il lavoratore impugna la sentenza in Cassazione lamentandosi del fatto che la condotta contestatagli non possa rientrare nella previsione della norma citata, la quale richiederebbe un concorso doloso nella commissione del fatto.

La Corte di Cassazione ritiene che le prove relative ai comportamenti del lavoratore consentono di attrarre la condotta alla consapevole complicità di fatto nei confronti del comportamento illecito del collega, caratterizzata da una gravità tale da non potersi sottrarre al provvedimento disciplinare del licenziamento. La norma applicata non richiede difatti l’accertamento di un autentico concorso doloso nella commissione del fatto, potendo trovare applicazione anche in caso di comportamenti omissivi, come accaduto nel caso concreto. Il ricorrente lamenta inoltre la violazione dell’art. 2119 del codice civile, norma che peraltro non era oggetto di contestazione, negando in tal modo la configurabilità di una giusta causa di licenziamento.

I giudici di legittimità osservano che la lettera di licenziamento contestava al lavoratore una condotta definita come gravemente lesiva del rapporto fiduciario intercorrente tra il datore di lavoro ed il funzionario, tale da non consentire la prosecuzione del rapporto, individuando in tal modo una giusta causa di recesso ai sensi dell’art. 2119 c.c.. Si aggiunga che in tema di verifica giudiziale della correttezza del provvedimento disciplinare, il giudizio di proporzionalità tra quest’ultimo e la violazione contestata si concretizza nella valutazione della gravità della condotta del lavoratore e dell’adeguatezza della sanzione, con un apprezzamento delle risultanze probatorie di esclusiva competenza dei giudici di merito, non censurabile di conseguenza in sede di legittimità.

Nel caso, i giudici di seconde cure hanno dato adeguata argomentazione in ordine al riscontro degli elementi fattuali di tale gravità, oggettiva e soggettiva, da integrare la giusta causa di licenziamento. Per questi motivi la Suprema Corte rigetta il ricorso, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

giovedì 26 febbraio 2015

Erano quattro amici al bar. Due hanno evaso, e gli altri?

Francesco Maria Del Vigo - Gio, 26/02/2015 - 08:16

Gino Paoli e Beppe Grillo finiti nella bufera per evasione fiscale. Resta solo un dubbio: ma questi quattro amici almeno lo hanno pagato il conto del bar?

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«Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo». Il mondo, o forse il conto. Due erano evasori e gli altri? Noi sull'identità di questi compagni di bevute (e di ricevute) qualche sospetto lo abbiamo. Suffragato dalla cronaca e, soprattutto, dal pentagramma, s'intende.

Perché proprio mentre il diversamente simpatico Paoli finisce alla berlina per il suo conto in Svizzera, sui quotidiani rimbalza la storia - tirata fuori dal Giornale nel maggio del 2014 - dell'evasione fiscale di Beppe Grillo. Secondo l'impresario Lello Liguori, il comico si faceva pagare in nero una parte del cachet dei suoi spettacoli. Un giochetto da qualche milione di euro. Roba da finire sul rogo dei Cinque Stelle, per intenderci.

Ma Grillo, oltre ad essere concittadino di Paoli, è anche un suo grande e storico amico. E allora stai a vedere che c'era anche lui al bar, seduto a quel tavolino a cercare di cambiare il mondo. D'altronde i due, oltre ad avere l'hobby delle più o meno innocenti evasioni (fiscali), hanno in comune un'altra caratteristica: escono di casa sempre con una grande scorta di vaffa in tasca.

Saranno anche particolarmente oculati nel dispensare danaro - come vuole la tradizione -, ma sono quanto mai prodighi di improperi. Ieri il cantante ha dato prova del suo ombroso carattere in una velenosissima intervista a Luzzato Fegiz: «Sono capace di scatti d'ira incredibili. Se qualcuno mi fa una battuta sulla vicenda lo mando all'ospedale». Nemmeno una parola, una motivazione, una scusa sulla presunta evasione. Ha preso un'altra stecca. In senso musicale, s'intende.

D'altronde Fegiz ha scientificamente schivato ogni domanda sull'inchiesta della Procura di Genova. E lo capiamo: non si sa mai che Paoli gli rifilasse un sonoro scapaccione. Siamo giornalisti mica boxeur. Eppure, un po' lo si poteva incalzare. Suvvia. Su questi amici al bar, che poi rimangono tre perché uno molla il bar e si impiega - guarda caso! - proprio in banca, ché un amico allo sportello fa sempre comodo. E poi - siamo al secondo caso -, finiscono vascorossianamente «ognuno a rincorrere i suoi guai» (giudiziari?). Praticamente una confessione. Più che una canzone. Resta solo un dubbio: ma questi quattro amici almeno lo hanno pagato il conto del bar?



"Da Beppe Grillo a Jennifer Lopez: tutti pagati in nero e si dicono di sinistra", un impresario racconta le pretese delle star
Libero

Lello Liguori, ottantenne impresario di lungo corso, è stato definito il Grande Gatsby della Riviera ligure. Ha gestito locali da Sanremo a Santa Margherita ed è stato anche il re delle notti milanesi. Ha conosciuto la malavita meneghina molto da vicino e uno dei boss dell’epoca, Angelo Epaminonda, detto il Tebano, lo ha accusato di tutto: «Omicidio, associazione a delinquere, spaccio internazionale di droga», ha ricordato Liguori. Hanno persino tentato di ucciderlo, ma l’ha sempre sfangata. «Ho pagato cara l’amicizia con Bettino Craxi.

Sono stato interrogato da undici magistrati, coinvolto in 11 processi e assolto 11 volte» ha dichiarato qualche anno fa al Secolo I. E per difendere Craxi ha litigato anche con Beppe Grillo: «Lo detesto perché va in giro a fare il politico, a sputtanare tutti quanti, ma quando veniva da me, carte alla mano, si faceva dare 70 milioni: dieci in assegno e 60 in nero», ha detto nella stessa intervista al quotidiano genovese. Dichiarazioni che sono state riprese con enfasi dai media solo nel 2014 e Grillo, fuori tempo massimo, ha minacciato querele.

Signor Liguori, ma il leader del Movimento5stelle, alla fine, l’ha denunciata per davvero?
«No, mai, anche perché ho documenti e testimoni. Nei giorni scorsi sono stato contattato dai difensori di Luca Barbareschi. Grillo lo ha querelato perché in televisione ha fatto una dichiarazione sui pagamenti in nero. Sono dovuto andare dal comandante dei carabinieri a confermare che Grillo con me ha evaso più di 300 milioni di lire. È venuto almeno 20 volte nei miei locali. Inizialmente prendeva 70 milioni di cachet: 10 in assegno e 60 in nero. Questo lo ha fatto quattro volte al Covo e una volta allo Studio 54 di Milano, che era mio. Poi ha lavorato altre volte a 20-30 milioni. Comunque sempre con la stessa prassi. Quando è venuto a Milano io avevo con me una persona testimone del pagamento: è andato lui alla cassa a prendere i soldi».

E i documenti?
«Ci sono le mie dichiarazioni alla Siae in cui dicevo quante persone c’erano nel locale. Quello è un documento».

Ha mai ingaggiato Gino Paoli?
«Una decina di volte».

E con lui come veniva retribuito? In modo regolare?
«(Breve pausa) Non ricordo. Paoli è un amico e non ricordo. Riguardo a Grillo mi è stato chiesto da più parti, da destra e da sinistra, di asfaltarlo. Naturalmente sotto elezioni tutti speravano in una débâcle di Grillo. E io ho detto: si può fare. Mi sono messo lì tre giorni e ho parlato con tutti i giornali».

Politica a parte, glielo richiedo: lo stesso sistema di pagamento veniva utilizzato con Gino Paoli?
«Guardi, con tutti. Io ho portato in Italia 300 artisti americani, ho lavorato con spagnoli, francesi, greci e i compensi sono sempre stati versati in quel modo. Se lei li vuole è così, altrimenti non vengono».
Dunque non l’ha stupita che Paoli sia accusato di evasione fiscale?
«Io ho una figlia a Lugano e vedo quelli che stanno riportando indietro i soldi».

Ma il cantautore genovese veniva pagato in nero sì o no?
«Io l’ho ospitato tante volte con Ornella Vanoni, ma anche insieme con Grillo. Perciò lo chieda a Grillo (ride)».

Per loro stessa modalità di remunerazione: me lo può confermare?
«Era la stessa per tutti. Io adesso sto trattando per l’Expo. Hanno preso Andrea Bocelli non da me, da un inglese. Volevano un’altra star. Abbiamo tentato di affiancargli Angelina Jolie, ma Bocelli non ha voluto perché oscurava un po’ il suo nome. Allora abbiamo deciso di puntare su Jennifer Lopez. Ma con gli intermediari è la solita storia: costa 1,8 milioni, però bisogna dargliene "normali" (ufficiali ndr) 1,2. Tanto per dire. Non lo riporti, però, perché non abbiamo ancora firmato i contratti e faremmo brutta figura con la Lopez».

Ritorniamo alla coppia Grillo-Paoli. Mi può ribadire che facevano “nero” insieme?
«Ma sì. Guardi che se lo chiede a Grillo, lo ammette. Tanto dice che è tutto finito in prescrizione. In effetti sono cose di tanti anni fa».

E secondo lei anche Gino Paoli confermerebbe?
«(Liguori cambia all’improvviso registro) Gino Paoli non ricordo neanche... mi sembra di averlo pagato regolarmente. Anche perché il mio direttore, che è mio cognato, ha suonato per vent’anni con Paoli. Era capo orchestra. È stato lui a fare i contratti, non io».

Dunque con l’autore del “Cielo in una stanza” avete fatto tutto a regola d’arte? «Mah. Io penso. Non sono in grado di dire né sì, né no».

Però quando è venuto con Grillo, l’accordo l’hanno fatto con lei? «Naturalmente, li ho messi insieme io».

E in quell’occasione stesso pagamento per entrambi?
«Non so, perché Grillo è andato via prima. Paoli si è fermato sino a tardi con mio cognato che aveva accesso alla cassa».

Mi sembra di capire che lei sia troppo amico di Gino Paoli... «È così».

Ci sono altri personaggi con cui ha avuto brutte esperienze?
«Io ho una causa con Teo Teocoli. Nel 1999 doveva fare una serata per la Confindustria, ma rinunciò per motivi di salute. Ho dovuto sostituirlo a mezzanotte con Giorgio Faletti che ho trovato all’ultimo momento vicino a Portofino; eppure Teocoli ha incassato diversi milioni dalla Confindustria. L’ho scoperto recentemente. Grazie a una vecchia fattura ho visto che in quell’occasione c’erano 1.100 persone per un conto totale di 94-95 milioni. A me ne hanno dati solo 72, perché avevano scalato il cachet di Teocoli. Ieri (il 22 febbraio ndr) il suo avvocato mi ha mandato una lettera in cui diceva che se io avessi divulgato questa notizia mi avrebbero querelato. Io naturalmente sono andato subito a sporgere denuncia per appropriazione indebita e furto».

Altri personaggi con cui ha trattato?
«Io ho lavorato con Ornella Vanoni, Patty Pravo, Vasco Rossi, Claudio Baglioni e sono stati tutti pagati regolarmente. Senza nero».

In ogni caso, con tutto quello che guadagnano gli artisti, non le sembra un po’ scorretto che alcuni cerchino di evadere le tasse?
«E gli sportivi allora? Guardi Valentino Rossi. Mi sembra che abbiano trovato conti all’estero un po’ a tutti. Non dovete andare a toccare il nostro mondo. Compresi noi dei locali notturni. Sono stato al Covo 37 anni e avevo 40 locali contemporaneamente, tra Italia ed estero. Ovviamente, proprio per colmare i disavanzi causati dai pagamenti in “nero” delle “attrazioni”, quando si poteva, cercavamo di fare qualche biglietto in meno per la Siae».

Beh, sta dicendo che eravate costretti a costituire fondi neri per i compensi fuori busta degli artisti. Adesso sembra che abbiano trovato il tesoretto svizzero di Gino Paoli...
«Che è della sinistra estrema...».

Si definisce ancora "comunista".
«Appunto».

Eppure sembra abbia accantonato due milioni Oltralpe... Il suo guaio è che non è riuscito a riportarli indietro.
«Gli do un consiglio: si deve mettere d’accordo con l’Agenzia delle entrate, pagare il 5 per cento e farli rientrare. Così sta più tranquillo».

Forse adesso è troppo tardi. La procura l’ha già indagato per evasione fiscale. In un’intercettazione avrebbe detto di aver ricevuto pagamenti in nero da parte degli organizzatori delle feste dell’Unità. Lo stesso trattamento di riguardo che gli ha riservato lei.
«Io non ho detto di averlo pagato in nero. Anche perché a volte, con i miei locali, guadagnavo un miliardo a sera e non potevo certo controllare tutti i conti. Ma adesso lasciamo perdere l’argomento perché io nel mondo dello spettacolo ci lavoro ancora».

Giacomo Amadori

La minaccia della “spazzatura spaziale”

La Stampa
antonio lo campo

Satelliti o razzi abbandonati, attorno alla Terra ruotano 20mila frammenti di detriti. Oggi non sono un problema ma in futuro potrebbero causare collisioni catastrofiche

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Non è un problema di oggi, ma è sempre molto attuale. In orbita attorno alla Terra ruotano, a quote diverse, circa 20.000 frammenti di discrete dimensioni. Sono i cosiddetti detriti spaziali o “space debris”, che formano quella che è nota con il termine un po’ colorito di “spazzatura spaziale”. Si tratta di “pezzi orbitali” di vario genere, da satelliti abbandonati a frammenti di satelliti esplosi o di stadi di razzi abbandonati. Sono tutti ben monitorati e tenuti sotto controllo, ma il problema persiste e in futuro potrebbe portare a collisioni catastrofiche.

Satelliti recuperabili per essere eliminati
I satelliti delle ultime generazioni vengono già realizzati con propulsori che, alla fine dell’operatività del satellite, vengono o “sparati” verso orbite più alte, o al contrario fatti rientrare subito in atmosfera terrestre, dove bruciano al contatto con gli strati meno densi. Quindi, già da qualche tempo si è cominciato ad affrontare il problema con progetti di “clean space” per la pulizia delle orbite spaziali. Si tratta di sistemi tecnologici o piccoli satelliti in grado di recuperare a loro volta satelliti abbandonati o grossi frammenti orbitanti, per poi eliminarli facendoli rientrare e bruciare subito negli stratri atmosferici. Un progetto europeo, avviato di recente, vede coinvolta anche una onlus privata italiana, la COSMO-SpaceLand, con sede a Torino e campus al Centro Spaziale Europeo in Belgio.

Il progetto prevede di convertire un velivolo a fusoliera larga, come quelli da tempo utilizzati da SpaceLand per voli in assenza di peso a 11 chilometri di altezza, che grazie a speciali parabole creano condizioni cosiddette di “gravità zero” fruibili anche dal grande pubblico. Il velivolo sarà anche in grado di portare in quota un veicolo spaziale per successive accensione dei motori ed inserimento in traiettoria sub-orbitale, con a bordo, nella sua stiva, l’ “acchiappasatelliti o detriti” dello spazio oppure nuovi satelliti da inserire in orbita ma dotati di sistemi per essere facilmente recuperate con lo stesso sistema.

Imminenti i primi test in “gravità zero”
Nel frattempo però sono in programma nuovi voli atmosferici in microgravità, che oltre a compiere ricerche scientifiche (in particolare di biomedicine, scienza dei materiali e tecnologie per l’esplorazione planetaria), serviranno proprio a preparare i voli con i primi veicoli spaziali, fino a quasi 100 chilometri dalla Terra: «Il velivolo SpaceLand è attualmente in preparazione per la prima missione di volo in assenza di peso richiesta direttamente al nostro team da consorzi industriali high-tech europei - ci dice l’Ingegner Carlo Viberti, Presidente SpaceLand, già responsabile tecnico dell’Ufficio Attività Astronauti dell’Agenzia Spaziale Europea ESA e della tecnologia europea sulla stazione spaziale russa MIR –.

E’ una richiesta che giunge da importanti industrie di Varsavia e Madrid su incarico dell’ESA per il programma Clean Space. Il gigantesco laboratorio volante Zero-G SpaceLand ha una capacità di imbarcare fino a 80 persone per singolo volo, non solo tecnici e scienziati». «Ma anche osservatori e “turisti spaziali”, insieme a decine di apparati sperimentali; nel prossimo decollo, previsto per la tarda primavera, questo laboratorio volante consentirà di validare varie tecnologie di cattura dei detriti spaziali con l’obiettivo di ridurre il grave rischio di collisione catastrofica fra satelliti e spazzatura orbitale, attualmente stimato fino al 10 per cento: un rischio che sta diventando preoccupante».

Voli per la ricerca e per il grande pubblico
«Il nostro progetto - aggiunge l’ingegnere aerospaziale torinese - prevede di trasferire in Italia il gigantesco DC-10-40F usato per i rifornimenti aerei dei cacciabombardieri del Governo degli Stati Uniti d’America e convertirlo nel primo grande laboratorio microgravitazionale per esperimenti a scopo civile, medico-scientifico e tecnologico, sia in condizioni di “zero- gravità”, sia in cosiddette “gravità lunare”, “gravità marziana” ed “ipogravità”, quest’ultima tipica di comete e asteroidi». In attesa dunque dei prossimi scenari spaziali, è imminente un nuovo volo con il velivolo per la gravità zero fino a 11 chilometri d’altezza.

Un volo aperto non solo a ricercatori, ma anche al pubblico e a chiunque sia interessato a effettuare le parabole che il velivolo effettuerà per ricreare condizioni (altenate) di gravità zero, proprio come quelle degli astronauti in orbita. L’operazione consentirà all’Italia di diventare leader nel settore di scienze e tecnologie microgravitazionali, con benefici anche nella ricerca di contromisure su osteoporosi, sulla sindrome di Alzheimer (per le quali il team di SpaceLand ha già realizzato esperimenti anche con l’undicenne Kim Marco Viberti, in assenza di gravità col papà Carlo per conto della European Brain Research Institute fondata dal Premio Nobel Levi-Montalcini) e su varie altre patologie per le quali la ricerca medico-scientifica microgravitazionale sta rivelandosi vincente. 

Il prossimo addestramento per qualificarsi alle missioni di volo aperte al pubblico è fissato al Campus SpaceLand nel Centro Spaziale Europeo per il fine-settimana del 28 e 29 marzo, con iscrizioni la prossima settimana tramite email a SpaceLand www.spaceland.it

La satira romana contro Isis attraversa l’Atlantico

La Stampa
francesco semprini

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«Siamo a sud di Roma». L’ultimo manifesto mediatico dello Stato islamico, a metà tra la minaccia e l’anatema, ha messo in allarme i servizi di sicurezza e l’intelligence italiana e occidentale. Mai gli sgherri del Califfo erano arrivati tanto vicini a un Paese occidentale. Duecento chilometri, tanto è lo spazio che divide l’ultima generazione jihadista dal primo fazzoletto di terra italica. «Conquisteremo Roma, con il permesso di Allah», incalzava un tweet di Isis in Libia. Ma chi ha detto che, anche attraversato quel braccio di mare, sia così facile fare scacco alla capitale? E’ la provocatoria domanda che sottintende la valanga satirica con cui i romani hanno commentato la minaccia dell’Isis, un’antologia di tweet e post all’insegna dell’ironia propria e altrui, quasi a voler esorcizzare un pericolo con la risata.

Una satira che ha fatto eco al di là dell’Atlantico, tanto che il New York Times, in un’editoriale di Thomas Friedman, e ancor prima il Washington Post con Adam Taylor, hanno dato spazio al confronto tra Isis ed Spqr. Si parte dal monito, dall’immagine di Abu Bakr al Baghdadi con dietro la scritta «Sud di Roma», e lui che dice: «Tranquilli siamo sulla Salerno-Reggio Calabria». Sotto la foto con la colonna di blindati dell’Isis paralizzata sull’incompiuta per antonomasia. «Se vi avanza un po’ di tempo date una mano pure voi a finirla», twitta qualcuno, mentre altri avvertono: «Siete proprio sicuri di voler venire?».

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A farla da padrona, dicono Times e Post, è l’hashtag #We_Are_Coming_O_Rome, che colleziona una serie di suggerimenti anglo-romaneschi rivolti al Califfo e ai suoi jihadisti. «Ricordatevi gomme da neve e catene, o vi sequestrano il carrarmato», «Non prendete il treno, ci mette una vita ed è sempre in ritardo», «Occhio, domani c’è sciopero dei trasporti pubblici». E poi, chi lo ha detto che anche se la carovana dello Stato islamico arrivasse a Roma sarebbe fatta. Innanzi tutto c’è il Gra:

«Occhio al raccordo, rimanete imbottigliati, rischiate di passarci la vita», recita un cinguettio con l’immagine della solita colonna di blindati e bandiere nere, e il jihadista di turno che in arabo sottotitolato dice: «Forse è meglio uscire alla Magliana!». E cosa accadrebbe se lasciata la tangenziale, l’Isis si avventurasse di domenica verso Ponte Milvio, dove le tifoserie delle opposte fazioni si danno appuntamento per il «riscaldamento pre-partita», dopo il generoso pieno alcolico nelle bottigliere di «Ponte Mollo». Per non parlare delle escursioni infrasettimanali a Piazza di Spagna.

Figuriamoci poi issare la bandiera nera sul «Cuppolone»: il convoglio Isis «potrebbe rimanere incagliato tra i pullman dei fedeli a via della Conciliazione, perdersi tra i sottopassi verso il Pincio, o essere multato a Borgo Pio perché i veicoli non sono conformi a Euro 5». Poi c’è chi alla minaccia di «distruggere la croce» e prendersi «le vostre donne », risponde: «Se ti prendi mia moglie la croce ce l’hai tu a vita». E chi più semplicemente suggerisce: «Ricordatevi mia suocera».

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Al limite del «politically corrrect», c’è quella che racconta di un manipolo di poveri jihadisti che, disorientati a Roma tra i cinesi dell’Esquilino, i nigeriani di Termini, e i filippini di piazza Mancini, realizzano che gli unici romani sono quelli che imprecano in auto, bloccati nel traffico. E quando due «coatti» gli danno degli omosessuali per come sono vestiti, si ammazzano per metter fine a «quell’inferno di infedeli». «The Italians got this one right», dice Friedman sul Times, commentando la spregiudicata satira. Mentre Taylor sul Post spiega che, «se cosa simboleggi Roma per l’Isis non è ancora chiaro, lo è invece cosa aspetta l’Isis a Roma». Del resto il Califfo nella capitale è sempre stato visto un po’ come «pataccaro», «un sola» insomma.

Per i romani sino a poco tempo fa il Califfo è stato ben altra persona, ovvero il profeta, assieme a Belli e Trilussa della romanità in versi, Franco Califano. Lui, che ha visto la luce su un sedile di un aereo decollato - guarda caso - da Tripoli (Sud di Roma), lui «latin lover» dannato e controverso, che con le donne ha toccato i tre zeri, lui onorato alla New York University con laurea in filosofia (altro che diploma in legge di al Baghdadi). Il Califfo che, prima di morire, ha voluto inciso sulla lapide la sua profezia in note, «Non escludo il ritorno»: è forse questo il caso? Che dire, tutto il resto è ....Isis.

Questo tweet si autodistruggerà tra 10 secondi: la nuova moda che minaccia Twitter

La Stampa
francesco zaffarano

Sempre più utenti ricorrono a strumenti per l’eliminazione dei post, che non possono essere modificati. Ma così il social network, già in crisi, rischia di svuotarsi

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Pensa prima di scrivere. È una bellissima regola ma sappiamo tutti che quando c’è di mezzo Twitter è tutto più difficile, e la voglia di essere i primi a twittare l’ultima notizia o a commentare nel modo più sagace il programma in televisione è troppo forte. Così la raffica di tweet si porta dietro un’inevitabile percentuale di fesserie.

Forse è anche per questo che sempre più utenti decidono di fare pulizia nella propria timeline, facendo sparire i tweet imbarazzanti, le gaffe e le opinioni che, ponderando, ci si è accorti di non condividere davvero. E sono molti i siti che offrono servizi per eliminare più tweet contemporaneamente. Uno di questi è TweetDeleter: si fa login con il proprio account Twitter e in pochi passi si possono cercare, filtrare, selezionare e cancellare fino a 100 tweet al giorno. Bastano? A qualcuno no e infatti c’è anche la versione premium, che tra le altre cose permette di programmare l’eliminazione di un tweet. Per la serie che questo cinguettio si autodistruggerà tra tre, due, uno…

Non è un divertimento per pochi nerd o per maniaci della privacy e del diritto all’oblio. Basta guardare i numeri: solo TweetDeleter dichiara più di 260 milioni di post eliminati. E questo forse dovrebbe suggerire che qualcosa non sta funzionando. Ad esempio il fatto che gli sviuppatori del social network si ostinino a non introdurre una funzione per la modifica dei post già twittati. Una questione di principio, secondo il Ceo Dick Costolo, che a chi gli ha chiesto delucidazioni ha risposto qualcosa di simile a «è i bello della diretta».

Bella la diretta, sì, peccato che, togliendo i tweet, gli utenti eliminino il contenuto di Twitter e con questo il coinvolgimento degli iscritti e, ultimi ma non ultimi, gli spazi pubblicitari che il social vorrebbe vendere. Sappiamo che Costolo è già corso ai ripari per cercare di non perdere quella fetta di utenti (l’8,5%) che creano un account ma che ne fanno un uso passivo e spesso finiscono per abbandonarlo: è il caso della funzione “Mentre non c’eri”, che mostra alcuni dei tweet più interessanti twittati da chi seguiamo mentre non eravamo connessi. E già qui si passa dal bello della diretta all’indispensabile differita. Resta solo da capire se i conti di Twitter vanno così male da dover richiedere un nuovo sforzo per cambiare e andare incontro al pubblico. Prima che tutti questi uccellini facciano il nido in qualche altro social.

Capanna montata

La Stampa
massimo gramellini

Da qualche tempo Mario Capanna, il giovane dell’altro ieri, va alla radio e in televisione a irridere i giovani di oggi. Avranno una pensione misera a 70 anni? si domanda dall’alto della sua da ex parlamentare, invece più che soddisfacente. Ben gli sta, si risponde da solo, perché senza lotta non si ottiene nulla nella vita e loro non lottano, ma preferiscono vivere nella bambagia di mamma fino a quarant’anni «tanto che bisogna chiamare i carabinieri per buttarli fuori». A parte che preferisco vivere in un Paese che chiama i carabinieri per fare sloggiare un figlio quarantenne anziché per difendersi da chi tira le molotov. Ma a Capanna, come ai tanti ribelli placati della sua età che imputano ai ragazzi del Duemila di non fare la rivoluzione, continua a sfuggire un piccolo particolare.

Che nel «loro» Sessantotto, figlio del boom economico, i giovani erano tantissimi. Avevano con sé l’unica forza che conta in democrazia, quella dei numeri. E vivevano in una società dalle prospettive illimitate, dove il futuro era una certezza indiscutibile. La società che i sessantottini consegnano ai nipoti è decisamente diversa. Con il calo delle nascite e il prolungamento della vita media, i giovani sono diventati una minoranza silenziosa che pesa poco sulle decisioni della politica. E la frantumazione del lavoro, che la generazione di Capanna non ha saputo evitare e in molti casi ha sfruttato, li ha resi incapaci di pensare al plurale e coniugare i verbi al futuro. Prima di fare la morale ai ragazzi di oggi, quelli dell’altro ieri dovrebbero provare a mettersi nei loro panni. E magari chiedere scusa per avere contribuito a creare questo presente.

La protesta dei «portaborse» e gli stipendi in nero dei collaboratori

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

La protesta dei «portaborse» per la chiusura della mensa di Montecitorio, riporta l’attenzione sulle condizioni contrattuali cui sono sottoposti i collaboratori

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Tutta la nostra solidarietà, ovvio, va ai collaboratori parlamentari. Ma non tanto per la faccenda della mensa: quella si potrebbe risolvere come fa la stragrande maggioranza delle aziende, con i buoni pasto. La solidarietà è dovuta piuttosto per quello scandalo che il comunicato dell’associazione cita nelle ultime righe.

Sono anni che i collaboratori parlamentari chiedono condizioni contrattuali decenti, che soltanto l’introduzione di regole simili a quelle applicate in Europa (e nei Paesi civili) garantirebbe a tutti. I collaboratori degli eletti a Strasburgo vengono infatti retribuiti dall’Europarlamento. Il loro rapporto contrattuale, con durata pari a quella del mandato del deputato che li assume, è direttamente con l’istituzione: dunque alla luce del sole, con tutte le garanzie che ne consegue. Nessun pagamento in nero, nessun stipendio da fame e contributi previdenziali regolari.

Non come accade in Italia, dove i cosiddetti portaborse vengono invece retribuiti dai singoli parlamentari che ricevono da Camera e Senato un’apposita indennità mensile di 3.503 euro, con l’obbligo di rendicontarne solo la metà. Il risultato? Molti di loro percepiscono paghe da fame e per giunta in nero: proprio lì dove si fanno le leggi, pensate un po’. Per mettere fine a questo stato di cose indegno sono stati approvati diversi ordini del giorno, da anni.

La situazione però non si sblocca. La presidente della Camera Laura Boldrini non cessa di dolersene, facendo capire che se la questione è arenata è perché sono i gruppi parlamentari a fare melina. E la ragione è comprensibile. Introdurre anche in Italia le regole europee significherebbe dover privare i singoli onorevoli di quella indennità, gran parte della quale, in molti casi, imbocca strade diverse da quelle che dovrebbe prendere. Per esempio, quella del partito.

Il contributo che obbligatoriamente i parlamentari di un certo gruppo devono versare nelle casse della formazione politica nelle cui liste sono stati eletti spesso viene da lì. E dopo che la legge ha tagliato i rimborsi elettorali l’indennità del portaborse è diventata una fonte preziosa di finanziamento. Ecco spiegato perché gli stessi partiti che si sono impegnati a seguire le regole europee, poi fanno di tutto per non applicarle.

Responsabilità dei giudici: “Il problema è lo strapotere di media e pm”

La Stampa
maria corbi
 
Intervista con l’avvocato di Enzo Tortora: “Non nascondo le mie perplessità su questa legge, mi sembra si sia passati da un eccesso all’altro”

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Raffaele della Valle è stato l’avvocato di Enzo Tortora, ha combattuto insieme a lui per il riconoscimento della sua innocenza e poi perché la parola Giustizia non recuperasse il suo significato iniziando dalle garanzie.

Avvocato Della Valle, dopo anni di dibattito si è arrivati alla responsabilità civile dei magistrati. È soddisfatto?
«Siamo stati i primi a porre il problema all’epoca di Tortora. Da allora sono passati tanti anni, tanta acqua è passata sotto i ponti con grandi delusioni. Ma adesso che abbiamo questa legge, nutro una certa perplessità ». 

Ma come? Non era questo il vostro obiettivo?
«L’Italia è un po’ un pendolo in tema di giustizia, si eccede sempre. Mi preoccupa che chiunque possa andare a chiedere giustizia senza un filtro. Prima il filtro era eccessivo, le maglie erano troppo strette, ma non vorrei che senza filtro si creassero situazioni abnormi. Per evitarle bisognava per lo meno prevedere come contrappeso una forte penalizzazione per la lite temeraria (quei casi in cui si avviano cause per futili motivi impegnando le strutture della giustizia senza una buona ragione, ndr). Anche perché gli avvocati molto spesso eccedono nelle presunte tutele, tanto più che la crisi dell’avvocatura molto spesso comporta degli atteggiamenti arrembanti. Si fanno denunce pur di accontentare il cliente. A volte gli strumenti giuridici servono come ammortizzatori sociali per avvocati che sono troppi, 250mila.Così come l’estensione di ammettere le parti civili, le più disparate nei processi, servono per dare lavoro agli avvocati, parliamoci chiaro».

Torniamo al nostro argomento, la responsabilità civile dei giudici. Cosa ne pensa?
«Non vorrei che chiunque si sentisse autorizzato a fare causa a un giudice anche quando manchino i presupposti, tanto non c’è il filtro. Finora i era l’opposto: c’era un catenaccio così stretto che non passava nessuno. E non vorrei che come contraccolpo la magistratura diventasse difensiva, come è già capitato ai medici.» 

E’ vero che anche una magistratura offensiva di problemi ne ha creati, non crede?
«Certo, non lo dica me, ma cerchiamo di mantenere l’obiettività: è giusto che sia passata la legge sulla responsabilità, ma bisogna porre in essere dei correttivi. La cosiddetta “lite temeraria” risale al codice civile degli anni ’30. Se la causa è insensata ci deve essere una sanzione. E comunque non pensiamo che questa legge possa risolvere i problemi della giustizia».

Qual è il prossimo passo?
«Più che la normativa bisognerebbe agire a livello culturale, iniziando dalle scuole di magistratura, spiegare che il nostro codice prevede la presunzione di non colpevolezza, perché io ogni giorno leggo delle cose incredibili pur di tenere dentro le persone. In questo momento c’è la prevalenza non della garanzia, ma del sospetto. Per cui custodia cautelare a volontà. Il problema nel nostro paese è che manca il giudice, non le norme»

In che senso manca il giudice?
«Manca il giudice terzo, perché la linea la detta il pubblico ministero. Quel che chiede il pm, 80 volte su 100 viene eseguito. Il giudice ha perso autonomia non solo all’esterno, ma all’interno. Ci sono dei meccanismi che creano distorsioni. Le faccio un esempio: un magistrato giudicante la mattina condanna uno su richiesta del pm; e magari il pomeriggio quello stesso pm deve esprimergli il parere nel consiglio giudiziario per la promozione. Le sembra regolare?».

Pm con troppo potere?
«Quello che il cittadino soffre è che l’iniziativa del pm viene recepita non solo nel corso delle indagini preliminari dai Gip quando devono emettere provvedimenti di sequestri conservativi o provvedimenti restrittivi della libertà, ma anche nella fase della decisione, cioè tribunale monocratico o collegiale o corti di Assise. Fino alla Cassazione. E la Cassazione a sua volta ormai emette delle sentenze sull’onda delle emozioni create dal pm attraverso i media. Il pubblico ministero oggi è il dominus perché i media lo hanno rafforzato. Oggi il giustizialismo impera».

Ma il processo accusatorio non avrebbe dovuto riequilibrare il peso di difesa e accusa?
«La voce della difesa non conta più nulla. Anche voi giornalisti non la ascoltate più. Il pubblico ministero “star” ha un’influenza enorme. Quando si arriva a un processo in aula che è già stato celebrato nei talk come si fa a far cambiare idea ai giudici popolari? Specie nei piccoli centri. Guardi il processo di Avetrana, doveva essere spostato. Se non ci sono i presupposti per la remissione in quel caso, ma allora non ci saranno mai. Tanto vale abolirla, perché è impossibile che ci siano situazioni che vadano oltre quello che è capitato a Taranto con il caso Misseri».

Da dove inizierebbe una riforma della giustizia, adesso che la responsabilità civile dei giudici è passata?
«E’ un problema di cultura, occorre iniziare la formazione dall’Università, vedo dei giovani gasatissimi che si preparano all’esame della magistratura con la mentalità di diventare magistrati per esercitare potere. Si vedono magistrati che esercitano la professione come trampolino di lancio per entrare in politica. Un problema di formazione di magistrati, ma anche di giornalisti e avvocati, tutte figure che hanno un ruolo nel rispetto delle garanzie. Bisogna rimettere sullo stesso piano difesa e accusa».

Si tratta di recuperare una cultura garantista?
«Bisogna recuperare una cultura garantista che parta dalla presunzione di innocenza. Applicare il principio del dubbio pro reo. Recuperare la modestia, la capacità di riconoscere l’errore. Regolamentare i processi mediatici, fermo restando il rispetto del libero pensiero e della libertà di stampa. Una volta c’era l’insufficienza di prove, oggi hanno messo quel 530 comma secondo, e non lo applicano mai»

Ci può fare un esempio?
«Guardi lo scempio del processo di Garlasco. Lasciamo perdere se è lui o non è lui perché non siamo al bar. Sul piano processuale è stato fatto uno scempio. Doppia sentenza conforme. Assoluzione. Poi si va in Cassazione e trovano lo spunto per rimandare il pallone in tribuna. Ma se dieci magistrati ti hanno assolto, esiste un dubbio più ragionevole di questo?» 

Altro problema che lei denuncia è un eccesso di carcere preventivo...
«E’ un paese assurdo quello in cui con una sentenza passata in giudicato non si va in carcere e con la presunzione di innocenza sì».

mercoledì 25 febbraio 2015

Violazione dei brevetti, maxi multa a Apple

La Stampa

Una giuria texana ha condannato la casa di Cupertino a versare 532,9 milioni a Smartflash

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Multa da oltre mezzo miliardo di dollari per Apple. Una giuria texana ha condannato la casa di Cupertino a versare 532,9 milioni a Smartflash, società specializzata nel dare in licenza brevetti, per aver usato senza permesso, nel software iTunes, tre invenzioni brevettate. Smartflash aveva chiesto 852 milioni di dollari di danni, mentre Apple, che ha annunciato ricorso, aveva quantificato il danno in 4,5 milioni. Oltre che alla Mela, Smartflash ha fatto causa a Samsung, Google e Amazon.

«Smartflash non fa prodotti, non ha dipendenti, non crea posti di lavoro, non ha una presenza negli Stati Uniti e sta sfruttando il nostro sistema di brevetti per cercare royalty sulla tecnologia che Apple ha inventato», ha dichiarato Kristin Huguet, un portavoce di Apple, secondo quanto riportato da Bloomberg. «Ci siamo rifiutati di pagare questa azienda per le idee che i nostri dipendenti hanno trascorso anni ad innovare, e sfortunatamente non c’è stata data altra scelta che intraprendere questa lotta attraverso il sistema giudiziario».

Società texana fondata nei primi anni del 2000 dall’inventore Patrick Racz, Smartflash ha fatto causa per violazione di brevetti anche al primo rivale di Apple nel settore degli smartphone, la coreana Samsung, ad Amazon e a Google. Quest’ultima sta tentando di far spostare il caso dal Texas a una corte della California.

Willy, il primo clochard sepolto nel cimitero tedesco in Vaticano

La Stampa

Il Papa ha dato il ok per tumulare la salma dove sono sepolti principi e cavalieri teutonici. L'80enne fiammingo viveva di elemosine vicino a San Pietro

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E’ vissuto di elemosine, riposerà in pace tra principi e cavalieri. E' la strano destino del clochard Willy Herteller, conosciuto da tutti in Vaticano e trovato morto tra dicembre e gennaio. Amico del monsignor Amerigo Ciani, è stato quest'ultimo a celebrare il funerale e a chiedere a Papa Francesco di tumulare la salma nel cimitero tedesco all'interno del Vaticano, alle spalle della Basilica, dove sono sepolti principi e cavalieri tedeschi. E' il primo senzatetto ad avere questo onore.

Era da tutti conosciuto nella Santa Sede e tutti gli volevano bene, racconta Il Messaggero. L'80enne fiammingo viveva di elemosine vicino a San Pietro. Partecipava alla Messa e, seduto tra i porticati, guardava a lungo il via vai della gente.Tra dicembre e gennaio qualcuno ha notato quell'uomo sdraiato per terra senza segni di vita. E' stato trasportato in ambulanza in ospedale dove è morto. E' stato monsignor Ciani ad accorgersi della sua assenza: dopo qualche ricerca, ha scoperto la verità. E' stato lui a intercedere presso il Pontefice: ora Willy riposerà davvero in pace.

Monaci e monache, ospitate i poveri nelle vostre celle

Il Giornale
Nino Spirlì


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Facce toste ne incontro a decine ogni giorno. La mia, poi, è da premio Oscar. Ma c’è chi merita il Nobel per la dotazione corposa di quella faccia lì. Quella tonaca amaranto che sa di bagnacauda e Dolcetto d’Alba, per esempio. Anzi, levateglielo, al signor Luciano Pacomio, vescovo di Mondovì, il vino. Anche dall’altare. Magari, è un periodo di forte stress e non ne sopporta il benché minimo effetto. Eviterà così di fare incetta di milioni di vaffa da parte di altrettanti italiani che patiscono la fame, piangono la mancanza di lavoro, perdono la casa per colpa dello Stato spietato e delle banche senza sentimento, e che non riescono a portare in tavola nemmeno un panino al giorno. Figuriamoci a condividerlo.

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A loro, senza il minimo di decenza, il corpulento pastore alla crema gianduia chiede, anzi, quasi comanda di ospitare un immigrato a testa. Qualunque sia la grandezza della casa e il numero dei componenti la famiglia, magari. Cose da pazzi! Direbbe mia nonna Concetta. E aggiungerebbe, in pura lingua calabra, “U saziu non canusci o dijiunu” (Il sazio non comprende l’affamato).

Come fa, mi chiedo, infatti, un pastore che dovrebbe essere attento al proprio gregge e alle sue esigenze, a offendere chi, invece, dovrebbe proteggere. Da dove nasce quell’invito sgangherato “Ospitate i profughi nelle vostre case!”, sapendo che proprio #santamadrechiesa è strapiena di conventi vuoti o , al limite, occupati al 10%?

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Solo nel paese dove vivo attualmente, c’è un convento di clausura di qualche migliaio di metri quadrati, che ospita, ormai, appena 5 o 6 monache anziane; poi, c’è un enorme convento di suore abbandonato, per il quale il Tribunale si è espresso, da qualche mese, su una diatriba che vedeva contrapposti preti, monache e municipio, e c’è, ancora, un convento di francescani (3), con diverse centinaia di metri quadrati inutilizzati; infine, o forse no, case e case di proprietà di SmC, a malapena usate per attività parrocchiali. E, come Taurianova, migliaia di parrocchie e affini in Tutta Italia. Milioni, nel mondo.
Giusto come consiglia e ordina Papa Francesco, siano i religiosi ad aprire i portoni dei loro  conventi e delle loro proprietà. Se proprio ci deve essere qualcuno chiamato ad ospitare.


E si ricordino, aggiungo io se il Santo Padre non si offende, che, prima di ogni forestiero, vengono i milioni di ITALIANI che stanno soffrendo le mortificazioni della povertà.
Il resto è arroganza da fariseo.
Fra me e me. Senza casa da offrire.

La verità dopo dieci anni: Arafat finanziò gli attentati

Fiamma Nirenstein - Mer, 25/02/2015 - 08:25

Giustizia per le famiglie di decine di vittime di origini americane. Anp e Olp devono pagare 655 milioni di dollari. Ma l'Italia vuole riconoscerli come Stato

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Gerusalemme - «Mia figlia aveva due anni quando suo padre fu ucciso da un attacco palestinese a Gerusalemme; non ha parlato fino a tre anni, quando all'improvviso ha detto: «Qualcuno ha ucciso mio padre?».

L'ha raccontato Karen Goldberg testimoniando al processo conclusosi due giorni or sono a New York. Come in un film, è finito con il riconoscimento dei veri colpevoli. Piangendo Karen ha ricordato che suo marito Scotty saltò per aria su un autobus durante la seconda Intifada. Tante altre testimonianze hanno fatto rivivere quei giorni terribili fra il 2000 e il 2004, in cui gli ebrei venivano fatti a pezzi nei caffè, sugli autobus, nei supermarket soprattutto a Gerusalemme.

Ne furono uccisi più di mille. Negli Stati Uniti, due giorni fa è stata fatta un po' di giustizia per alcune vittime di origine americana che sono coperte da una legge antiterrorismo del 1992. Un tribunale di Manhattan, su richiesta di dieci famiglie i cui cari sono stati in parte feriti gravemente, in parte uccisi, ha riconosciuto colpevole di terrorismo omicida l'Autorità Palestinese (sì, quella di Arafat e di Abu Mazen, stavolta non Hamas) e l'Olp per il loro coinvolgimento diretto in sei attacchi e li ha condannati a pagare dalle casse che in genere vengono rifornite dalle donazioni del mondo intero la bella somma di 655 milioni e mezzo di dollari.

Avvocati bravissimi del gruppo Shurat haDin (Centro legale di Israele) hanno combattuto una battaglia decennale, portando oltre alle storie terribili delle famiglie anche precisi documenti, molti verificabili su Pmw, Palestinian Media Watch, che dimostrano come l'Autorità palestinese abbia motivato, armato, organizzato, fornito la culla genetica di tanti terroristi. Svariati erano impiegati dell'Autorità e dell'Olp. La cronista a suo tempo pubblicò un documento che provava che Arafat, oltre a invitare al martirio, ovvero al terrorismo, forniva consapevolmente i soldi per le cinture esplosive e la preparazione degli attentati alle Brigate di al Aqsa di Marwan Barghuti, che adesso è in carcere con cinque ergastoli e più

quarant'anni. Abu Mazen, il moderato su cui il mondo punta, chiama le piazze con i nomi dei terroristi, loda gli shahid, lascia che le sue tv e i suoi siti siano pieni di incitamento, paga in carcere stipendi a tutti i terroristi tanto più alti quanto più lunga la condanna. E tutto il mondo seguita a tassare (un miliardo 400milioni di dollari nella prima metà del 2009, 1,9 nel 2008) i propri cittadini per beneficare una leadership autoritaria e arricchita.

L'autorità palestinese si è dichiarata molto delusa dal verdetto, dopo che hanno testimoniato alcuni fra i suoi più famosi leader come Hanan Ashrawi per dimostrare una inveterata propensione alla moderazione, il mantra su cui si basa la propaganda filopastinese. Su questa narrativa, del tutto falsa e basta verificare su Pmw, si basa anche la rinnovata decisione del Parlamento italiano di calendarizzare per il prossimo venerdì il riconoscimento dello Stato Palestinese. Un gesto sconsiderato contro Israele e il processo di pace, una pura prova di fanatismo senza basi in un momento difficile per gli ebrei di tutto il mondo e per la lotta contro il terrore.

Quale Stato? Quello di cui sia Abu Mazen che Hamas sono parte? Quello che ha fomentato l'episodio per cui Robert Coulter ha visto in tv dopo l'esplosione della Caffeteria dell'Università di Gerusalemme, il corpo della figlia uccisa, con i suoi lunghi capelli biondi? Il terrorismo non è un fantasma, ha sempre un nome e un cognome, e in questo caso è stato identificato con prove, documenti, testimonianze. I parlamentari italiani vorranno finalmente capire che di fronte a un simile episodio e proibito far finta di non vedere, di non sentire, di non capire? O non ci importa del terrorismo?

Emanuele Filiberto di Savoia: «Woodcock paghi, va cacciato»

Corriere del Mezzogiorno

«Dovrebbe pagare lui i 40mila euro di risarcimento per mio padre, non i cittadini italiani che non c’entrano nulla»

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ROMA - «Woodcock? Dovrebbe pagare lui i 40mila euro di risarcimento per mio padre, non i cittadini italiani che non c’entrano nulla». Così Emanuele Filiberto di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele, a La Zanzara su Radio 24, attaccando il pubblico ministero che condusse le indagini sul padre, qualche anno fa ingiustamente detenuto in carcere per una settimana e poi prosciolto da ogni accusa. «Woodcock - dice Emanuele Filiberto - non lo considero nemmeno, è un niente, un vuoto, e la cosa peggiore è vederlo ancora al suo posto a fare danni, non c’è un processo che è riuscito a portare a buon fine».

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E il giovane Savoia prosegue: «Woodcock dovrebbe essere cacciato e pagare lui il risarcimento invece dello Stato». «Un cittadino normale - aggiunge - sa che se fa una cazzata viene punito, lui ha messo qualcuno in prigione ed è ancora lì». Poi racconta: «Papà fu preso alla frontiera svizzera, portato a Potenza, fece qualche giorno di carcere, un mese di arresti domiciliari e tre mesi di divieto di espatrio, più uno sputtanamento sulla stampa mondiale. Ma la cosa più vergognosa è che fece mettere cimici e telecamere nella cella, lo sedarono con dei pilloloni per farlo parlare del processo di Cavallo, sapendo che non avevano in mano nulla. Erano calmanti per spiarlo nella cella. Quando è uscito dal carcere non l’ho riconosciuto, quella vicenda lo ha segnato profondamente».

24 febbraio 2015 | 17:56

La guerra dei sette giorni dei «repubblichini» traditi

Rino Cammilleri - Mer, 25/02/2015 - 09:00

Dopo il 25 aprile del 1945, i tedeschi sacrificarono gli italiani per proteggere la propria ritirata verso il Brennero. E per gli uomini della Rsi il conflitto proseguì fino al 2 maggio

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Nel 70º anniversario del «25 aprile» l'editore D'Ettoris ha pubblicato un libro che mancava: Il gladio spezzato. 25 aprile-2 maggio 1945: guida all'ultima settimana dell'esercito di Mussolini (pagg. 144, euro 14,90). L'autore, Andrea Rossi, dottore di ricerca in Storia Militare, colma una lacuna. Sì, perché, come dice Francesco Perfetti nella prefazione, permane «la convinzione che il 25 aprile 1945 siano cessate definitivamente le ostilità in Italia». Ma «il conflitto durò ancora per una settimana provocando perdite fra militari e civili almeno fino al 2 maggio 1945. Questi sette giorni sono stati poco esplorati dalla storiografia».

Con una precisione da consumato studioso, Rossi ci informa nel dettaglio su ciò che avvenne in quella settimana fatale. Che conobbe il caos, le diserzioni, il «si-salvi-chi-può», i voltagabbana, ma anche pagine di autentico valore e di lotta disperata. Già, perché fu subito chiaro, a chi voleva vederlo, che «i tedeschi intendevano sacrificare gli italiani per proteggere la propria ritirata verso il Brennero», cosa che fin dal febbraio 1945 era stata decisa in una riunione a Parma dei vertici militari tedeschi.

Del resto, che cosa questi pensassero degli italiani era stato bene espresso in un giudizio del generale Eugen Ott, ispettore della Wehrmacht per le divisioni della Rsi: «Conoscendo la qualità militare e la mentalità dell'italiano \ non ci si può aspettare molto da questa truppa». Così, i repubblichini furono praticamente lasciati a vedersela con l'avanzata anglo-americana e i partigiani. E i fedeli del Duce sapevano bene che questi ultimi non erano inclini a fare prigionieri.

«Come bene aveva intuito Renzo De Felice (e, a onor del vero, assai prima Beppe Fenoglio) nella sua opera postuma e, purtroppo, incompleta, fu guerra civile “senza se e senza ma”, e il solo fatto che se ne parli a quasi settanta anni di distanza accalorandosi come se tali eventi fossero di attualità, dimostra a volumi - se ancora ce ne fosse bisogno - che come tale essa è percepita ancora oggi da molti italiani».

Fenoglio nel 1949 aveva intitolato una sua prima raccolta di scritti Racconti della guerra civile , ma l'editore Einaudi l'aveva modificato in Racconti barbari . Il termine «guerra civile» dilagò solo dopo la pubblicazione, nel 1991, del libro di Claudio Pavone Una guerra civile (Bollati Boringhieri). In quei giorni parossistici il destino dell'agonizzante repubblica fascista e delle sue forze armate era l'ultimo dei pensieri non solo dei tedeschi, ma anche degli Alleati, per i quali l'Italia rappresentava un teatro di guerra secondario nello scacchiere europeo.

Inoltre «i leader occidentali (Winston Churchill su tutti) temevano una replica dell'amara esperienza greca, dove alla liberazione era seguita una feroce guerra civile fra nazionalisti e comunisti nella quale le truppe britanniche erano rimaste pesantemente coinvolte». La guerra era ormai praticamente conclusa e l'evitare un insensato sacrificio di vite umane fu il problema che occupò le lunghe trattative in Svizzera tra Karl Wolff, plenipotenziario delle forze armate tedesche, e Allen Dulles, responsabile dell'Oss (Office of strategic service), che negoziarono la resa tedesca in Italia. Ma che fare dei prigionieri repubblichini? «Questi ultimi erano considerati dagli Alleati alla stregua dei tedeschi, ossia reparti combattenti i cui componenti ricadevano pienamente sotto la convenzione di Ginevra».

Così non la pensava Giovanni Messe, capo di stato maggiore del regio esercito, per il quale, essendo l'Italia di Vittorio Emanuele III ufficialmente in guerra con la Germania dall'ottobre 1943, i soldati di Salò erano colpevoli di tradimento per aver collaborato in armi «con il tedesco invasore». E dire che il Messe era stato a suo tempo decorato dai tedeschi con la croce di ferro di prima e seconda classe e, per giunta, era l'unico Maresciallo d'Italia ad avere ottenuto l'ambitissima Ritterkreuz che neanche Graziani, capo delle forze armate repubblichine, aveva.

Per quanto riguardava il Cln, questo aveva stabilito l'instaurazione di tribunali straordinari che avrebbero dovuto giudicare i «collaborazionisti». Il Cmrp (Comitato militare regione Piemonte), da parte sua, decise di passare subito per le armi tutti coloro che avessero militato nelle forze armate di Salò. Né i fascisti, d'altro canto, si comportavano in modo granché diverso con i partigiani catturati. I marò repubblichini furono abbandonati dal generale tedesco Eccard von Gablenz, che contrattò il ritiro dei suoi uomini con i partigiani senza dirlo agli italiani.

Questi, decimati dall'aviazione alleata durante la fuga, il 26 aprile 1945 decisero di sciogliersi. Tutti a casa (forse). Quelli di Brescia, responsabili di una rappresaglia, nello stesso giorno «con poca accortezza» si consegnarono al Cln di Lumezzane. Con il risultato che il loro comandante, tenente colonnello Mario Zingarelli, e venticinque marò furono fucilati il 10 maggio. E così via. Italiani contro italiani. Più guerra civile di così...

Il sobrio tram blu di Mattarella ci è costato più di una limousine

Sergio Rame - Mer, 25/02/2015 - 11:04

Il capo dello Stato snobba l'auto blu. I media applaudono, ma i pendolari s'infuriano: la corsa è provata. Ecco quanto ci è costato

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È piaciuto a Sergio Mattarella il "tranvai" elettrico che da Firenze lo ha portato a Scandicci. Il nuovo corso "ecologico" del presidente è stato confermato anche oggi nella sua velocissima visita alla Scuola superiore di Magistratura. Poche ore passate per lo più in un treno "Freccia argento" preso alla stazione Termini di Roma e poi nel tram che in circa 20 minuti lo ha portato dalla stazione di santa Maria Novella a Scandicci. Non è la prima volta che decide di viaggiare come un italiano qualunque. A Palermo è andato con un aereo dell'Alitalia. I media applaudono, i pendolari vanno su tutte le furie.

Quello di Scandicci era un appuntamento dal sapore istituzionale (anche Napolitano si era recato alla scuola superiore della Magistratura) che però è stato segnato dall'ennesima novità di cerimoniale: il capo dello Stato ha scelto infatti di usare per questa trasferta toscana quasi esclusivamente i mezzi pubblici. Tra i motivi che sarebbero all'origine della scelta del Presidente c'è certamente quello di evitare disagi al traffico, sempre intenso, tra Firenze e Scandicci: uno dei tragitti più utilizzati per gli spostamenti tra il capoluogo toscano e le cittadine della sua cintura.

Ma a influenzare la decisione del capo dello Stato, è stato spiegato, è anche la natura ecologica del mezzo di trasporto: la tramvia fiorentina è infatti alimentata completamente ad energia elettrica. Peccato che, quando hanno provato a salire a bordo, i normali passeggeri sono stati bloccati dagli uomini della sicurezza. Eppure la linea Firenze-Scandicci, gestita dai francesi di Gest, è stata pagata dal comune di Firenze con un contributo di esercizio pari a circa 60 euro per ogni corsa effettuata su quella tratta (che è di circa 7,5 km).

Ma quanto ci è costata la trovata del capo dello Stato? Tenendo presente che il biglietto costa 1,20 euro e che la tranvia trasporta 164 passeggeri medi a tratta, il viaggio ecosostenibile del presidente è stato di 720 euro tra andata e ritorno. La bellezza di 720 euro per percorrere appena una quindicina di chilometri: tre o quattro volte il prezzo del noleggio di una limousine. Eppure il capo dello Stato continua a voler svolgere una vita il più normale possibile e il più possibile simile a quella dei cittadini. Proprio per questo scelse di fare disciplinatamente la fila all'interno del finger che conduce dentro l'aereo, tra lo stupore dei passeggeri e lo sconcerto degli addetti Alitalia.

Ieri i fiorentini hanno assistito alla stessa scena. Superata la prima sorpresa nel vedere il presidente della Repubblica attraversare a piedi la stazione di Santa Maria Novella in compagnia del sindaco Nardella, un gruppo di cittadini, dopo avergli riservato un applauso, lo ha seguito fino alla fermata del tram, alle spalle della stazione. Qualcuno ha anche tentato di salire insieme al presidente ma gli è stato fatto notare che quella corsa era riservata. E a quel punto la sorpresa si è trasformata in un "leggero" fastidio.

martedì 24 febbraio 2015

Complottismo M5S: "L'arma finale del sistema? Scie chimiche, alghe e nuvole"

Corriere della sera
Ivan Francese - Mar, 24/02/2015 - 10:27

Il deputato grillino Mirko Busto: "Per contrastare il riscaldamento globale il sistema sequestra la Co2 nella terra e sparge limatura di ferro per fertilizzare gli oceani"

Scie chimiche che passione. Le teorie (pseudo)complottiste sui presunti gravi danni arrecati alla salute umana e all'ecosistema non passano mai di moda.



Se dovessimo trovare un partito politico tra i più inclini ad aderire a questo tipo di teorie, sarebbe sicuramente il Movimento Cinque Stelle. Dove, da sempre, le tesi più o meno complottiste sono di casa. Questa volta ci si è messo Mirko Busto, onorevole stellato eletto alla Camera per la circoscrizione Piemonte II. Che, su Facebook, mette in guardia i cittadini contro i rischi delle scie chimiche.

"Sai cos'è la geoingegneria? - domanda con toni allarmati il deputato - Non è altro che l’ingegneria climatica, ovvero la scienza che studia come modificare il clima su larga scala."
"Gli effetti collaterali sono sconosciuti e i rischi enormi, ce lo dice la ricerca scientifica - prosegue - Ma l'alternativa sarebbe rimettere in discussione il sistema economico imperante e gli equilibri del potere mondiale. Scommettiamo che ad un certo punto verrà proposta come unica soluzione possibile per fronteggiare il cambiamento climatico?"

Segue un link al suo blog personale, dove le scie chimiche e la geoingegneria vengono presentate come "l'arma finale del sistema." Il tutto è corredato da un disegnino che spiega come il "sistema" stia cercando di vincere la sua battaglia finale, tra "sbiancamento delle nuvole con acqua marina", alberi geneticamente modificati e "iniezione di solfati nella stratosfera" - quest'ultima mossa, naturalmente, da attuarsi mediante le scie.

Nel post si spiega come la scienza stia tentando di modificare il clima "su larga scala" per sottrarsi alle conseguenze del cambiamento. Per mantenere l'aumento della temperatura entro i 2 gradi centigradi, spiega Busto, l'unica soluzione è cambiare radicalmente il sistema produttivo, tramite le meraviglie della geoingegneria. I metodi? Lo "spargimento di particelle di biossido di zolfo nell'atmosfera per fertilizzare la luce solare"; la "fertilizzazione degli oceani con limatura di ferro per incoraggiare la crescita di alghe capaci di assorbire i gas serra"; l'impiego di "enormi quantitativi di energia per rimuovere la Co2 dall'atmosfera sequestrandola nelle profondità della terra".

Naturalmente, queste tecnologie sono rischiosissime e pericolose, ammonisce Busto. Che conclude: "Bisogna tenere alta la guardia. Alcuni sostengono che dalla fase sperimentale siamo già passati a quella operativa..."

Ospitate i profughi nelle vostre case”

Fabio Franchini - Lun, 23/02/2015 - 18:20

Il vescovo di Mondovì, in provincia di Cuneo, dove sono in arrivo più di trecento immigrati

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La proposta non è nuova: vi diamo novecento euro al mese e in cambio ospitate a casa vostra un profugo. Era l’ultimo settembre quando Ignazio Marino abbracciò, entusiasta, la proposta del Viminale, trovatosi a far fronte all’emergenza immigrati: trenta euro al giorno per aprire la porta al rifugiati. Soldi pagati dallo Stato, cioè da noi, corrispettivi di quanto costerebbe mantenere un ospite in una struttura ad hoc.

E oggi, a mesi di distanza, la situazione è ancor più grave: decine di barconi e migliaia di profughi sono arrivati – e arriveranno – in Italia. I centri d’accoglienza, in tilt, strabordano di clandestini. Così l’ingegno prova ad aguzzarsi per trovare qualche raffazzonata soluzione. Soluzione che non può essere certo questo “affitto”.

Gli sbarchi proseguono e con l’arrivo della primavera sono destinati, come sempre, ad aumentare di numero. Sempre più vite umane da salvare e a cui badare, sempre meno spazi e risorse per farlo. Se i porti delle coste meridionali sono il punto di arrivo, le città del Nord sono sempre più casa dei rifugiati. Dalle acque del Sud vengono smistati in massa verso le Alpi.

Tra le tante città del settentrione chiamate dal Ministero dell’Interno ad accogliere gli immigrati in fuga c’è Mondovì, comune di oltre 20mila abitanti in provincia di Cuneo. Nella Granda, nei prossimi giorni, ne arriveranno più di trecento, che andranno a fare compagnia a chi – da tempo – è già ospite nei vari centri dislocati sul territorio, ormai al collasso.

La Prefettura della città piemontese ha così sondato la Diocesi di Mondovì, che però non ha più le risorse per dare un tetto agli immigrati: le strutture parrocchiali sono tutte al completo. Così, senza più sapere dove sbattere la testa, il vescovo Luciano Pacomia ha lanciato un appello alla comunità, invitando le famiglie ad ospitare in casa i profughi: “Sarebbe un gesto importante e utile. Le pratiche per l’accoglienza verrebbero gestite dalla Caritas, che si occuperebbe di fare da tramite con la Prefettura e di stipulare i contratti”.

Rimettersi alla solidarietà degli italiani (in questo caso dei monregalesi) pare ormai essere l’unica soluzione.




“Ospitate i profughi nelle vostre case”

Il vescovo di Mondovì, in provincia di Cuneo, dove sono in arrivo più di trecento immigrati

Fabio Franchini - Lun, 23/02/2015 - 18:20

La proposta non è nuova: vi diamo novecento euro al mese e in cambio ospitate a casa vostra un profugo.



Era l’ultimo settembre quando Ignazio Marino abbracciò, entusiasta, la proposta del Viminale, trovatosi a far fronte all’emergenza immigrati: trenta euro al giorno per aprire la porta al rifugiati. Soldi pagati dallo Stato, cioè da noi, corrispettivi di quanto costerebbe mantenere un ospite in una struttura ad hoc.

E oggi, a mesi di distanza, la situazione è ancor più grave: decine di barconi e migliaia di profughi sono arrivati – e arriveranno – in Italia. I centri d’accoglienza, in tilt, strabordano di clandestini. Così l’ingegno prova ad aguzzarsi per trovare qualche raffazzonata soluzione. Soluzione che non può essere certo questo “affitto”.

Gli sbarchi proseguono e con l’arrivo della primavera sono destinati, come sempre, ad aumentare di numero. Sempre più vite umane da salvare e a cui badare, sempre meno spazi e risorse per farlo. Se i porti delle coste meridionali sono il punto di arrivo, le città del Nord sono sempre più casa dei rifugiati. Dalle acque del Sud vengono smistati in massa verso le Alpi.

Tra le tante città del settentrione chiamate dal Ministero dell’Interno ad accogliere gli immigrati in fuga c’è Mondovì, comune di oltre 20mila abitanti in provincia di Cuneo. Nella Granda, nei prossimi giorni, ne arriveranno più di trecento, che andranno a fare compagnia a chi – da tempo – è già ospite nei vari centri dislocati sul territorio, ormai al collasso.

La Prefettura della città piemontese ha così sondato la Diocesi di Mondovì, che però non ha più le risorse per dare un tetto agli immigrati: le strutture parrocchiali sono tutte al completo. Così, senza più sapere dove sbattere la testa, il vescovo Luciano Pacomia ha lanciato un appello alla comunità, invitando le famiglie ad ospitare in casa i profughi: “Sarebbe un gesto importante e utile. Le pratiche per l’accoglienza verrebbero gestite dalla Caritas, che si occuperebbe di fare da tramite con la Prefettura e di stipulare i contratti”.

Rimettersi alla solidarietà degli italiani (in questo caso dei monregalesi) pare ormai essere l’unica soluzione.


Commenti


Giorgio5819
Lun, 23/02/2015 - 18:32
Ecco l'ennesimo cerebroleso che amma fare il fr..io col c.lo degli altri. Questi personaggi devono smettere di parlare, sono solo dei poveri dementi che cercano disperatamente di giustificare la propria esistenza.

    Luigi.Morettini
    Lun, 23/02/2015 - 18:36
    Ospitali a casa tua LADRO!

      laghee100
      Lun, 23/02/2015 - 18:37
      avviso da rivolgere alle zitelle !!!!!

        Raoul Pontalti
        Lun, 23/02/2015 - 18:38
        Come Silvio io sono ponto ad ospitare trenta ragazze profughe dai 18 ai 28 anni di età e vi faccio lo sconto di 2.000 euro...

          gigetto50
          Lun, 23/02/2015 - 18:43
          .....si...certo...immagino anche che tutti i profughi saranno in possesso di certificato penale pulito, ovviamente emesso dalle autorita' dei loro paesi d'origine e controgarantito da Prefettura e Caritas... Stessa cosa si potrebbe fare per i ROM.... Vescovo di Cuneo...ma per favore....

            risorgimento2015
            Lun, 23/02/2015 - 18:43
            LO volete capire ITALIANI ,che questi"sottospecie"non sono profughi,ma inmigranti in cerca di fortuna.Percio ora sonoCLANDESTINI.

              titina
              Lun, 23/02/2015 - 18:45
              Chi è quel cardinale che ha un appartamento di 700 metri quadri? Lui ne potrebbe ospitare tanti

                eolo121
                Lun, 23/02/2015 - 18:48
                vescovooo portateli a casa tua i musulmani ..

                  Ritratto di Alsikar.il.Maledetto
                  Alsikar.il.Maledetto
                  Lun, 23/02/2015 - 18:49
                  Io, insieme alla stragrande maggioranza degl'italiani, ho un'altra proposta: buttiamo i clandestini, profughi, migranti, chiamateli come volete, nei termovalorizzatori. Avremmo due cose buone: la prima è che ci liberiamo della feccia mondiale e, in più, avremmo energia per le nostre città.

                    linoalo1
                    Lun, 23/02/2015 - 18:50
                    Troppo facile solo Dire!Ma Fare in prima persona Quando?E' mai possibile che siano sempre gli altri a dover fare?E tutti i Convrnti dismessi che Qualcuno aveva promesso per ospitare egli Immigrati,che fine anno fatto?Attenti Italiani,siamo contagiatida una nuova malattia,contagiosa come l'Influenza!Qesta malattia,tenetelo bene in mente,si chiama Promessite!Lino.

                      Mackeeper
                      Lun, 23/02/2015 - 18:52
                      Ridicolo questo Vescovo. Io con la pensione da fame, devo accollarmi il mantenimento di gente scansafatiche. Magari un giorno mi buttano anche fuori di casa. Perché non li ospita il sig. Vescovo!! Dia il buon esempio, metta in evidenza la bontà dei prelati.

                        albertzanna
                        Lun, 23/02/2015 - 19:04
                        e se invece si chiudessero le frontiere a tutti i migranti a cui, è evidente, qualcuno sta dicendo che in Italia troveranno un paese del bengodi, dove dagli spacciatori ai delinquenti tutto è permesso, rubare, rapinare, creare danno, tanto nessuno torcerà loro un solo capello. Questo Vescovo li ospiti tutti a casa sua facendosi dare i soldi da Bergoglio. Ma gli italiani, quelli onesti, che lavorano e devono mantenere le loro famiglie, hanno i diritto di dire basta a questa situazione allucinante. Albertzanna

                          albertzanna
                          Lun, 23/02/2015 - 19:04
                          e se invece si chiudessero le frontiere a tutti i migranti a cui, è evidente, qualcuno sta dicendo che in Italia troveranno un paese del bengodi, dove dagli spacciatori ai delinquenti tutto è permesso, rubare, rapinare, creare danno, tanto nessuno torcerà loro un solo capello. Questo Vescovo li ospiti tutti a casa sua facendosi dare i soldi da Bergoglio. Ma gli italiani, quelli onesti, che lavorano e devono mantenere le loro famiglie, hanno i diritto di dire basta a questa situazione allucinante. Albertzanna

                            Ritratto di Baliano
                            Baliano
                            Lun, 23/02/2015 - 19:22
                            ... ad esempio, lei monsignore, ne avrà parecchi in casa sua e nella sede vescovile, con tutto quel posto a disposizione... ci dica un numero, magari per approssimazione, quanti ne ha accolti nel suo appartamentino, camera, salotto, bagno e cucina, eminenza?

                              do-ut-des
                              Lun, 23/02/2015 - 19:25
                              ci sono molte strutture ricettive ferme da anni,dove i turisti non si presentano, ecco perchè vogliono gli immgrati. Altro che buonismo, è solo bussinnes.

                                Ritratto di robocop2000
                                robocop2000
                                Lun, 23/02/2015 - 19:27
                                CERTO KE LI OSPITIAMO IN CASA... IN CASA TUA SxxxxxO. PORTALI PURE TUTTI IN VATICANO TESTA DI CxxxO.

                                  do-ut-des
                                  Lun, 23/02/2015 - 19:29
                                  ma lo sa che al nord fa freddo e questa gente bisogna pur dargli la possibilità di scaldarsi. Ma con il problema smog, il problema petrolio che faremo sempre più piacere all'ISIS che dovremmo acquistarne di più, ma ci pensa questo sindaco o pensa come guadagnarci con gli immigrati.

                                    Ritratto di libere
                                    libere
                                    Lun, 23/02/2015 - 19:30
                                    Si comincia sempre così, su base volontaria... Poi cominceranno a incrociare i dati su popolazione e vani disponibili, la Prefettura manderà una raccomandata per sapere come è occupata la camera dei tuoi figli ormai sposati, o dei genitori deceduti, come usi lo studio se ormai non fai più la professione....

                                      Anonimo (non verificato)

                                        epc
                                        Lun, 23/02/2015 - 19:34
                                        Beh, per il momento il vescovo lo "chiede"..... Prima o poi cominceranno a confiscare le seconde case della gente per metterci i clandestini (stando bene attenti ad evitare le seconde e terze case di politici e magistrati, naturalmente....)

                                          Anonimo (non verificato)

                                            Ritratto di Flex
                                            Flex
                                            Lun, 23/02/2015 - 19:40
                                            Dell'ipocrisia "clericale" ne ho piene le tasche. Vorrei dire loro che avendo vuote Chiese, Conventi, Monasteri, Parrocchie e vari altri Istituti a fine religiono possono utilizzarli riempendoli di clandestini occupandosi oltre all'alloggio anche del vitto addebitando le spese ai parrocchiani sostenitori.

                                              @ollel63
                                              Lun, 23/02/2015 - 19:42
                                              nella tua cattedrale c'è abbastanza posto: accoglili e raccoglili lì.

                                                Ritratto di hardcock
                                                hardcock
                                                Lun, 23/02/2015 - 19:46
                                                immediatamente uccidere il vescovo e cacciare dall'Italia tutti I preti

                                                  rebaldo
                                                  Lun, 23/02/2015 - 19:47
                                                  ma solo se esaminiamo il discorso sanitario,è cosa assolutamente da non fare: portano malattie di tutti i tipi,per le quali non abbiamo anticorpi,ed altre che credevamo definitivamente debellate,sono tornate attuali: VEDI TUBERCOLOSI.

                                                    Tino Gianbattis...
                                                    Lun, 23/02/2015 - 19:49
                                                    Sotto il pavimentio dello scantinato

                                                      moshe
                                                      Lun, 23/02/2015 - 20:00
                                                      PARASSITA ! VAI A LAVORARE PER MANTENERLI, INVECE DI SCARICARLI SU CHI LAVORA E DEVE MANTENERE UNA FAMIGLIA !!!

                                                        Ritratto di stenos
                                                        stenos
                                                        Lun, 23/02/2015 - 20:00
                                                        Io a casa mia sono disposto ad ospitarne tanti quanti ne ospita il Vaticano, : zero.

                                                          altair1956
                                                          Lun, 23/02/2015 - 21:05
                                                          Certo che dopo 2000 anni che succhiano soldi agli Italiani, adesso non hanno più risorse ? Vescovo li puoi ospitare nel vescovado, in curia e nella chiesa di Mondovì; inoltre per dargli da mangiare prova a chiedere a qualcuno di moltiplicare i pani e i pesci, magari ti fa un'altro miracolo.

                                                            gigetto50
                                                            Lun, 23/02/2015 - 21:08
                                                            ..comunque a pensarci bene il vescovo fa la sua parte...poi se qualcuno ci sta'.... In ogni caso sono convinto che quest'anno l'IMU sugli alloggi sfitti verra' aumentata e nello stesso tempo ci saranno riduzioni piu' alte della stessa tassa, oltre a quanto previsto per il canone concordato, per affitti di case alla caritas/comune etc, per queste persone...

                                                              Ritratto di Legaiolo
                                                              Legaiolo
                                                              Lun, 23/02/2015 - 21:13
                                                              Risposta al vescovo: PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR!!!

                                                                leserin
                                                                Lun, 23/02/2015 - 21:15
                                                                Dio creò il mondo, per chi crede, per chi non crede è stata Madre Natura. Eppure entrambi hanno destinato ai neri l'Africa , ai gialli l'Asia, ai bianchi l'Europa: un motivo ci sarà.

                                                                  Le carriere con l'air bag di certi pm: sbagliano e vengono pure promossi

                                                                  Enrico Lagattolla - Mar, 24/02/2015 - 10:07

                                                                  Il privilegio speciale delle toghe: da Esposito e Robledo a Woodcock, quando la punizione diventa un premio

                                                                  1
                                                                  Milano - Ammettiamolo: è il sogno di tutti. Una carriera con l' air bag , una vita con la rete di protezione, pochi rischi e tanto onore, l'invidiabile privilegio di cadere sempre in piedi e la lunare dispensa dai contraccolpi di uno sciagurato sfondone. È il sogno di tutti e per qualcuno è realtà. Prendete il giudice di Torino che - pochi giorni fa - è stato trasferito a Milano perché strapagava le consulenze all'amante. Non a Canicattì. A Milano, l'ufficio più prestigioso del Paese. Promoveatur ut amoveatur . A essere trombati in questo modo, c'è da metterci la firma.

                                                                  Vincenzo Toscano - il magistrato del capoluogo piemontese - ha affidato «incarichi remunerati» a una consulente a «cui era legato da vincoli sentimentali». La Cassazione, che lunedì ne ha confermato il cambio di sede, spiega che dava lavoro alla compagna, liquidava «compensi molto superiori alla media degli altri consulenti», e si lavorava il collegio giudicante «per ottenere una decisione favorevole» alla donna. Cosa sarebbe accaduto in qualunque azienda privata? Ma la giustizia segue altre regole. Quindi, l'insopportabile sanzione è stata la perdita di un anno di anzianità - e capirai - e il trasferimento nel palazzaccio più in vista d'Italia. Diciamola tutta: promosso.

                                                                  Ma per uno che da Torino viene a Milano, due fanno il tragitto opposto. L'estenuante disputa tra il procuratore Edmondo Bruti Liberati e il suo ex vice Alfredo Robledo si è conclusa con il trasloco di quest'ultimo in Piemonte. Che onta. Oddio, diciamo un alone. I fatti: secondo il Csm, Robledo è culo e camicia con l'avvocato della Lega Domenico Aiello. Gli «soffia» notizie riservate su un fascicolo che coinvolge alcuni politici del Carroccio.

                                                                  Vero o falso che sia, il punto è un altro: l'organo di autogoverno dei magistrati gli attribuisce un «provato rapporto di contiguità con l'avvocato Aiello», «improntato allo scambio di favori», così come è «inequivoca» la «propalazione» al legale dei lumbard «di atti coperti dal segreto». Sembra grave. Perciò via, Robledo lasci Milano e dismetta i panni da pm. E cosa va a fare? Il giudice. Un gradino più in alto nella scala evolutiva dell' homo togatus .

                                                                  Ma a Torino è andato anche un giovane pubblico ministero milanese, anche lui silurato con tutte le cautele. È una storia di leggerezze e bella vita, quella di Ferdinando Esposito, di amicizie bislacche e di un'improvvida visita ad Arcore che gli ha attirato gli strali di Ilda Boccassini. Che l'ha indagato, l'ha fatto pedinare e intercettare, e poi ha mandato gli atti a Brescia, dove un fascicolo è stato aperto senza che finora abbia portato ad alcunché. Anche su Esposito si è pronunciata la disciplinare del Csm: non può più fare il pm a Milano, sarà gip a Torino. A parte l'incomodo della breve trasferta, la carriera del magistrato prosegue spedita.

                                                                  Sono solo tre storie, le più recenti. Ma sono storie che si ripetono. Henry John Woodcock - quello dei disastri Vip Gate e Savoia Gate - da Potenza finisce a Napoli (qualche dubbio su quale sia la sede più rilevante?). Per le disfatte giudiziarie Why not e Toghe lucane , Luigi De Magistris se la cava con censura, trasferimento e cambio di casacca: da pm a giudice. Ma per non sbagliare, Giggino Masaniello sceglie la terza via: la politica. Ai magistrati di sorveglianza che concedono la semilibertà ad Angelo Izzo, e grazie alla quale il «mostro del Circeo» torna a uccidere, il Csm riserva un ammonimento.

                                                                  L'ex magistrato antimafia di Napoli che va a caccia con i boss viene assolto dal Consiglio. E il sottobosco degli sconosciuti è pieno di miracolati. Vero che ultimamente le condanne nei procedimenti disciplinari sono aumentate, ma si tratta perlopiù di sanzioni minime. Di gente cacciata dalla magistratura, negli ultimi vent'anni, se ne conta sulle dita di una mano. Quanto alla responsabilità civile, peggio che andar di notte: in un quarto di secolo i ricorsi accolti sono stati quattro su 400.

                                                                  È un tratto tristemente sbagliato in questa nobile categoria, semidei del diritto con la tendenza all'autoassoluzione. Avete mai visto la deferenza con cui un avvocato bussa all'ufficio di un pm? Credete davvero che in un'aula di giustizia accusa e difesa godano sempre di pari dignità? Ci dev'essere qualcosa che, strada facendo, scolla alcuni magistrati dal mondo reale. Non si spiega altrimenti, sennò, la meravigliosa ingenuità con cui il fu presidente del tribunale di sorveglianza di Milano Francesco Castellano si rivolse al Csm. Accusato di aver brigato per parare il didietro all'indagato Giovanni Consorte, Castellano propose alla disciplinare del Consiglio la sua soluzione. Facciamo così: io lascio Milano, voi mandatemi in Cassazione. Non si sa se a qualcuno scappò da ridere, ma almeno in quel caso sembrò troppo persino ai suoi pari.