mercoledì 31 dicembre 2014

Apple, quindici giorni per i rimborsi su App Store

La Stampa
francesco zaffarano

La nuova policy in linea con una direttiva europea a tutela dei diritti dei consumatori. Google protesta ma a rischiare sono gli sviluppatori di applicazioni

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Buone notizie per chi acquista musica, film e applicazioni online: Apple ha appena introdotto una clausola per il rimborso entro quindici giorni dall’acquisto tramite iTunes, App Store e iBooks. 

Mentre in tutto il mondo i rimborsi vengono vagliati caso per caso dal team di assistenza Apple, d’ora in avanti per i Paesi dell’Unione Europea sarà in vigore una diversa procedura: gli utenti potranno ricorrere al rimborso entro due settimane dall’emissione della fattura, tranne che per le carte iTunes Gift qualora il codice sia già stato utilizzato. 

Il cambiamento è legato a una nuova direttiva sui diritti del consumatore approvata in giugno dall’Unione Europea, che elenca i prodotti e i servizi acquistati in Paesi dello Spazio economico europeo (See) che devono godere di un diritto di rimborso o restituzione di quindici giorni. 
Ma mentre Apple è corsa ai ripari, Google si è allineata solo in parte: gli acquisti su Play Store sono rimborsabili entro quattordici giorni per quanto riguarda i film e gli abbonamenti ai servizi di musica in streaming, mentre per libri, album e singole canzoni la finestra per presentare la richiesta di rimborso è di soli sette giorni. Google ha deciso di non mollare sul fronte delle app, invece, le cui richieste di rimborso sono valide solo entro due ore dall’acquisto. 

Il problema sollevato dalla direttiva europea, come lamentano in molti, è che in quindici giorni qualsiasi utente può tranquillamente completare un gioco o leggere un libro e chiedere indietro i soldi avendo già sfruttato il prodotto acquistato. Il rischio, così, è che si aprano le porte a una forma di pirateria legalizzata che potrebbe portare più danni agli sviluppatori e all’industria creativa che tutele ai consumatori onesti.

Azoff contro YouTube, causa da un miliardo di dollari se non rimuove i brani di Pharrel & C. da Music Key

La Stampa

Le scaramucce attorno al nuovo servizio in streaming audio diventano fuochi d'artificio. In ballo brani di decine d'artisti di primo piano (oltre al cantante di Happy, anche Eagles, John Lennon, Chris Cornell).

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La minaccia da un miliardo di dollari. È il regalo che YouTube ha trovato sotto l'albero di Natale, la scorsa settimana, con allegato un bigliettino d'auguri che più o meno suonava così: “rimuovi immediatamente dal tuo nuovo servizio streaming i brani dei miei assistiti o ci vediamo in tribunale”. Firmato: Irving Azoff. 

La storia è lunga e i protagonisti sono di quelli tosti, che non avresti problemi a incontrare di notte in un vicolo buio ma che forse preferiresti evitare in un'aula per un processo. Da un lato c'è il servizio-principe nella distribuzione di video su Internet, dal 2006 proprietà di Google, oggi impegnato nel lento e complesso varo di una nuova piattaforma di streaming audio (concorrenziale a Spotify) chiamata YouTube Music Key . Dall'altro c'è colui che Billboard nel 2012 ha messo in testa alla classifica dei 100 uomini più potenti dell'industria musicale: 67 anni appena compiuti, un passato alla guida di moloch dell'intrattenimento come Live Nation e Ticketmaster, oggi Irving Azoff gestisce attraverso la Global Music Rights i diritti di artisti come Pharrell Williams, Eagles, Chris Cornell e John Lennon. 

Come accennato, il fuoco d'artificio esploso dalla Global Music Rights è in realtà solo l'ultimo e più rumoroso di una lunga serie che ha costellato l'intero 2014, attorno al progetto Music Key. In un valzer in cui la voce grossa, a turno, l'hanno fatta un po' tutti. Dopo aver negoziato e concluso accordi con tutte le major, per esempio, la scorsa primavera YouTube ha mostrato i muscoli alle organizzazioni delle etichette indipendenti. O accettavano le condizioni prestabilite dal sito per il nuovo servizio streaming, o le loro canzoni sarebbero state rimosse non solo da Music Key ma anche dall'archivio video (di fatto, scomparendo dall'Internet più conosciuta e usata da miliardi di utenti). Alla fine, si è trovato l'accordo. 

Con Azoff, le parti si sono rovesciate. A tirare fuori gli artigli è il manager di lungo corso, forte del peso di un catalogo di stelle di primo piano, di quelle in grado di smuovere milioni di contatti online (e che quindi YouTube non può assolutamente perdere dalla sua offerta). Punta di diamante: Pharrell Williams, il Re Mida del pop contemporaneo, voce (e cappello) riconoscibile in una sfilza di successi degli ultimi due anni (da Blurred Lines di Robin Thicke a Get Lucky dei Daft Punk fino al super-tormentone globale Happy). 

Sul piatto ci sono circa 20,000 brani, iI terreno dello scontro è accidentato, le regole di ingaggio tutt'altro che chiare. Azoff e i suoi legali sostengono che YouTube deve prima rimuovere dal nascente Music Key tutte le canzoni degli artisti rappresentati da Global Music Rights, quindi sedersi a un tavolo e trovare un accordo per le licenze sui "diritti d'esecuzione" (quelli controllati da GMR). Gli avvocati di Google rispondono che molte di quelle canzoni sono ancora coperte da precedenti licenze pluriennali siglate con organizzazioni come Ascap e BMI, con le quali YouTube è in regola (Global Music Rights è stata fondata nel 2013).

Inoltre, il sito sostiene di non avere l'obbligo di rimuovere niente, finché non riceve dalla società di Azoff gli indirizzi web delle singole canzoni che ritiene violino il diritto d'autore (un meccanismo definito negli USA dal Digital Millenium Copyright Act). Insomma, è la solita partita a scacchi. Simile a quelle a cui abbiamo assistito – nella musica e non solo – dal giorno in cui è stato aperto il vaso di Internet e i brani hanno iniziato a circolare online in modalità molto diverse rispetto al passato analogico del Novecento. In questi casi la sfera di cristallo è sempre piuttosto opaca, ma si può immaginare che la causa da un miliardo di dollari minacciata dalla Global Music Rights sia più che altro un elemento di pressione e che nelle prossime settimane verrà trovato un accordo. Almeno fino alla prossima disputa.

Al momento, intanto, il repertorio degli artisti coinvolti è ancora disponibile su YouTube Music Key (servizio attivo solo in versione beta e non ancora per il pubblico italiano), così come nella sezione video. A cominciare dal clip ufficiale di Happy di Pharrell Williams (e i suoi roboanti 500 milioni di contatti), con il quale Digita Musica augura a tutti i lettori un 2015 all'insegna dell'agognata e meritata felicità. 

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Il sindaco anti-Stato non fa pagare le tasse e finisce “sotto tutela”

La Stampa
massimo picone

«Siamo virtuosi: con la raccolta differenziata risparmiamo e non dobbiamo chiedere altri soldi ai residenti»

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Una rivolta fiscale capeggiata dal sindaco, Matteo Camiciottoli, primo cittadino di Pontinvrea, 850 anime nell’entroterra di Savona. Qui i residenti non pagano né Imu o Tasi sulla prima casa, né Tari. Tra qualche settimana arriverà un commissario prefettizio ad acta perché sindaco e Consiglio comunale non hanno obbedito entro il 30 dicembre (ieri) al decreto Delrio che impone ai piccoli centri di unirsi o almeno associare le funzioni amministrative, dall’anagrafe alla ragioneria.

«E’ un falso risparmio, l’obiettivo vero è creare Comuni di 15 mila abitanti che invece di essere amministrati da liste civiche finiranno sotto il “cappello” della politica. Piuttosto consorziamoci per offrire servizi meno cari, come mense o scuolabus» dichiara il sindaco-rivoluzionario. Il quale, tanto per non farsi mancare nulla, con il suo Comune ha aderito a una causa contro la presidenza del Consiglio e il ministero degli Interni per far dichiarare l’incostituzionalità («con violazione degli articoli 2, 3, 42, 47 e 53 della Carta») della tassazione sulla prima casa. A marzo la prima udienza davanti al tribunale civile di Genova. 

Elezione plebiscitaria
Camiciottoli, 44 anni, contitolare di un ristorante a Genova Pegli, è al suo secondo mandato. Rieletto a maggio con il 97 per cento dei suffragi, un plebiscito doppio visto che la sua lista era l’unica presente sulla scheda. «Lista rigorosamente civica - chiarisce - spaziamo da Rifondazione Comunista a Forza Italia: qui ognuno ha le sue idee, ma siamo gente che lavora per il proprio paese e basta». 
A Pontinvrea, nonostante l’abolizione delle tasse sulla casa per i residenti, i conti sono in ordine: su un bilancio di un milione di euro circa, l’avanzo di amministrazione è di 45 mila euro. Nonostante che sulla raccolta e smaltimento rifiuti, una delle voci più critiche dei bilanci locali, lo Stato ormai non copra più come prima il 20 per cento dei costi, ingiungendo ai Comuni di integrare con il gettito della Tari. Che qui non viene applicata. Il segreto? «La raccolta differenziata - spiega Camiciottoli - che qui a Pontinvrea, con il “porta a porta”, è passata dal 20 al 64 per cento. Così risparmiamo 30 mila euro all’anno e non abbiamo bisogno di chiedere altri soldi alla gente». 

«Paese tax free»
Semplice, anche troppo. Ma funziona. Al punto che qualcuno ha proposto di installare agli ingressi del borgo cartelli del tipo «Pontinvrea paese tax free». Dal piccolo centro savonese la rivolta potrebbe estendersi. Anzi, sono già migliaia le adesioni alla raccolta di firme che il sindaco ha avviato partendo dalla mail «ripartiamoinsieme@libero.it». Camiciottoli: «Tutte le adesioni raccolte saranno inviate a Napolitano, Renzi, ai presidenti delle due Camere e a tutti i capigruppo di partito. Non mi aspetto che a Roma ne tengano conto, ma almeno abbiano chiaro che i cittadini, vessati su un bene intoccabile come la propria casa, non possono continuare a essere spremuti a livelli insostenibili».

Austria, scoperta la fabbrica sotterranea dei nazisti per costruire la bomba atomica

Il Messaggero
di Emanuela Fontana

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Tutto è iniziato per indagare sulle percentuali anomale dei livello di radiazioni nel territorio vicino alla città austriaca di Sankt Georgen an der Gusen. Il segreto era
appunto sottoterra: una cavità vasta circa trenta ettari che secondo gli studiosi sarebbe stato la base di costruzione di pericolose armi durante il nazismo e il luogo scelto per sperimentare una bomba nucleare. Sono stati trovati moltissimi caschetti delle SS e altri oggetti tipici dell’esercito tedesco della seconda guerra mondiale.

“Questo luogo – ha spiegato al Sunday Times il direttore degli scavi, Andreas Sulzer – era probabilmente la sede di produzione di armi segrete più grande del Terzo Reich”. All’eccezionalità della scoperta si aggiunge il fatto che il lungo labirinto potrebbe essere collegato con il campo di concentramento di Mauthausen-Gusen. Alcuni reclusi dei campi di sterminio con particolari specializzazioni nel campo della fisica o della farmaceutica sarebbero stati utilizzati secondo le prime ipotesi, nei lavori "di questo mostruoso progetto".

Gli scavi per ora sono sospesi perché, per proseguire, sono necessari ulteriori permessi speciali delle autorità. Gli storici intendono comparare il materiale trovato in questa galleria segreta con quello rinvenuto in una vecchia miniera vicina ad Hannover nel 2011, dove sono stati trovate delle tracce del programma nucleare segreto di Hitler. Secondo ricostruzioni mai confermate, nei luoghi delle sperimentazioni nucleari sarebbero stati sepolti i resti degli scienziati che lavoravano al progetto.

Capodanno, a Chiavari scoppia un caso per una «v» di troppo

Il Mattino




Un errore tipografico assai pruriginoso, una 'v' di troppo nel nome di Chiavari, sulle locandine affisse per le iniziative nella notte di S.Silvestro della cittadina del Tigullio ha messo in serio imbarazzo l'amministrazione comunale e gli sponsor. Il sindaco Roberto Levaggi ha immediatamente disposto il ritiro delle locandine incriminate e l'immediata ristampa delle stesse, sollecitato anche dallo sponsor Fondazione Carige.

martedì 30 dicembre 2014 - 19:37

Sabotaggi e “liberazioni”, animalisti contro i circhi

La Stampa
stefano rizzato

Azioni degli attivisti in tutta Italia. I circensi: noi non siamo violenti

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Un animale dal peso di 15 quintali ai bordi di una provinciale: un ippopotamo femmina - Aisha, otto anni - steso sull’asfalto, sotto un telone. Travolto e ucciso da una Polo, sabato sera, a Villa Potenza di Macerata. Il 25enne alla guida non ha potuto evitarlo, si è ritrovato con la macchina distrutta, è finito in ospedale. Un urto terribile che è figlio di un altro scontro, mai ricomposto: quello tra il mondo dei circhi e gli animalisti. Sul caso di Macerata le indagini sono in corso, ma i dubbi sono pochi: a “liberare” Aisha è stato un gruppo di attivisti, che hanno aperto le gabbie di diversi animali. È l’esempio di una guerra ideologica a tratti estrema. Nei circhi italiani - oggi un centinaio - i casi di sabotaggio restano rari. Molto più frequenti però sono le manifestazioni di fronte ai tendoni, con proteste e insulti agli spettatori paganti. 

L’alleanza
E le associazioni animaliste si sono mosse anche sul piano istituzionale. Da anni chiedono norme per vietare del tutto l’uso di animali a scopo d’intrattenimento e hanno trovato una sponda in alcuni comuni – ultimi quelli di Bologna e Brindisi – che hanno trasformato l’idea in ordinanze ad hoc. Tutte poi annullate dal Tar.

«Circo senza animali? In Italia non funziona. Finirà così: finirà che toglieranno gli animali a tutti», dice Elvio Anselmi, che gestisce gli spettacoli di uno dei circhi più importanti d’Italia: quello di Nando Orfei, celebre domatore e circense scomparso da poco. Fino al 6 gennaio il suo tendone è piantato all’Idroscalo, in periferia a Milano. E intorno sono tornate anche le gabbie per leoni e tigri, che per un po’ Nando Orfei aveva abbandonato.

«Si possono fare bellissimi show senza animali, anche noi ci abbiamo provato per un periodo. Ma avevamo metà tribune vuote e invece ora facciamo quasi sempre il tutto esaurito. In Italia il circo è ancora visto come un modo per portare i bambini a vedere le belve. E io sono più che favorevole a controlli severi: se c’è qualcuno che si comporta male e non rispetta le regole, è giusto che si veda togliere gli animali».

I parametri
L’ultima volta è successo a ottobre, con due circhi sardi e 19 esemplari sequestrati dal Corpo Forestale. Lo stesso che nel 2000 ha fissato una serie di parametri - grandezza delle gabbie, regimi alimentari e così via - per regolamentare l’attività dei circhi con animali. «Chi li considera una crudeltà ha diritto di esprimersi, ma senza violenza. E anche la nostra libertà di espressione artistica dev’essere riconosciuta», dice Antonio Buccioni, presidente dell’Ente nazionale circhi.
«In Francia o Svizzera i circhi sono un valore, da noi un fastidio. Inoltre, gli animali che usiamo - meno di 2000- sono tutti nati in cattività. Sulle attrezzature per il loro benessere sono stati fatti tanti investimenti. E c’è stata anche una grande selezione delle specie: al circo non ci sono più scimpanzé o altri primati e a breve spariranno anche gli elefanti».



È un orrore vedere gli animali nei circhi, ma bisogna rispettare la legalità”
La Stampa
stefano rizzato

Gaia Angelini (Lav) interviene sul caso dell’ippopotamo liberato e poi morto investito

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«Non è pensabile, nel ventunesimo secolo, utilizzare gli animali per spettacolo, chiuderli in gabbia, far fare loro migliaia di chilometri». La posizione delle associazioni animaliste in materia di circo non ammette sfumature o eccezioni. I circhi con animali non possono più esistere. A confermarlo è Gaia Angelini, responsabile della Lav per circhi, zoo e animali esotici.

Come valutate un episodio come quello di Macerata?
«Attendiamo che le indagini accertino quello che è successo. Di sicuro il proprietario di quel circo è stato condannato nel 2013, perché quattro anni fa teneva degli animali - anche un ippopotamo - in condizioni incompatibili con la loro natura. Noi, come Lav, ci siamo sempre mossi in modo istituzionale e legale. Denunciando alle autorità irregolarità e maltrattamenti, quando li riscontriamo. E facendo informazione sul territorio, con manifestazioni pacifiche e attività di sensibilizzazione».
Quali sono le vostre proposte?

«Siamo a favore del circo contemporaneo, che non sfrutta o utilizza animali. È la direzione già presa in metà dei Paesi dell’Unione Europea con delle leggi specifiche. In Italia siamo fermi alle norme del 1968, che non parlano del livello di salute e di benessere degli animali e soprattutto finanziano i circhi, ogni anno, con oltre tre milioni».

Il «no» agli animali nei circhi dovrebbe passare per nuove leggi? «La nostra speranza è che finalmente si avvii un dibattito parlamentare serio. Da tempo riscontriamo la volontà politica di tanti enti locali e comuni, da Nord a Sud, che cercano di tutelare chi non è più disposto ad accettare lo sfruttamento di animali. Anche le norme sulla detenzione incompatibile dovrebbero cambiare, perché troppo spesso questo reato porta solo ad un’ammenda, con la sospensione della pena a livello penale». 

Bergoglio ha un sosia che gira per Roma: il Vaticano ha segnalato il caso all'Italia

Il Mattino
di Franca Giansoldati

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Città del Vaticano - Scoppia il giallo del sosia di Papa Bergoglio, una specie di controfigura. L’ultima volta che è stato avvistato per le vie di Roma risale a qualche giorno prima di Natale. Naturalmente provocando subito un certo scompiglio tra i passanti e gli automobilisti: nei pressi del Circo Massimo hanno riconosciuto senza ombra di dubbio che a bordo di una utilitaria blu stava transitando niente poco di meno che Papa Bergoglio, il personaggio del momento, l’uomo finito sulla copertina di Time Magazine.

La figura più amata e più fotografato del mondo. Era vestito di bianco e con la papalina in testa. Impossibile sbagliare. Forse era lui. Un attimo di esitazione, una frazione di secondo, giusto il tempo per riprendersi dallo stupore e per riconoscere in quella fugace apparizione il Santo Padre argentino.

Diverse persone quel giorno ne erano sicure, certe che fosse davvero lui e così la notizia ha viaggiato alla velocità della luce, passando di bocca in bocca. Già, ma che cosa ci faceva il pontefice il 23 di dicembre, a metà mattina, e in quella parte della città? Naturalmente quell’uomo non era Francesco, il quale, invece, in quello stesso istante era impegnato a fare un importante discorso alla curia e a ricevere dei vescovi stranieri. In Vaticano hanno provveduto a fare sapere che il Papa non si era mai mosso e che con ogni probabilità si trattava di un sosia.

Il solito sosia. Una persona identica come una goccia d’acqua al Papa argentino che si traveste, indossando un abito talare bianco e una papalina. Potrebbe sembrare il gemello di Bergoglio se non addirittura lui in persona. Nel Palazzo Apostolico il caso è conosciuto, e ha già dato qualche grattacapo alla sicurezza, anche perché nel corso di questi mesi sono arrivate diverse segnalazioni di persone che giuravano di avere riconosciuto il Papa mentre camminava indisturbato per i Fori Imperiali, o mentre faceva foto con i turisti o mentre leggeva un libro su una panchina.

Tutto un po’ insolito. Così alcuni mesi fa in Vaticano hanno provveduto ad avvertire le autorità competenti italiane e nel giro di poco è stato individuato un uomo di nazionalità polacca anche se nessuno sa con precisione se in circolazione ce ne siano altri di sosia oltre a quello. Non è la prima molta che un Papa ha dei doppione. Papa Wojtyla ne aveva uno perfetto e di tanto in tanto appariva sulla via dei Fori Imperiali per farsi fotografare con i turisti, naturalmente chiedendo loro qualche monetina. Oppure si faceva fotografare con una scritta davanti: “sono il sosia”, giusto per evitare di finire nei guai. Si tratta pur sempre di un abuso perseguibile dalla legge italiana. Scherza con i fanti ma lascia stare i santi.

martedì 30 dicembre 2014 - 08:34   Ultimo agg.: 11:08

Ripescati in Italia lingotti di 2600 anni fa: sono di oricalco, metallo di Atlantide

Il Mattino
di Laura Larcan

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Sono rimasti sepolti negli strati di sabbia per 2600 anni, nelle profondità del mare di Gela, a poche decine di metri dal litorale di contrada «Bulala». Una zona chiave che in passato ha restituito i relitti di ben tre navi arcaiche. Ma le correnti e le mareggiate degli ultimi giorni hanno “risvegliato” il tesoro dormiente. La bellezza di 39 lingotti intatti di un metallo pregiato, l'Oricalco, risalenti al VI secolo prima di Cristo, che nell’era arcaica era al terzo posto per valore commerciale, dopo oro e argento.

Non a caso l’Oricalco è simile al moderno ottone, noto come metallo prezioso per la sua somiglianza all’oro nell’antichità. Secondo le analisi con “fluorescenza a raggi X” (eseguite da Dario Panetta) ciascun esemplare è frutto di una lega di metalli composta per l'80% di rame e per il 20% di zinco e realizzata con tecniche avanzate, la cui lavorazione, i coloni geloi di origine rodio-cretese avevano appreso dai fenici.

Un metallo, tra l’altro molto legato al mito e alla storia, visto che secondo Platone «erano di Oricalco il muro dell'acropoli di Atlantide e la colonna nel tempio di Poseidone, sulla quale erano scritte le leggi». Non solo, ma i romani, ai tempi di Augusto, coniarono monete con questo metallo che veniva estratto in Anatolia e chiamato «rame di montagna».

La scoperta ha i suoi protagonisti. I primi ad individuare i reperti sono stati i volontari dell'associazione ambientalista «Mare Nostrum» diretta da Francesco Cassarino. Il recupero è avvenuto con una squadra di sommozzatori della Capitaneria di Porto, della Guardia di finanza e della Soprintendenza del Mare. Il bello è che quando sono stati portati in superficie, luccicavano ancora, e tutti hanno pensato che si trattasse proprio di oggetti d'oro.

Il ritrovamento è stato svelato oggi. Soddisfatto il Soprintendente Sebastiano Tusa che ha seguito tutta l’operazione: «Il rinvenimento di lingotti di oricalco nel mare di Gela apre prospettive di grande rilievo per la ricerca e lo studio delle antiche rotte di approvvigionamento di metalli nell’antichità mediterranea. Finora nulla del genere era stato rinvenuto nè a terra nè a mare. Si conosceva l’oricalco attraverso notizie testuali e pochi oggetti ornamentali. Inoltre si conferma la grande ricchezza e capacità produttiva artigianale della città di Gela in epoca arcaica come area di consumo di oggetti di pregio.

L’oricalco era, infatti, per gli antichi un metallo prezioso la cui invenzione produttiva attribuivano a Cadmo». Secondo il Soprintendente Sebastiano Tusa, i lingotti di Oricalco erano in arrivo a Gela, quando la nave che li trasportava affondò forse per il maltempo. Continua Tusa: «La presenza di oricalco a Gela potrebbe connettersi con l’origine rodia della città. Non è trascurabile il fatto che gli antichi Greci indicavano in Cadmo (figura mitologica greco-fenicia) l’inventore dell’oricalco». I 39 lingotti pregiati sarebbero stati destinato a un artigianato locale di alta qualità, per decorazioni di particolare pregio.

Urgente, ora, lo scavo del relitto cui appartengono i lingotti poiché è certo che si tratta di un carico di grande importanza storico-commerciale per aggiornare la più antica storia economica della Sicilia. Considerando le scarse risorse della Regione Sicilia, però, la Soprintendenza spera di poter accedere ai fondi strutturali, a quelli europei e magari a sponsorizzazioni da parte di privati.

martedì 30 dicembre 2014 - 09:33   Ultimo agg.: 09:51

Nardella scheda i mendicanti: tre rom denunciano il Comune

Sergio Rame - Mar, 30/12/2014 - 15:48

Il Comune di Firenze apre un database per raccogliere dati personali, foto, luoghi di pernottamento e motivi dell'accattonaggio. Tre rom gli fanno causa

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Tre rom contro il Comune di Firenze. Una causa giudiziaria pagata dal magnate George Soros che, grazie a due associazioni a lui collegate, ha deciso di scendere in campo contro l'allora vicesindaco Dario Nardella, oggi primo cittadino al posto di Matteo Renzi, e l'ex comandante dei vigili urbani Antonella Manzione, oggi promossa a Palazzo Chigi.

L'accusa è di aver violato la privacy degli accattoni compilando un database con i nominativi dei mendicanti che vivono nel capoluogo toscano. La lista, come scrive Repubblica, riporta "dati personali, foto, luoghi di pernottamento, motivi dell'accattonaggio, verbali ricevuti, entità degli introiti, eventuali disabilità".

I tre mendicanti rom hanno potuto far causa a Palazzo Vecchio grazie all'intervento della European Roma Rights Center e della Open Society Foundations, due associazioni finanziate dal ricchissimo George Soros. Dal momento che il Comune di Firenze non ha mai risposto agli avvocati dei tre rom, è sceso in campo il Garante per la Privacy dando a Nardella fino tempo al 15 gennaio per chiarire i termini del database. "L'accattonaggio è considerato soprattutto un problema sociale, e invece è anche giuridico - ha spiegato uno degli avvocati dei rom, Alessandro Simoni, a Repubblica - spesso, infatti, anche in città non 'leghiste' gli strumenti utilizzati dai Comuni per limitare il fenomeno sono scorretti".

In realtà, il database di Palazzo Vecchio non è affatto illegale. In base al regolamento approvato nel 2008, Palazzo Vecchio invita i vigili a sanzionare "i comportamenti e atteggiamenti fastidiosi e pericolosi per gli altri". Ma per i legali di Soros ne sono il termine "fastidioso" potrebbe prestarsi a "eccessiva discrezionalità amministrativa" e a "discriminazione indiretta verso gruppi sociali ed etnici già socialmente stigmatizzati".

Modello Vendola: duemila euro per un litro di disinfettante

Stefano Lippi - Mar, 30/12/2014 - 08:35

Ogni azienda sanitaria pugliese sborsa il doppio rispetto al resto d'Italia. E l'11% dei pugliesi rinuncia a curarsi

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Il velo sugli sprechi della sanità pugliese l'ha sollevato la Guardia di finanza di Foggia. Dopo mesi di controlli ha scoperto che l'Azienda sanitaria cittadina per tre anni aveva pagato 1.600 euro più Iva al litro (in totale quasi 2.000 euro) il disinfettante per sale operatorie che ne costava 60. Un ricarico pazzesco. Le Fiamme gialle hanno indagato una decina di persone tra dipendenti dell'Asl e imprenditori del settore sanitario, ne hanno messe due ai domiciliari, hanno sequestrato beni per 1,6 milioni di euro e hanno accertato un giro di mazzette.

Ma la domanda vera è un'altra: possibile che a nessuno sia sembrato strano sborsare 2.000 euro per un litro di disinfettante? Né a Foggia né a Bari, negli uffici della regione governata da Nichi Vendola, sono suonati campanelli di allarme. Tutto normale, paga Pantalone mentre Vendola sbandiera i risultati della sanità pugliese: macché sprechi, nel 2012 e nel 2013 la gestione si è chiusa in attivo. In realtà la sanità modello Vendola è a sua immagine e somiglianza: chiacchiere senza fine per coprire le inefficienze di un sistema tenuto in piedi dalle spremute fiscali.

Per il leader di Sinistra ecologia e libertà il ticket sanitario era un «balzello medievale». Evidentemente si è sentito un feudatario quando ha imposto un tributo di un euro per ogni ricetta farmaceutica e di 10 euro per prenotare ogni visita specialistica. La stangata dei ticket si è aggiunta alla spremuta fiscale dell'addizionale regionale Irpef e Irap che Vendola introdusse perché doveva ripianare il deficit sanitario. Ora i conti non sono più in rosso, ticket e addizionali dovrebbero sparire, come ha osservato l'opposizione di Forza Italia in consiglio regionale. Invece rimangono.

Bravo Vendola, a governare così sono capaci tutti. La sanità targata Sel è roba da ricchi. Lo conferma la Regione stessa. Pochi giorni fa l'assessore Donato Pentassuglia ha ammesso, in un convegno a Lecce, che l'11 per cento dei malati pugliesi rinuncia a curarsi perché non ha soldi. Davanti all'alternativa se comprarsi da mangiare o pagare il ticket, la gente sceglie (ovviamente) il cibo.
È sulla pelle e sulla carne di questa gente che si realizzano i risparmi sanitari sventolati ai giornali: più tasse, meno prestazioni, allungamento dei tempi d'attesa per gli esami medici. Nei reparti ospedalieri mancano gli operatori sanitari e quelli che ci sono vengono sottoposti a turni massacranti. Ma di lotta agli sprechi nemmeno a parlarne, come dimostra il caso di Foggia.

Eppure ci sarebbe soltanto l'imbarazzo della scelta su dove affondare il bisturi dei tagli e dei risparmi. Basta scorrere i dati dell'Agenas, l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Per uno stent coronarico medicato (a rilascio di farmaco) le Asl pugliesi sborsano in media 1.410,75 euro contro un costo standard di 448,95: più del triplo. Un ago a farfalla, dispositivo monouso di larghissimo consumo utilizzato per prelievi e infusioni, costa alla regione Puglia 0,054 euro contro una media nazionale di 0,028: il doppio. La spesa per una siringa è superiore di 16 centesimi al prezzo di riferimento elaborato dall'Osservatorio dei contratti pubblici.

Lo scorso luglio la procura regionale della Corte dei conti ha aperto un fascicolo sulle spese fuori controllo della Asl di Bari svelate da una verifica ordinata dal ministero della Sanità. Gli ispettori hanno elencato 62 contestazioni, dalla gestione del personale ai rapporti con le cliniche private, dai ritardi nei pagamenti fino all'erogazione di compensi extra ai medici per prestazioni non effettuate. È stato ipotizzato un danno sui 50 milioni di euro. Il governatore che fu rifondatore non ha trovato modo migliore per difendersi che scaricare le colpe sui dirigenti sanitari che la sua giunta aveva nominato.

La «narrazione» di Vendola se la prende con i tagli del governo ma non si sogna di tagliare i propri sprechi. La centrale unica d'acquisto, Empulia, non è ancora a regime. Da Foggia a Lecce, ogni azienda sanitaria si regola come crede, cioè sborsa almeno il doppio rispetto al resto d'Italia. In Campania la centrale unica Soresa (società regionale per la sanità) ha ottenuto risparmi per 85 milioni di euro in due anni e mezzo. In Puglia, invece, la spesa non è stata ridotta e il deficit relativo non è stato colmato con i risparmi, che sarebbero doverosi, ma con aggravi fiscali. La grande novità della «fabbrica di Nichi» è quella di applicare gli stessi metodi di Monti, Letta e Renzi, i suoi nemici dichiarati. E cioè tasse, tasse, tasse.

Unica, bella e impossibile: Amelia, la regina dei cieli, che vola tra i misteri

Massimo M. Veronese - Mar, 30/12/2014 - 15:42

Dopo 77 anni, molti indizi e qualche prova, resta un giallo la fine della Earhart, l'aviatrice scomparsa in volo mentre stava tentando il giro del mondo in aereo. C'è chi dice fosse una spia uccisa in missione e chi sia morta di fame su un atollo deserto. Ma una sua omonima è riuscita a rifare con successo lo stesso percorso


Non aveva paura di volare e tantomeno di vivere. Per questo la sua morte, improvvisa, inevitabile e misteriosa, è diventata un cold case, un crocevia di ipotesi, fantasie, mezze verità, oltre che un giallo da milioni di dollari.

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Amelia Earhart è scomparsa nel nulla nel 1937 mentre sorvolava l'Oceano Pacifico cercando di diventare la prima donna capace di fare il giro del mondo pilotando un aereo. Così celebre da meritare un film, con Hilary Swank, e citazioni un pò ovunque, a volte anche a sproposito, dalle canzoni di Joni Mitchell alla saga di «Star Trek», da «Una Pallottola spuntata» ai libri di Jeffery Deaver fino ai videogiochi, ai simulatori di volo della Microsoft. La storia è breve nella sua enormità: Amelia decolla da Lae, Nuova Guinea, il 2 luglio 1937, insieme al navigatore Freed Noonan.

Vanno verso est, tappa l'isola di Howland, ma non ci arriveranno mai. Il loro Lockheed L-10 Electra sparisce dalle parti di Nikumaroro, 2 mila chilometri a sud ovest delle Hawaii. Un'area enorme dove le ricerche si disperdono. Nel 1940, tre anni dopo, i primi indizi: ossa umane e due scarpe. Poco, ma sparisce anche quello. Da lì in poi solo ipotesi, una più incredibile dell'altra, per una storia forse più semplice di quello che sembra, ma così suggestiva da non stancare mai.

L'ipotesi più complottista, perchè quella non manca mai, è che Amelia Earhart svanì nel nulla perchè impegnata a spiare i giapponesi, con cui gli Stati Uniti erano già ai ferri corti, per conto del governo americano. Avrebbe modificato la rotta iniziale sopra il Pacifico apposta per sorvolare isole dell'oceano occupate dal Giappone e trasformate in piazzeforti. Fu catturata e uccisa dai sudditi dell'Imperatore, si dicono convinti i complottardi, e il presidente americano Franklin D. Roosevelt occultò la verità con un «gigantesco cover-up»: troppo imbarazzante sarebbe stato ammettere che la coraggiosa pioniera dell'aria era agli ordini dei servizi segreti Usa e approfittava delle imprese tra le nuvole per perlustrare postazioni militari di paesi nemici. Tesi, come si vede, campata per aria.

A svelare il mistero, come ogni giallo che si rispetti, pare sia stato di recente il dettaglio di una fotografia, scattata da un giornalista del «Miami Herald» la mattina del primo giugno 1937 al bimotore parcheggiato sulla pista dell'aeroporto di Miami, una delle tappe del viaggio. Nella foto si vede un pannello di alluminio applicato ad un finestrino nella parte posteriore della fusoliera, forse per riparare qualcosa: un pannello praticamente identico a quello recuperato nel 1991 proprio nell'atollo disabitato di Nikumaroro.

Il più accanito nelle ricerche è l'International Group for Historic Aircraft Recovery, che da vent'anni insegue la verità sul caso, convinto che i rottami dell'aereo siano parcheggiati a 200 metri di profondità nell'oceano davanti all'atollo. E questo perchè Amelia e Fred in realtà riuscirono ad atterrare sulla barriera corallina, prima che onde e maree si impadronissero dei resti del Lockheed Electra, per poi morire di fame e di stenti sull'atollo. Dove sono stati trovati bottoni, ossa di animali, un barattolo di crema che Amelia era solita usare, frammenti di due bottigliette degli anni Trenta, uno specchio, una cerniera prodotta in Pennsylvania, bottiglie da viaggio fabbricate in New Jersey e un coltellino elencato nell'inventario del suo aereo.

Oltre a questo, gli studiosi hanno rinvenuto, nonostante il tempo trascorso, resti di falò con ossa di uccelli e lische di pesce, vongole giganti aperte come se fossero ostriche e conchiglie vuote collocate come per raccogliere acqua piovana: in sintesi una persona che tentava di sopravvivere sull'isola. Nel 1940 una spedizione delle autorità coloniali britanniche, che allora amministravano Kiribati, aveva trovato 13 ossa che dopo un primo esame risultavano «più di donna che di uomo» e «più di una persona di razza bianca che polinesiana». Come detto però le prove furono perse e per la famiglia della Earhart in fondo è un sollievo: precipitare in mare è una fine veloce e pulita, dicono non a torto, finire naufraga in un atollo senza acqua, morire di fame e di sete e finire mangiata dai granchi è agghiacciante. Insomma la tesi c'è, le prove no.

Amelia Earhart allora aveva 40 anni ed era popolare come Charles Lindbergh. Aveva già superato l'Atlantico e il Pacifico un paio di volte e quando le domandarono perchè sfidasse i cieli rispose: «Per dimostrare che la donna può fare esattamente tutto quello che fa un uomo». Ma siccome il destino si diverte a giocare con la donna delle nuvole un'Amelia Earhart, trentun'anni, americana, omonima ma non parente, è riuscita a completare quel giro del mondo spezzato, a bordo di un piccolo monomotore, un Pilatus PC-12, atterrando a Oakland, in California, proprio dove 77 anni fa era atteso il suo alter ego.

«Mi sento come se avessi riportato Amelia Earhart a casa» ha detto di sè e dell'altra dopo aver percorso 17 tappe e 14 Paesi. Ad aspettarla all'aeroporto c'era anche un signore di 84 anni, Elwood Ballard: aveva sette anni quando vide partire Amelia Earhart senza vederla tornare. É andato incontro alla sua omonima con un mazzo di rose: «Ho atteso 77 anni questo momento...».

Denunciata la Apple: "Gli iPhone riparati con ricambi usati"

Sergio Rame - Mar, 30/12/2014 - 15:02

Il contratto fatto firmare ai clienti contiene una clausola che permette alla Apple di usare pezzi usati e rimessi in sesto

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Adesso la Apple rischia guai seri. Perché è venuto fuori che per riparare gli iPhone ancora in garanzia vengono utilizzati ricambi usati. Ad ammetterlo è stata lo stesso colosso di Cupertino in una mail inviata a Repubblica. La clausola, però, è inserita all'interno del contratto. Quindi tutto regolare.Eppure in Italia qualche problema c'è. Tanto che le associazioni dei consumatori si sono mosse e hanno presentato una denuncia.

Quando il cliente affida il proprio smartphone difettoso ai tecnici della Apple, deve sottoscrivere un contratto che contiene una clausola sibillina: "Accetto che i prodotti in riparazione potrebbero essere sostituiti con prodotti ricondizionati di tipo equivalente e che le riparazioni possono essere con componente ricondizionati". Che significa: la Apple può sostituire, per esempio, una batteria difettosa con un'altra batteria usata e rimessa in sesto. Una prassi che, proprio per tutelare i diritti dei consumatori, è vietata.  

"Richiamando il telefono, perché difettoso, la Apple ha ammesso il danno al consumatore - spiega Marco Pierani, responsabile relazioni esterne di Altroconsumo - però poi non avrebbe dovuto neanche affacciare la possibilità di riparare lo smartphone con una batteria riciclata. In questo modo ha violato la normativa italiana che quella europea".

Nella mail di risposta inviata a Repubblica, la Apple fa notare che nella garanzia del produttore, che è limitata a un solo anno, sono stabiliti diritti diversi da quelli contemplati dalla legge per la tutela del consumatore. "Peccato però che la garanzia del produttore - ribatte Pierani - sia cosa diversa e distinta da quella biennale prevista dalla legge". Tanto che la legge impone prodotti nuovi per le riparazioni in garanzia.

Così abbiamo iscritto Benito Mussolini al Pd

Andrea Cuomo - Mar, 30/12/2014 - 09:46

L'iscrizione è valida per tutto il 2014 e probabilmente non la rinnoveremo. Il tutto ci è costato 15 euro. Cinque euro al giorno per la Renzi-experience. La password? Faccettanera

Roma - Abbiamo iscritto Benito Mussolini al Pd. A sua insaputa, ovviamente. Come pare accada spesso, almeno a Roma.



Ai rom e ad altri malcapitati dem per forza. Gli eredi del Duce inorridiranno, ma per poco: è questione di tre giorni. L'iscrizione è valida per tutto il 2014 e probabilmente non la rinnoveremo. Il tutto ci è costato 15 euro. Cinque euro al giorno per la Renzi-experience . Ma che volete: la provocazione intellettuale non ha prezzo. Per tutto il resto c'è la carta di credito.

È quella - infatti - l'unica cosa vera della nostra iscrizione, che perfezioniamo in quattro minuti quattro sul sito del Pd, trovandoci alla fine democratici per interposta persona e sbigottiti perché inizialmente convinti che l'intelligenza digitale del più grande partito italiano prima o poi ci avrebbe posto davanti a qualche ostacolo insormontabile per noi burloni nemmeno troppo smanettoni. E invece niente. Tutto liscio. Al massimo un paio di captcha , quei codici alfanumerici leggermente distorti da ridigitare che servono semplicemente a dimostrare che alla tastiera c'è un essere in carne e ossa e non un «bot», ovvero un computer.

E la moral suasion di un avvertenza: «Dichiaro che i dati inseriti sono autentici, completi (...) di non aver compiuto altre iscrizioni al Pd e sono consapevole che il conferimento di dati non conformi al vero o l'effettuazione di plurime iscrizioni verranno considerati alla stregua del rilascio di false dichiarazioni in scrittura privata, dando luogo alle relative responsabilità anche di natura penale». Ma i nostri dati sono autentici e completi, in fondo. E certo Mussolini non era già socio del Nazareno.

Per il resto, la procedura elettronica di iscrizione al Pd richiede poche informazioni: l'indicazione di una sezione (per il nostro scegliamo quella di Predappio, selezionandola da un menu a tendina che indica tutti i circoli sul territorio) e l'indicazione di un nome utente, di un nome e cognome, del sesso, di una data e di un comune di nascita. Digitiamo tutti i dati veri di Mussolini (Predappio, 29 luglio 1883) e da questi estraiamo con un semplice programma disponibile a tutti online un codice fiscale, che si limita a postdatare l'anno di nascita al 1983.

Quindi ecco MSSBNT83L29H017H. Poi alcuni agili passaggi sulla residenza (piazza Venezia 1, Roma), l'indicazione di una carta d'identità per la quale mischiamo a caso i numeri della nostra, un paio di numeri di telefono inventati, la nostra mail (vera) per ricevere l'autenticazione. Che arriva rapidamente e, dopo un paio di passaggi, tra cui la modifica della password temporanea in una a nostra scelta (optiamo per: faccettanera ) ci consente di ultimare l'iscrizione con la scelta della cifra da versare (il minimo è 15 euro se non si vuole la tessera Gold), i dati della carta di credito e quelli per la fatturazione.

Il sistema approva, ci invia una mail di conferma («Gentile Benito Mussolini, questa email ti viene inviata a seguito del completamento del tuo tesseramento online al Partito Democratico») e la tessera digitale temporanea che vedete riprodotta a fianco, con tanto di numero di serie (99982014|15605173) e in alto a destra la firma del segretario nazionale. Cioè Matteo Renzi.

Finito? Finito. Così facile? Così facile. Iscriversi alla «più grande forza riformista del Paese», come recita il sito, è più o meno come acquistare un paio di mocassini in saldo su Zalando . L'unica differenza è che in questo caso le scarpe si fanno al Pd.

Cuba, Yoani Sanchez agli arresti domiciliari Fermato anche il marito Reinaldo Escobar

La Stampa

Il provvedimento sarebbe scattato per impedire alla coppia e ad alcuni attivisti di partecipare a una manifestazione a “microfono aperto” in centro a L’Avana

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Yoani Sanchez ai domiciliari, suo marito e altri membri della dissidenza arrestati, una misteriosa «performance» in programma all’Avana: quella di oggi è stata una giornata particolare a Cuba, sullo sfondo della storica svolta annunciata due settimane fa nei rapporti con gli Stati Uniti.

A rendere note le detenzioni di diversi attivisti è stata proprio la Sanchez, sia in prima persona, tramite twitter, sia su “14 y medio”, il sito web da lei fondato qualche mese fa. La nota dissidente e blogger cubana ha prima twittato che il marito ed “editor” di “14”, Reinaldo Escobar, era stato portato via «ammanettato dalla polizia», così come «altre persone», tra le quali anche Elicier Avila, fondatore del gruppo dissidente “Somos mas”.

Poi a prendere la parola è stato “14”, sottolineando «la detenzione domiciliare della direttrice di questo giornale, Yoani Sanchez», precisando inoltre che «davanti all’abitazione» della blogger c’era una volante della polizia e che dall’altro lato «quattro agenti in borghese controllano gli ingressi» della casa.

Nello stesso articolo, “14 y medio” aveva poi precisato che «l’attivista Omar Fayut è riuscito ad arrivare insieme ad altri membri di quel gruppo oppositore alla Plaza de la Revolucion, la storica e sterminata piazza della città, dove si sono incontrati decine di persone, alcune di gruppi oppositori, oltre a molti giovani».

A organizzare l’incontro nella Plaza era stata nei giorni scorsi Tania Bruguera, un’artista plastica cubana residente da tre anni a New York, che sulle reti sociali aveva annunciato che intendeva organizzare per oggi una «tribuna popolare» in modo che «chiunque» possa manifestare il proprio pensiero. Iniziativa subito definita una «provocazione politica» dai media ufficiali dell’Avana. La «performance artistica» - così l’aveva definita la stessa artista - era in programma alle 15 (locale).

Un’ora dopo l’ANSA ha constatato che sul posto c’era una grande quantità di giornalisti e di turisti, ma nessuna traccia dell’iniziativa della Bruguera, così come della stessa artista. In coincidenza con la «performance» in programma oggi, la Bruguera ha promosso il hashtag “yotambienexigo” (pure io esigo) con la partecipazione di intellettuali e artisti. 


Yoani Sanchez e Reinaldo Escobar: una coppia contro le ingiustizie di Castro

Corriere della sera
di Carlo Davide Lodolini e Marta Serafini


DefinitivaQuesta articolo è uscito su Sette il 28 gennaio del 2010 ed è il risultato di una chiacchierata molto lunga avvenuta in una notte nel dicembre del 2009 tra Yoani Sanchez, suo marito Reinaldo, e noi due in viaggio sulle strade di Cuba. La ripubblichiamo qui nella speranza che Yoani e suo marito tornino presto in libertà.

Yoani non è una buona cubana. O, almeno,così dice lei. Non le piace il rum, non le piace la salsa e non gioca a domino. Yoani, 34 anni, la revolución, all’Habana con il marito Reinaldo Escobar (61 anni, giornalista come lei), la fa a modo suo. Dal 2007 ha aperto un blog, Generación Y (Y come Yoani, come le iniziali dei nomi scelti per i figli nati a Cuba negli anni ’70, come la forma dei suoi orecchini). Racconta la vita dei connazionali, tra difficoltà, speranze, file per il pane e delusioni. Per questa sua attività è stata selezionata dalla rivista Time come una delle 100 persone più influenti del 2008. A Cuba, invece, il suo blog è da tempo oscurato in tutta l’isola.

Il regime di Raúl Castro (fratello di Fidel, al potere da metà del 2006) la tiene sotto controllo, l’accusa di essere una spia e non la fa uscire dal Paese nemmeno per ritirare i premi. Al ’appuntamento in un bar del quartiere Vedado arriva per primo suo marito. In avanscoperta, per controllare che non sia una trappola. «Lei è sempre in ritardo, come tutte le giornaliste», scherza. Poi Yoani appare in uno sventolio di capelli lunghi e abito di cotone. Sorride, ma è nervosa. La gente ai tavoli ascolta allibita, mentre Yoani e Reinaldo criticano ad alta voce il governo. Fuori, la polizia ci guarda. Spiegano, senza odio, che in novembre sono stati aggrediti.

«Ero per strada. Si è accostata una macchina coreana, che solo persone del governo possono permettersi, con una targa civile», dice lei. «Dall’auto scendono quattro uomini che mi costringono a salire. Ho minacciato di chiamare la polizia. Uno di loro ha telefonato dal suo cellulare di ultima generazione agli agenti, che sono arrivati, ma non sono intervenuti. Poi dentro la macchina i quattro mi hanno picchiata. Ora tengo pronto sul cellulare un messaggio di Twitter da “postare” subito nel caso mi arrestino».
Dopo l’aggressione di Yoani, dopo averle curato le ferite, dopo i titoli sui giornali dimezzo mondo, Reinaldo decide di non stare a guardare: «Dal mio blog ho dato appuntamento per il 20 novembre all’agente Rodney, pseudonimo di uno degli aggressori di Yoani. All’incontro ho trovato una finta manifestazione di studenti. Aspettavo, mentre i giornalisti non sapevano se dare retta a me o ai dimostranti. In realtà gli studenti erano poliziotti in borghese o funzionari, persone che ci tengono d’occhio già da tempo. Il gruppo ha iniziato a urlarmi contro. Poi mi hanno picchiato». Ora gli internauti hanno proposto Yoani per il Nobel per la Pace.

Sotterfugi, gente mascherata. Il regime di Castro non si compromette del tutto e sceglie spesso di appaltare il lavoro sporco. «La dittatura cubana non è un regime sanguinario. Ma sanguinolento. I funzionari stanno molto attenti a non mostrare il pugno forte in maniera aperta. Non è il Cile di Pinochet», spiegano. Le aperture sono state promesse da Raúl. Ma la realtà di chi vive sull’Isla è un’altra, soprattutto per chi si permette di criticare. A dimostrarlo, la classifica di Reporter Sans Frontières dei Paesi con giornalisti in prigione, in cui Cuba occupa il terzo posto.

«Ultimamente c’è stato un giro di vite, continuiamo a non essere liberi di andarcene, mentre i turisti canadesi ed europei vengono qui a bere rum e a fare sesso con le cubane». Un esempio di apertura? «È vero che l’istruzione e i libri sono gratuiti. Ma è anche vero che i testi sono obsoleti, così chi studia non sarà mai pronto per il futuro. Un medico specializzato guadagna meno di un ragazzo che pulisce le auto all’angolo della strada. E se vuoi, a Cuba, puoi anche non lavorare, tanto il minimo di sussistenza te lo garantisce il governo. In molti scelgono di non fare niente.E se un giorno le cose cambieranno non saranno pronti». La fame che aumenta, l’embargo che continua. È difficile sperare.

Solo il 10 per cento della popolazione è connessa, assenti i provider privati, e il costo di un’ora di connessione è pari a metà del salario mensile medio. Obama ha concesso a Cuba di agganciarsi al cavo della dorsale atlantica, il regime ha risposto che Cuba non accetta l’elemosina. «Internet qui è lento. Molti siti sono bloccati. Si possono vedere solo dai computer degli alberghi. Per scaricare la posta ci vogliono ore. Inoltre un pc (vecchio, di nuovi non ce ne sono) costa carissimo (mille eurocirca), e può comprarlo legalmente solo chi è gradito al governo». Ma Yoani e Reinaldo non si sono persi d’animo e per scrivere il loro blog mandano via mail i post a un gruppo di amici all’estero che a loro volta li pubblicano e li traducono in tutte le lingue. Creatività insomma, anche per risolvere i problemi quotidiani:
«L’alternativa agli alberghi è connettersi da un’utenza governativa quando gli uffici sono chiusi, con la complicità di qualcuno o acquistando le password al mercato nero, ma bisogna fare attenzione: se sei intercettato chi controlla si accorge del trucco».
Così Yoani e Reinaldo hanno appena fondato un’accademia di blog con l’apporto di filosofi, ingegneri, giornalisti: «È gratuita e priva di gerarchia. Insegniamo l’uso di internet, come realizzare un blog. In tutta l’isola saranno una settantina le persone come noi. Siamo pochi, ma stiamo crescendo. Oggi usiamo i blog, Facebook,Twitter. Domani vedremo». Yoani e Reinaldo combattono a viso aperto. Con gli occhi sinceri di Yoani, mentre racconta che sta preparando un’azione pubblica. «Per ovvi motivi di sicurezza non possiamo svelare i dettagli, ma abbiamo deciso di fare qualcosa di pratico.

Sarà sensazionale». Poi un nuovo libro, autobiografico questa volta (in Italia è già stato pubblicato per Rcs Cuba Libre, con una raccolta dei suoi post), e il desiderio di creare un’Internazionale dei blogger perché «al momento abbiamo pochi contatti con altri giornalisti dissidenti nel resto del mondo, ma sarebbe diverso se potessimo unirci». Tra una birra e l’altra, la notte scivola morbida sulle strade buie dell’Avana, con le case diroccate che stanno in piedi per miracolo e le ragazzine sul Malecón che sospirano guardando i turisti.
«Manca poco alla fine del regime. Siamo al collasso, non produciamo nulla, le fabbriche non funzionano. Quando cadrà sarà dura. Poi forse saremo finalmente liberi.
Raúl è in una brutta posizione: il suo “peccato originale” è di aver conquistato il potere senza la legittimazione del popolo». A risolvere i problemi, soprattutto secondo i giovani, potrebbe essere Obama, un presidente qui atteso quasi come il Messia. Ma per Yoani e Reinaldo non è così semplice: «Obama ha revocato le restrizioni ai viaggi e alle rimesse in denaro degli emigrati cubani in Usa con parenti sull’isola. Ma porta sulle spalle il peso dei sogni di molte persone nel mondo. E credo che questo peso sia troppo per un uomo solo».

Si amano, Yoani e Reinaldo, si vede da come si guardano, da come si sfiorano mentre parlano, nonostante la differenza di età. Nonostante la paura. «Ci siamo conosciuti attraverso un amico comune perché volevo mettere le grinfie sui suoi libri proibiti»,racconta lei. «Sarebbe più giusto dire che mi ha perseguitato», ribatte lui. E se Yoani ama il marito, ama anche Cuba (rum e salsa escluse, naturalmente). «Questo Paese è la sua cultura, la sua letteratura, la sua poesia. Cuba è la famiglia e gli amici. Per un po’ ho vissuto nel Canton Ticino per studiare, lì internet era velocissimo. Però la nostalgia di casa ha avuto la meglio».

Già, perché Yoani è una cubana vera che della sua terra non può fare a meno.