sabato 27 dicembre 2014

Attacco hacker contro Tor, l’Internet anonimo

La Stampa
francesco zaffarano

Il sistema che permette la navigazione in incognito finisce nel mirino di Lizard Squad, il gruppo di pirati informatici che il 25 dicembre hanno messo fuori uso Playstation Network e Xbox Live. A rischio la privacy degli utenti

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Ricorderemo il Natale 2014 come quello della prima, vera cyberguerra ad aver fatto vittime virtuali tra gli utenti comuni. Dopo l’attacco del 25 dicembre ai network di PlayStation e Xbox, che per diverse ore non sono state in grado di connettere tra loro i giocatori online, gli hacker di Lizard Squad sono tornati a colpire nel giorno di Santo Stefano. Questa volta, però, l’obiettivo è Tor, il sistema di comunicazione anonima che in passato si è conquistato gli onori della cronaca come a ccesso privilegiato al lato oscuro del web

L’attacco è stato annunciato su Twitter da @LizardMafia, un utente che sostiene di essere parte del collettivo Lizard Squad, e confermato dallo staff di Tor Project, che ha escluso ripercussioni sull’anonimato dei propri utenti. È proprio su questo punto, però, che non è stata ancora fatta sufficiente chiarezza. 

To clarify, we are no longer attacking PSN or Xbox. We are testing our new Tor 0day.
— Lizard Squad (@LizardMafia) December 26, 2014
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Cos’è Tor?
Quando si parla di Tor ci si riferisce a due cose diverse: una rete progettata per mantenere anonima ogni attività online e un software che permette l’invio criptato di dati attraverso il cosiddetto network a cipolla (per via della sua struttura a livelli sovrapposti). Il direttore dello sviluppo Karen Reilly, ha spiegato a Mashable il funzionamento di questo sistema di comunicazione con una metafora: «Il tuo messaggio è in una busta, che si trova in una busta, dentro una busta, che è in un’altra busta, che è dentro una busta».

Tor nasconde il nostro indirizzo IP, quel numero che ci identifica in rete, permettendoci di navigare senza essere rintracciabili. Non potendo essere collocati su una mappa, non possiamo essere identificati. Il sistema, progettato inizialmente dalla US Naval Research Laboratory come canale per informazioni sensibili, è oggi accessibile a qualunque utente.

Tor ha fatto parlare molto di sé per i suoi legami con i traffici di droga e materiale pedopornografico su internet, tuttavia non è di per sé illegale: è un mezzo che può essere usato per fini leciti o meno, ma sono questi ultimi ad essere perseguibili.

Quali sono i rischi di un attacco?
Su Twitter @LizardMafia ha scritto che Tor è adoperato solo da pedofili, hacker e malfattori: bucando i livelli della cipolla, gli utenti potrebbero essere identificati. Ma il ragionamento dell’hacker non considera, o forse omette volutamente, l’altro fine per cui viene usato Tor: permettere a chi vive in Paesi con una forte censura di comunicare e scambiarsi informazioni senza essere identificati dai loro governi. 
Va dato atto a Tor, inoltre, di essere stato coinvolto anche in vicende più nobili della compravendita di stupefacenti. Come quando Edward Snowden fornì ai giornalisti Laura Poitras e Glenn Greenwald le informazioni sui programmi di sorveglianza della National Security Agency (e qualche mese fa Aphex Twin, uno dei più importanti musicisti elettronici degli ultimi tempi, lo ha utilizzato per la campagna di lancio del suo ultimo disco). Non è un caso quindi che ieri il gruppo di attivisti di Anonymous si sia mobilitato in difesa di Tor, di cui «la gente ha bisogno a causa dei governi corrotti».
Hey @LizardMafia don't fuck with the Tor network. People need that service because of corrupt governments. Stand the fuck down.
— Anonymous (@YourAnonNews) December 27, 2014
Ma esiste un rete davvero sicura?
Sono molti gli strumenti che offrono protezione, dai motori di ricerca criptati, come DuckDuckGo, ai sistemi per scoprire quali sono le aziende che raccolgono informazioni su di noi, come Floodwatch. Ma Tor, fino a venerdì, è sempre stato il più sicuro di tutti. La vicenda ha riaperto così una questione mai risolta: esiste un internet davvero sicuro? La risposta, ancora una volta, la fornisce Karen Reilly: «Qualsiasi strumento che dichiari di poter garantire sicurezza al 100% in ogni momento non dice la verità». 

Svezia, così la scia di attentati anti-Islam fa tremare il Paese della tolleranza

La Stampa
monica perosino

L’ultimo attacco contro una moschea di Eskilstuna, cinque feriti. La comunità musulmana: odio crescente verso gli immigrati
1 Il 3 dicembre il governo di centro-sinistra del premier Stefan Loefven era caduto sulla proposta di bilancio a soli tre mesi dalle elezioni. I Democratici Svedesi, partito dell’estrema destra anti-immigrazione forte del 13% conquistato alle urne, aveva bocciato la finanziaria che puntellava la tradizionale politica dell’accoglienza del Paese scandinavo. Basta profughi, basta stranieri, «Svezia agli svedesi». 

Atto terroristico
Da tre settimane non si parla d’altro, con le forze di destra – Cristiano democratici compresi – che invocano uno stop all’immigrazione e chiedono che sia tagliato del 90% il numero visti concessi a chi richiede asilo. Finora gli scontri più accesi erano stati tra gli scranni del parlamento e in qualche manifestazione di piazza tra antifascisti e neonazisti. Ma da ieri qualcosa è cambiato. Parole finora inedite nella tranquilla e democratica Svezia da 48 ore vengono usate ossessivamente nei dibattiti televisivi, sui titoli dei quotidiani, dagli analisti politici. Parole come terrorismo, attentato, incitamento all’odio. 

L’attacco di Natale
Il giorno di Natale un uomo, ancora non identificato, ha lanciato una molotov nella moschea di Eskilstuna, una cittadina 90 chilometri a Ovest di da Stoccolma abitata da una numerosa comunità somala. Almeno cinque persone sono rimaste ferite – una in modo grave – mentre erano riuniti per pregare. Sono riusciti a fuggire dalle finestre mentre il fuoco si mangiava tutto.  La rivista «Expo» ha contato un’azione di matrice islamofoba al mese da gennaio, ma fino all’incendio della moschea si era trattato «solo» di atti vandalici (finestre rotte, svastiche dipinte sui muri dei luoghi di culto).

«Ora abbiamo paura»
Mentre l’accogliente Svezia scopre l’intolleranza e metabolizza un altro choc - la prima presa di coscienza a settembre, quando le porte del Parlamento si erano aperte a uomini e donne che fino a pochi mesi prima giravano con svastiche dipinte sulle maglie e si salutavano a braccio teso - la comunità islamica inizia ad avere paura: secondo il leader dell’Associazione islamica svedese, Omar Mustafa, c‘è un «crescente astio verso la comunità musulmana nel Paese e verso gli immigrati».

Anche i cristiano democratici, all’opposizione, reclamano norme meno permissive sull’immigrazione e un sondaggio supporta la loro proposta di limitare gli aiuti finanziari e rendere temporaneo lo status di rifugiato, in Svezia concesso molto più facilmente che in altri Paesi europei: tre anni di “prova” prima di poterlo ottenere in via definitiva. Il 43% degli interpellati ha definito l’idea molto buona, contro un 30% che l’ha ritenuta negativa. Secondo il leader dei cristiano democratici, Göran Hägglund, cambiare le regole alleggerirebbe il bilancio pubblico e spingerebbe più persone a chiedere asilo in altre nazioni.

L’avanzata dei neonazisti
Il dibattito sull’immigrazione ha finora messo in ombra qualsiasi altro tema in vista delle elezioni anticipate del 22 marzo ed è legato alla crescente popolarità dei Democratici svedesi che, secondo gli ultimi sondaggi potrebbero balzare dal 13% conquistato a settembre fino al 18%, e che cavalcano da mesi la crisi economica e occupazionale che, con i 95.000 profughi attesi nel 2015 «non farà che peggiorare». Gli ex neonazisti crescono, dunque, nonostante una lunga serie di polemiche e scandali. Il segretario dei Ds Björn Söder la settimana scorsa ha detto che ebrei, sami e curdi potrebbero avere la cittadinanza svedese, ma non devono essere considerati veri svedesi. Un commento arrivato dopo la proposta di includere l’origine etnica dei cittadini svedesi nel sistema di giustizia penale.

Orlandi, Agca: «E' sicuramente viva, ma il Vaticano tace»

Il Mattino

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«Emanuela Orlandi è assolutamente viva. Non c'è nessun motivo per ucciderla. È assolutamente viva e probabilmente è in qualche convento, forse è diventata suora». Lo dice Alì Agca all'Ansa, confermando le sue accuse al Vaticano. «Il Vaticano sa tutto ma nega tutto - prosegue - Sarà difficile che Emanuela possa riemergere da sola ed è anche difficile che il Vaticano possa consegnarla alla sua famiglia. Questo mistero continuerà per molti anni. Anche Papa Francesco non parla, perchè suoi consiglieri gli dicono di non parlare. Se il Vaticano fosse totalmente innocente non dovrebbe tacere tanto».

«Il Vaticano deve rivelare tutto quello che sa. Invece dice: non sappiamo niente, non c'entriamo niente. Non è così. Pietro Orlandi sa molte cose che il Vaticano sa, per questo sta combattendo, non è un pazzo, non è un paranoico, sanno che c'entra il Vaticano. Orlandi viene nascosta in qualche posto da qualche organizzazione controllata dal Vaticano. È assolutamente viva - ribadisce l'ex lupo grigio -, non c'è nessuna malattia genetica nella sua famiglia che possa portarla alla morte e non c'è nessun motivo per ucciderla. Il Corvo, Paolo Gabriele - continua - ha rivelato alcuni documenti scritti ed in uno di questi si diceva letteralmente a Papa Ratzinger di non parlare mai del caso Orlandi: non è molto strano? È un fatto che porta molti sospetti verso il Vaticano».

Flickr, rimosse dallo store digitale le foto Creative Commons

La Stampa
dario marchetti

Protesta degli utenti: il sito di Yahoo avrebbe guadagnato vendendo stampe di foto gratuite caricate sulla piattaforma

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Una nuova applicazione per iPad, più spazio per le fotografie, un negozio online dove i fotografi professionisti possano vendere le proprie opere. Negli ultimi tempi Yahoo sta facendo di tutto per rilanciare Flickr , la piattaforma di condivisione fotografica che negli ultimi anni era stata “danneggiata” dalla rivoluzione della fotografia mobile di Instagram.

Ma in tempi di cambiamento qualche svista è inevitabile, e può succedere di mettere in vendita sul proprio negozio online fotografie caricate da normali utenti sotto la licenza Creative Commons, trattenendo inoltre il cento per cento dei profitti. A differenza di quanto succede coi fotografi professionisti, che in cambio della visibilità sulla vetrina di Flickr danno circa la metà dei guadagni alla piattaforma di Yahoo.

Dato il malcontento di gran parte degli utenti, Flickr ha fatto subito marcia indietro, rimuovendo le fotografie Creative Commons e rimborsando qualsiasi acquisto relativo a quelle immagini. “Siamo sempre pronti ad ascoltare le vostre perplessità - si legge sul blog ufficiale -, e per noi è importante lavorare senza snaturare lo spirito della comunità che ha contribuito a rendere Flickr quello che è oggi”.

Ma cosa sono i Creative Commons ? Nate a inizio anni duemila e pensate soprattutto per opere di tipo digitale, queste licenze permettono ai creatori di contenuti di scegliere e comunicare quali diritti riservarsi e a quali invece rinunciare a beneficio dei destinatari. In questo caso un fotografo potrebbe tenere per sé il diritto allo sfruttamento commerciale dell’opera, lasciando invece aperta la possibilità di riprodurla oppure modificarla.

In ogni caso questo piccolo incidente di percorso dimostra come Flickr debba ancora riuscire a trovare il suo posto in Rete, in perenne equilibrio tra la fotografia “casual” di Instagram e network per professionisti come 500px, sito di riferimento per chi vuole proteggere e commercializzare le proprie opere fotografiche. Il tutto senza costringere alla fuga la community di appassionati che dagli inizi costituisce la spina dorsale della piattaforma.

Veterano dell’Afghanistan ritrova il suo cane abbandonato dall’ex fidanzata

La Stampa
fulvio cerutti (agb)

Dopo quattro anni l’uomo scopre che la sua cucciola Bones è ancora viva

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L’amore, quello vero, trionfa sempre. Così si potrebbe riassumere la storia di John Russo e la sua cagnolina Bones. L’American Bulldog gli venne regalata dalla madre nel Natale del 2008, ma un anno dopo l’uomo dovette partire per una missione in Afghanistan. Russo pensò bene di lasciare l’animale nelle mani della fidanzata. Ma al suo ritorno quella che era la sua innamorata l’aveva lasciato, aveva cambiato telefono, indirizzo e, soprattutto, si era liberata del cane: l’aveva portato in un canile per farlo sopprimere.

Bones avrebbe pagato per colpe non sue, ma per fortuna la storia ha avuto un finale diverso: il veterinario del canile si rifiutò di effettuare l’eutanasia e Bones finì fra le cure della Flagler Humane Society (FHS) a Palm Coast, in Florida. «Bones era molto depressa quando è arrivata da noi - spiega alla Abc News Jeffrey Ritter, direttrice dell’associazione -. Ha vissuto nel mio ufficio più che nel canile. E’ stata molto amata perché era fra i cani più educati».

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Ma il vero lieto fine è arrivato quando John Russo, ormai rassegnatosi a trovare la sua Bones, ha iniziato a navigare in rete per cercare un altro cane. E dopo poco la sorpresa: su un sito compare la foto di un cane che ha la stessa inconfondibile macchia della sua quattrozampe.

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Russo non ci ha pensato due volte e si è recato al rifugio con un grande dubbio: Bones si sarebbe ricordata di lui? A distanza di cinque anni, l’amore, quello vero, ha memoria così come mostrano le foto scattate dai volontari della FHS: appena lo ha visto, Bones ha iniziato ad abbaiare e a corrergli attorno. John si è così inginocchiato e lei gli è saltata addosso, le ha messo le zampe sulle spalle come se lo stesse abbracciando.
L’amore, quello vero, trionfa sempre.

Matrimonio breve, ma il marito non scappa dall’assegno

La Stampa

La breve durata del matrimonio può incidere sulla cifra dell’assegno di mantenimento, non sul diritto a riceverlo. Lo afferma la Cassazione nell’ordinanza 21597/14.
1 La Corte d’appello di Messina stabilisce che una donna ha diritto all’assegno di mantenimento a carico dell’ex-marito. L'uomo ricorre in Cassazione affermando che il periodo della convivenza matrimoniale è stato breve e che la donna ha ben poco contribuito alle spese familiari. Tuttavia, i giudici di legittimità ricordano che la breve durata del matrimonio può incidere sul quantum della somma, non sul diritto all’assegno. Infatti, l’assegno di mantenimento deve tendere al mantenimento del tenore di vita goduto dal coniuge durante la convivenza: indice di tale tenore può essere anche l’attuale disparità di posizioni economiche tra i due coniugi. Ciò è quanto accertato dai giudici di merito, che hanno verificato la perdita dell’attività lavorativa, in concomitanza con la cessazione della convivenza, con in più la necessità di trovare dei stabili punti di riferimento nella famiglia d’origine.

Inoltre, la Corte ha tenuto conto della capacità lavorativa, manifestata in passato dalla donna. Anche il profilo sullo scarso contributo alle esigenze di famiglia è giudicato irrilevante, in quanto l’uomo non ne ha provato l’esistenza. Al coniuge richiedente è, infatti, richiesto semplicemente di dimostrare la mancanza di mezzi e l’impossibilità di ovviarvi. Infine, rigettando il ricorso, la Corte di Cassazione ricorda che, nella quantificazione dell’assegno divorzile, il giudice di merito può basare la propria decisione soltanto su alcuni dei parametri stabiliti dall’articolo 5 della legge 898/1970 (legge sul divorzio).

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Allarme attacco hacker alle automobili: ecco quali sono i rischi

Libero

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Come se non bastassero già gli attacchi hacker ai pc e alle nostre carte elettroniche per i pagamenti, un altro allarme arriva dall'Inghilterra: pure le nostre auto sarebbero nel mirino dei terroristi del web. Secondo quanto racconta il Times è concreto il rischio di un attacco hacker sui dispositivi delle nostre automobili. Milioni di automobilisti hanno le loro auto connesse con il web grazie ai sistemi di navigazione ma anche grazie agli account google che servono per gestire la musica e le applicazioni dei sistemi di bordo. Una comodità, va detto, che ha rivoluzionato il modo di usare l'auto permettendo a chiunque di raggiungere qualunque posto pur non conoscendo il percorso e ascoltando magari il proprio album preferito. Ma tutto questo espone la sicurezza degli automobilisti a fortissimi rischi.

Tutte queste informazioni su di noi che inconsapevolmente vengono distribuite sui circuiti della rete con un semplice click sono pane per i denti degli hacker. Infatti secondo quanto afferma sul Times Edmund King, presidente della AA, la più grande organizzazione automobilistica d'Inghilterra, "quando siamo in auto siamo connessi ad internet 24 ore su 24 e questo permette ai cybercriminali di mettere nel loro mirino i sistemi di controllo della sicurezza delle auto. Come ad esempio il sistema elettronico che su molte auto gestisce la frenata o l'accelerazione". Insomma a quanto pare con le auto ipertecnologiche di questi tempi c'è poco da stare sereni.

I modelli a rischio - Oltre ai sistemi di guida, gli hacker possono manomettere i dispositivi bluetooth, ma anche gli indicatori e le spie della plancia. I modelli più a rischio, secondo quanto racconta il dailymail sono: Jeep Cherokee, Ford Fusion, BMW X3, Chrysler 300, Range Rover Evoque, Toyota Prius, Audi A8 BMW 3 Series, Dodge Viper, 2014 Honda Accord LX, 2010 Range Rover Sport. Ora prima di guidare ricordatevi di disconnettere i vostri dispositivi. La sicurezza su strada ora passa anche dal web.


Attacco hacker alle auto: i modelli a rischio

Libero
27 dicembre 2014



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Secondo quanto racconta il Times è concreto il rischio di un attacco hacker sui dispositivi delle nostre automobili. Milioni di automobilisti hanno le loro auto connesse con il web grazie ai sistemi di navigazione ma anche grazie agli account google che servono per gestire la musica e le applicazioni dei sistemi di bordo. Infatti secondo quanto afferma sul Times Edmund King, presidente della AA, la più grande organizzazione automobilistica d'Inghilterra, "quando siamo in auto siamo connessi ad internet 24 ore su 24 e questo permette ai cybercriminali di mettere nel loro mirino i sistemi di controllo della sicurezza delle auto. Come ad esempio il sistema elettronico che su molte auto gestisce la frenata o l'accelerazione".

I modelli a rischio - Oltre ai sistemi di guida, gli hacker possono manomettere i dispositivi bluetooth, ma anche gli indicatori e le spie della plancia. I modelli più a rischio, secondo quanto racconta il dailymail sono: Jeep Cherokee, Ford Fusion, BMW X3, Chrysler 300, Range Rover Evoque, Toyota Prius, Audi A8 BMW 3 Series, Dodge Viper, 2014 Honda Accord LX, 2010 Range Rover Sport. Ora prima di guidare ricordatevi di disconnettere i vostri dispositivi. La sicurezza su strada ora passa anche dal web.