giovedì 25 dicembre 2014

Nuovi violenti, che errore sottovalutarli

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

La scorciatoia della violenza è facile da imboccare, non è costosa, richiede mezzi rudimentali e «poveri»: perciò è sempre pericolosa, e in questi frangenti della storia ancor di più. Con qualche bottiglia incendiaria piazzata nei punti giusti, si può bloccare o almeno compromettere il transito da Nord a Sud sul percorso dell’Alta velocità. Con armi ridotte all’essenziale, la paura è certa: crea scompiglio, caos, apprensione, senso di insicurezza.

Semina terrore, che poi sarebbe l’essenza delle finalità terroristiche anche se la categoria storico-giuridica del «terrorismo» è controversa e un tribunale a Torino ha appena sentenziato che le violenze sistematiche dei No Tav non possono essere sussunte nei canoni dell’organizzazione «terroristica» classica. Però chi lavora nei cantieri blindati della Val di Susa vive nella paura costante degli agguati, le aziende che forniscono materiale di lavoro sono perennemente sotto sorveglianza e sono nel mirino dei violenti persino gli alberghi della zona che ospitano una parte delle forze dell’ordine.

La tentazione violenta aumenta dove c’è disagio, rabbia, frustrazione. Durante i pacifici cortei sindacali, gruppetti di violenti allestiscono lo spettacolo della guerriglia con un armamentario poco costoso ma di sicuro impatto mediatico. A Roma, a Tor Sapienza, gruppi neofascisti come CasaPound e Forza nuova, attizzano la disperazione delle periferie abbandonate a se stesse, fanno uso delle tecniche più collaudate dello scontro di piazza, manovrano la collera e la indirizzano verso bersagli facili da colpire. Cresce la velleità del terrorismo fai-da-te, come si vede dalle indagini abruzzesi. Tutti sintomi di sfiducia nelle regole della battaglia politica democratica. Tutti segni che dimostrano il fascino della violenza.

Questo ricorso massiccio alla violenza diffusa, di piccoli gruppi, disseminata a sinistra e a destra, nei luoghi del disagio sociale e sui palcoscenici delle grandi questioni come l’Alta velocità, non può essere sottovalutato e liquidato come un codice di frange lunatiche e iperminoritarie. Minoritarie certamente, ma in grado, come si vede con gli ordigni rudimentali contro l’ossatura del nostro sistema ferroviario, di creare tensione, terrore, allarme sociale. In passato le prime avvisaglie della violenza furono accolte con indifferenza se non addirittura con indulgenza. Oggi, in contesti e motivazioni completamente diverse, la minimizzazione di episodi truci come quelli di Sydney o di Digione è dettata dalla paura ma rischia di non far capire le radici di un nuovo terrorismo pericoloso e fanatico.

In Italia si parla per fortuna di dimensioni diverse, ma oggi ogni indulgenza sarebbe la certificazione dell’impotenza politica della democrazia, e un cedimento verso chi fa della violenza un metodo, e forse una concezione del mondo e della politica. Non ci si deve abituare ai professionisti della guerriglia, a chi grida slogan truculenti nell’ambito delle manifestazioni No Tav che, è bene precisarlo, sono in quanto tali legittime in un sistema democratico.

Non è legittima la pratica della violenza. Non ha alcuna giustificazione la tecnica dell’intimidazione fisica, del sabotaggio, dello scontro permanente con la polizia, del mettere a repentaglio la sicurezza di migliaia di cittadini che viaggiano in questi giorni di Natale. La scorciatoia della violenza è facile da praticare. Deve essere un impegno stroncarla prima che faccia troppi danni.

Quando il Natale cade a gennaio

Andrea Cortellari - Gio, 25/12/2014 - 08:57

La nascita di Gesù si celebra il 25 dicembre. Semplice, almeno in teoria. Le Chiese ortodosse complicano un po' le cose

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Chiedete a un bambino quando si festeggia il Natale. Non ci metterà molto a rispondervi che il giorno è il 25 dicembre, magari con quel po' di stupore che si dipinge in volto quando ci viene rivolta una domanda la cui risposta è persino scontata.

Chiedetegli della Pasqua, e allora sì, magari qualche dubbio gli sorgerà.

Perché se il giorno di Natale è sempre lo stesso ogni anno, per la Risurrezione è tutto un altro paio di maniche, per la semplice ragione che il giorno esatto - comunque una domenica e dopo l'equinozio - viene stabilito ricorrendo alle fasi lunari. C'è poi un dettaglio non trascurabile che contribuisce a complicare ulteriormente le cose. È vero, quasi tutti i cristiani accettano il 25 dicembre come data della Natività, ma come mettere d'accordo tutti sul giorno che chiamiamo 25 dicembre?

La riforma del calendario

Per capire di che cosa stiamo parlando e quale evento abbia creato questa confusione che ha avuto ripercussioni nelle liturgie della cristianità, bisogna fare un salto indietro di parecchi secoli, fino al 1582. È in quest'anno che papa Gregorio XIII porta a termine una riforma che darà al mondo quel calendario che da lui prende il nome, "gregoriano".

La Santa Sede si era definitivamente convinta che il calendario allora in uso presentasse una serie di limitazioni. Il metodo secondo cui il tempo era scandito risaliva a qualche anno prima di Cristo, introdotto da Giulio Cesare. Il suo difetto principale era la durata. "Mangiandosi" circa undici minuti ogni anno, dava vita a quella che potrebbe sembrare una zoppia poco significativa, che portava invece a perdere un giorno ogni 128 anni.

Si arrivò così al 1582. Il solstizio di primavera era in anticipo di dieci giorni e degli errori legati al calendario risentiva anche il calcolo del giorno della Pasqua. Quando Gregorio XIII si decise per l'introduzione di un nuovo calendario, il cambiamento fu repentino. Cinque ottobre, sei, sette e così fino al 14 di quell'anno furono cancellati con un tratto di penna dalla storia. Dal 4 si passò al 15 e la rivoluzione del calendario ebbe inizio.

La sforbiciata al mese di ottobre non fu l'unico accorgimento. La riforma fece che sì che lo scarto tra l'anno solare e il calendario si riducesse a una manciata di secondi, sistemando le cose per i secoli a venire.

L'adozione del nuovo sistema. E chi disse no

La scelta di abbandonare il calendario giuliano non bastò però a convincere tutti ad adottare il suo sostituto. Il fatto stesso che la riforma venisse da un'autorità religiosa fece storcere il naso a quei Paesi che nell'autorità papale non si riconoscevano.

Se in Portogallo, Spagna, negli Stati italiani, ma anche in Baviera e Austria si passò al nuovo calendario in breve tempo, i Paesi protestanti furono decisamente più restii. Anche le chiese ortodosse rifiutarono di adeguare lo scorrere dell'anno liturgico al calendario di Gregorio XIII, rimanendo nel solco della tradizione.

Sette gennaio? Sei gennaio? 19 gennaio?

È questa scelta a riportarci alla questione fondamentale. Quand'è Natale? O meglio, quando viene celebrato? Guardiamo, per esempio, alla Chiesa copta. Il patriarcato di Alessandria non mette in dubbio la data del 25 dicembre, che fino all'introduzione del calendario gregoriano corrispondeva al 29 del mese di Kiakh.

Non ha però mai aggiornato al sistema gregoriano l'anno liturgico. Con risultato che, al Cairo, la messa della Vigilia sarà la notte del prossimo 6 gennaio. E che in meno di un secolo il giorno di Natale si sposterà ulteriormente in là.

Un caso analogo è quello delle Chiese più vicine al patriarcato di Mosca. La Russia passò una prima volta al calendario gregoriano diversi secoli dopo la sua introduzione, in pieno Novecento e solo dopo la Rivoluzione di ottobre. La Chiesa ortodossa continuò tuttavia a seguire il sistema giuliano per le celebrazioni. E lo fa tuttora.

C'è poi chi nella cristianità fa eccezione sia rispetto alle Chiese "occidentali" che a quelle appena descritte. Sono gli armeni apostolici, che il Natale non lo festeggiano il 25 dicembre, né tantomeno il 7 gennaio, ma il 6. Si potrebbe dire che celebrano il Natale con l'Epifania e non si andrebbe tanto lontani dal vero, perché in effetti le due date coincidono.

In questo caso non si tratta di avere o meno accettato un calendario, ma di un uso - quello di ricordare la nascita di Gesù il 6 gennaio - che nelle Chiese orientali era diffuso prima che a Occidente si stabilisse di farlo il 25 dicembre. Gli armeni, infatti, passarono al sistema gregoriano nel Novecento. Con un'eccezione...

È la Chiesa armena apostolica di Gerusalemme, che continua a seguire il calendario di Giulio Cesare e però festeggia il Natale il 6 gennaio (di quel calendario). Negli anni lo scarto rispetto al sistema gregoriano è salito a 13 giorni e questo, per farla breve, ha fatto sì che la congregazione celebrasse la Natività ancora in un altro giorno: il 19 gennaio.

Roman Polanski non tornerà negli Usa

La Stampa

Il giudice della Corte Superiore di Los Angeles ha respinto la richiesta del team legale del regista di prescrivere il caso di violenza sessuale, ormai vecchio di più di trent’anni

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Niente regalo di Natale per Roman Polanski. Il giudice della Corte Superiore di Los Angeles ha respinto la richiesta del team legale del regista di prescrivere il caso, ormai vecchio di più di trent’anni, che lo vede accusato di violenza sessuale nei confronti di una minorenne e che, negli anni Settanta lo costrinse a fuggire in Europa, per evitare di essere sottoposto a giudizio. 

Era il 1978 quando il regista di The Pianist lasciò per sempre gli Stati Uniti, subito dopo aver accettato un accordo con la pubblica accusa sul caso che lo vedeva imputato di violenza sessuale nei confronti di una 13enne. L’accordo non si fece perché Polanski decise di lasciare il paese. 
La scorsa settimana il team legale del regista aveva parlato di una cattiva conduzione delle indagini sul caso Polanski nel tentativo di arrivare all’archiviazione del caso. Richiesta respinta. Per Polanski il ritorno negli Stati Uniti è ancora un miraggio. 



Polanski potrebbe uscire su cauzioneE intanto si mobilitano artisti e amici
La Stampa
28/09/2009

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Piovono le reazioni indignate dopo l’arresto del regista Roman Polanski, bloccato in Svizzera dove si recava a ricevere un premio alla carriera, sulla base di un mandato di cattura internazionale spiccato dalla giustizia degli Stati Uniti. È l’antica storia di uno stupro praticato su una minorenne, una macchia che perseguita il regista di origine polacche e a causa della quale il cineasta non mette piede negli Stati Uniti dal 1978. E la vicenda diventa un caso diplomatico. Il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha annunciato che Varsavia e Parigi chiederanno insieme alla collega statunitense Hillary Clinton un intervento «perché gli Stati Uniti chiedano alla Svizzera di liberare Roman Polanski, e perché prenda in considerazione l’ipotesi del ricorso alla grazia da parte del presidente Barack Obama».

La richiesta di liberazione è sostenuta anche da numerosi cineasti polacchi, tra cui Andrej Wajda, e dall’associazione ufficiale dei registi del Paese, che ha chiesto ai dirigenti polacchi di intervenire in favore di Polanski. Secondo quanto riporta oggi il sito Intenet de <A class=linkblu href="http://www.lemonde.fr/societe/article/2009/09/28/les-artistes-se-mobilisent-pour-roman-polanski_1245949_3224.html#ens_id=1245879" target=_new>Le Monde, registi e sceneggiatori francesi, europei, americani e di tutto il mondo esprimono la loro costernazione per l'arresto del grande genio del cinema.

In una sottoscrizione a favore della liberazione di Polanski figurano tra le altre le firme di Costa-Gavras, Wong Kar-wai, Fanny Ardant, Ettore Scola, Marco Bellocchio, Giuseppe Tornatore, Monica Bellucci, Abderrahmane Sissako, Tony Gatlif, Pierre Jolivet, Jean-Jacques Beineix, Paolo Sorrentino, Michele Placido, Barbet Schroeder, Gilles Jacob, et Bertrand Tavernier. La petizione sottolinea come il fermo del regista sia una cosa inammissibile: «L' arresto di Roman Polanski in un Paese neutrale in cui circolava e credeva di potere circolare liberamente, è un danno a questa tradizione: apre la porta a derive di cui fino ad oggi non vi era stata esperienza alcuna; non si possono prevedere gli effetti» , aggiungono i firmatari.

«Roman Polanski è un cittadino francese, un artista di notorietà internazionale, ormai minacciato di estradizione. Quest'estradizione, se avvenisse, sarebbe ricca di conseguenze e priverebbe il regista della sua libertà». E concludono: «Esigiamo la rimessa in libertà immediata di Roman Polanski.» «Un arresto scioccante»: così ha invece commentato la neo direttrice dell’Unesco, la bulgara Irina Bokova, il fermo di Roman Polanski.

«Non so molto dei dettagli, ma è scioccante», ha detto Bokova, sottolineando che Polanski è «una personalità intellettuale riconosciuta in tutto il mondo». Alla domanda se l’Unesco interverrà per chiedere la liberazione del regista, la neo direttrice ha sottolineato di non essere ancora entrata formalmente in carica. «Ma sì, se si tratta di una ingiustizia, certamente», ha aggiunto. Bokova è stata eletta il 22 settembre direttrice dell’ente Onu che si occupa dell’attuazione dei programmi nel campo dell’educazione, di assicurare la salvaguardia del patrimonio mondiale, e agire in favore della libertà di espressione.

Intanto Guido Balmer, portavoce del ministero della Giustizia svizzero, ha annunciato oggi che Roman Polanski potrebbe essere rimesso presto in libertà dietro il pagamento di una cauzione. Balmer ha precisato che il regista franco polacco comunque non potrà lasciare il Paese. Secondo la legge elvetica, Polanski ha dieci giorni di tempo per presentare un ricorso contro il suo arresto al tribunale penale federale di Bellinzona, ma può anche chiedere la liberazione su cauzione.