mercoledì 24 dicembre 2014

Il miracolo del 25 dicembre 1914 Cento anni fa la tregua di Natale

Corriere della sera
di Paolo Rastelli

Tedeschi e inglesi non più nemici per una notte e un giorno

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Il video è bello e ben girato. Due gruppi di giovani uomini vestiti con uniformi diverse, in un campo innevato devastato dalla battaglia, che si scambiano fotografie, liquori, cioccolata in un’atmosfera di pace e fratellanza resa con colori tenui. Ma lo spot di Sainsbury è stato vissuto come un oltraggio da almeno una parte del pubblico britannico: la catena di supermercati ha deciso di sfruttare a fini commerciali (appena mascherati dal sostegno dato alla Royal British Legion, l’equivalente della nostra Associazione Combattenti e Reduci) una delle memorie più sacre della Prima Guerra Mondiale, la cosiddetta «tregua di Natale» del 1914 tra tedeschi e inglesi.

Fu un’iniziativa presa dal basso, dai soldati in trincea, che il 25 dicembre di cento anni fa uscirono spontaneamente allo scoperto in alcune zone del fronte occidentale per andare a salutare e a fare gli auguri ai «nemici» senza che ci fosse, da parte dei comandi, alcun via libera. Anzi, proprio il contrario. Quando la notizia si diffuse grazie alle lettere dei soldati alle famiglie, i vertici militari di entrambi i contendenti si affrettarono a proibire altre iniziative simili: il generale Horace Smith Dorrien, comandante del secondo corpo d’armata della Bef, la forza di spedizione britannica in Francia, arrivò a minacciare la corte marziale per chi si fosse reso colpevole di fraternizzazione.
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Il «miracolo» del Natale 1914, di due avversari che dimenticano l’odio per unirsi in un abbraccio fraterno, rimase un fatto quasi isolato (ci sono poi stati altri episodi di «vivi e lascia vivere» ma mai più così eclatanti) e ben presto trascolorò nel mito, tanto più quando il sentimento popolare degli europei nei confronti della Grande Guerra cambiò di segno: non più glorioso fatto d’arme ma massacro insensato, che aveva spazzato via una generazione. La tregua di Natale venne quindi vista come la dimostrazione che gli uomini sono fondamentalmente buoni e che erano stati spinti alla guerra da governi stupidi e irresponsabili, tanto che appena liberi di farlo avevano scelto la pace e la fratellanza.

Ma come andarono realmente le cose? Facciamolo raccontare a chi ne fu testimone diretto, il caporale Leon Harris del 13esimo battaglione del London Regiment in una lettera scritta ai genitori che stavano a Exeter (riprodotta sul sito www.christmastruce.co.uk interamente dedicato a quanto successe cento anni fa): «È stato il Natale più meraviglioso che io abbia mai passato. Eravamo in trincea la vigilia di Natale e verso le otto e mezzo di sera il fuoco era quasi cessato. Poi i tedeschi hanno cominciato a urlarci gli auguri di Buon Natale e a mettere sui parapetti delle trincee un sacco di alberi di Natale con centinaia di candele. Alcuni dei nostri si sono incontrati con loro a metà strada e gli ufficiali hanno concordato una tregua fino alla mezzanotte di Natale.

Invece poi la tregua è andata avanti fino alla mezzanotte del 26, siamo tutti usciti dai ricoveri, ci siamo incontrati con i tedeschi nella terra di nessuno e ci siamo scambiati souvenir, bottoni, tabacco e sigarette. Parecchi di loro parlavano inglese. Grandi falò sono rimasti accesi tutta la notte e abbiamo cantato le carole. È stato un momento meraviglioso e il tempo era splendido, sia la vigilia che il giorno di Natale, freddo e con le notti brillanti per la luna e le stelle». Il riferimento al tempo non è di poco conto: «La vigilia — scrive Alan Cleaver nella prefazione al libro La tregua di Natale (Lindau edizioni) che raccoglie molte lettere dei soldati dell’epoca — segnò la fine di settimane di pioggia battente, e una gelata rigida e tagliente avvolse il paesaggio. Gli uomini al loro risveglio si trovarono immersi in un Bianco Natale».

Non si sa dove fosse schierata l’unità del caporale Harris ma gli eventi da lui descritti con tanta vivacità si ripeterono più o meno identici in molti punti del fronte. In una lettera alla famiglia del 28 dicembre, il bavarese Josef Wenzl racconta di essere rimasto incredulo quando uno dei soldati cui la sua unità stava dando il cambio gli disse di aver passato il giorno di Natale scambiando souvenir con gli inglesi. Ma quando spuntò l’alba del 26 dicembre vide con i suoi occhi i soldati britannici uscire dalle trincee e cominciare a parlare e scambiarsi oggetti ricordo con lui e con i suoi compagni. Poi ci furono canti, balli e bevute. «Era commovente — si legge nella lettera — tra le trincee uomini fino a quel momento nemici feroci stavano insieme intorno a un albero in fiamme a cantare le canzoni di Natale. Non dimenticherò mai questa scena. Si vede che i sentimenti umani sopravvivono persino in questi tempi di uccisioni e morte».

Scene simili si verificarono anche tra tedeschi e francesi e tra tedeschi e belgi, pur se in misura molto minore: dopo cinque mesi di guerra sanguinosissima (era iniziata il primo agosto)con circa un milione di vittime, con molte zone del Belgio e della Francia orientale occupate e dopo i massacri di civili compiuti dai soldati tedeschi, i sentimenti di fraternità erano parecchio meno diffusi. E comunque anche nelle zone inglesi ci furono morti e feriti per il fuoco nemico perfino nel giorno di Natale: alcuni soldati che avevano cercato di prendere contatto con il nemico sporgendosi dai parapetti delle trincee furono fulminati dai cecchini avversari. «A Natale — racconta lo storico Max Hastings in Catastrofe 1914 (Neri Pozza) — il Secondo granatieri inglese ebbe tre uomini uccisi, due dispersi e 19 feriti; un altro soldato fu ricoverato in ospedale con sintomi di congelamento, come altri 22 la mattina dopo».

Ovviamente queste storie finirono rapidamente sui giornali dell’epoca, con titoli abbastanza sensazionali. Il Manchester Guardian del 31 dicembre 1914 titolava: «Tregua di Natale al fronte — I nemici giocano a calcio — I tedeschi ricevono un amichevole taglio di capelli». E il 6 gennaio lo stesso quotidiano strillava: «Nuove notizie sullo straordinario armistizio ufficioso — I Cheshires (un’unità inglese, ndr) cantano Tipperary a un pubblico di tedeschi». Fu sui quotidiani britannici che fu raccontata la vicenda della partita di calcio giocata nella terra di nessuno da inglesi e tedeschi in una zona imprecisata del fronte, che sarebbe finita 3-2 per i tedeschi.

Per molto tempo fu una storia considerata non sufficientemente provata dagli storici (tutte le fonti erano indirette, qualcuno che raccontava che qualcun altro gli aveva detto che c’era stata una partita…), ma che entrò prepotentemente nel mito: la si ritrova nello spot della Sainsbury, nel film ferocemente antimilitaristaOh che bella guerradi Richard Attenborough (1969) e anche nel videoclip di Pipes of Peace di Paul Mc Cartney del 1983. E pochi giorni fa, l’11 dicembre, nella cittadina belga di Ploegsteert, il presidente dell’Uefa Michel Platini ha inaugurato un monumento a ricordo del giorno in cui il calciò unì i giovani di due nazioni nemiche.

Alla fin fine, comunque, pare che il mito avesse ragione e gli storici scettici torto: è stata scoperta una lettera del generale Walter Congreve (decorato con la Victoria cross, la più alta decorazione britannica al valor militare) che racconta alla moglie della tregua e della partita di calcio anche se ammette di non averla vista con i propri occhi ma di averlo saputo da testimoni oculari. Ma poiché era un generale, non si faceva illusioni e sapeva i bei momenti sarebbero finiti. Ne dà conto, con una battuta piuttosto macabra, nella stessa lettera: «Uno dei miei ha fumato un sigaro con il miglior cecchino dell’esercito tedesco, non più che diciottenne. Dicono che ha ucciso più uomini di tutti ma ora sappiamo da dove spara e spero di abbatterlo domani». Sì, la guerra sarebbe continuata.

In Ucraina il cecchino più ricercato dai russi: «Combatto insieme a soldati italiani»

Corriere della sera

Testo e video di Ilaria Morani e Salvatore Garzillo

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In Ucraina lo conoscono tutti. Soprattutto nelle regioni dell’est controllate dai filorussi. Mike Skillt, svedese, 47enne, di professione cecchino. Dice di aver ucciso almeno 150 persone «per lavoro». E’ un mercenario, anche se lui preferisce la parola «contractor». Ha una taglia di un milione di dollari sulla testa e al momento è uno degli uomini più ricercati dall’esercito russo. Ma non si nasconde, non usa la balaclava, il passamontagna: ci incontriamo a bere il tè in un bar a piazza Maidan a Kiev e mostra senza problemi la sua pagina Facebook e Twitter con foto e commenti. Tutto allo scoperto, tanto che viene il dubbio che la complessa macchina della propaganda che regola la guerra tra Ucraina e Russia si stia servendo del cecchino per mostrare i denti.

Parliamo per un paio d’ore in un pomeriggio di settembre. E’ fermo, immobile, ma i suoi occhi si muovono e non perdono nulla. Controllano chi entra e chi esce dal locale; la porta che conduce al piano inferiore dove ci sono i bagni, la grande finestra che si apre su Maidan affollata di turisti, curiosi di vedere la piazza sgombra da tende e soldati. Mike dice di non avere paura di chi lo sta cercando («sono più veloce io a sparare”), di essere in Ucraina perché votato a una causa superiore («non è la mia guerra ma questa è la mia Europa e sono per un’Europa unita contro l’Imperialismo”) tanto che al momento ha rimandato a data da destinarsi il prossimo campo di battaglia, la Siria, perché prima deve finire il suo lavoro nell’Est («ho qualche altro russo da uccidere”).
In Svezia era un soldato, poi ha iniziato a viaggiare per prestare il suo sniper a guerre straniere. Il governo svedese ha smentito la sua presenza in Ucraina: «Siamo interessati solo ai nostri concittadini che partecipano alle attività legate al terrorismo, come ad esempio nei gruppi di al-Qaeda ispirati in Siria”, aveva spiegato a febbraio. Ma la faccia e il nome di Mike non sono così difficili da trovare in rete.

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Il reclutamento
Alle spalle di Maidan in un vecchio palazzo sorvegliato come una fortezza il Battaglione Azov ha aperto una delle sue sedi amministrative. Qui avvengono i reclutamenti e nelle stanze dormono i ragazzi che devono affrontare due settimane di addestramento. Si presentano solo con lo zaino in spalla, devono imparare presto a eseguire ordini militari e soprattutto a combattere prima di essere inviati nel Donbass. Mike, nel quartiere generale di Kiev, è uno degli insegnanti, ma sul campo di battaglia è parte di una squadra speciale di poche decine di uomini che vengono mandati in prossimità della prima linea per “ripulire la zona” dopo l’intervento dell’artiglieria pesante. Il comandate dell’Azov Andriy Biletsky, leader politico del gruppo nazionalista, ha pubblicato su Internet i due principi fondamentali a cui devono ispirarsi i soldati. Principi che porterà anche in Parlamento se verrà eletto il 26 ottobre: “Preparare l’Ucraina per la liberazione dell’intera razza bianca dalla dominazione del capitalismo e punire le moltissime perversioni sessuali e ogni contatto interraziale che porta all’estinzione dell’uomo bianco”. Mike è stato attirato anche da questo. Racconta che l’esperienza ucraina è diversa dalle altre guerre a cui ha partecipato. «Qui combatto per qualcosa in cui credo, per questo accetto di essere pagato 2.000 grivnie al mese (circa 110 euro, ndr), lo stipendio di un normale soldato ucraino”.
I contractor italiani al fianco degli ucraini
Con i commilitoni («camerati”) il saluto è una stretta di avambraccio, l’uniforme è nera, il braccio spesso si tende verso il cielo durante i raduni o nel cortile delle esercitazioni. L’impronta di estrema destra ha attirato tanti uomini soprattutto dall’Europa occidentale che hanno deciso di arruolarsi come Mike. «Con me ci sono anche alcuni italiani che fanno ancora parte dell’esercito in Italia”, racconta Skillt. Con uno in particolare lavora spesso insieme, ha una quarantina d’anni e viene dall’Italia settentrionale. Un uomo «coraggioso, incredibile”. Poi ci sono francesi, spagnoli, molti svedesi, che considera “i migliori”. Potrebbero essere addirittura l’arma segreta: «Se la guerra andrà avanti anche durante l’inverno, sono ben preparati a una situazione del genere. E la guerra con il freddo porterà tanto sangue da entrambe le parti”.
I contractors lavorano su indicazione di «sponsor”, come li definisce lo svedese, che in accordo con i gruppi militari o paramilitari nelle zone di crisi si muovono e chiamano i soldati indicando anche la tariffa. A sentire Mike l’Ucraina per lui è stata qualcosa di più: «Lo so, sono il peggior contractor della storia”, dice ridendo mentre saluta solo con lo sguardo altri due soldati che sfilano dietro al nostro tavolo.
Torture e prigionieri
Mike mastica tabacco. «Ho dovuto imparare per esigenza. Di notte la luce della sigaretta si vede a un chilometro e poi l’odore si sente a metri di distanza. Il tabacco è sicuro e mi tranquillizza”. Il cecchino si apposta, osserva e spara impietoso. Mike mostra anche il suo talismano, un coltello a lama corta ma affilata e confida che nei combattimenti corpo a corpo, di notte, quell’oggetto gli ha salvato la vita più volte. “Non ha un nome – racconta – ma se lo avesse sarebbe di donna”.
Non teme per la propria vita. Forse l’autocontrollo, forse una buona dose di spavalderia gli fanno ammettere di avere sempre con sé una bomba a mano da usare nel caso venga preso prigioniero.
E’ l’ultima azione, quella estrema. «Ho visto cosa fanno i filorussi ai prigionieri”, spiega mostrando alcune foto sul cellulare che ritraggono teste mozzate chiuse in scatole di legno che sarebbero poi state inviate ai famigliari delle vittime. Appartengono a soldati ucraini uccisi nella grande battaglia di Ilovaisk, in agosto, quando, si dice, oltre 8.000 russi abbiano superato il confine e circondato la città, chiudendo in trappola gli ucraini e uccidendone centinaia. “Così ci hanno trattato. Sul campo di battaglia tutto è lecito, puoi uccidere in ogni modo tu voglia. Ma ai prigionieri bisogna dare dignità”. Ammette di sentirsi una specie di dio, ma un dio giusto e buono, e lo spiega raccontando di quando ha deciso di salvare un nemico dopo che era scampato a ben due attacchi: “Mi sembrava un bravo ragazzo, si meritava di tornare a casa quella sera”.
«I russi ci sono e ne ho le prove»
La situazione militare nell’Est ha confini precari. Da Donetsk si apre una grande zona a forma di cono i cui vertici poggiano sulla Russia: un’area controllata dai miliziani dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk. Tutto intorno l’esercito ucraino e i battaglioni paramilitari di volontari che lo affiancano, come l’Azov.  Il lancio di missili è costante, giorno e notte, così come i “carichi di munizioni che arrivano dalla Russia”, conferma
 

Mike, e soprattutto di uomini. «Prima i carri armati russi giravano con le insegne scoperte, ora hanno dipinto sopra la bandiera della nuova Repubblica, ma i soldati parlano russo e hanno documenti russi. Inoltre usano armi che solo i russi possiedono. Ormai non è più un segreto, il nostro nemico è ben definito, Putin non dovrebbe più negare l’evidenza».
Addestramento e preghiera
L’indomani Mike partirà per Mariupol dove il suo battaglione ha una delle principali sedi. Lì dovrà insegnare a una nuova squadra di reclute a usare le armi. “Alcuni sono ex soldati, ma altri invece non hanno mai visto un fucile in vita loro. Mi stupisco del loro coraggio, non hanno paura di niente, soprattutto i ragazzi che sorvegliano il confine». E’ scaduto il tempo. Al quartier generale è ora di lezioni e poi della preghiera. Laica. Un “sacerdote” elenca i dettami politici del movimento e incita i soldati. Li forma in qualche modo, così da essere certi che oltre alla voglia di combattere non venga meno lo spirito e l’attaccamento al Paese. Mike si alza, controlla nuovamente il locale, indossa il berretto ed esce in piazza. Si sistema la cintura e per un attimo si intravede la pistola. “E’ solo una precauzione, la mia ragazza mi sta aspettando da sei mesi. Le ho detto che ci sposeremo. Se rimarrò in vita».

Accadde a Natale, l’ho letto sulla Stampa

La Stampa
paolo di paolo

Dall’Archivio storico della Stampa, le piccole storie del giorno di festa. Tra guerre, furti veri e immaginati, buoni sentimenti e baraonda

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Come cambiano le cose che sembrano non cambiare mai? C’è sempre, da qualche parte, a un angolo di strada, in una piazza, qualcuno che vende strenne o giocattoli per Natale: l’atmosfera è la stessa, di «un giorno che spande allegria». O malinconia? Può arrivare o no la neve, non importa: il panettone, il brindisi, gli auguri, tutto è sempre lì, pronto a ripetersi, fra le poche certezze che il tempo non scuote.

E se a Torino, piazza Carignano, il 24 dicembre 1870 (l’Italia e questo giornale erano appena nati) c’era «un padiglione» dedicato alle strenne, oggi ci sarà uno stand, non fa differenza, solo che non vende più L’Almanacco Nazionale e La Sibilla Celeste, «effemeride per l’anno nuovo, in cui oltre le solite astronomiche notizie trovansi inserte le Ricorrenze Religiose, le Fiere ed i Mercati, la Real Famiglia» e via così. Né la signora Moretta Rosa vende più «giuochi infantili, bambole e burattini, piccoli teatri portatili e cose simili» al civico 29 di via Dora Grossa, che nemmeno si chiama più così; e chissà se «la damigella munita di patente superiore di lingua italiana e francese» che cercava impiego come istitutrice «presso una famiglia distinta» trovò poi qualcuno che fece al suo caso: replicò più volte il suo annuncio su queste pagine fra Natale 1867 e capodanno 1868. 

Il mondo cambia, cambiano i linguaggi, i galatei, cambiano i giornali e le convinzioni. Fa sorridere, per esempio, l’anonimo estensore di una nota natalizia che, dopo avere celebrato «l’espansione dell’affetto presso il focolare casalingo», contesta l’abitudine della messa di mezzanotte: «la poco buona usanza che vorremmo veder abolita», chiassosa e non edificante. L’archivio di un giornale custodisce anche questo: sentimenti, stati d’animo di uomini e donne che attendono, sperano, sbagliano, cercano di capire. Andando incontro al prossimo Natale come a una promessa. 

Ecco cinque Natali di ieri ripescati nell’archivio della Stampa.
 
1914. I canti nelle trincee
C’è un uomo che scrive alla madre, uno fra tanti: «Alcuni del mio gruppo hanno organizzato una cena fantastica. Hanno detto che bastava chiudere gli occhi per credere di essere a casa». Il corrispondente della Stampa da Londra racconta che, sotto cieli minacciosi, la festa è stata celebrata comunque, i canti dei britannici si sono confusi a quelli dei tedeschi: «sincronizzati nella stessa cadenza, benché i sentimenti e i cuori fossero ben discordi e diversi». Troppo presto tornano nell’aria le fucilate, gli spari, scoppiano gli shrapnel. È ancora Natale. A Parigi, l’unione nazionale ferrovieri ha allestito un grande albero per i bambini belgi e francesi delle regioni invase. Intanto, a Torino, il martedì dopo Natale si terrà una riunione nei locali della Società Fratellanza per fondare una Lega italiana «per una neutralità operosa e feconda». Accorrete numerosi. 

1924. Serenata sbagliata
Mentre l’istruttoria legata al delitto Matteotti sembra avviarsi alla conclusione, il politico britannico Lloyd George tira sulle colonne della Stampa il bilancio di un anno incolore, in cui il mondo sembra «ancora una volta riconciliato col grigiume». Non basta l’ipotesi che la capitale possa avere un metrò a breve? Intanto Concetto Pettinato guarda con molta perplessità agli abeti finti che prendono piede a Parigi, «con inverosimili frutti di lana rossa e una cometa di stagnola larga come un cartello di appartamento da affittare». Ah, lo spirito contemporaneo! Non bisogna poi meravigliarsi se una serenata natalizia un po’ sopra le righe desta il sospetto degli agenti. Convinti che si tratti di una trovata per mascherare un furto, la sera della vigilia in una strada di Milano i poliziotti sparano in aria per mettere in fuga «i malandrini». Peccato che si trattasse di una comitiva di ritorno da una festa, «ottimi e onesti operai che nulla sapevano dei tentativi ladreschi in via Marghera». Ci rimette la vita il povero Grassi Giuseppe, di anni venti.

1934. La centenaria si arrende
Considerando che l’età media negli Anni Trenta è intorno ai sessant’anni, non è notizia da poco quella di una signora della provincia di Voghera, in una frazione di alta montagna, che - passate le cento candeline - si arrende la mattina di Natale. La montanara Carolina, «che sino a qualche tempo fa aveva goduto invidiabile salute». 

1944. Biciclette e saponette
Mentre si riprende a combattere ai confini della Prussia orientale, «non cantano a festa le campane nei borghi» e l’oscuramento, tra Santo Stefano e capodanno, è fissato dalle 17,15 alle 7,20, nella notte di Natale si registrano solo furti di polli e di biciclette. Un autentico «ladro di biciclette» viene stigmatizzato sulle colonne della cronaca cittadina, ma a fargli da contrappeso è l’anonima telefonata che annuncia a un’azienda torinese un piccolo grande regalo per i dipendenti: 1710 saponette. Segno che il sapone, in quel Natale di guerra, non era superfluo. Il carico sospetto viene però bloccato dalla polizia. 

1954. Nelle strade i passanti saltellano
Il premio della bontà di questo Natale va a un carcerato che ha ostinatamente indotto i propri compagni a smettere di fumare. Fausto Coppi dona centomila lire per i poveri del suo Comune. Trionfano i buoni sentimenti? Sì, e per questo Leo Pestelli sulla terza pagina mette in guardia i lettori dall’uso di aggettivi stucchevoli nei biglietti d’auguri. Il primo da abolire? «Sensibile». Sensibili e allegri, gli italiani di sessant’anni fa: come osserva il cronista, «in tanta baraonda» per le strade della città non c’era nervosismo, «i passanti saltellavano fra una macchina e l’altra senza guardar biecamente i guidatori, gli acquirenti aspettavano pazientemente il loro turno nei negozi, e i commercianti sorridenti arrivavano perfino ad arrotondare i prezzi (in meno)». Era davvero così, l’Italia del ’54? Certo sembra il rovescio di quella di oggi. Torneremo mai a saltellare? 

Pedius l'app che fa telefonare i sordi, sbarca anche in Usa

La Stampa
federico guerrini

La sfida di un ingegnere di Roma insegue il sogno americano

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La fine dell'anno porta diverse novità positive, per alcune fra le più promettenti startup italiane. Tutte e tre di Roma. Qurami, l'app con cui "staccare" il numeretto virtuale di un elimina-code, e prenotare il proprio posto in fila senza doversi per forza recare sul posto, ha ricevuto un round di finanziamento di complessivi 590.000 euro, da UniCredit, LVenture Group e altri investitori. L'indiana Zomato, specializzata del campo della ristorazione, ha acquisito la romana Cibando, all'interno di un piano di espansione internazionale che riguarda anche l'Italia. Non è stato reso noto l'ammontare sborsato per l'acquisizione.

Ultima, ma non meno importante, Pedius, l'applicazione che fa dialogare i sordi creata, come azienda, nel 2013 da Lorenzo di Ciaccio, ha ricevuto 410.000 euro di investimento da Tim Ventures (il braccio operativo di Telecom Italia) Sistema Investimenti ed Embed Capital. Un importante incoraggiamento e un riconoscimento per questa startup su cui in pochi all'inizio avrebbero scommesso, per l'originalità del tema, e il tipo particolare di pubblico a cui si rivolge. "Quando dicevo di voler fondare una compagnia telefonica per persone sorde, la gente si metteva a ridere - ricorda Di Ciaccio".

L'applicazione funziona così: una persona sorda, o con gravi problemi all'udito può iniziare una chiamata scrivendo un testo, che viene convertito in onde sonore e pronunciato da una voce artificiale, oppure può decidere di registrare e inviare un proprio messaggio vocale. Dopo di che, la risposta della controparte viene trasformata in messaggio di testo e diventa comprensibile anche al non udente.

Un'idea nata dopo che, nel 2012, l'allora ingegnere informatico Di Ciaccio aveva assistito a un servizio televisivo in cui si raccontava di una persone con problemi uditivi, impossibilitata a farsi capire dal centralino del pronto soccorso e trovare aiuto a seguito di un incidente. Incanalare quest'intuizione, mollare il lavoro fisso come ingegnere e fondare una startup, non è stato facile, né comodo. Ed è probabile, dopo le prime difficoltà, sia venuto anche all'ideatore il dubbio di aver fatto la scelta giusta.

Il problema, dato che il modello di business di Pedius si basa sulla sottoscrizione di abbonamenti "premium" e l'acquisto di minuti di conversazione a pagamento (che vanno ad aggiungersi al pacchetto di base gratuito), è quello di raggiungere una massa critica di utenza sufficiente a rendere il tutto sostenibile.  Una scommessa difficile. Ma diversi segnali giunti negli ultimi tempi fanno sperare che possa essere vinta. È stato un anno per molti versi entusiasmante, per Pedius. Prima l'accordo con Telecom Italia, per l'integrazione della tecnologia della startup nei call center della multinazionale. Quindi lo sbarco e l'apertura del servizio, in Irlanda e Inghilterra. Poi la partecipazione all'evento sulla tecnologia solidale a Montecitorio, e infine, un quarto d'ora tutto per sé all'interno dell'assemblea annuale di Telecom. 

Ma la mossa più azzardata ed ambiziosa, quella che potrebbe garantire alla startup di fare davvero il salto di qualità, deve ancora arrivare, ed è prevista per gennaio prossimo. Il lancio negli Stati Uniti, dove esiste un mercato sufficientemente ampio da poter garantire, in teoria, all'azienda di poter vivere coi soli ricavi degli abbonamenti. Tirocinanti della John Cabot University di Roma stanno aiutando Pedius a redigere un piano di comunicazione adatto al pubblico americano. Sono in corsi colloqui e stanno arrivando consigli da un professore della Gallaudet University (che in Usa, è un po' l'Harvard dei sordi) e si stanno stringendo accordi con operatori di telefonia Voip. Il futuro si annuncia davvero interessante.

Informazioni fuorvianti sugli smartphone” Dall’Antitrust multa da un milione a Samsung

La Stampa

L’Autorità: la memoria è inferiore a quanto pubblicizzato. Due mesi per rimediare

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Dopo Tripadvisor, Samsung. Dall’Antitrust fioccano multe, e l’ultima a finire nel mirino è la divisione italiana del colosso della tecnologia. Il Garante le ha inflitto una sanzione da un milione di euro per pratica commerciale scorretta. Sotto accusa ci sono le modalità con cui, fino all’anno, in corso è stata presentata al pubblico una delle principali caratteristiche di smartphone e tablet: in particolare, si tratta delle informazioni fornite in merito alla memoria «Rom» degli smartphone e dei tablet, in quanto la capacità in effetti disponibile per i consumatori risultava significativamente inferiore a quella indicata dall’impresa.

L’Antitrust ha giudicato questa pratica, ai sensi del Codice del Consumo, «contraria alla diligenza professionale e idonea, mediante la diffusione di informazioni fuorvianti e l’omissione di informazioni rilevanti, a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico del consumatore medio». La stessa Autorità ne ha vietato perciò la diffusione o continuazione, stabilendo che Samsung Italia comunichi entro 60 giorni le iniziative assunte per ottemperare alla diffida.