sabato 20 dicembre 2014

Il cinismo e gli insulti dei commenti sul web

Corriere della sera
di Beppe Severgnini

Libertà di commentare non significa libertà di offendere, ferire, diffamare. Non è neppure grafomania, logorrea, isterismo. I siti di informazione non possono diventare guardiani della morale pubblica

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La libertà, come tutte le cose importanti, bisogna meritarsela. Ci sono libertà maiuscole e libertà minuscole: tra queste, quella di pubblicare un commento su un giornale. Perché i siti di notizie stanno eliminando queste sezioni, si chiede Mashable in America? Perché, restando dentro le nostre sponde, abbiamo dovuto togliere la possibilità di commentare le lettere del blog «Italians» e altre sezioni di Corriere.it? Semplice. Perché stavano diventando l’equivalente digitale dei muri nei bagni delle scuole. Con un’aggravante: a scrivere insulti, volgarità e bugie non erano adolescenti eccitati. Erano adulti imperdonabili.
I siti d’informazione non hanno né la voglia né i titoli per diventare guardiani della morale pubblica
Libertà di commentare non è libertà di offendere, ferire, diffamare. Non è neppure grafomania, logorrea, isterismo. I siti d’informazione - in Italia, in Europa, negli Usa - non hanno né la voglia né i titoli per diventare guardiani della morale pubblica. E neppure le risorse per pagare schiere di controllori che impediscano al pattume verbale di arrivare sul web. Il Guardian riceve un milione di commenti al mese. Per gestirli impegna uno staff di dipendenti e freelance che sorveglia la sezione, 24 ore al giorno. Non tutti possono permetterselo. Forse neppure il Guardian .

La cosiddetta «moderazione» - un commento per essere pubblicato deve soddisfare alcuni requisiti minimi (legali, logici) - costa. Quand’abbiamo aperto i commenti a «Italians» - nel 2011 - ci siamo accorti che occorrevano cinque persone per gestirli. Trenta scalmanati approfittavano della nuova vetrina per inveire, diffamare, pubblicare insulti sessisti o razzisti. Sapevano di rovinare il piacere della discussione a migliaia di lettori perbene? Certo. Non gliene importava nulla. Il più molesto usava dodici identità diverse, di cui due femminili. Ce ne siamo accorti perché tutti quei (pessimi) commenti arrivano dallo stesso indirizzo IP. Ovviamente, appena chiusa la sezione, lui e quelli come lui hanno cominciato a gridare: «Censura!».

Troppo sciocchi per capire che la nostra libertà si ferma dove comincia quella degli altri. Il mondo oggi fornisce troppe notizie terribili per giocarci sopra con cinismo saccente. Pensate alle stragi dell’Isis, alle esecuzioni talebane, alla nuova protervia russa. O alla vita pubblica italiana, dove dramma e farsa si mescolano quotidianamente.

C’è chi ha scelto la strada opposta, quella della demagogia, lasciando libertà di sproloquio. Il blog di Beppe Grillo, per esempio; e molti giornalisti - spesso additati dal capo - ne hanno fatto le spese. Anche questo, probabilmente, ha contribuito all’attuale Big Bang del Movimento 5 Stelle. Un luogo libertario è diventato uno sfogatoio di frustrazioni. Nei commenti era evidente da tempo.
Il dibattito partito in America
In America - scrive «Mashable» - i commenti sono stati aboliti da «.Mic», dopo il collegamento a «Drudge Report», e da «Popular Science». «Quartz» ha aperto senza prevedere un’apposita sezione. Reuters ha tolto le possibilità di commentare le notizie (non i pezzi d’opinione). «Averli o non averli è uguale», scrive Jay Rosen, docente di giornalismo alla New York University. «Basta che redattori e giornalisti siano raggiungibili, ed esista una relazione a doppio senso con i lettori». Al Corriere , ci sentiamo di dire, accade.

Qualcuno dirà: d’accordo. Ma, togliendo la sezione commenti, crudeltà, volgarità e insulti si trasferiscono sui social (Facebook, YouTube, Twitter etc). È vero, purtroppo. Ma almeno non è più un problema dei giornali, che di problemi ne hanno abbastanza. Siamo giornalisti, più o meno bravi; non guardiani di uno zoo.

20 dicembre 2014 | 08:07

Amorecane

La Stampa
massimo gramellini

Connie Ley viveva nello stato americano dell’Indiana con la sola compagnia di un pastore tedesco di nome Bela. Prima di morire ha lasciato scritto di voler essere sepolta accanto alle ceneri del cane adorato. E adesso l’esecutore testamentario pretende di mettere in pratica le sue ultime volontà, facendo sopprimere una bestia sanissima. Le leggi dell’Indiana sono dalla sua parte, perché considerano gli animali domestici alla stregua di oggetti di cui il proprietario può disporre a piacimento. Eppure le soluzioni alternative non mancherebbero e la più sensata consiste ancora nell’affidare il pastore tedesco a qualche altro umano disposto a dargli un po’ di riparo e un po’ di amore.

Amore... Quanti delitti si compiono in suo nome. Connie era convinta di amare il suo cane, come certi maschi sono convinti di amare le donne che ammazzano. Ma se desideri che una creatura muoia con te, significa che non la ami. Se picchi, tormenti, uccidi o fai uccidere una creatura che non può o non vuole più amarti, significa che non la ami. E se sostieni di compiere queste brutalità per amore, stai confondendo la passione con il possesso. L’amore non costruisce gabbie, non spezza ali e non pone condizioni. Se ami qualcuno al punto da considerarlo la tua ragione di vita, l’ultima cosa che dovresti volere è di diventare tu la ragione della sua morte. 

In fondo amare significa desiderare che la creatura amata ci sopravviva. 



#SaveBela, su Twitter la campagna per salvare il cane Bela dall’eutanasia

Corriere della sera 

di Francesco Tortora

La padrona di Bela, Connie Ley, è morta da poco. La donna aveva chiesto di essere sepolta col suo amato pastore tedesco. La legge permetterebbe l’eutanasia per Bela

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Nel suo testamento la statunitense Connie Ley, scomparsa lo scorso 25 novembre, non si è dimenticata di Bela, il pastore tedesco di nove anni a cui era legata da un profondo affetto. Nonostante l’animale sia ancora vivo e in ottima salute, la sua defunta padrona, originaria di Aurora, stato dell’Indiana, ha chiesto di essere cremata e sepolta assieme alle ceneri dell’amata Bela. La legge dello stato americano considera gli animali domestici proprietà dei loro padroni e dunque l’eutanasia potrebbe segnare molto presto la sorte del povero animale. Tuttavia da quando la notizia si è diffusa in rete, una campagna per fermare «la scellerata decisione» della donna scomparsa, intitolata #SaveBela, è stata lanciata su Twitter e la blogosfera si è mobilitata per salvare la vita dell’amica a quattro zampe.
Destino segnato
Da quando la donna è morta, il pastore tedesco è ospitato temporaneamente dall’associazione PAWS, nella contea di Dearborn. Secondo Doug Denmure, l’avvocato della defunta, la sua assistita ha contemplato nelle sue ultime volontà anche una seconda opzione per il pastore tedesco: affidarlo momentaneamente alla sua migliore amica e poi trasferirlo al Best Friends Animal Society dello Utah, organizzazione che si occupa di animali. Tuttavia secondo l’avvocato per adesso nessuno è disposto a spendere il denaro necessario per il trasferimento del cane e «se questa opzione si rilevasse impossibile o troppo onerosa per il pastore tedesco» non resterebbe che l’eutanasia: «Bela è un animale aggressivo e potrebbe diventare pericoloso soprattutto per i bambini - dichiara l’avvocato al sito Web dell’emittente televisiva locale WCPO-TV. Quando la sua padrona è morta, nessuno è potuto entrare nella stanza perché si temeva che l’animale potesse aggredire gli ospiti».
La protesta sui social
La rete però non dà peso alle preoccupazioni dell’avvocato Denmure e già tantissime persone hanno dichiarato di essere pronte ad adottare il pastore tedesco. Su Twitter sono centinaia i messaggi di solidarietà e non mancano giudizi molto critici nei confronti dell’ex padrona. Tuttavia il legale della donna defunta sostiene che nessuno ha il diritto di sindacare le sue ultime volontà: «Il cane era proprietà della mia cliente e ora è parte della sua eredità – taglia corto Denmure - Queste sono le sue volontà. Nessun estraneo ha il diritto di riscriverle e imporre decisioni diverse».

19 dicembre 2014 | 12:57

Quei processi paralleli in tv coprono il vuoto delle indagini

Corriere della sera
di di Aldo Grasso

Nel racconto televisivo sui più importanti fatti di cronaca nera vanno in onda, sempre più spesso, processi sommari. Con uno spirito, a volte, molto morboso

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Com’è noto, Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni di reclusione dalla Corte d’assise d’appello di Milano nel processo d’appello bis per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, avvenuto nel 2007 a Garlasco (Pavia). La sentenza è stata letta mercoledì sera, poco prima dei tg e poco prima della messa in onda di due programmi che hanno seguito la vicenda in maniera quasi ossessiva: «Chi l’ha visto?» (Rai3) e «Quarto grado» (Rete4).

Così un personaggio come Alessandro Meluzzi ha potuto bivaccare in video, come al solito, dal tardo pomeriggio (SkyTg24) fino a tarda notte («Quarto grado»). La famosa «realtà inconoscibile», che in un primo tempo aveva portato all’assoluzione di Stasi, è anche il terreno ideale per alimentare tutte le trasmissioni televisive che si sono dedicate, da mane a sera, all’omicidio della povera Chiara Poggi. Esattamente come hanno fatto con Sarah, Yara, Meredith e tanti altri delitti. Dobbiamo prendere atto che ormai esistono processi paralleli (quelli istruiti in tv) che cominciano a interferire pesantemente su quelli «veri». La tv, con uno spirito che a volte sfiora la morbosità, va a coprire un vuoto.

Che è quello delle indagini. Questo l’aspetto più sconvolgente. Come altri celebri casi di cronaca nera, il delitto di Garlasco è intervenuto a spostare la soglia del rappresentabile e del visibile televisivo, a modificare il rapporto complesso tra inquirenti e mass media. L’autorità giudiziaria, gli investigatori, i difensori, persino gli imputati, sanno di non potersi più esimere dal confronto con un interlocutore ingombrante: la tv. Nell’ambito di un rapporto sempre più stretto e inestricabile tra fatti di cronaca e loro rappresentazione, Pubblico ministero, consulenti informatici e medici, avvocati difensori sono diventati figure conosciute al pubblico al pari dei personaggi dello spettacolo. Chiuso, per ora, il caso Chiara, buttiamoci subito sul corpicino di Lorys.

La verità su Ilaria non interessa Per questo dico basta al premio”

La Stampa
niccolò zancan

La mamma della giornalista uccisa: una buffonata gli atti desecretati
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Poi arriva il giorno in cui sei troppo stanco e sfiduciato e alla verità inizi a non credere più. Per la signora Luciana Alpi, quel giorno è maturato molto lentamente. Dopo ventun anni di battaglie civili. Mercoledì mattina ha scritto una lettera agli organizzatori del premio dedicato a sua figlia Ilaria, uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994, mentre lavorava come inviata per la Rai. Ha scritto per dire che la storia del Premio giornalistico Ilaria Alpi può considerarsi chiusa: «Non ha più alcun senso. Era nato con l’obiettivo di trovare verità e giustizia: non le abbiamo avute. L’obiettivo è fallito. Mi sembra normale che dopo un po’ venga il momento di dire basta, grazie e arrivederci...». 

Signora Alpi, cosa ha scoperto nelle carte desecretate dal Governo?
«Niente. Questo è il punto. Nulla che non sapessimo già. Ho letto 3100 pagine, parola per parola. Me le sono portate a casa. Ho preso appunti. Anche sul numero di pagine numerate ma bianche, ancora segrete».

Quante sono?
«Oltre cinquecento. Mi spiace doverlo dire, ma al momento la desecretazione si è rivelata una mezza buffonata».

Cosa emerge dalla parte leggibile?
«Tutte cose che sappiamo. La verità è semplice. La storia di Ilaria è impressa nella mia mente. Stava facendo un’inchiesta giornalistica, il lavoro che amava. E conosco a memoria i nomi di quei signori che si occupavano di trafficare armi in Somalia. Avrebbero dovuto essere almeno sentiti...». 

Si arrende?
«Questo mai! Dopo le feste dovrebbero mandarci i documenti delle diverse commissioni parlamentari d’inchiesta. C’è molta roba. Vedremo se avranno lasciato qualcosa di interessante o un bel niente. Leggerò tutto. Non è una resa». 

Cos’è?
«Sono una donna di 81 anni. Non posso più correre dietro all’interviste. Non ha più senso fare quel premio. A che pro? Non abbiamo sortito nulla. Certo: abbiamo fatto il ventennale per la morte di Ilaria, una commemorazione toccante, un bel programma in Rai. Ma tutto finisce, in questa vita». 

Potrebbe sembrare un estremo tentativo per richiamare l’attenzione sul caso.
«No. Non è così. Non abbiamo bisogno di questi mezzucci. Nel 1999, io e mio marito, assieme al giornalista Maurizio Torrealta, abbiamo scritto un libro: era già tutto chiaro. Ma la pazienza ha un limite. Quando il mio avvocato lo riterrà opportuno, scriveremo una bella lettera alle istituzioni, in cui prenderemo atto che la ricerca della verità non è stata ritenuta interessante... ». 

Ha incontrato Pignatone, il procuratore capo di Roma?
«Due volte. E’ una persona stupenda. Un magistrato gentile, attento, che sta facendo indagini importantissime. Si è fatto raccontare tutta la storia di Ilaria, dagli albori. Vedremo...».

Cosa la tormenta?
«A marzo sono 21 anni che la mia ragazza non c’è più. Il tempo non è dalla nostra, è dalla parte degli assassini. Le prove se ne vanno... Ma io spero ancora, anche se la mia vita non sarà lunghissima, vorrei sapere prima di morire. Mio marito se ne è andato disperato per questo... Ma se non ce la farò, pazienza. Tanto la verità storica la conosciamo tutti».

Può spiegarla a un ragazzo di 18 anni?
«La giornalista Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin sono stati uccisi in un agguato. Gli hanno sparato in testa. Sono stati uccisi perché stavano facendo un’inchiesta su un traffico d’armi e rifiuti. Basterebbe approfondire». 

Ilaria Alpi sarebbe orgogliosa della tenacia di sua madre.
«Lei pensava che fare giornalismo in modo serio pagasse sempre, era la settima volta che andava in Somalia. Invece ci ha rimesso la vita a 32 anni. Come madre, non lo posso sopportare. Voglio la verità, la rassegnazione non mi appartiene».