lunedì 15 dicembre 2014

Islam e mafia eguali sono

Livio Caputo

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Ci si può credere o non credere, ma la fonte è autorevole: Raymond Ibrahim sul Middle East Forum, una delle pubblicazioni più serie sulle vicende del Medio Oriente. La sua tesi è che la parola mafia deriva dall’arabo “mahya” (che può essere tradotto con prepotenza) e che l’onorata società ha in realtà le sue radici nei due secoli di dominazione araba della Sicilia durante il Medioevo. Ma la parte più interessante dell’articolo riguarda le somiglianze nell’operato tra gli jihadisti seguaci del Corano e i nostri mafiosi. Eccone, qui di seguito, gli esempi più significativi.

LA STRUTTURA DI COMANDO.- Nella mafia (almeno nella versione cinematografica, che sembra il punto di riferimento di Ibrahim) c’è un padrino, che ha un controllo assoluto sulla organizzazione, è relativamente inaccessibile ai picciotti e comunica i suoi ordini attraverso un sotto-capo. Egli è come Allah, definito “Irraggiungibile, intoccabile, inconoscibile”, che a sua volta comunica con i fedeli attraverso un messaggero, Maometto.

DIVISIONE DEL BOTTINO- Il padrino ha sempre diritto a una parte del ricavato delle operazioni dei suoi sottoposti. Secondo il versetto 8.41 del Cortano, “un quinto del bottino acquisto dai fedeli in combattimento spetta ad Allah e al suo messaggero”.

ASSASSINII. Il padrino ordina attraverso il suo braccio destro l’uccisione di coloro che ritiene nemici mortali della  ”famiglia”. Parimenti, Allah attraverso Maometto o i suoi successori ordina la eliminazione di coloro che lo insultano: è avvenuto anche di recente, con le fatwe (per fortuna non portate a compimento) contro scrittori, disegnatori, giornalisti accusati di avere insultato la religione.

SENSO DI APPARTENENZA- La fedeltà al capo è una delle regole fondamentali delle famiglie mafiose. I picciotti sono anche tenuti a essere sempre disponibili ad eseguire un ordine. Se sgarrano, per esempio diventando pentiti, la pena è la morte. Ma l’organizzazione è anche come una fratellanza, nel senso che tra gli affiliati deve regnare solidarietà e armonia. Molto simile è la struttura dell’Islam: anche qui, la regola numero uno è l’obbedienza, anche se obbedire significa uccidere.

PUNIZIONE DEI TRADITORI – Nella mafia, come nell’Islam, non c’è nessuna pietà per chi tradisce. Nella mafia si elimina chi viola le leggi della lealtà al padrino e dell’omertà, nell’Islam gli apostati, cioè coloro che passano a un’altra religione. L’apostata, secondo la Sharia, può essere eliminato da qualsiasi buon  musulmano, e spesso questo avviene all’interno di una stessa famiglia.

IL PIZZO COME LA JIZYA – Il pizzo, come tutti sanno, è il danaro che la mafia esige da commercianti, industriali, imprenditori vari, in teoria  per “proteggerli”, in pratica per ricattarli. La Jizya è il tributo che devono pagare i non musulmani – ebrei, cristiani, buddisti – per potere vivere in un Paese a dominazione islamica senza convertirsi. “Se rifiutano di accettare l’Islam” ha detto il profeta o messaggero di Allah” pretendete da loro la jizya. Se accettano di pagare, lasciali tranquilli. Se rifiutano, chiedi l’aiuto di Allah e combattili”. In realtà, sia il pizzo sia la jizya sono una specie di barbara assicurazione sulla vita.

L’OFFERTA CHE NON PUOI RIFIUTARE – Chi ricorda “Il Padrino” sa che una “offerta che non puoi rifiutare” significa in realtà un yltimatum: o fai come ti ordino o subirai le conseguenze del tuo rifiuto. Quando gli islamici si impadroniscono di un territorio abitato dagli infedeli, danno loro tre possibilità: convertirsi, mantenere la propria religione, pagando la jizya e diventando dhimmi, cittadini di seconda classe o essere messi a morte. L’ISIS, nei territori conquistati in Siria e in Iraq, si è comportata esattamente così.

A molti lettori i paralleli potranno sembrare un po’ tirati per i capelli, ed anche il sottoscritto non ne è persuaso al cento per cento. Tuttavia, molte analogie sono reali, e il fatto che una pubblicazione di indubbia serietà abbia dedicato un lungo articolo per metterle in mostra le rende ancora più degne di attenzione. La storia, spesso, percorre strade segrete e misteriose. La teoria che la mafia discende dall’Islam è sicuramente ardita, e nessuno è tenuto a sposarla; ma, di questi tempi, vale la pena almeno di conoscerla.

Francia, sindaco anti-islamici impone il maiale a scuola

Ivan Francese - Lun, 15/12/2014 - 15:50

Bufera sul sindaco di un paese nella regione della Loira, che però si difende: "Non mi devo adattare alle esigenze religiose, la Francia è laica"

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La Francia è una nazione laica e chi mangia alla mensa della scuola deve adattarsi. In ossequio a questo principio il sindaco di Sargé-lès-Mans, nella regione della Loira, ha stabilito che dal primo gennaio 2015 nella scuola multietnica della città si applicherà il principio "o maiale o niente": un chiaro messaggio per gli studenti islamici.

"ll sindaco non è tenuto a fornire i pasti che rispondono alle esigenze religiose - ha spiegato alla radio il primo cittadino Marcel Montreau - Questo è il principio di laicità”. Parole che trovano un eco anche nelle dichiarazioni dei direttori di altre scuole pubbliche in tutta la Francia, contrari ad adattare i menu alle esigenze religiose ed alimentari degli studenti.
Immediate le proteste dei genitori di bimbi musulmani: "I menu alternativi non hanno mai creato problemi e sono previsti per regolamento. Il sindaco però vuole semplicemente cancellare questa clausola."

Come riporta Le Figaro, a Sargé-Lès-Mans ventisette allievi della scuola su 220 non mangiano maiale: dall'anno prossimo, dovranno cambiare abitudini. O cambiare scuola.

Assalti ai distributori di benzina col Suv: sgominata banda dell’ariete

Corriere della sera
di Roberto Rotondo

Arrestate otto persone. A capo del gruppo il «leader» del campo nomadi di via Negrotto, a Quarto Oggiaro, scelto dal Comune come portavoce della comunità

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Si erano specializzati nel saccheggiare i distributori di benzina, distruggendo le colonnine del self service. I carabinieri di Varese hanno sgominato una banda di nomadi considerati responsabili di 31 «colpi» tra rapine, furti e tentati furti in varie province lombarde: Milano, Pavia, Bergamo, Lodi, Varese. In manette sono finite otto persone. Il capo della banda era Romeo Cudorovic, 58 anni, il «leader» del campo nomadi di via Negrotto, a Quarto Oggiaro, Milano. L’uomo gode di un prestigio indiscusso all’interno del campo: tra l’altro, era stato scelto come portavoce della sua comunità nella Consulta rom presso il Comune di Milano.

Il gruppo assaltava con armi da guerra le stazioni di rifornimento e distruggeva le colonnine con ruspe, camioncini e Suv appena rubati, usando i mezzi come un ariete, da cui il nome dell’operazione. Nel video di una delle rapine, a Landriano (Pavia), il 12 maggio scorso, si vede la banda distruggere una colonnina adoperando un camioncino della spazzatura. Ma il mezzo si incastra e a quel punto per poterlo liberare i malviventi usano come ariete un Porsche Cayenne rubato poco prima.

VIDEO : Varese, assalto col camion ai distributori di carburante

I rom colpivano preferibilmente i distributori della TotalErg e della Q8. Rubavano in anticipo i mezzi da adoperare come arieti e li parcheggiavano in zone pubbliche nei presi del campo rom, spostandoli ogni giorno per non farli identificare come rubati. Le targhe erano spesso clonate. Il reparto operativo dei carabinieri di Varese, con il pm Nadia Calcaterra della procura di Busto Arsizio, ha sequestrato 9 auto di grossa cilindrata, 7 trattori agricoli, 5 veicoli industriali e 5 macchine da cantiere, per un valore complessivo intorno ai 2 milioni di euro.

Le rapine hanno fruttato circa 300mila euro. In qualche caso si è rischiato anche il ferimento di ignari passanti. Ad Abbiategrasso, lo scorso marzo, un automobilista che voleva fare benzina è stato minacciato con una pistola da un uomo incappucciato, e in altre due occasioni a Bollate e Saronno i banditi hanno sparato con un mitragliatore per cercare di scardinare la colonnina.

15 dicembre 2014 | 16:22

Google News, gli editori spagnoli fanno marcia indietro

Corriere della sera
di Martina Pennisi

Dopo l'annuncio della chiusura del servizio, l’associazione di settore torna sui suoi passi chiedendo un intervento delle autorità e aprendo alle trattative con Mountain View

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Quando bluffi ti assumi il rischio di veder calare sul piatto una carta più alta della tua. E di perdere la partita. È quanto sta succedendo in Spagna, in seguito alla decisione di Google di chiudere l’aggregatore di notizie Google News a partire da martedì 16 dicembre. La scelta del motore di ricerca si deve all’entrata in vigore dal prossimo 1° gennaio di una legge che impone al servizio di Mountain View e a soluzioni analoghe di pagare agli editori la pubblicazione anche di piccoli frammenti di testo. A chiedere al Governo l’intervento normativo è stata l’associazione spagnola degli editori (Aede), che analogamente alla nostra Fieg cerca di recuperare parte del terreno e degli introiti perduti facendo valere il diritto d’autore.
Posizione dominate
Dopo soli tre giorni dall’annuncio della decisione di Google, però, è arrivata la marcia indietro. Secondo quanto riporta The Spain Report, l’Aede torna a rivolgersi alle autorità spagnole e comunitarie per fermare la chiusura del servizio. La decisione di Google “avrà senza dubbio un impatto negativo sui cittadini e sulle imprese spagnole”, scrive l’associazione. La richiesta non è priva di stoccate a quello che continua a essere identificato come nemico comune e definito in “posizione dominante”. Ed è qui che la mossa apparentemente senza senso degli editori spagnoli si fa più chiara. I precedenti di Germania e Belgio hanno già dimostrato come l’uscita di scena di Google News non convenga a nessuno.

I giornali tedeschi, in particolare, hanno riscontrato un calo del traffico del 40% in poche settimane e, visto che nei loro confini non si era trattato di chiusura vera e propria ma di uscita volontaria delle testate dalla piattaforma, sono tornati sui loro passi. Come la Spagna, hanno però spostato il discorso, ancora aperto, sulla posizione dominante del servizio di Google. In Belgio, come in Francia, si è invece verificato l’epilogo a cui probabilmente puntava l’Aede: il pagamento di un contributo una tantum alla causa dell’editoria digitale. 60 milioni di euro, nel caso dei francesi. L’associazione spagnola, infatti, conclude la sua comunicazione dicendosi aperta a eventuali trattative. La palla, adesso, a Google.

15 dicembre 2014 | 15:06

Premio per le azioni più stupide: ecco il Darwin awards

Il Messaggero
di Antonio Bonanata

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​Dare dell’idiota a un individuo di sesso maschile, oltre che un insulto, da oggi potrebbe essere considerato la constatazione di un dato di fatto. Secondo uno studio condotto da alcuni medici britannici, infatti (pubblicato sul numero speciale per il Natale del British Medical Journal), gli uomini, oltre ad essere più propensi - rispetto alle donne - a tenere comportamenti rischiosi, sono anche più portati a compiere atti temerari e di per sé “stupidi”, che non apportano loro alcun beneficio. Per questo, gli autori hanno deciso di definire la ricerca “teoria dell’idiozia maschile”.

Lo studio ha preso le mosse dall’archivio del premio Darwin, un simpatico riconoscimento attribuito a coloro che, morendo, hanno dato un contributo all’evoluzione dell’umanità (nel senso di non trasmettere i propri geni alle generazioni successive). Per avere un’idea di cosa sia questo premio, basti pensare che tra i premiati c’è un terrorista che aveva spedito per posta una bomba carta a cui mancavano i francobolli necessari. Rispedito il plico al mittente, l’attentatore non fu in grado di riconoscere il pericoloso involucro e, aprendolo, rimase ucciso dallo scoppio dell’ordigno. Riesce difficile credere che una simile storia sia vera, ma il premio Darwin è ormai riconosciuto come la divertente raccolta delle più assurde dimostrazioni d’imbecillità umana.

Lo studio, capeggiato da John Isaacs, direttore dell’Istituto di medicina cellulare dell’università di New Castle, ha preso in esame tutti i premiati dal 1995 al 2014, distinguendoli per sesso. Dei 318 casi confermati, 282 erano attribuiti a uomini e solo 36 a donne. Gli individui di sesso maschile erano quindi i protagonisti per l’88% di episodi di pura idiozia, “una percentuale statisticamente molto significativa”, dice la ricerca. «Questi risultati aderiscono perfettamente alla teoria dell’idiozia maschile e confermano la tesi che gli uomini sono idioti e commettono sciocchezze» concludono gli autori, i quali però ammettono la presenza di punti oscuri.

Il premio Darwin, ad esempio, viene attribuito sulla base di una votazione anonima, il che porta a sospettare che le donne, per solidarietà, votino più contro gli uomini che contro il proprio sesso. Avrà influito anche il genere di appartenenza dell’ideatrice e coordinatrice del premio, la biologa molecolare Wendy Northcutt. Parte delle differenze possono anche essere spiegate con il maggior consumo di alcool tra gli uomini rispetto alle donne. Sta di fatto che i premiati con il Darwin avrebbero indubbiamente un vantaggio evolutivo se riuscissero a sopravvivere ai propri atti avventati, ma questo è tutto da dimostrare, sostengono gli autori della ricerca.

Correlata a questo studio, c’è un’altra interessante inchiesta condotta da un medico dell’università di Auckland (Nuova Zelanda). Bruce Arroll ha deciso, infatti, di dare una risposta scientifica ai pazienti che gli chiedevano perché nella sala d’attesa del suo studio, e di quasi tutti gli studi medici in generale, ci fossero solo riviste di gossip vecchie. La sua indagine, anch’essa pubblicata sul British Medical Journal, dimostra che i giornali di gossip hanno una possibilità superiore di 14 volte di essere sottratte dai pazienti rispetto ad altri tipi di pubblicazioni, magari più seriose e autorevoli, come The Economist o Time, in grado di resistere un intero mese senza essere fatte sparire.

La media dei furti è di una rivista al giorno e i giornali sottratti sono in maggioranza i più recenti. Ecco perché al dottor Arroll conviene tenere solo pubblicazioni vecchie.

Stati Uniti, ecco le leggi più folli in materia di sesso

Il Messaggero
di Antonio Bonanata

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Se vi trovaste in Colorado e per qualche ragione voleste baciare una donna che sta dormendo (magari la vostra), non potreste: una legge dello stato vieta di farlo. In Alabama, invece, è proibito sedurre una donna casta (riconoscibile da qualche scritta sulla fronte, tipo “donna casta”?) ricorrendo a varie abilità, tra cui inganno, tentazione, semplici complimenti, capacità artistiche fino alle classiche e mai passate di moda proposte di matrimonio. Insomma, praticamente tutto.

Ai poveri Don Giovanni dell’Alabama, quindi, non resterebbe che il fascino dello sguardo, un innato e prorompente charme (e beati i fortunati che ce l’hanno) e poche altre doti, magari debitamente nascoste per evitare guai con la legge. Non sono scherzi ma articoli di legge, disposizioni normative messe nero su bianco e ancora oggi in vigore in alcuni dei 50 stati degli Usa. Legislatori a dir poco fantasiosi hanno deciso di regolare una delle materie escluse dalla competenza del governo centrale: il sesso. Si tratta nella maggior parte dei casi di retaggi di epoche, esigenze e costumi passati ma il fatto che ancora non siano state abolite è pur sempre un dato che induce a riflettere. O, a seconda delle situazioni, a divertire.

In Indiana coloro che hanno “tendenza abituale a baciare altri esseri umani” non possono portare i baffi, per l’eventuale fastidio che le partner potrebbero lamentare. In Minnesota non può fare sesso con la propria moglie chi ha l’alito che odora di aglio, cipolle o sardine: interessante che siano state espressamente indicate le tre sole eventualità in cui scatta il divieto; se, per dire, l’alito odorasse di qualcos’altro, il bacio sarebbe lecito, per la gioia delle fortunate consorti.

In Wisconsin è vietato sparare un colpo di pistola se la propria partner sta avendo un orgasmo. Nello stato di Washington non si può fare sesso con una vergine, senza eccezioni neppure per la prima notte di nozze! Dubbio legittimo: in teoria, quindi, tutte le donne dovrebbero essere vergini per tutta la vita, dato che nessuno può fare sesso con loro. Ma le assurdità non finiscono qui: in Kentucky una donna non può circolare in bikini in autostrada (quante ne avete incontrate, nella vostra vita, ammettetelo…) a meno che non sia scortata da almeno due poliziotti e sia armata di bastone.

In Massachusetts una legge dello stato è arrivata a vietare di far sesso con il clown di un rodeo, se sono presenti dei cavalli. Basta cambiare luogo, quindi, e il problema è risolto. Ma chi pensa che questi provvedimenti non abbiano conseguenze concrete nella vita di chi incappa in simili sanzioni, si sbaglia: nel Michigan se una persona non sposata viene scoperta a fare sesso può essere condannata fino a cinque anni di prigione e a 5 mila dollari di multa.

Niente come una legge del New Jersey, tuttavia, obbliga a districarsi, e non solo metaforicamente, tra i lacci e lacciuoli delle normative a tutela del buon costume: le coppie possono fare sesso in auto (restano esclusi - come in qualsiasi altro luogo - gli atti osceni) ma, se durante il rapporto suonano per sbaglio il clacson, rischiano l’arresto. Puro contorsionismo legislativo. Insomma, spesso si accusa l’Italia di avere troppe leggi, e molte assurde o inutili. Ma, a scorrere questa lista, neanche gli Stati Uniti pare che siano messi meglio.

Natale non è consumismo ma aiutare. La Chiesa è vicina ai rom»

La Stampa
GIACOMO GALEAZZI

Nella borgata di Primavalle il Papa mette in guardia da «Suor Lamentela» ed esorta i preti a non allontanare dalle messe i bambini che piangono

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Parla a braccio come un parroco alla sua comunità, incontra quaranta tra i rom che a Torrevecchia e Primavalle sono stati contestati una settimana fa con manifestazioni xenofobe davanti alle scuole frequentate dai bambini dei campi nomadi. «Non è cristiano vivere il Natale con l'angoscia del consumismo». E invece «ci sono tante persone che non sanno ringraziare Dio: sempre cercano qualcosa per lamentarsi», ha detto papa Francesco nell'omelia della Messa alla parrocchia romana di San Giuseppe all'Aurelio. «Io conoscevo una suora, lontano da qua questa suora era buona, lavorava, ma la sua vita era lamentarsi per tante cose che succedevano, tanto che l'avevano chiamata “suor Lamentela”». «Un cristiano non può vivere così - ha proseguito il Papa -, sempre cercando di lamentarsi.

“Ma io non ho questo, o io non ho quello”, non è cristiano». Quella alla chiesa di San Giuseppe all'Aurelio sulla via Boccea è la sesta visita pastorale di Papa Francesco a una parrocchia della diocesi di Roma. La quinta a una parrocchia della città, perché la scorsa primavera una delle visite fu fuori Comune, a una chiesa nel comune di Gudonia Montecelio. Accanto alle sei visite pastorali ci sono poi altre tre visite a parrocchie a titolo privato: a Prima Porta per ammirare il presepe vivente, a Gregorio VII per incontrare le vittime della mafia, infine, alla Basilica di Santa Maria in Trastevere per incontrare la Comunità di Sant'Egidio.

«Preghiera, rendimento di grazie e aiuto agli altri: così arriveremo al Natale dell'”Unto”, cioè di Cristo, “unti” dalla grazia. Che la Madonna ci accompagni in questa strada verso il Natale e alla gioia. Eh, mi raccomando, la gioia». Secondo Francesco, «fa male trovare cristiani con la faccia amareggiata, con quella faccia inquieta dell'amarezza, che non è in pace. Mai un santo o una santa ha avuto la faccia funebre, mai: sempre i santi hanno la faccia della gioia, o almeno, nelle sofferenze, la faccia della pace».

«Nella sofferenza massima, il martirio di Gesù, lui aveva una faccia di pace e si preoccupava degli altri, della madre, di Giovanni, degli altri». Inoltre «i bambini piangono, fanno rumore, vanno di qua e di là. Ma mi dà tanto fastidio quando in chiesa un bambino piange e c'è chi dice che deve andare fuori. Il pianto del bambino è la voce di Dio: mai cacciarli via dalla chiesa» ha detto Francesco incontrando le famiglie dei bambini battezzati nell'ultimo anno. «Il loro pianto è la miglior predica», ha quindi aggiunto il Pontefice.

«“Ah Padre, noi facciamo un bel pranzone”: ma quella non è la gioia cristiana di cui parliamo oggi», assicura Bergoglio. La gioia «ci porta anche a fare festa, è vero ma è un'altra cosa. E per questo la Chiesa vuol far capire cosa sia questa gioia cristiana». «L'apostolo San Paolo ai Tessalonicesi dice “fratelli, siate sempre lieti”. E come possiamo essere lieti? Lui dice "pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie". La gioia cristiana la troviamo nella preghiera e anche nel rendere grazie al Signore per le tante cose belle».

Per avere questa gioia cristiana «primo pregare e secondo rendere grazie». E «come faccio a rendere grazie? Ricorda la tua vita e pensa a tante cose buone che la vita ti ha dato». Ha sottolineato il Papa: «Ma padre, è vero, ma ho ricevuto tante cose cattive». D'accordo ma pensa alle cose buone: «Ho avuto una famiglia cristiana, genitori cristiani, grazie a Dio lavoro, la mia famiglia non soffre la fame, siamo tutti sani. Abbiamo tante cose per rendere grazie e questo ci abitua alla gioia». Un'altra dimensione che ci aiuterà ad avere la gioia è «portare agli altri il lieto annuncio».

Noi «siamo cristiani, e questo viene da Cristo, e Cristo significa unto: noi siamo unti, lo Spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione». Cristiani vuol dire unti perché «ci porta a fare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe, a liberare gli schiavi, a promulgare l'atto di grazie del Signore». Questa è «la vocazione dei cristiani: andare dagli altri, da quelli che hanno bisogno, sia bisogni materiali sia spirituali, tanta gente che ha angoscia per i problemi familiari». Cioè «portare la pace, portare l'olio di Gesù che fa tanto bene e consola le anime».

Francesco ha incontrato un gruppo di 40 rom del Campo Nomadi che si trova nella Tenuta Piccirillo, nell'ex campeggio Green River a Prima Porta. «La Chiesa vi è vicina, è sempre accogliente, specie questa parrocchia. Siate sempre vicini alla Chiesa. Non perdete la speranza». Queste famiglie, una delle quali è composta da 18 persone, sono state «adottate» dalla parrocchia di San Giuseppe all'Aurelio. Nel discorso «di speranza e incoraggiamento» che il Pontefice ha pronunciato a braccio, anche l'invito ai rom a «cercare il lavoro e l'integrazione, senza mai disperare». «Non perdete mai la speranza nel futuro.

Vi ringrazio per l'accoglienza che mi avete riservato», ha detto inoltre Bergoglio che ha poi salutato (spesso con un abbraccio) ciascuno dei rom presenti e i volontari della Comunità di Sant'Egidio che li aiutano.

Project Goliath, la lotta dei grandi di Hollywood contro Google

La Stampa
federico guerrini

Dalle mail trafugate a Sony emerge un accordo per combattere la pirateria dei film online: il primo passo è impedire che i siti illegali vengano indicizzati nel motore di ricerca più usato del mondo

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Ogni volta che si verifica una fuga di notizie, un “leak” in gergo, con la pubblicazione su Internet di documenti riservati assieme all’indignazione e allo scandalo, parte la caccia a spulciare le email e file trafugati per scoprire dettagli scottanti. È quanto sta avvenendo anche per l’intrusione informatica avvenuta a inizio dicembre a scapito di Sony Pictures.

Fra le indiscrezioni più interessanti raccolte finora dai giornali americani, c’è la rivelazione di un piano messo a punto dalla Motion Pictures Association of America (Mpaa) assieme ad alcuni grandi studi cinematografici di Hollywood per attaccare la politica in materia di diritto di autore di un avversario chiamato “Goliath”, in cui molti hanno identificato Google. 

Goliath è visto dalla Mpaa e da Sony, Paramount, Fox, Warner Bros, Disney e Universal come uno dei principali nemici nella lotta contro la pirateria. L’obiettivo principale del gruppo è quello di rendere irraggiungibili i siti contenenti materiale protetto da copyright e sviluppare tecniche per bloccare e identificare file condivisi illegalmente. Uno dei primi passi per ottenere ciò, si evince dalla messe di dati trafugati, è far sì che i siti pirati non siano indicizzati. Ed è qui, presumibilmente, che entra in gioco Google. 

La multinazionale di Mountain View ha sempre avuto un rapporto difficile con le major, che l’hanno spesso accusata di non fare abbastanza contro la pirateria e di fare orecchio da mercante alle richieste di maggiore rigore. Per questo, Mpaa e gli altri, a quanto risulta dalle email, avrebbero deciso di allearsi con l’associazione nazionale degli Avvocati Generali (che raggruppa le massime cariche legali di ciascun Stato americano), o perlomeno, con parte di essa, per avviare dei procedimenti legali contro Goliath. 

Sarebbe anche stato stanziato un budget separato – 70.000 dollari - per attività investigative volte a scoprire altri punti deboli dell’avversario, un’operazione denominata “Keystone”. Lo sforzo congiunto, che avrebbe dovuto dispiegarsi nel corso di molti anni e che avrebbe dovuto tener conto, scrive il manager di Sony Steven Fabrizio, della “possibile ricaduta negativa in termini di pubbliche relazioni di una simile strategia”. 

Il ricordo della reazione delle associazioni per i diritti civili, di alcune multinazionali e di gran parte dell’opinione pubblica di fronte al tentativo di imporre un provvedimento di legge, lo Stop Online Piracy Act (Sopa) che avrebbe sì stroncato la pirateria, ma con effetti collaterali dirompenti sulla libertà di espressione in Rete, è ancora fresca nella memoria dei dirigenti Sony. Che perciò progettano anche azioni mediatiche volte ad amplificare le notizie negative relative a Google/Goliath e a controbattere la propaganda a favore del nemico. 

Fanno quasi tenerezza, questi potentissimi capi di multinazionali che cospirano come carbonari per danneggiare un avversario che chiaramente temono, tanto da non riuscire nemmeno a nominarlo per esteso. Un po’, fa notare Business Insider , come nella saga di Harry Potter il cattivone Voldemort viene definito “colui che non si deve nominare”. 

Rassegnati comunque a fare loro la parte dei cattivi, davanti all’opinione pubblica, anche se di fronte a sé non hanno una timida startup, ma una delle aziende più potenti della terra, con un fatturato superiore a quello di molti Stati e in grado di fare attività di lobbying nei confronti di Washington come e meglio di loro. Tanto da vedersi come il piccolo Davide che deve lottare contro il gigante. Potrebbe essere il copione di un film di successo; l’unico problema, a leggere fra le righe, è che non l’hanno scritto loro. 

In Europa è boom dei contatori intelligenti

La Stampa
carlo lavalle

Attualmente, sono Italia, Spagna e i paesi del Nord ad avere il maggior numero di contatori intelligenti in Europa

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Il 70% degli utenti avrà in Europa un contatore intelligente per l’energia elettrica entro il 2022. E’ la stima di Berg Insight contenuta nel nuovo rapporto “Smart metering in Europe ”. Alla fine del 2014, gli smart meter - piccoli dispositivi elettronici installati nell’abitazione, utilizzabili per controllare i consumi e risparmiare sulla bolletta - nella zona Ue, saranno 67,9 milioni. La società di ricerca svedese - specializzata in analisi sulla diffusione di tecnologia M2M e Internet delle cose – calcola un corrispondente tasso di penetrazione del 24%. Nel 2020 questa percentuale è destinata ad aumentare notevolmente fino a raggiungere quota 58%, rispetto ad una platea di 281 milioni di consumatori di energia elettrica nei 28 (+ 2) paesi dell’Unione europea.

Questo obiettivo potrà essere centrato grazie soprattutto ai programmi di roll-out previsti in Spagna, Francia, Gran Bretagna e altre nazioni minori. Attualmente, sono Italia, Spagna e i paesi del Nord ad avere il maggior numero di contatori intelligenti in Europa. Tra il 2014 e il 2020 la base installata sarà pari a 163,8 milioni di unità mentre nel 2022, con un ulteriore balzo in avanti, gli smart meter arriveranno a 199,7 milioni.

Per l’Italia, peraltro, Berg Insight prevede che, verso il 2020, una nuova generazione di contatori elettronici intelligenti comincerà a rimpiazzare i vecchi modelli, giunti alla fine del loro ciclo di vita tecnologico. Tra i paesi europei più importanti, la Germania è ancora in ritardo, anche perché il governo giudica troppo costosa per i consumatori la diffusione generalizzata degli smart meter, ma le autorità tedesche hanno studiato un piano per la loro introduzione nel 30% delle abitazioni. 

Nel 2014, comunque, 17 Stati membri Ue avranno approvato provvedimenti per l’adozione su vasta scala di dispositivi elettronici intelligenti. A giugno, peraltro, una relazione della Commissione europea ha riscontrato notevoli progressi rispetto agli obiettivi stabiliti nell’ambito del terzo pacchetto Energia. Sotto questo aspetto, gli Stati membri devono assicurare all’80% dei consumatori la dotazione di sistemi intelligenti per il settore elettricità entro la data del 2020. Ad oggi, la Commissione ha registrato l’installazione di quasi 45 milioni di contatori elettronici in tre paesi (Finlandia, Italia e Svezia). Il che equivale al 23% di quelle previste nell’UE per il 2020. 

In questo quadro, Berg Insight sottolinea il ruolo chiave dei singoli governi nell’implementazione dei programmi di roll out. Italia, con oltre 34 milioni di misuratori intelligenti già predisposti, e Svezia, sotto questo profilo, sono storicamente all’avanguardia. Anche la Francia ha compiuto importanti passi in avanti nel 2014 grazie all’attività di gestori di rete come ERDF e GrDF. La Gran Bretagna, invece, sposterà probabilmente al 2017 il programma di adozione su vasta scala degli smart meter mentre, contemporaneamente, nei paesi dell’Europa dell’Est, segnatamente Polonia e Lettonia, sono stati annunciati diversi nuovi progetti di sviluppo. 

Ma la soluzione contatori intelligenti comincia a decollare, in Europa, anche nel comparto del gas. Per Berg Insight sette paesi, tra cui l’Italia, hanno concluso positivamente la loro valutazione costi-benefici. L’Olanda ha deciso di rendere obbligatoria l’installazione di smart meter per il gas per i nuovi allacci e la Gran Bretagna ha avviato sostituzioni su piccola scala. A fine 2014 saranno 2,5 milioni i contatori in funzione, cifra corrispondente ad un tasso di penetrazione di circa il 2%. Secondo Berg Insight, però, nei prossimi anni assisteremo ad un vero e proprio boom nel settore gas. Nel 2020 saranno 49 milioni gli smart meter installati con Italia, Francia e Gran Bretagna a trainare questa crescita. 

Rame sequestrato ai nomadi, il tribunale: "Restituiteglielo"

Ivan Francese - Dom, 14/12/2014 - 17:14

Il Tribunale del riesame impone la restituzione del rame ai nomadi perché "non si può appurarne la provenienza illecita"

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I carabinieri sequestrano sei quintali di rame ai nomadi ma il Tribunale del riesame di Vicenza sentenzia che "l'oro rosso" va restituito agli occupanti del campo rom perché non è stato possibile appurarne la provenienza illecita. Secondo quanto scrive Il Gazzettino, il sequestro era avvenuto durante un blitz, effettuato dai militari dell'Arma e dagli agenti della polizia locale del capoluogo veneto, nell'accampamento di nomadi di Torri di Quartesolo, in via Longare.

Il legale dei rom si è però rivolto al Tribunale del riesame per ottenere la restituzione del materiale sequestrato, accordata dal magistrato perché "non è stato possibile dimostrare che fosse opera di furto o di altra provenienza illecita". Il quotidiano veneto aggiunge anche che, oltre all'ingente quantità di rame, all'interno del furgone perquisito dai militari, erano stati rinvenuti anche attrezzi vari e e alcune quantità di ferro e di acciaio.

Quello dei furti di rame è un fenomeno in costante crescita da ormai alcuni anni. Ad essere presi di mira sono soprattutto i cavi, ma non di rado capita anche che ad essere oggetto di furto siano anche lastre metalliche e piccoli manufatti d'artigianato; contro i furti di rame ha istituito un osservatorio anche il ministero dell'Interno.

Oslo, scoperta rete di «ascolto» L'ombra dello spionaggio straniero

Corriere della sera

di Guido Olimpio

Scoperte una serie di «stazioni» per spiare i telefonini e il relativo traffico nel cuore di Oslo. Parlamento compreso. Ma i servizi norvegesi negano ogni coinvolgimento

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Una serie di «stazioni» per spiare i telefonini e il relativo traffico nel cuore di Oslo. Ministri, capo del governo e parlamentari nel mirino di una misterioso apparato creato nella capitale norvegese. A scoprirlo un’inchiesta del quotidiano «Aftenposten» con l’aiuto di due società di sicurezza.
Le «antenne»
I giornalisti usando uno speciale cellulare criptato hanno condotto una serie di test ed hanno scoperto false «antenne» per la telefonia mobile. Tutte in zone sensibili di Oslo e anche nell’area del Parlamento. Secondo l’indagine si tratterebbe di un sistema che può captare il traffico (email, sms) ed è anche in grado di perforare alcuni «scudi»di protezione. I responsabili di questa attività illegale hanno chiaramente puntato esponenti del mondo politico, economico e membri dell’esecutivo. Per captare le loro comunicazioni ma anche per ricostruirne i movimenti.
Le indagini
Nessun elemento preciso su chi ci sia dietro l’operazione. Le autorità norvegesi hanno escluso che la rete appartenga alla polizia oppure ai servizi di sicurezza. Esperti consultati dal quotidiano hanno sottolineato che si tratta di materiale molto sofisticato e accessibile solo ad un’intelligence. Quindi si resta nel campo delle ipotesi. E’ un’azione della Nsa statunitense? O sono invece i russi? Forse le indagini del controspionaggio potranno trovare la risposta.
Al centro dello spionaggio
La Norvegia, insieme agli altri stati scandinavi, è molto vicina all’area dove spesso avvengono «incidenti» che coinvolgono aerei inviati da Mosca in voli di ricognizione. Sul territorio norvegese sono poi presenti alcuni grandi depositi militari che ospitano grandi quantità d mezzi militari Usa. E, come ha ammesso l’intelligence locale, «sono anni che il paese è bersaglio dello spionaggio straniero».

14 dicembre 2014 | 22:08