sabato 6 dicembre 2014

Il Pd deve ripulirsi, l’ora delle scuse è arrivata per tutti

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Il sindaco Marino può rivendicare la sua estraneità alle indagini, ma la giunta è accusata di essersi fatta coinvolgere nei traffici illegali

1
S e fosse la mafia ad essersi messa in tasca la città, non si capirebbe davvero per quali contorcimenti logici, o per quale ambiguo senso delle opportunità, Roma non debba seguire la sorte dei tanti piccoli e grandi Comuni sciolti a causa delle infiltrazioni mafiose. Si dice sempre che le inchieste giudiziarie non devono dettare i tempi della politica (e viceversa). Ma i magistrati di Roma, invocando quel termine terribile e mostruoso - «mafia» - come connotazione dell’intreccio malavitoso in cui Roma rischia di soffocare, si sono consapevolmente presi una grossa responsabilità.

Se quel groviglio di malaffare comunque maleodorante non fosse «mafia», la magistratura avrebbe giocato troppo pesantemente. Se fosse «mafia», se le parole hanno un senso, se la giustizia vuole essere diversa dai modi di dire e dalla narrazione noir in salsa capitolina, allora il destino di Roma, la capitale d’Italia, diventa un problema politico che richiede tagli drastici. Si invocano rotture e «discontinuità» in continuazione, cosa deve aspettare ancora la politica romana? Non è sufficientemente squassante la mafia in Campidoglio a far da padrona?

I cittadini italiani da tempo contribuiscono a pagare la montagna di debiti di Roma, evitandone il default. Non è giusto che un cittadino italiano non debba sapere come viene dilapidato il suo contributo. Ed è sconvolgente il sospetto che il denaro pubblico vada a puntellare un’istituzione inquinata dalla mafia nei suoi gangli vitali. Con un’associazione a delinquere che nella passata sindacatura di Alemanno si è installata nel centro magico del governo cittadino e in questa di Marino piazzando i suoi referenti politici nella giunta Marino, ai vertici del consiglio comunale e finanche, con un paradosso lessicale che sembra mutuato di peso da un romanzo di Orwell, nell’organismo preposto alla «trasparenza» della cosa pubblica.

Matteo Orfini, che ha assunto il compito ingrato di commissariare il Pd romano immerso fino al collo nella melma, sostiene che non ci sono gli estremi per il commissariamento del Comune di Roma. Ma perché la sacrosanta esigenza di azzerare il Pd romano non deve valere anche per il governo del Comune? Se c’è l’urgenza di ripartire da zero per un partito, non c’è forse la stessa urgenza per le istituzioni? Non percepiscono forse l’abisso di sfiducia in cui è piombata tutt’intera la politica romana e che oggi contagia l’intera cittadinanza italiana, stanca del privilegio che sinora Roma ha goduto come debitrice super-assistita con le risorse pubbliche gettate in una fornace di sprechi senza fondo?

Il sindaco Marino può rivendicare la sua estraneità alle indagini, e anche l’orgoglio di essersi sottratto all’abbraccio di una lobby malavitosa. Il prefetto si dice addirittura preoccupato per l’incolumità del primo cittadino di Roma, che va tutelato e non indebolito. Ma la sua giunta è accusata di essersi fatta infilare dalla mafia e la sua maggioranza nella sala intitolata a Giulio Cesare si è rivelata inaffidabile, permeabile, come è stata descritta su queste pagine da Fiorenza Sarzanini, alle sollecitazioni criminali, parte integrante di un sistema che ha gestito con concordia bipartisan affari, appalti, rifiuti, persino «immigrati», trattati come un business più vantaggioso del traffico di droga.

Quel «tariffario» a base del libro paga dell’associazione non si può dimenticare. E azzerare tutto, con un gesto di responsabilità e di buona volontà se il prefetto non dovesse provvedere a uno scioglimento d’autorità, può diventare un segnale di rigenerazione, una pagina totalmente nuova, l’ultimo tentativo di riconquistare la fiducia perduta dei cittadini, romani e non. E tutti dovranno chiedere scusa. La destra romana in primis, che deve espiare la colpa di aver messo il Comune nelle mani di una banda. E che dovrebbe avere la decenza di non sfilare più in nome della «sicurezza» dopo aver partecipato al banchetto sugli appalti per i campi nomadi.

Le Coop che si sono appoggiate così a lungo a figure di corruttori senza pudore: di questo devono rispondere i suoi dirigenti, e non delle foto di cene a cui ha partecipato l’attuale ministro Poletti. I governi, che dovrebbero metter mano subito alla palude infetta delle partecipate. Il Pd, che dovrà fare piazza pulita di comportamenti che lo hanno reso un partito impresentabile. E le forze economiche che aspettano eventi piccoli e grandi (le Olimpiadi anche?) per abbandonarsi nuovamente all’andazzo delle gare d’appalto truccate, alle cordate, alle cricche. Forse addirittura, ma solo se venisse confermato l’impianto accusatorio della magistratura, alle cosche.

5 dicembre 2014 | 08:58



Favori, affari e invidie, ecco perché il Pd romano è nelle sabbie mobili

di Alessandro Capponi

Dal premier Renzi carta bianca a Orfini. Fuori chi si metterà di traverso

1
Non è vero che la politica sia destinata, ormai, ad arrivare sempre dopo la magistratura: «Nel Pd a livello locale, e parlo di Roma, facendo le primarie dei parlamentari ho visto, non ho paura a dirlo, delle vere e proprie associazioni a delinquere sul territorio». Era il giugno 2013, e per quelle parole - pronunciate in un intervento pubblico - l’attuale ministro Marianna Madia fu ampiamente criticata.

Due mesi prima uno dei membri della direzione del Pd Lazio, Cristiana Alicata, in occasione delle primarie pd per l’elezione del sindaco, denunciò «le file di rom ai seggi», parlò di «voti comprati».
C’erano tanto di foto, con i rom in fila ai seggi, ma il risultato di quelle frasi fu, più o meno, solamente uno: «Mi dimisi dal Regionale - racconta oggi Alicata - perché le polemiche furono feroci, mi diedero della razzista». Dai vertici alla base, il sentimento è lo stesso: «Il problema a Roma - dice il segretario del circolo Trastevere, Alberto Bitonti - è un sistema ormai diffuso, bisogna fare i conti con i gruppi di potere, coi signori delle tessere».

Benvenuti nel Pd Roma, o in quel che ne resta dopo l’inchiesta «Mondo di Mezzo», che ha svelato sì il modo nel quale, secondo i magistrati, il centrodestra guidato da Gianni Alemanno ha governato Roma, ma anche questa prossimità, questo «consociativismo» del Pd, che in quegli anni era, ufficialmente, all’opposizione. Un po’ morbida, si disse in città in alcuni momenti, tanto che l’allora capogruppo pd, Umberto Marroni, vicino alla cooperativa di Salvatore Buzzi, secondo alcuni era «il delegato del sindaco all’opposizione». Lui si indignò a sentire come lo chiamavano, e anche oggi che è deputato protesta per gli accostamenti del suo nome all’inchiesta: «Evidentissimo caso di millantato credito. La mia scelta di partecipare alle primarie nulla ha a che vedere con l’inchiesta».

Precisazione forse necessaria, nelle intercettazioni il capo delle cooperative sociali, Salvatore Buzzi, dice: «Noi lanciamo Marroni alle primarie!». Di certo in molti, oggi, descrivono il partito locale con due sole parole: sabbie mobili. O con una: pantano. Perché «nella migliore delle ipotesi - spiega un deputato vicino a Renzi - il Pd della città non ha avuto né una visione, né gli anticorpi necessari». Le frasi, pronunciate in cambio dell’anonimato, oggi si sprecano: «Non c’è stata una classe dirigente vera, non si salva nessuno, politicamente sono tutti responsabili».

Ecco, è scattato il tutti contro tutti. C’è chi tira in ballo le vecchie gestioni (Rutelli-Veltroni-Bettini): «Furono la migliore classe politica ma non hanno lasciato un’eredità degna di quel passato». Chi accusa la nuova egemonia romana, col patto siglato prima delle Europee tra i turborenziani di Lorenza Bonaccorsi, i popolari, e i marroniani. Da sempre critico è Roberto Morassut, già assessore ai tempi di Veltroni sindaco: «Da anni dico che bisognava uscire dai cda, rovesciare il tavolo senza mediazioni». Morassut ha urlato la sua idea della degenerazione del Pd locale in ogni modo: ha parlato di «partito delle tessere», di «lobby di potere», di «tribù». E le primarie? «Truccate, decidono i capicorrente».

Che la situazione del partito nella Capitale fosse un guaio era ben noto al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che secondo alcuni, tempo fa, si lasciò andare a una battuta: «Peggio di Marino, a Roma, c’è il Pd locale». Vera o falsa che sia la freddura racconta un mondo - il Pd Roma che tiene in scacco Marino - che però adesso si è capovolto: perché Renzi ha spedito in città il «commissario» Matteo Orfini, facendolo accompagnare, stando ai rumors, da poche frasi. «Uno, il presidente dell’Aula lo sceglie il sindaco!».

Risultato: sarà eletta Valeria Baglio, la preferita di Marino. Sistemato lo scranno che fu di Mirko Coratti (quello del quale Buzzi nelle intercettazioni dice « me lo so’ comprato ») - Renzi pare aver dato indicazioni chiare anche sull’accoglienza da riservare ad Orfini: «Chi si mette di traverso non si candida più neanche a un consiglio d’istituto». Lionello Cosentino, l’ormai ex segretario romano, ha scritto una lettera per salutare: «Vado in pensione, ai giardinetti, con un buon libro in mano». Illusioni perdute , forse.

5 dicembre 2014 | 08:20

La app anti-stalking che svela i numeri delle telefonate anonime

Corriere della sera
di Barbara Millucci

Il servizio permette anche di registrare le telefonate fornendo un aiuto agli inquirenti nel momento delle indagini

Ogni anno, un italiano su 5 è vittima di molestie. Il 75% delle sono donne. Secondo l’Osservatorio nazionale Contro lo Stalking, sono sempre più le donne che non denunciano di aver subito un abuso perché hanno paura di esser lasciate sole durante le indagini. Ma adesso al loro fianco c’è Whooming che permette di sapere chi chiama da anonimo, di registrare la telefonata fornendo anche un elemento in più a chi indaga. Letteralmente «Who might be’ Whooming» è la prima app contro gli stalker. Viene dal cinese Wu ming che vuol dire senza nome.

In Cina, con questo termine s’intende la firma dei cittadini che chiedono democrazia e libertà di parola nel paese. Dopo aver lanciato il servizio gratuito per sapere chi chiama con numero anonimo e aver raggiunto il milione di download fornendo dati utili anche ad alcune indagini della Polizia e delle forze dell’ordine, Whooming, soluzione italiana, raddoppia ora i servizi per l’utente e scende in campo in una nuova versione lanciata nella giornata in cui le donne di tutto il mondo dicono No alla violenza di genere. Gli sviluppatori dell’App hanno infatti scelto di lanciare proprio in questa giornata, nuovi aggiornamenti con cui sarà possibile avere un aiuto in più contro le molestie telefoniche.

Whooming, la app anti stalking    
Whooming, la app anti stalking    
Whooming, la app anti stalking    
Whooming, la app anti stalking    
Whooming, la app anti stalking    
Whooming, la app anti stalking    
Whooming, la app anti stalking    
Whooming, la app anti stalking
Nella sua seconda versione, sarà possibile ricevere la chiamata da anonimo e, in tempo reale, svelare sul proprio display l’identità di chi chiama e, se si desidera, registrare la chiamata proveniente da un numero anonimo. Con questo strumento la vittima ha un elemento importante da sottoporre alle forze dell’ordine. Ogni qual volta che si rifiuta una chiamata anonima, questa verrà automaticamente deviata a Whooming che la trasformerà in cifre numeriche. Risalendo all’identità di chi chiama. L’obiettivo è eliminare definitivamente il problema delle comunicazioni anonime e moleste che spesso rappresentano il primo passo della violenza. Whooming non invade la privacy in quanto identifica solamente il numero della telefonata e lo inserisce nell’elenco chiamate all’interno del profilo dell’utente interessato. E, nel caso in cui i telefoni non abbiano la possibilità di rifiutare la chiamata se occupato, si può utilizzare durante la notte attivando la deviazione su tutte le chiamate. Il servizio funziona sia con i fissi che con i cellulari ed è senza costi di attivazione. A disposizione delle donne perseguitate c’è infine un’assistenza attiva 24 ore su 24.

Presepe vietato, scritta sulla finestra del preside: questa scuola è cristiana

Corriere della sera

Il dirigente scolastico ribadisce la sua idea: c’è multiculturalità. E sulla finestra dell’ufficio trova la scritta: «Questa scuola è cristiana», con un crocifisso



Un affronto chiaro. Sulla finestra dell’ufficio del preside Luciano Mastrorocco, dirigente della scuola De Amicis alla Celadina (Bergamo città), nella notte tra venerdì e sabato è apparsa una scritta rosa: «Questa scuola è cristiana». Parole accompagnate dal disegno di un crocifisso.
A darne notizia è stato il Tgcom, che ha pubblicato anche un’immagine della scritta sulla finestra. Intanto cresce il malcontento per la scelta del preside, che ribadisce di non aver vietato il presepe, ma solo di aver aperto le porte della scuola alla multiculturalità, evitando simboli che possano ledere la sensibilità di tutti. La stragrande maggioranza dei genitori, fuori da scuola, sostiene però che il presepe non avrebbe offeso nessuno.

Linea molto simile a quella espressa dal sindaco Giorgio Gori su Facebook nella stessa mattinata di sabato. Rispetto la scelta del preside, ma dico la mia: laicità non è azzerare le differenze, ma dare voce a tutti. Un presepe non offende nessuno».

6 dicembre 2014 | 14:46

Il mio business con i profughi»

Corriere della sera
di Jacopo Storni

Nell’agriturismo rimasto aperto grazie al progetto di accoglienza
Il gestore: ma per loro sono quasi un padre. La Prefettura: ci sono mancanze
Dallo Stato mille euro al giorno ma i migranti non hanno neanche i vestiti

VICCHIO (Firenze) - Ti guarda negli occhi e dice: «Ho gli stessi vestiti da un mese». Munir è pachistano, in fuga da guerra e miseria, catapultato qui tre mesi fa, in questo agriturismo nel cuore del Mugello, 5 chilometri di strada in mezzo ai boschi e con poco asfalto. C’è una vista mozzafiato all’agriturismo Bonciani. Però non ci sono mezzi pubblici, Vicchio è a un’ora di cammino, Firenze dista 50 chilometri. Dieci gradi a mezzogiorno, e i riscaldamenti sono ancora spenti. Anzi, non sono mai stati accesi. «La notte fa freddo» dice Munir. Vive qui con altri 28 profughi, vorrebbe imparare l’italiano e trovare un lavoro: «Ma non abbiamo libri e finora nessuno ci ha fatto lezioni di italiano».
Tre mesi
Nigeriani, gambiani, maliani, pachistani. Sono sbarcati sulle coste siciliane quest’estate e vivono all’agriturismo Bonciani da tre mesi con un progetto di accoglienza e integrazione promossi dal ministero dell’Interno. La convenzione con la Prefettura è cominciata a metà settembre e non ha scadenza. Questo significa che, fino ad oggi, dalle casse del ministero dell’Interno sono stati sborsati circa 70 mila euro, finiti alla cooperativa che gestisce l’assistenza e al signor Bonciani. Che ammette: «Questo progetto mi fa guadagnare, altrimenti non mi sarei accollato i profughi.

Questo inverno avevo l’agriturismo vuoto e l’arrivo di questi profughi mi ha permesso di mantenere in piedi l’attività. Mi impegno molto per questi ragazzi, per loro sono quasi un padre». Capita raramente, ma all’occorrenza i migranti diventano operai e agricoltori: aggiustano tubature, zappano e raccolgono le olive. Come sono arrivati qui? «Mi chiamò il viceprefetto pregandomi di trovare una sistemazione a questi ragazzi vista l’emergenza degli sbarchi», racconta Bonciani. Da quel giorno di settembre, Munir e gli altri 28 stanno qui, a guardare la vallata e immaginare il loro futuro.
La giornata
«Stiamo tutti il giorno senza far niente. Ci alziamo, mangiamo e dormiamo. Vorremmo andare a Firenze, ma nessuno ci accompagna». Vorrebbero poter telefonare ai familiari rimasti in patria ma, raccontano i profughi, «da oltre un mese non ci danno i soldi per ricaricare la scheda telefonica». Le stanze dell’agriturismo in cui vivono sono affollate, disordinate, improvvisate con letti in mezzo alla cucina e letti a castello accanto alla porta d’ingresso. Tre bagni in ventinove, cioè lo stesso bagno per quasi dieci persone. Negli armadi hanno un paio di vestiti sdruciti: «Una tuta da ginnastica e un jeans» dice Ahmed. Condizioni precarie, eppure intorno a questo progetto di accoglienza e integrazione girano quasi mille euro al giorno.

La Prefettura, attraverso fondi del ministero, versa alla cooperativa che gestisce l’accoglienza 32 euro quotidiani per ciascun migrante: 25 finiscono al titolare dell’agriturismo, Carlo Bonciani, per vitto, alloggio e piccoli trasferimenti dei migranti; 7 euro vanno in cassa alla cooperativa, che dovrebbe occuparsi di vestiario, pocket money giornaliero di 2,50 euro a immigrato, schede telefoniche, assistenza igienico-sanitaria, servizi linguistico-culturali. Il condizionale è d’obbligo, visto che molti servizi sono carenti o assenti. Lo si vede visitando l’agriturismo, lo raccontano gli ospiti, e lo confermano i funzionari della Prefettura, che venti giorni fa hanno effettuato un sopralluogo a sorpresa nella struttura riscontrando «importanti mancanze», in primis la mancanza dei corsi per l’insegnamento dell’italiano.
La cooperativa
I responsabili della cooperativa respinge le critiche: «I profughi non dicono la verità, i vestiti ce l’hanno, dicono così perché vorrebbero andare in un posto meno isolato e fanno leva sulla carenza dei servizi». Viene in parte smentito dai residenti della zona, che hanno organizzato una raccolta straordinaria di vestiti viste le condizioni dei migranti. I profughi lamentano anche la mancata erogazione del pocket money, 2,50 euro giornaliere: «Ce l’hanno dato per il primo mese, poi più niente». Dalla cooperativa smentiscono nuovamente.

6 dicembre 2014 | 10:12

Mafia e appalti, ecco tutti gli arrestati nell'inchiesta: c'è anche Panzironi

Il Mattino

Trentanove provvedimenti restrittivi e perquisizioni alla regione Lazio e in Campidoglio. Una vera holding criminale che spaziava dalla corruzione - per aggiudicarsi appalti - all'estorsione, all'usura e al riciclaggio. Finiti in manette anche l'ex amministratore delegato dell'Ente Eur, Riccardo Mancini, e Carminati. Ecco la lista delle persone coinvolte nell'inchiesta.

Massimo            CARMINATI nato a Milano il 31.5.1958
Riccardo            BRUGIA nato a Roma il 06.11.1961
Roberto             LACOPO nato a a Roma il 08.06.1965
Matteo              CALVIO nato a Roma il 01.09.1967
Fabio                 GAUDENZI nato a Roma il 03.03.1972
Raffaele             BRACCI nato Roma il 24.2.1975
Cristiano           GUARNERA nato a Roma il 16.12.1973
Giuseppe           IETTO nato a Roma il 29.03.1958
Agostino            GAGLIANONE nato a Sacrofano (RM) il 29.07.1958
Salvatore           BUZZI nato a Roma il 15.11.1955
Fabrizio Franco  TESTA nato a Roma il 27.12.1965
Carlo                  PUCCI nato a Roma il 24.07.1961
Riccardo            MANCINI nato a Roma il 16.11.1958
Franco               PANZIRONI nato a Roma il 11.07.1948
Emanuela          SALVATORI nata a Roma il 18.7.1957
Sandro              COLTELLACCI nato a Monterotondo (RM) il 09.07.1964
Nadia                CERRITO nata a Roma l’11.09.1965
Giovanni           FISCON nato a ROMA (RM) il 29.1.1957
Patrizia             CARACUZZI nata a Roma l’11.10.1962
Claudio             CALDARELLI nato a Roma il 22.01.1951
Franco              CANCELLI nato a Roma il 13.03.1954
Carlo Maria       GUARANY, nato a Cutro (KR) il 19.09.1959
Emanuela          BUGITTI nata ad Udine il 22.11.1953
Alessandra        GARRONE nata a Roma il 22.07.1974
Paolo                DI NINNO nato a Roma il 6.09.1962
Sergio               MENICHELLI nato a Sant'Oreste (RM) il 5.11.1948
Marco               PLACIDI nato a Sant'Oreste (RM) il 5.1.1955
Raniero             LUCCI nato a Roma (Rm) il 1.12.1967
Pierina              CHIARAVALLE nata ad Avezzano (AQ) il 21.10.1984
Giuseppe          MOGLIANI nato il 18.07.1952 a Campagnano di Roma (RM)
Giovanni           LACOPO nato a Gerace (RC) il 24.06.1940
Claudio             TURELLA nato a Roma (RM) il 28.11.1951
Emilio               GAMMUTO nato ad Acri (CS) il 10.04.1954
Rossana            CALISTRI nata il 10.08.1957 a Montecatini-Terme (PT)
Giovanni           DE CARLO nato a Roma il 17.3.1975
Luca                 ODEVAINE nato a Roma il 25.10.1956
Mario               SCHINA nato a Roma il 30.06.1954

martedì 2 dicembre 2014 - 13:05   Ultimo agg.: 13:38

Quella società mangiasoldi che Ingroia non sa chiudere

Mariateresa Conti - Sab, 06/12/2014 - 09:10

Chiamato come liquidatore, ha riassunto i dipendenti. E la corte dei Conti vuole i danni

1
Liquidata, perché era un inutile carrozzone mangiasoldi che alla Sicilia costava circa 25 milioni di euro l'anno. Rimessa in piedi dopo la liquidazione, anzi presa in carico da mamma Regione che all'improvviso ha scoperto che era indispensabile. Restaurata, affidata all'ex liquidatore ora promosso amministratore unico, e entrata nello stretto entourage delle 11 partecipate che, giura il governatore Rosario Crocetta, non si toccano. E ora nel mirino della Corte dei conti, che contesta agli amministratori un danno erariale di un milione di euro.

La storia di «Sicilia-eServizi», la società informatica della Regione siciliana celebre perché guidata da uno degli ex pm più famosi d'Italia, Antonio Ingroia, è emblematica del pasticciaccio brutto delle società partecipate. E val la pena raccontarla, insieme alle vicissitudini dell'ex pm ora amministratore unico (con un compenso da circa 50mila euro all'anno, che però grazie a Crocetta potrà essere aumentato perché per questa società sono stati aboliti i tetti), perché espressione di come il settore sia un autentica giungla, in cui è difficile districarsi. Anche per un esperto di legge come l'ex procuratore aggiunto di Palermo.

Tutto comincia nei primi mesi del governo Crocetta, a luglio del 2013, quando l'allora governatore tsunami preso dal sacro fuoco dell'innovazione annuncia a destra e a manca tagli drastici e nuovo corso. Compreso sulle partecipate. Compreso su quel carrozzone che è Sicilia e-Servizi, sui cui pende persino un'indagine dell'Europa, che chiede conto dei soldi sborsati. «Chiudiamo Sicilia e-Servizi – è l'annuncio del governo locale – e rivediamo il sistema di gestione informatica della Regione siciliana. Creeremo – è l'auspicio – un ufficio speciale che gestirà tutti gli appalti informatici». A settembre, dopo l'abbandono della toga da parte di Ingroia, il grande annuncio: l'ex procuratore aggiunto sarà il commissario liquidatore.

I primi guai cominciano lì. Il socio privato, la Sisev, che con la liquidazione la Regione (che deteneva il 51%) vuol estromettere resiste e critica la legittimità della nomina di Ingroia. Il braccio di ferro dura qualche mese. Ma poi si parte con la liquidazione. L'ex pm denuncia spese pazze per consulenze pregresse, va in procura. Ma poi si scontra con uno scoglio che adesso rischia di costargli carissimo: il destino dei dipendenti del socio privato estromesso, 73 persone. Detta legge il governo regionale, che decide: li riassorbiamo. E a mo' di giustificazione si adduce un problema non da poco: nessuno sa far funzionare il software, senza gli ex dipendenti Sisev il rischio è che in Sicilia si blocchino servizi essenziali quali il 118.

L'avvocato dello Stato dà parere favorevole. E Ingroia, su delibera della giunta regionale, dice sì: il personale sarà riassunto, a tempo determinato, previo breve periodo di prova ed esame da parte di una commissione super partes designata dallo stesso Ingroia. Si procede. Dopo le selezioni, restano fuori in 16. E qualcuno dei licenziati fa ricorso al giudice del lavoro. Contestualmente sul caso indaga anche la Corte dei conti. Si arriva così al paradosso di oggi, che vede l'amministratore unico Ingroia stretto tra due fuochi: da un lato la Corte dei conti contesta a lui, a Crocetta, all'avvocato dello Stato e agli assessori che si sono succeduti le assunzioni dei dipendenti del socio privato, quantificando il danno erariale complessivo in un milione di euro circa.

Dall'altro il giudice del lavoro impone la riassunzione di alcuni licenziati, e per di più a tempo indeterminato. In mezzo ci sono le accuse della Guardia di finanza (pubblicate qualche giorno fa dal sito LiveSicilia ). Parlano di regole violate, di «chiamata diretta al buio» di personale sulla cui abilità informatica c'è qualche dubbio, tipo «ex ranger guardiaboschi, ex animatori di villaggi turistici, ex precari della politica». Insomma, un brutto pasticcio. Che a Ingroia e Crocetta adesso rischia di costare molto caro.

Apple sotto accusa: avrebbe cancellato dagli iPod la musica non acquistata su iTunes

La Stampa
francesco semprini

Class action negli Usa contro l’azienda di Cupertino: tre il 2007 e il 2009 avrebbe usato pratiche scorrette per favorire la crescita del suo negozio musicale a danno dei concorrenti. E tra i testimoni potrebbe esserci Steve Jobs

1
Una strategia al limite del raggiro quella di cui si sarebbe resa protagonista Apple, secondo le accuse mosse dall’avvocato Patrick Coughlin, legale della parte lesa nella causa collettiva che vede imputata la casa di Cupertino, presso la Corte distrettuale di Oakland, California. 

La società avrebbe messo a punto un sistema in grado di eliminare dai lettori digitali iPod la musica scaricata da fonti e sistemi diversi da iTunes, il gigantesco negozio online ufficiale di Apple. Lo schema è emerso nel corso dell’udienza relativa alla «class action antitrust» che vede alla sbarra degli imputati il colosso tecnologico. Le accuse si riferiscono al periodo compreso tra il 2007 e il 2009: quando un utente connetteva il proprio iPod alla «library» di iTunes, Apple faceva apparire sul display un avviso di «errore di sistema» e imponeva di ristabilire le impostazioni di partenza. Secondo Coughlin, procedendo in questo modo veniva automaticamente individuata la musica non acquistata da iTunes e quindi cancellata immediatamente. Apple avrebbe messo a punto la procedura «senza notificare agli utenti il problema». 

Un atto di concorrenza sleale rispetto agli altri provider di musica online, che se confermato costituirebbe una violazione delle norme antitrust. Per questo la parte in causa ha chiesto un risarcimento danni di 350 milioni di dollari, con l’accusa che in questo modo Apple avrebbe costretti gli utenti a pagare di più per i propri iPod. L’entità del danno potrebbe essere addirittura triplicata se venissero confermate le violazioni delle leggi antitrust. 

La casa di Cupertino respinge le accuse e, attraverso il direttore per la sicurezza Augustin Ferrugia, spiega di non aver dato altre informazioni al riguardo ai suoi utenti durante queste procedure, perché «non vogliamo dare troppe indicazioni ai nostri clienti per non confonderli». L’eliminazione della musica proveniente da fonti diverse da iTunes era tuttavia giustificata come misura di protezione del programma da tentativi di hackeraggio da parte di alcuni pirati della rete. I più famosi sono «Dvd Jon» e «Requiem», spiega Ferrugia al Wall Street Journal: avevano reso la società «paranoica» sul rischio di incursioni nei software, con conseguenti danni per gli utenti. 

Stando alle dichiarazioni rese al processo di Eddy Cue, vice presidente dei servizi internet e software di Apple, l’azienda avrebbe considerato la possibilità di concedere in licenza ad altre società il proprio sistema di gestione dei diritti digitali. Da tecnologia proprietaria, Fairplay sarebbe così diventato uno standard di mercato: «Ma non siamo riusciti a trovare un modo sicuro ed efficace per offrirlo ad altre aziende» ha spiegato Cue. Così oggi Fairplay è usato solo da Apple, e solo per le app: fu lo stesso Steve Jobs a pubblicare, nel 2007, una lettera aperta in cui si dichiarava contro l’uso del Drm per le canzoni. Amazon vendeva già file Mp3 utilizzabili su tutti i computer e i lettori, iTunes cominciò a farlo qualche mese più tardi. 

A conferma dello stato di terrore che si viveva in azienda sui tentativi di «hackeraggio» spuntano delle email dello stesso Steve Jobs. «Qualcuno sta tentando di fare irruzione a casa nostra», scriveva il co-fondatore della società di Cupertino prima di morire. E a raccontarlo sarà lo stesso Jobs in tribunale, attraverso una testimonianza video da lui stesso girata nel 2011, in cui spiega i timori relativi al pericolo costituito dai moderni pirati della rete. 

Abu Mazen dà la cittadinanza palestinese all’italiano ferito da un proiettile israeliano

La Stampa
maurizio molinari

Patrick Corsi è stato ricevuto assieme ad altri attivisti dell’International Solidarity Movement. Il portavoce dell’esercito afferma che il 30enne è stato ferito perché aveva il volto coperto ed era assieme ad un gruppo di dimostranti a pochi metri dalle truppe

1
Abu Mazen ha concesso la cittadinanza palestinese a “Patrick Corsi”, l’agronomo italiano di 30 anni ferito da un proiettile israeliano durante una manifestazione nel villaggio di Kafr Qaddum. L’italiano è stato ricevuto, assieme ad altri attivisti dell’”International Solidarity Movement” alla Muqata, sede del governo palestinese a Ramallah. “Il suo sangue non è stato versato invano” gli ha detto Abu Mazen accogliendolo, per poi annunciargli la decisione di farlo cittadino onorario dello Stato di Palestina. “Patrick Corsi” ha da parte sua sottolineato la necessità che “la Palestina aderisca allo statuto di Roma” del Tribunale penale internazionale “affinché tanto Israele che Hamas debbano rispondere dei crimini di guerra commessi”. 

All’evento erano presenti alti funzionari palestinesi ed un inviato del governo di Ankara. All’uscita dalla Muqata “Corsi” ha auspicato che “il Parlamento italiano segua l’esempio degli altri Paesi europei votando a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina”. Quasi in contemporanea con la decisione di Abu Mazen si è svolta proprio a Kafr Qaddum una nuova protesta anti-israeliana, durante la quale i manifestanti palestinesi hanno sventolato bandiere italiane. 

Il quotidiano israeliano “Haaretz” ha dedicato oggi a “Patrick Corsi” - questo il nome con cui l’agronomo si fa chiamare - un lungo ritratto descrivendolo come “un uomo di carattere che vuole trasformare il mondo in un posto migliore”. I portavoce dell’esercito israeliano affermano che il proiettile è stato sparato perché l’italiano aveva il volto coperto ed era assieme ad un folto gruppo di dimostranti a pochi metri dalle truppe.



“Noi occidentali a Ramallah sfidiamo i fucili israeliani”
La Stampa
maurizio molinari

Fanno parte dell’ International Solidarity Movement. Sono attivisti internazionali partiti per aiutare i palestinesi a far diminuire la violenza israeliana. Patrik è uno di loro ed è stato colpito al petto da una fucilata mentre raccoglieva le olive

1
In Cisgiordania c’è una «legione straniera» di attivisti che ogni giorno si batte a fianco dei palestinesi contro gli israeliani e per incontrarla siamo entrati nella stanza numero 14 al primo piano dell’edificio «Kuwait» dell’ospedale di Ramallah dove è ricoverato l’agronomo italiano di 30 anni ferito al petto da un soldato durante gli scontri avvenuti venerdì a Kafr Qaddum, vicino Nablus. 

Fra bandiere palestinesi, vasi di fiori e strumenti medici l’italiano che si fa chiamare Patrick Corsi è seduto assieme a Sophie, 31 anni di Copenhagen, Malia, 21 anni di Berlino e Karyn, 28 anni dello Stato di New York. Fanno parte di uno dei gruppi dell’«International Solidarity Movement» (Ism) ovvero la spina dorsale di «un centinaio di attivisti internazionali di più organizzazioni giunti qui per aiutare i palestinesi a far diminuire la violenza israeliana» spiega l’italiano. Ascoltarli significa entrare nell’universo in cui vive questa pattuglia di attivisti accomunati dalla convinzione che il conflitto in Medio Oriente abbia come unico responsabile Israele: ciò che dicono e descrivono esprime una difesa estrema delle tesi palestinesi che si spinge fino a contestare la soluzione dei due Stati.

Anzitutto ognuno di loro premette di dare generalità false «perché altrimenti gli israeliani ci metterebbero in una lista nera e non potremmo più tornare dopo la scadenza del visto di 90 giorni» dice Malia. Patrick, con la maglietta «Palestina nel mio cuore» in realtà svelerà presto il vero nome perché vuole fare causa all’esercito israeliano per il proiettile che lo ha colpito nel petto:

«L’azione legale vorrà punire il soldato e l’esercito per quanto avvenuto, e si svolgerà nella terra del 1948». Il termine «terra del 1948» viene adoperato al posto di «Israele», contestandone la legittimità anche nel vocabolario. «In Danimarca avevo molte amiche ebree e israeliane, amavo Tel Aviv - racconta Sophie - ma poi c’è stato il massacro di Gaza sono voluta venire oltre il Muro e ora non voglio più tornare nella “terra del 1948”». 

Patrick ritiene che «anche Tel Aviv all’origine era un insediamento illegale», imputa «ai sionisti, e non agli ebrei, di aver progettato e realizzato il furto della terra palestinese» e crede che «la soluzione di questo conflitto arriverà quando i sionisti ammetteranno tale colpa e lasceranno ai palestinesi la scelta se vivere assieme oppure farli tornare negli Stati di provenienza». In queste parole la negazione del diritto all’esistenza di Israele diventa palese. 

Anche Karyn, Malia e Sophie non credono nella soluzione dei due Stati - Israele e Palestina, secondo la formula di Oslo 1993 - per molteplici motivazioni: dalla «costruzione di insediamenti che sono città coloniali impossibili da smantellare» alla «necessità di vivere assieme, condividendo le stesse scuole anziché separarsi». Tali opinioni sono frutto di settimane di vita con i palestinesi. «Sono stata alle esequie di un bambino di 15 anni ucciso perché aveva lanciato una molotov contro dei soldati e ho assistito alla carica militare contro il corteo funebre» ricorda Karyn. 

«Ho incontrato la famiglia del palestinese che ha accoltellato un soldato a Tel Aviv ed ho visto la sua casa distrutta dai soldati, è umanità questa?» si chiede Sophie. «Sono stata nell’aula del tribunale militare di Salam dove ad un 17enne è stata rinnovata la detenzione amministrativa senza concedergli di parlare» aggiunge Malia, trattenendo a stento la commozione. «Sono andato a raccogliere le olive con i palestinesi perché gli ulivi sono la loro risorsa più importante ma i militari gli consentono di prenderle solo 2-3 giorni l’anno» afferma Patrick. 

Sono esempi di una militanza che si declina in una miriade di interventi - dall’accompagnare i pastori nei terreni militari a dormire nelle case destinate alla demolizione fino a fotografare i soldati sui tetti delle case - per «diminuire la violenza contro i palestinesi» con azioni, assicura Patrick, «non violente, concordate fra noi e guidate da palestinesi». Anche un’altra italiana è stata ferita: Giulia, siciliana, un mese fa a Qalandya. Per questi attivisti gli eroi sono Rachel Corrie, Tom Hurndall e Vittorio Arrigoni ovvero i «caduti di Ism a Gaza»: i primi due morti nel 2003 e 2004 in incidenti con gli israeliani, il terzo ucciso nel 2011 dai salafiti palestinesi. 

Ad accomunare questi giovani è tanto la convinzione di «aiutare i palestinesi a far conoscere al mondo le loro sofferenze» quanto un’interpretazione degli attentati anti-israeliani, come l’assalto alla sinagoga di Har Nof in cui sono stati uccisi quattro rabbini, che Patrick riassume così nell’assenso generale: «Chi semina violenza, raccoglie violenza». Ovvero, nella «terra del 48» c’è il nemico.

Vietò il velo islamico: “L’ex sindaco Buonanno deve postare la condanna su Facebook”

La Stampa
alessandro ballesio

Nel Comune aveva messo cartelli con una croce rossa su burqa e niqab

La sentenza
Gianluca Buonanno, 48 anni, dovrà far conoscere la sua condanna anche sul sito del Comune di Varallo Sesia, dov’è stato sindaco

 1Il politico condannato da un tribunale a esporre nella pubblica piazza dei tempi moderni - il suo visitatissimo profilo Facebook - la sentenza che lo fa arrabbiare di più. Ci mancava la «gogna virtuale». E suona come una legge del contrappasso per uno come Gianluca Buonanno, 48 anni, europarlamentare della Lega Nord visto e rivisto nei salotti di Mediaset tanto quanto a Strasburgo, abituato a misurarsi con la notorietà grazie all’uso massiccio dei mezzi d’informazione, dei social network. Di Internet. 
E aveva finito per essere sovraesposto, cinque anni fa, proprio grazie alla trovata che oggi è diventata la sua maledizione. Vieta nel comune che guida come sindaco, Varallo Sesia, quasi ottomila abitanti in provincia di Vercelli, l’uso di veli islamici. 

Compaiono quattro cartelli agli ingressi del paese che, ironia del destino, chiamano “piccola Gerusalemme”, ma solo per il Sacro Monte: ci sono immagini stilizzate di donne con il burqa, il burqini, il niqab. E una croce rossa su ognuno, per dire che no, quelli non possono essere indossati. Ecco, chi si è sentito offeso dalla provocazione del borgomastro oggi si è preso una bella rivincita: il politico (che qui ha abbandonato la fascia tricolore e ora è «pro sindaco») il suo successore alla poltrona di primo cittadino, Eraldo Botta, oltre che l’amministrazione sono stati condannati a risarcire i due cittadini che hanno presentato ricorso (per un totale di 11 mila 500 euro), a pagare le spese legali ma soprattutto a pubblicare per trenta giorni consecutivi la decisione del giudice. Sul profilo Facebook (Buonanno), sul sito internet del Comune e sul giornale locale Corriere Valsesiano. E che botta all’autostima. 

Dietro ai cittadini c’è un gruppo, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. In quattro chiedono che quei cartelli giudicati «discriminatori» vengano rimossi. Il ricorso dà il via all’iter del procedimento civile che trascina in tribunale a Torino il Comune. Ma nel febbraio scorso, quando le parti sono davanti al giudice, i pannelli alla fine spariscono e vengono sostituiti subito con altri. Per quell’associazione, l’Asgi, è solo un trucco per aggirare la vergogna. Quella che Buonanno, a suo tempo, aveva sempre negato: «Non siamo contro la religione islamica ma vogliamo che le nostre tradizioni siano mantenute. Tanti la pensano come me ma non hanno il coraggio di dirlo». 

Sono però i manifesti che compaiono subito dopo in paese la chiave della «rivincita» degli oppositori. «I quattro suonatori sono stati suonati», c’è scritto sui muri di Varallo. Per il tribunale civile di Vercelli l’amministrazione e i due politici si sono «vendicati» su quei cittadini. Che sono da risarcire.

Ha collaborato Andrea Zanello