martedì 2 dicembre 2014

L'iPhone 6 ha uno schermo che rischia di scoppiare

Sergio Rame - Mar, 02/12/2014 - 10:01

Avrebbe dovuto essere di zaffiro, e quindi indistruttibile. Alla fine l'hanno costruito col vetro ed è meno resistente

Avrebbe dovuto essere indistruttibile. Quando l'iPhone 6 non era ancora realtà, l'obiettivo era realizzare uno schermo di zaffiro che resistesse a qualsiasi urto.
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Ma il fallimento della Gt Advanced Technologies, l'azienda che avrebbe dovuto costruire per la Apple i forni in grado di produrre cilindri di zaffiro da 260 chilogrammi, ha rotto le uova nel paniere. Così i vertici di Cupertino hanno optato per uno schermo in vetro. Che, però, è meno resistente.

Nelle scorse settimane la Gt Advanced Technologies ha portato i libri in tribunale. L'annuncio del fallimento è arrivato pochi giorni dopo il lancio sul mercato degli iPhone 6 e iPhone 6 Plus. Su ItaliaOggi Ettore Bianchi ricostruisce i retroscena che hanno portato a questo colossale crack che adesso rischia di costare caro anche alla Apple. Tutto ha inizio con la scelta di costruire gli schermi dei nuovi smartphone in zaffiro, un materiale durissimo che può essere prodotto soltanto portando i forni a 2mila gradi.

Temperature pazzesche che fanno lievitare i costi della materia prima che, a fronte di una resistenza di gran lunga superiore, arriva a valere cinque volte il semplice vetro. Dal momento che la Gt Advanced Technologies non si è mai occupata di produzione di zaffiro, ha firmato un contratto con Cupertino per la costruzione di 2.600 forni in grado di produrre cilindri di zaffiro da 260 chilogrammi invece di quelli standard da 160.

"Un vantaggio notevole per Apple - fa notare Bianchi - visto che ci vuole un mese di tempo e una spesa da 20mila dollari per avere un solo cilindro". Sin dai primi risultati, però, è apparso chiaro che i cilindri sarebbero stati pressoché inutilizzabili. Tanto che Apple si è subito affrettata a cambiare i termini del contratto affidando direttamente alla Gt Advanced Technologies la produzione dello zaffiro e prestandole 578 milioni di dollari. "Apple avrebbe acquistato il materiale a un prezzo prefissato - si legge su ItaliaOggi - che tuttavia risultò troppo basso per Gt per conseguire margini".

In ottobre è stato ufficilamente dichiarato il fallimento della Gt Advanced Technologies. I 700 dipendenti assunti per il progretto Apple sono stati lasciati a casa dall'oggi al domani. Nel frattempo la Apple, non potendo contare sugli schermi di zaffiro, aveva già deciso di puntare sul vetro. Un materiale di gran lunga meno resistente. Ma tant'è. "La piccola parte di cilindri di zaffiro uscita bene dai forni - conclude Bianchi - servirà a costruire alcuni modelli dello smartwtch che dovrebbe essere commercializzato l'anno prossimo".

Già libero l'aggressore della poliziotta

Mariateresa Conti - Mar, 02/12/2014 - 10:55

La decisione choc del giudice: convalida il fermo ma nega il carcere per il magrebino che ha ferito la poliziotta

Prima i pugni che l'hanno mandata in ospedale, sferrati con violenza perché lei, donna e poliziotto, era intervenuta in difesa di tre giovani donne. Ora lo schiaffo, non fisico ma forse ancora più difficile da incassare: chi l'ha aggredita, infatti, è già in libertà.
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L'unico uomo fermato, un magrebino di 30 anni già noto alle forze dell'ordine per resistenza e simili reati, è stato liberato subito dopo il processo per direttissima. L'arresto è stato convalidato, ma il giudice non ha ritenuto necessario aggiungere la misura restrittiva del carcere. E così, in attesa della prossima udienza che si svolgerà il 19 dicembre (il suo avvocato ha chiesto i termini a difesa) l'uomo sarà un libero cittadino.

Il danno e la beffa per Margherita Buttarelli, 48 anni, assistente capo della Polizia di Stato in servizio a Rimini, picchiata per aver difeso da tre nordafricani alcune ragazze dell'Est, pesantemente infastidite da tre uomini mentre stavano pranzando al parco Cervi. Lei è tornata a casa, fortunatamente il naso, sanguinante, non era rotto. Le è rimasto solo un vistoso livido al volto e la solidarietà dei colleghi e del questore di Rimini, che le ha fatto visita in ospedale annunciandole che intende proporla per un encomio per il coraggio dimostrato, per di più mentre non era neppure in servizio. Ma inevitabilmente il fatto che uno degli aggressori, l'unico fermato, sia stato rimesso in libertà meno di 48 ore dopo lascia l'amaro in bocca. Libero lui, preso dai carabinieri subito dopo l'aggressione, sabato intorno alle 14.

E liberi anche gli altri due nordafricani protagonisti della vicenda e non ancora individuati: uno è scappato prima ancora dell'aggressione, quando lei si è qualificata come poliziotto; l'altro invece è fuggito ed è riuscito a far perdere le sue tracce. Tutto si è svolto in una manciata di minuti, nel primo pomeriggio di sabato, al parco Cervi. Le ragazze stavano pranzando al riparo di uno dei gazebo, in una zona di solito frequentata dalle badanti dell'Est. L'assistente capo Buttarelli, sposata e madre di due figli, stava tornando a casa in bici, dopo il lavoro. Viste le donne in difficoltà non ha esitato un attimo a intervenire, anche se era fuori servizio. Prima ci ha provato con le buone, poi si è qualificata. E alla fine le ha prese, pesantemente. Al Corriere di Romagna l'agente ha assicurato: «Lo rifarei».

Apple torna in tribunale per l'iPod Le mail di Steve Jobs nel mirino

Corriere della sera

Cupertino alla sbarra con l'accusa di aver legato gli utenti a iTunes attraverso l'iPod. Come prove anche delle lettere scritte dal fondatore della Mela

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Cupertino si difenderà dalle accuse sui vecchi iPod, dai quali si poteva ascoltare solo musica scaricata da iTunes o da cd, costringendo i consumatori a "legarsi" all’iPod per continuare ad avere la loro musica. Davanti alla giuria cercherà di spiegare che la "chiusura" di iTunes era solo per motivi di sicurezza.

Bullo e visionario
Al centro del processo ci sarà Steve Jobs, morto tre anni fa, e le sue email. Per la terza volta dalla morte del suo fondatore Cupertino si trova a far fronte un’azione legale antitrust, e ancora una volta le email scritte dal suo ex amministratore delegato potrebbero giocare un ruolo centrale. Email che - riporta il New York Times - hanno già mostrato nelle precedenti occasioni un Steve Jobs geniale e visionario, ma anche "bullo" che non sempre ha giocato secondo le regole. «Presenteremo le prove per dimostrare che Apple ha agito per bloccare i rivali, a danno della concorrenza e dei consumatori» afferma uno dei legali dell’accusa. «Dobbiamo assicurarci che quando sarà lanciato Music Match (un concorrente, ndr) la sua musica non possa essere usata sull’iPod.

È un problema?» scrive Jobs in una delle email che saranno presentate dall’accusa. Molte altre saranno probabilmente rese note davanti alla giuria e dovrebbero mostrare - riporta il New York Times - uno Steve Jobs aggressivo per assicurare e proteggere il successo dell’iPod. La giuria ascolterà alcuni dei manager di Apple, inclusi Philip Schiller, il responsabile del marketing, ed Eddy Cue, numero uno di iTunes e dei servizi online di Apple. Il caso riguarderà in particolare RealNetworks, una società di servizi media che è riuscita a far sì che la sua musica fosse in grado di essere ascoltata sull’iPod e su altri dispositivi. Nel 2004 Apple aveva risposto con toni dura a RealNetworks, accusandola di tentare un attacco hacker contro l’iPod.

2 dicembre 2014 | 12:46

Caserta. Immigrati bloccano il transito di viale Carlo III, traffico in tilt

Il Mattino

CASERTA - Protesta degli immigarti di Caserta in viale Carlo III, la strada che San Nicola La Strada conduce al centro della città della reggia C'è tensione tra gli auomobilisti e i conducenti di tir, bloccati nel traffico. Il motivo del blocco sarebbe da ricondurre al mancato pagamento della diaria. Un mese fa, la stessa portesta aveva bloccato per ore il transito delle automobili verso Caserta. Sul posto ci sono i vigili urbani, polizia e carabinieri.



I migranti si ritengono rifugiati richiedenti asilo e sono ospitati presso una struttura alberghiera. Gli stranieri, quasi tutti provenienti dall'Africa Sub-sahariana, hanno diffuso in volantino nel quale si dicono discriminati e maltrattati, lamentano di non essere curati, di mangiare cibo scadente, di non riuscire a parlare con le proprie famiglie in patria e di non ricevere i soldi che l'Unione Europa invia al Governo.

I manifestanti alloggiano presso una struttura di viale Carlo III che è stata individuata dalla coop sociale New Family di Poggiomarino (Napoli), che per conto della prefettura di Caserta provvede all'assistenza dei migranti e che ogni giorno costa sui 30 euro; la somma è comprensiva di vitto e vestiario e di rimanenti 2 euro e cinquanta centesimi che vengono dati ogni giorno agli stranieri per ricaricare il cellulare o per altre necessità. Un paio di settimane fa i migranti attuarono la stessa protesta perchè lamentavano di non ricevere la piccola somma; allora c'era stato qualche ritardo ma subito il problema fu risolto.

lunedì 1 dicembre 2014 - 12:00   Ultimo agg.: 13:22

Un sms e l'iPhone diventa stampante. Ecco Printeroid, l'invenzione di un viterbese

Il Mattino
di Massimo Chiaravalli

Chiamarlo solo fax o stampante portatile per cellulare è riduttivo. Perché Printeroid è molto di più. È un’idea rivoluzionaria per iPhone e iPad, nata dalla mente sempre in ebollizione del viterbese Pierpaolo Lazzarini.
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Carta semplice, fotografica o adesiva: Printeroid è in grado di stampare, in verticale, tutto ciò che può essere visualizzato sul display fino a un massimo di 10 metri, per 7 centimetri di larghezza. Siano foto panoramiche, conversazioni, strisce di fumetti, disegni, documenti. Non solo quanto si vede sulla singola schermata, ma qualsiasi cosa possa scorrere sul display. Il sistema, mentre procede lo scrolling, indica a quanti metri e centimetri corrisponde la stampata. Non solo: se ci sono iPhone o iPad di amici che hanno Printeroid e sono collegati, il tutto può venire inviato per far stampare, tramite un’app, anche a loro.

Come è nata l’idea? «Un giorno, insieme al mio amico Giampaolo Scapigliati – dice Lazzarini – abbiamo realizzato che chiunque ha degli album con le foto di nonni e genitori». Ora sui cellulari c’è di tutto e di più, «ma alla fine di questa schermata, cosa resta nelle nostre mani, e cosa resterà dopo di noi?». La risposta l’ha realizzata il designer viterbese e si chiama Printeroid, una stampante e fax portatile. Ingombrante? Macché, è grande come un vecchio rullino delle macchinette fotografiche.

«Può stampare su carta non fotografica o adesiva fino a 10 metri, 5 su quella fotografica. Printeroid è un fax in grado di stampare e inviare tutto ciò che è presente sul display tramite l’app annessa. È una cosa che non esisteva prima». Se l’sms invia messaggi e l’mms immagini, il Pms (Printeroid messaging service) trasmette intere schermate che il dispositivo ricevente stampa.Questa invenzione arriva dopo il successo della Jet capsule, piccola imbarcazione dalle linee futuristiche che ha spopolato nel mondo.

Ora Lazzarini punta di nuovo in alto. «Abbiamo un prototipo funzionante – conclude – un brevetto in attesa di investitori. Speriamo nella Polaroid. Il costo? L’ipotesi è intorno ai 185 dollari, ma una grande azienda potrebbe abbatterlo, focalizzando gli introiti sulle ricariche». A proposito: Printeroid è anche un carica batterie.

lunedì 1 dicembre 2014 - 15:45   Ultimo agg.: 15:47

Qualità della vita, Ravenna al top. Napoli è al 96esimo posto

Il Mattino

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È Ravenna la provincia italiana dove si vive meglio secondo la 25esima indagine sulla qualità della vita pubblicata oggi da 'Il Sole 24 orè, che assegna invece la maglia nera ad Agrigento. Nella top ten prevalgono sia i centri montani del Nord Est sia le realtà emiliano-romagnole. Tra le grandi, migliorano Milano e Roma. L'indagine del Sole 24 Ore ogni anno confronta le performance di vivibilità delle province italiane tramite un'articolata serie di parametri suddivisi in sei capitoli d'indagine, ciascuno basato a sua volta su sei parametri e su una graduatoria di tappa: Tenore di vita, Affari e Lavoro, Servizi ambiente salute, Popolazione, Ordine pubblico e Tempo libero.

Ravenna si afferma al top, per la prima volta, soprattutto grazie agli alti voti ottenuti in materia di Servizi, nel capitolo Affari e lavoro, e nella Popolazione. Unico neo l'Ordine pubblico: qui è forte l'incidenza dei reati denunciati. Una situazione, questa della sicurezza, che accomuna molte province del Nord e grandi aree metropolitane. Agrigento, se sui reati può sfoggiare un buon piazzamento, negli altri test, in particolare alle voci ambiente e lavoro, si colloca in posizioni di retroguardia. Nella top ten figurano soprattutto realtà medie o piccole, del Nord Est, montane: Trento è seconda, Belluno quarta, Bolzano decima. Il modello emiliano-romagnolo dimostra di tenere: con Modena, Reggio Emilia e Bologna nelle prime 10. Buoni i risultati del Centro, in particolare delle province toscane (Siena è nona e Livorno 11)
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Il Mezzogiorno riesce a spingersi nella prima parte della classifica solo con le province sarde (Olbia-Tempio, Sassari e Nuoro). Per il resto deve rassegnarsi alla parte bassa, dove prevalgono province siciliane, calabresi e pugliesi e dove Napoli, ultima nel 2013, riesce a recuperare il 96 posto. Quanto alle due maggiori, entrambe segnano progressi: Milano scala due posti e arriva ottava, Roma ne risale otto e occupa il 12esimo gradino. Guardando a ogni singola voce, per tenore di vita Modena scalza Milano, tradizionale primatista, che scende al terzo posto dopo Aosta.

Un'altra emiliana, Reggio, conquista il primo posto per affari e lavoro. Ravenna è capolista per servizi, ambiente e salute, Siena per popolazione con un'alta presenza di giovani e una bassa percentuale di divorzi e separazioni. Nell'ordine pubblico trionfa Crotone, nel tempo libero Genova.

lunedì 1 dicembre 2014 - 09:30   Ultimo agg.: 11:59

Jihadisti danesi: in prima linea al fronte e col sussidio a casa

La Stampa
maurizio molinari

Ventotto volontari dello Stato Islamico provenienti dalla Danimarca per mesi hanno vissuto una doppia vita, da combattenti in Siria e da disoccupati a Copenhagen. Il ministro della Giustizia danese: “Quanto successo è incredibile, non bisogna essere ingenui davanti al pericolo di Isis”.

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Combattevano la Jihad incassando sussidi di disoccupazione fra i più alti d’Europa: è la storia di 28 volontari dello Stato Islamico provenienti dalla Danimarca, che per mesi hanno vissuto una doppia vita, al fronte in Siria e da senza-lavoro a Copenhagen. La rivelazione arriva dai servizi d’intelligence danesi (Pet) che analizzando profili, identità e storie personali degli almeno 28 cittadini che si sono uniti al Califfo, hanno scoperto che gran parte di loro era finanziato dallo Stato perché l’erogazione dei benefici era oramai iniziata.

“Quanto avvenuto è incredibile - ammette il ministro della Giusitizia danese, Mette Frederiksen - è molto importante non essere ingenui davanti al pericolo di Isis”. Tantopiù che i sussidi danesi sono fra i più generosi del Pianeta: 108 euro al giorno per un massimo di 24 mesi. Da qui le prime contromisure ordinate che prevedono in 15 casi la restituzione del denaro elargito mentre 8 persone restano sotto inchiesta e cinque casi sono stati stracciati “per insufficienza di prove”. Il totale dei volontari danesi in Siria e Iraq è stimato attorno a 100 jihadisti ma potrebbero essere assai di più.

Confermata la morte di Brunner, il nazista che uccise 100mila ebrei

Corriere della sera

Un agente segreto tedesco ha svelato che il collaboratore di Eichmann è scomparso 4 anni fa in Siria a 98 anni. Avrebbe insegnato tecniche di tortura alla polizia di Assad

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Alois Brunner, uno dei più stretti collaboratori del gerarca nazista Adolf Eichmann, responsabile personalmente della uccisione di oltre 100 mila ebrei, è morto in Siria quattro anni fa, a 98 anni. Lo ha appreso il Centro Wiesenthal di Gerusalemme che si basa su informazioni ricevute da un ex agente dei servizi segreti tedeschi che ha operato a lungo in Medio Oriente. Il nazista aveva tra l’altro insegnato ai servizi segreti di Hafez Assad (padre di Bashar) le tecniche di tortura ai dissidenti.

Confermata la morte del nazista Brunner, uccise 100mila ebrei  
Confermata la morte del nazista Brunner, uccise 100mila ebrei Confermata la morte del nazista Brunner, uccise 100mila ebrei
Confermata la morte del nazista Brunner, uccise 100mila ebrei  
Fuga rocambolesca
Già in aprile Brunner era stato rimosso dalla lista dei criminali nazisti ricercati dal centro, ma ora le nuove prove confermano le notizie sulla sua morte. Nel 1954, usando un falso passaporto della Croce Rossa, Brunner si rifugiò a Roma e da qui in Egitto. Poi, con il falso nome di George Fischer, si sarebbe trasferito in Siria dove avrebbe consigliato il regime di Hafez Assad sulle tecniche di tortura degli oppositori usando. Sarebbe sopravvissuto a due tentativi di assassinio in Siria da parte dei servizi israeliani nel 1961 e nel 1980. Nel 2001 un tribunale francese ha condannato Brunner all’ergastolo per il suo ruolo nella deportazione degli ebrei francesi. L’ufficiale delle Ss era responsabile del campo di Drancy, dove venivano raccolti gli ebrei prima di essere inviati nei lager nazisti ed instaurò un regime di terrore in Costa azzurra dopo la partenza delle truppe italiane nel 1943. Fra le sue vittime vi erano 345 bambini.

1 dicembre 2014 | 19:07










Eichmann, i documenti restano segreti
Corriere della sera
Resta il mistero sulla fuga del criminale nazista che pianificò l'Olocausto. La Bild: i servizi sapevano tutto dal 1952
Resterà uno dei misteri più oscuri della storia dell'ex Repubblica Federale tedesca e probabilmente alimenterà nei prossimi anni nuovi dubbi tra storici e studiosi. La Corte federale di giustizia di Lipsia ha stabilito giovedì scorso che alcuni documenti in possesso dei servizi segreti tedeschi sulla fuga di Adolf Eichmann in Argentina, uno dei criminali nazisti che più si adoperò nello sterminio di massa degli ebrei - pianificandone quasi ogni dettaglio, persino l'orario dei treni che trasferivano i deportati nei lager - e che fu catturato e giustiziato dagli israeliani nel 1962, devono rimanere segreti.

SCOOP - Una precedente pronuncia di un tribunale del paese teutonico aveva permesso a un giornalista della Bild di consultare parzialmente gli stessi documenti e di pubblicare nel gennaio del 2011 un autentico scoop: i servizi segreti della Germania Federale avrebbero saputo sin dal 1952 che il criminale nazista si era nascosto in Sudamerica e non avrebbero fatto nulla per farlo estradare: «Eichmann non si trova in Egitto, ma vive sotto il falso nome di Klement in Argentina» recitava un'informativa del servizio d'intelligence degli anni cinquanta consultata dal reporter della Bild e in parte riprodotta sul tabloid tedesco.

Il passaporto falso usato da Eichmann per fuggire in ArgentinaIl passaporto falso usato da Eichmann per fuggire in Argentina


POLEMICHE - La notizia della censura approvata da parte della Corte di ultima istanza della giustizia ordinaria ha scatenato grandi polemiche a Berlino. «E' deplorevole che il lavoro sulla giovane storia della Repubblica federale sia ostacolato così palesemente - ha dichiarato Christoph Partsch, avvocato della Bild che ha rivelato di voler sollevare il caso davanti alla Corte Costituzionale di Karlsruhe- Questa decisione alimenterà speculazioni sulle motivazioni di un tale atteggiamento». Dello stesso avviso Dieter Graumann, Presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania che taglia corto: «La mancanza di una completa trasparenza non può che far danni alla Germania».

DIFESA - Da parte sua la Corte ha rilevato che la maggior parte delle informazioni su Eichmann sono già pubbliche, mentre una minoranza di documenti sono censurati per garantire la sicurezza dello Stato. Adolf Eichmann, che viveva da oltre un decennio in Sudamerica, fu scovato in Argentina dall'agente del Mossad Tzvi Aharoni. Rapito e portato in Israele dai servizi segreti, fu processato e condannato a morte a Tel Aviv per crimini contro l'umanità. Il suo corpo fu cremato e le sue ceneri disperse al di là delle acque territoriali dello stato mediorientale.

28 giugno 2013 (modifica il 12 luglio 2013)

Diritto all’oblio, dopo Google in campo anche Microsoft e Yahoo

La Stampa

Le due compagnie sono al lavoro per ottemperare alla sentenza della Corte di Giustizia europea che garantisce il diritto a vedere cancellati sui motori di ricerca i link a notizie su una persona ritenute «inadeguate o non più pertinenti»

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Dopo Google, anche Microsoft e Yahoo sono alle prese con il diritto all’oblio, la norma Ue che consente ai cittadini europei di essere dimenticati sul web, chiedendo la rimozione di vecchie notizie che li riguardano dai risultati delle ricerche sul web. Le due compagnie sono infatti al lavoro per ottemperare alla sentenza pronunciata il 13 maggio scorso dalla Corte di Giustizia europea, che garantisce il diritto a vedere cancellati sui motori di ricerca i link a notizie su una persona ritenute «inadeguate o non più pertinenti». Il problema, per le internet company statunitensi che si trovano a dover valutare le richieste degli europei, non è di poco conto: trovare un equilibrio tra il diritto alla privacy e quello ad essere informati.

«Valuteremo attentamente ogni richiesta con l’obiettivo di bilanciare il diritto dei cittadini alla privacy con il diritto all’informazione», ha detto un portavoce di Yahoo secondo quanto riportato dal Wsj. Dichiarazioni simili sono venute da Microsoft: «Il nostro obiettivo è trovare un equilibrio soddisfacente tra l’interesse individuale alla privacy e l’interesse pubblico nella libera espressione».
Capire come bilanciare i due diritti in campo è anche il problema di Google, che ha creato un Comitato consultivo ad hoc dando vita a diversi meeting con esperti nelle città europee. Da giugno Big G ha rimosso 208mila link dai risultati del suo motore di ricerca, a fronte di 602mila richieste (erano 120mila meno di due mesi fa). La compagnia ha negato 294mila rimozioni e deve ancora decidere su poco meno di 100mila richieste.

A chiarire il modus operandi per applicare la norma Ue dovrebbero essere le linee guida elaborate la settimana scorsa dal gruppo dei garanti della privacy europei, che però come primo risultato hanno avuto quello di acuire la tensione tra Bruxelles e Washington, già alta dopo la risoluzione del Parlamento Ue sul mercato unico digitale, le inchieste sui motori di ricerca e la separazione delle attività di Google.

Nelle linee guida il diritto all’oblio punta ad essere globale. Si prevede infatti che la cancellazione delle notizie debba avvenire su tutti i domini, quindi anche quelli .com e non solo quelli europei come .it o .fr. I garanti hanno anche deciso che se un motore di ricerca, dopo aver fatto le sue valutazioni, non provvede a rispondere alla richiesta di oblio, il garante nazionale può `costringerlo´ alla cancellazione. 



Il diritto all’oblio e quello alla memoria
La Stampa
cesare martinetti

Un’ansia attraversa le nostre vite: dimenticare, cancellare, rimuovere. Si vive nel presente e di presente. È un’ansia che tocca l’intimo delle persone e attraverso questo la vita pubblica di tutti. La memoria e il suo contrario, l’oblio, sono un fatto politico. Ma se l’oblio è diventato un “diritto” riconosciuto, chi difende il diritto alla memoria? L’approvazione al Senato della legge sulla diffamazione è piuttosto brutale sulla questione: l’interessato può chiedere l’eliminazione dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione alla legge.

Non ci sono troppi dettagli e da un punto di vista generale si può anche accettare. Tuttavia le cose non sono così semplici. Quali sono i contenuti «diffamatori»? Quelli riconosciuti in quanto tali da un giudice? Ma se la legge al primo articolo riconosce a chi si ritiene diffamato il diritto a una rettifica senza commento da parte del giornale o dell’autore dell’articolo, anche il diritto alla rimozione e dunque all’oblio sono automatici?

Si vedrà, avvocati e giudici avranno di che discutere. Ma intanto c’è di che ragionare su questa fretta di cancellare e sul paradosso che nasce nell’epoca segnata da internet: mai nella storia dell’umanità è stato possibile accedere a una memoria globale, diffusa, radicale tendenzialmente non cancellabile e al tempo stesso mai si sono avute tante richieste di sottrarsi a quella memoria. 

In aprile la Corte europea ha riconosciuto due diritti: quello della persona di non vedersi sbattuta nella prima pagina di un motore di ricerca (Google, principalmente, quasi monopolista in Europa) per un fatto del passato e che ora non ha più nessun peso nella vita della stessa persona. Ma insieme è stato riconosciuto come fondamentale il diritto all’informazione. Sono due diritti contrastanti, perché nel caso di persone pubbliche anche un fatto del passato può essere utile a capire la personalità e valutare la sua azione del presente. Google ha aperto una consultazione pubblica su come procedere, ma intanto già ci si divide sui criteri applicati nelle cancellazioni che – è stato annunciato - saranno rese note soltanto al diretto interessato.

Nella Dichiarazione dei diritti in internet presentata nei giorni scorsi alla Camera dall’ex garante della privacy Stefano Rodotà e altri giuristi, Juan Carlos De Martin e specialisti della Rete, si pone il problema di un bilanciamento tra il diritto individuale all’oblio e quello pubblico all’informazione. Il contenuto dell’informazione e il tempo trascorso dal fatto sono i criteri fissati per chiedere la cancellazione della notizia. Ma questa non può limitare la ricerca né il diritto dell’opinione pubblica all’informazione. Si stabilisce anche un criterio di trasparenza per la cancellazione ed è un criterio già contestato perché rivelare le ragioni che hanno portato a cancellare un’informazione significa conservare la pubblicità del suo contenuto. 

La questione per ora, sembra riguardare soltanto le informazioni più in evidenza sui motori di ricerca. Ma l’ombra di quell’ansia di cancellazione già si allunga sugli archivi, sul passato, su quella materia che costituisce appunto la memoria. Il vecchio senatore Flamigni, che ha passato una vita a indagare sul caso Moro, si è già visto recapitare dall’avvocato di un brigatista pur condannato la richiesta di scomparire da quell’archivio perché sono passati trent’anni, la condanna è stata scontata, un’altra esistenza è in movimento.

Anche Mario Chiesa, il «mariuolo» della Baggina (secondo la definizione di Craxi) dal cui arresto partì 22 anni fa l’inchiesta Mani pulite, si è visto riconoscere da un giudice il diritto all’oblio. Ma si possono immaginare archivi sul caso Moro senza i nomi dei brigatisti coinvolti? E la storia di Tangentopoli senza il resoconto del goffo tentativo di Chiesa di gettare nel water la tangente appena riscossa? Finora nessuno è arrivato a tanto, ma non si sa mai, quando si apre uno spiraglio non si sa dove si va a finire.

La politica è all’opera, il consenso da grande coalizione che ha portato all’approvazione della legge in Senato rivela l’interesse di tutti a diffondere l’oblio.

È saltato l’equilibrio con la memoria, si sta affermando la propensione a cancellare il passato che pesa. Si vive tutti nel presente. Un twitter cancella l’altro, la reputazione viene costruita singolarmente nel proprio profilo Facebook e offerta al proprio mondo di «amici». Non c’è posto per dettagli sconvenienti, per di più che affondano nel passato. Le memoria è selezionata, è buona solo se «cool» o «vintage» e funzionale al presente. Il resto può scomparire. Fino a che punto?
@cesmartinetti



Diritto all’oblio, dall’Italia seimila richieste di cancellazione da Google
La Stampa
04/07/2014

Il motore di ricerca ubbidisce alla sentenza della Corte Europea e cancella i link ad articoli non graditi: ma la Bbc e il Guardian segnalano le rimozioni, così ora quello che non si vorrebbe far leggere è più facile che mai da trovare

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L’ultimo posto dove si immagina che l’ironia possa trovare spazio è probabilmente la sentenza di una tribunale. Eppure ce n’è parecchia, di ironia involontaria, in quella della Corte di Giustizia Europea che ha disposto la rimozione di alcuni link dai risultati delle ricerche su Google. Si chiama diritto all’oblio, ma sta diventando invece una specie di riflettore acceso sulle notizie che qualcuno vorrebbe fossero cancellate dal web.

La sentenza prevede che chiunque trovi nei risultati delle ricerche un link a un articolo «inadeguato o irrilevante» possa chiedere a Google di rimuovere il collegamento. La questione era stata sollevata anni fa per la pubblicazione di un articolo sul quotidiano catalano La Vanguardia; il signor Mario Costeja González ha chiesto che venissero rimossi i link che facevano riferimento a una sua vecchia condanna per debiti, e dopo lunghe vicende giudiziarie ha visto accolta la sua richiesta dalla Corte Europea lo scorso 13 maggio. 

Ma attenzione, al punto 99 della sentenza la Corte di Giustizia Europea sottolinea come invece debbano rimanere disponibili su Google i link ad articoli relativi ad esempio a casi criminali o personaggi pubblici:  la richiesta di rimozione "non si applica in quei casi in cui contrasta con l'interesse generale del pubblico ad avere accesso alle suddette informazioni". E questo anche se dovesse interferire con i diritti fondamentali del richiedente. Insomma: il signor Mario Costeja González si è visto cancellare il link perché puntava a un episodio irrilevante della sua vita, ma la Corte di Giustizia non sta autorizzando la rimozione di collegamenti ad articoli o post riguardanti pedofili e malefatte di politici, come si è detto in un primo momento.  

E in ogni caso qui la valutazione è sempre opinabile:  non si tratta infatti di quei casi – più gravi – in cui il testo contiene errori, menzogne o calunnie, che sono legalmente perseguibili e possono portare a rettifiche o risarcimenti. L’articolo incriminato rimane infatti online, solo non è indicato nei risultati delle ricerche effettuate a partire da Google (che gestisce il 95 per cento delle ricerche sul web in Europa). 

La rimozione, dunque, è più fittizia che reale. Il link infatti non sarà disponibile su google.it, google.fr, google.es o google.de ma sarà regolarmente accessibile dal motore di ricerca interno del sito dove è stato pubblicato. E la sentenza apre molte questioni, alcune di ordine generale sulla censura e sulla privacy, altre più pratiche. Ad esempio, potrà chiedere la rimozione di articoli pubblicati su siti europei anche chi vive fuori dall’Europa? Potrà farlo chi è citato nei commenti, pur non essendo nominato nell’articolo? O chi è autore di un commento, magari solo perché a distanza di tempo ha cambiato idea e ora lo considera inopportuno?

Il tema è di attualità, perché da qualche giorno Google ha cominciato a inviare ai siti le richieste di rimozione pervenute. Le prime reazioni sono arrivate dalla Bbc, in un articolo di Robert Peston, che è stato avvisato da Google della richiesta di eliminare il link relativo a un suo post risalente all’ottobre 2007 in cui criticava il banchiere di Wall Street Stanley O’Neal. La polemica che ne è scaturita ha avuto l’effetto contrario rispetto al diritto ad essere dimenticati, perché l’articolo, che contiene un link al post originale, è stato molto commentato sul sito della Bbc ed è rimbalzato centinaia di volte sui social network.

Nel post non venivano mosse particolari accuse a O’Neal: si parlava della crisi finanziaria globale nel 2007 e delle sue dimissioni dal ruolo di amministratore delegato nel colosso Usa Merryl Lynch, e più che altro erano criticati i pezzi grossi della banca, che avrebbero scaricato le loro responsabilità su di lui. Non è ancora chiaro chi abbia chiesto la rimozione del post, ma non è detto che sia stato davvero O’Neal, anche se è l’unica persona citata con nome e cognome. 

Anche al Guardian Google ha comunicato che alcuni link ad articoli del sito sarebbero stati rimossi: i primi hanno per oggetto un caso di frode risalente al 2002, un’iniziativa di alcuni lavoratori francesi, e un’intera settimana di post di un blogger del quotidiano inglese. E soprattutto, tre articoli riguardano Dougie McDonald, ex arbitro di calcio scozzese che ha lasciato l’incarico dopo un caso di giustizia sportiva; ma - scrive l’autore - non è mai arrivata in precedenza alcuna segnalazione di errori o protesta in relazione agli articoli in oggetto, che quindi sono da ritenersi accurati e corretti al momento della pubblicazione.

Anche in questo caso l’eco mediatica è stata notevole, e così chi davvero voleva che gli articoli non fossero più raggiungibili ha ironicamente ottenuto l’effetto opposto. Lo stesso è successo con altri due siti di quotidiani inglesi, il Telegraph e l’ Independent. Il maggior numero di richieste di rimozione di link viene alla Germania con 14 mila e passa, poi da Francia, Regno unito, Spagna. Dall’Italia le richieste sono state circa 6mila per quasi 24 mila pagine (il modulo si trova qui). In totale, dal 29 maggio al 30 giugno, le richieste pervenute sono quasi 70 mila, e riguardano circa 267.550 pagine web, tanto che Google ha dovuto assumere un corposo team di esperti legali per valutare ogni singolo caso.

E intanto su tutte le pagine con i risultati dai siti europei del motore di ricerca sta comparendo l’avviso “Alcuni risultati possono essere stati rimossi nell’ambito della normativa europea sulla protezione dei dati”. Attenzione anche qui: possono, non è detto che lo siano davvero. Google sembra aver accolto la richiesta della Corte di Giustizia con molto zelo, e c'è chi sospetta che lo abbia fatto proprio per evidenziare le intrinseche contraddizioni della sentenza. 

La soluzione per trovare tutto senza censure, comunque, esiste e non è complicata: basta digitare google.com. In alternativa, ci sono motori di ricerca come Bing o DuckDuckGo, ma è anche possibile usare smartphone o tablet: la ricerca predefinita è sul sito americano, dove il diritto all’oblio non esiste. 

Vicini di casa

La Stampa
massimo gramellini



Vorrei spezzare una lancia, o almeno una piuma, a favore della categoria più impopolare del momento, i buonisti. Appena un buonista prende le parti di una minoranza detestata, per esempio i rom, viene accusato dal primo cattivista che passa di pontificare in cachemire da qualche attico, immancabilmente situato nel centro storico. Vacci a vivere tu in mezzo agli zingari, gli gridano. Ora si dà il caso che il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, abiti accanto a una famiglia rom.
E che domenica abbia pubblicato sulla sua pagina Facebook una fotografia che lo ritrae in atteggiamento amichevole con i vicini di casa.

È stato immediatamente subissato di insulti e accusato di fare propaganda. Qui però la logica non mi soccorre. Se i rom stanno antipatici alla maggioranza degli elettori, che vantaggio potrà mai venire a Rossi dal farsi immortalare in mezzo a loro? L’opinione dominante, che rimbalza dal web ai talk show di Del Debbio, afferma che gli italiani impoveriti si ritengono discriminati e reclamano un diritto di precedenza. Ecco, forse ho capito. Se buonismo significa atteggiarsi a bravi ragazzi con quelli che lo spirito del tempo indica come i più bisognosi, ne consegue che il nuovo buonista è Salvini. 

Vorrei spezzare una lancia, o almeno una piuma, a favore della categoria più impopolare del momento, i buonisti. Appena un buonista prende le parti di una minoranza detestata, per esempio i rom, viene accusato dal primo cattivista che passa di pontificare in cachemire da qualche attico, immancabilmente situato nel centro storico. Vacci a vivere tu in mezzo agli zingari, gli gridano. Ora si dà il caso che il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, abiti accanto a una famiglia rom. E che domenica abbia pubblicato sulla sua pagina Facebook una fotografia che lo ritrae in atteggiamento amichevole con i vicini di casa.

È stato immediatamente subissato di insulti e accusato di fare propaganda. Qui però la logica non mi soccorre. Se i rom stanno antipatici alla maggioranza degli elettori, che vantaggio potrà mai venire a Rossi dal farsi immortalare in mezzo a loro? L’opinione dominante, che rimbalza dal web ai talk show di Del Debbio, afferma che gli italiani impoveriti si ritengono discriminati e reclamano un diritto di precedenza. Ecco, forse ho capito. Se buonismo significa atteggiarsi a bravi ragazzi con quelli che lo spirito del tempo indica come i più bisognosi, ne consegue che il nuovo buonista è Salvini.