domenica 30 novembre 2014

Al freddo per colpa degli stranieri”. Reggio, tensione nel quartiere ghetto

La Stampa
franco giubilei

Gli italiani della zona Turri: “Ci tagliano le forniture perché loro non pagano”

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A un passo dalla stazione di Reggio c’è un quartiere-ghetto dove vivono 5mila persone: almeno per il 60% sono stranieri - quelli regolari, perché se si contano anche i clandestini si arriva all’80% -, perlopiù cinesi, romeni, maghrebini, albanesi e, in aumento negli ultimi anni, pakistani e dal Bangladesh. Gli italiani rimasti, secondo uno studio della Cisl, in otto casi su dieci sono pensionati ultra 65enni. Succede che in una decina di palazzi concentrati fra via Turri e le strade vicine, una parte consistente dei condomini non paga le bollette da anni, e così Iren, l’azienda erogatrice, ha drasticamente ridotto le forniture di riscaldamento a fronte di un debito complessivo di un milione e mezzo: da 16 ore al giorno a 8 in una decina di caseggiati, il che significa che già ora si battono i denti. Se l’insolvenza non sarà risolta, da gennaio le forniture saranno tagliate del tutto. 

Ma il sistema del teleriscaldamento prevede che i contratti siano stipulati fra Iren e le amministrazioni di condominio, e non coi singoli proprietari, quindi resterà al freddo sia chi ha sempre pagato, sia i morosi. Potenzialmente è una bomba pronta a esplodere, anche perché quelli che non pagano spesso sono stranieri: c’è chi non ce la fa a star dietro alle bollette e chi, con l’appartamento già pignorato o con sistemi di riscaldamento di fortuna, semplicemente se ne frega. O c’è chi sparisce lasciando un mare di debiti. E poi ci sono proprietari senza scrupoli che riempiono gli alloggi con 10-15 persone, o le prostitute cinesi che lavorano negli appartamenti. 

A rimetterci sono persone come Nello Vezzani, 72 anni, pensionato, o i suoi vicini di casa marocchini che ora hanno i figli a letto con la febbre: loro sono in regola con la bolletta, eppure l’acqua calda nei termosifoni arriva razionata, per non parlare dell’eventualità che gli importi inevasi siano accollati ai condomini regolari rimasti. Un salasso che le trattative fra Iren, Comune e amministrazioni, con l’intervento della Cisl, cercano di scongiurare. «L’anno scorso ci hanno tolto l’acqua calda per due giorni ed è stato un assaggio – racconta Vezzani –.

Quest’anno, da una settimana, spengono il riscaldamento dalle 9 alle 16 e dalle 21 alle 6 del mattino, abbassando anche la potenza. La mia bronchite si è aggravata, e sono anche cardiopatico: chiederò un prestito in banca per sistemare un boiler e un impianto di condizionamento in casa». Solo nel palazzo di Vezzani, al 29 di via Turri, dove al pian terreno abbondano i negozi chiusi fra una rosticceria araba e un parrucchiere cinese, su 52 appartamenti 14 appartengono a “grandi debitori”. «Complessivamente sono interessate dal problema almeno 500 famiglie - spiega Loris Cavalletti, segretario regionale Cisl pensionati –.

Siamo intervenuti come sindacato perché Iren voleva staccare riscaldamento e acqua a tutti, così si è creato un tavolo col Comune e l’azienda. Noi avevamo proposto di individualizzare i contratti: si era prospettata una spesa di 3-5.000 euro a famiglia per modificare l’impianto, dilazionando il pagamento in bolletta negli anni, ma la proposta non è stata accettata». 

Adesso che il riscaldamento è stato ridotto indiscriminatamente, la grana è riscoppiata, ma le conseguenze potrebbero essere ancora peggiori: «Se si lasciano andare le cose, c’è il rischio che si inneschino tensioni e che tutto degeneri com’è successo altrove, che arrivi il Salvini di turno a strumentalizzare e a soffiare sul fuoco», dice Margherita Salvioli, segretaria provinciale Cisl. Eppure qui non mancano esempi di buona integrazione, come il progetto Abaco, con i volontari che fanno lezioni di recupero ai bambini figli di immigrati. «Servirebbe un progetto complessivo di cui dovrebbe farsi carico il Comune», aggiunge Salvioli. Possibilmente, prima che il quartiere Turri si trasformi in una nuova Tor Sapienza. 

Se Francesco legittima l'islam

Magdi Cristiano Allam - Dom, 30/11/2014 - 10:06

Le dichiarazioni rese dal pontefice in Turchia raffigurano una Chiesa cattolica irrimediabilmente persa nel relativismo religioso

Le dichiarazioni rese da Papa Francesco in Turchia raffigurano una Chiesa cattolica irrimediabilmente persa nel relativismo religioso che la porta a concepire che l'amore per il prossimo, il comandamento nuovo portatoci da Gesù, debba obbligatoriamente tradursi nella legittimazione della religione del prossimo, a prescindere dalla valutazione razionale e critica dei suoi contenuti, incorrendo nell'errore di accomunare e sovrapporre persone e religioni, peccatori e peccato.
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Quando il Papa ha giustamente detto «la violenza che cerca una giustificazione religiosa merita la più forte condanna, perché l'Onnipotente è Dio della vita e della pace», dimentica però che il Dio Padre che concepisce gli uomini come figli, che per amore degli uomini si è incarnato in Gesù, il quale ha scelto la croce per redimere l'umanità, non ha nulla a che fare con Allah che considera gli uomini come servi a lui sottomessi, legittimando l'uccisione degli ebrei, dei cristiani, degli apostati, degli infedeli, degli adulteri e degli omosessuali («Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo e recidete loro la punta delle dita... I miscredenti avranno il castigo del Fuoco! ...

Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi» (Sura 8:12-17). Quando il Papa all'interno della Moschea Blu si è messo a pregare in direzione della Mecca congiuntamente con il Gran Mufti, la massima autorità religiosa islamica turca che gli ha descritto la bontà di alcuni versetti coranici, una preghiera che il Papa ha definito una «adorazione silenziosa», affermando due volte «dobbiamo adorare Dio», ha legittimato la moschea come luogo di culto dove si condividerebbe lo stesso Dio e ha legittimato l'islam come religione di pari valenza del cristianesimo.

Perché il Papa non si fida dei propri vescovi che patiscono sulla loro pelle le atrocità dell'islam, come l'arcivescovo di Mosul, Emil Nona, che in un'intervista all' Avvenire del 12 agosto ha detto «l'islam è una religione diversa da tutte le altre religioni», chiarendo che l'ideologia dei terroristi islamici «è la religione islamica stessa: nel Corano ci sono versetti che dicono di uccidere i cristiani, tutti gli altri infedeli», e sostenendo senza mezzi termini che i terroristi islamici «rappresentano la vera visione dell'islam»?

Quando il Papa intervenendo al «Dipartimento islamico per gli Affari religiosi» ha detto «noi, musulmani e cristiani, siamo depositari di inestimabili tesori spirituali, tra i quali riconosciamo elementi di comunanza, pur vissuti secondo le proprie tradizioni: l'adorazione di Dio misericordioso, il riferimento al patriarca Abramo, la preghiera, l'elemosina, il digiuno...», ha reiterato la tesi del tutto ideologica e infondata delle tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche e del Libro, che di fatto legittima l'islam come religione di pari valore dell'ebraismo e del cristianesimo e, di conseguenza, finisce per delegittimare il cristianesimo dato che l'islam si concepisce come l'unica vera religione, il sigillo della profezia e il compimento della rivelazione.

Così come quando il Papa ha aggiunto che «riconoscere e sviluppare questa comunanza spirituale – attraverso il dialogo interreligioso – ci aiuta anche a promuovere e difendere nella società i valori morali, la pace e la libertà», ha riproposto sia una concezione errata del dialogo, perché concepisce un dialogo tra le religioni mentre il dialogo avviene solo tra le persone e va pertanto contestualizzato nel tempo e nello spazio, sia una visione suicida del dialogo dal momento che il nostro interlocutore, i militanti islamici dediti all'islamizzazione dell'insieme dell'umanità, non riconosce né i valori fondanti della nostra comune umanità né il traguardo della pacifica convivenza tra persone di fedi diverse dall'islam.
Anche quando il Papa ha detto «è fondamentale che i cittadini musulmani, ebrei e cristiani - tanto nelle disposizioni di legge, quanto nella loro effettiva attuazione -, godano dei medesimi diritti e rispettino i medesimi doveri», ci trova assolutamente d'accordo. A condizione che l'assoluta parità di diritti e doveri concerne le persone, ma non le religioni. Perché se questa assoluta parità dovesse tradursi nella legittimazione aprioristica e acritica dell'islam, di Allah, del Corano, di Maometto, della sharia, delle moschee, delle scuole coraniche e dei tribunali sharaitici, significherebbe che la Chiesa ha legittimato il proprio carnefice che, sia che vesta il doppiopetto di Erdogan sia che si celi dietro il cappuccio del boia, non vede l'ora di sottometterci all'islam.
magdicristianoallam.it



I "fratelli" islamici di Papa Francesco uccidono i cristiani

Magdi Cristiano Allam - Lun, 12/08/2013 - 07:43


L'islam pretende di "superare" il cristianesimo e continua a massacrare gli "infedeli". Dimenticarlo è una manifestazione di relativismo religioso

Dopo Giovanni Paolo II che abbatté il muro di un millenario pregiudizio definendo gli ebrei «nostri fratelli maggiori» nel corso della sua storica visita alla Sinagoga di Roma il 13 aprile 1986, ieri Papa Francesco ha definito i musulmani «nostri fratelli» nell'Angelus a Piazza San Pietro rivolgendo loro un messaggio in occasione della festa della fine del Ramadan, il mese del digiuno islamico.
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Ebbene, se è indubbio il legame teologico tra ebraismo e cristianesimo dato che Gesù era ebreo e il cristianesimo fa proprio l'Antico Testamento, all'opposto l'islam - affermatosi 7 secoli dopo - si fonda sulla negazione della verità divina dell'ebraismo e del cristianesimo concependosi come la religione che rettificherebbe le loro devianze, completando la rivelazione e suggellando la profezia.

Se «nostri fratelli» fosse usato in senso lato riferito alla nostra comune umanità le parole del Papa sarebbero ineccepibili. Ma se «nostri fratelli» è calato in un contesto teologico allora si scade nel relativismo religioso che annacqua l'assolutezza della verità cristiana mettendola sullo stesso piano dell'ideologia islamica che è fisiologicamente violenta al punto da non concepire Allah come «padre» e i fedeli come «figli», bensì come un'entità talmente trascendente da non poter neppure essere rappresentata e nei cui confronti dobbiamo esclusivamente totale sottomissione.

Solo nell'ebraismo e soprattutto nel cristianesimo, la religione del Dio che si è fatto uomo e dell'uomo concepito a immagine e somiglianza di Dio, Dio è padre, noi tutti siamo suoi figli e tra noi siamo fratelli. Papa Francesco all'Angelus dopo aver sostenuto che il cristiano «è uno che porta dentro di sé un desiderio grande, profondo: quello di incontrarsi con il suo Signore insieme ai fratelli, ai compagni di strada», ha rivolto «un saluto ai musulmani del mondo intero, nostri fratelli, che da poco hanno celebrato la conclusione del mese di Ramadan, dedicato in modo particolare al digiuno, alla preghiera e all'elemosina». Se i musulmani sono «nostri fratelli» e se la missione del cristiano è «incontrarsi con il suo Signore insieme ai fratelli», ci troviamo di fronte a un quadro teologico che mette sullo stesso piano cristianesimo e islam, considerandoli come due percorsi diversi ma che conducono entrambi allo stesso Dio.

Nel suo messaggio ai «musulmani del mondo intero» del 10 luglio, il Papa ha scritto: «Venendo ora al mutuo rispetto nei rapporti interreligiosi, specialmente tra cristiani e musulmani, siamo chiamati a rispettare la religione dell'altro, i suoi insegnamenti, simboli e valori», specificando «senza fare riferimento al contenuto delle loro convinzioni religiose». Francesco aggiunge: «Uno speciale rispetto è dovuto ai capi religiosi e ai luoghi di culto. Quanto dolore arrecano gli attacchi all'uno o all'altro di questi!».

Ebbene se si mette sullo stesso piano cristianesimo e islam concependole come religioni di pari valenza e dignità senza però entrare nel merito dei loro contenuti, così come se si denuncia la violenza che si abbatte contro i capi religiosi e i luoghi di culto senza specificare che si tratta della violenza islamica ai danni dei cristiani, il risultato è che il Papa da un lato legittima l'islam che si concepisce come l'unica vera religione e, dall'altro, mostra arrendevolezza nei confronti del terrorismo e dell'invasione islamica che dopo aver sottomesso all'islam le sponde meridionale e orientale del Mediterraneo stanno ora aggredendo la nostra sponda settentrionale.

Il relativismo religioso è evidente anche nel messaggio rivolto dal cardinale Angelo Scola ai musulmani lo scorso 8 agosto in cui si legge: «La fedeltà ai precetti delle nostre rispettive tradizioni religiose, quali la preghiera e specialmente il digiuno da voi osservato nel mese di Ramadan, ci infonda fiducia e coraggio nel promuovere il dialogo e la collaborazione intesi come frutto necessario dell'amore di Dio e del prossimo, i due pilastri biblici e coranici di ogni autentica spiritualità». Concepire una continuità e un raccordo teologico tra ebraismo, cristianesimo e islam fondato sull'amore di Dio e del prossimo, è solo un auspicio contraddetto giorno dopo giorno dai fatti.

Il caso di padre Paolo Dall'Oglio, gesuita come il Papa, acceso relativista che ha a tal punto sostenuto la causa dell'islamizzazione della Siria da essere stato cacciato dal governo di Assad ma che ciononostante è stato sequestrato dai terroristi islamici siriani, ci conferma che gli islamici non rinunceranno mai a sottomettere i cristiani, gli ebrei, gli infedeli all'islam così come impongono loro Allah nel Corano e Maometto. Proprio ieri, mentre il Papa a Roma definiva i musulmani «nostri fratelli», i musulmani in Egitto hanno bruciato una chiesa e 17 case di cristiani.

Mentre la fine del Ramadan in Irak è stata festeggiata dai terroristi islamici sunniti con 10 autobombe causando la morte di 70 persone. Certamente il cristianesimo e la nostra comune umanità ci portano ad amare il prossimo a prescindere dalla sua fede, ideologia, cultura o etnia, ma l'adozione del relativismo religioso si traduce nel suicidio del cristianesimo e della nostra civiltà che ha generato i diritti fondamentali della persona e la democrazia.

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Minacce ai cristiani, ma il prete incolpa gli italiani

Andrea Zambrano - Mar, 26/08/2014 - 07:01

Reggio Emilia «Ragazzi, siate bravi musulmani e fate il Ramadan». Dopo la stagione degli auguri agli islamici per il mese sacro di penitenza, adesso l'asticella si alza con gli inviti.
 
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E poco importa se la raccomandazione arriva da un sacerdote ed educatore. Don Giordano Goccini è responsabile della Pastorale giovanile della Diocesi di Reggio Emilia e direttore dell'oratorio cittadino Don Bosco. Il quartiere è la popolosa via Adua, una delle zone a più alta concentrazione di immigrati della città del Tricolore. Nei giorni scorsi lungo la recinzione del campo da calcio della diocesi è comparsa una scritta inquietante: «Cristiani buoni solo da morti».

Vandalismo? Stupidità? O un messaggio di odio religioso ben studiato? Difficile dirlo, anche perché la struttura non è dotata di telecamere, ma la Digos, allertata da un cittadino, ha sequestrato lo striscione e ha iniziato le indagini per vilipendio alla religione.

Tutte le piste sono aperte. Anche quella che potrebbe eventualmente portare alla vicina moschea di via Gioia. Per lo meno è una delle direzioni verso cui si muoverà la Polizia che ha manifestato l'intenzione di indagare a 360 gradi. La cosa però non convince don Goccini, che, intervistato dal Resto del Carlino , sembra aver già risolto il caso: «No, non possono essere gli islamici che vivono qui, il cartello è scritto bene. Semmai è un gesto di odio che vuole alimentare la tensione tra cristiani e islamici. Penso a un italiano». Paradossale caso di discriminazione al contrario, dove per difendere a spada tratta una categoria si getta fango sull'altra.

Ma il sacerdote non è nuovo a fughe in avanti, come quando invitò in parrocchia Beppino Englaro, costringendo il vescovo di allora a fare retromarcia. Però il caso sembra stargli a cuore più che l'apostolato, oggi parola tabù confusa con inculturazione. Così, invece di insistere per portare in chiesa i ragazzi della zona, don Goccini è arrivato anche a invitarli alle buone pratiche islamiche. «Da noi ci sono ragazzi che praticano un islam moderato. A volte sono io che gli dico di fare il Ramadan». Una resa buonista? O un sincretismo religioso decisamente inattuale visto quello che succede ai cristiani in Irak? Detta così di sicuro una gaffe perché sembra suonare come un invito a non essere moderati, ma a mettere in pratica tutte le prescrizioni dell'islam. Speriamo non il jihad, anch'esso imposto dal Corano al pari del mese di digiuno.



Il predicatore del jihad scelto per il giorno più importante

Redazione - Sab, 10/08/2013 - 07:05

Il caso è scoppiato giovedì: alla fine di un mese di Ramadan tranquillo, con 10mila persone alla festa di rottura del digiuno all'Arena civica, il Coordinamento dei centri islamici milanesi ha invitato a condurre la preghiera un personaggio dal profilo ideologico quantomeno discutibile. L'imam invitato dal Caim è stato lo Sheykh Riyad Al Bustanji. Il giordano-palestinese, presentato come un «sapiente» noto per avere concluso a 24 anni l'apprendimento mnemonico di tutto il Corano, era stato protagonista presso una tv satellitare mediorientale di un'intervista (tuttora in rete) in cui parla del «martirio» religioso e confessa di aver portato sua figlia a Gaza per imparare dalle donne palestinesi come si allevano i figli al «jihad» e al martirio. Ovviamente la circostanza che un tale personaggio abbia avuto il posto di «ospite d'onore» alla principale celebrazione del Ramadan di Milano, con 10mila persone e l'assessore comunale all'Educazione Francesco Cappelli, ha suscitato reazioni indignate



A Milano l'imam dei martiri. Gli ebrei: "Pisapia si dissoci"

Alberto Giannoni - Ven, 09/08/2013 - 08:49

I centri islamici invitano il predicatore del jihad all'Arena. Omaggio dell'assessore. L'opposizione: "Follia"

Sembra proprio che l'Islam milanese non riesca a tenersi fuori dalle polemiche. Il caso che accende di nuovo i riflettori sulle «moschee» cittadine - alla fine di un mese di Ramadan filato via liscio come l'olio - è la partecipazione, ieri, alla festa di rottura del digiuno all'Arena civica, di un personaggio dal profilo ideologico quantomeno discutibile.

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L'imam invitato dal Coordinamento dei centri islamici milanesi a condurre la preghiera è lo Sheykh Riyad Al Bustanji. Il giordano, presentato come un sapiente noto per avere concluso a 24 anni l'apprendimento mnemonico di tutto il Corano era stato protagonista presso una tv satellitare mediorientale - l'ha raccontato Andrea Morigi su «Libero» - di un'intervista (tuttora in rete) in cui parla del «martirio» religioso e confessa di aver portato sua figlia a Gaza per imparare dalle donne palestinesi come si allevano i figli al «jihad» e al martirio.

Ovviamente la circostanza che un tale personaggio abbia avuto il posto di «ospite d'onore» alla principale celebrazione del Ramadan di Milano, con 10mila persone e l'assessore comunale all'Educazione Francesco Cappelli, ha suscitato reazioni indignate. L'assessore ha preferito non commentare. «Non so quale sia la notizia più clamorosa - ha detto Riccardo De Corato, vicepresidente del Consiglio comunale per Fratelli d'Italia - se quella del predicatore pro-jihad accolto a braccia aperte o di un assessore che presenzia senza battere ciglio al suo sermone. Siamo davvero alla follia». De Corato fra l'altro ha chiesto le dimissioni del coordinatore del Caim Davide Piccardo, sottolineando come sia stato candidato in passato in Sel, il partito del sindaco.
Da parte sua Piccardo si compiace del messaggio della Curia e della presenza dell'assessore, che a sua volta ha portato una lettera del sindaco, Giuliano Pisapia. Quanto all'imam, dice: «È molto bravo e molto noto per la sua scienza del Corano. Ha dedicato il suo discorso soprattutto a indicazioni etiche, ricordando che il musulmano deve essere un testimone di fede e mai elemento di disturbo». «Ha la sua posizione sulla Palestina, per la libertà e contro l'occupazione, ma ha sempre rispettato la legalità e non ha mai preso posizioni che contraddicano la nostra visione delle cose, che esclude il ricorso alla violenza come strumento di proselitismo o affermazione dei principi religiosi».

La Comunità ebraica di Milano, tuttavia, è allarmata. Il presidente, Walker Meghnagi si dice «stupito che un personaggio del genere possa essere ricevuto dall'assessore». «É un autogol del Comune - aggiunge - mi auguro che il sindaco, che è un nostro amico e una persona di valore, voglia prendere le distanze». Anche il portavoce della sinagoga del centro, Davide Romano, è molto netto: «Da anni difendiamo i diritti dei musulmani ad avere una moschea, ma se hanno in mente di aprirla a chi istiga al suicidio dei bambini proprio non ci siamo». Le domande rivolte a Piccardo: «Sapeva di queste posizioni dell'imam? Le condanna?». «E l'assessore, che è delegato all'Educazione - conclude - era informato su chi aveva davanti? Conosceva le sue idee? Spero non abbia problemi a condannarle».



Caro Papa, accogli in Vaticano i musulmani convertiti a Gesù

Redazione - Lun, 15/10/2012 - 07:12

Chiedo al Papa che ha avuto il coraggio di darmi il battesimo, vincendo sia la paura della vendetta islamica sia la resistenza interna alla Chiesa, di accogliermi con una delegazione di musulmani convertiti al cristianesimo in Europa e nel mondo. L'idea, che ho subito accolto con entusiasmo, è di Mohammed Christophe Bilek, franco-algerino che ha fondato l'associazione Notre Dame de Kabylie. Attraverso il sito www.notredamedekabylie.net promuove la missione della conversione dei musulmani al cristianesimo attraverso un dialogo fondato sulla certezza della nostra fede e sull'ottemperanza dell'esortazione di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Marco 16,15-18).

Per quanto il fenomeno sia avvolto dalla segretezza e diventa pertanto difficile attestare delle certezze, da varie fonti si rileva che sarebbero tantissimi i musulmani che abbracciano la fede in Cristo. Nel 2006 lo sheikh Ahmad al-Qataani, intervistato da Al Jazeera, diede queste cifre: «Ogni ora 667 musulmani si convertono al cristianesimo. Ogni giorno 16mila musulmani si convertono al cristianesimo. Ogni anno 6 milioni di musulmani si convertono al cristianesimo».

Parlando ieri a Parigi, Bilek ha detto che persino in Arabia Saudita, la culla dell'islam e custode dei due principali luoghi di culto islamici, ci sarebbero 120mila musulmani convertiti al cristianesimo. Dati del 2008 indicavano che i musulmani convertiti erano 5 milioni nel Sudan, 250mila in Malesia, oltre 50mila in Egitto, dai 25 ai 40mila in Marocco, 50mila in Iran, 5mila in Irak, 10mila in India, 10mila in Afghanistan, 15mila in Kazakistan, 30mila in Uzbekistan.

Sono stato a Parigi nel fine settimana per tenere una conferenza dal titolo «L'Europa e le sue radici di fronte all'incalzare della cristianofobia», organizzata dalle associazioni Tradizione Famiglia Proprietà, presieduta da Xavier Da Silveira, e Cristianità-Solidarietà fondata da Bernard Antony. Era il giorno dopo l'annuncio del conferimento del Premio Nobel della Pace all'Unione europea. Che scandalo nel momento in cui l'Unione europea in Siria è schierata dalla parte degli estremisti islamici che stanno perpetrando un vero e proprio genocidio nei confronti dei cristiani! In serata, nella piazza antistante la Chiesa di Sant'Agostino, un berbero algerino anch'egli convertito, ho partecipato a una veglia di solidarietà e preghiera con i cristiani perseguitati.

Nel mio intervento ho azzardato questa previsione: «Più vado avanti, più mi guardo attorno, più valuto il tutto, più mi convinco che il futuro della civiltà laica e liberale, democratica e dello stato di diritto, dipenderà dalla sua capacità di prendere le distanze dall'islam come religione senza discriminare i musulmani come persone. Così come sono sempre più consapevole che ci salveranno i cristiani fuggiti dalla persecuzione islamica. Solo chi ha vissuto sulla propria pelle la tirannia dell'islam saprà convincere l'Occidente sulla verità dell'islam. Coloro che hanno tenuta salda la fede in Gesù sconfiggeranno l'islam, salveranno il cristianesimo in quest'Occidente scristianizzato e salveranno la nostra civiltà. Grazie Gesù!».

È stato subito dopo la mia conferenza di fronte a 500 persone che confortano sulla tenuta del cristianesimo, che Bilek mi ha rivolto l'invito a promuovere un'associazione che aggreghi i musulmani convertiti al cristianesimo in tutt'Europa. A me l'idea di essere qualificato come «ex musulmano» non piace affatto, mi sento e voglio essere considerato esclusivamente cristiano così come sono orgogliosamente italiano anche se di origine egiziana. Ma afferro il senso del messaggio: bisogna dar vita a un'istituzione che incoraggi i musulmani a vincere la paura, a battezzarsi pubblicamente, a vivere apertamente la loro nuova fede.

Entrambi siamo consapevoli che il vero problema sono i cristiani autoctoni, perché sono innanzitutto loro ad avere paura. Innumerevoli sono le denunce fatte da musulmani che vorrebbero ricevere il battesimo ma si trovano di fronte al rifiuto di sacerdoti cattolici perché non vogliono violare le leggi dei Paesi islamici che vietano e sanzionano con il carcere e talvolta con la morte sia chi fa opera di proselitismo sia chi incorre nel «reato» di apostasia.

Ed è paradossale che mentre le chiese si svuotano sempre più al punto che vengono messe in vendita e finiscono per trasformarsi in moschee, la Chiesa blocchi la conversione dei musulmani al cristianesimo. Ecco perché rivolgo un appello al Santo Padre: accolga in Vaticano i convertiti al cristianesimo per lanciare un messaggio chiaro e forte a tutti i pastori della Chiesa a favore dell'evangelizzazione dei musulmani. Saranno loro ad affrancarci dalla dittatura del relativismo religioso che ci costringe a legittimare l'islam, a restituirci la fede solida nella verità in Cristo e a salvare la nostra civiltà laica e liberale che, piaccia o meno, si fonda sul cristianesimo.

twitter@magdicristiano



Intrigo islamico contro la bimba cristiana

Magdi Cristiano Allam - Lun, 03/09/2012 - 09:14

Arrestato l’imam che aveva accusato falsamente la ragazzina down di aver bruciato il Corano

La buona notizia è che Ri­msha Masih, una bambina cristiana pachistana undi­cenne disabile con problemi men­tali, che dallo scorso agosto è in car­cere con l'accusa di blasfemia che comporta la condanna a morte, potrebbe forse oggi stesso essere ri­lasciata dietro cauzione dopo l'ar­resto del suo principale accusato­re, l'imam Khalid Jadoon, denun­ciato dal religioso islamico Hafiz Mohammad Zubair perché ha fal­sificato le prove.

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La cattiva notizia è che si tratta dell'ennesimo caso che evidenzia sembra ombra di dubbio che negli Stati a maggioranza islamica è in atto un vero e proprio sterminio dei cristiani, istituzionalizzato da leggi discriminatorie, legittimato da innumerevoli versetti del Cora­no e dall'esempio di Maometto che ordinano di uccidere i «trinita­ri », i «crociati» e tutti i non musul­mani accumulati come «infedeli», trasmesso di generazione in gene­razione attraverso una cultura dell'intolleranza che esalta l'islam come l'unica «vera» religione, pra­ticato dagli estremisti islamici che ormai sono al potere pressoché ovunque dal Marocco al Pakistan.

Chiariamo subito che né il reli­gioso islamico che ha denunciato l'imam di aver aggiunto pagine del Corano a quelle che sarebbero sta­te bruciate dalla bambina cristia­na, né il giudice che ha disposto il fermo dell'imam per 14 giorni di carcere giudiziario, hanno formal­mente scagionato Rimsha dall'ac­cusa di blasfemia. Per entrambi il reato di blasfemia sussiste ma s'im­pone un'indagine collaterale per­ché l'imam ha manipolato le pro­ve. Il suo comportamento si spie­gherebbe perché il testo che sareb­be stato bruciato dalla bambina è il Noorani Qaida, un manuale uti­lizzato per imparare le basi dell' arabo e del Corano, che è stato ri­trovato nella spazzatura avvolto in un sacchetto di plastica.

L'oggetto dell'oltraggio sarebbero quindi dei versetti del Corano menziona­ti in un manuale scolastico, che non è però qualificabile come te­sto sacro qual è il Corano che per i musulmani è della stessa sostanza di Allah, il loro dio «incartato». Il presidente del Consiglio degli ulema del Pakistan, Tahir Ashrafi, ha chiesto a tutti gli ulema (giure­consulti islamici) di collaborare per una giusta punizione dell' imam. Al tempo stesso, e qui sta la novità che ci fa sperare bene, ha sollecitato il capo dello Stato Asif Ali Zardari affinché faccia liberare subito Rimsha e ne garantisca la si­curezza. Per oggi è attesa la senten­za del tribunale.

Ci auguriamo che la piccola Ri­msha venga liberata e le sia restitui­to il diritto inalienabile alla vita. Ma non possiamo non prendere atto che anche questo eventuale atto riparatorio avviene nel conte­sto di una barbarie islamica che condanna i cristiani ad essere pe­rennemente passibili della con­danna a morte. Così non possia­mo dimenticare che tutte le fami­glie cristiane nel villaggio di Mehrabadi, dove risiede Rimsha alle porte di Islamabad, sono già state costrette ad abbandonare le loro case per prevenire le rappresa­glie violente degli islamici che si abbattono indistintamente su tut­ti i cristiani. Viene del tutto meno il principio della responsabilità sog­gettiva, il cardine dello stato di di­ritto, sostituito dall'arbitrio della responsabilità collettiva: si viene discriminati, perseguitati e uccisi per il semplice fatto di essere cri­stiani.

È quanto sta accadendo a Rable, l'ultima cittadina siriana prima del confine libanese, dove 12 mila abitanti cristiani sono da settima­ne assediati da migliaia di terrori­sti islamici pachistani, afghani, egi­ziani, tunisini e libici, rischiando di morire di fame. La denuncia ci è stata fatta da padre Nader Joubail, un coraggioso sacerdote libanese impegnato nel salvare centinaia di migliaia di cristiani che stanno fuggendo dalla Siria dalla cosid­detta «rivolta popolare» che do­vrebbe tradursi nella democrazia. Padre Nader, come tutti coloro che vivono nei Paesi a maggioran­za islamica, ha le idee molto chia­re: «Democrazia e islam sono in­compatibili. Nel Corano non vi è traccia né di democrazia né di li­bertà. Gli islamici al potere impon­gono la sharia, che è l'opposto del­la democrazia e della libertà». Ep­pure Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia sosten­gono pubblicamente e militar­mente questi terroristi islamici, af­fiancati da Turchia, Arabia Saudi­ta e Qatar.

Siamo di fronte ad una strategia che deliberatamente persegue lo sterminio dei cristiani sopravvis­suti all'islamizzazione forzata ini­ziata nel settimo secolo. E noi cri­stiani sulla sponda europea del Mediterraneo sosteniamo i carne­fici islamici che contemporanea­mente ci stanno invadendo diffon­dendo a macchia d'olio le mo­schee, le scuole coraniche, gli enti assistenziali, le banche islamiche, i tribunali shariatici. Siamo ciechi, sordi, pavidi, ignoranti, folli, suici­di, criminali. Se oggi, come auspi­chiamo, sarà rilasciata dietro cau­zione Rimsha, non esultiamo co­me se si trattasse di una vittoria cal­cistica.

Salviamo i cristiani!



Toh, sui giornali i terroristi non sono più «islamici»

Magdi Cristiano Allam - Lun, 27/10/2014 - 07:00

I «terroristi islamici» non esistono. Oggi vengono occultati dai mezzi di comunicazione di massa con l'eufemismo «jihadisti». Ma quanti italiani sanno che cosa significhi «jihadisti» o «jihad»? Il motto dei Fratelli musulmani evidenzia il significato più genuino del jihad : «Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro leader. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è il nostro sentiero. Morire lungo il sentiero di Allah è la nostra aspirazione massima».

Il divieto di usare il termine «terrorismo islamico» fu formalizzato nel 2006 (...)

(...) dall'Unione europea. È sconvolgente il fatto che mentre i terroristi islamici sgozzano, decapitano e massacrano in ottemperanza ai versetti coranici e ai detti e fatti attribuiti a Maometto, l'Occidente - pur di negare l'evidenza - si sia spinto fino a «scomunicare» i terroristi islamici. Lo scorso 14 settembre, dopo la decapitazione dell'ostaggio britannico David Haines, il premier Cameron ha detto che i terroristi islamici dell'Isis «non sono musulmani ma mostri», «dicono di fare questo in nome dell'islam. È assurdo, l'islam è una religione di pace». Anche il presidente americano Obama, intervenendo all'Assemblea generale dell'Onu lo scorso 24 settembre, ha scagionato l'islam: «Gli Stati Uniti non saranno mai in guerra contro l'islam. L'islam insegna la pace».

Ma lo sanno Obama e Cameron che il capo supremo del sedicente «Stato islamico», l'autoproclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi, oltre ad essere musulmano ha un dottorato di ricerca in Scienze islamiche? Secondo loro questi tagliatori di teste se non sono musulmani che cosa sarebbero? Di quale islam parlano? Il Corano è unico e di Maometto ce n'è solo uno. Il vescovo di Mosul, Emile Nona, intervistato da l'Avvenire lo scorso 12 agosto, ha detto che l'ideologia dei terroristi islamici «è la religione islamica stessa: nel Corano ci sono versetti che dicono di uccidere i cristiani, tutti gli altri infedeli», e che i terroristi islamici «rappresentano la vera visione dell'islam».

Eppure il 23 ottobre, sotto l'egida della presidente della Camera Laura Boldrini, la stampa cattolica ( L'Avvenire , Famiglia Cristiana e la Fisc), hanno promosso la campagna «Anche le parole possono uccidere», in cui si denuncia anche l'uso della parola «terrorista» in rapporto ai musulmani. Sempre la Boldrini aveva sponsorizzato nel 2007, da portavoce dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, con l'Ordine nazionale dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa, la «Carta di Roma», in cui si chiede di sostituire la parola «clandestino» con «migrante». Ebbene, dopo che nessun mezzo di comunicazione di massa usa più la parola «clandestino», ci ritroviamo in un'Italia in cui la clandestinità non solo non è più reato ma in cui risorse nazionali sono spese per favorire l'auto-invasione.

Inevitabilmente accadrà lo stesso con l'abolizione della parola «terrorista islamico». Già oggi i terroristi islamici con cittadinanza europea, che rientrano dopo aver ucciso, sgozzato e decapitato in Siria e Irak, vengono accolti con la disponibilità riservata al figliol prodigo della parabola evangelica. Consentiamo che nelle moschee e sui siti Internet si predichi l'odio e la violenza nei nostri confronti, concependolo come libertà d'espressione fintantoché non si traduce concretamente nella nostra morte. Di questo passo finiremo per giustificare i terroristi islamici fino a legittimarli, sottoscrivendo noi stessi il nostro suicidio e la fine della nostra civiltà.

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