sabato 29 novembre 2014

Buon compleanno Emma, la nonna d’Europa ha 115 anni

La Stampa
carlo bologna

Verbania, è in pensione dal 1954, ha visto 11 Papi, perse un figlio e scappò dal marito “La mia dieta? Due uova al giorno. Renzi? Non lo conosco, non guardo più la tv”



Emma Morano fotografata ieri nella sua casa di Verbania


Stringe tra le mani la moneta rosa di Expo 2015, avvolta nello scialle di lana. Emma Morano oggi compie 115 anni e non ha bisogno di fare testa o croce per sapere cosa le riserverà il destino. È la donna più anziana d’Europa, la sesta al mondo. La più longeva di sempre in Italia. Carla Fracci, ambasciatrice dell’evento mondiale milanese, le ha fatto recapitare nella casa di Verbania un messaggio d’auguri, invitandola.

Di sicuro quel tema «nutrire il pianeta, energia per la vita» che da maggio a ottobre animerà il dibattito su cibo, risorse e alimentazione sembra un abito cucito su misura per Emma. Nella sua cavalcata attraverso i secoli questa ragazza del 1899 ci ricorda l’importanza della semplicità. A partire proprio dalla dieta che l’ha portata a raggiungere questo traguardo speciale: colazione con un uovo e fette biscottate, a pranzo pastina con un etto di carne cruda macinata e un vasetto di frutta; alle 15 il secondo uovo e qualche biscotto. Alle 18 ancora pastina, a mezzanotte un po’ di banana liofilizzata.

«Come sto? Bene, tranquilla - risponde -. Come un Papa». Con la differenza che lei è in poltrona a raccontare, mentre dal giorno della sua nascita ad oggi sulla cattedra di Pietro si sono avvicendati undici pontefici. Da Leone XIII a Francesco. Inutile indagare, però, sul Papa argentino. L’espressione è la stessa quando sente il nome del premier di oggi, Matteo Renzi: «No, non li conosco. La televisione è da tanto che non la guardo più, guardavo Rete4 ora mi stanco. Il re? Sì, di lui mi ricordo e anche della regina».

L’omaggio della memoria è per Vittorio Emanuele III, salito al trono un anno dopo la nascita di Emma, il 29 novembre di quel 1899 nel paesino vercellese di Civiasco. Certo, oggi c’è la repubblica e Emma lo sa bene: il prefetto Francesco Russo anche quest’anno le consegnerà gli auguri del presidente Napolitano che l’ha insignita, con premier Monti, del titolo di cavaliere. Il diploma è in bella mostra sulla credenza in cucina, accanto all’unica scatola di medicinali.

«Il medico - sorride vicino al calorifero - viene una volta al mese per i controlli, ho appena ricevuto i risultati delle analisi, va tutto bene». Il vaccino antinfluenzale? Mai fatto, conferma il dottor Carlo Bava. Il mondo di Emma oggi è chiuso in una stanza. I giorni indimenticabili? Non ha dubbi: «Quando andavo a ballare, da giovane. Da Civiasco mi ero trasferita a Villadossola, nelle case operaie dietro l’acciaieria. Avevo molti corteggiatori, quando non tornavo a casa in tempo arrivava mia madre e mi prendeva a bacchettate sulle gambe». 

A 13 anni aveva iniziato a lavorare allo Jutificio Ossolano, confezionava sacchi. «Poi ho iniziato a stare male e per guarire mi sono trasferita a Pallanza, dove c’era l’aria migliore, anche se ho continuato a fare lo stesso lavoro». Fino al 1954 quando è andata in pensione, giusto sessant’anni fa. 
Nel frattempo la vita l’ha messa duramente alla prova: «Augusto, il mio fidanzato di Villadossola, era partito per la guerra. Non è mai più tornato». In realtà l’Associazione nazionale Alpini ha scoperto che Augusto Barilati, classe 1894, al rientro dal fronte fu assegnato alle acciaierie Breda di Milano e non si fece più vedere. Ma alla signora Emma non abbiamo avuto il coraggio di dirlo. Perché un marito poi lo trovò, anche se non durò a lungo.

La nonna d’Europa infatti è stata capace di gesti moderni: «Mi picchiava - racconta - e dopo l’ennesima umiliazione decisi di separarmi nel 1938». Un anno prima era nato un bimbo, morto a pochi mesi. Nulla la teneva legata a quella catena di sofferenze. Di quei giorni Emma ricorda anche le continue sfilate delle camicie nere di Mussolini. Eppure, dopo tanto dolore, era tornata a riassaporare la sua libertà. Sarebbe arrivata una nuova guerra, il mondo sarebbe cambiato ad una velocità supersonica. Ci sarebbe stato tempo per imparare nuove canzoni, Nilla Pizzi e Claudio Villa tra i preferiti, e sognare senza spostarsi troppo da casa. In fondo la lezione è semplice: il tempo non si sfida, si vive.

Qualsiasi cosa ti riservi. Ma non raccontate a Emma, che aveva settant’anni quando l’uomo ha messo piede sulla Luna, che oggi c’è una donna, Samantha Cristoforetti, su un’astronave in viaggio nello spazio. Non ditelo soprattutto a lei, che timidamente ci ha confidato: «Roma? No, non ci sono mai stata. Nemmeno all’estero. Il mare l’ho visto a Genova ma il mio mondo era tra Pallanza e Varallo Sesia, dove avevo i parenti». Il suo piccolo mondo antico.

Alieni, la rivelazione dell'ex Nasa: "Ho visto due uomini correre su Marte"

Libero

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Una ex dipendente della Nasa ha rivelato, in un'intervista radiofonica, di aver visto due esseri viventi camminare su Marte. La donna, che non ha svelato la propria identità (si fa chiamare Jackie), ha spiegato che i fatti sarebbero avvenuti nel 1979, in occasione dello sbarco del Lander Viking su Marte. Jackie ha affermato che anche gli altri colleghi avrebbero visto la scena.

I filmati - La scena è stata immortalata, e i filmati sono stati inviati sulla Terra: dalle immagini si possono vedere le due figure mentre indossano tute spaziali particolari, più leggere e meno ingombranti, in modo tale da permettere una migliore mobilità. Ma poco dopo le immagini sparirono, e la sala video fu chiusa ermeticamente con del nastro adesivo. Jackie ora chiede di riaprire il caso, ma la Nasa non ha ancora risposto

Case occupate, così lo Stato aiuta il racket

Enrico Silvestri - Sab, 29/11/2014 - 08:44

Gli sgomberi stavano funzionando ma ora scompare il reato

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Milano - Caduti sul traguardo come Dorando Pietri alle Olimpiadi di Londra: appena gli sgomberi sembrava stessero dando risultati pratici, drastica diminuzione delle occupazioni abusive, arriva la legge delega che depenalizza il reato. In pratica invadere «terreni o edifici» diventerà un semplice illecito amministrativo. E ora il ministro dell'Interno Angelino Alfano si appresta a varare i decreti attuativi che spunteranno definitivamente ogni arma contro il racket delle case pubbliche.

Perché deve essere chiaro che nella maggior parte dei casi, dietro le occupazioni di case pubbliche ci sono vere e proprie organizzazioni che gestiscono l'«assegnazione» clandestina degli alloggi. Piccoli e grandi «racket» in grado di offrire l'appartamento «chiavi in mano» e con tutti i vari accessori. Vale a dire con cifre oscillanti tra i 1.000 e i 2.000 euro l'«assegnatario» viene accompagnato sino alla porta, sfondata e sostituita con una nuova. Spesso sono appartamenti sfitti, spesso di anziani ricoverati in ospedale. E all'abbisogna ci sono anche i «figuranti», appunto donne incinte e bambini da esibire all'arrivo della polizia.

In questo modo a Milano si era arrivati a punte di una decina di occupazioni al giorno. Con gli inquilini sempre più spesso minacciati affinché non denuncino l'occupazione. La situazione è via via degenerata, portando a poco meno di 7mila il numero delle case, con interi condomini in mano alla criminalità. Spesso infatti gli occupanti sono delinquenti comuni che usano il palazzo come covo e le cantine come deposito di refurtiva. E senza nemmeno pagare le utenze, perché si allacciano ai contatori condominiali.

Ai primi di novembre dopo un tavolo congiunto in Prefettura, sono iniziati gli sfratti, trovando però una forte resistenza negli antagonisti, «utili idioti» che fanno inconsapevolmente il gioco dei racket. E in almeno cinque occasioni lo sgombero si è trasformato in corrida. Però alla fine l'operazione ha portato a qualche risultato: la diminuzione delle occupazioni. Così già a metà mese il primo segnale: dalle dieci occupazioni al giorno, tra lunedì 17 a giovedì 20 scendiamo a quattro complessivamente, una sola riuscita. Ancora meno negli ultimi otto giorni: sei in tutto. Un indizio in più sull'esistenza delle organizzazioni che, spaventate per il clamore attorno al fenomeno, sembra abbiano deciso di ridurre gli assalti.

Assalti che potrebbero riprendere non appena passeranno i decreti attuativi della legge delega del 28 aprile che trasformerà il reato di «invasione di terreni ed edifici»» in illecito amministrativo. Praticamente occupare un alloggio equivarrà a un divieto di sosta. Mentre la Regione stanzia oltre mezzo milione per contrastare il fenomeno. Il piano prevede la messa in sicurezza l'alloggio 24 ore dopo l'occupazione, interventi di riqualificazione e individuazione del nuovo assegnatario entro un mese e il suo ingresso entro dieci giorni.



"Ignorante, fai schifo, sei un servo". Così l'immigrata rispetta il poliziotto

Paola Fucilieri - Ven, 28/11/2014 - 18:04

La giovane provoca un agente durante lo sgombero a Milano: "Fai schifo servo del potere". E le immagini infiammano il web. Intanto una legge aiuta gli abusivi

Una legge delega il governo a depenalizzare una parte delle occupazioni abusive, proprio mentre accade questo sconcertante episodio.



San Siro, via Tracia 7, mercoledì. La ragazza di colore è giovane, carina, parla un italiano fluente e in quel momento sa di avere un pubblico compiacente di «compagni» dei centri sociali. Conscia della telecamera che la riprende e che più alzerà i toni, più quel filmato online arriverà a tutti. Quale miglior occasione per mostrare le sue doti da oratrice (offensiva), davanti a chi sa benissimo che non può reagire? Vittima suo malgrado un poliziotto del reparto mobile, spesso chiamato celerino.

Casco azzurro, scudo trasparente, manganello rivolto verso il basso l'uomo resta immobile e abbozza un sorriso rassegnato: sta facendo il suo lavoro, sgomberare una famiglia che occupa abusivamente uno stabile Aler. È uno di quei tutori della legge per cui, negli anni Settanta, nel Regno Unito, è stato coniato l'acronimo Acab (All cops are bastards, tutti i poliziotti sono bastardi) e in Italia, qualche anno fa, su questi agenti e ispettori che si beccano il peggio di un lavoro malpagato e difficile, ci abbiamo anche fatto un film. La ragazza, però, ci va giù duro, il ciak non c'è e il celerino non è l'attore Pierfrancesco Favino.

«Quando andrai a fare una roba sensata nella vita? - gli grida in faccia la ragazza avvolta in un giubbotto nero, agitando enfatica le mani coperte dai guanti marroni -. Mi dispiace perché non capisci, non ci arrivi e non ci arriverai mai e morirai infelice, ma tu nel mondo sei servo del potere. C'è della gente che ti mangia in testa e te sei qua a sgomberare una famiglia con quattro bambini, hai capito? Hai capito perché fai schifo?».

Il poliziotto non risponde, tutto sembra, deve scivolargli addosso. Nessuno lo consola. Qualcuno, però, cerca di confortare la ragazza che, poverella, con tutta quella prosopopea demagogica da due soldi, ne ha proprio bisogno.

 Un compagno, dopo la prima frase, infatti, la interrompe comprensivo: «Non capisce un c... - dice rivolto a lei ma indicandole il poliziotto -. È ignorante. Fa 'sto mestiere perché non ha studiato nella vita, lascialo stare». Un altro aggiunge: «Ha tolto gli specchi in casa perché non si può guardare la mattina». E il dialogo si fa sempre più strutturato, concettuale e impegnato quando, al termine del soliloquio della ragazza, l'amico con la maglia a righe e i capelli alla Caparezza che sta vicino a lei, sempre rivolto al poliziotto, aggiunge truce: «Chi ve l'ha insegnato a fare 'sto lavoro? Il Grande Puffo. Mah, veramente...».

Il capo della polizia, prefetto Alessandro Pansa, persona illuminata, dovrebbe capire che «'sti ragazzi», che svolgono «'sto lavoro» dove, tanto per restare in tema, la saggezza del Grande Puffo latita ma l'ignoranza dei troppi Gargamella impera, vanno premiati. Glielo ricorda il Sap, con il suo segretario generale, Gianni Tonelli. «Abbiamo bisogno, concretamente, di sentire i vertici del Dipartimento della pubblica sicurezza dalla nostra parte: nel 2012 il comandante generale dell'Arma conferì l'encomio solenne al carabiniere insultato da un manifestante No Tav per il lodevole comportamento tenuto a fronte della grave provocazione subita.

Ci auguriamo che il prefetto Pansa faccia la stessa cosa con il poliziotto insultato a San Siro durante gli sgomberi. In questo caso, addirittura, a essere riempito di improperi e offese è stato un intero contingente di operatori. «Possibile - chiede il segretario del Sap - che un poliziotto o un carabiniere siano considerati bravi solo si espongono a rischi fisici, se vengono insultati, aggrediti, se sono oggetto di lanci di pietre? A questo gioco al massacro noi non ci stiamo più».

Del resto se il governo attuerà la legge delega in Gazzetta ufficiale già da maggio scorso, saranno depenalizzate le occupazioni abusive, a meno che non abbiano a oggetto edifici pubblici o siano compiute armi alla mano o in gruppi numerosi. Un bel segnale.

I conti di Grillo tornano: ecco come fa soldi in Rete

Clarissa Gigante - Sab, 29/11/2014 - 08:13

Al comico interessano soltanto i clic: è un giro d'affari da centinaia di migliaia di euro ogni anno. Altro che crisi: la pubblicità abbonda anche sui siti gestiti da Casaleggio associati

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Quanto vale un partito? Vale i voti che riesce a prendere alle urne. Ma anche il numero delle tessere dà un'idea della base. Nell'era della digitalizzazione però qualcosa è cambiato: contano anche gli iscritti alla pagina Facebook , quanti « likano », commentano o condividono un post, il numero dei « retweet ».

Contano i clic.

Lo sanno bene le concessionarie di pubblicità. Lo sanno bene i blog e i siti web che ospitano tra le proprie pagine banner e inserzioni. Lo sa bene anche la Casaleggio Associati srl, che gestisce uno dei portali più visitati in Italia, quello di Beppe Grillo. Un tema, quello dell'importanza dei clic, tornato alla ribalta con l'ennesima crisi interna al Movimento 5 Stelle. «Beppe Grillo ci ha detto che il Movimento va bene così, portando come prova i contatti avuti sul sito», rivela oggi il deputato grillino Samuele Segoni, aggiungendo che secondo il suo leader «è un modo per contare quanto seguito abbiamo, perché giornali e tv sono morti». Insomma, Grillo fa un passo indietro, ma il blog non si tocca.

Del resto è la sua fonte principale di guadagni. Ogni giorno dal sito passano infatti almeno 500mila persone (parola dello stesso Grillo tempo fa). Stando a un test effettuato qualche mese fa da Repubblica , in poche ore uno spot sul portale ha raccolto oltre 125mila clic. Fare i conti è facile: quell'annuncio è stato pagato da Google circa 64 cent ogni mille clic. La società di Mountain View sostiene poi di piazzare tra i 50 e i 100 milioni di inserzioni al mese sul blog di Grillo. Questo significa che ogni anno il portale frutta almeno 384mila euro (ma probabilmente molto di più), anche se sia il comico genovese che Gianroberto Casaleggio hanno sempre smentito qualsiasi cifra ipotizzata in questi anni.

Quel che è certo è che tra l'altro nemmeno la Casaleggio Associati rinuncia ai «trucchetti» (perfettamente legali) per far sì che arrivino sui propri siti - che, ricordiamo, sono anche una serie di portali satellite, come Tzetze.it e Lafucina.it - il maggior numero di persone. Va da sé, infatti, che aumentando le visite si alzino anche le probabilità che qualcuno clicchi i banner presenti.
Uno dei più famosi è il cosiddetto « clic baiting »: sui social e nei rimandi sugli altri siti della «galassia» gestita da Casaleggio vengono spesso pubblicate le notizie con frasi che dicono tutto e nulla, ambigue o volutamente criptiche per stimolare la curiosità di chi le legge e invogliarlo così a cliccare sul link .

Un altro metodo, di cui avevamo parlato qualche anno fa sul sito de ilGiornale.it , è quello di tirare il lettore dentro un dedalo di link : si parte ad esempio da un tweet in cui si annuncia una notizia clamorosa, cliccando si finisce su una pagina (ovviamente piena di banner ) in cui c'è solo una foto, un breve sommario e un altro link che rimanda ad un altro sito (con altre inserzioni pubblicitarie) dove finalmente si trova la notizia clamorosa (che spesso così clamorosa non è).
Lo ripetiamo: nulla di illegale o di originale. Ma che sicuramente lascia qualche dubbio sulla reale importanza per Grillo dei clic. Altro che sapere cosa vuole la base o quanto seguito abbia il movimento: in ballo ci sono migliaia di euro all'anno che finiscono nelle tasche degli ideologi pentastellati.

No alla Turchia nell’UE

Livio Caputo



Non so quanti italiani sappiano che a Bruxelles sono in corso da ben sette anni negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione Europea. Questi negoziati si sono incagliati, per nostra fortuna, su alcuni punti e non stanno facendo progressi, ma a mio avviso dovrebbero essere addirittura interrotti, perché la Turchia di oggi non ha più nulla a che fare con noi.  Nei dodici anni di governo da parte di Erdogan e del suo partito AKP, a suo tempo definito “islamico moderato”, il Paese si è progressivamente allontanato culturalmente e politicamente dall’Europa e ha assunto caratteristiche inaccettabili. 

Erdogan, per undici anni primo ministro e ora presidente (in teoria con poteri limitatissimi, ma in pratica padrone del Paese perché il primo ministro Davotoglu è solo un passacarte e fa tutto quello che gli viene ordinato), ha sistematicamente demolito la struttura laica imposta dal grande Kemal Ataturk, ha reintrodotto l’uso del velo per le donne, ha dichiarato pubblicamente (pochi giorni fa) che la donna è inferiore all’uomo e destinata essenzialmente a fare figli e, se non ha ancora introdotto la Sharia, ha comunque fatto passi giganti per islamizzare nuovamente il Paese.

Tra le altre sue imprese, Erdogan si è fatto costruire un palazzo costato 800 milioni di dollari, è stato implicato in uno scandalo per corruzione messo a tacere rimuovendo i giudici e i poliziotti che lo hanno portato alla luce, ha soffocato la libertà di stampa mettendo in galera più giornalisti della Cina. Continua a vincere le elezioni, ma solo per l’appoggio degli ambienti più retrogradi e conservatori del Paese e di quella classe di imprenditori dell’Anataolia profonda che ha aiutato ad arricchirsi.

Ma la città più moderna e aperta all’influenza occidentale, Smirne, gli ha sempre votato contro ed è ancora amministrata dall’opposizione kemalista (infatti, per le strade, non si vedono quasi donne velate). La costituzione garantisce la libertà religiosa, ma in realtà che non è musulmano viene discriminato e i pochi cristiani hanno la vita difficile (ogni tanto, un prete viene anche assassinato). La maggioranza dei professionisti, degli imprenditori, degli intellettuali ritiene che,se Erdogan, come ha intenzione di fare forzando una modifica della Costituzione, rimarrà al potere per i prossimi dieci anni, l’eredità kemalista verrà completamente cancellata e la Turchia tornerà ad essere un Paese islamico come gli altri.

In politica estera, la Turchia, che durante la guerra fredda è stata l’efficiente e fedele bastione orientale della NATO, opera ora in maniera del tutto indipendente dal blocco occidentale. Da principale alleata di Israele nel Medio Oriente, sotto Erdogna Israele è diventata il nemico numero uno, tanto che dalla Turchia è partitala famigerata spedizione navale per forzare il blocco di Gaza.

Dopo la cosiddetta primavera araba, Erdogan ha sognato una specie di Unione islamica a egemonia turca, ha sposato la causa dei Fratelli Musulmanipoi messi al bando in Egitto,in Giordania e nei Paesi del Golfo, ma ha finito con il rimanere isolato, con il Qatar e Hamas (!) come unici amici. Quando ha visitato il Sudan, il cui presidente Oman al Bashir è stato deferito alla Corte internazionale dell’Aja per genocidio, ha detto: “Non ho v isto alcuna traccia di questo: i musulmani non ricorrono mai al genocidio”.

Formalmente, è schierato con noi nella lotta contro l’ISIS, ma nega che esista un terrorismo islamico, ha lasciato passare attraverso la Turchia migliaia di jihadisti che andavano a combattere con il Califfato e a Kobane si è comportato come i russi nel 1944, quando si fermarono sulle rive orientali della Vistola lasciando ai tedeschi il tempo di soffocare la rivolta dei nazionalisti polacchi a Varsavia: una divisione corazzata turca schierata sul confine non ha mosso un dito per impedire che l’ISIS annientasse l’ultima sacca di resistenza dei Curdi,  e c’è voluto l’intervento massiccio dell’aviazione americana per evitare un massacro come quello degli yazidi.

Con tutto ciò, il Papa si appresta ad andare in visita in Turchia. Che cosa si proponga  da questi viaggio non lo so, salvo un incontro con il Patriarca ortodossso che ancora ha sede a Istanbul. Comunque, dopo l’indirizzo che ha preso, la Turchia non ha più nulla a che fare con l’Unione Europea che, anche se non si è voluto inserire nella Costituzione, ha radici giudaico-cristiane e non deve prendersi in casa 75 milioni di musulmani.

Facciamo pure tutti gli accordi commerciali possibili, ma non lasciamo che i deputati di Erdogan diventino il gruppo più numeroso nel Parlamento europeo e che i cittadini turchi possano girare liberamente per l’Europa. Se anche i potenziali jihadisti fossero solo uno su mille, ci tireremmo in casa 75.000 nemici, oltre a quelli che abbiamo già.

Oltre un miliardo alla Chiesa. La Corte dei Conti: “Sono troppi, l’8x1000 va rinegoziato”

La Stampa
paolo baroni

Incassato l’82,3% del fondo con solo il 38% delle preferenze. I giudici contabili allo Stato: “Poca informazione sul meccanismo di redistribuzione, l’8X1000 va rinegoziato”

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Nonostante «la fortissima riduzione della spesa pubblica in ogni campo» c’è una voce tra le uscite dello Stato che continua a lievitare: sono i fondi erogati attraverso il meccanismo dell’8 per mille. Erano 209 milioni di euro nel 1990, hanno sfondato quota 1 miliardo nel 2003 e quest’anno sono arrivati toccare quota 1 miliardo e 280 milioni. Per questo la Corte dei Conti, in una delibera pubblicata ieri, chiede al governo di «rinegoziare» il sostegno finanziario destinato alle confessioni religiose e di modificare entro 6 mesi la legge. Perché non rispetta i «principi di proporzionalità, volontarietà e uguaglianza».

I beneficiari - spiega la Corte dei Conti - ricevono più dalla quota non espressa dai contribuenti che da quella optata. Un punto, questo, su cui «non vi è un’adeguata informazione, benché coloro che non scelgono siano la maggioranza e si possa ragionevolmente essere indotti a ritenere che solo con un’opzione esplicita i fondi vengano assegnati». In soldoni: alla Chiesa Cattolica, in virtù di opzioni dei contribuenti che arrivano al 37,93% nel 2011 ha ricevuto ben l’82,28% dei fondi totali, per un ammontare complessivo di un miliardo e 118 milioni, che quest’anno per effetto delle riduzione dei redditi degli italiani scenderanno a un miliardo e 54 milioni. Lo Stato, scelto dal 6,14% dei contribuenti, ha invece incassato il 13,3% (170,3 milioni di euro), le Chiese avventiste lo 0,18% (2,1 milioni), le Assemblee di Dio in Italia lo 0,25 (1,1), i Valdesi il 3,22 pari a 12,1 milioni (ma quest’anno sono 40,8), la Chiesa luterana lo 0,32 pari a 3,1 milioni, l’Unione delle comunità ebraiche lo 0,43 (4,7 milioni , 5,4 quest’anno). 

I contributi alle confessioni «risultano ingenti, tali da non avere riscontro in altre realtà europee, avendo superato ampiamente il miliardo di euro per anno – segnala così la Corte dei Conti -. Nonostante ciò, la possibilità di accesso ai fondi per molte confessioni è oggi esclusa per l’assenza di intese, essendosi affermato un pluralismo confessionale imperfetto». Inoltre «manca trasparenza sulle erogazioni»: sul sito web di Palazzo Chigi, infatti, «non vengono riportate le attribuzioni alle confessioni, né la destinazione che queste danno alle somme ricevute». E non ci sono nemmeno «verifiche sull’utilizzo dei fondi, nonostante i dubbi sollevati dalla parte governativa della Commissione paritetica Italia-Cei su alcune poste e sulla ancora non soddisfacente quantità di risorse destinate agli interventi caritativi». Nel 2012 appena il 23,2% per la Cei (225 milioni), mentre il resto va a spese di culto e sostentamento dei sacerdoti), contro una quota del 76-89% di avventisti e valdesi.

Non solo la legge va riscritta, ma anche il comportamento dello Stato è censurabile. «Mostra disinteresse per la quota di propria competenza - scrive la Corte - cosa che ha determinato la drastica riduzione dei contribuenti a suo favore, dando l’impressione che l’istituto sia finalizzato solo a fare da apparente contrappeso al sistema di finanziamento diretto delle confessioni». Tant’è che in oltre 20 anni, al contrario degli altri «competitor», non ha mai promosso le proprie iniziative. E quello che poi raccoglie lo distribuisce a pioggia tra enti privati e religiosi oppure lo spende in altro modo.

Twitter @paoloxbaroni

Grillo, il patrimonio dilapidato

Corriere della sera

di Gian Antonio Stella

Crisi di un leader che si era illuso di poter avere il Paese in pugno

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«Sono un po’ stanchino», ha scritto sul suo blog citando Forrest Gump. C’è da credergli: come Tom Hanks nel film di Robert Zemeckis era partito così, senza una meta precisa («Quel giorno, non so proprio perché decisi di andare a correre un po’») e si era ritrovato con l’illusione di avere in pugno il Paese. Dove abbia cominciato, Beppe Grillo, a sprecare l’immenso patrimonio che di colpo si era ritrovato in dote alle elezioni del 2013 non si sa. Forse il giorno in cui apparve sulla spiaggia davanti alla sua villa con quella specie di scafandro, misterioso e inaccessibile come un’afghana sotto il burka.

Forse quando, avvinazzato dai titoli dei giornali di tutto il mondo, rifiutò per settimane ogni contatto con la «vil razza dannata» dei giornalisti nostrani compresi quelli corteggiati nei tempi di vacche magre. Forse quando, scartando a priori ogni accordo, plaudì ai suoi che rifiutavano perfino di dire buongiorno agli appestati della vecchia politica o si disinfettavano se per sbaglio avevano allungato la mano a Rosy Bindi. O piuttosto la sera in cui strillò al golpe e si precipitò verso Roma invocando onde oceaniche di «indignados»: «Sarò davanti a Montecitorio stasera. Dobbiamo essere milioni. Non lasciatemi solo o con quattro gatti. Qui si fa la democrazia o si muore!». Dopo di che, avuta notizia di un’atmosfera tiepidina, pubblicò un post scriptum immortale: «P.s. Arriverò a Roma durante la notte e non potrò essere presente in piazza. Domattina organizzeremo un incontro...». E le barricate contro i golpisti? Uffa...

M5s, ecco i cinque «vice» di Grillo M5s, ecco i cinque «vice» di Grillo
M5s, ecco i cinque «vice» di Grillo 
M5s, ecco i cinque «vice» di Grillo 
Certo è che mai ora, dopo aver perso tra abbandoni ed espulsioni 15 senatori e 7 deputati con la prospettiva di perderne altri ed essere uscito a pezzi dalle ultime regionali che aveva solennemente annunciato di stravincere («Ci dobbiamo prendere Calabria ed Emilia-Romagna. Sarà un successo, mai stato così sicuro») Grillo si ritrova a fare i conti con un dubbio: non avrà perso il biglietto della lotteria? Non sarebbe il primo. Smarrì il suo biglietto vincente Guglielmo Giannini, dopo aver portato con l’Uomo Qualunque trenta deputati (tantissimi: il quadruplo degli azionisti) all’Assemblea costituente. Lo smarrì Mario Segni, che dopo il referendum pareva destinato a raccogliere l’eredità della Dc. Lo ha smarrito Antonio Di Pietro, del quale Romano Prodi disse «quello si porta dietro i voti come la lumaca il guscio».
I voti perduti
Il guaio è che lui stesso sembra sempre meno convinto di esser ineluttabilmente destinato a vincere. E fa sempre più fatica a spacciare per vittorie certe batoste. E in ogni caso, ecco il problema principale, sono sempre meno convinti di vincere quanti avevano visto in lui l’occasione per ribaltare tutto. Non ripassano, certi autobus. Una volta andati, ciao. Prendete la Calabria: conquistò 233 mila voti (quasi il 25%), alle politiche del 2013. Ne ha persi l’altra settimana duecentomila.

E quando mai li recupererà più? Con questa strategia, poi! «Non ci sono più parole per descrivere il lento e inesorabile, ma tutt’altro che inevitabile, suicidio del Movimento 5 Stelle», ha scritto ieri Marco Travaglio, che pure non faceva mistero di averlo votato. «Un suicidio di massa che ricorda, per dimensioni e follia, quello dei 912 adepti della setta Tempio del Popolo, che nel 1978 obbedirono all’ultimo ordine del guru, il reverendo Jim Jones, e si tolsero la vita tutti insieme nella giungla della Guyana».

Citazione curiosamente appropriata. Basti riprendere un numero di «Sette» del 1995. Il titolo di un’intervista all’allora comico diceva tutto: «Quasi quasi mi faccio una setta». Beppe Grillo non era già più «soltanto» un istrione da teatro. Girava l’Italia in 60 tappe con lo show «Energia e informazione», irrompeva all’assemblea della Stet rinfacciando all’azienda telefonica i numeri hot a pagamento, attaccava le multinazionali, incitava ad «accelerare la catastrofe economica. Per l’esplosione del consumismo. Potremmo comprare cose inesistenti: elettroseghe per il burro, spazzolini da due chili monouso che dopo esserti lavato una volta li butti in mare per ammazzare i pesci...». Faceva ridere. E spiegava che proprio per quello gli andavano dietro: «Perché sono un comico.

Perché non fabbrico niente. Perché chi parla contro i gas fabbrica le maschere antigas. Invece io, non vendendo né gas né maschere antigas, sono credibile. Che ci guadagno?». Ed è su questa domanda che è andato a sbattere. Brutta bestia, il potere. Guadagnato quello, il bottino più ambito di chi fa politica, è andato avanti sparandola sempre più grossa. Nella convinzione che ogni urlo, ogni invettiva, ogni insulto portasse ancora voti, voti, voti...«Ogni voto un calcio in culo ai parassiti che hanno distrutto il Paese». «Facendo a modo nostro saremo più poveri per i prossimi 4-5 anni, ma senza dubbio più felici». «Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno». «Il Parlamento potrebbe chiudere domani. È un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica». «Bisogna ripulire l’Italia come fece Ercole con le stalle di Augia, enormi depositi di letame spazzati via da due fiumi deviati dall’eroe».
Parole pesanti
E via così. Anche sui temi più ustionanti, dove non è lecito esercitare il battutismo: «La mafia è emigrata dalla Sicilia, è andata al Nord, qui è rimasta qualche sparatoria, qualche pizzo e qualche picciotto». «Hanno impedito a Riina e Bagarella di andare al Colle per la deposizione di Napolitano per proteggerli: hanno già avuto il 41 bis, un Napolitano bis sarebbe stato troppo». «La mafia è stata corrotta dalla finanza, prima aveva una sua condotta morale e non scioglieva i bambini nell’acido. Non c’è differenza tra un uomo d’affari e un mafioso, fanno entrambi affari: ma il mafioso si condanna e un uomo d’affari no».

Una cavalcata pazza. Perdendo uno dopo l’altro amici, simpatizzanti, osservatori incuriositi. Di nemico in nemico. «Adesso Schulz dice che io sono come Stalin. Ma un tedesco Stalin dovrebbe ringraziarlo, altrimenti Schulz sarebbe in Parlamento con una svastica sulla fronte. Schulz, siamo un venticello, lo senti? Arriva un tornado, comincia a zavorrarti attaccato alla Merkel perché ti spazzeremo via». «Noi non siamo in guerra con l’Isis o con la Russia, ma con la Bce!». «Faremo i conti con i Floris e i “Ballarò”... Io non dimentico niente. Siamo gandhiani ma gli faremo un culo così...».

E poi barriti contro le tasse: «Siete sicuri che se pagassimo tutti le tasse questo Paese sarebbe governato meglio? Ruberebbero il doppio». Contro l’ultimo espulso: «Un pezzo di merda». Contro Equitalia: «È un rapporto criminogeno tra Stato e cittadini». Contro l’inceneritore di Parma: «Chi mangerà il parmigiano e i prosciutti imbottiti di diossina?» Contro gli immigrati: «Portano la tubercolosi». Sempre nella convinzione che il «suo» movimento potesse prendere voti a destra e a sinistra, tra i padani e i terroni, tra i qualunquisti e i politicizzati al cubo. Un «partito-tutto» contro tutto e tutti. Finché, di sconfitta in sconfitta, non si è accorto che qualcosa, nel rapporto col «suo» popolo, si stava incrinando.

Che lui stesso stava smarrendo l’arte superba di saper mischiare insieme la potenza della denuncia e la leggerezza dei toni. Finché arrivò il momento che, in una piazza qualsiasi, si accorse che la solita battuta non tirava più. Capita anche ai clown più ricchi di genio. Ma loro, se vogliono, possono inventarsi un altro numero.

29 novembre 2014 | 07:40



Dal complottista al democristiano: storie (e gaffes) dei nuovi leader
La Stampa
mattia feltri

Sibilia non crede allo sbarco sulla Luna, Fico vuole Grillo patrimonio dell’umanità

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Beppe Grillo se ne è reso conto: così non funziona. Affidare la vita del partito a intermittenti consultazioni on line, a eventuali assemblee di parlamentari, a interpretazioni del regolamento o all’umore del giorno rischia di consegnare l’immagine di un movimento rapsodico, non sempre razionale, prossimo della bizzarria. Per scongiurare il pericolo, Grillo ha avanzato la proposta di un direttorio composto da cinque eletti, e ne suggerisce i nomi: Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco, Carlo Sibilia. Vediamo i profili dei giovani incaricati di irrobustire il lato pensante dei cinque stelle.
Partire da Sibilia non è atto da maramaldi. Anzi. Sibilia (avellinese, 28 anni) è uno che prima di entrare alla Camera si offrì al dibattito politico con una proposta di legge che, oltre ai matrimoni gay, consentisse di «sposarsi in più di due persone» e «anche tra specie diverse purché consenzienti». Il mistero che ancora avvolge quest’ultima affermazione è stato dimenticato grazie alla maturazione politica che ha condotto Sibilia ad affrontare vari temi di grande rilievo.

Il giorno del 45° anniversario della sbarco sulla Luna, Sibilia si è chiesto, nella sua personalissima contabilità, come mai «dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa». L’uomo non andò mai sulla Luna, sostiene Sibilia, che insiste sulla politica estera quando, lo scorso ottobre, c’è una sparatoria nel Parlamento canadese: «Opera di un pazzo o di qualcuno che ha ritrovato la ragione?». A chi «attribuire le colpe», si chiede arguto Sibilia non prima di avere offerto «solidarietà a chi ha perso la vita», disgraziatamente non più in grado apprezzare il gentile pensiero. Ecco, partire da qui potrebbe sembrare un po’ da farabutti. Ma l’idea è di andare in crescendo. Infatti ha ben altra caratura Di Battista (romano, 36 anni), detto Dibba, forse il più osannato dei grillini.

Dibba è uno che ha l’aria di quello cui non la si dà a bere. «Diamo fastidio», dice, e sa i rischi che corrono rivoluzionari della sua stoffa: «Prevedo attacchi sempre più mirati, magari a qualcuno di noi un po’ più in vista. Ti mandano qualche ragazza consenziente che poi ti denuncia per stupro, ti nascondono una dose di cocaina nella giacca...». E chi? «Pezzi di Stato deviati. Il sistema fa questo». Lui ha girato il mondo, è stato in Guatemala, in Congo, nel Nepal, conosce i narcos e sa che le decapitazioni dell’Isis sono figlie di Guantanamo come Guantanamo fu figlia dell’11 settembre e così via, fino ad Annibale. È stato sorpreso in aula mentre guardava una partita in streaming ma la sua passione non si discute: celebre il tentativo (poi si trattenne) di entrare in una Commissione abbattendone la porta col busto marmoreo di Giovanni Giolitti.

Roberto Fico (napoletano, 40 anni), poi, è uomo titolato, è il presidente della Commissione di vigilanza Rai, ruolo interpretato in forme innovative: partecipa all’occupazione della Rai con Grillo, non ha niente da dire quando il suo capo dice di evadere il canone, fa interrogazioni sul direttore di Rainews che è andato al Bilderberg, propone la chiusura di Porta a Porta. Per Fico, Grillo è «patrimonio mondiale dell’umanità come le Dolomiti e la Costiera Amalfitana».

Come è evidente, il calibro del direttorio si dilata. Infatti Carla Ruocco (napoletana, 41 anni) è madre e donna moderata, ogni tanto si alza in aula e dice che Renato Brunetta è il gran capo del malaffare - ma è il minimo per restare nei Cinque stelle. Appena entrata a Montecitorio disse che suo desiderio era di favorire un’adeguata «redistribuzione della ricchezza», e come non essere d’accordo? Già meno solida, ma interessante, l’affermazione secondo cui «le Borse calano e lo spread cresce per colpa della legge elettorale». E così, piano piano, siamo arrivati sino a Luigi Di Maio (avellinese, 28 anni), vicepresidente della Camera, di gran lunga il più elegante dei cinque stelle, e uno che spicca perché, quando si sbilancia, dice: «Adesso vediamo». E qui siamo a livelli di saggezza quasi democristiana.