martedì 25 novembre 2014

Così ho vinto la mia guerra contro lo strapotere Coop"

Bernardo Caprotti - Mar, 25/11/2014 - 16:44

Nella riedizione del suo Falce e carrello, il patron di Esselunga Caprotti racconta le cause contro il colosso rosso, sconfitto 11 volte in sette anni. Nel 2012 la Coop Estense condannata per abuso di posizione dominante


Da parecchio tempo esaurito nelle librerie, mercoledì 26 novembre esce in una nuova edizione Falce e carrello, il best-seller in cui Bernardo Caprotti, fondatore di Esselunga, denuncia la guerra sporca contro la propria catena di supermercati condotta dalle cooperative rosse. 
 
Pubblicato nel 2007, il volume è stato oggetto di infuocate polemiche e di numerose cause giudiziarie non ancora concluse (il 19 settembre 2011 venne ritirato dalle librerie con sentenza del tribunale di Milano, salvo riapparirvi dopo 99 giorni, dissequestrato da un'ordinanza della Corte d'appello). 

Di tutto questo tratta lo stesso Caprotti nella «Premessa» che ha steso lo scorso 7 ottobre e che figura in apertura della nuova edizione. Il Giornale la pubblica integralmente e in esclusiva per gentile concessione dell'autore e dell'editore Marsilio.

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Sono passati sette anni e in molti mi hanno chiesto cosa fosse successo dopo la pubblicazione del mio libro. Ci furono alcune reazioni che definirei scomposte. L'esimio professore Giovanni Panzarini, qui a Milano eccelso nel diritto societario e da oltre vent'anni nostro avvocato, subito, il giorno successivo alla presentazione, telefonò all'amministratore delegato di Esselunga, Carlo Salza, e, senza neppure aver visto di che cosa si trattasse, rimise il mandato.

Il signor Giuliano Poletti, allora presidente della Lega delle Cooperative, inventò una nuova teoria economica dichiarando a Panorama del 4 ottobre 2007 a proposito di tasse: «... Ah, bene, parliamo di tasse... proviamo a ragionare non sulle percentuali ma sui numeri assoluti. Una spa che dichiara utili per 10 milioni e ha un'aliquota del 34 per cento paga molte meno tasse di una cooperativa che ha un'aliquota del 17 per cento ma che la applica su 100 milioni». Cioè: fatturi 1.000 e paghi il 10%? Uguale a 100 di tasse. Fatturi 100 e paghi il 40%? Paghi 40. Quindi molto meno! Roba che sta scritta! Nel silenzio generale!

E i signori Soldi e Tassinari, rispettivamente all'epoca presidente di Ancc, Associazione nazionale cooperative consumatori, e presidente di Coop Italia, convocano una precipitosa conferenza stampa nella quale si lasciano andare ad amene dichiarazioni. Tassinari, nel suo inglese approssimativo, modenese, dichiara che è scoppiata una war-price. Cos'è? Il costo di una guerra? Forse voleva dire price-war, dizione americana per «guerra dei prezzi». Da andare in sollucchero. Però, in quel dicembre 2007 arriva la prima citazione in giudizio. Ma ne arrivano tante altre. Così, negli anni, dopo alcune migliaia di pagine di «atti», vinciamo otto cause in prima istanza e tre in appello. Ma or ora sono arrivati tre ricorsi in Cassazione. 280 pagine di legalese. Loro hanno molti soldi - dei soci - e molto tempo.

Intanto, autonomamente, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato nel febbraio del 2011 apre un procedimento contro Coop Estense (Modena) col quale accerta il grave abuso di posizione dominante della cooperativa, consistente in «un'unica strategia escludente», articolata in comportamenti tesi a ostacolare l'avvio di attività commerciali da parte del concorrente, e la condanna, tra l'altro, al pagamento di un'ammenda di 4 milioni e 600.000 euro. Il provvedimento verrà confermato in via definitiva dal Consiglio di Stato a seguito di un'ineffabile sentenza del Tar (Tribunale amministrativo regionale) del Lazio che ne aveva annullato gli effetti.

Queste, in quattro righe, sono alcune tra le vicende di sette anni, di migliaia di pagine di atti, più di 5 milioni di euro di spese legali e un numero non quantificabile di ore passate in riunioni con grandi avvocati. E i reperti etruschi di Bologna? Sono andato di persona l'11 di giugno del 2011 ed erano sempre là, nel più totale abbandono. Ma questa è cosa che alla Corte di Cassazione non pertiene. Un'ultima precisazione: scrissi Falce e carrello senza troppo documentarmi, se non sui fatti specifici, tutti provati.

Dopo, siamo andati a cercare e abbiamo trovato una chicca: Togliatti, al suo ritorno dalla Russia nel 1944, era contrario alle Coop. Pur essendo un modello di impresa particolare, era pur sempre un'impresa, dunque contraria ai purissimi suoi principi comunisti. Ecco, dal suo intervento al secondo Consiglio nazionale del Partito comunista italiano del 7 aprile 1945: « ...Non è pensabile che un gruppo di avanguardia si organizzi isolatamente dalle masse per garantirsi condizioni di privilegio nella soluzione di determinati bisogni economici. Non possiamo dunque essere un partito di leghe e cooperative per la natura stessa del nostro partito».

Ma essendo Palmiro uomo molto intelligente, anzi, con Guglielmo Marconi e Luigi Pirandello, uno dei tre geni che il nostro Paese ha espresso nel secolo scorso, capì. Capì quale straordinario strumento di affiliazione e propaganda avrebbero potuto essere le Coop. E non appena al Congresso della Lega delle Cooperative, tenutosi a Reggio Emilia tra il 15 ed il 17 giugno 1947, i comunisti si assicurarono la maggioranza col 58 per cento dei voti, emarginando repubblicani, socialdemocratici e anche i socialisti, Togliatti in persona designò Giulio Cerreti alla presidenza.

Era un comunista superdoc, cofondatore del partito nel 1921 a Livorno, un dirigente di partito con un passato prestigioso. Spagna, Francia, dal 1932 membro del Comitato centrale del Partito comunista francese. Poi esponente di rilievo del Pci, godeva della fiducia incondizionata dell'Unione Sovietica. Di cooperative non sapeva nulla, ma era un politico di professione, che aveva dato prova di fede e di una dedizione assoluta alla causa comunista.

Cerreti, nel giro di sei-sette mesi, riuscì a insediare ai vertici delle Cooperative di tutto il Paese, a livello locale e regionale, decine di importanti dirigenti di partito. Ci fu una vera e propria immissione di quadri. Capitani coraggiosi. È su questi fatti documentati che il signor Poletti, sempre sul numero di Panorama del 4 ottobre 2007, dichiara: «Ma quale contiguità?». Non c'è «contiguità» di Coop col «partito» e con le sue amministrazioni?

Che dire? All'inglese, anzi, alla Tassinari: « No comment».

Guerra santa, incarcerata la ragazza fuggita in Siria per combattere con il fidanzato musulmano

Il Messaggero
di Federica Macagnone

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Si era convertita all'Islam ed era scappata in Siria a febbraio per poi pentirsene e chiedere l'aiuto della mamma che non ci ha pensato due volte a correre a salvarla. La storia di Aicha, all'anagrafe Sterlina Petalo, 19enne olandese, salvata dalla madre la scorsa settimana, ha fatto il giro del mondo. Oggi la ragazza, tornata in Olanda, è in carcere e rischia di essere incriminata per i suoi legami con la jihad. E mentre ancora non è chiara la dinamica della fuga da Raqqa, parla il marito, Omar Yilmaz, 26 anni, olandese pure lui.

La storia tra i due è nata l'anno scorso. Lei bionda, occhi azzurri, cattolica e di famiglia borghese molto conosciuta a Maastricht. Lui, olandese sempre in bicicletta, sorriso smagliante, soldato dell'esercito. Un matrimonio apparentemente perfetto se come sfondo non avesse avuto le bandiere nere dell'Isis.

Yilmaz è stato uno degli europei più famosi tra quelli partiti alla volta della Siria per diventare jihadisti e combattere in nome degli estremisti. Per mesi tutte le sue avventure dal fronte sono state immortalate e postate sui social: su Instagram molte sue foto in tenuta da combattimento su una moto tra i palazzi bombardati, mentre in altre appare con il fucile in spalla nella sua stanza tappezzata di bandiere nere.

Sterlina si era innamorata di lui per quello che era diventato: il ragazzo intraprendente che aveva lasciato tutto per andare a combattere. Lo aveva visto per la prima volta in televisione e da allora non faceva altro che parlare di Yilmaz alla madre. «Mi mostrava le foto e mi diceva: “Non è bello quello che sta facendo?”» racconta Monique Verbert, mamma della giovane. Attratta da questa figura carismatica, lo dipingeva come un Robin Hood pronto a sacrificarsi per i valori della jihad.

Il passato di Yilmaz, promettente soldato nato in Olanda ma anche con nazionalità turca, nasconde una delusione che ha cambiato la sua vita: circa quattro anni fa non riuscì a essere selezionato per le forze speciali. E così, con una disillusione crescente per il mondo occidentale, si è trasferito nel Paese devastato dalla guerra, guidato, forse, dai suoi legami familiari turchi.

«È estremamente facile arrivare qui - ha detto Yilmaz - la gente va in vacanza in Turchia e finisce in Siria». Parlando dalla provincia di Idlib, nel nord del Paese, ha descritto come ha utilizzato le sue conoscenze militari per addestrare nuove reclute, molte delle quali sono adolescenti con meno di 16 anni. «Vediamo la jihad come qualcosa di sacro. E io do una mano aiutando - ha raccontato il ragazzo - Vorrei combattere come nessuno. Anche se ci fosse mio padre sull'altra sponda, io combatterei e lo ammazzerei. Ho sentito il bisogno come persona, come essere umano, e, naturalmente, come musulmano di esserci».

Le sue parole hanno così colpito Sterlina che ha deciso di convertirsi anche lei all'Islam e ha iniziato ad avere contatti con Yilmaz tramite i social. «Improvvisamente me la sono trovata in piedi davanti a me con addosso il niqqab. È stato uno shock» ha raccontato Monique Verbert. Ma niente e nessuno è riuscito a farle fare marcia indietro. Anzi. A febbraio alcuni amici della ragazza hanno informato le autorità del suo piano di fuga in Siria, facendole ritirare il passaporto.

Ma non è bastato: con la sola carta d'identità nello zaino, Sterlina ha preso un treno per la Turchia e poi è entrata in Siria per unirsi a Yilmaz e sposarlo. Quando è arrivata a Raqqa, il cuore dello Stato islamico, ha telefonato a sua madre. Poi ha rotto ogni contatto. Per mesi Monique ha avuto scarne informazioni sulla figlia tramite le riflessioni sui social network lasciate dalla ragazza e dal marito, in cui emerge un rapporto tra i due molto “occidentale”: i due si scambiavano messaggi su internet e ridevano del loro matrimonio.

Poi, il mese scorso, tutto è cambiato. Sterlina ha chiamato la madre per chiedere aiuto: voleva scappare, voleva tornare in Olanda, dipingeva suo marito come “un mostro e uno schiavista”. E così Monique non ci ha pensato due volte: ha fallito un primo tentativo, ma al secondo è riuscita a raggiungere la figlia in Siria e a riportarla a casa.

La ragazza, nei giorni scorsi, è stata avvistata a Maastricht, vestita con un niqqab mentre veniva portata in custodia dalla polizia: Sterlina è in isolamento in carcere con l'accusa di crimini che minacciano la sicurezza dello Stato. Lunedì si decideranno le sue sorti, mentre la mamma tenta disperatamente di sostenere che la fuga della figlia in Siria è stata poco più di un'infatuazione adolescenziale.

Dal fronte Yilmaz, in un'intervista al Sunday Times, smentisce tutte le accuse che lo ritraggono come un mostro. Il ragazzo ha raccontato che lui e la moglie avevano vissuto felicemente tra gli estremisti islamici, lei si era occupata della casa, aveva partecipato a tea party con altre donne e non è mai stata maltrattata. Sterlina, invece, ha raccontato ai media turchi che Yilmaz l’ha trattata come una schiava e buttata via.

«Tutte menzogne» dice il ragazzo che, dopo la fuga, pensava che lei fosse scappata con un combattente tunisino. La storia rimane ancora un caso dai contorni foschi. Secondo le ultime statistiche dei servizi di intelligence olandesi, circa 130 jihadisti olandesi hanno lasciato il Paese per combattere in Siria: 30 sono già tornati, altri 14 sono stati uccisi nei combattimenti.

Lunedì 24 Novembre 2014, 15:53 - Ultimo aggiornamento: 17:40

Io mi curerei in Africa" I suoi medici rischiano e Strada fa il gradasso

Gian Micalessin - Mar, 25/11/2014 - 08:41

Il padre padrone di Emergency: "Se becco ebola mi faccio curare qua"

«Se becco Ebola mi faccio curare qua». Promessa del chirurgo Gino Strada, fondatore, volto e padre padrone di Emergency.

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Promessa formulata dalla Sierra Leone durante un'intervista del 16 ottobre scorso nel corso della quale Strada tuonava contro un sistema Italia pronto a mettere mano al portafoglio per far fronte all'emergenza terrorismo, ma troppo lento nel fronteggiare l'emergenza Ebola. Ieri, poco più di un mese dopo, un medico di Emergency colpito dal contagio è arrivato all'ospedale Spallanzani di Roma. C'è arrivato a bordo di un aereo attrezzato per questo tipo di emergenze messo a disposizione dall'Aeronautica Militare italiana.

Non ce ne vogliano medici, infermieri e volontari di Emergency, ma a questo punto è difficile non notare lo stridente contrasto tra la realtà dei fatti e la prosopopea di chi utilizza la loro silenziosa e professionale abnegazione per innescare infondate polemiche ideologiche. Polemiche a buon mercato contro un'Italia dove il Gino nazionale non vorrebbe neppure farsi curare. Polemiche ai danni di un'Italia colpevole - nella consueta retorica anti nazionale e antimilitarista del chirurgo Strada - di «mandare armi ai curdi», ma non di agevolare le partenze dei medici e degli infermieri pronti a curare i «poveracci» africani.

Polemiche che nessun altro dirigente delle organizzazioni umanitarie italiane presenti sul fronte di Ebola si sogna di condividere. Polemiche che rischiano d'offuscare sotto la coltre dell'ideologia lo splendido lavoro fatto dagli stessi medici ed infermieri di Emergency. Polemiche che rischiano di venir interpretate come un falso ideologico quando, alla fine, è un volo dell'Aeronautica Militare - attrezzato grazie a quei fondi della Difesa visti come il fumo negli occhi dal Gino Nazionale - a riportare a casa il medico di Emergency regalandogli qualche speranza di vincere la battaglia con il virus.

Polemiche che cozzano con l'evidenza d'un sistema sanitario italiano assai più preparato all'emergenza di quelli americani e spagnoli dimostratisi, alla resa dei conti, incapaci di accogliere adeguatamente i pazienti di Ebola e di prevenire l'allargamento del contagio. Guardando ad Emergency e al suo operato la più evidente tra tutte le contraddizioni è, però, un'altra.

Ed è quella tra la silenziosa abnegazione e professionalità di chi lavora all'interno dell'organizzazione e l'inacidita spocchia ideologica del 66enne chirurgo ed ex militante dell'ultrasinistra milanese demandato a rappresentarla. L'abnegazione e la professionalità di medici, infermieri e volontari che - nonostante il vano strepitare di un Gino Strada prigioniero dei pregiudizi e dei luoghi comuni degli anni Settanta - continuano a rischiar la vita per combattere un morbo micidiale.

E a tenere alta non solo la bandiera di Emergency, ma anche quel tricolore italiano che il chirurgo Gino Strada non ha, probabilmente, mai amato.

Dalla moschea al Leoncavallo: le grane del Pd

Chiara Campo - Mar, 25/11/2014 - 07:00

Show in aula del centrodestra contro il bando sui minareti E i Democratici temono il fuoco amico sul patto con i Cabassi

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Una protesta-show dentro e fuori Palazzo Marino. I consiglieri di Fdi e Lega hanno organizzato un presidio con le bandiere in piazza Scala per dire no alle moschee in città mentre in consiglio comunale prima l'assessore al Welfare Piefrancesco Majorino e poi il vicesindaco Ada Lucia De Cesaris hanno presentato il bando con cui ai primi di dicembre il COmune assegnerà tre aree pubbliche a luoghi di culto - un terreno in via Marignano, l'area dietro l'ex Palasharp in via Sant'Elia e gli ex bagni pubblici in via Esterle - e difeso la scelta politica.

Il leghista Igor Iezzi si è seduto tra i banchi indossando un burqa e recitato l'intervento inserendo provocatoriamente passi del sermone che inneggiano alla violenza contro chi crede in Allah. Nonostante le proteste del presidente dell'aula Basilio Rizzo («non offenda le altre religioni») e di Majorino («non è un set cinematografico») l'esponente del Carroccio ha tirato dritto. Il consigliere Fdi Riccardo De Corato ha presentato invece la risposta fornita dagli uffici Urbanistica della Regione a una sua interrogazione sulla regolarità delle aree messe a bando.

«Allo stato attuale - è scritto - non è stato possibile riscontrare chiaramente ed esplicitamente nel Piano dei servizi del Comune i tre requisiti dell'“identificazione, dimensionamento e disciplina“ previsti dalla legge regionale 12/2005», come a dire che nel Pgt non sono identificati luoghi adatti ad ospitare luoghi di culto. Il vicesindaco assicura invece che non c'è bisogno di riportare in aula il Piano del territorio per una correzione: «Le aree individuate sono destinate a servizi, e nella categoria servizi avevamo già inserito anche quelli religiosi».

Si vedrà, De Corato minaccia ricorso alla magistratura, anche per il valore troppo basso con cui verranno concessi terreni alle comunità («praticamente regalate» critica anche capogruppo Fdi Marco Osnato). Pietro Tatarella (Forza Italia) contesta l'assenza in aula del sindaco e avverte: «Vogliamo vedere da dove arrivano soldi per finanziare le moschee, se arrivano da Paesi dove farsi segno della croce è reato daremo battaglia». In aula anche Davide Piccardo, portavoce del Caim a cui aderisce la contestato centro di viale Jenner: «Non vedo folle oceaniche a protestare contro la moschea - afferma - parteciperemo al bando per l'area dell'ex Palasharp e forse non solo».

Ma un'altra questione urbanistica sta mettendo in imbarazzo il Pd: doveva tenersi oggi ed è stata rinviata a data da destinarsi la Commissione per discutere della permuta di due immobili comunali con il palazzo occupato dal centro sociale Leoncavallo, proprietà della famiglia Cabassi. I consiglieri hanno incontrato ieri sulla questione il vicesindaco e hanno chiesto prima un chiarimento politico con Rizzo (Sinistra x Pisapia) che ha già sollevato sospetti di uno scambio troopo a favore dei privati. I Democratici vogliono evitare «agguati» in aula e sui media da parte dell'esponente di maggioranza. E si è stabilito che l'ex cartiera (almeno formalmente) sarà assegnata con bando e non direttamente ai leoncavallini.

Tripadvisor, è Rita Gavagnin la più attiva nel mondo: quasi 8.000 contributi

Il Mattino

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TRIESTE - E' triestina l'utente più attiva su Tripadvisor nel 2014 a livello mondiale. Si chiama Rita Gavagnin e ha totalizzato ben 7.928 contributi tra post sul forum, recensioni, opinioni e fotografie. Una vera e propria passione sfrenata ma non è la sola ad amare il sito di viaggi e la sua community visto che per il secondo anno consecutivo, gli italiani si posizionano al terzo posto per numero di contributi e al primo posto tra i paesi non anglofoni. Medaglia d'oro a statunitensi e inglesi.

Alle spalle degli utenti del Belpaese nell'ordine si posizionano brasiliani, francesi, canadesi, australiani, spagnoli, russi e tedeschi. Tripadvisor conta quasi 315 milioni di visitatori unici al mese e la sua community di viaggiatori ha contribuito con più di 190 milioni di recensioni e opinioni. L'Italia, con Roma, Milano e Firenze nella top ten delle destinazioni più recensite nel corso del 2014, è la nazione con il maggior numero di città presenti in classifica.

Roma è la seconda città più recensita al mondo preceduta solo da Londra. Al terzo posto si piazza Parigi seguita da New York, Barcellona, Las Vegas, Orlando, Milano, Firenze e al decimo posto Rio de Janeiro.

lunedì 24 novembre 2014 - 18:15   Ultimo agg.: 18:22

Il "duro" della protesta in cassa integrazione a 6mila euro al mese

Stefano Zurlo - Lun, 24/11/2014 - 17:51

Asserragliato su una torre a 37 metri d'altezza, il pilota Andrea Mascia è il leader della rivolta contro i tagli. Ma continua a intascare un ricco stipendio

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Risponde solo al telefonino personale. «Quello aziendale - spiega - è spento da un mese». Alleluia. Una voce che arriva dai 37 metri del faro che è il quartier generale della protesta. Non se ne parla proprio. Voglio che i media, i giornali, le tv nazionali accendano la luce su quel che succede qui a Olbia». Il comandante si attrezza e impasta una strana lingua: per metà sembra il capo dei forconi, per il resto un tecnico, quasi un militare di quelli che segnalano come nei film di guerra: «Il nemico è a ore due».

Dunque, Mascia resta appollaiato nella sua trincea volante: «Guardi, ho sopportato venti di maestrale con punte di 70 nodi e abbiamo retto a due giorni di fulmini. Dunque vado avanti. Questo è un campeggio aereo. Ho rivestito l'ambiente che misura 3 metri e 40 centimetri come una tenda. Non ci sono problemi. È un'esperienza che mi sta temprando».

Insomma, a 57 anni, il comandante che ha sulle spalle un curriculum di tutto rispetto ha scoperto una sua vocazione inedita, nel pur frastagliatissimo panorama del Paese dei mille campanili e dei mille sindacati. Di solito sale sulla classica ciminiera del classico stabilimento a fine corsa l'operaio che non ce la fa più.

La tuta blu che si barrica sul comignolo che non fuma più perché teme per la sua famiglia. E ha paura. Troppo facile. A Olbia sul pennone più alto c'è un comandante che è arrivato a guadagnare, nel corso di un'onorata carriera, fino a 11mila euro al mese. E a ottobre ha incassato 6.695 euro. Dunque a fine novembre, il cedolino, il primo immerso nel dramma della cassa integrazione, dovrebbe fermarsi a quota 5.500-5.600 euro. L'80 per cento della retribuzione, amputata ma pur sempre sontuosa.

Cinquemilacinquecento euro mensili per ammortizzare il lavoro che non c'è. Pare di sognare. E in effetti bisogna chiudere gli occhi, riaprirli e fissare il cielo per scorgere quel puntino che lotta a 37 metri d'altezza. Non ci sono parole. Il caso del comandante Mascia sembra fotografare meglio di tanti trattati sociologici la deriva del nostro sistema produttivo, ormai inspiegabile e intraducibile all'estero.

Lui dall'etere dilaga: «Io prendo cinquemilacinquecento euro di cassa, ma è la cassa speciale voluta dal suo Berlusconi. Cosa dovrei fare, rifiutare?». No, per la verità Mascia dovrebbe solo scendere, ma ha altro da fare. «Mando e-mail. Rispondo alle chiamate dei suoi colleghi. Sento la gente a terra. E di notte dormo su dei cuscini. Non c'è niente di cui debba vergognarmi. Berlusconi ha distrutto l'Alitalia. Adesso vogliono distruggere Meridiana». Un mezzo complotto. Ma chi avrebbe questi propositi omicidi?

Mascia non ha dubbi: «L'Aga Khan ha investito una quantità di soldi, centinaia di milioni, ma si è fidato delle persone sbagliate. Qui ci sono tantissimi lavoratori a rischio. La Sardegna s'impoverisce giorno per giorno. La Gallura è al collasso. La Sardegna deve far sentire la sua voce ai grandi giornali e deve marciare». A quanto pare, in trasferta, fin sotto le finestre parigine dell'Aga Khan. Il comandante vorrebbe che tutta l'isola si accomodasse sul suo tappeto volante e lo raggiungesse lassù. Dove la terra è piccola piccola. Quasi una favola postmoderna.

Ma il finale non è lieto. E la coda è tutta una polemica. Il pilota è socio di una società che gestisce farmacie e parafarmacie fra Cagliari e Olbia. Insomma, è difficile raccapezzarsi a queste latitudini in cui tutto si mischia e si capovolge. Lui non arretra: «Confermo. È la società di famiglia da tre generazioni: mio nonno, mia mamma, il sottoscritto. Che cosa dovrei fare? Chiudere queste attività, così alle migliaia di posti di lavoro persi si aggiungerebbero i quindici degli uomini e delle donne che lavorano per noi?

E poi il mio reddito l'anno scorso per questa attività è stato di 8mila euro. Ottomila, di cui più di quattromila finiti in tasse. Il giornalismo, quello vero, dovrebbe occuparsi dei problemi della Sardegna. Non della mia busta paga e delle farmacie di famiglia. Il suo tono non mi piace. Come le sue domande». L'adrenalinico comandante conclude la requisitoria e si prepara ad un'altra notte in quota.



Il crac di Meridiana: un'azienda distrutta da giudici e sindacati

Stefano Zurlo - Lun, 24/11/2014 - 15:50

La compagnia aerea sarda è sull'orlo del fallimento ma il tribunale ordina di ricollocare in servizio a tempo indeterminato 600 assistenti di volo assunti come stagionali


1low cost cannibalizzano il mercato, offrono tariffe stracciate e fanno a pezzi i gloriosi ma esausti vettori tradizionali. Non basta. In Sardegna, l'articolo 18 dev'essere considerato una legge all'acqua di rose. Un palliativo. Siamo al jobs act alla rovescia. Non è uno scherzo. I dipendenti di Meridiana, un blasone che oggi rischia di finire nella polvere, si mettono in fila al tribunale di Tempio Pausania: seicento stagionali fanno causa all'azienda e sbaragliano la controparte. Altro che articolo 18. La catapulta azionata dalla magistratura li colloca al lavoro dodici mesi l'anno. A tempo indeterminato. È il 2010 quando la carta bollata entra a bordo. E mette piombo nelle ali che già faticano a stare in quota.

Il disastro di Meridiana ha vari padri. Ma per cercare i complici non bisogna andare lontano. Magistratura e sindacato, anzi sindacati perché la rappresentanza dei lavoratori è sbriciolata in almeno nove sigle, ci hanno messo il carico. Sia chiaro, la crisi ha origini diverse: dal 2007 l'invenzione dell'Aga Khan non fa utili. E lui, il principe che guida gli ismailiti e dunque 15 milioni di musulmani moderati e rassicuranti, ci ha messo 350 milioni di euro. Un salasso.

Un bancomat spremuto tutti i giorni peggio di un limone. Solo che lo sforzo non ha prodotto risultati. E Meridiana ha perso punti. Gli aerei, per dare un guadagno, dovrebbero viaggiare pieni. O quasi. Ed ecco la trovata: si possono stipare di assistenti di volo. Steward e hostess. Che hanno lavorato, come è normale sulle tratte dell'industria della vacanza, nei mesi estivi. Per fare poi altro nel resto dell'anno.

C'è un appiglio legislativo, uno dei tanti di questo disgraziato Paese. E così a centinaia fanno ricorso. Vincono e vincono alla grande. Perché non solo ottengono l'assunzione, ma, già che ci sono, pure la ricostruzione della loro intermittente carriera. Soldi e ancora soldi. L'Aga Khan, cui in cinquantuno anni, nessun comune della Sardegna ha mai dedicato nemmeno una targa di ringraziamento, paga altri 15 milioni. Il deficit sale fin sulle nuvole.

Nel 2011 parte la cassa integrazione quadriennale. Il personale è tanto. Troppo. Il rischio, estremizzando, è quello di avere gentile signore in divisa che offrono il caffè a un sedile vuoto. E maledettamente caro, perché il costo medio industriale di un posto a sedere è di 80-90 l'euro l'ora. Novanta euro per raggiungere il break even (pareggio) operativo di un volo. Un'enormità.
Qualcuno però decide di correre incontro al precipizio. Duecento dei seicento ormai ex stagionali scelgono la cassa integrazione a zero ore. Con l'80 per cento dello stipendio garantito. Gli altri rientrano al lavoro a rotazione. Ma è difficile, molto difficile, invertire la rotta.

Qualche giorno fa anche l'amministratore delegato Roberto Scaramella lancia una sorta di sos in un'intervista al Corriere : «Le perdite operative ammontavano a 110 milioni nel 2012. Quando arrivai nel gennaio 2013 la compagnia era tecnicamente fallita». E oggi? Scaramella punta il dito: «Meridiana ha il fardello di problemi accumulati nel tempo. Non ultimo il fatto che un giudice del lavoro ha imposto di assumere a tempo indeterminato 600 assistenti di volo stagionali».

Gli stessi che attraverso leader e leaderini ipersindacalizzati di marca autonoma s'impuntano in una trattativa corpo a corpo con l'azienda. L'imbuto della cassa integrazione si stringe fatalmente verso la mobilità e i licenziamenti. Si tratta di limitare i danni. Ma la partita diventa un match. Il clima s'incattivisce. Domenica scorsa l'equipaggio che si appresta a salire su un Md-80 viene circondato da un gruppo di personaggi mascherati. Minacce. Occhiali che volano e si rompono. Lancio di uova e farina.

Forse una provocazione vagamente goliardica, ma anche il segnale che a Olbia, al quartier generale della società, non si scherza. Il fronte del no non si accontenta di quel che l'azienda e le istituzioni mettono sul piatto. E rilancia, anche se siamo a un passo dal tracollo. La legge Fornero fa da spartiacque. Se si chiude l'accordo entro il 31 dicembre lo scivolo accompagnerà la discesa verso terra dei 1.634 sfortunati per sei anni. Sì, sei anni. I tre canonici, più i due previsti (e già concessi ad Alitalia) dal Fondo speciale per il volo, più uno garantito dalla Regione Sardegna. Sei anni più i quattro della cassa integrazione fanno dieci anni. Non è poco, anche se drammi e lacerazioni come la perdita del posto non hanno prezzo.

In ogni caso l'alternativa è di gran lunga meno soft: se si supera quella data scattano le nuove regole. La forbice taglia impietosa e il periodo protetto si accorcia a cinque, quattro o solo tre anni, a seconda dell'età. Non importa. La corsa verso il grande salto nel vuoto, come la canoa che rema verso l'abisso in una celeberrima scena di Mission , prosegue. Meridiana ha in pancia Air Italy che è la versione smart di un prodotto troppo pesante. Air Italy è una compagnia giovane, ha costi bassi, una logica al passo con i tempi duri che viviamo.

Per farla breve ha un costo industriale del 20-25 per cento inferiore rispetto ai numeri, ormai fuori mercato, di Meridiana. Ma soprattutto in linea con il mercato europeo. Forse Air Italy potrebbe rappresentare un modello. Certo, è un angolo azzurro nel cielo nero. Intanto, i duri non mollano di un centimetro.

Scaramella invece ha gettato la spugna. Dimissioni e tanti saluti. Al suo posto si è già insediato, con la qualifica di vicepresidente, l'irlandese Richard W. Creagh. Forse il retropensiero generale è che il solito Aga Khan alla fine metterà mano al portafoglio staccando un assegno da 70-80 milioni. Chissà. Intanto più di una divisa scrive al Giornale : «Siamo con l'azienda, ma, per carità, non metta i nostri nomi». Messaggi in bottiglia affidati a un'e-mail.
SteZu

Nobel, il "mercante di morte" diventato filantropo

Enrico Silvestri - Lun, 24/11/2014 - 16:41

Il 27 novembre 1895 l'inventore della dinamite lasciò il suo patrimonio per l'istituzione del famoso premio. La scelta dopo un articolo che lo accusava di essersi arricchito "trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone"

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Nel marzo 1888 un giornale francese annunciò con toni assai poco lusinghieri la morte di Alfred Nobel, inventore della dinamite. Il titolo dell'articolo «Le marchand de la mort est mort», «Il mercante di morte è morto». In realtà Alfred Nobel era vivo e vegeto, a passare a miglior vita infatti era stato in fratello Ludvig. Ma tanto bastò per farlo entrare in una profonda crisi. «Come sarò ricordato?» continuò a chiedersi negli anni a venire, fino a quando il 27 novembre 1895 redasse il suo famoso testamento con cui lasciava ogni sostanza a una fondazione affinché venisse costituito un premio destinato «a coloro che più...abbiano contribuito al benessere dell'umanità». Nasceva così il «Nobel» che nel 1901 assegnò i primi riconoscimenti per Pace, Letteratura, Medicina, Fisica e Chimica. A cui nel 1969 si aggiunse quello per l'Economia, istituito dalla Banca Centrale di Svezia.

Nato a Stoccolma il 21 ottobre 1833 da una ricca famiglia di industriali svedesi, aveva, per così dire, la «scienza nel sangue». Olaus Rudbeck, suo antenato vissuto nel Seicento, fu professore di medicina e Rettore all'Università di Uppsala. Il padre Immanuel nel 1838 si trasferì in Russia dopo disegnò motori a vapore per navi, installò il primo impianto di riscaldamento centralizzato, perfezionò il sistema delle mine esplosive subacquee. Su questa scia si mosse il figlio Alfred che a soli 17 anni andò a Parigi per incontrare lo scienziato Théophile-Jules Pelouze e scambiarsi alcune conoscenze scientifiche sulla nitroglicerina, scoperta dall'italiano Ascanio Sombrero. I suoi studi portarono poi all'invenzione della dinamite con la quale divenne immensamente ricco. Nel 1875 acquistò la noto fabbrica d'armi svedese Bofors, che ancor oggi produce cannoni navali e terrestri.

Nel marzo del 1888 moriva il fratello Ludvig Immanuel ma, per un banale errore, ai giornali arrivò la notizia del decesso dello stesso Alfred. «Il mercante di morte è morto» titolò il giornale francese, il pezzo si apriva con: «Alfred Nobel, che divenne ricco trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone nel modo più veloce possibile, è morto ieri». La lettura dell'articolo gettò Nobel in un cupo sconforto. E il pensiero di come sarebbe stato ricordato lo tormentò negli anni successivi. Fino a quando il 27 novembre 1895 redasse il famoso testamento, considerando che era scapolo e senza figli. «Io, Alfred Bernhard Nobel, dichiaro qui, dopo attenta riflessione, che queste sono le mie Ultime Volontà riguardo al patrimonio che lascerò alla mia morte» con cui istituire un premio da destinare a «coloro che...più abbiano contribuito al benessere dell'umanità» nel campo della Letteratura, Medicina, Fisica, Chimica.

Ma soprattutto «alla persona che più si sia prodigata o abbia realizzato il miglior lavoro ai fini della fraternità tra le nazioni, per l'abolizione o la riduzione di eserciti permanenti e per la formazione e l'incremento di congressi per la pace». Precisò anche che «È mio espresso desiderio che non si tenga nessun conto della nazionalità dei candidati». Alfred Nobel morì il 10 dicembre 1896, ucciso da un'emorragia cerebrale mentre si trovava nella sua villa in Corso Cavallotti 116 a Sanremo.

E cinque anni dopo già venivano assegnati i primi riconoscimenti: per la Letteratura al francese Sully Prudhomme, per la Medicina al tedesco Emil Adolf von Behring, per la Fisica al suo connazionale Wilhelm Conrad Röntgen, per la Chimica all'olandese Jacobus Henricus van't Hoff. Mentre per la Pace furono premiati lo svizzero Jean Henri Dunant, fondatore della Croce Rossa e ideatore delle convenzioni di Ginevra per i diritti umani, e il francese Frederic Passy, Fondatore e presidente della prima società per la pace Società d'arbitraggio tra le Nazioni. Nel 1969 vinsero il premio per l'economia, appena istituito dalla Banca Centrale svedese, il norvegese Ragnar Frisch e l'olandese Jan Tinbergen.

Venti gli italiani a cui è andato il prestigioso riconoscimento:
 
Giulio Natta, 1963, per la Chimica;
Franco Modigliani, 1985 per l'economia;
Guglielmo Marconi, 1909,
Enrico Fermi, 1938,
Emilio Segrè, 1959,
Carlo Rubbia, 1984,
Riccardo Giacconi, 2002, per la fisica;
Giosuè Carducci, 1906,
Grazia Deledda, 1926,
Luigi Pirandello, 1934,
Salvatore Quasimodo, 1959,
Eugenio Montale, 1975, 
Dario Fo, 1997, per la letteratura;
Camillo Golgi, 1906,
Daniel Bovet, 1957,
Salvatore Luria, 1969,
Renato Dulbecco, 1975,
Rita Levi-Montalcini, 1986,
Mario Capecchi, 2007, per la fisiologia e la medicina,
Ernesto Teodoro Moneta, 1907, per la pace.

Il testamento sembra dunque aver ottenuto il suo scopo, tutti al mondo sanno cos'è il «Premio Nobel», anzi il «Nobel» tout court. Quasi nessuno invece che quel nome è legato a un uomo divenuto ricco «trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone, nel modo più veloce possibile». L'articolo, frutto di una notizia sbagliata, aveva dunque raggiunto il suo scopo: Alfred Nobel da oltre un secolo viene ricordato come filantropo e non come «mercante di morte».