lunedì 24 novembre 2014

Gasparri contro Barilla: "Subalterno alla lobby gay. Boicottiamo i prodotti"

Franco Grilli - Lun, 24/11/2014 - 12:38

Il senatore non ha gradito la svolta gay-friendly dell'azienda, che ha ricevuto molti consensi in America



Subito era scattata la protesta delle associazioni di omosessuali, che avevano lanciato una vera e propria crociata contro i prodotti del gruppo alimentare con tanto di hashtag su Twitter (#boicottabarilla). Dopo poco, però, l'industriale aveva chiesto scusa e, per "rimediare", aveva ingaggiato David Mixner, leader mondiale Lgbt, annunciando di voler lavorare a iniziative su "inclusione e diversità". Oggi riesplode la polemica. Ad accendere la miccia è il senatore Maurizio Gasparri. Il vicepresidente del Senato invita al boicottaggio dei prodotti Barilla. Ma cosa è successo? L'azienda ha deciso di "aprire" alle persone gay, soprattutto negli Stati Uniti, per quanto riguarda la politica aziendale: copertura sanitaria ai dipendenti transgender e alle loro famiglie, finanziamento alle associazioni per i diritti dei gay.

Un'inversione a 180 gradi, che va a guardare - facile ipotizzarlo - soprattutto al mercato (30% del fatturato, l'anno scorso 430 milioni di dollari). Barilla ha ottenuto l'approvazione a pieni voti della propria politica verso i gay da Human Right Campaign, associazione che stila ogni anno una graduatoria basata sulle politiche interne ed esterne aziendali nella tutela dei gay. Il Washington Post ha dedicato a Barilla un articolo in prima pagina, con questo titolo: "Una ricetta per la ripresa: Barilla si redime nei confronti dei gruppi gay".

Gasparri non ha gradito e ha affidato a un tweet velenoso la prorpia rabbia: "Patetico epilogo per Guido Barilla passato dalla difesa della famiglia alla subalternità a lobby gay. Non compriamo più Barilla". Po hai rincarato la dose: "Non comprate prodotti Barilla, Guido Barilla merita boicottaggio per resa su famiglia naturale". Subito è scoppiata la polemica su Twitter, a colpi di battute a favore e contro il senatore. Ovviamente non si parla solo di gay e famiglia naturale, ma anche di pasta.



Barilla: "Non farò mai spot con gay". E gli omosessuali boicottano la pasta

Sergio Rame - Gio, 26/09/2013 - 15:44


Guido Barilla non metterà mai in uno spot una coppia omosessuale. Gay sul piede di guerra. Scoppia la polemica: le associazioni e i parlamentari del Sel lanciano il boicottaggio

"Dove c'è famiglia, c'è casa". Non è solo il marchio della pasta Barilla, lo slogan che, da decine di anni, contrassegna la qualità di un prodotto rinomato in tutto il mondo.



È qualcosa di più, di più profondo: la mamma, il papà e i figli seduti a tavola, davanti a piatti stracolmi di fumanti maccheroni al ragù. È l'italianità a cena, alla fine di una lunga giornata di lavoro. Al centro di tutto quella famiglia su cui si fonda il presente e il futuro del nostro Paese.
Guido Barilla non può spiegarlo meglio: "Non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d'accordo, possono sempre mangiare la pasta di un'altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri". Eppure le associazioni arcobaleno si sono infastidite per le parole pronunciate dal presidente del colosso fondato nel 1877 a Parma. Tanto che su Twitter hanno fatto partire il boicottaggio con l'hashtag #boicottabarilla.

A infiammare la polemica è stata una intervista rilasciata da Guido Barilla alla trasmissione La zanzara di Radio24 dove ha spiegato la filosofia che sottende gli slogan e gli spot pubblicitari del gruppo. "La pubblicità è una cosa molto seria e va discussa in genere da persone che ne capiscono di pubblicità", ha spiegato l'imprenditore accusando la presidente della Camera Laura Boldrini, che nei giorni scorsi aveva biasimato le pubblicità che mettono le donne dietro ai fornelli, di non capire il ruolo svolto dalla donna. "È madre, nonna, amante, cura la casa, cura le persone care, oppure fa altri gesti e altre attività che comunque ne nobilitano il ruolo. 


È una fondamentale persona per la pubblicità, non solo italiana", ha spiegato Barilla definendo la Boldrini semplicemente "patetica". "La comunicazione - ha continuato - è una leva fondamentale per il commercio e ognuno la fa come meglio crede, nel rispetto delle regole". Proprio per questo, sebbene negli anni Ottanta uno spot avesse come interprete una cinesina che mangiava gli spaghetti, al centro della comunicazione della Barilla ci saqrà sempre la famiglia tradizionale italiana. Insomma, niente reclame con coppie omosessuali. "

Noi abbiamo una cultura vagamente differente - ha spiegato Barilla - per noi il concetto di famiglia sacrale rimane uno dei valori fondamentali dell'azienda. La nostra è una famiglia tradizionale. Se ai gay piace la nostra pasta e la comunicazione che facciamo mangeranno la nostra pasta, se non piace faranno a meno di mangiarla e ne mangeranno un'altra". Guido Barilla sa bene che non si può piacere sempre a tutti per non dispiacere a nessuno:

"Non farei uno spot con una famiglia omosessuale, ma non per mancanza di rispetto verso gli omosessuali che hanno il diritto di fare quello che vogliono senza disturbare gli altri, ma perché non la penso come loro e penso che la famiglia a cui ci rivolgiamo noi è comunque una famiglia classica". Secondo l'imprenditore, che oggi raccoglie il timone di una tradizione centenaria che affonda le proprie radici in una bottega di Parma, "ognuno ha diritto a casa sua di fare quello che vuole senza disturbare quelli che stanno attorno rivendicando più o meno diritti che sono più o meno leciti".

Pur rispettando il matrimonio omosessuale, Guido Barilla è assolutamente contrario all'adozione perché riguarda una persona che non può decidere. "Io che sono padre plurimo - ha concluso - conosco le complessità che ci sono nel tirare su dei figli e mi domando quali altre complessità possano esserci in una coppia dello stesso sesso".

L'intervista rilasciata Giuseppe Cruciani ha fatto imbufalire le associazioni omosessuali che hanno subito lanciato la campagna per boicottare il marchio. "Lanciamo con una campagna di boicottaggio di tutti i suoi prodotti", ha fatto sapere il presidente dell’associazione omosessuale Equality Italia, Aurelio Mancuso, secondo cui Barilla ha voluto "lanciare una offensiva provocazione per far sapere che si è infastiditi dalla concreta presenza sociale" degli omosessuali. Il Sel di Nichi Vendola ha immediatamente raccolto la campagna di boicottaggio.

"Ecco un altro esempio di omofobia all’italiana", ha commentato il deputato Alessandro Zan invitando tutti i parlamentari a fare altrettanto. "Dopo le dichiarazioni di Guido Barilla ci chiediamo se dovesse scegliere come testimonial tra Obama e Giovanardi chi sceglierebbe - ha calcato la mano l’associazione Gay Center - il primo è a favore dei matrimoni gay, il secondo è un omofobo". Intanto è già partito su Twitter l’hastag #boicottabarilla.

Ricoperto dalle critiche, Barilla è voluto tornare sull'argomento assicurando che non era nelle sue intenzione urtare la sensibilità di nessuno. "Mi scuso se le mie parole hanno generato fraintendimenti o polemiche - ha spiegato -  volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all’interno della famiglia".

Fini, la casa svenduta a Montecarlo per 300 mila euro vale 5 volte tanto

Libero

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"Si poteva spuntare un prezzo maggiore? E' possibile. Con il senno di poi mi si può rimproverare una certa ingenuità". L'ingenuo Gianfranco Fini vendette la famosa casa di Montecarlo, ereditata da Alleanza Nazionale grazie alla generosità della contessa Annamaria Colleoni, per soli 300 mila euro alla finanziaria Timara Ldt che lo mise a disposizione di Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna dell'allora presidente della Camera.Trecentomila euro. Del resto, disse Fini, "non è una reggia anche se sta in un principato: 50/55 metri quadrati, quasi fatiscente, valore stimato circa 230 mila euro". Insomma, un affare per An.

Peccato che a distanza di quattro anni dallo scandalo il Giornale abbia scoperto che quel "tugurio" vale almeno cinque volte tanto. Spulciando tra gli annunci immobiliari di Montecarlo Stefano Filippi ha trovato altri appartamenti in vendita nel prestigioso Palais Milton di boulevard Proncess Charlotte 14. Il primo si riferisce a quello posto al seminterrato con due locali e servizi con affaccio sul giardino interno, che viene messo sul mercato a 1,6 milioni di euro. Il secondo, un trilocale di 90 metri quadrati al primo piano costa 2 milioni e mezzo di euro. L'appartamento a disposizione di Tulliani è al piano rialzato e non è difficile capire quale affare abbia fatto.



Gianfranco Fini, la profezia di "Libero": Benny sapeva già come sarebbe andata a finire

Libero
17 luglio 2014





Il 13 febbraio 2011 a Milano nasce ufficialmente Futuro e Libertà per l’Italia, l’ultima creatura politica dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini. La profezia di Libero, magistralmente immortalata da Benny (nella foto, ndr), è che il congresso di Milano, più che il battesimo della nuova destra, è il funerale politico dei finiani.

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Con il senno di poi è facile rendersi conto che i presupposti c’erano tutti, ma la grande stampa e i media progressisti sponsorizzavano talmente il partito di Fini in funzione antiberlusconiana che gran parte dell’opinione pubblica riteneva davvero che il presidente della Camera fosse l’astro nascente di una nuova destra accettabile, educata e soprattutto antiberlusconiana. A Milano i finiani presentano il loro Pantheon ideale che include Roberto Saviano e Indro Montanelli, Paolo Borsellino e Norberto Bobbio, un mix talmente variegato da ricordare Jovanotti con la sua «grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a madre Teresa».

Sono i mesi in cui nelle televisioni spopolano personaggi ora scomparsi come Carmelo Briguglio e Fabio Granata, alfieri della destra giustizialista e «repubblicana» (come se dall’altro lato ci siano invece i monarchici), che arrivano a proporre una Santa Alleanza con la sinistra pur di sconfiggere l’odiato Cavaliere. Nonostante le numerose interviste, apparizioni televisive e il supporto della grancassa mediatica, Fli è in una parabola discendente con sondaggi fermi al 3-4%, lontanissimi dall’8% di qualche mese prima. Da quel giorno di aprile del famoso dito alzato e del «Che fai, mi cacci?» che aveva entusiasmato la nuova grosse koalition antiberlusconiana, la strategia dei finiani si radicalizza sempre di più, fino a diventare suicida.

Inizialmente Fini dice di «non essere pentito di aver fondato il Pdl» e di non avere intenzione di fondare un nuovo partito, ma un paio di mesi dopo forma propri gruppi parlamentari alla Camera e al Senato. Poche settimane dopo annuncia a Mirabello la nascita di Fli, rompe definitivamente con il Pdl ma dice che non voterà mai la sfiducia al governo Berlusconi. A novembre i membri di Fli si dimettono dagli incarichi di governo e chiedono di formare un nuovo esecutivo allargato all’Udc di Casini.

Pochi giorni dopo Fini tenta il colpo grosso, l’esecuzione politica di Silvio Berlusconi, e presenta insieme alle opposizioni di sinistra una mozione di sfiducia. Fini è convinto di avere i numeri per far cadere il governo, ma il giorno del giudizio, il 14 dicembre 2010, molti deputati del gruppo non lo seguono nella sua strategia kamikaze e il governo Berlusconi si salva per tre voti, 314 contro 311.

In mezzo c’è anche lo scandalo della casa di Montecarlo e la relativa perdita di credibilità per quelle dimissioni che non arrivano mai. Ma è il 14 dicembre il giorno della morte politica dell’ex leader di An. «Siamo animati da un’unica grande ambizione: una nuova stagione di riscatto e partecipazione per la nostra patria. Soltanto il tempo ci dirà se saremo all’altezza». La sentenza è arrivata con le politiche del 2013, ma Benny l’aveva preannunciata già due anni prima.

di Luciano Capone

Symantec: attenti a Regin, vi spia dal 2008

La Stampa

Secondo la società specializzata in sicurezza, da sei anni il virus ruba informazioni dai computer di tutto il mondo

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Da sei anni c’è un virus che ruba informazioni dai computer di tutto il mondo, indisturbato. Lo ha scoperto nei mesi scorsi la società specializzata in sicurezza Symantec e lo ha battezzato Regin. Il malware ha preso informazioni di ogni genere, rubandole ai governi, ai gestori telefonici e ai suoi utenti, alle imprese grandi e piccole e ai privati cittadini. Da dove venga e chi lo ha programmato resta un mistero. Ha una struttura che mostra una competenza tecnica molto avanzata e questo fa pensare che venga utilizzato come strumento di spionaggio e sorveglianza dalle agenzie di intelligence, su commissione di uno o forse più governi.

«Non ci sono prove sufficienti per dire chi sia a capo di tutto questo. Non lo sappiamo, ma verosimilmente si tratta di un ente governativo che ha tempo e denaro, con una struttura di livello» precisa Antonio Forzieri, esperto di sicurezza di Symantec. Soldi e tempo che non solo sono utili per lo sviluppo del software, ma servono anche a rendere Regin introvabile: «Con la possibilità di spendere si possono comprare tutti gli antivirus presenti sul mercato - continua Forzieri - e testarli uno a uno fino ad arrivare a non far scoprire il virus che ho programmato». 

Insomma, un malware «avanzatissimo», come dice lo stesso esperto, programmato da professionisti e utilizzato per rubare informazioni di ogni genere. Secondo un primo report diffuso da Symantec, l’obiettivo preferito da `Regin´ sono stati i provider di servizi internet (48%), seguiti dalle dorsali di telecomunicazioni, dove transitano le informazioni mentre si naviga (28%). Dato «curioso, che va capito», la percentuale delle informazioni rubate al settore dell’hospitality, cioè strutture ricettive come gli alberghi, al 9%. Seguono il settore energetico (5%) e le compagnie aeree, anch’esse al 5%. «Tutti valori che fanno pensare allo spionaggio vero e proprio», continua Forzieri.

Non ci sono dubbi che Regin abbia fatto grandi, enormi danni. Non sappiamo ancora quanti finché non lo studieremo e attraverso diverse informazioni si potrà capire quanto e cosa ha rubato. Mancano dettagli - ammette l’esperto - e non c’è certezza di come sia arrivato sui computer. Alcune teorie dicono che sia stato trasmesso attraverso il messenger di Yahoo!. Ma altre - racconta - portano a finti portali web che hanno sfruttato vulnerabilità per propagarsi. C’è anche chi pensa che sia stato diffuso semplicemente via email». 

«Quello che sta succedendo oggi è quello che spesso si pensa possa accadere solamente nei film. Invece è pura realtà. Va capito - conclude Forzieri - quanto interessi ai governi dotarsi di strutture in grado di affrontare attacchi tecnologici sferrati da altre nazioni nel mondo. Sono pochi quelli che si preoccupano, molti hanno una visione ancora miope del problema». 

Quando l'"onesto" Landini lasciò a casa gli operai

Laura Cesaretti - Lun, 24/11/2014 - 08:09

Dà ancora lezioni di moralità quando la sua Fiom deve risarcire 15 iscritti

Roma - Fossimo nei panni del combattivo e tosto Maurizio Landini, ci guarderemmo bene dal farci adottare dal Fatto Quotidiano come nuovo potenziale leader della sinistra degli «onesti».
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Mica per niente, ma l'elenco di chi c'è già passato sembra la pagina dei necrologi (politici, naturalmente), come se la famosa maledizione di Tutankhamen, un tempo monopolio della Repubblica scalfariana, fosse stata ereditata dal giornale di Padellaro&Travaglio. Qualche nome? Antonio Di Pietro, sparito dai radar. Nichi Vendola. Stefano Rodotà (ta-tà), crudelmente scalzato dal Colle.

L'indimenticabile Antonio Ingroia, abilissimo imitatore di Crozza, nelle cui liste corsero a candidarsi giornaliste militanti del Fatto particolarmente esagitate, e che ora fa il raccomandato di Crocetta. Beppe Grillo, che (grazie alle consulenze di Travaglio&Scanzi) sta precipitando nel buco nero dell'inutilità politica. E poi, ancora: la lista Tsipras (detta Spritzas) e alcuni reperti della Vandea costituzionalistica dai cognomi difficili, tipo Zagrebelski e Carlassare; sindacalisti al quarto riciclo come Sergio Cofferati e il meteorico Fabrizio Barca. L'ineffabile Pippo Civati, da mesi impegnato ad andarsene dal Pd, dove nessuno pare interessato a trattenerlo.

Landini, però - nonostante ami i riflettori e sia rimbalzato come una Madonna pellegrina attraverso i raduni dei suddetti combattenti e reduci antiberlusconiani, oggi riuniti dall'antirenzismo - sembra intenzionato a farsi i fatti propri. E ieri, nell'intervistona di apertura del Fatto , dice piuttosto chiaramente che il suo obiettivo non è girare Ingroia 2 - La vendetta , ma scalzare i dinosauri camussiani dalla Cgil: al sindacato, spiega, serve «una riforma democratica», e «questa domanda di cambiamento pone l'esigenza di un ricambio». Dice anche altro, però.

E, dopo aver annunciato che la guerriglia contro il Jobs Act continuerà anche quando sarà legge, riesuma, ahilui, quelle categorie berlingueriane che furono la rovina della sinistra nostrana. La «questione morale». La distribuzione (abusiva) di patenti di «onestà». La delegittimazione morale dell'avversario. Il governo Renzi, oltre a non essere «di sinistra», secondo Landini «non combatte evasori e corrotti». Ancora: «I lavoratori sono la parte onesta del Paese, e c'è un parte disonesta del Paese (i disoccupati?, ndr ) contro cui non si interviene».

La risposta del Pd arriva direttamente da Maria Elena Boschi: «Non accettiamo lezioni di moralità». Da nessuno. In effetti i concetti alquanto tranchant di Landini sono di quelli di cui in politica sarebbe meglio non abusare, perché qualcuno può sempre ritorcerteli contro. Come potrebbero fare, per esempio, quegli 15 operai licenziati dalla Flexider di Torino, che hanno trascinato la Fiom in tribunale.

Il sindacato di Landini, dopo averli fatti tesserare, ha impugnato i loro licenziamenti chiedendo il reintegro ex articolo 18. Ma si è dimenticata di presentare le carte in tempo, e loro sono rimasti disoccupati. Un anno fa la Fiom è stata condannata a risarcirli, ma ha ottenuto una riduzione della cifra sostenendo che erano stati loro a sbagliare i documenti. Tremila euro a testa (coperti dall'assicurazione).

Gli alieni esistono", una foto del 1947 sembra confermare questa teoria

Il Mattino

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WASHINGTON - Gli alieni esistono e l'Area 51 li studia. Quelle che per alcuni sono solo supposizioni sembra siano state confermate da uno studioso di UFO, Tom Carey, che ha deciso di mostrare lo scatto di un alieno morto del 1947.

L'extraterrestre si trova su un tavolo chirurgico e viene sottoposto a un'autopsia. L'analisi condotta sull'immagine rivela la sua autenticità: nessun ritocco e nessuna alterazione. Gli scienziati, però, continuano ad essere sciettici e vanno cauti sulle opinioni. Tutto ciò che mostra la foto e un filmato relativo a quella autopsia è una strana creatura, non dalle fattezze umane, che viene analizzata, probabilmente imbalsamata.

Video


Gli Ufo fotografati da Francesco Paolo Esposito


Emilia-Romagna, un simbolo che si spegne

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Senza colore L’astensionismo colpisce anche Forza Italia e M5S Ma per il Pd è più grave Il rigetto Lo scandalo dei fondi pubblici nutre la sfiducia per tutto il sistema

L’Emila-Romagna non è solo una Regione, è un simbolo. È la roccaforte della sinistra lungo l’intero arco della storia repubblicana. Quando la destra espugnò Bologna con Giorgio Guazzaloca, fu una frattura nelle vicende della politica italiana. Quando meno della metà degli elettori si reca alle urne, è un blocco intero che scricchiola, un modello di consenso che vacilla. L’Emilia-Romagna in cui crolla la percentuale di chi si reca a votare è il regno dei «corpi intermedi», dalle cooperative al sindacato al partito di stampo tradizionale, che innervano la società, la integrano, le danno coesione politica. Matteo Renzi gioca tutto il suo appeal sulla «disintermediazione», sul rapporto diretto tra il leader e gli italiani saltando la mediazione dei corpi intermedi. Ma il massiccio astensionismo di ieri in Emilia rappresenta la reazione ritorsiva dei corpi intermedi. Se il sindacato viene messo con le spalle al muro, chi si identifica con la cultura e la politica che si sono insediati nel sindacato decide di disertare le urne.

Si può dire che in Emilia le elezioni mancano del pathos dell’incertezza e del «voto utile», visto che il risultato è scontato: ma è sempre stato così, e mai l’astensionismo ha raggiunto livelli tanto allarmanti. Si dice anche che l’astensionismo è una sindrome molto diffusa già da tempo e che pure il sindaco di Roma l’anno scorso è stato votato da meno della metà dei romani. Però in Emilia si è assistito a un crollo. E mai avremmo potuto immaginare che l’Emilia si potesse dimostrare più astensionista della Calabria. Si tratta inoltre di un fenomeno privo di un colore sicuro. Anche l’elettore di destra deluso da Berlusconi è sfiduciato e non va a votare. Anche l’elettore di Grillo che vede la carica del Movimento 5 Stelle spenta e incapace di indicare un’alternativa è tentato dall’astensione.

Ma non si può separare il destino dell’Emilia dal partito che, pur tra mille rotture, evoluzioni e discontinuità rappresenta e incarna l’eredità del Pci, la sua presenza capillare, la sua ramificazione in tutti i gangli sociali, cooperativi, sindacali, associativi. E dunque se in presenza del messaggio ottimistico ed elettrizzante del premier che è anche il segretario del partito che gode del massimo insediamento emiliano l’elettorato risponde così freddamente, la percezione del rifiuto appare inequivocabile. E si evidenzia ancora di più che l’intero arco dei partiti, grillini inclusi, coinvolto nello scandalo dell’uso disinvolto dei fondi pubblici non dà agli elettori l’ossigeno per la minima fiducia.

Anzi, nutre la sfiducia per tutto il sistema, percepito come un blocco indistinto, che spreca i soldi dei contribuenti con cene pantagrueliche, regali, articoli di consumo, oggetti lussuosi e persino sex toys pagati con i fondi che dovrebbero servire a finanziare la politica. Ovvio che questo andazzo intollerabile abbia alimentato un rigetto disilluso e indiscriminato. E che il comportamento disdicevole dei consiglieri regionali abbia confermato e rafforzato una tendenza astensionista oramai solida e che ieri in Emilia ha assunto le caratteristiche di un crollo. Un campanello d’allarme per tutti i partiti, per le Regioni, per il premier e anche per i suoi avversari. Una data spartiacque. Un altro simbolo che si spegne.

24 novembre 2014 | 08:29

Il gatto è vecchio e capriccioso? Ammazzalo e vai in vacanza»

Corriere della sera
di Costanza Rizzacasa d’Orsogna

La sconcertante risposta della giornalista di Slate Emily Yoffe, che tiene la rubrica di consigli «Dear Prudence», a una lettrice infastidita dagli acciacchi del suo felino

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Il tuo gatto è vecchio o fa i capricci? Ammazzalo e vai in vacanza. E’ la sconcertante risposta della giornalista di Slate Emily Yoffe, tenutaria della rubrica di consigli “Dear Prudence” – come la canzone dei Beatles, e chissà che direbbe l’animalista Paul McCartney –, all’altrettanto sconcertante domanda di una lettrice. “Il mio gatto ha 18 anni e mi tormenta tutta la notte”, scrive la signora. «E’ sorda e senza denti. Quando alle tre del mattino piange perché ha fame, anche se mio marito o i miei figli le danno da mangiare, lei non tocca cibo se non ci sono anch’io. Se sbatto una porta per sfuggirle, si spaventa moltissimo.

Ed è costosa: 200 dollari al mese tra farmaci e cibo, veterinario escluso. Sono anni che con la mia famiglia non facciamo una vacanza tutti insieme. O io o mio marito siamo costretti a rimanere a casa con lei, perché metterla in pensione costerebbe tra i 30 e i 50 dollari al giorno. Ma quando ho chiesto al veterinario di praticarle l’eutanasia si è rifiutato: dice che è un animale in salute, con i normali, gestibili acciacchi dell’età. E certo, è affettuosa, vivace, e i miei bambini la amano: ma mi sta rovinando la vita. Ucciderla dispiacerebbe molto, ma occuparsi di un animale che vive soprattutto di notte e ha necessità continue è una tortura».
La risposta: «Uccidi il gatto»
La risposta: «Uccidi il gatto. Sei ostaggio delle sue pretese emotive – probabilmente aggravate da demenza senile. Il tuo gatto ha avuto una vita molto lunga. La tua sarà molto più breve se non ricominci a dormire e non ti prendi una vacanza. Certo che il tuo veterinario non vuole farle l’eutanasia: per lui il gatto è una gallina dalle uova d’oro. Ma se la porti al gattile più vicino e spieghi loro che ha 18 anni, è sorda, senza denti e molto malata, vedrai che tireranno fuori l’iniezione fatale. Ai bambini dirai che il gatto è molto malato, peggiora di giorno in giorno e che non vuoi che soffra (ok, forse lei non sta soffrendo, ma tu sì). So di cosa parlo. Ho due gatti. Con uno ho una relazione emotivamente molesta: lo amo, lo nutro, lo carezzo, ma lui dà affetto solo a mio marito.

L’altro ha 15 anni: da un momento all’altro inizierà a piangere perché ha fame, e lo farà per tutto il pomeriggio – e sì, gli do uno snack, e sì, l’ho portato dal veterinario per un sacco di esami costosi: sta benissimo, è solo che gli piace farmi impazzire”. Massì, liberiamoci dei vecchi, dei malati. La società dell’immagine patinata impone che a sopravvivere siano solo i giovani e belli: gli hipster, i cool. Gli anziani, di qualunque razza per chi fa certe differenze, sono un fastidio e vengono abbattuti. Quanto ci piace il gatto quando è piccolo, buffo, fotogenico. Quando da giovane adulto ha un manto lucidissimo. Che scocciatura, invece, doversene occupare quando sta male, quando dopo una vita che ci ha regalato affetto e compagnia incondizionati, è lui ad aver bisogno. O come ha ironizzato un lettore indignato: “Ho la nonna in casa di riposo, andarla a trovare è una gran rottura.

Devo prendere due autobus, e una volta lì, comunque, lei non ci sente quasi più. Posso farle fare l’eutanasia?” Certo, c’è il gioco delle parti. La “cara” Prudence, il cui nome significa “prudenza”, è dichiaratamente cinica. Il suo soprannome, “Prudie”, allude a “prude”, “persona bigotta”. Ma i sentimenti che trasudano dai due post sono comuni: egoismo, indifferenza, risentimento sfrenati. Oltre a gelosia e a una pericolosa attribuzione all’animale di volontà di far dispetto. Proprio Joffe, del resto, in un’agghiacciante column del 2005 intitolata “Perché ho ucciso il mio gatto”, raccontava, quasi orgogliosa, come avesse fatto ammazzare il proprio micio Goldie, fisicamente in perfetta salute, a poco più di quattro anni di età. “Faceva la pipì sul cuscino di mia figlia, usava la vasca da bagno come lettiera”.
Li lasciamo troppo soli
Problemi, certo. Che però hanno sempre una ragione. Con grave ritardo, per esempio, gli esperti hanno recentemente ammesso che anche i gatti, come i cani, soffrono di “separation anxiety”, di disturbi comportamentali legati all’essere lasciati troppo soli: episodi del genere spesso ne sono la spia. Joffe dichiara di aver speso centinaia di dollari per capire quale problema avesse il gatto, ma non si è mai chiesta se il problema fosse lei. Tanto più che gli ultimi studi confermano come proprio un modo sbagliato di trattare gli animali domestici causi loro psicopatologie quali cistiti e dermatiti. Poniamo perfino il caso che un animale non sia, come invece è, per sempre; che anche se l’abbiamo voluto e preso non è una nostra responsabilità, e in certe situazioni possiamo anche disfarcene.

Una persona allo stremo avrebbe comunque portato Goldie in un rifugio, uno di quelli che non uccidono gli animali. Secondo l’American Humane Association, il 25% dei gatti lasciati nei rifugi viene ri-adottato: Prudie quella chance a Goldie non l’ha data, e se ne vanta pure. Di più: riferisce di come non avesse neanche dovuto spiegare alla figlia di nove anni la decisione di abbatterlo.

“Capisco, mamma”, avrebbe detto la bambina: “Goldie è infelice”. “Goldie aveva smesso di essere un pet accettabile”, conclude Joffe. E se facessero così con noi? Se un giorno reputassero noi non più accettabili e ci mettessero a morte? Goldie era, agli occhi di Dear Prudence, una commodity, un oggetto. E oggi gli oggetti, se si rompono, non li aggiustiamo più: li buttiamo via e li ricompriamo nuovi. La società dell’efficienza (o della deficienza).
I commenti. «Sei un mostro di egoismo»
Il post in cui Joffe consiglia alla lettrice di uccidere la gatta (che la proprietaria, guardacaso, non chiama mai per nome) ha ricevuto più di 3mila commenti. E se non manca chi l’applaude, migliaia sono i messaggi di persone che da tutta l’America si dicono pronte ad adottare la micia, di cat sitter della zona che offrono gratis i propri servizi. Interviene anche la “proprietaria” del gatto, che proprio come Prudie rifiuta adozioni e cat sitting, decisa a giocare a Dio con l’animale che le è molto attaccato ma che lei considera un fastidio, e si risente per essere giudicata “un mostro di egoismo”. Così si scopre che il felino ha perso molti denti non per la vecchiaia, ma sbattendo contro una porta. Che “gioca ed è molto attiva, perfino velocissima a fiondarsi quando vede un uccellino o un coniglio”. E che “non sembra infelice: l’infelice sono io”.

Di nuovo l’egocentrismo furioso. La donna lamenta che la gatta “insegue le parole sullo schermo mentre vi scrivo” (cosa che in genere fa la gioia di tanti che hanno mici); che per via della mancanza di denti non può mangiare cibo secco ma ha bisogno di quello umido, più costoso, e specifico per problemi renali (ignora, evidentemente, che tutti i gatti, non solo quelli senza denti, devono mangiare cibo umido – e chissà che i disturbi renali al gatto non li abbia causati proprio lei); che “è vecchia e malata ma non lo sa perché ci prendiamo estrema cura di lei a spese della mia salute emotiva”. “Pensate sia facile occuparsene?”, attacca. “Allora tirate fuori i soldi”. E allega il link a una raccolta fondi. Per poi smentirsi quando, sommersa da altre critiche e dai sospetti che fosse tutta una truffa, spiega che no, la sua famiglia sta economicamente bene e non ha bisogno di aiuti monetari per il gatto. “Era solo un’idea che mi ha dato un’amica per ridurre lo stress”.

@CostanzaRdO
23 novembre 2014 | 20:52

Invidiosi o gufi, quando la politica non tollera i diversi

La Stampa
mattia feltri

L’eterna abitudine a isolare chi ha opinioni diverse

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C’è una parte di sinistra, dice il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che «sembra assecondare l’Italia invidiosa». Dunque chi è perplesso o apertamente contrario alle politiche di governo non è che la pensi in altro modo, semplicemente è invidioso: termine contenuto nel vocabolario renziano fra gufi e rosiconi, come il premier è abituato a definire gli avversari. Se è un peccato, lo è doppio. Primo perché non è un linguaggio nuovo: erano «invidiosi», secondo Silvio Berlusconi, quelli che lo attaccavano nei giorni tumultuosi delle olgettine; erano «invidiosi», secondo Roberto Formigoni, quelli che prevedevano sconfitte del centrodestra in Lombardia; erano «invidiosi», secondo l’allora leader dei giovani di Forza Italia, Simone Baldelli, i coetanei di sinistra che deridevano una loro iniziativa (e da cui erano chiamavano «piazzisti», tanto per sottolineare la profondità dell’analisi).

Sui gufi c’è da star qui mezza giornata. Erano «gufi» e pure «cornacchie» appollaiati sulla Quercia, secondo il fondatore di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, quelli che si aspettavano la crisi del primo governo Berlusconi, 1994; erano «gufi» (e di nuovo «cornacchie»), sempre secondo Fini, quelli che nel 2004 davano in discesa il suo partito; erano «gufi», secondo Dario Franceschini, quelli che nel 2009 vedevano il Pd in difficoltà nel posizionamento europeo (coi socialisti o coi popolari?); erano «gufi» e «veterocomunisti», secondo Berlusconi, i contendenti di centrosinistra. I gufi da queste parti svolazzano da molto prima che li avvistasse Renzi, e ora che li ha avvistati parlano tutti di «gufi»: Beatrice Lorenzin, Nunzia De Girolamo, Luigi De Magistris.

È un peccato - secondo motivo - perché i rottamatori non hanno rottamato un metodo fastidioso, il metodo di attribuire a chi è in disaccordo secondi fini inconfessabili perché meschini o loschi. Il sostantivo più usato nel ventennio della Seconda repubblica è «malafede». Sono stati dichiarati in malafede Francesco Rutelli da Francesco Storace, l’intero Pds da Maurizio Gasparri, l’intera An da Luigi Manconi, l’intero centrodestra da Luciano Violante, Massimo D’Alema da Pier Ferdinando Casini, Walter Veltroni da Adolfo Urso, Umberto Bossi da Barbara Pollastrini, Giulio Tremonti da Vincenzo Visco, l’intera Forza Italia da tutta la Margherita, l’intero Ulivo da Renato Schifani, Piero Fassino da Giorgio Lainati, i fuoriusciti del M5S dai non fuoriusciti del M5S...

Potremmo andare avanti fino all’ultima pagina di questo giornale, ma tocca segnalare che gufi, rosiconi, invidiosi e disonesti sono tutti figli dei coglioni - linguisticamente e psicologicamente parlando - con cui Berlusconi tratteggiò gli elettori di sinistra nella campagna elettorale del 2006. Se qualcuno non è convinto dalle tue ricette, è un coglione. E siccome la vita è un andirivieni da tergicristallo, a loro volta gli elettori di centrodestra erano irrimediabilmente «coglioni» (o, con le attenuanti, «fessi») secondo l’analisi di Dario Fo; Antonio Di Pietro, assecondando le sue attitudini, li iscrisse in un politico registro degli indagati in quanto «complici». 

Un meraviglioso ribaltamento della logica spinge a escludere di essere un po’ tardo chi non capisce gli altri: sono gli altri a essere tardi. Ci abbiamo messo del nostro anche noi giornalisti, poiché negli anni si sono letti autorevoli commentatori parlare - per esempio - della «dabbenaggine» e della «complicità nella furbizia illegale» degli ostinati sostenitori di Forza Italia, che a sua volta - secondo esempio - prendeva i voti nella «zona grigia dell’illegalità fiscale» (per non parlare delle perpetue e reciproche accuse di servaggio fra star dei quotidiani).

Gli evasori votano Berlusconi, in Sicilia chiunque vinca è perché lo ha votato la mafia, in Italia chiunque vada al governo è a ruota dei padroni e della finanza globale. Una così solida indisponibilità a prendere in considerazione le ragioni degli interlocutori non aveva bisogno dell’esplosivo sbarco sul pianeta della politica di Beppe Grillo (annunciato con un benaugurante vaffanculo). Lui ha riunito in una banda planetaria di farabutti, o in alternativa di imbecilli, chiunque non si inebri alle sue sentenze. A proposito, eccone una delle più rilassate: «Il vero gufo è Renzi».

Addio alle vecchie oliere, da domani obbligatorio il tappo anti-rabbocco

La Stampa
luigi grassia

La Coldiretti: per ristoranti, pizzerie, mense e bar multe fino a 8 mila euro

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Storico addio all’oliera in ristoranti, pizzerie, mense e bar: da domani entra in vigore dell’obbligo del tappo anti-rabbocco per i contenitori di olio extra vergine di oliva serviti in tutti i pubblici esercizi. Lo rammenta a tutti (clienti ed esercenti) la Coldiretti: la legge europea 2013 bis, pubblicata sul supplemento n. 83 della Gazzetta Ufficiale 261, fa scattare il divieto di utilizzare le tradizionali oliere, con multe fino a 8 mila euro. Lo scopo della legge è impedire che i recipienti vengano riempiti o allungati con prodotti diversi da quelli indicati, come purtroppo avviene. 

Si vuole anche evitare che di rabbocco in rabbocco l’olio sul fondo dell’oliera diventi stantio: di recente una trasmissione televisiva ha intervistato ristoratori che ammettevano candidamente di non aver mai svuotato del tutto le oliere (come invece si dovrebbe fare ogni sera) anche per anni, limitandosi ad aggiungere olio nuovo a quello che stagna sul fondo. Anche il consiglio di chiedere al ristorante non l’oliera, ma direttamente la bottiglia dell’olio per aggiungerlo di persona ai cibi, non dà garanzie.

Da domani gli oli di oliva vergini proposti in confezioni nei pubblici esercizi, fatti salvi gli usi di cucina e di preparazione dei pasti, devono essere presentati in contenitori etichettati conformemente alla normativa vigente, forniti di dispositivo di chiusura in modo che il contenuto non possa essere modificato senza che la confezione sia aperta o alterata, e provvisti di un sistema di protezione che non ne permetta il riutilizzo dopo l’esaurimento del contenuto originale indicato nell’etichetta. 
Le novità per il prodotto simbolo della dieta mediterranea, ricorda la Coldiretti, non si fermano al tappo anti-rabbocco, in quanto è prevista anche una più accentuata rilevanza cromatica rispetto all’etichettatura degli oli che siano prodotti con miscele provenienti da Paesi stranieri, così da mettere in guardia il consumatore sulla diversa qualità e composizione merceologica.

«Lo stop alle oliere truccate nei locali pubblici - dice il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo - salvaguarda un prodotto base della dieta mediterranea come l’olio di oliva, che offre un contributo determinante alla salute dei cittadini e rappresenta una realtà produttiva da primato nazionale, che può offrire importanti sbocchi occupazionali e opportunità di sviluppo sostenibile al Paese. In ambito europeo l’Italia ha svolto il ruolo di leader nella tutela della qualità e della sicurezza alimentare».