martedì 18 novembre 2014

Censure, scandali e Guareschi. Ecco i segreti di "Umberto D."

Matteo Sacchi - Mar, 18/11/2014 - 09:13

A quarant'anni dalla morte del regista, Tatti Sanguineti rivela su Iris i retroscena del film attaccato dall'allora sottosegretario Andreotti

Vittorio De Sica (1901-1974), di cui è appena trascorso il quarantennale dalla morte, è il genio indiscusso del neorealismo. Tatti Sanguineti gli dedica la puntata di oggi di Storie di cinema (su Iris alle 22,30).

Sanguineti sviscera le vicende, dalla lunga genesi del copione all'arrivo controverso nelle sale, del film Umberto D. (1952). La critica da sempre lo considera uno dei più geniali prodotti della collaborazione tra De Sica e Cesare Zavattini (è, tanto per dire, uno dei quattro film italiani che compaiono nella classifica delle cento pellicole più importanti secondo Time ). Ma il pubblico all'epoca non lo amò. La trama racconta una storia difficile, quella di un ex dipendente pubblico pensionato, solo e con un cane come unico amico, spinto quasi al suicidio dalla miseria. Una storia dolorosa e non di facile appeal sugli spettatori. E anche un film di protesta perché i pensionati si ribellano e manifestano in piazza contro il governo (che li fa disperdere dalla polizia).

Per questo la pellicola suscitò le ire dell'allora sottosegretario alla Presidenza del consiglio con delega agli spettacoli, un giovanissimo (33 anni) Giulio Adreotti. Di quello scontro il fatto più noto è che Andreotti scrisse un articolo di fuoco per la rivista Libertas: «Se è vero che il male si può combattere anche mettendone duramente a nudo gli aspetti più crudi è pur vero che se nel mondo si sarà indotti, erroneamente, a ritenere che quella di Umberto D. è l'Italia della metà del secolo ventesimo, De Sica avrà reso un pessimo servigio alla sua patria...».

Sanguineti sul tema ha raccolto anche la testimonianza dello stesso Andreotti (1919-2013) per il suo documentario Giulio Andreotti. Il Cinema Visto da Vicino da poco presentato al Festival di Venezia. E il politico di lungo corso non si mostrava, in anni ben più recenti, affatto pentito delle sue scelte: «A noi dava preoccupazione il fatto che la pellicola volesse contrapporre, in un certo senso, la polizia e i lavoratori al popolo... c'erano reali tensioni all'epoca». Il tutto venne sintetizzato nella frase: «i panni sporchi si lavano in famiglia». De Sica rispose con una lunga lettera relativamente poco studiata: «Non mi è sembrato eccessivo — scrive — che tutte le circostanze fossero contrarie al mio triste eroe.

Accade così, nella vita dell'uomo, che alterna giornate tutte fortunate ad altre tutte avverse. Umberto D. , per me, non va quindi considerato alla stregua di un caso limite». Ma in effetti, come ha ricostruito Sanguineti, tutta la realizzazione del film si trasformò in un rimpiattino tra i rischi di censura, le preoccupazioni del produttore, Angelo Rizzoli, e la volontà di De Sica. Ad esempio la prima sceneggiatura presentata al sottosegretariato minimizzava la protesta dei pensionati facendo credere che scendessero in piazza contro una nuova tassa sui cani. «E se fosse stato davvero così» Andreotti dixit , «non ci sarebbe stato problema».

Ma visto che in realtà il testo di Zavattini era molto più dirompente, anche se edulcorato rispetto alle prime stesure, il film fu tutto un fare e disfare. In Storie di cinema vengono mostrate una serie di foto e filmati che documentano tutte le parti che furono tagliate o modificate. Come quelle della rivolta in ospedale, oppure il carabiniere che ingravida una ragazza prontamente trasformato in un soldato di leva per dar meno scandalo. E dulcis in fundo , oltre ad una gustosa parte su tutti i trucchi che usava De Sica per far recitare meglio gli attori, Sanguineti propone anche una interessante teoria su chi fosse il personaggio reale che ha ispirato a Zavattini l'idea di Umberto D. (nel film interpretato da un dilettante: il professore di filologia Carlo Battisti).

Molti potrebbero esserne sorpresi ma il candidato più probabile sembra essere una donna, la maestra elementare Lina Maghenzani, la madre di Giovannino Guareschi. Guareschi e Zavattini avevano avuto una lunga frequentazione a Parma. E Guareschi aveva trasposto le sofferenze della genitrice, per la magra paga e i debiti prodotti dal marito, in un racconto: Ceto Medio . Il cui protagonista è molto simile a Umberto D.



«Andreotti gran censore? Solo propaganda del Pci»

Cinzia Romani - Mer, 27/08/2014 - 07:00

Né Gobbo, che ordisce i delitti italiani, né Topo Gigio, come ne Il Divo di Sorrentino: orecchie enormi e tic inverosimili. Né, tantomeno, stolido Mani di Forbice, stando alla vulgata, che dipinge Giulio Andreotti come «il fucilatore del cinema italiano».
 
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Niente di tutto ciò: Giulio Andreotti, nel IV governo De Gasperi sottosegretario con delega allo spettacolo, volerà sulla Mostra del cinema come l'angelo salvatore, non sterminatore, delle pessime sorti della cine-industria italiana nel dopoguerra. A liberare l'immagine inedita del discusso politico classe 1919, scomparso l'anno scorso, è il docufilm del filologo ed esperto di cinema Tatti Sanguineti, in coppia con Pier Luigi Raffaelli, Giulio Andreotti. Il cinema visto da vicino (sezione «Classici»).

Tatti Sanguineti, com'è nata l'idea di un film su Andreotti?
«Lavorando a un libro su Rodolfo Sonego, sceneggiatore di Alberto Sordi dagli indiscussi titoli politico-militari-resistenti: a Belluno fu capo della brigata partigiana Garibaldi. Pure un comunista come Sonego manifestava perplessità su come fossero andate le vicende del cinema italiano. Mi disse: “Non avete capito niente”, alludendo ai critici del '68 e alla generazione ideologizzata. “Se vuoi capire, devi andare da Andreotti: ha ammazzato cinque film, ma ne ha fatti fare cinquemila”. Così inizia la mia avventura».

Cinque anni per girare il film. Il nome Andreotti spaventava?
«Quando lo proposi alla Cineteca di Bologna, ne ebbi sguardi di scherno, di quelli con cui si compatisce un deficiente. Andai da Giancarlo Leone, alto papavero Rai: altro sguardo di compatimento. Tra sondaggi e abboccamenti, alla Direzione dei Beni Culturali incontrai Gaetano Blandini, il cui padre era uomo di Scelba. L'idea gli piacque e mi stanziò un budget, con appalto all'Istituto Luce: 84.000 euro e 40 ore d'intervista con l'uomo più chiacchierato d'Italia… l'intervista doveva essere documentale al massimo, tra foto di scena, cinegiornali Luce e atti parlamentari».

Dove e come Andreotti fu «rivoluzionario», rispetto al cinema?
«Nel '45, insediato da poco al ministero, abolito il fascista cine-giornale Luce, fa approvare la Settimana Incom come cine-giornale di Stato. Si accolla la grana di sfrattare gli sfollati da Cinecittà, così gli studi tornano a lavorare. Liquida le pratiche pensionistiche del cinema di Stato, annullando le funzioni del vecchio Minculpop. Fa riaprire le sale parrocchiali. Nel '49 vara una legge per frenare la colonizzazione del cinema Usa, finanziando i film con la tassa sul doppiaggio».

Com'era Andreotti, di persona?
«Simpatico. Gli piaceva il cinema fiammeggiante, tipo Duello al sole . Nel 1931, adorò Dr. Jeckyll di Mamoulian, al punto di vederselo tre volte. Gli portai un VHS del film, per sollecitare la sua memoria: erano passati 50 anni, da quando s'era occupato di cinema. Ai tempi di De Gasperi, aveva 28 anni e una moglie giovane. La domenica, in compagnia della moglie e di Giulio Onesti e consorte, vedeva i film al ministero: lasciava sempre istruzioni precise ai proiezionisti».

Come nasce l'immagine di un Andreotti baciapile e censore occhiuto?
«Dalla propaganda PCI. Da gente come Alicata, Pajetta, Aristarco, che confusero Andreotti con Luigi Gedda. Andreotti era un trattativista: transava su una tetta, su un culo, bocciava una battuta politica. Nato povero, figlio d'un maestro, aveva un rispetto estremo dell'investimento capitalista. Fece riaprire il festival di Venezia, nel '47 e nel '48 lo portò al Lido. Era il povero che odiava Visconti, antropologicamente diverso da lui, ma che rispettava i produttori. La propaganda continua».

In che senso?
«Nel film di Veltroni su Berlinguer c'è la sequenza di Andreotti, che di Ambrosoli dice: “Se l'è andata a cercare”. Era malato e la troupe di Minoli rubò quell'immagine, assaltando un uomo colpito da ictus. Una superporcata».

Al Lido da regista e da attore nel film Belluscone , frequenta Venezia dal 1969. Com'è diventata la Mostra?
«Dormivo a Cannaregio e al Palazzo del Cinema, il portiere ebbe pietà di me, che dovevo riprendere la barca alle 2 di notte: passai lì la nottata. Ricordo code davanti alla sala Volpi, nel'69, per beccarsi quasi sempre bidoni. Baroni come Aspesi, Kezich e Biraghi, respinti perché nessuno sapeva che facce avessero: s'era spezzato l'anello di congiunzione. Però Aldo Moro si rese garante della proiezione de Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. Nel '79, Lizzani, all'Excelsior a sue spese, dette a Venezia la dimensione di massa. “Sai, ho vissuto a Mosca”, mi disse. Oggi si fatica a premiare il talento solitario oltre la lobby».

Anonymous contro il Ku Klux Klan: "rubato" l'account twitter del gruppo

Lucio Di Marzo - Mar, 18/11/2014 - 09:27

L'attacco online dopo minacce ai manifestanti di Ferguson. Qui un poliziotto potrebbe essere incriminato per la morte di un giovane di colore

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"OperazioneKKK" e "Giùicappucci". Sono queste le parole d'ordine con cui gli attivisti di Anonymous hanno dato l'assalto al profilo twitter del Ku Klux Klan, su cui hanno postato una foto che mostra uno dei membri
dell'organizzazione mentre viene linciato. Un'operazione pensata in risposta alle minacce che il Ku Klux Klan ha lanciato nei giorni scorsi, quando ha distribuito migliaia di volantini promettondo di usare la violenza contro gli attivisti che a Ferguson, nel Missouri, protestano contro la morte del 18enne afroamericano Michael Brown da parte di un poliziotto, episodio su cui si attende a breve la decisione del Gran Giurì.

Lo scorso 9 agosto un agente, Darren Wilson, sparò e uccise il giovane. I fatti diedero il là a una serie di manifestanti e disordini durate giorni. Il governatore del Missouri, Jay Nixon, ha dichiarato ieri lo stato d'emergenza e teme che possano nascere nuovi problemi in vista della decisione sul caso Brown.

La minaccia da parte di gruppi estremisti è abbastanza reale da avere convinto l'Fbi ad allertare le forze dell'ordine in tutto il Paese, per evitare che le manifestazioni pacifiche vengano colpite o che sotto attacco finiscano poliziotti e agenti federali.

Federconsumatori, allarme per le carte prepagate: "Ecco perché non sono sicure"

Libero


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Le carte prepagate non sono al sicuro. L'avvertimento proviene da Federconsumatori Lombardia, che ha rilevato un aumento di possessori di prepagate che si presentano agli sportelli dell'associazione, lamentando truffe ai loro danni. "Il sistema delle carte prepagate" spiega il presidente Gianmario Mocera, "a differenza dei normali bancomat e carte di credito, legate ai nostri conti correnti, quindi tracciabili e coperte da un circuito informatico importante e completamente assicurate e con la possibilità di eventuali rimborsi, non è molto sicuro e non permette di individuare con certezza il truffatore che ha rubato il nostro contenuto monetario".

Cosa fare? Secondo quanto afferma lo stesso Mocera a Quifinanza.it, il consiglio prima di tutto, è di ricaricare solo la quantità di denaro necessaria per l'acquisto. E di fare attenzione alla scelta dell'operatore: "Ad esempio per il prodotto di Poste Italiane, Postapay, la carta più usata nel Paese, non vengono riconosciuti eventuali rimborsi, adducendo la non tracciabilità dei flussi in transito nella carta." "Un'ingiustizia", accusa Mocera, "perché stiamo parlando di uno strumento importante che dovrebbe essere coperto da tutele nei confronti del consumatore".

Cosa fare in caso di frode - E nel caso in cui si è vittima di una frode? Il consumatore può rivolgersi, direttamente o attraverso le associazioni, all'Arbitro Bancario Finanziario. "L'ABF è un organismo poco conosciuto, sostenuto da Banca d'Italia", spiega il presidente di Federconsumatori Lombardia, "ma che permette una via stragiudiziale, cioè senza andare in Tribunale, per avere restituito il maltolto".

Terra terra

La Stampa
massimo gramellini

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Ma cos’avrà fatto di male Matt Taylor, l’uomo capace di portarci su una cometa, per ridursi in lacrime a chiedere scusa al mondo intero? Si è presentato in conferenza stampa con una maglietta che aveva delle pin-up disegnate sopra. Tanto è bastato perché una sua collega trasecolasse e i bacchettoni del quotidiano inglese Guardian le scodinzolassero dietro, accusando lo scienziato di misoginia. Mentre Matt, felice come un bambino, indicava la cometa, i chierichetti delle buone maniere gli guardavano il dito, anzi il braccio tatuato e la «mise», cafona ma inoffensiva.

La notizia mi ha scosso. E non solo per l’evidente divario tra l’impresa di Taylor e l’enfasi assegnata a un elemento marginale. A furia di stare attenti a non urtare la minima suscettibilità e di montare la guardia contro ogni presunta discriminazione ci siamo ridotti a custodi di un formalismo sterile, che non sa più distinguere gli oltraggi dai cazzeggi. Si vive in uno stato di indignazione permanente, smaniosi di rimanere offesi da tutto e di contrabbandare l’intolleranza per ipersensibilità. Quella camicia fa proprio schifo, Matt, ma sarei disposto a morire per difendere il tuo diritto di indossarla. 

Mogol cita in giudizio la vedova di Battisti

La Stampa
marinella venegoni

E ricanta i loro brani classici, ora disponibili anche su iTunes

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Battisti-Mogol, una coppia che sconfigge persino la perdita contemporanea della memoria. Ma per rinfrescare quel binomio che dopo più di quarant’anni ancora accende fantasie, Giulio Mogol che a 78 anni resta spericolato, si è fatto promotore di una impresa difficile: riscrivere con sonorità attuali 12 dei loro pezzi più noti e cantati, da Mi ritorni in mente a Emozioni e 29 settembre, perché anche i giovani se ne possano appropriare. L’album Battisti-Mogol in versione new era esce oggi, registrato con allievi della scuola di musica del Cet, l’elegante struttura dove Mogol vive, immersa nel verde dell’Umbria. 

La musica
La giovane voce (non battistiana) è di Kocis Campani, i cori vigorosi della figlia di Wess, Deborah Johnson, e del figlio di Rocky Roberts, Randy; i musicisti sono spesso di vecchia razza rock come il batterista Roby Pellati della stirpe emiliana di Ligabue, c’è il pianista Barbera. I suoni sono internazionali quanto basta a far sentire a proprio agio i nuovi adepti, che troveranno profumo di sonorità Coldplay e sprazzi di rock spesso. L’effetto è a tratti straniante, La canzone del sole così uno proprio non la vorrebbe sentire, ma altri pezzi prendono, e la ditta riparte.

Non sarebbe stato meno rischioso tenere la voce di Battisti sul rifacimento musicale? Mogol, con il sorriso mesto di eterno bambino, dice che non si poteva: la questione è delicata ma, in breve, gli eredi Battisti e soprattutto la vedova, non ne vogliono sapere. E’ nota la vicenda di vari Festival fra Lombardia e Poggio Bustone nati in celebrazione del musicista che hanno dovuto tirare i remi in barca per l’ostilità dichiarata della vedova, che vuole si cali il silenzio sulla figura di Battisti: figurarsi ritrovare la voce del marito in un contesto contemporaneo.

La polemica con la vedova
Finora è stata, per così dire, una promozione al contrario, tenuta in vita solo dalla tigna di Mogol. Ma oggi, con questa sua idea, si cambia direzione. The new era riparte per essere ascoltato anche su iTunes, dove non ha mai potuto approdare finora sempre per lo stesso motivo. Un nuovo enorme segmento di mercato e ascolto si apre per Mogol/Battisti autori. Certo Mogol deve aver lottato parecchio, prima di questa decisione che supera ogni eventuale avversità. E si capisce anche quanto gli sia costato, sia in termini autorali che economici, l’ostruzionismo della controparte: è giusto che un repertorio ormai classico, patrimonio nazionale nel pop, non venga divulgato per veto di una parte? E’ giusto che l’autore vivente del duo ci rimetta? La domanda ha già travalicato il lato teorico, Mogol si è rivolto a un giudice e la questione è ora sotto delicata inchiesta presso il tribunale: la sentenza non mancherà di far discutere.

Mogol si dice sicuro che Battisti sarebbe stato contento di questa operazione: «Muoverebbe certo delle critiche, ma sulla sperimentazione sarebbe d’accordo. Con lui ho passato la parte più importante della mia vita artistica, lo conoscevo bene». Tante volte si è già trovato in contrasto con la vedova: c’è un brano inedito, Il Paradiso non è qui, finito chissà come in rete, e non depositato per l’opposizione della signora. Lui si consola «col piacere di sentire queste canzoni per come sono nate oggi: è rock, il rock è libertà, e io mi sento libero». Aspettando la decisione del giudice.

Roma, tentano di rapire un bimbo: rom bloccati durante la fuga

Il Messaggero
di Marco De Risi

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«Mio figlio più grande mi ha chiamata: corri mamma c’è un uomo che sta prendendo Andrea (nome di fantasia) dal seggiolino. Sono corsa nel cortile: ho visto un individuo che prendeva in braccio il mio bimbo di otto mesi. Ho urlato a squarciagola. Lui, dopo avermi minacciata di spararmi in testa, è fuggito su un furgone». Gli equipaggi della polizia, intervenuti nel giro di pochi istanti in quel tratto del Casilino, sono riusciti ad intercettare i due presunti sequestratori ancora a bordo del furgone: si tratta di due nomadi del campo di Salone, un uomo e una donna: Vitez S., 42 anni e Zumra A. di 47. La coppia è stata riconosciuta senza ombra di dubbio dalla vittima che aveva descritto agli agenti in modo dettagliato il furgone, bianco con un braccio meccanico di colore rosso. Per i due nomadi è scattato l’arresto in flagranza di reato convalidato dal pm di turno .

LA RICOSTRUZIONE
È accaduto sabato pomeriggio in un’abitazione in via di Tor Tre Teste. La famiglia che ha subito il tentativo di sequestro è composta da una donna di origini straniere sposata con un manovale italiano: incensurati, con due bimbi, uno di sette anni e uno di otto mesi, quello che i due rom hanno cercato di rapire. «Viviamo con poco - ha raccontato la donna, sconvolta, agli agenti intervenuti - Io bado ai figli mentre mio marito lavora come carpentiere». «Erano le quattro del pomeriggio - ha proseguito - volevo uscire con i bimbi. Ho messo il piccolo sul seggiolino e siamo andati in cortile. Poi mi sono accorta di aver scordato il giubbotto del più grande e sono risalita in casa. A quel punto mio figlio più grande ha iniziato a gridare. Sono uscita e ho visto quell’uomo che aveva già aperto la cintura del seggiolino e stava per prendere Andrea».

Il web sta morendo, ucciso dalle app”

La Stampa
luigi grassia

Il Wall Street Journal: è la fine dell’apertura di internet

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«Il web sta morendo» e «a ucciderlo è l’ascesa delle app». Lo scrive il Wall Street Journal, secondo cui è in corso un cambio epocale nell’industria tecnologica. La maggior parte del tempo che prima si trascorreva navigando il web ora si passa sulle app, facili da usare. «Ma al di là della convenienza c’è qualcosa di sinistro in questo: la fine dell’apertura che ha consentito alle aziende internet di crescere e diventare fra le più potenti e importanti del XXI secolo» afferma il Wall Street Journal.

La differenza fondamentale è che il «web è stato creato da accademici con l’obiettivo di condividere informazioni». Le app invece non funzionano allo stesso modo: la ricerca negli app store non funziona, e la lista delle app più scaricate è quella che guida l’adozione da parte dei consumatori.
Il web non è perfetto - scrive il Wall Street Journal - ma ha creato aree in cui ci può scambiare informazioni e beni. Ha costretto le aziende a creare tecnologia compatibile con quella delle rivali. Ora, invece, con l’ascesa delle app sono gli stessi archietti del web ad abbandonarlo. E un esempio è Inbox di Google, disponibile per Android e iOs ma che sul web non funziona su nessun browser a eccezione di Chrome. 

Secondo alcuni osservatori si tratta di un’evoluzione naturale. «Se si va in qualsiasi start up o grande azienda internet, c’è un team numeroso dedicato ad app di alta qualità» osserva l’analista Ben Thompson. 

La borsetta è falsa? Basta una foto col cellulare per scoprirlo

La Stampa
carlo lavalle

Una tecnologia sviluppata da Nec permetterà di identificare i prodotti originali controllando la presenza di alcuni segni impressi sulla superficie. Invisibili all’occhio umano, saranno riconosciuti dalla fotocamera dello smartphone

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Quante volte, girando per i mercatini, davanti a una borsa o ad un portafoglio esposti su una bancarella, ci siamo chiesti se fosse davvero di quella marca famosa o una volgare patacca. A breve sarà possibile smascherare i prodotti contraffatti, in tempo reale, con la fotocamera di uno smartphone. E’ l’idea su cui sta lavorando sta lavorando NEC : un sistema che consente di riconoscere un falso confrontando le immagini scattate sul telefonino con quelle di un database presente su cloud.  

La tecnologia, ancora in fase di test, riesce a registrare una sorta di impronta digitale per qualsiasi genere di oggetto, determinata da certi dettagli tipici della sua superficie, impressi durante la produzione, invisibili all’occhio umano. Questo metodo di riconoscimento, secondo NEC, è in grado di funzionare anche su manufatti di piccole dimensioni, come dadi e bulloni, ai quali è difficile apporre un numero seriale o un codici a barre. Con una maggiore applicabilità, quindi, rispetto a sistemi come buySecure , basato sull’impiego di etichette intelligenti in funzione di contrasto alla contraffazione. Con il sistema dell’italiana 3C System, il consumatore, grazie ad un’app scaricata sul cellulare, può verificare, prima dell’acquisto, l’autenticità di una merce attraverso la scansione di un codice a barre. 

Il progetto realizzato da NEC permette, invece, di mettere a confronto la foto del prodotto originale, salvata dal produttore nella banca dati, con quella scattata sul momento dal singolo utente per scoprire l’eventuale truffa. I ricercatori della casa giapponese hanno dato prova della sua validità con una dimostrazione pubblica tenuta al Tokio International Forum. Il livello di precisione è alto con margini di errore minimi (1 su 1 milione). Anche negozianti e funzionari delle dogane potrebbero beneficiarne.

Tempi duri, per i falsari, che solo in in Italia gestiscono un volume di affari di 6,5 miliardi di euro all’anno. NEC prevede di mettere a punto la sua tecnologia entro il prossimo anno per poterla commercializzare nel 2016. Secondo Toshihiko Hiroaki, senior manager dei Central Research Laboratories, si tratta di un’innovazione - nel solco della ricerca portata avanti dall’azienda sui software di autenticazione tramite impronta digitale - destinata a dare nuove opportunità di business al mercato dei sistemi biometrici, attualmente in fase di stallo. 

Oltre al campo della contraffazione, si può pensare ad un suo uso per migliorare la tracciabilità dei prodotti e la gestione dei processi di manutenzione nell’attività industriale. 

Carbognano, una task force per il mistero delle ossa di Giulia Farnese

Il Messaggero
di Laura Larcan

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Una task force di archeologi, antropologi, storici dell’arte e architetti, per risolvere il giallo delle presunte ossa di Giulia Farnese, la famosa amante di Alessandro VI Borgia. La misteriosa scoperta di due teschi e ossa ritrovati nella nicchia nascosta dell’ex chiesa dell’Immacolata a Carbognano, il paesino nel viterbese che nel ’500 è stato famoso feudo di Giulia Farnese, ha mobilitato una squadra di tecnici. Appuntamento per domani mattina, quando un'équipe di esperti si recherà sul luogo del ritrovamento per una prima verifica dei resti. Dopo il rinvenimento avvenuto mercoledì scorso nel cantiere di restauro della chiesa sconsacrata diretto dalla Soprintendenza ai beni storico artistici del Lazio, si sono infatti affiancati anche la Soprintendenza ai beni architettonici del Lazio, l’Archeologica, oltre allo staff di antropologi del Museo Preistorico Pigorini di Roma.

Per la scoperta c’è molta attenzione anche da parte della Procura di Viterbo, che da oltre un anno è impegnata in una vasta operazione di recupero di beni storico-artistici coinvolti in traffici illeciti o in stato di abbandono. Le aspettative sono altissime, soprattutto da parte dei residenti e del sindaco di Carbognano Agostino Gasbarri, che sognano e sperano che le ossa appartengano alla leggendaria Giulia Farnese (1474-1524), la “Bella” come veniva apostrofata dai contemporanei per un’avvenenza (cantata da pittori come Raffaello e Pinturicchio) che ha segnato il suo destino di concubina del papa Borgia.

Ma tanti sono gli elementi che dovranno valutare i tecnici, come avverte l’archeologa Laura D’Erme, per avere dei dati preliminari. «La presenza di due teschi dimostra che siamo in presenza di due corpi: bisognerà valutare se si tratta di ossa in connessione e quindi di due sepolture, oppure se la nicchia è stata usata come un ossario», riflette la D’Erme. Le antropologhe dovranno valutare se sono ossa di donna o di uomo.

Già si tende ad escludere l’analisi al radiocarbonio, perché è una procedura non adatta a ossa così “recenti” (in fondo, sono solo ossa secolari). Gli archeologi, poi, faranno una verifica della stratigrafia muraria della nicchia, per fare una valutazione cronologica della sepoltura. Qualora i dati risulteranno “interessanti”, le ossa potrebbero anche essere trasferite nei laboratori specialistici di antropologia del Museo Pigorini di Roma per uno studio più approfondito.

Certo, il fatto che nel suo testamento, Giulia Farnese avesse richiesto di essere seppellita nella sua amata isola Bisentina (lago di Bolsena) anima la cautela estrema dei tecnici. «Forse varrebbe la pena fare nuove ricerche più circostanziate lì», dicono a mezza bocca.