lunedì 17 novembre 2014

Smartphone OnePlus One, oggi i preordini

La Stampa
bruno ruffilli

In vendita solo dalle 17 alle 18, è un apparecchio dalle ottime caratteristiche a un prezzo conveniente. Adotta Cyanogen, un sistema derivato da Android ed è compatibile con le app del Play Store. Ecco i suoi (tanti) pregi e (pochi) difetti nella nostra prova interattiva

1
Il primo e per ora unico smartphone della cinese  OnePlus  si chiama One, è stato presentato lo scorso aprile e solo oggi sarà disponibile per tutti. Ma attenzione: solo per un’ora, dalle 17 alle 18 italiane, e soltanto   online. Finora si poteva comprare partecipando a campagne promozionali sui social network o con un complicato sistema di inviti. Chi lo aveva già acquistato poteva invitare un certo numero di persone ad acquistarlo a loro volta, e così via. Un metodo originale per conciliare la produzione esigua (OnePlus è una startup ed esiste da nemmeno un anno) e la richiesta alta. Ha permesso all'azienda di vendere circa 500 mila esemplari, ma ha anche alimentato un mercato parallelo dove i prezzi dello smartphone sono lievitati fino a raddoppiare e gli inviti sono stati messi all’asta su eBay. Noi lo abbiamo provato per qualche settimana: ecco pregi e difetti. 

Design
OnePlus One è uno smartphone dalle dimensioni importanti: inevitabili considerando lo schermo da 5,5 pollici Full HD. Ma la parte posteriore ha un profilo curvo che nel punto più sottile è spesso appena 4,6 millimetri e lo fa sembrare più sottile. Il record di compattezza, per gli smartphone da 5,5 pollici, rimane comunque quello del G3 di LG: anche per l’OnePlus One sono dunque consigliate tasche ampie per gli uomini o borsette per le signore. Pesa circa 160 grammi, ha un design lineare ed è ottimamente rifinito; la cover è in bianco o grigio scuro in un materiale ruvido e resistente. Sostituirla non è facilissimo ma si può farlo anche da soli; magari per installare quella opzionale in legno di bambù (la prossima moda tech, ce l’ha anche il nuovo Moto X di Motorola). I tasti dell’accensione e del volume si trovano sui lati esterni ci sono sembrati piccoli e poco pratici.

1
Cyanogen
Il sistema operativo è Android 4.4.4 KitKat modificato Cyanogen.  A partire dal codice open source di Google, un’appassionata comunità di sviluppatori ha costruito un’interfaccia originale e una aggiunto serie di funzioni accessorie, pur conservando la compatibilità totale con le app del Play Store e quelle di Google, come Google Now e Android Wear. Cyanogen punta sulla sicurezza e sulla privacy e permette un controllo molto preciso delle informazioni in transito sul telefono: si possono inviare e ricevere messaggi criptati, ad esempio, o decidere quali permessi accordare a ogni app con la funzione Privacy Guard.
L’interfaccia è personalizzabile in mille modi, non solo con temi, sfondi e animazioni, ma anche con i movimenti: disegnare un cerchio sul display, ad esempio, permette di accedere alla fotocamera anche senza sbloccare il telefono, mentre una V mette in funzione il flash per usarlo come torcia e un doppio tap attiva il display per vedere l’ora. Si possono anche abbinare funzioni e app diverse ai comandi Home, Menu e Back. Perfetto per gli smanettoni, il sistema è stabile e fluido in ogni funzione. La comunità Cyanogen ha già annunciato una nuova versione basata su Lollipop, che dovrebbe essere distribuita all’inizio del 2015.

Internamente
Sulla carta le caratteristiche tecniche sono quasi da top di gamma: processore Snapdragon quad core da 2.5 GHz, 3 GB di RAM, fotocamera posteriore da 13 MPix e anteriore da 5 MPix. La memoria interna (16 o 64 GB)  non è espandibile, una delle poche pecche dell’One. La batteria è al litio da 3100 MAh, non è sostituibile, ma permette un’autonomia che supera senza problemi l’intera giornata, il wi-fi e l’LTE sono aggiornati agli standard più recenti, c’è il Bluetooth 4.0 e pure l’Nfc. I due altoparlanti nella parte inferiore del telefono funzionano bene anche se l’effetto stereo è inesistente (meglio sarebbe stato sistemarne uno in alto e uno in basso, come ad esempio su Htc One M8).

I dialoghi sono riprodotti in maniera accettabile, ma per la musica meglio non alzare il volume, pena una fastidiosa distorsione. La fotocamera principale permette di scattare foto di buona qualità in condizioni di luce ottimale, non rende al meglio invece in penombra. A differenza dei modelli top di gamma dei concorrenti, qui non c’è uno stabilizzatore ottico o digitale, quindi per ottenere buone immagini serve un polso fermo. Per i video, oltre alla possibilità di riprendere clip in formato 4K, segnaliamo la presenza dello slow motion a 120 frame al secondo. Molto buono infine il display, con un ottimo angolo di visione e colori naturali.

2
In conclusione
Se lo scorso anno il miglior rapporto qualità prezzo per uno smartphone era appannaggio del Nexus 5 di Google, il vincitore di quest’anno è il nuovo arrivato dalla Cina. Anche per l’attenzione e la cura che OnePlus mette in ogni dettaglio dell’esperienza, dalla confezione di acquisto all’interfaccia, dal design alla comunicazione con gli acquirenti, One segna il nuovo standard nella definizione di cosa aspettarsi da uno smartphone di fascia media. Costa la metà di un top di gamma dei marchi più noti, ma ha il 95 per cento delle funzioni e delle caratteristiche. Così alla fine il suo difetto più grande è che è difficile da trovare. Ma vale la pena di provarci, e non disperare: dopo l'apertura delle vendite di oggi, la reperibilità dovrebbe migliorare. 

La scheda tecnica
Processore: 2.50 GHz quad core Qualcomm Snapdragon 801
RAM: 3 GB
ROM: 16 o 64 GB
Pixel display: 1080x1920
Diagonale display: 5,5”
Fotocamera principale: 13 Mpix
Fotocamera sec.: 5 Mpix
Wi-Fi 802.11 a/b/g/n/ac
Altezza 152,9 mm
Larghezza 75,9 mm
Spessore 8,9 mm
Peso 162 grammi
Versione Android: 4.4.4 modificata Cyanogen

Padova, pazienti islamici rifiutano di farsi visitare dai medici donna

Giovanni Masini - Lun, 17/11/2014 - 13:21

Richiamati tre medici in pensione. Il sindaco Bitonci: "Vogliono gli uomini? Tornino a casa loro"

Il più stupefatto è il sindaco Massimo Bitonci che, agli islamici padovani che rifiutano di essere visitati da medici donne risponde con un duro post su Facebook, rivendicando le antiche tradizioni della scuola medica patavina: "Vogliono medici uomini? Vadano a casa loro. 


Qui a Padova, nel 1678, si laureò il primo medico donna della storia".

La vicenda nasce dal grande numero di profughi arrivati all'Ulss 16 della città, che oltre al normale carico di lavoro si è trovata a dover far fronte alle richieste di alcuni pazienti di religione islamica, che spiegavano di non poter essere visitati da medici donne. Per ovviare al problema ecco una soluzione inusuale: sono stati richiamati tre medici in pensione che lavoreranno per un anno a titolo gratuito.

I tre medici - rispettivamente un internista, un infettivologo e un cardiologo - lavoravano già da tempo come volontari nella "Struttura di alta professionalità immigrazione" padovana, che però ora spiega di non riuscire più a fronteggiare le richieste di prestazioni con il solo personale inserito negli organici: "L’organico della Struttura non è tale da fronteggiare la situazione di emergenza, considerando che gli immigrati, quasi totalmente musulmani, rifiutano la visita da parte di un medico donna e i carichi di lavoro delle altre Strutture non consentono che i dirigenti medici vengano dedicati alle visite ai profughi".

Secondo i dati ripotarti dal Mattino di Padova, l'80% degli oltre 200 profughi visitati dall'Ulss 16 negli ultimi otto mesi sono uomini, in gran parte di religione islamica. Troppi perché la struttura sanitaria padovana riuscisse a farvi fronte con i medici in servizio.

Umberto Veronesi: "Il cancro dimostra che Dio non esiste"

Libero


1
Umberto Veronesi torna a far parlare di sé. E torna a far discutere. Il direttore scientifico dell'Istituto europeo di oncologia, nel libro Il mestiere di uomo (Einaudi, in uscita martedì 18 novembre), spiega come nel corso della sua vita sia maturato il suo agnosticismo. Parte degli estratti del libro sono stati anticipati da Repubblica. Dopo il racconto dell'infanzia da "inappuntabile chierichetto e paggetto", dopo aver parlato del rapporto con il padre, l'oncologo spiega come è arrivato a maturare certe convinzioni. In uno degli estratti si legge: "La scelta di fare il medico è profondamente legata in me alla ricerca dell’origine di quel male che il concetto di Dio non poteva spiegare. Da principio volevo fare lo psichiatra per capire in quale punto della mente nascesse la follia gratuita che poteva causare gli orrori di cui ero stato testimone. Avvicinandomi alla medicina, però, incappai in un male ancora più inspiegabile della guerra, il cancro".

Il pensiero - Veronesi spiega che, come per tutti i medici impegnati nella lotta contro i tumori, il dolore non è più qualcosa che sfugge, qualcosa di intangibile, ma assume forme e contorni ben definiti. E, spiega, è proprio a quel punto che "diventa molto difficile identificarlo (il cancro, ndr) come una manifestazione del volere di Dio. Ho pensato spesso che il chirurgo, e soprattutto il chirurgo oncologo, abbia in effetti un rapporto speciale con il male. Il bisturi che affonda nel corpo di un uomo o di una donna lo ritiene lontano dalla metafisica del dolore. In sala operatoria, quando il paziente si addormenta, è a te che affida la sua vita. L’ultimo sguardo di paura o di fiducia è per te. E tu, chirurgo, non puoi pensare che un angelo custode guidi la tua mano quando incidi e inizi l’operazione, quando in pochi istanti devo decidere cosa fare, quando asportare, come fermare un’emorragia.”

Roma, bufera sui vigili: auto con l'assicurazione scaduta

Il Messaggero
di Filippo Bernardi

1
Le auto dei vigili con il contrassegno dell'assicurazione scaduto. Sembra un paradosso. Ma anche no. Soprattutto di questi tempi a Roma, dove anche il sindaco Ignazio Marino sta passando giornate difficili proprio a causa di un permesso non rinnovato. La data di scadenza sui tagliandi fotografati ieri su vetture della polizia locale di Roma Capitale in diverse zone della città è quella del 31 ottobre 2014. Quelle auto, insomma, non sono in regola. Nella migliore delle ipotesi si tratta di una dimenticanza: l'assicurazione è stata rinnovata ma i contrassegni non sono stati sostituiti. Un'irregolarità che prevede una multa di 25 euro. Ma se invece una fetta del parco macchine dei vigili di Roma (oltre 600 veicoli) non fosse coperta dall'assicurazione? In questo caso la situazione sarebbe ben diversa: 841 euro la contravvenzione, ma c'è anche il sequestro del mezzo.

LA POLEMICA Tra i vigili c'è agitazione. «E se un automobilista fermato per un controllo si accorge del contrassegno scaduto cosa gli diciamo? E se una nostra auto fa un incidente?», sono le domande che si pongono gli agenti in servizio. Sulla pagina Facebook del Sulpm i vigili si autodenunciano pubblicando le foto dei tagliandi scaduti. «Le macchine della polizia locale sono uscite in strada hanno il contrassegno scaduto, o, peggio ancora, non sono coperte da assicurazione», denuncia Gabriele Di Bella, storico dirigente sindacale dei vigili. Il comandante “social” Raffaele Clemente replica sul suo profilo Twitter: «Infondata la notizia secondo cui le auto della Polizia Locale avrebbero prestato servizio prive di copertura assicurativa». Ma non spiega perché.

I SINDACATI «Il corpo della polizia municipale è allo sbando. Gravissimo che le auto di servizio dei vigili abbiano il tagliando assicurativo scaduto. Questo è il segno della completa disorganizzazione della dirigenza del Corpo e dell'amministrazione capitolina», è il coro dei sindacati. «Mi auguro che sia solo un dettaglio amministrativo - dice Giancarlo Cosentino della Cisl - e spero che le auto siano comunque coperte da assicurazione, altrimenti significherebbe che questa amministrazione è arrivata alla frutta». Salta sulla sedia anche Stefano Lulli dell'Ospol «visto che - spiega - siamo proprio noi ogni giorno a controllare le auto dei cittadini e a verificare che abbiano tutto in regola, assicurazione compresa». Duro anche Mauro Cordova dell'Arvu: «È gravissimo - commenta - Non ricordo a memoria di un fatto del genere. Ma come, noi sequestriamo l'auto al cittadino che non ha l'assicurazione e poi le nostre pattuglie hanno i tagliandi scaduti?».

LE REAZIONI «L'incredibile vicenda messa in rilievo da ilmessaggero.it, segna un'ulteriore accelerazione dello sfacelo amministrativo che sta vivendo Roma», dice Sveva Belviso, leader di Altra Destra. Sul caso interviene anche Alessandro Onorato, Lista Marchini: «Ormai in Campidoglio regna il caos: ci mancavano anche i vigili con il tagliando dell'assicurazione scaduta». L'ex sindaco Gianni Alemanno annuncia un'interrogazione al suo successore: «Bisogna fare chiarezza sull'incapacità dei vertici dei vigili di gestire addirittura le assicurazioni delle auto a disposizione». Il caso approderà anche a palazzo Madama: il coordinatore romano di Forza Italia, Davide Bordoni, annuncia che «la senatrice Mariarosaria Rossi presenterà una interrogazione urgente al Ministro dell'interno». Dalla maggioranza arriva la reazione di Luciano Nobili (Pd): «Immagino che le assicurazioni siano state rinnovate e si tratti di un ritardo nella sostituzione dei tagliandi scaduti, ma certo non è un bel segnale. Sono le stesse disattenzioni che ai cittadini non vengono perdonate».

Lunedì 17 Novembre 2014, 06:02 - Ultimo aggiornamento: 08:42

Vitalizi, la rivolta degli ex consiglieri regionali: ricorsi anti-tagli a valanga

Il Messaggero
di Diodato Pirone

1
Ecco cosa accade in Italia quando si tocca un privilegio: scatta la rivolta della corporazione colpita, grande o piccina che sia. Non si è ancora posata la polvere sollevata dai mille ricorsi dei superpagati dipendenti delle Camere che a loro si uniscono i 3.200 ex consiglieri regionali. Un'altra valanga di ricorsi anti-tagli vengono annunciati da una lettera, indignata e accorata, spedita dalla loro associazione anche al Capo dello Stato. La parola d'ordine? Sembra recuperata in fretta e furia da qualche manifestazione di piazza: i nostri diritti non si possono toccare. E perché? Perché sono «acquisiti», spiegano. Tutto chiaro: chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto.



Swg: gli italiani delusi bocciano la loro intera classe dirigente

Il Messaggero
di Diodato Pirone

Cosa racconta agli italiani la valanga dei ricorsi contro i tagli ai privilegi? «E' la dimostrazione che in Italia abbiamo un problema di classe dirigente», risponde Enzo Risso(nella foto) che da anni studia la società italiana attraverso i sondaggi SWG. Nel carotaggio di ottobre effettuato dall'istituto triestino è emerso un dato molto interessante: c'è una frattura netta fra gli italiani e le loro élites, fra la società e la classe dirigente nella sua interezza. Non c'è solo insomma lo scontato tiro ai politici. «Non c'è dubbio - spiega Risso.

Gli italiani concedono la sufficienza solo ai medici. Tutti gli altri vengono bocciati: dai professori universitari, agli intellettuali, ai vescovi visto che il Papa raccoglie molti consensi per sé ma non ancora per la Chiesa, ai magistrati, ai giornalisti, alle professioni più classiche come avvocati e commercialisti. Gli italiani rimproverano chi sta sopra di loro di non saper progettare il futuro». Una vera e propria Waterloo per tutti coloro che in Italia rivestono un qualche grado di comando.

Truffe online, ecco le 12 più comuni nel periodo natalizio

Il Mattino


1
ROMA - Natale è vicino e con questo la crescita degli acquisti online. Per cercare di tutelare gli utenti McAfee ha realizzato una lista delle dodici truffe più comuni in rete.

C’è posta per te! - Le vendite durante i periodi festivi vengono effettuate sempre più online, e il rischio di ricevere truffe di phishing ed email che notificano spedizioni è più elevato. Sebbene il malware sia un pericolo costante, poiché durante le feste aumentano gli acquisti online, i consumatori sono più propensi a fare clic sulla notifica di una consegna o un'email di phishing ritenendola autentica.


Pubblicità ingannevoli - Nel periodo festivo tutti sono alla ricerca dei migliori affari. Bisogna tenere gli occhi aperti (e il portafoglio sotto controllo) quando si fa shopping online per acquistare i prodotti più ambiti della stagione. Link pericolosi, concorsi fasulli sui social media e tessere regalo contraffatte sono solo alcuni dei modi con cui i truffatori cercano di impossessarsi delle informazioni personali e rovinare la lieta atmosfera natalizia.

Enti benefici agghiaccianti - Questo è il periodo della beneficenza. Durante le festività, molti consumatori effettuano donazioni al loro ente benefico preferito. Purtroppo, nessuna buona azione resta impunita. Fare attenzione a enti di beneficenza fasulli con cui si può entrare in contatto via email o che vengono condivisi viralmente tramite i social media.

Serve essere acquirenti accorti - Sfortunatamente ci sono alcune truffe delle quali è impossibile evitare cadere vittime. Il malware che colpisce i punti vendita e che porta alla violazione delle informazioni delle carte di credito ricade in questa categoria. Controlla i resoconti della tua carta di credito e mantieniti aggiornato e informato per essere ben preparato.

Truffe tramite smartphone - Ogni giorno vengono create nuove app mobile per dispositivi Android e iOS. Grazie al costante sviluppo della tecnologia, il tuo dispositivo mobile può controllare la temperatura dell'abitazione, mantenerti collegato ai social media e aggiungere fantastici filtri alle tue fotografie. Anche le app festive o che sembrano ufficiali potrebbero essere pericolose e accedere alle tue informazioni personali.

Biglietti d'auguri elettronici pericolosi - I biglietti d'auguri elettronici sono divertenti, semplici e, soprattutto, ponderati. Se desideri che una persona cara ti invii un augurio di "Buone Feste", di sicuro gli hacker cercheranno di augurarti un "Buon Malware!" I siti di e-card noti sono sicuri, ma diffida di potenziali truffe che ti fanno scaricare malware sul dispositivo.

Truffe legate ai viaggi stagionali - Durante la stagione festiva aumentano i viaggi e i truffatori online sono pronti ad approfittare del fatto che i consumatori spesso diventano meno attenti alla loro sicurezza. I link online fasulli che offrono soggiorni a prezzi vantaggiosi sono numerosi ma esiste il rischio che una volta arrivato sulla pagina lo spyware acceda alle tue informazioni collegandosi ai PC infetti.

La truffa delle telefonate automatiche dalle banche - Quando le spese nel periodo festivo aumentano e i consumatori sono a conoscenza dei possibili abusi ai loro conti bancari e carte di credito, gli hacker sono pronti ad sfruttare la situazione come opportunità. Nella maggior parte dei casi, i consumatori ricevono una telefonata fasulla da una di queste istituzioni da un "agente di sicurezza automatico” (o no) che afferma che il conto dell'utente è stato compromesso richiedendo informazioni personali tra cui la password del conto, per effettuare delle modifiche.

Skimming dei bancomat - Durante la stagione festiva, si ha spesso bisogno di denaro contante e, di solito, in fretta. I criminali possono accedere alle informazioni personali presso uno sportello bancomat installando dispositivi di skimming per rubare i dati dalla banda magnetica della carta e utilizzando una videocamera o un rivestimento sul tastierino per acquisire il codice PIN. Una soluzione semplice è quella di controllare bene il terminale e di coprire la tastiera quando si inserisce il codice PIN.

Le trappole dell'almanacco annuale - Molti nuovi servizi traggono profitto dalle vacanze creando articoli 'Year in Review'. Le aziende dovrebbero informare i propri dipendenti dei rischi derivanti dal fare clic su tali link dalla posta aziendale. I link provenienti da fonti fasulle potrebbero infettare e compromettere la sicurezza dei dispositivi aziendali.

Dispositivi che accedono ai dati aziendali - Con il trambusto delle festività, può capitare di perdere lo smartphone nella confusione. Se è un disagio per l'utente, è anche un modo per gli hacker di accedere alle informazioni personali e lavorative se non sono state adottare le misure di sicurezza appropriate.

Chiavette Usb in omaggio - Durante la stagione festiva, aumentano i cesti regalo di fornitori che desiderano mantenere la collaborazione anche nel nuovo anno. Uno degli oggetti più popolari in questi cesti sono le chiavette USB personalizzate. Fai attenzione e permetti ai tuoi dipendenti di utilizzarle, perché spesso su tali chiavette viene pre-installato del malware impercettibile.

lunedì 17 novembre 2014 - 09:38   Ultimo agg.: 10:09

Torino, la beffa dell’acqua: “Avete consumato poco e ora dovrete pagare di più”

La Stampa
andrea rossi

Il balzello per ogni cittadino si tradurrà in un aumento di 50 centesimi al mese per i prossimi tre anni

1
Nei prossimi tre anni, a Torino, la bolletta dell’acqua aumenterà tra il 10 e il 25% perché i torinesi, da bravi sabaudi, hanno dato retta a chi spiegava che è un bene prezioso e sarebbe meglio ridurre i consumi ed evitare gli sprechi. L’utilizzo pro capite è sceso da 198 a 185 litri al giorno in cinque anni, ma il conto è destinato ad aumentare: Smat, l’azienda che gestisce l’acquedotto, dal 2008 e oggi ha incassato 46,6 milioni in meno del previsto e ha deciso di recuperarli dai cittadini, non potendo contare sui comuni soci, sempre più in disarmo e con le casse vuote.

Ha chiesto l’autorizzazione all’Autorità d’ambito, l’organismo che stabilisce le tariffe e pianifica il servizio, l’ha ottenuta e ha chiesto il conguaglio, decidendo di spalmarlo nei prossimi tre anni. A Torino stanno arrivando le bollette con il balzello incriminato. E un centinaio di amministratori di condominio ha deciso di rivolgersi all’Adoc, l’associazione per la difesa e l’orientamento del consumatore, e al comitato Acqua pubblica. Si annuncia una battaglia a colpi di carte bollate.
«Altro che conguaglio, è un aumento a posteriori», protestano Silvia Cugini e Bartolomeo Grippo dell’Adoc. «Anche perché il conguaglio si può chiedere solo per i due anni precedenti ed è ammissibile solo per motivi straordinari. Qui, invece, di straordinario c’è nulla».

In effetti, nel disastrato panorama delle società partecipate dagli enti locali, Smat è un diamante. Ingloba 285 dei 315 comuni della Provincia di Torino, a cominciare dal capoluogo. Ha un piano d’investimenti da 700 milioni e bilanci che farebbero felici i cultori della spending review: dal 2008 al 2011 ha fatto utili per 70 milioni, nel solo 2013 per 67 milioni, di cui 20 accantonati anche per difendersi dai possibili contenziosi causati proprio dal conguaglio appena richiesto. Insomma, dicono i detrattori, pur incassando meno perché i torinesi sono stati sobri e accorti, Smat ha chiuso comunque i bilanci in attivo, segno che ha saputo ammortizzare i mancati introiti. 

E allora perché chiedere l’obolo, quei 46,6 milioni che, per ciascuno, si tradurranno in 50 centesimi in più al mese per tre anni? «È una polemica che non capisco», risponde Paolo Romano, alla guida di Smat dal 2001. «Negli anni scorsi i cittadini hanno pagato meno del dovuto, perciò abbiamo chiesto un conguaglio. E li abbiamo pure agevolati, perché pagheranno in tre anni».

Perché i torinesi avrebbero pagato meno? Smat e l’Autorità individuano la tariffa ipotizzando i consumi (e quindi gli incassi) e rapportandoli ai costi. Se però consumi e incassi calano si crea uno squilibrio. «I miei costi non si riducono: i dipendenti sono quelli, le spese di gestione pure», ragiona Romano. «Non è vero che i torinesi hanno pagato meno», contrattacca Mariangela Rosolen del comitato Acqua Pubblica. «Hanno pagato la tariffa stabilita che, come vuole l’Europa, copre tutti i costi del servizio, compresi investimenti e ammortamenti».

Ci sarebbero quelle decine di milioni di utili che Smat macina ogni anno distribuendone una parte (oltre 60 milioni dal 2008 al 2013) ai Comuni sotto forma di dividendi. Peccato che vengano usati per ridurre i 280 milioni di debito contratti per finanziare gli investimenti. «In caso contrario, ad esempio riduzione della bolletta o degli utili, dovrebbero provvedere i comuni soci», avverte Romano. Ma i comuni sono senza soldi e, nel caso, si rivarrebbero comunque sui cittadini. I torinesi, dunque, devono solo decidere a chi pagare il balzello: a Smat o al Comune.

Bambini adottati in Congo, manca il lieto fine per 130 coppie

La Stampa
grazia longo

Il governo non ha ancora districato la matassa burocratica che li blocca in Africa

1
Pur di offrire una famiglia a un piccolo africano, una coppia milanese ha rifiutato un’adozione nazionale e ora si ritrova appesa alle lungaggini burocratiche e diplomatiche tra Italia e Congo. 

Ricordate la gioia dei trentun bambini congolesi appena scesi a Ciampino dal volo di Stato - accanto alla sorridente ministra Boschi, con treccina africana - mentre abbracciavano i genitori adottivi? Era il 28 maggio scorso, un’eternità per Anna e Carlo (nomi di fantasia, ndr) che, insieme ad altre 129 coppie di italiani, aspettano ancora che i loro figli possano espatriare dal Congo. La pratica dell’adozione internazionale è in realtà conclusa da quasi due anni, con tanto di sentenza passata in giudicato al Tribunale dei minori di Kinshasa, ma ancora bloccata per effetto di un intrigo diplomatico internazionale, dovuto al timore del Congo delle «seconde adozioni», una sorta di sub-adozione in barba alle sue leggi.

E c’è chi teme che i tempi si prolunghino all’infinito. Come Anna e Carlo - 41 e 45 anni, lei impiegata, lui commerciante - che non vedono l’ora di «poter vivere insieme a nostro figlio nella nostra casa, dov’è già pronta la sua cameretta. Ci è stato assegnato nel marzo 2013, due mesi dopo il Tribunale dei minori di Milano ci ha contattati per farci adottare un bimbo italiano ma noi abbiamo non abbiamo accettato perché ci ritenevamo già genitori del piccino congolese». Il rapporto a distanza, come si può immaginare, non è semplice: «Per ora ci conosciamo solo grazie alle foto ed alcuni video, ma Amir, che ormai ha 8 anni, chiede continuamente di noi all’assistente sociale che lo segue e dorme con la nostra fotografia sotto il cuscino».

Per appena una manciata di giorni Anna e Carlo, insieme ad altre 129 coppie, non vennero autorizzati a partire per il Congo lo scorso autunno. A differenza delle 24 famiglie che invece raggiunsero Kinshasa dove però rimasero fino a Natale per effetto del divieto di espatrio imposto dal governo della Repubblica del Congo. «Quelle coppie poi, grazie all’intervento del presidente del consiglio Matteo Renzi, il 28 maggio, hanno potuto accogliere i loro bambini. Quando toccherà a noi? Quando potremo finalmente vivere con Amir che per la legge è nostro figlio e che quindi, nel caso non arrivasse in Italia, è destinato a essere abbandonato perché non più adottabile?».

Lo stop alle adozioni è frutto di uno spiacevole incidente. Tutto per un genitore canadese che non aveva dichiarato di avere un compagno, presentandosi come single, mentre il Congo vieta le adozioni alle coppie gay. Di qui la chiusura delle porte alle adozioni internazionali. In un primo momento fino al 25 settembre scorso, ora prorogata senza l’indicazione di una scadenza.

La preoccupazione principale di Anna e Carlo è la condizione del loro bambino: «Abbiamo provveduto a farlo trasferire dall’orfanotrofio in una comunità alloggio e paghiamo un maestro perché gli faccia lezioni di francese. Per l’italiano è troppo presto, non vediamo l’ora di poterglielo insegnare di persona». Su questa estenuante attesa pesa peraltro il timore di nuocere alle trattative attualmente in corso tra la Cai (Commissione adozioni internazionali, diretta emanazione del premier Renzi) e la Repubblica del Congo. 

«Siamo grati a chi sta lavorando per la soluzione del caso - sottolinea la coppia milanese -, ma c’è bisogno di un’accelerazione. In gioco ci sono le vite di bambini che aspirano a una famiglia e l’ansia di coppie che vogliono solo poter finalmente esercitare, con affetto e impegno, il ruolo di genitori». Le attenzioni non mancano sin d’ora: oltre a vestiti, giocattoli, beni di prima necessità, Anna e Carlo, inviano in Congo una quota mensile per supportare le spese di mantenimento e di istruzione di Amir. «Ma al centro dei nostri pensieri c’è il timore di non potere mai stringere tra le braccia nostro figlio».

Paypal: sui pagamenti elettronici Apple Pay non è un concorrente ma un partner

La Stampa
federico guerrini

A livello mondiale solo il 10 per cento dell’e-commerce passa da smartphone, spiega il CEO di Braintree, azienda controllata da Paypal: ma è destinata a crescere nei prossimi anni e c’è spazio per sistemi diversi

1
Americano, sulla quarantina, sguardo diretto e parlata sciolta, Bill Ready è uno di quei personaggi in grado di imporsi con naturalezza nell'iper competitivo mondo dell'information technology. Da numero uno della società di pagamenti elettronici Braintree è riuscito a posizionare la propria azienda come uno dei principali attori del settore, tanto da attirare l'attenzione del colosso PayPal che, faticando ad affermarsi in alcuni campo in cui il piccolo rivale eccelleva, ha preferito mangiarselo d'un sol boccone. 
Non senza prima sborsare, nel 2013, 800 milioni di dollari per accaparrarsela tramite la casa madre eBay, e assicurando comunque a Braintree di poter continuare a lavorare in autonomia. In particolare, a motivare l'acquisizione sembra sia stata una particolare funzionalità dei sistemi di pagamento sviluppati da Braintree, quella che consente agli acquirenti di pagare con un clic da qualsiasi dispositivo, anche in mobilità

Abbiamo incontrato Ready a Dublino nel corso del Web Summit , la manifestazione irlandese che per tre giorni ha riunito il Gotha dell'industria tecnologica europea e nordamericana, attirando più di 22.000 visitatori, per parlare appunto di pagamenti in mobilità; un tema particolarmente caldo, specie da quando Apple ha lanciato Apple Pay, dando la possibilità di effettuare acquisti via smartphone a chiunque possieda un suo telefonino. Forse non è carino iniziare un'intervista al Ceo di un'azienda con una domanda relativa a un'altra società, ma vista anche la recente “guerra dei burger ” – McDonald's ha sottoscritto un accordo con Cupertino per usare Apple Pay, Burger King ha scelto PayPal – la domanda sorge spontanea. 

Quale è il vostro rapporto con Apple? Lo vedete più come un concorrente o come un vostro partner?
Stiamo lavorando con Apple, siamo uno dei principali fornitori sul loro sito Web; molte delle applicazioni più interessanti sul loro store utilizzano uno dei nostri sistemi di pagamento. Lo vediamo più come un partner. Pensiamo che sia un'ottima notizia che un altro grande player sia entrato nel settore dei pagamenti in mobilità. Il settore è grande. Basti pensare che di tutte le transazioni solo il 10% vengono effettuate attraverso l'e-commerce: e solo il 10% di queste ultime, in mobilità. Il che significa, in altre parole, che solo l'1% di tutti i pagamenti è fatto in questo modo. La vera domanda allora diventa: come far sì che la quota di acquisti effettuati in mobilità non sia più solo l'un per cento, ma diventi il 50%, 60%, 70%? Oltre a ciò, la nostra premessa è sempre stata di costruire sì il nostro portafoglio digitale, supportando però al contempo altre soluzioni di pagamento, fra cui Apple Pay, ed è quello che continueremo a fare. 

L'idea dei pagamenti in mobilità è in giro da un po', e di tecnologie che avrebbero dovuto rivoluzionare il settore ne abbiamo viste parecchie, come l'Nfc. Pensa che sia giunto finalmente il momento in cui diventeranno finalmente popolari?
Ci sono già miliardi di dollari in transazioni in mobilità. La premessa è che prima sarebbe approdato sul mobile sarebbero state gli acquisti di e-commerce. Ed è una teoria che si è rivelata corretta. Oggi l'e-commerce ha preso piede, la metà delle sessioni di shopping avviene in e-commerce. La questione è come far far passare attraverso lo smartphone anche gli acquisti del mondo fisico, in negozio o per la strada. Cominciamo già a vedere qualche esempio di questo tipo. Ad esempio Hailo , l'applicazione che consente di pagare via cellulare le corse in taxi. E qui al Summit ci sono parecchie startup che stanno sviluppando soluzioni simili. Quello che noi ed altri operatori stiamo cercando di fare è creare l'ecosistema, la piattaforma su cui andranno a poggiare tali prodotti.

Come mai, secondo lei, alcune nazioni cosiddette “in via di sviluppo”, come il Kenya, sono più avanti in questo specifico campo, rispetto alle nazioni di quello che ama definirsi il primo mondo?
Il fatto che è che molte nazioni in via di sviluppo hanno saltato lo stadio dell'elaboratore da scrivania, sono passate direttamente al mobile. Credo che sia nel mondo sviluppato che in quello in via di sviluppo, lo smartphone sia destinato a diventare il principale strumento di computing, e per quanto accennato sopra, può accadere che in taluni campi il secondo si trovi al momento più avanti in questo processo.

Ma lei vede i nuovi sistemi di pagamento in mobilità come alternativi a quelli basati sul circuito bancario oggi dominare o piuttosto come un ulteriore livello che andrà a potenziare i tradizionali sistemi di pagamento?
Credo che entrambe le cose siano destinate ad accadere. Da un lato l'opzione per l'acquisto in mobilità andrà ad aggiungersi ad altre funzionalità già presenti e sarà semplicemente un'estensione dei circuiti esistenti, dall'altro vediamo emergere nuovi strumenti di pagamento, come ad esempio il BitCoin che esulano dagli schemi consueti e che andranno anch'esse integrate fra le varie soluzioni di pagamento. 

Lei di recente ha sostenuto che i pagamenti in mobilità saranno sempre più “determinati dal contesto”, ovvero dal tipo di dispositivo con cui verranno effettuati ci può spiegare meglio cosa intendeva?
Sì, è chiaro che al momento, se devo fare un acquisto,  inserisco i miei dati e pago attraverso lo smartphone. Ma in futuro, con l'avvento dei dispositivi indossabili, come gli smartwatch, i Google Glass, i braccialetti interattivi, questo tipo di esperienza non sarà più accettabile per l'utente finale. Una cosa è inserire i dati sulla tastiera di un cellulare, altra e più faticosa, è farla attraverso lo smartwatch. Ecco che i consumatori cercheranno applicazioni che sappiano già il più possibile su di loro ed evitino questa parte del processo. Già oggi è possibile effettuare pagamenti con un semplice tap su alcuni modelli di smartwatch; in futuro tale modalità diventerà sempre più diffusa. 

Voi ed altri operatori state rendendo sempre più facile pagare in mobilità. Ma questo significa che diventerà anche più conveniente, per i consumatori e gli esercenti, o specie quest'ultimi continueranno a pagare commissioni rilevanti sulle transazioni?
Noi come PayPal siamo fra i maggiori operatori al mondo nella gestione dei pagamenti, in mobilità e non. Credo che il fatto di poter supportare diversi sistemi di pagamento, che variano anche a seconda  delle nazioni coinvolte, possa consentire di andare senz'altro nel senso di una riduzione delle commissioni. Detto questo, molto dipende dai costi intrinseci che sono implicati nell'effettuare pagamenti. Al momento una delle voci che più incidono è quella di garantire la sicurezza dei flussi.
Uno dei grandi effetti collaterali del passaggio del fisso al mobile è quest'ultimo non sarà solo il modo più comodo per pagare, ma potrebbe divenire anche il modo più sicuro. Potremo garantire più facilmente che i dati riguardanti l'acquirente non vengano mai resi visibili (o il meno possibile) nel corso della transazione, limitando così il rischio di frodi e simili. E in ultima analisi, questi minori costi operativi si tradurranno anche in minori costi per gli utenti. 

Fondo per salvare la memoria di Auschwitz. L’Italia grande assente tra i Paesi donatori

La Stampa

La denuncia di un quotidiano spagnolo: «Roma e Madrid non hanno versato nulla». Trentun Paesi hanno versato finora 102 milioni. L’obiettivo è fissato a 120 milioni

1
È polemica su quei Paesi, Italia compresa, accusati di lesinare fondi per garantire la memoria di Auschwitz. In vista del 70esimo anniversario della liberazione del lager che ricorre all’inizio dell’anno prossimo, un articolo del quotidiano spagnolo El Pais ha attirato l’attenzione su una circostanza che - se confermata - appare imbarazzante: l’Italia, assieme alla Spagna, è fra i pochi paesi europei maggiori che stanno mancando di contribuire al «Fondo perpetuo», indispensabile a mantenere vivo il ricordo del più famigerato campo di sterminio nazista.

Creato nel 2009 per evitare la minacciata chiusura del complesso composto da 155 edifici e 300 rovine su un’estensione di 200 ettari nel sud della Polonia, il Fondo punta a raccogliere 120 milioni di euro e finora è stato alimentato da 31 paesi. Sono stati raccolti 102 milioni di euro e, per «ovvie ragioni» storiche legate al nazismo, il maggior contributore è stata la Germania con la metà (60 milioni) di quanto richiesto. L’Unione europea ha versato 4 milioni, la città di Parigi 310 mila euro. Accanto alla Spagna, però, «l’Italia è l’altra appariscente eccezione» fra i «grandi paesi» dell’Ue: pur essendo «la patria di Primo Levi, l’autore delle cronache più tremende su Auschwitz in “Se questo è un uomo”, scrive il giornale spagnolo. 

Già in settembre, quando fu annunciato che con una donazione di 100 mila euro il Vaticano era diventato il 31esmio Paese a contribuire alla Fondazione Auschwitz-Birkenau che gestisce il Museo, era emerso come l’Italia non fosse nella lista. Ora arriva la sottolineatura spagnola che Roma non sta contribuendo a tener viva la memoria di tragedie testimoniate dai forni, dalle camere a gas e dalle migliaia di oggetti custoditi nel museo: «minuscole scarpette di bambini», «montagne di occhiali, tonnellate di capelli», sottolinea fra l’altro il sito del giornale spagnolo.

Il 27 gennaio ricorre il 70eimoo anniversario della liberazione del lager da parte dell’Armata Rossa. I fondi servono per i necessari lavori di restauro e conservazione del complesso situato ad una settantina di chilometri da Cracovia e in passato curato dalla sola Polonia per motivi geografici.
Secondo le stime più accreditate, nei tre campi di Auschwitz morirono tra gli 1,1 e gli 1,5 milioni di persone. E sono più di un milione i visitatori che ogni anno cercano di immaginare l’inconcepibile orrore del campo di sterminio visitandone i resti, a cominciare dal cancello sovrastato dalla scritta «Arbeit macht frei», «Il lavoro rende liberi».

I campi di Auschwitz (in polacco: Oswiecim) furono un perno della cosiddetta «soluzione finale», il genocidio di ebrei perpetrato dai nazisti e dai loro alleati, costato la vita a oltre sei milioni di persone. Dal 1979 il luogo è patrimonio dell’umanità dell’Unesco ed è visitabile. Vi facevano parte anche il campo di sterminio di Birkenau, quello «di lavoro» di Monowitz e 45 «sottocampi». «Prima della creazione del Fondo perpetuo la situazione era critica», ha detto a El Pais il direttore del Museo, Piotr Cywinski. «Oggi, cominciamo a vedere la proverbiale luce in fondo al tunnel». 

Parla l'avvocato dell'ex Ss: "I miei 18 anni con Priebke"

Stefano Lorenzetto - Dom, 16/11/2014 - 11:57

Paolo Giachini, l'avvocato che ha ospitato in casa sua l'ex SS condannato all'ergastolo: "Lo aiutavo a fuggire per consentirgli di recarsi in incognito alle Fosse Ardeatine"

Terzo piano, interno 12. Sopra la porta è murata una formella con la locuzione che Brenno pronunciò dopo aver occupato Roma nel 390 avanti Cristo: «Vae victis». Guai ai vinti. «Se l'era scritta su un cartoncino, ma un poliziotto di guardia la rubò per farne un souvenir, così gliela ordinai in ceramica a Vietri sul Mare», racconta l'avvocato Paolo Giachini. Via Cardinal Sanfelice, strada privata alla periferia della capitale. È qui che abitava il vinto Erich Priebke, l'ex capitano delle SS condannato all'ergastolo per l'eccidio delle Fosse Ardeatine.

Nel palazzo di fronte, risiede tuttora il suo legale, un altro vinto, anche se si considera sconfitto più dalla Cassazione che dalla storia. «Gli avevo messo a disposizione gratis et amore Dei questo alloggio di 100 metri quadrati, che in precedenza occupavo io». Giachini ha assistito Priebke nelle aule di giustizia e lo ha accudito con attaccamento filiale nei 18 anni di detenzione ai domiciliari.



C'era lui al suo capezzale, il 13 ottobre 2013, quando il centenario passò dal sopore alla morte senza un rantolo. «Ho sempre cercato di tenerlo lontano dai medici. Alla fine lo ricoverarono all'ospedale militare del Celio, dove tirò un cazzottone a un infermiere che lo voleva legare al letto. Perciò lo riportai a casa. S'è spento nel sonno mentre lo vegliavo. Era stato autonomo fino a tre mesi prima. Cucinava, faceva il bucato, stirava, lavava i pavimenti. Veniva sempre a trovarlo una compagna che ne ha alleviato la solitudine. Fra loro s'era instaurata una forte intesa. Intendo dire, non si stupisca, che i due sessualizzavano».

Ora Giachini s'è risolto a ristrutturare l'appartamento-sacrario rimasto vuoto. I figli di Priebke, Ingo e Jörg, due anziani pensionati che risiedono rispettivamente a New York e a Bariloche, in Argentina, lo hanno incaricato di curare il nome, le spoglie e gli oggetti personali del padre. Bisogna scendere nelle segrete dei due condominii comunicanti per ritrovare, in cantine che sembrano celle di un carcere, le memorie del defunto ufficiale nazista. Un ventilatore da tavolo, acceso 24 ore su 24, preserva dall'umidità i calendari che riceveva a ogni Natale, stampati dai kamaraden delle SS ancora in vita, e il ritratto in divisa con il berretto nero recante il teschio delle Schutzstaffel.

È attraverso questo dedalo di cunicoli, una variante delle catacombe di San Callisto risalente agli anni del boom edilizio, che Giachini talvolta ha guidato «il capitano» - lo chiama sempre così, quasi mai per cognome - verso un'effimera libertà. «Un paio d'ore. Non potendo assegnare la scorta a un ergastolano, il ministero degli Interni aveva disposto che fosse seguito per motivi di ordine pubblico. Avrà notato in strada i due posti auto riservati alla polizia. Gli agenti sono rimasti lì per quasi un ventennio, giorno e notte.

E noi a volte li seminavamo, sgattaiolando via attraverso i sotterranei, a piedi, in auto, in moto». In sella alla sua Bmw 1200, Giachini ha pochi rivali. Adesso l'ha lasciata nel porto di Busan, in Corea del Sud, dov'era giunto di recente dopo un tour de force di 11.000 chilometri: «Me la rimandano via nave». Sempre partendo da Roma, un'altra volta è stato a Kashgar, in Cina; un'altra in Mongolia; un'altra ancora in Namibia e Sudafrica; varie volte a Samarcanda, passando dall'Iran. Con speciali pneumatici da sabbia, in tre mesi ha attraversato tutto il Sahara, partendo dal Marocco, e ha continuato dopo il Sinai fino in Israele.

Il caso Priebke ha stravolto la vita di questo romano di famiglia pesarese, che a 64 anni, compiuti pochi giorni fa, si dichiara «celibe e poligamo» pur avendo una compagna («una delle tante») stabilmente per casa da quando ne aveva 24. Laureato in legge, imprenditore, nel 1975 decide di mollare una fiorente attività di export per assumere la difesa dell'ottantaduenne tedesco rintracciato a Bariloche dalla rete televisiva americana Abc, da tutti additato come «il boia delle Fosse Ardeatine», estradato dall'Argentina in Italia per rispondere della strage che il 24 marzo 1944 costò la vita a 335 ostaggi.

Diventa praticante avvocato e apre uno studio legale (nel 2005 sarà iscritto all'albo).
Un'occhiata all'albero genealogico aiuta a capire la metamorfosi. Il padre Bruno, generale di divisione morto nel 1977, combatté a El Alamein e fu l'unico italiano che riuscì, dopo varie fughe, a tornare in patria dal campo di concentramento numero 305 di Kassassin, presso i Laghi amari del canale di Suez, dove a partire dal 1944 gli inglesi avevano concentrato i prigionieri più pericolosi.

Il nonno Luigi, anche lui generale, fu al fianco di Rodolfo Graziani, viceré d'Etiopia, nella guerra d'Africa; per il coraggio dimostrato, il maresciallo d'Italia gli donò un proprio busto bronzeo, un affresco e una rastrelliera di «armi tolte al nemico», recita la targa d'ottone, tutti cimeli oggi custoditi dal nipote avvocato. Il nonno materno, Gaetano Rossi, fu direttore generale della Gioventù italiana del littorio e venne epurato, come quello paterno, per aver aderito alla Rsi.

Lei ha la passione per le cause perse.
«Ho difeso vari personaggi di estrema destra processati per terrorismo, da Mario Tuti a Pierluigi Concutelli, da Delfo Zorzi a Massimo Morsello. Ma sono andato a trovare anche Adriano Sofri e Silvia Baraldini, quand'erano in carcere».

Come diventò legale di Priebke?
«Nel 1995 mi allenavo con alcuni amici lungo il Tevere. Uno di loro chiese: “Avete sentito di quel Prierche - testuale - estradato in Italia?”. Non ne sapevo nulla, a parte il giudizio di condanna che avevo sempre ascoltato in famiglia circa la strage di via Rasella, giudicata un'azione vile e sconsiderata che determinò la rappresaglia tedesca alle Ardeatine».

E che cosa fece?
«Decisi che dovevo essere io a difenderlo. Come direbbe Piero Buscaroli, vivevo da 50 anni in territorio occupato dal nemico ed era venuto il momento di aiutare chi stava dalla mia stessa parte. Chiesi al tribunale di Roma di poter visitare il detenuto a Forte Boccea. La prima volta il capitano rifiutò. La seconda chiarii che ero mosso da motivi umanitari e allora acconsentì a vedermi».

Come andò l'incontro?
«Non mi strinse la mano. Si sedette davanti a me e mormorò, gelido: “Mi dica”. Impersonava anche fisicamente una SS, è sempre stato quello il suo guaio. Un militare di guardia ci ascoltava. Alla fine puntualizzai: è stato un onore parlare con un soldato tedesco che ha combattuto al fianco dei miei. A quel punto vidi un sopracciglio vibrare. Mi allungò la mano e bisbigliò, passando dal lei al tu: “Vienmi trovare ancora se posibile”».

E lei fece di più: se lo portò a casa.
«Dopo il secondo processo, presentai domanda per gli arresti domiciliari. È stato il detenuto più costoso nella storia repubblicana. Un aereo tutto per lui, con quattro primari medici a bordo, per portarlo dall'Argentina in Italia. Due carabinieri che venivano ogni giorno a casa a controllare che non fosse scappato e a fargli firmare il registro. Tre agenti in borghese che lo prelevavano per l'ora d'aria a Villa Pamphili. Preferiva le poliziotte: se non gli mandavano le sue predilette, non usciva volentieri.

Al ritorno si fermava a comprare i fiori per mia madre Serenella. Trascorsi quattro anni, fu costretto a rinunciare a una delle passeggiate in cambio dell'autorizzazione a partecipare alla messa domenicale nella parrocchia di San Leone. La legge stabilisce che, passato un decennio, all'ergastolano siano concessi 45 giorni l'anno di libertà: non li ebbe mai. Gli furono rifiutate persino 24 ore di permesso con un figlio dopo 20 anni di detenzione».

Però ogni tanto beffavate la scorta.
«Sarà accaduto cinque volte. Non mi pareva giusto far sapere quali fossero le sue esigenze. E se voleva andare a donne? E se voleva recarsi alle Ardeatine senza testimoni? Che c'entravano i poliziotti?».

L'ha portato alle Fosse Ardeatine?
«Non ho parlato di visite alle Ardeatine».

Le sarà sfuggito. Ma è registrato.
«Ha capito male, era un esempio».

Ci siete andati o no?
«Non rispondo. Me lo impediscono l'etica personale e il segreto professionale. Quello che posso dirle è che il capitano fu tormentato fino all'ultimo da un'esperienza terrificante, che lo aveva segnato per sempre. Uccidere a sangue freddo... Che ci vuole? Tiri il grilletto. Un attimo. La catastrofe è il resto della vita».

Come le parlò della carneficina?
«Mi descrisse un girone infernale in cui esecutori e morituri s'inabissarono senza urli. Le rivelo un segreto: ne parlò anche con Giovanni Paolo II. In una lettera consegnata a mano a Sua Santità, datata 22 settembre 1997, gli confessò: “I terribili eventi dell'ultimo conflitto mondiale mi hanno visto, come del resto un enorme numero di uomini che a quei tempi vestivano la divisa, eseguire un ordine atroce. Il fatto che si è in guerra non può alleviare il dramma di chi ha una coscienza e deve uccidere. Obbedire era inevitabile, ma fu poi per me una cosa orrenda, una tragedia personale”».

E il Papa che cosa gli rispose?
«Si potrà scrivere che un pontefice da poco proclamato santo s'interessò attivamente affinché fosse concessa la grazia al boia delle Ardeatine e gli inviò la sua “speciale benedizione”? Karol Wojtyla gli fece sapere che come sacerdos gli era vicino, ma che come pontefice non poteva intervenire perché un gesto del genere sarebbe stato strumentalizzato dai nemici della Chiesa.

Per due volte il capitano ricevette dal Vaticano l'invito a partecipare alla messa di Natale celebrata dal Papa nella basilica di San Pietro e per due volte gli fu negato il permesso. Del resto la Santa Sede conserva nei suoi archivi le prove che Priebke, in contatto con il superiore generale dei salvatoriani, il tedesco padre Pancrazio Pfeiffer, salvò la vita a molti detenuti nelle carceri di via Tasso, dove aveva sede la Sicherheitspolizei comandata dal tenente colonnello Herbert Kappler».

Obbedire non è inevitabile. I comandi sbagliati si possono rifiutare.
«Un subalterno che riceve un ordine in tempo di guerra è obbligato a obbedire. Sta scritto in tutti i codici militari. Se quell'ordine è criminale, a risponderne è il superiore che l'ha impartito. Per i sottoposti vale l'esimente del pericolo di vita. E la minaccia del capitano Carl Schütz, che diresse il massacro alle Ardeatine ed è morto libero cittadino a Colonia nel 1985, fu chiara: “Chi non vuole sparare, si metta dalla parte degli ostaggi”».

Leonardo Dallasega, altoatesino arruolato nella Wehrmacht, lo fece: nel 1945 fu ucciso dai compagni d'armi insieme con don Domenico Mercante, alla cui fucilazione si era opposto.
«Priebke sparò solo due volte. Se si fosse ribellato, l'avrebbero giustiziato e oggi lo celebreremmo come un eroe. Però l'aver obbedito non fa di lui un assassino. Pensava che quell'ordine fosse mostruoso, ma non illegittimo, essendogli stato impartito per impedire altri attentati come quello che a via Rasella era costato la vita a 33 militari sudtirolesi del battaglione Bozen e a due civili, tra cui un bambino di 12 anni. Le rappresaglie in simili circostanze sono ammesse anche dalla Convenzione dell'Aia. È diritto bellico. Tant'è vero che i due ufficiali superiori e i quattro subalterni processati nel 1948 per l'eccidio delle Ardeatine furono assolti.

I giudici condannarono il solo Kappler, colpevole di un eccesso di zelo: interpretando in maniera estensiva l'ordine di 10 fucilati per ogni militare tedesco ammazzato, venuto da Adolf Hitler in persona, di sua iniziativa aveva aggiunto alla lista altri 10 ostaggi, dopo che all'ospedale era morto il 33° soldato del Bozen rimasto ferito nell'esplosione. La corte gli contestò che il numero dei condannati a morte era stato fissato dal comando superiore in 320 e non vi era traccia di un successivo aggiornamento a 330. Altrimenti la scriminante dell'ordine superiore avrebbe scagionato completamente anche Kappler. Con il solo Priebke, e a oltre mezzo secolo dai fatti, la Corte militare d'appello e poi la Cassazione sono andate oltre ogni immaginazione: lo hanno condannato per concorso nell'omicidio volontario di 335 persone, incluse le cinque rastrellate e giustiziate per errore».

Se non ricordo male, Priebke non fu nemmeno imputato assieme ai commilitoni nel processo del 1948.
«Ricorda bene. La sua posizione venne archiviata. È un caso unico nella giurisprudenza moderna: in Argentina tre gradi di giudizio; in Italia due sentenze della Corte costituzionale, una decina di sentenze della Cassazione più numerose altre delle Corti d'appello, del tribunale della libertà, dei tribunali penali ordinari e militari. Una vicenda scandalosa, dal punto di vista del diritto. Con un ministro degli Esteri, Susanna Agnelli, che vola a Buenos Aires per fare pressioni sul governo argentino.

Con un presidente, Carlos Menem, che pur di accontentare l'Italia, e in cambio del silenzio sui desaparecidos, aumenta di due membri l'Alta Corte di giustizia in modo da poter estradare Priebke per crimini contro l'umanità. Con un ministro della Giustizia, Giovanni Maria Flick, che si piega ai tumulti di piazza e lo fa riarrestare appena assolto in primo grado, accampando la giustificazione di un fax in cui l'Interpol annunciava l'intenzione delle autorità tedesche di procedere a un altro processo in Germania».

Come si spiega tanto odio?
«Ci provi lei. Hanno violato financo il principio fondante della civiltà giuridica, ne bis in idem, in base al quale nessuno può essere giudicato due volte per lo stesso reato. Pur di condannarlo, è stato introdotto un aberrante concetto soggettivo: i sei imputati che furono assolti nel 1948 obbedirono senza coscienza e volontà a un ordine; invece Priebke, siccome era un figlio di puttana, godette nell'uccidere, quindi meritava l'ergastolo perché in lui c'era il dolo omicida. Negli anni è cambiato il punto di vista giuridico, spiegò il presidente della Corte d'appello militare: più ci allontaniamo dagli eventi bellici e più diventiamo punitivi. Il fatto è che nel 1948 la gente ancora lo sapeva che cosa fosse la guerra. Facile parlarne oggi, ben pasciuti, seduti in poltrona al calduccio, come diceva il capitano».

Se Priebke non aveva nulla da temere, perché si nascose in Argentina?
«Ha sempre vissuto alla luce del sole, non si è mai nascosto. Venne addirittura due volte in vacanza in Italia. Nel 1978 a Bressanone incontrò un confratello di don Johann Corradini, il parroco di Vipiteno che lo aveva aiutato a raggiungere il Sudamerica. Nel 1980 visitò Roma, Cassino e Sorrento, soggiornò a Capri, a Venezia e all'hotel Europa di Rapallo, dove a 20 anni aveva lavorato da emigrante».

Quindi non è vero che Sam Donaldson, inviato di Abc, nel 1994 lo scovò.
«Fosse vera la circostanza che Priebke viveva nascosto in Argentina, a scovarlo sarebbe stata semmai l'Intendenza di finanza di Bolzano, che già 25 anni prima gli aveva notificato per lettera a Bariloche di non potergli concedere alcun indennizzo per i danni di guerra da lui denunciati il 3 giugno 1944».

E pensare che ho sempre invidiato a Donaldson quello scoop.
«Ma quale scoop! Priebke era già stato intervistato addirittura nel gennaio 1950 da Ermanno Amicucci, corrispondente da Buenos Aires del settimanale Tempo, mentre serviva ai tavoli in una birreria della capitale argentina. Il processo delle Ardeatine era stato celebrato da appena due anni, eppure non accadde nulla di nulla, segno che non era un criminale ricercato. In quell'articolo il capitano narrava il modo in cui il 23 agosto 1943 fece fuggire Galeazzo Ciano e Edda Mussolini, posti agli arresti domiciliari dal governo Badoglio, portandoli in auto a Ciampino, da dove in aereo raggiunsero Monaco di Baviera. Nel 1978 anche Gerd Heidemann, inviato di Stern, andò a cercare Priebke a Bariloche. Dunque Abc mise in scena una recita, funzionale a tenere acceso quello che Sergio Romano definisce “il sole nero dell'Olocausto”».

Che intende dire?
«Che il mostro doveva essere condannato a prescindere. Una lobby mondiale lo pretendeva. Come crede che si finanzino i centri ebraici che ancora danno la caccia ai criminali di guerra? Tallonano banche come il Credit Suisse, che nel 1998 ha dovuto sborsare 1,25 miliardi di dollari, e aziende. Ne sa qualcosa Ingvar Kamprad, fondatore dell'Ikea, fra i 15 uomini più ricchi del pianeta, costretto a 88 anni a difendersi da accuse pretestuose sul suo passato di filonazista».

Che cosa l'ha spinta a diventare difensore e amico di Priebke?
«Lo stesso senso di solidarietà per cui - a lei posso svelarlo - un galantuomo come Tiziano Terzani, tutt'altro che un nostalgico, si schierò, al pari di Indro Montanelli, Mario Cervi, Guido Ceronetti e Annamaria Ortese, dalla parte del capitano. Restammo in corrispondenza per tre anni. Lo incontrai a Roma. Voleva impegnarsi per la liberazione dell'ergastolano, ma morì prima di poterlo fare.

Di ritorno dall'India, in una lettera firmata di suo pugno e intestata “Il contadino Orsigna, prov. Pistoia”, scrisse: “A me che vivo sempre più lontano da questo mondo e dai suoi rumori - ho passato gli ultimi tre mesi in un ashram a studiare il sanscrito e i Veda - il nome Priebke evoca echi di un lontanissimo tempo che - le debbo confessare - non sapevo neppure che continuasse al presente e suscitasse ancora tali e contraddittorie emozioni”.

Il fatto è che l'ex cameriere di Berlino, poi divenuto capitano più per motivi contingenti che per la sua preparazione culturale e militare, ha dimostrato di fronte ai trattamenti vessatori, inumani e degradanti che gli sono stati riservati una capacità di resistenza psichica, una forza d'animo, un coraggio e una dignità totalmente assenti nel tipo umano contemporaneo e in particolare nel 99 per cento dell'attuale popolo italiano».

Priebke che tipo umano era?
«Un prussiano dalla testa ai piedi, che ha sempre rifiutato facili ricompense per ipocriti show di pentimento. Il padre morì quando lui era bambino, ucciso dai gas mostarda durante la prima guerra mondiale, nella quale di lì a poco perì anche il fratello maggiore di 17 anni. La madre si spense sei mesi dopo la morte del marito. Tutti i Priebke furono segnati dalla maledizione dei conflitti bellici, a cominciare da quello del 1870 contro la Francia di Napoleone III che coinvolse i suoi nonni.

Ancora prima di diventare poliziotto militare, si era riconosciuto nel nazionalsocialismo. “O stavi con Hitler o stavi con i comunisti”, spiegava. Non riusciva a capire perché solo lui, al mondo, dovesse scontare all'età di 100 anni una pena perpetua. “Gli Alleati distrussero Dresda con il fosforo e Hiroshima e Nagasaki con l'atomica. Gli americani bombardano i villaggi afghani, gli israeliani quelli palestinesi. Ma alle Ardeatine non furono uccisi donne e bambini, come invece inevitabilmente accade nei raid aerei”, ragionava».

Però Priebke non chiese mai scusa per la rappresaglia di Roma.
«E lei che ne sa? Incontrò in questa casa i parenti di quattro vittime. Anna Maria Canacci, sorella di un trucidato, nel 2009 avrebbe desiderato partecipare con il capitano alla messa di Natale celebrata dal Papa: il tribunale militare di sorveglianza le negò il permesso. Liliana Gigliozzi, figlia di Romolo, un altro ucciso, volle conoscerlo perché lo riteneva esente da colpe. Lo stesso il nipote di don Pietro Pappagallo. Adriana Lanza Cordero di Montezemolo, che nell'eccidio perse il padre Giuseppe, colonnello del Regio Esercito e capo della resistenza militare monarchica, firmò la petizione a Giorgio Napolitano per la grazia».

Presumo che lei non sia molto simpatico alla comunità israelitica romana.
«L'ha detto. Ma solo alla frangia estremista oggi al potere. Eppure sono stato invitato in Israele dai professori Michael Tagliacozzo e Marek Herman, ho visitato il museo dell'Olocausto dedicato a Yitzhak Katzenelson e ho studiato con loro per due giorni documenti anche su Priebke custoditi nella Casa dei combattenti del Ghetto ad Haifa».

Se la definissi razzista, si offenderebbe?
«No, sarebbe una corbelleria. Gli uomini si valutano per ciò che valgono, non per la loro etnia. L'ho imparato da Ezra Pound, il quale fra uno strozzino ebreo e uno strozzino ariano non vedeva alcuna differenza».

E se le dessi del nazista?
«Preferirei nazionalsocialista, nonostante questa etichetta non rispetti la mia visione del mondo. Sono infatti contrario all'esaltazione della razza biologica e al mito della forza fisica. Mi riconosco nei valori della tradizione che da Socrate alla romanità, fino al feudalesimo e alla cavalleria medievale, hanno ispirato gli aspetti più elevati delle civiltà: coraggio, lealtà, dignità, saggezza, coerenza, senso del dovere e dell'onore, rispetto della parola data, spirito di sacrificio. Mi considero antidemocratico. Ho una visione aristocratica del potere, inteso come forma di comando dei migliori. Ormai non me la prendo nemmeno più con i politici. Coloro che ne sparlano sono gli stessi che li votano e che si comportano in modo uguale a loro».

Quindi non critica nemmeno Matteo Renzi.
«Renzi incarna l'estremo tentativo di riciclarsi con il riformismo compiuto da questo sistema servo delle lobby finanziarie criminali e del materialismo consumista. È un mondo che ha i giorni contati. Qua abbiamo 3,2 milioni di disoccupati e 5,5 milioni di stranieri che vengono da fuori a lavorare al posto loro, mentre gli italiani che non hanno voglia di fare un cazzo si aspettano dal governo la formula magica per continuare a rimanere in cassa integrazione, mangiare, bere, divertirsi, viaggiare, comprarsi l'ultimo modello di telefonino».

Ma lei in che Paese vorrebbe vivere?
«In uno del Terzo mondo. Da giovane arrivai in Ecuador per una spedizione alpinistica. In un paesino i bimbi erano tutti sporchi e giocavano nelle pozzanghere. Non si vedeva neppure un'auto: solo carretti e cacche di cavallo. Fu una liberazione. Respiravo a pieni polmoni, potevo urlare, avevo ritrovato il paradiso perduto, lo stato edenico. Vuol mettere la Roma di oggi? La Ztl, il traffico, i vigili, i gas di scarico, di qui non puoi passare, là non devi parcheggiare...».

Quindi traslocherà in Ecuador.
«Il Paese migliore in cui vivere resta l'Italia. A patto di poter disporre di sei mesi l'anno per andarsene altrove».

Conosce il luogo segreto dov'è stato seppellito Priebke?
«Sì. Ogni volta devo chiedere un permesso per poterlo visitare. È una tomba senza nome. Solo una croce, ma con alcuni segni identificativi. Per ora non ne rivelo l'ubicazione, anche se sarei a tutti gli effetti libero dall'impegno di riserbo preso con il prefetto di Roma, a cui avevo dato la mia parola. È un piccolo cimitero custodito dal ministero degli Interni, un luogo meraviglioso e romantico, curato con amore da due rappresentanti delle istituzioni che hanno molto stimato il capitano. Là sta benissimo».

Lui dove voleva essere sepolto?
«A Bariloche. S'era comprato un terreno per sé e per la moglie. Invece Alicia, con la quale è stato sposato per 66 anni, vi giace da sola, uccisa dallo shock susseguente alla deportazione in Italia del suo Erich e dal dolore per non averlo più potuto riabbracciare. Separati in eterno. Le autorità italiane, dopo essersi impossessate della salma del capitano, l'avrebbero cremata volentieri. Mi sono opposto, dicendo: se non volete concedergli il funerale, non riuscirete nemmeno a ridurlo in cenere. Ho denunciato tutti coloro che hanno preso a calci il carro funebre e il sindaco Ignazio Marino per interruzione di pubblico servizio. Attendo ancora giustizia».

Sia sincero: lei pensa che Priebke riposi in pace?
«Sì. A padre Peter Van Heijl, un missionario salvatoriano che venne a benedirlo nel giorno del suo 100° compleanno e poi andò a curare i malati di Ebola in Africa, il capitano confessò: “Fede e amore vincono su tutto, anche sugli errori e sui peccati. Mi sento in pace”. Ho capito che il male del mondo non abita soltanto nella casa che la propaganda gli ha assegnato. Io una delle SS più crudeli e malvagie l'ho avuta accanto per quasi 20 anni e posso assicurarle che era una persona squisita».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it