sabato 15 novembre 2014

La beffa dei sindacalisti: scioperano a stipendio pieno

Libero

1
"Scioperare costa", ha affermato Maurizio Landini parlando della mobilitazione del prossimo 5 dicembre. Già costa, ma a quanto pare non per lui e nemmeno per Susanna Camusso. A quanto pare proprio i sindacalisti non perderanno un euro in busta paga a causa dello sciopero. Per un dipendente di un'azienda si va dai 30 ai 100 euro in meno a giornata intera di sciopero. Ma come racconta ilGiornale nella Cgil le cose non vanno proprio così. "Non c'è la trattenuta anche perché per un sindacalista il giorno di sciopero è un giorno di lavoro doppio se si vuole", spiega un esponente della Cgil. E così anche la Camusso potrebbe non perdere un centesimo in busta il prossimo 5 dicembre.

Giallo sulle buste paga - Stessa storia anche per Landini con la Fiom. Nelle sue buste paga del leader della Fiom non ci sarebbe traccia di trattenute a causa dello sciopero. Nemmeno un euro è stato sottratto nella busta paga di novembre 2013, quando i sindacati fecero cinque ore di sciopero contro la Legge di Stabilità del governo Renzi. In quelle di ottobre invece c'è una trattenuta lavorativa per l'iniziativa "Io voglio la Fiom in Fiat". Ma in questo caso non si tratterebbe di una trattenuta a causa di uno sciopero ma una sottoscrizione per l'iniziativa del sindacato. Bisognerà vedere cosa accadrà il 5 dicembre. Anche questa volta a pagare i sindacalisti non rinunceranno all'obolo per lo sciopero?

A Badia Prataglia arrivano 100 immigrati da ospitare e il paese chiude per protesta

Il Messaggero

di Stefania Piras

1
A duecento e passa chilometri da Roma c’è un piccolo paese ai confini della provincia di Arezzo che ha deciso in fretta e furia di correre ai ripari e prevenire le situazione esplosive romane.. I 785 residenti di Badia Prataglia, una frazione di Poppi che fa parte del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, hanno deciso di chiudere il Comune per protesta contro l’arrivo di 100 migranti che saranno ospitati in un hotel. “Sono troppi” e così hanno organizzato una serrata in pieno stile. Perciò stamattina tutto chiuso a Badia.

I residenti sono presentati davanti alla prefettura di Arezzo e hanno sollevato i loro cartelli "Uniti e determinati per un'equa ripartizione dei flussi migratori", "Integrazione con proporzione e senza imposizione", “Perché a Poppi 5 e a Badia 100?”. Aspettano di incontrare il Prefetto di Arezzo Saverio Ordine per chiedere che arrivi un numero minore di migranti. Ordine ha garantito che metterà in campo un adeguato numero di forze di polizia. L’hotel scelto per accogliere i migranti è il Bellavista. Per il titolare Paolo Mulinacci questo sbarco di profughi sulle montagne di Badia significa soprattutto lavoro.

Il bando, che considera la popolazione complessiva a livello provinciale, è stato vinto dalla cooperativa Domus Caritatis di Roma: 33,59 euro al giorno per persona, da un minimo di venti a un massimo di cento. Quanto basta a riavviare un’attività che risente della crisi e del turismo stop and go. “In famiglia siamo in quattro senza lavoro, così ho colto al volo l’occasione mettendo a disposizione l’immobile: mi pagheranno l’affitto” ha detto Mulinacci al Corriere Fiorentino. Lui non protesterà: “Nell’accordo – ha spiegato - c’è l’assicurazione che prenderanno a lavorare mia moglie e i miei due figli».

Preoccupazione è stata espressa dalla locale associazione Confcommercio. Anche Carlo Toni, sindaco di Poppi, ha dichiarato che il numero di migranti è decisamente sproporzionato pur ricordando che in queste valli si sono integrati negli ultimi vent’anni numerosi albanesi, quelli che arrivavano attraversando l’Adriatico con i gommoni. Ma la notizia è stata intercettata anche da Casa Pound che per bocca del coordinatore provinciale Eugenio Palazzini ha sparato a zero:

“Stiamo stati contattati da alcuni cittadini di Badia Prataglia, giustamente sconcertati, che ci hanno segnalato questa decisione assurda e siamo pronti a scendere in piazza per manifestare la loro e la nostra netta contrarietà”.

L'invasione degli immigrati ci costa 55 milioni al mese

Domenico Ferrara Andrea Indini - Sab, 15/11/2014 - 13:05

I dati choc del Viminale: per gli stranieri ospitati nelle strutture di accoglienza spendiamo quasi due milioni di euro ogni giorno. Ma sono cifre destinate a salire

1
Quasi due milioni di euro al giorno. Poco più di 55 milioni al mese. Oltre 660 milioni all'anno. Benvenuti nel bilancio preventivo dell'esodo degli immigrati in Italia. Sono numeri da capogiro quelli che, in nome della tanto decantata accoglienza, sborsiamo per il mantenimento dei 61.238 stranieri che, a oggi, sono ospitati dalle strutture messe a disposizione dal nostro Paese. Numeri tenuti al ribasso, ma che nella realtà lievitano vertiginosamente.

Perché se è vero che il Viminale stanzia 30 euro al giorno per dare vitto e alloggio a ogni straniero, è pur vero che molto spesso la cifra è più alta. «Fino al 31 agosto scorso abbiamo avuto una convenzione con un'associazione di Ragusa, quindi con il ministero dell'Interno, che ci rimborsava 80 euro pro capite a immigrato per tutta la gestione del centro. Dal primo settembre, invece, la Prefettura ci ha fatto la proposta di rimborsarci soltanto 35 euro», tuonava nel settembre scorso Luigi Ammatuna, sindaco di Pozzallo, uno dei comuni più «colpiti» dall'emergenza immigrazione. «Già abbiamo avuto cali in fatto di immagine e di presenze turistiche - spiegava il primo cittadino - non possiamo mettere soldi che non abbiamo e che sarebbero debiti fuori bilancio».

Come aveva svelato Ammatuna, ogni extracomunitario ospitato dall'hotel Italia arrivava anche a costare 80 euro al giorno. Cifra che fa indignare se paragonata agli «altri» 80 euro, il bonus tanto sbandierato da Renzi. Solo che agli italiani toccano una volta al mese. I soldi spesi nel centro di prima accoglienza di Pozzallo coprono i pasti, la scheda telefonica e un kit che contiene un paio di tute, alcune magliette, il ricambio di mutande, lo spazzolino e il dentifricio, il bagnoschiuma e l'asciugamano. Si capisce, quindi, come siamo ben lontani dalla media dei 30 euro al giorno su cui abbiamo calcolato i 660 milioni di euro sborsati in un anno.

Nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, per fare un altro esempio, ci sono quasi 4mila persone che attendono che venga evasa la richiesta. Un'attesa che, però, può durare anche più di un anno e che costa al giorno circa 34 euro a persona. I dati del Viminale, aggiornati al 31 ottobre 2014, parlano 61.238 immigrati attualmente presenti sul territorio italiano. Nello specifico, 32.335 sono ospitati in strutture temporanee, altri 10.206 vivono nei Centri governativi per richiedenti asilo, 18.697 occupano invece gli spazi dedicati ai rifugiati (Sprar). Sin dall'inizio della fallimentare operazione Mare Nostrum, il Viminale ha diviso gli immigrati regione per regione, con evidenti disparità.

La Sicilia è quella che ne ospita di più: ben 14mila. Seguono il Lazio (quasi 8mila), la Puglia (quasi 6mila) e la Lombardia (quasi 5mila). Ma quello che fa più impressione è l'impennata impressionante che, da gennaio a ottobre si è registrata. Se all'inizio dell'anno, gli extracomunitari erano circa 17mila, nel giro di soli nove mesi le presenze nei centri di prima accoglienza sono quasi quadruplicate arrivando così a quota 61mila.

Secondo un recente report dell'Eurostat, infatti, l'Italia è sicuramente il Paese più «accogliente» di tutto il Vecchio Continente. Nel 2013 Roma ha respinto il 36% delle richieste di asilo presentate, mentre Berlino ne ha bocciate il 74%, Parigi l'83% e Londra l'82%. Lascia, poi, l'amaro in bocca vedere che, mentre vengono spesi 660 milioni per mantenere gli immigrati, il governo taglia quasi la stessa cifra al ministero della Difesa e circa la metà al comparto sicurezza.

Ritrova il camoper rubato dai rom ma per la legge diventa casa loro

Fabrizio Boschi - Sab, 15/11/2014 - 16:52

Le autorità: "Dobbiamo garantire ai nomadi un posto dove stare". Il proprietario: "Una follia"

1
Salvini, i campi rom, il lunotto rotto, le proteste, i centri sociali, i fumogeni, le bombe carta. Ma è stato lui a provocare? O sono stati quei bravi ragazzi del collettivo Hobo di Bologna ad aizzare per primi? Ma sono saliti loro sul cofano o è stato il segretario della Lega ad accelerare per investirli? Tutte questioni di vitale importanza per il futuro dell'Italia.

Poi in mezzo a tutte queste chiacchiere ricordiamo una storia da stropicciarsi gli occhi per due ore, che fa ben capire in che folle Paese viviamo. Siamo a Porto Recanati. Gli zingari rubano il camper a Giorgio Capitanelli, molto conosciuto in città, operaio del Comune, ex calciatore e allenatore delle giovanili del Portorecanati. Dopo la denuncia e varie ricerche, affidandosi ai suoi amici su Facebook , Capitanelli ritrova il mezzo, un Iveco modello Icaro, in un campo rom di Bologna, ai margini della A14, grazie alla segnalazione di un camperista.

«Mi sono fiondato là - racconta - da uno svincolo dell'autostrada ho notato il campo nomadi e non ci ho messo molto ad individuare il mio camper. Ho chiamato la polizia che dopo un po' è arrivata sul posto. Ci saremmo aspettati di poter tornare a casa con il nostro camper. E, invece, ci hanno detto di lasciarlo lì». Da qui inizia la puntata di Scherzi a parte . Dopo i dovuti accertamenti la polizia conferma che si tratta effettivamente del suo mezzo.

Il camper viene messo sotto sequestro giudiziario ma le autorità ordinano a Capitanelli di lasciare il veicolo nella disponibilità dei ladri perché «si trattava di zingari senza casa e abbiamo il dovere di garantire una dimora alla famiglia con prole». Questa follia ha anche un nome: «diritti acquisiti». Anche una merce rubata può trasformarsi in «diritto acquisito» se il ladro è povero. «Cose dell'altro mondo. Mi stanno bene le tutele. Ma dovrebbero valere per tutti. Mi sembra un paradosso che queste tutele vengano garantite con il camper nostro, acquistato con il lavoro e i sacrifici.

Non è pensabile che in un paese civile possa accadere una cosa simile». Il camper è ancora a disposizione della Procura fino a non si sa quando. «Il camper è mio ma è a disposizione della Procura da un anno e nella disponibilità, chissà di che genere, di una famiglia di zingari. Riuscirò più a riaverlo?», racconta Capitanelli sul Corriere Adriatico . Magari potrebbe farselo rivendere dagli zingari. Tanto a 'sto punto... Follia per follia.

Delirio Boldrini: "I rom vanno valorizzati, dire che rubano è come dire che tutti gli italiani sono mafiosi"

Libero

1
"La politica latita e pagano i più deboli, gli immigrati e le periferie". Laura Boldrini, in una intervista a La Stampa, interviene dopo il caso delle proteste a Roma dei residenti di Tor Sapienza esausti per il vicino centro di accoglienza. Inutile dire da che parte sta la presidente della Camera: "I ragazzi spostati da Tor Sapienza non hanno avuto alcun ruolo nell'episodio di tentata violenza che ha scatenato la rivolta. Li hanno fatti diventare capri espiatori di una situazione difficile".

Ma oltre agli immigrati la Boldrini pensa ai rom, e al caso Salvini. "Ciascuno ha la propria agenda politica", spiega, "io mi limito a constatare che dei 140mila rom presenti da noi, la metà sono italiani. Ma se anche fossero rumeni cosa si dovrebbe fare? Chiudere le frontiere?". Poi il delirio. Sembra che la Boldrini viva in un mondo incantato: "Conoscete il caso dell'Andalusia? Centinaia di migliaia di gitani. Che rappresentano la musica, la danza e gli antichi mestieri andalusi. Loro li hanno valorizzati". Obiezione: ma in Italia rubano e scippano. Risposta: "E' come dire che tutti gli italiani sono mafiosi".  

L’Isis fa un nuovo passo verso il Califfato: “Conieremo la nostra moneta, eccola”

La Stampa
maurizio molinari

Sette tagli in oro, argento e rame contro «il tirannico sistema monetario occidentale». Nei disegni mezzelune musulmane, moschee e il globo. «Conquisteremo il mondo».


LAPRESSE

Riuscito a sopravvivere all’attacco dei jet Usa, il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi punta a testimoniare in fretta che il proprio Stato Islamico (Isis) ha radici sempre più solide nei territori conquistati in Iraq e Siria: a suggerirlo sono le immagini sulle prime monete in metallo che i jihadisti si avviano a coniare. A diffonderle sono i siti Internet del Califfato, spiegando che il “dinaro islamico” avrà versioni in oro, argento e bronzo entrando in circolazione per “consentire ai credenti di sfidare il tirannico sistema monetario creato dalle economie occidentali per schiavizzare i musulmani”. 

Nei disegni delle monete che “saranno coniate dal Califfato” si vedono la tradizionale mezzaluna musulmana, una mappa del globo, il profilo della moschea di Al Aqsa a Gerusalemme ed anche insegne tribali, fatte di lance e scudi. In particolare, le monete dorate hanno impresso il simbolo sette fasci di grano, menzionato dal Corano, mentre il riferimento alla mappa dell’intero globo conferma l’intenzione di Al-Baghdadi di puntare alla conquista del Pianeta, andando ben oltre le terre dell’Islam. 

Resta da vedere dove i jihadisti potrebbero riuscire a trovare oro e argento in quantità tali da emettere monete sufficienti a sostituirsi a quelle correnti: un’ipotesi può essere lo sfruttamento di lingotti d’oro trovati nei forzieri delle banche catturate, a Mosul o Raqqa, mentre un’altra implica un ruolo ad hoc per Boko Haram, l’organizzazione terroristica nigeriana che in Africa Occidentale controlla delle miniere d’oro e in più occasioni non ha fatto mistero di volersi alleare con il Califfato.

Apple, un'app pirata attacca iPhone e iPad. Ecco come difendere i propri dati

Il Mattino

1
NEW YORK - 'Masque Attack', una vulnerabilità su iPhone e iPad, consente agli hacker di sostituire applicazioni originali con delle copie identiche e infette, rubando i dati privati degli utenti. Almeno in teoria, perchè in pratica, secondo Apple, nessuno ancora è stato colpito. La minaccia tuttavia è reale, tanto da spingere il governo Usa a mettere in guardia i consumatori: non scaricate app da fonti non ufficiali.

Svelato in settimana dai ricercatori di FireEye, 'Masque Attack' porta a installare un'app pirata al posto di una vera, come una sorta di replicante. Quello che può sembrare l'aggiornamento di una app di posta elettronica o di mobile banking, ad esempio, è in realtà una sostituzione che va a rubare i contenuti memorizzati nell'app stessa. Stando all'avviso pubblicato sul sito del Dipartimento di sicurezza nazionale Usa, l'applicazione è «indistinguibile» da quella originale, può rubare credenziali d'accesso, dati e monitorare in 'background' i dispositivi infetti.

Il contagio avviene cliccando su link ricevuti via mail o messaggio, che inducono a scaricare applicazioni da fonti diverse rispetto al negozio ufficiale di Apple. Il download di app al di fuori dell'App Store è possibile non solo su melafonini con 'jailbreak', cioè modificati dall'utente a questo scopo, ma anche su quelli usati dagli impiegati di aziende che hanno delle app di lavoro ad hoc. Le misure di sicurezza integrate nei sistemi operativi di computer e dispositivi mobili Apple «avvisano prima di installare software potenzialmente dannoso», ha spiegato la compagnia in una nota. «Non siamo a conoscenza di clienti che siano stati effettivamente colpiti da questo attacco».

Il consiglio degli esperti e di Apple è identico: non installare app che non provengono dall'App Store o dal sito della propria azienda, e che sono segnalate come provenienti da fonti o sviluppatori non affidabili. Per la Mela si tratta della terza grana di sicurezza in poche settimane. La prima, confinata alla Cina, ha preso di mira gli utenti del servizio iCloud per rubare i dati archiviati sulla 'nuvolà di Cupertino, dai contatti ai messaggi e alle foto. Il secondo, sempre cinese e subito tamponato da Apple, si chiama 'WireLurker' e infetta iPhone e iPad collegati via cavo Usb al computer Mac attraverso, anche qui, applicazioni non ufficiali, e sempre allo scopo di rubare dati privati.

venerdì 14 novembre 2014 - 17:44   Ultimo agg.: sabato 15 novembre 2014 10:16

In Svizzera scoppia il caso

La Stampa

Uno studio suggerisce infatti di liberare i ruminanti dal peso (e dal suono) della tradizione, ma la lobby agricola è insorta in Parlamento

1
Non è passata inosservata in Svizzera una tesi di dottorato sui presunti effetti nocivi dei mitici campanacci al collo delle altrettanto leggendarie mucche elvetiche: lo studio condotto presso il Politecnico federale di Zurigo suggerisce infatti di liberare i ruminanti dal peso (e dal suono) della tradizione di dotarli di moderni GPS. Proposta inaccettabile per la lobby agricola, insorta in Parlamento.

«È lecito chiedersi» se gli autori dello studio conoscano «la realtà e la pratica degli allevatori che si occupano del benessere del loro bestiame», si legge in un’interpellanza presentata dal liberale Jacques Bourgeois e firmata da altri 28 parlamentari. «Forse non sono consapevoli che in alcune regioni la mancanza di copertura di rete potrebbe impedire al GPS di emettere il segnale», aggiunge. Il gruppo di deputati denuncia lo studio del Politecnico come un tentativo di mettere in discussione le pratiche degli allevatori, «insieme alle nostre tradizioni, usi e costumi, parte del nostro patrimonio». «È intollerabile un simile spreco di soldi pubblici», aggiunge.

Rispondendo ai parlamentari, il governo afferma comunque oggi di non voler contestare «la fondatezza dello studio», né intervenire infrangendo i principi di libertà d’insegnamento e di ricerca. Sottolinea inoltre che, «l’insegnamento e la ricerca sulle pratiche d’allevamento hanno contribuito al miglioramento del benessere degli animali richiesto dalla società». 

(Fonte: Ansa)
twitter@fulviocerutti

Mujica rifiuta un milione per il maggiolino “Finché vivo non è in vendita”

La Stampa

Il presidente uruguaiano rinuncia alle offerte per la sua auto del 1987: «L’ho comprata con una colletta insieme ad alcuni amici e ne sono innamorato»

1
«Finché vivrò, mai e poi mai»: così il presidente dell’Uruguay, José Mujica, ha risposto alle offerte ricevute nei giorni scorsi per acquistare la sua automobile, una vecchia Volkswagen «maggiolino» celeste del 1987. Tra queste ne era arrivata una di un milione di dollari da parte di un anonimo sceicco.
«Siamo amici dei maggiolini da sempre. Anni fa, quando cercavamo di cambiare il mondo ci siamo innamorati di queste auto», ha sottolineato l’ex guerrigliero dei Tupamaros.

«Questo modello che stiamo usando da quando sono presidente è il frutto di una colletta di amici. E c’è un altro un po’ invecchiato che custodiamo in garage e che non funziona», ha concluso Mujica, precisando di non avere intenzione di vendere nessuna delle due auto.

Simon, co-creatore dei Simpson, dona il suo patrimonio agli animali e famiglie bisognose

La Stampa

Malato terminale dal 2012, il genio comico ha deciso di lasciare oltre 100 milioni di dollari alla Peta e ai poveri delle aree urbane

1
Malato terminale, dopo una sentenza di soli tre o sei mesi di vita nel 2012, Sam Simon, il genio comico che ha co-creato la serie animata dei “Simpson”, sta donando tutta la sua fortuna in beneficenza. I medici gli hanno detto che le ultime radiografie delle lesioni tumorali sono quelle di un uomo morto, eppure Simon ha descritto il cancro al colon che lo ha colpito «l’esperienza più straordinaria della mia vita».

Gli oltre 100 milioni di dollari accumulati in anni di diritti alle varie trasmissioni televisive ideate, scritte e prodotte andranno alla Associazione per il trattamento etico degli animali (Peta), a progetti come «Nutrire le Famiglie» che aiutano i poveri nelle aree urbane. Simon, classe 1955, ha raccontato la sua storia a Maria Shriver - la ex moglie di Arnold Schwarzenegger - reporter per la rete televisiva Nbc: «Quando mi hanno diagnosticato il cancro, due anni fa il medico mi ha detto “non posso curarti ma il mio lavoro è tenerti in vita”, ed ha fatto un gran lavoro».

Guadagnato più di un anno di vita rispetto alla sentenza iniziale, il vincitore di otto premi Emmy, ha ammesso con usuale ironia: «Il cancro è una malattia orribile, è tutto ciò che la gente dice, è un viaggio, è una battaglia. Ma se vuoi trovare una fidanzata nuova o attrarre attenzione è fantastico».
Niente moglie e niente figli - Simon fu sposato all’attrice Jennifer Tilly negli anni Ottanta per poi divorziare nel 1991 - Sam ha raccontato di «essere circondata da persone che lo amano e si prendono cura di lui».

(Fonte: Ansa)
twitter@fulviocerutti

In obitorio dopo la dichiarazione di morte: torna in vita dopo 11 ore

Il Mattino

1
VARSAVIA - Nonnina 91enne torna in vita dopo 11 ore in obitorio. Janina Kolkiewicz era stata dichiarata morta dal medico di famiglia e tra i dolore dei parenti portata in ospedale e in obitorio. Dopo 11 ore nel reparto, nelle celle frigorifere, il sacco che conteneva la 91enne ha iniziato a muoversi ed è come tornata in vita.

La famiglia aveva visto che la donna non respirava più e il suo corpo era ormai freddo. Aveva organizzato anche il funerale che si sarebbe dovuto svolgere il giorno dopo. «Ero sicuro fosse morta», ha dichiarato il medico, «Non ho idea di cosa possa essere successo». La nonnina, intanto, è tornata a casa, inconsapevole del fatto di non essere finita in un "normale" reparto dell'ospedale.

venerdì 14 novembre 2014 - 14:40   Ultimo agg.: sabato 15 novembre 2014 10:59