martedì 11 novembre 2014

Multe a Marino, nuova accusa: "L'hacker che ha cancellato il permesso è il sindaco"

Franco Grilli - Mar, 11/11/2014 - 14:16

Prosegue il giallo dopo la denuncia di Marino. Il senatore Augello: "Trovato il permesso abusivamente retrodatato"

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Sul giallo delle multe cancellate al sindaco Marino, come riportato dal Giornale indaga la Procura di Roma. Vuole vederci chiaro sull'ignoto (un hacker?) che avrebbe cancellato dai server del Campidoglio il permesso temporaneo dato al sindaco. Permesso che avrebbe evitato al primo cittadino di Roma di prendere le otto contravvenzioni per l'accesso senza pass nella Ztl del centro storico, tra il 26 giugno e il 25 luglio scorsi. Ora, però, il giallo si infittisce.

Il senatore dell'Ncd Andrea Augello convoca una conferenza stampa durante la quale annuncia: "Abbiamo delle buone notizie: abbiamo ritrovato il permesso del sindaco e sappiamo chi ha elaborato il dossier falso. È il sindaco di Roma, Ignazio Marino. Non c’è nessun hacker. Nella sostanza - spiega - non c’è nessuna manipolazione, basta digitare il codice giusto e ricompare il permesso del sindaco. Sembra un film di Totò o di Alberto Sordi. Creare un grande rumore per non far vedere la mano con cui si fa il trucco. E allora: siamo di fronte a un piccolo truffatore o a Mr. Bean? In entrambi i casi non si è all’altezza di guidare questa città".

Augello mostra le stampate della ricerca nel database dei permessi Ztl, e spiega che "se qualcuno fa la ricerca per permessi Ztl il permesso non c’è. Invece se si fa una ricerca senza specificare la chiave Ztl, il permesso ricompare. Quindi sono due tipi di ricerche. Questo perché Marino ha un permesso che si dà ai sindaci".

A questo punto si attende la replica di Marino.



«Panda rossa in divieto di sosta». Nuove accuse al sindaco Marino

Corriere della sera

Fabrizio Santori, consigliere ragionale del Lazio nel gruppo misto dichiara di aver visto l’auto sotto al cartello del divieto. Tutto documentato tutto con le telecamere delle Iene

 

VIDEO : Augello: «Panda, la verità sul dossier di Marino»
 


ROMA - La panda del sindaco Marino è proprio sfortunata. Dopo il caso delle multe non pagate arriva la denuncia di Fabrizio Santori consigliere regionale del Lazio, documentata dalle telecamere delle Iene, che la macchina rossa del primo cittadino martedì sera era parcheggiata in divieto di sosta. «Verso le 22.40 abbiamo visto una macchina bianca con dentro il sindaco. Siamo arrivati là e abbiamo visto che saliva a casa. A questo punto abbiamo notato, in via di Santa Chiara, la famosa Panda rossa del sindaco in sosta vietata. Tra l’altro c’era un cartello ben visibile che specificava come il divieto fosse permanente. Poi abbiamo visto l’altra macchina bianca, con cui era arrivato Marino, in piazza dei Caprettari, parcheggiata su uno stallo per i disabili». «Abbiamo contattato i vigili, ma dopo una mezz’ora è stata spostata in fretta e furia la Panda, mentre l’altra macchina bianca subito dopo. Quando sono arrivati i vigili non c’erano più. La scena è stata ripresa dalle Iene».
Le multe non pagate
La panda rossa del sindaco è entrata per otto volte, in due mesi, nella Ztl del centro storico di Roma senza permesso e per questo ha preso delle multe mai notificate però. L’ammontare delle sanzioni è di 640 euro (alle quali andrebbero aggiunte le notifiche e gli interessi). La denuncia è stata fatta del senatore Augello (Ncd) ed è poi finita in Parlamento, ma il sindaco ha poi a sua volta sporto denuncia ai carabinieri per omissione di dati nel sistema informatico. Per questo Augello martedì ha accusato il sindaco di essere «hacker di sé stesso» smentendo l’esistenza di un «falso dossier» e sostenendo, invece, che Marino non avrebbe mai auto un permesso per circolare nella Ztl. Nella serata di martedì il primo cittadino ha convocato un vertice di maggioranza in Campidoglio, alla fine del quale i capigruppo di coalizione hanno fatto quadrato: «È un attacco politico per una mera dimenticanza amministrativa».

12 novembre 2014 | 18:23

Gesù sposò Maddalena"

Luisa De Montis - Mar, 11/11/2014 - 11:26

Gesù sposò la Maddalena. Non è un film né l'ultimo libro di Dan Brown. È scritto nero su bianco su un codice del 570 d.C.
 
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Scritto in siriano su pergamena, il libro che contiene la "rivelazione" è custodito alla British Library e racconta una storia differente da quella dei Vangeli. Come spiega La Stampa, il numero di antichi documenti che conferma la tesi che la Maddalena fosse moglie di Gesù e madre dei suoi figli, continua a crescere e inizia ad avere seguito tra vari studiosi. "Il libro proviene da un monastero egizio ed era stato acquistato nel 1847 dal British Museum. Probabilmente si tratta di una traduzione dall’aramaico di un testo più antico.

Redatto in 29 capitoli, racconta la storia di Joseph, un giovane molto noto all’epoca, conosciuto dall’imperatore Tiberio e dal faraone d’Egitto (forse Natakamani), che lo considerava figlio di Dio. A 20 anni Joseph va in sposo ad Aseneth, che gli dà due figli: Manasseh ed Ephraim", si legge sulla Stampa. Un testo scritto in un codice che va interpretato ma che non lasciano dubbi sul fatto che i protagonisti siano Gesù e Maria Maddalena.

Chiampa cavallo

La Stampa

massimo gramellini

Per tagliare le tasse ai cittadini il governo toglie i soldi alle Regioni, che per recuperarli aumentano le tasse ai cittadini. Carta vince, carta perde: e a perdere siamo sempre noi. Mentre un Chiamparino allegro come il cielo di novembre annunciava i ferali ritocchi all’addizionale Irpef e al bollo auto dei piemontesi, mi è tornato alla mente quando Corrado Guzzanti, nei panni del ministro Tremonti, teorizzava lo schemino di cui sopra. Ma per un contribuente cosa cambia, chiedeva la Dandini. E lui: «Niente. Ma poiché negli enti locali comanda la sinistra, noi potremo dire che il governo di destra ha abbassato le tasse e che ad alzarle sono stati i comunisti». L’unica differenza tra la satira profetica e la realtà è che al governo e agli enti locali adesso c’è lo stesso partito.

Affiora l’essenza politica di Renzi: talentuosa e superficiale. Ci vuole del talento per capire che i pezzi ingordi delle istituzioni possono essere indotti a cambiare dieta solo se vengono resi ancora più odiosi ai cittadini: senza i denari statali a coprire loro le spalle, le burocrazie locali sono costrette a scegliere tra il taglio del superfluo e il taglio dei voti alle prossime elezioni. Ma ci vuole della superficialità per mettere sullo stesso piano le Regioni sprecone e quelle virtuose (ancorché appesantite come il Piemonte da un deficit frutto di errate speculazioni finanziarie). Se togli i soldi a uno sprecone, lo induci a ridurre gli sprechi. Ma se li togli a chi sprechi non ne fa, lo costringi a tagliare i servizi. Oppure a farseli pagare con un aumento delle tasse che ridurrà gli effetti del cambiamento annunciato alla solita muffa di chiacchiere.

Uccise il ladro che stava entrando nella camera delle figlie: condannato a 10 anni

Il Mattino

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Gioia Sannitica. Dieci anni di reclusione. Questa la condanna emessa dal giudice nei confronti di Giovanni Capuozzo, carpentiere di professione, che il sei luglio del 2012 uccise con un colpo di fucile il ladro albanese che stava per introdursi nella camera da letto delle sue due figlie, nella sua casa in località Fossalagno, a Gioia Sannitica, nel pieno della notte.

La sentenza è stata letta ieri dal giudice Nicoletta Campanaro al termine di un processo con rito abbreviato nel tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Omicidio volontario è la contestazione mossa all’uomo al quale sono state concesse le generiche prevalenti. Il pm della procura che ha svolto le indagini, Silvio Marco Guarriello, aveva chiesto esattamente la pena di 10 anni di carcere. Capuozzo, difeso dai legali Luigi Iannettone ed Ercole Di Baia, dovrà anche pagare ai familiari della vittima 50 mila euro di danni, ma si tratta di una cifra che potrebbe essere poi quantificata con esattezza in sede civile. La moglie dell’albanese si era, infatti, costituita parte civile nel procedimento.

La vicenda del carpentiere sconvolse la serenità del paesino del Matese anche perché in quel periodo di furti in appartamento se ne registravano davvero tanti, forse troppi. La comunità era espasperata e quando l’operaio venne arrestato con l’accusa grave di omicidio in molti protestarono. In realtà, dopo aver ucciso l’albanese, Capuozzo avrebbe caricato il cadavere di Dasmir Xhelpa su un furgone e lo avrebbe gettato nel fiume Volturno. La consorte del ladro non vedendo rincasare il marito sporse denuncia indicando ai carabinieri il luogo esatto dove era andati a rubare con dei complici.

Dopo poco l’operaio, messo alle strette, confessò tutto e condusse gli inquirenti nel posto lungo il Volturno dove aveva lasciato il cadavere. Le due consulenze balistiche redatte dagli esperti Giaquinta e Affinita, hanno dimostrato che il colpo che ha trapassato il corpo di Dasmir Xhelpa era entrato mentre quest’ultimo cercava di dirigersi in direzione di Capuozzo e quindi il carpentiere, sparando con il suo fucile da caccia, non avrebbe fatto altro che difendersi dall’albanese.

Insomma, la difesa punta a far riconoscere la legittima difesa per l’imputato, ora libero dopo la scadenza dei termini di custodia cautelare. Si pensa già al ricorso in Appello, subito dopo il deposito della motivazione della sentenza.

martedì 11 novembre 2014 - 09:59   Ultimo agg.: 10:00

Lavoro, a che cosa servono i sindacati? Meno politica e più contrattazione

La Stampa
walter passerini

In un sondaggio i giudizi dei lavoratori sui rischi di distacco dai problemi concreti oggi più pressanti: disoccupazione, potere d'acquisto, pensioni

Prima Annamaria Furlan al posto di Raffaele Bonanni come numero uno della Cisl, oggi Carmelo Barbagallo al posto di Luigi Angeletti nella Uil. Resta stabile al suo posto nella Cgil Susanna Camusso. A che cosa serve questo turn over? Gli avvicendamenti nel sindacato serviranno ad attrezzare le organizzazioni dei lavoratori in vista delle prossime stagioni? La crisi continua e richiede una visione di lungo periodo. Negli ultimi anni il sindacato nazionale si è un po' trincerato nei dibattiti televisivi e si è fato attrarre dalle sirene della politica. Convive nel sindacato italiano un doppio modello: quello dei contrattualisti e quello dell'intervento più politico. Potrà durare ancora questa relativa ambiguità?

La risposta sta anche in un'altra domanda: a che cosa servono i sindacati? Una prima risposta per nulla banale, anzi stimolante e tempestiva viene da un sondaggio sul sindacato realizzato da S&G Kaleidos per Job.it, il sito web e mensile ispirato dalla Cisl. I risultati si inseriscono efficacemente nel dibattito attuale sul ruolo e sulla funzione della rappresentanza. In questo momento i sindacati sono sotto attacco (“Dove eravate in questi anni” ha affermato a più riprese il presidente del Consiglio, Matteo Renzi), una buona ragione per verificare il proprio peso e per rispondere alla domanda: servono ancora i sindacati? 

Due intervistati su tre (da un campione statisticamente rappresentativo di 1.000 unità) affermano di conoscere l’offerta di servizi da parte del sindacato (65,5%) e ne stabiliscono anche un ordine di importanza: la tutela del posto di lavoro (26,5%), si sottolinea il posto e non un lavoro tout court; le informazioni sul contratto di lavoro (19,9%); l’assistenza negli adempimenti fiscali (16,6%).
Seguono la tutela di salute e sicurezza, l’assistenza per le pensioni e per le vertenze. L’immagine che balza agli occhi è quella di un sindacato fornitore di servizi, prima ancora che di intermediario dei conflitti e gestore di contrattazione. Concordano su questo sia il campione nazionale che quelli regionali. Da segnalare anche la tutela contro due fenomeni relativamente recenti (almeno nel liunguaggio), il mobbing e lo stalking, che sono in netta crescita.

Il tasso di sindacalizzazione risulta ambivalente e segnala la necessità di un rilancio nel rapporto con i lavoratori. Non ci si può consolare con confronti con altri paesi, dove la sindacalizzazione è a più bassi livelli, ma è evidente che in questi anni il tasso di sindacalizzazione complessivo in Italia è rimasto congelato. Viene in mente un bel libretto di Bruno Manghi di qualche anno fa, dal titolo efficace, sui rischi del sindacato: “Declinar crescendo”. Dichiarano di essere iscritti il 28,7% alla Cgil, il 25,5% alla Cisl e l’11,9% alla Uil.

Va evitata la tentazione di sommare i tassi delle tre confederazioni, mentre è preferibile concentrare l’attenzione sul 26% di persone che si dichiarano non iscritte ad alcun sindacato, quota molto probabilmente più alta, se pensiamo all’intero mondo del lavoro, stabile e precario, di 25 milioni di persone. Le ragioni della non iscrizione sono un’ulteriore spia. Non ci si è iscritti per il ruolo troppo politicizzato dei sindacalisti (34,4%, in netta crescita rispetto a quattro anni fa), perché si pensa di non trarne alcun vantaggio concreto (29,9%) o perché non si crede più in questo tipo di organizzazioni (21,2%). 

Gli intervistati ritengono che il ruolo del sindacato debba essere soprattutto quello di tutela degli interessi dei lavoratori nei confronti della controparte (43,1%), cioè i datori di lavoro, e dei cittadini lavoratori nei confronti delle istituzioni (27,3%), nazionali o locali. E’ da questo punto che può ripartire la discussione, tra un sindacato orientato all’azienda e al territorio e un sindacato più orientato alle istituzioni e alla politica. Probabilmente non vi è un’alternativa tra tutti questi elementi, ma una possibile integrazione. Forse è il teatrino della politica e dei media ad aver attratto i vertici sindacali e, insieme, fatto perdere smalto al rapporto tra sindacato e lavoratori.

In fondo, il sindacato resta ancora il prodotto di un sottile mix di funzioni: agenzia di servizi, soggetto di contrattazione, associazione di rappresentanza e di identità, soprattutto verso i giovani oggi penalizzati, che costruiranno il loro sindacato del futuro.

Matrimonio religioso pre legge sul divorzio, legittimo lo scioglimento deciso dai giudici nazionali

La Stampa

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«Libera Chiesa in libero Stato», sosteneva, con convinzione, Camillo Benso conte di Cavour. E questo principio, oramai acclarato, e ‘sigillato’ anche dai Patti lateranensi, vale anche sul tema, sempre delicato, del matrimonio. Per essere chiari, la distinzione tra Stato e Chiesa non può vacillare di fronte alla granitiche convinzioni religiose della donna, che pretende, erroneamente, di mettere in discussione la cessazione degli effetti civili del matrimonio celebrato col suo oramai ex marito in Chiesa (Cassazione, ordinanza 18647/14).

A considerare inutili le proteste della donna – una anziana signora di quasi 80 anni – per la «cessazione degli effetti civili del matrimonio» - celebrato precedentemente alla legge sul divorzio – hanno già provveduto i giudici di merito. Nessun dubbio, in sostanza, sul fatto che «la convinzione religiosa in ordine all’indissolubilità del matrimonio non riguarda la cessazione degli effetti civili, in quanto, con essa, il vincolo religioso non è messo in discussione, venendo a cessare solo gli effetti della trascrizione del matrimonio contratto in forma concordataria nei registri dello stato civile». E da questo punto di vista, hanno chiarito i giudici, «la legge statale non interferisce con il diritto della persona ad appartenere ad una formazione sociale, né lede la sovranità della Chiesa, che ha competenza esclusiva solo in tema di matrimonio religioso».

Secondo la donna, però, i giudici sbagliano perché non hanno considerato che «i coniugi avevano celebrato e voluto un matrimonio indissolubile, con la conseguenza che la successiva legge sul divorzio non poteva né doveva interferire con il precedente irrevocabile accordo». In più, aggiunge ancora la donna, è stato così «ingiustificatamente compresso il diritto ad esplicare la propria sfera religiosa mediante il canone dell’indissolubilità del matrimonio» e «leso il diritto a professare la propria fede religiosa, dal momento che il matrimonio come sacramento costituisce atto di culto».

Per la Cassazione, però, è chiara la «non interferenza della cessazione degli effetti civili del matrimonio con l’indissolubilità del vincolo religioso», anche tenendo presente che sì «per la Chiesa il matrimonio costituisce anzitutto ed essenzialmente un sacramento», ma ciò «non implica affatto che, in questa sua figura e con le connesse caratteristiche di indissolubilità, esso sia stato altresì riconosciuto come produttivo di effetti civili dallo Stato». Fondamentale è «distinguere» tra «il vincolo religioso» e «la sfera di autodeterminazione ad esso propria e gli effetti civili». Proprio alla luce di questa ottica, sono da respingere le proteste della donna rispetto alla «cessazione degli effetti civili del matrimonio» da lei contratto in Chiesa.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Loris, il nuovo "eroe" dei centri sociali salta sul cofano e poi fa la vittima

Libero

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Ora i centri sociali bolognesi hanno un leader, Loris Narda. È lui a occupare la scena, concedendo interviste ai media dopo aver partecipato alla spedizione punitiva contro il nemico leghista. Importa poco se a tendergli il microfono sono i media della borghesia. Anzi, qualche testata online ha già acriticamente preso per buona la sua versione dei fatti: Matteo Salvini colpevole di tentato omicidio per essere riuscito a sottrarsi all’assalto. In realtà, è lui a saltare sul cofano dell’auto per fermarla, sebbene giustifichi il gesto con "le modalità tipiche di un blocco".

Del resto, ai giornalisti che non si adeguano è riservato il classico trattamento da manuale rivoluzionario: colpirne uno per educarne cento. Narda sa perfettamente come recitare la sua parte da protagonista, anzi da vittima. Intanto esibisce uno spiccato accento meridionale, grazie al quale si pone naturalmente in antitesi non solo con la "destra xenofoba e lepenista", ma anche con la Padania dove peraltro è venuto, chissà perché, a insediarsi.

Il resto del suo tempo, come un piccolo Lenin, lo passa ad animare i collettivi antirazzisti. Se ne trovano significative tracce sul web. In particolare quando presenzia a un raduno in Grecia nel febbraio 2013 e si esprime in un inglese da prima media differenziale. Padroneggia confusamente anche l’italiano, forse per via dei temi affrontati. Uno su tutti, la "cartografia delle lotte", alle quali invita i gruppuscoli sovversivi a partecipare mediante un processo di "autoformazione" e di "studio militante", all’interno del collettivo Hobo, "laboratorio dei saperi comuni". Tutto alternato con momenti di lucidità. Nel 2012 protestava contro la presunta riapertura dei manicomi. Per non doverci finire



Matteo Salvini aggredito al campo rom, Loris Narda: "Ha tentato di uccidermi. L'auto sfasciata? Capita"

Libero

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"Il violento è Salvini, ho rischiato di morire sotto la sua macchina". Loris Narda, l'appartenente ai centri sociali che sabato mattina ha bloccato l'auto del leader della Lega Nord Matteo Salvini davanti a un campo rom a Bologna, venendone poi travolto, indossa i panni della vittima intervistato da Giuseppe Cruciani e David Parenzo a La Zanzara, su Radio24. "Valuteremo la denuncia a Salvini per tentato omicidio, andare a cinquanta all'ora con cinque persone davanti è molto grave". 

"L'auto sfasciata? Cose che capitano" - Il giovane non è affatto pentito di aver inscenato la protesta, presto diventata estrema, a suon di sassi, calci e pugni che hanno sfondato il parabrezza dell'auto di Salvini: "Sono salito sulla macchina ma sono sceso dopo dieci secondi, volevo impedire a Salvini e al suo razzismo di raggiungere il campo rom. Lo rifarei e sono pronto ad andare in galera". A chi accusa di violenza lui e i suoi compagni di lotta, Narda (appartenente al Comitato antirazzista di Bologna) replica secco: "Io ero per terra, non ho tirato sassi e ho rischiato la vita. E' stato un puro caso che nessuno si sia spezzato la testa e le gambe. La macchina sfasciata? E' stata una reazione all'accelerata. Sono cose che succedono".

"La Lega va messa fuorilegge" - La giustificazione lascia piuttosto perplessi: "Non è una macchina privata ma un'auto blu pagata coi nostri soldi, nessuno ha usato violenza nei suoi confronti. Eravamo tutti a volto scoperto senza niente in mano". Evidentemente, a giudicare da come è stata ridotta l'auto di Salvini, sono bastati scarponi robusti. L'obiettivo, altamente democratico, è uno solo: "La Lega va messa fuorilegge, Salvini fa campagne d'odio. Di notte i suoi sgherri di CasaPound danno fuoco ai campi rom e accoltellano chiunque abbia un'idea diversa".

Firefox festeggia 10 anni e introduce "Forget", il tasto cancella tutto

Corriere della sera

di Alessio Lana

Il vicepresidente della volpe del web Nightingale: «Si potranno eliminare cookie, cronologia e le schede aperte»

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La volpe del web raggiunge dieci anni e si rinnova con un occhio alla privacy. Firefox il 9 novembre ha raggiunto il decimo genetliaco ma la festa è stata spostata ad oggi quando finalmente possiamo scaricare la trentottesima versione del terzo browser più usato in Rete. Il campione della navigazione rimane Internet Explorer con una fetta di mercato del 58,49 per cento, seguito da Google Chrome al 21,15% e dalla volpe che al momento è al 13,91%. Come ci racconta il vicepresidente di Firefox, Johnathan Nightingale, l'arma su cui si punta per recuperare utenti preziosi è soprattutto la privacy. «Abbiamo investito molto sulla protezione dei dati», afferma Nightingale, «Non parlo però di controlli governativi o della privacy globale ma di quella che le persone sentono su se stesse quando condividono il computer con la moglie, il coinquilino o i familiari».
Privacy e strumenti alternativi
La soluzione per tenere alla larga gli occhi indiscreti si chiama Forget, in italiano Dimentica, un tasto che consente di cancellare cookie, cronologia e le schede aperte in un click. Volendo possiamo anche impostare un timer che cancella i contenuti visualizzati negli ultimi cinque minuti, nelle ultime due ore o nelle ultime ventiquattro ore. «Oggi ci sono strumenti per cancellare tutto ma nessuno capisce davvero come funzionano», chiarisce Nightingale che nel nuovo Firefox ha inserito anche un tour interattivo alla scoperta della privacy e della sua protezione. Basta aprire il browser da PC, Mac o Android per avere informazioni passo passo circa le informazioni che vengono condivise quando navighiamo, come controllarle, arginarne la diffusione e, soprattutto, cancellarle. Sempre in tema di anonimato ecco arrivare anche DuckDuckGo, il motore di ricerca “buono” che promette di non tracciare le ricerche degli utenti. Sarà incluso di default nella barra di ricerca insieme ai classici Google, Yahoo! e Bing.
L'open source è vivo
Johnathan Nightingale e Firefox però sono utili anche per tastare il polso del web. Noi siamo abituati a dare la Rete per scontata, come un'entità inattaccabile ed eterna ma non è così. Da qualche anno si parla di morte del web e il principale indiziato sono le app. Le applicazioni di smartphone e tablet infatti pescano informazioni dalla Rete ma non le restituiscono nulla, non ci fanno accedere direttamente al web e ne filtrano i contenuti secondo il volere di chi le ha sviluppate e della piattaforma su cui risiedono. Qui Nightingale affonda il dito nella piaga. «Apple e Google sono molto aggressive nel chiudere gli utenti nei loro sistemi, nel trattenere le loro informazioni e portare gli sviluppatori nel loro ecosistema.

Noi invece vogliamo ricordare alle persone la potenza del web aperto». Non a caso Firefox è open source, completamente modificabile. Secondo Nightingale però la posizione oligopolistica di Apple e Google è momentanea e chi parla di morte del web ha una visione limitata. «È vero che i telefoni si muovono in ecosistemi chiusi, dove qualcun altro sceglie le applicazioni, ma questi [Apple e Google] sono colossi momentanei perché vanno contro gli interessi degli utenti», spiega, «Non credo che le persone vogliano stare all'interno di questi recinti e pagare la stessa applicazione e due volte per averla sul loro tablet Android e sul cellulare iOS».

In poche parole largo ai browser che da semplici porte d'accesso al web stanno diventando molto di più. Si possono vedere film e giocare a videogame 3D senza scaricare nulla, basta la connessione. Non a caso il nuovo Firefox potrà inviare video dai telefoni Android al televisore con una connessione diretta o passando da Chromecast e Roku. Nel panorama della comunicazione integrata ecco arrivare anche Hello, chat audio-video che sta dentro il browser e tenta l'affondo contro Skype. «Il web sta diventando il luogo in cui si sviluppano le applicazioni», fa notare Nightingale, «ed è facile immaginare anche editing di foto e video online nei prossimi mesi».

Proprio per questo oggi esce anche Firefox DevEdition, il browser dedicato agli sviluppatori che consente di eseguire il debug su tutti i dispositivi. Basta aprirlo per testare il funzionamento della propria applicazione su tutti gli altri browser, per vedere se gira correttamente su Explorer, Chrome e Safari ma anche nei browser di Android e iOS. L'idea è di dare una mano a chi si rifiuta di creare app chiuse e preferisce creare applicazioni per quella di tutti e di nessuno che è il web. Non a caso Firefox rende disponibile il suo codice sorgente a chiunque voglia modificarlo. Sono i cosiddetti fork, versioni personalizzate di un software realizzate per rispondere ad esigenze precise.

La volpe di fuoco per esempio ha dato vita a decine di altri browser come Tor, che consente di navigare in pieno anonimato, sfuggendo spesso anche agli occhi governativi e saltando le barriere imposte dai governi. «Uno dei modi per battere i colossi è avere una comunità enorme che sviluppa e modifica i nostri prodotti», afferma Nightingale, «Le persone trovano i bug che noi poi risolviamo e i fork ci danno nuove idee. Tor, per esempio, è una sperimentazione utile per studiare la difesa della privacy». E l'open source va avanti anche dopo dieci, sudatissimi, anni.

10 novembre 2014 | 15:42

Clandestino arrestato tre volte: Mare Nostrum gli aveva dato la residenza e 500 euro

Ivan Francese - Lun, 10/11/2014 - 17:49

A Padova un nigeriano è stato arrestato per la terza volta per spaccio e aveva già una denuncia per occupazione abusiva di immobile

È sbarcato a Lampedusa nel 2011 facendo richiesta di asilo politico; poi è riuscito ad ottenere il permesso di soggiorno per motivi umanitari e anche a rientrare nel programma ministeriale Mare Nostrum.



Non solo: proprio rientrando nella casistica prevista dall'operazione lanciata un anno fa da Alfano, il nigeriano Eweka Joe Osas ha ottenuto il beneficio di 500 euro e la residenza nel comune di Carnate, nella provincia di Monza e Brianza, in un centro di accoglienza.

Osas però è stato tratto in arresto per ben tre volte per spaccio dalla Polizia locale di Padova e ha anche collezionato una denuncia per occupazione abusiva di immobile. L'ultima volta, venerdì scorso, i vigili del comune euganeo lo hanno sorpreso in flagranza di reato mentre vendeva della droga: il giorno seguente è stato processato per direttissima, ammettendo la propria colpevolezza e patteggiando sei mesi di reclusione e seimila euro di multa.

È una storia incredibile, quella raccontata daIl Gazzettino, che svela come un immigrato clandestino già destinatario di numerosi benefici di legge sia stato poi libero di commettere lo stesso reato per diverse volte, senza averne mai dovuto, almeno sinora, pagare le conseguenze.

"Ha ottenuto anche la carta d’identità – spiega l'assessore alla Sicurezza del comune di Padova Maurizio Saia - dopodiché si è reso irreperibile. Ringrazio gli agenti della Polizia Locale che ancora una volta hanno difeso Padova, i cittadini, bloccando per ben tre volte uno spacciatore con un permesso umanitario messo in tasca dallo Stato."
"Questa è una situazione paradossale che mette in ridicolo il nostro Paese -prosegue Saia - Per quanto ci riguarda, questa amministrazione continuerà con la linea dura per garantire ai padovani rispetto delle regole e sicurezza".

Sul caso è intervenuto anche il sindaco di Padova Massimo Bitonci, che in un post su Facebook attacca: "Spaccia a Padova, ma per lo Stato è un profugo con tutti i benefit di Mare Nostrum".

Egitto, la Sfinge vista da vicino: nuovi percorsi aperti al pubblico

Il Messaggero
di Elena Panarella

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Circondata dal mistero e da storiche leggende, inaccessibile ai turisti se non da un belvedere, la Sfinge della piana di Giza diventerà presto più «reale». Dopo il restauro di alcune parti sui fianchi della statua millenaria, metà donna, metà felino, l'area sottostante verrà aperta al pubblico. Che potrà camminare tra le sue «zampe», toccarla, guardarla negli occhi dal basso verso l'alto con un misto di fascinazione e timore reverenziale. È la più grande statua monolitica tra le sfingi egizie: lunga 73,5 metri, alta 20,22 metri e larga 19,3 metri di cui solo la testa è 4 metri.

PERCORSI NASCOSTI Uno dei misteri della Sfinge, alimentato dalle leggende popolari, è certamente la presenza di passaggi nascosti al suo interno. Attualmente è nota l'origine di uno di essi soltanto: un breve varco senza uscita dietro la testa, effettuato nel XIX secolo da John Shae Perring e Howard Vyse durante la ricerca di una camera segreta all’interno del corpo. L'ipotesi che all’interno del monumento ci siano camere nascoste non ha riscontri scientifici anche se gli ultimi scavi del 2007 hanno rilevato la presenza di una fitta rete di cunicoli. La stanza dei registri è una mitica biblioteca sepolta sotto la sfinge di Giza, che secondo alcuni conterrebbe tutta la conoscenza degli antichi Egizi su rotoli di papiro, oltre alla storia del perduto continente di Atlantide.

LA DIFESA DEL PATRIMONIO
«Abbiamo molte sfide davanti a noi. Il governo, con i ministri del Turismo e dell'Antichità, ha un piano concreto per difendere il patrimonio dell'Egitto. E questo è successo oggi a Giza», ha detto il premier egiziano Ibrahim Mahlab che ieri, tra strette misure di sicurezza, ha visitato l'area svuotata di turisti e affollata per l'occasione di giornalisti locali e internazionali. Dopo il sopralluogo del capo del governo e dei ministri interessati, Hishaam Zazou e Mamdouh Eldamaty, mancano ancora il via libera definitivo e una data per l'apertura. «Noi siamo pronti», ha spiegato il supervisore dell'area della Sfinge, Mohamed el Saidey, che ha seguito tutti i passi del restauro. Quanto sono durati i lavori?, chiedono i giornalisti. E la risposta è quasi enigmatica, come per adattarsi al mito greco dell'indovinello della Sfinge: «Il restauro dura dai tempi dei primi scavi, è un lavoro continuo».

NUOVI INTERVENTI A LUXOR
Ma nel particolare, Saidey ha spiegato che i lavori recenti - in realtà durati 4 anni - hanno riguardato soprattutto il fianco sinistro della statua, dove l'erosione dovuta al tempo, alle folate di sabbia e al materiale calcareo del monumento, aveva creato dei buchi nei blocchi. Altri interventi hanno riguardato il collo e il torace. Restaurato anche il tempio di Amenofi, di fronte alla Sfinge, mentre ieri è stata riaperta la Piramide di Micerino e chiusa per lavori quella di Chefren, in un sistema di rotazione per non lasciare mai i visitatori a bocca asciutta. L'Egitto, che vive una grave crisi economica, punta sui propri gioielli archeologici per ridare respiro a un turismo che dopo la rivolta contro Honsi Mubarak e i disordini di piazza stenta a ridecollare. E dopo la riapertura della Chiesa Sospesa nel quartiere copto del Cairo e di altri musei del Paese, il premier ha annunciato prossimi interventi anche nella Valle dei re a Luxor.

LA STRANGOLATRICE
Nella sua lunghissima storia, la Sfinge è stata chiamata in diversi modi: per gli Arabi era Abul Hol, padre del terrore. Il nome Sfinge che le attribuiamo, deriva dal greco Sphynx che significa strangolatrice derivante a sua volta dall'egizio traslitterato in šsp ˁnḫ (shespankh) con il significato di "statua vivente" ed era il nome attribuito alle statue di leoni con testa di uomo. La Stele del Sogno la identifica con un altro nome, quello con cui era conosciuta nell'antichità: Hor em akhet, reso Armachis in greco. Nonostante il significato esplicito di questo nome, gli studiosi non riscontrano una relazione tra Sfinge e Horus; qualcuno, invece, identificando Horus con il Sole, ritiene che il rapporto esista dal momento che la Sfinge assiste alla sua nascita ogni giorno.

LE ORIGINI
Il monumento probabilmente fu ricavato da un affioramento di roccia durante la costruzione delle piramidi di Giza. Stranamente la Grande Sfinge è un monumento isolato, quando, invece, le sfingi successive erano poste in coppia per proteggere l’ingresso di un edificio. In teoria poteva essere scolpita un'altra grande sfinge; infatti, poco distante, a sud, nell’altopiano si erge un’altra collinetta di roccia, ma in pratica non è stato così, forse a causa della troppa distanza. Pare sia stata creata attorno al 2500 a.C., al tempo del faraone Chefren (2520-2494 a.C).