lunedì 10 novembre 2014

Socci: Papa Francesco lotta col Leonka, non per i martiri in Pakistan

Libero

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Shahzad Masih aveva 28 anni e sua moglie Shama, 25. Due giovani cattolici con quattro bambini. Lei era incinta del quinto. Lui lavorava come operaio molto sfruttato in un mattonificio (il cui padrone, musulmano, lo aveva già brutalmente picchiato) a Kasur, vicino a Lahore, in quel Pakistan in cui i cristiani sono considerati spazzatura. Il 4 novembre scorso i due giovani sono stati falsamente accusati di aver profanato delle pagine del Corano, torturati per due giorni, linciati da una folla inferocita e alla fine gettati in una fornace e bruciati.

Nessuna mobilitazione - Questi macelli non sono rari. È un orrore continuo che i cristiani subiscono da una popolazione e da uno Stato che quotidianamente li umilia e li tiene sotto minaccia di morte (con la famigerata legge sulla blasfemia). Non è uno staterello, il Pakistan. Ha la bomba atomica e conta 180 milioni di abitanti (la sesta nazione più popolosa al mondo e il secondo fra i Paesi musulmani dopo l’Indonesia). Il rogo dei due cristiani per la sua ferocia è riuscito ad arrivare anche sulle cronache dei nostri giornali. Ma non ha mobilitato nessuno, né persone, né associazioni, né istituzioni.

Qualcuno ha accusato l’opinione pubblica di essere rimasta più scandalizzata per l’inchiesta di «Report» sulle oche spennate che per la sorte di questi cristiani. Così come a settembre fece scandalo per una settimana l’uccisione (involontaria) dell’orsa in Trentino, mentre passò quasi inosservata, nelle stesse ore, l’uccisione di tre suore italiane in un paese africano. Tuttavia c’è chi ha replicato che lo stesso papa Bergoglio, pur intervenendo ogni giorno e più volte, ha taciuto su questa tragedia. Se lui è il primo a non parlare di questi orrori (preferisce pontificare sui pettegolezzi nelle parrocchie, questione a cui ha dedicato decine di omelie), non si può accusare il mondo di insensibilità.

Silenzio - In effetti Bergoglio non ha mai voluto dire una parola neanche in difesa della povera Asia Bibi, madre poverissima di quattro figli che da cinque anni è chiusa in una lurida prigione dove viene sottoposta a torture indicibili e che è stata condannata a morte per impiccagione solo perché cristiana. La povera donna scrisse al Papa, ma invano. Neanche la conferma della sua condanna a morte in corte d’appello nei giorni scorsi ha smosso Bergoglio, che è sempre molto timido e reticente quando si tratta dei musulmani.

È dovuto intervenire, tre giorni fa, impietosito, Kirill, il patriarca di Mosca e di tutte le Russie, per chiedere formalmente al Presidente del Pakistan, a nome della Chiesa ortodossa, la grazia per la cattolica Asia Bibi. Ma papa Bergoglio no. Del resto tacque ostinatamente anche sul caso di Meriam in Sudan. Come sui tanti cristiani che in Pakistan vivono la stessa tragedia di Asia Bibi. E sulle violenze e gli abusi subiti soprattutto dalle ragazze cristiane.

Ideologia - Nelle omelie quotidiane di Santa Marta Bergoglio si dedica piuttosto a randellare coloro che considera «conservatori» (che sono poi maggioranza, come si è visto al Sinodo). E assesta colpi pesanti e continui sui cristiani in generale da lui dipinti ogni giorno come ricettacolo di tutti i difetti. Eppure sono quegli stessi cristiani che egli, come pastore, dovrebbe difendere e confortare. Gli stessi cristiani che ad ogni latitudine subiscono, sotto ogni potere e ogni ideologia, persecuzioni, martirio e odio. L’80 per cento delle vittime, per discriminazioni religiose, nel mondo, sono cristiane. Lo hanno confermato, proprio in questa settimana, due denunce pesanti: il «Libro nero della condizione dei cristiani nel mondo» (Mondadori) e l’annuale Rapporto dell’«Aiuto alla Chiesa che soffre».

Perseguitati - È una tragedia che va avanti da anni. Io stesso pubblicai dodici anni fa «I nuovi perseguitati» e il panorama era identico. Come pure le cifre: centomila cristiani uccisi ogni anno a causa della loro fede che significa cinque vittime al minuto.

Il totale dei cristiani perseguitati si aggira sui 200 milioni e le notizie di atrocità e massacri - a volerle seguire - sono quotidiane. Basta leggere i resoconti dei reporter che sono andati a Erbil a parlare con i 30 mila cristiani profughi, che ancora sono esposti alla pioggia, alla fame e al freddo perché cacciati dalle loro case dai terroristi dell’Isis.

Ogni famiglia piange le sue tragedie: figlie catturate e vendute come schiave al mercato di Mosul, mariti e figli ammazzati, e poi crocifissi, sepolti vivi, sgozzati, donne stuprate. Nei giorni scorsi è circolato il video sui miliziani islamisti che contrattavano il prezzo delle schiave. A volte si tratta di ragazzine. Vendute per poche monete. E in Africa è la stessa tragedia. Sempre nei giorni scorsi si è conosciuta la sorte toccata alle 200 studentesse cristiane rapite in Nigeria da Boko Haram, stuprate, costrette a convertirsi all’islam e al matrimonio forzato con musulmani.

E poi c’è la Siria. E gli altri Paesi islamici. Infine quelli comunisti. Con la Cina e il suo immenso Gulag che ha ingoiato anche eroici vescovi cattolici. O quel disumano lager a cielo aperto che è la Corea del Nord dove migliaia e migliaia di cristiani sono semplicemente spariti nelle fauci del mostro.Dopo l’orrore dei cristiani bruciati in Pakistan il presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, cardinale Jean-Louis Tauran, inorridito, ha detto a Radio Vaticana: «Si può rimanere così passivi di fronte a crimini dichiarati legittimi dalla religione?».

No, non si può. Ma dovrebbe farlo sapere anzitutto a papa Bergoglio. Il cardinale si chiede angosciato: «La comunità internazionale non dovrebbe intervenire?». Certo. E il Papa?  È la stessa storia dell’estate scorsa, davanti ai massacri dell’Isis. Il Papa non solo fu reticente, ma quando alla fine fu interpellato direttamente sul volo di ritorno dalla Corea volle sottolineare che non si dovevano usare la forza e i bombardamenti per difendere gli inermi minacciati di massacro dai criminali. Un commentatore pur di sinistra come Adriano Sofri gli fece notare che ciò «lascerebbe alla loro mercé donne bambini vecchi e uomini, di tutte le fedi e nazioni».

Certo Francesco ha parlato diverse volte delle persecuzioni. Vero. Ma sempre genericamente, ripetendo la stessa frase: «Ci sono più martiri oggi che nei primi secoli». Mai però è intervenuto sui casi specifici o per fermare i massacri, mai ha condannato i carnefici chiamandoli per nome, mai ha attivato canali di intervento, mai ha nominato l’islam o il comunismo, mai ha coinvolto la Chiesa.

Deriva no global - Sembra non voglia pestare i piedi ai persecutori. Dei musulmani parla sempre come fraterni interlocutori a cui inviare gli auguri per il Ramadan. Anche sul comunismo (il più sanguinario esperimento anticristiano della storia) dribbla le domande dicendo sempre che ha conosciuto militanti comunisti in Argentina che erano brave persone. «Chi sono io per giudicare?». Sfodera toni infuocati (e giudica) solo quando si scaglia contro il «liberismo selvaggio». Il 28 ottobre ha ospitato in Vaticano vari movimenti noglobal, compreso il Leoncavallo e ha scagliato fulmini. Tanto che Fausto Bertinotti ha subito indicato in lui - venerdì sera, a Tg3 notte - il vero «rivoluzionario» del momento. Bertinotti ha sottolineato che Bergoglio in quell’incontro - dove non ha fatto mai l’annuncio della salvezza di Cristo - «ha ripetuto una parola che nessun papa aveva pronunciato: lotta».

In effetti Sandro Magister ha notato: «ciò che più colpisce di questo discorso è la sua stupefacente somiglianza con le teorie sostenute dal filosofo Toni Negri e dal suo discepolo Michael Hardt in un libro del 2002 che ha fatto epoca: “Impero”». La deriva noglobal insieme al disastro dottrinale tentato al Sinodo (che sarà compiuto al prossimo Sinodo) e a un governo della Chiesa fatto di defenestrazioni e «purghe» di chi è fedele alla tradizione cattolica, pongono oggi la Chiesa in una situazione tragica. Non si tratta solo delle persecuzioni. C’è buio a Roma.

di Antonio Socci

Perché un profumo non potrà mai chiamarsi «UpUpa»? 10 trucchi dietro ai trucchi

Corriere della sera
di Michela Sartorio

Le cose che ho imparato sul mondo della cosmetica, lavorando in pubblicità

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Una delle definizioni di copywriter alle quali sono più affezionata è: qualcuno che sa un po’ di tutto, ma mai niente di veramente bene. Di sicuro, cercando la cosa giusta da dire per vendere un prodotto, finisce che si scoprono molte cose curiose, utili per avviare una conversazione mentre siete in fila alla posta, ma anche, volendo, per interromperla bruscamente, infilando un: «Sa che molte creme per il viso contengono urea?» mentre la vostra antipatica interlocutrice sta sorseggiando un prosecco. Eccone alcune:
U, che profumo
Rimbaud nella poesia “Vocali” associa lettere e colori: A nera, E bianca... Alcuni signori scienziati hanno fatto uno studio sul rapporto tra lettere e sensazioni olfattive. Pare che la U, per esempio, non abbia un gran feeling con il mondo degli odori. Per cui, lanciare sul mercato un profumo chiamato Upupa potrebbe non essere una buona idea.
Dimmi cosa contieni
Il mascara, inventato nel 19esimo secolo da Eugene Rimmel, era a base di gelatina di petrolio. Non avrei voluto essere il copywriter che doveva inventarsi qualcosa per aggirare l’ostacolo (ciglia che fanno il botto?) ma spesso è utile tenere un dizionario scientifico a portata di mano. E così una crema agli asparagi, che probabilmente comprerebbe solo nonna papera, diventa una favolosa Crema con Estratto Meristematico. Straordinaria, anche nel risotto.
In che lingua lo dico?
L’inglese è considerato più performante, il francese più “charmant”. Per cui una “High Rejuvenating Cream” sarà probabilmente percepita come più efficace di una “Tres Liftant”, e un profumo “Printemps de l’autunne” più profumato di un “Autumn Afternooon”. Secondo me, il futuro è una pagina bianca con un geroglifico giapponese: nessuno saprebbe cosa vuol dire, ma vuoi mettere che chic.
Belle e buone
Rouge sorbet, creme gourmand, mousse noisette pour cheveux. La bellezza e il cibo, per fortuna, vanno molto d’accordo. Specialmente se le vostre dita, meravigliosamente morbide di creme gourmande, le fate assaggiare a qualcun altro.
L’elenco ingredienti
E proprio come per i prodotti alimentari, anche gli ingredienti contenuti nei prodotti beauty sono riportati nell’etichetta in ordine decrescente: da quello contenuto in quantità maggiore fino a quello poverino che passava lì per caso. Se comprate uno shampoo al bergamotto e il bergamotto è l’ultimo della lista, probabilmente il rapporto tra lui e il vostro shampoo è più o meno come quello tra voi e quel tizio che vi ha detto ti chiamo domani, e non si è sentito mai più.
Tragedy!
Una delle nuove tendenze del copywriting per la bellezza rivela un certo anelito alla tragedia. Se vi spalmate il contorno occhi, il risultato sarà “Dramatically different”, e il rossetto trasformerà le vostre labbra in “Lips to kill” (una passata, un morso alla giugulare, e via felici).
Je t’aime moi non Plus
Nella storia della pubblicità ci sono casi in cui nessuno ha mai saputo a cosa si riferisse un termine, per esempio il dentifricio Colgate con Gardol. Il Gardol è mai esistito? Ed era vegetale o animale? Fortunatamente la legge è molto severa e non si possono dare informazioni non veritiere, ma un buon trucco è la parola Plus, che fa chic e non impegna. Dentifricio Sbiancante, ok, ma Sbiancante Plus, hai voglia!
Check the pack!
Anche il packaging è fondamentale. Una casa produttrice di prodotti per l’igiene intima ha effettuato uno studio chiedendo alle donne Tu il bidet lo fai sedendoti rivolta in avanti o dietro? In modo da capire come allungavano le mani per afferrare il flacone, e quindi se usare il beccuccio, o il tappo da svitare, o forse un contenitore calato dall’alto con delle funi.
Non è da bere…
E’ capitato che le pagine pubblicitarie dovessero riportare una dicitura atta a far sapere a noi signore che la soluzione intima è vagamente diversa, anche nelle modalità d’uso, da, che so, un collutorio. Circolava anche quella voce su come una crema creata per una certa parte del corpo fosse efficacissima per attenuare le zampe di gallina. Se sapete che funziona, me lo dite per favore?
Bionda o bruna?
Pare che alle donne con i capelli rossi siano più adatti profumi aldeidati e floreali, con note verdi. Per pelli chiare e capelli biondi servono toni leggeri e ariosi. Invece, la bruna va con tutto. Bene sia i freschi e floreali che le note più forti. Sarà per questo che gli uomini amano le bionde ma poi sposano le altre?
Il sesso senso.
Nelle campagne pubblicitarie per i profumi, l’allusione al sesso è spesso ovviamente presente. Sguardi allusivi, voci roche, corpi nudi scolpiti, camminate audaci, dita passate su colli con quella lentezza che si usa per tastare il pavimento del bagno quando cadono le lenti a contatto. Resiste una fascia dedicata all’uomo che non ha tempo da perdere, ed è lì in giacca e cravatta che fissa l’orizzonte pensando alla prossima riunione. Ma è in via d’estinzione.
Negare, sempre.
La rassicurazione, nella cosmetica, passa sempre più dalla negazione. No alcol, no parabeni, no SLES, no PEG, no DEA, no glutine. Quindi cosa contiene? Boh.


(Michela Sartorio è copywriter dell’agenzia Armando Testa)
L’IMMAGINE

Articoli di make up e prodotti di cosmetica sono i materiali con cui lavora Hong Yi, artista e architetto malese che vive a Milano

La grigia miopia della giustizia

Corriere della sera

di Sabino Cassese

L’opinione pubblica è sconcertata. Aspri conflitti nelle Procure di Milano e Roma. Condanne seguite da assoluzioni e poi da nuove condanne. Giudici del lavoro che condannano uffici pubblici per aver adottato provvedimenti disciplinari nei confronti di dipendenti che si assentavano dal lavoro. Altri giudici del lavoro che ordinano la reintegrazione di vigili del fuoco rapinatori e di «ubriachi fissi». Giudici che vogliono giudicare la storia. Infine, e soprattutto, una macchina che lascia la crescente domanda di giustizia insoddisfatta.

Le cause iscritte, rapportate agli abitanti, si sono quintuplicate negli ultimi anni. In base alle ultime statistiche Istat disponibili, sono pendenti quasi cinque milioni di cause civili in primo grado, e altrettante cause penali. La durata media dei processi è tra le più alte in Europa. In media, nelle corti americane, è necessario non più di un anno per esaurire tutti e tre i gradi di giudizio. In Italia ne servono otto. Per questo, l’Italia è continuamente sanzionata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, la fiducia degli italiani nell’affidabilità del ricorso alla giustizia è nettamente inferiore alla media europea, la maggioranza degli italiani è convinta che i giudici non siano imparziali, molte multinazionali americane sono restie a investire in Italia.

Questa situazione ha conseguenze sull’intero sistema istituzionale e sui rapporti tra Stato e cittadino. Infatti, le norme diventano realtà con l’intervento dei giudici, che sono l’anello che chiude la catena del sistema giuridico. Sono le corti che debbono assicurare, in ultima istanza, il rispetto del diritto. Ma giustizia ritardata è giustizia negata. Dal che conseguono l’impunità, la fuga dalla giustizia e l’adattamento all’illegalità (il condominio rinuncia a portare in giudizio il condomino moroso, se sa che occorreranno anni per ottenere giustizia).

Insomma, l’insufficienza grave dell’intera macchina giudiziaria produce effetti che si ripercuotono sull’intero vivere civile, impediscono o rallentano gli investimenti, disabituano a quel severo minimo di governo che è necessario in ogni società, inducono a comportamenti illegali.
L’ultimo paradosso è quello di un corpo giudiziario composto da persone mediamente egregie, ma chiuso in se stesso, che non riesce a trovare nella sua esperienza le idee per correggersi e che pare incapace di far maturare proposte di ordinamenti migliori e di dialogare con la cultura, le professioni, il mondo politico.

10 novembre 2014 | 07:47

Trasformare un iPhone 6 iPhone 6 Plus? È possibile, ecco come

Il Mattino

ROMA - Avere un iPhone 6 con tutte le caratteristiche di un iPhone 6 Plus? La trasformazione è possibile grazie a un nuovo Tweak in grado di sbloccare tutte le funzionalità aggiunte dello smartphone "Plus".

1Il piccolo sistema si chiama LittleBrothe e consente di mostrare le icone più grandi prorpio come sullo smartphone Big di Apple. Inoltre aprendo l’applicazione Messaggi, si troverà la funzione Split Screen dell’iPhone 6 Plus che permetterà di visualizzare l’applicazione divisa in due parti. Sulla sinistra tutti i nomi e le conversazioni, sulla destra invece tutti i messaggi scambiati. Stesso discorso per l'applicazione Mail e stesso ingrandimento per la tastiera.

L'app costa 1,99 dollari ed è disponibile su Cyntia.

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lunedì 10 novembre 2014 - 09:29   Ultimo agg.: 09:32

Padova, il sindaco non riceve il console marocchino: "Basta coi centri islamici"

Ivan Francese - Lun, 10/11/2014 - 10:52

Il primo cittadino di Padova: "Ci vedremo quando i cristiani non saranno più perseguitati nel mondo islamico"

Massimo Bitonci è uno che non le manda a dire. Il nuovo sindaco leghista di Padova, eletto nel giugno scorso, si era già rifiutato di incontrare l'ex ministro Kyenge giunto in città dopo l'ordinanza anti-Ebola emessa dal Comune, con cui si imponeva a chi provenisse dall'Africa l'esibizione di un certificato medico.

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"La Kyenge faccia la fila come gli altri", aveva tirato dritto Bitonci: oggi, dopo quello all'ex ministro per l'Integrazione del governo Letta, arriva un altro gran rifiuto. Questa volta lasciato a fare anticamera c'è il console marocchino. Diplomatico di un Paese con cui, spiega il sindaco di Padova, "non c'è reciprocità": "Quando nel mondo islamico i cristiani saranno rispettati e non perseguitati, allora ci parleremo", ha scritto Bitonci su Facebook per motivare il proprio rifiuto.

Il console del Marocco Ahmed El Khdar aveva invitato il primo cittadino euganeo a un incontro per chiarire la questione delle modalità delle celebrazioni del Ramadan in città. Alle parole di El Khdar, che segnalava come la richiesta di nuovi luoghi di culto e spazi di aggregazione per le comunità islamica e marocchina fosse in continuo aumento in tutto il Veneto, Bitonci ha risposto con un durissimo post sul proprio profilo Facebook, in cui, con l'hashtag #centriislamiciacasavostra, tuonava: "Nessuna palestra pubblica per il Ramadan".

Come ricorda Il Mattino di Padova, in Marocco vivono quasi trentamila cristiani, organizzati nelle due arcidiocesi di Tangeri e Rabat. La percentuale dei fedeli sul totale della popolazione è molto bassa, ma chiese e cattedrali cattoliche sono presenti in gran parte delle principali città del Paese.

Da nero vi dico: basta stranieri"

Chiara Campo - Dom, 09/11/2014 - 19:33

Il responsabile immigrazione della Lega: "In Italia stiamo sbagliando tutto". E propone: "Le case popolari ai nostri pensionati"

Matteo Salvini lo ha eletto responsabile immigrazione della Lega Nord a inizio ottobre, sostenendo che «farà più lui in un mese che Cecile Kyenge in una vita».



Stesso colore della pelle ma un concetto dell'integrazione diametralmente opposto, quello di Toni Iwoby rispetto all'ex ministro. Da 38 anni in Italia «da regolare» (è arrivato a 21 anni per motivi di studio grazie all'iscrizione all'Università di Perugia) Iwobi, nigeriano, ha 59 anni ed è militante del Carroccio da 21. Ha moglie bergamasca, due figli e due nipoti, guida un'azienda informatica, è stato assessore lumbard e ora capogruppo nel Comune di Spirano, nella Bergamasca, un anno fa si è candidato pure alle elezioni regionali.

L'insulto più frequente che gli avversari rivolgono ai leghisti è «razzisti», non si sente mai in imbarazzo?
«Anzi, credo che la gente dovrebbe svegliarsi. Quando la Lega cerca di difendere la legalità, contesta i clandestini e l'operazione Mare Nostrum non lo sta facendo solo per gli italiani, ma anche per tutti quegli stranieri che vivono qui in modo legale da tempo, pagano le tasse e hanno diritto ad essere tutelati dallo Stato. Con la crisi non riusciamo a garantire un futuro neanche a chi c'è già».

A Milano è esplosa l'emergenza abusivi negli alloggi popolari, tre volte su quattro si tratta di rom o extracomunitari. Chi esce a fare la spesa o è ricoverato in ospedale rischia di ritrovarsi la casa occupata.
«Siamo arrivati ormai al culmine dell'illegalità generale, viene da chiedersi come sia possibile che cose di questo genere possano accadere in un Paese civile del “primo mondo”, ma questo succede anche perché vengono minimizzate dalle autorità di sinistra».

La casa popolare sta diventando un miraggio anche per i milanesi o gli immigrati che come lei sono qui da lunghissimo tempo. La metà degli alloggi ormai viene assegnata a stranieri: ha ragione il centrodestra a chiedere di alzare il tetto della residenza?
«Cinque anni ormai non bastano più, e forse vanno ripensati anche gli attuali criteri di selezione, per poter assegnare gli alloggi a tanti nostri pensionati che vivono un momento di disagio inconcepibile».

La giunta Pisapia sta per mettere all'asta spazi per le moschee e la Lega raccoglie firme contro. Anche su questo è in linea con il suo partito?
«Certo, diciamo di no. La moschea che hanno in mente alcune comunità islamiche non è solo un luogo di preghiera come quelli che ho conosciuto anch'io da piccolo, nel mio Paese, ma una sede dove fare politica contro la nazione che li ospita, è un'altra cosa. E senza leggi e garanzie di sicurezza non vanno consentite».

Come giudica i controlli sugli immigrati?
«Ogni Paese civile ha il diritto di sapere dove va, dove vive, cosa fa ogni straniero che ci entra, ricordo che quando arrivai, 38 anni fa, i controlli erano massicci ed era giusto così, infondevano sicurezza. Non è più così. E Mare Nostrum è una sberla morale sia agli italiani sia a chi si è integrato con un percorso fatto prima di tutto di doveri e poi di diritti. Non porta nulla di buono se non clandestinità, e quando il Paese ospitante è in sofferenza i suoi ospiti soffriranno maggiormente, quindi si pensi prima agli italiani aiutando gli extracomunitari a casa loro».

Non è solo uno slogan?
«Le parlo per esperienza, io e un connazionale d'origine in 5 anni abbiamo creato un'associazione che, con poche risorse accumulate insieme al governo africano, ha favorito l'apertura di due cliniche in loco e la formazione di 30 infermieri e i medici. Quanto potrebbero fare istituzioni e grandi enti?».