giovedì 6 novembre 2014

Da Dario Fo ad Eugenio Scalfari: nel libro di Bruno Vespa, tutti gli intellettuali di sinistra che furono fascisti

Libero

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La storia del nostro Paese è ricca di retroscena e di aneddoti destinati a fare scalpore: tra queste storie, diverse vengono svelate o ricordate da Bruno Vespa nel suo nuovo libro, Italiani volta gabbana. Dalla prima guerra mondiale alla Terza Repubblica, sempre sul carro del vincitore, in uscita oggi, giovedì 6 novembre (edizione Mondadori).

Nel terzo capitolo di questo volume, Vespa parla di diversi intellettuali che si dichiararono antifascisti alla caduta del regime di Benito Mussolini, ma che prima stavano dalla parte del Duce: tra di loro ci sono nomi altisonanti, come Giuseppe Ungaretti o Dario Fo, o altri comunque ben noti, come Indro Montanelli o Enzo Biagi. Tutto nasce dalla rivista Primato, diretta da Giuseppe Bottai: il politico fascista più illuminato sul piano culturale, ma anche il più feroce sostenitore delle leggi razziali. La rivista nacque nel 1940 e chiuse il 25 luglio 1943, e furono tantissimi intellettuali a collaborare per questo giornale.

Voltagabbana - "Fascista in eterno": si definì così Ungaretti durante il regime. Il poeta notò che "tutti gli italiani amano e venerano il loro Duce come un fratello maggiore", e firmava appelli per sostenere Mussolini, salvo poi rinnegarlo dopo il 25 luglio 1943, quando firmò documenti contrari ai precedenti, tanto da meritarsi una grande accoglienza a Mosca da parte di Nikita Kruscev. Stessa parabola per Norberto Bobbio, che da studente si era iscritto al Guf (l'organismo universitario fascista) e aveva mantenuto la tessera del partito, indispensabile per insegnare.

Il filosofo e senatore a vita, cercò raccomandazioni per poter evitare problemi che gli derivavano da frequentazioni "non sempre ortodosse", e il padre Luigi fu costretto a rivolgersi allo stesso Mussolini. Bobbio ottenne la cattedra, mentre nel dopoguerra diventò un emblema della sinistra riformista: il 12 giugno 1999, a Pietrangelo Buttafuoco del quotidiano Il Foglio, il filosofo ammise: "Il fascismo l'abbiamo rimosso perché ce ne vergognavamo. Io che ho vissuto la gioventù fascista mi vergognavo di fronte a me stesso, a chi era stato in prigione e a chi non era sopravvissuto".

Gli altri nomi - Indro Montanelli non ha mai nascosto di essere stato fascista: "Non chiedo scusa a nessuno", ribadiva sul Corriere della Sera. Stesso discorso per Enzo Biagi, che nel dopoguerra ha sempre mantenuto gratitudine per Bottai. Eugenio Scalfari, dopo il 1945, parlò di "quaranta milioni di fascisti che scoprirono di essere antifascisti", senza celare mai le proprie ferme convinzioni giovanili: anche lui, fino alla sua caduta, sostenne il fascismo e la sua economia corporativa.
Più difficile è stato negare la propria fede fascista, da parte di Dario Fo, che a 18 anni si arruolò nel battaglione Azzurro di Tradate (contraerea) e poi tra i paracadutisti del battaglione Mazzarini della Repubblica Sociale Italiana.

Nel 1977 Il Nord, piccolo giornale di Borgomanero, raccontò quei trascorsi della vita di Fo: l'attore querelò subito Il Nord, e al processo disse che l'arruolamento era stato soltanto "un metodo di lotta partigiana". Le testimonianze, invece, lo inchiodarono: la sentenza del tribunale di Varese, datata 7 marzo 1980, stabilì che "è perfettamente legittimo definire Dario Fo repubblichino e rastrellatore di partigiani". Dario Fo non fece ricorso

Tutti Fascisti

Office gratis su iOS e Android

Corriere della sera

di Alessio Lana

La mossa di Microsoft: su iPhone e iPad le app di Word, Excel e Power Point vanno a sostituire l’app Mobile in abbonamento. Dal 2015 lo sbarco sulla piattaforma Google

 

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Microsoft continua nella sua strategia di apertura totale verso le altre piattaforme. Con una mossa a sorpresa ha appena annunciato che Office da oggi sarà gratuito su iPad, iPhone, iPod Touch e tra qualche mese sbarcherà anche sui tablet e gli smartphone Android. Sul fronte iOS la precedente app Office Mobile e l’abbonamento Office 365 vengono dismessi a favore di tre distinte applicazioni per Word, Excel e Power Point. Per quanto riguarda Android invece Redmond ha aperto le iscrizioni per accedere all’anteprima di Office dedicata ai tablet.

Per partecipare si deve avere un tablet dai 7 ai 10.1 pollici che monti KitKat e l’invito dovrebbe arrivare intorno a dicembre quando si potrà iniziare a giocherellare con le app nuove di zecca. La versione definitiva invece dovrebbe arrivare verso gennaio o febbraio. Come se non bastasse l’azienda di Gates fa anche un altro passo avanti. Oltre a poter creare e modificare documenti online e offline, gli utenti iOS hanno ora a disposizione un altro strumento che rivela la nuova strategia di Microsoft: Dropbox. Grazie a un accordo con il colosso del cloud computing, possiamo salvare i documenti in Rete e modificarli direttamente dalla nuvola senza bisogno di scaricare nulla.
Il terzo incomodo
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La domanda però nasce spontanea: perché regalare una suite così importante e strategica per Microsoft? La risposta è duplice: da una parte è un segno dei tempi, oggi tante aziende e sviluppatori indipendenti offrono programmi per la produttività molto validi. Office è ancora il più usato ma non è certo il monopolista di una volta. Il sempre più performante Open Office e la piattaforma di Google, Docs, ne stanno minando la supremazia dalle fondamenta.

Dall’altra invece dobbiamo guardare alla nuova via intrapresa dall’azienda. Visto che Windows Phone arranca, Microsoft vuole infiltrarsi negli ecosistemi di Apple e Google offrendo prodotti per le loro piattaforme e portando sempre più utenti nel suo ecosistema. Offrire Open Office gratuitamente e sviluppare app per i concorrenti significa continuare a solcare la cresta dell’onda senza cadere nel dimenticatoio e magari dare fastidio a strumenti simili offerti dai concorrenti sui propri dispositivi.

6 novembre 2014 | 17:44

I Phone e iPad

La Stampa
andrea nepori

1 i dispositivi a un Mac via Usb. Interessati più di 300 mila utenti, pochi i pericoli  in Occidente: il software maligno è nascosto in circa 400 app per Os X disponibili su uno store cinese non ufficiale

L'hanno chiamato  « WireLurker» , unendo le parole “wire” - cavo - e “lurker”, termine che nel gergo di internet indica chi frequenta una comunità virtuale senza prendervi parte attivamente e senza rivelare la propria esistenza. E' un malware silenzioso, che riesce a installarsi sugli iPhone e sugli iPad quando vengono collegati  via USB  a un Mac precedentemente infettato. 

La scoperta è di Palo Alto Networks, società californiana che si occupa di sicurezza informatica. Il malware, spiegano, si diffonde grazie all'installazione di applicazioni infette scaricate dall'App Store Maiyadi, un negozio virtuale di applicazioni per Mac non controllato da Apple, ma molto popolare in Cina.

Il software malevolo non ha effetti evidenti sul Mac su cui riesce ad installarsi. Rimane silente, in attesa che l'utente colleghi un iPhone o un iPad al computer tramite cavo USB per sincronizzare il dispositivo e fare un backup. A connessione stabilita WireLurker riesce a insinuarsi su iOS grazie all'installazione diretta di una o più applicazioni nascoste.

Le applicazioni colpite da WireLurker e rilevate da Palo Alto Networks sono 467 e sono state scaricate complessivamente più di 365 mila volte. Significa, in altre parole, che centinaia di migliaia di utenti Mac cinesi sono potenzialmente a rischio, ma non è chiaro su quanti computer o dispositivi mobili il malware si sia effettivamente attivato.

Simili malware per iPhone e iPad esistevano già in passato, ma il presupposto perché il dispositivo iOS potesse essere infettato era sempre il solito: doveva essere "jailbroken". Vale a dire che l'utente doveva aver praticato manualmente uno sblocco (“jailbreak“) che permette l'installazione di app non approvate da Apple. WireLurker, invece, attacca anche iPhone o iPad con iOS non manipolato. 

Una volta attivo sull'iPhone o sull'iPad della vittima, il malware può accedere ai contatti, leggere i messaggi dell'utente e installare aggiornamenti rilasciati dai creatori del software. Lo scopo della diffusione di WireLurker, a parte le solite intuibili ragioni (furto di identità e dati sensibili, in primis), non è ancora del tutto chiaro. Di certo, dicono gli esperti, il malware è attivo e costantemente aggiornato.

Il rischio per gli utenti iOS in Occidente è molto basso, per non dire inesistente. Se non altro perché in Europa e Usa i negozi virtuali di applicazioni diversi dal Mac App Store, come il cinese Maiyadi, sono poco diffusi e poco usati. Per le applicazioni scaricate o acquistate direttamente dagli sviluppatori, invece, vigono sempre le comuni regole di sicurezza: fare attenzione alla fonte del programma e occhi ben aperti.

L’anello debole sfruttato dal software è anche stavolta  la disattenzione dell’utente che installa di propria volontà un’applicazione a rischio. Quando un software scaricato dai bassifondi della rete chiede la password di amministrazione del sistema è chiaramente il caso di non procedere, se non dopo una scansione con un software antivirus o, più specificamente, un anti-malware per Mac.

Signore e Signorini

La Stampa
massimo gramellini

«Chi», la Pravda berlusconiana a fumetti, pubblica quattro foto rubate in macchina al ministro Marianna Madia mentre lecca un cono, corredandole di allusioni da quinta elementare (sezione ripetenti) che Pierino si sarebbe vergognato di copiare. L’impressione è di uno schizzo di fango fuori tempo massimo che rilascia soltanto un senso di sconfinata tristezza. Come il clown che arriva in scena quando il circo ha già smontato le tende. Come la mano del morto nei film dell’orrore che riaffiora per l’ultima volta prima di irrigidirsi per sempre. Ma dai, ancora lì a fare battute da baùscia sfigati come negli anni della Milano da bere e dell’Italia da infinocchiare? Quale mondo si ostina a rappresentare il fermo immagine della presunta fellatio al pistacchio della Madia, se oramai persino l’utilizzatore finale galleggia arreso tra carezze ai cagnolini e visite ai pensionati? 

E’ tutto così stantio che anche la difesa del direttore Signorini assomiglia a un riflesso condizionato: perché non suscitarono altrettanto sdegno le immagini di Francesca Pascale, non ancora assurta agli altari di Arcore, eternata nell’atto di succhiare un calippo a Telecafone? Ma perché lei armeggiava con il ghiacciolo a favore di telecamera, riferendosi volutamente a quella roba lì. Invece la Madia lecca un cono da due gusti senza alcuna volontà di lanciare messaggi alla nazione. Signorini si rassegni. La ricreazione è finita e ci tocca rientrare nelle classi diroccate e allagate: a studiare qualche modo per venirne fuori.

Diffamazione o prescrizione Il dilemma di Travaglio

Annalisa Chirico - Gio, 06/11/2014 - 08:05

Il condirettore del Fatto Quotidiano diffamò l'ex direttore Rai Del Noce parlando di "cretinismo". Sanzionato in primo grado ma graziato dai ritardi

Vi immaginate Marco Travaglio «prescritto» come un Andreotti qualunque? Travaglio «prescritto» come un Berlusconi qualunque? Sia chiaro: non accadrà.
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Cioè, noi non lo sappiamo, ma non abbiamo motivo di dubitare che il condirettore del Fatto quotidiano farà esattamente quello che ha sempre predicato per gli altri, e rinuncerà alla prescrizione. I fatti risalgono al 2007: l'11 maggio di quell'anno compare su l'Unità diretta da Antonio Padellaro un articolo dal titolo «Di niente di meno» nella rubrica «Uliwood party» di Travaglio.

Il giornalista critica l'allora direttore di RaiUno Fabrizio Del Noce paragonandolo a un «Re Mida alla rovescia», capace di clamorosi insuccessi con ogni conduttore da lui «sfiorato». Del Noce s'incazza e lo querela, anzi, lo ha già querelato per un precedente articolo cui Travaglio fa riferimento nello scritto incriminato: «Vorrei rassicurarlo (Del Noce, ndr ), il titolo dell'articolo “La prevalenza del Cretino” era tratto da un celebre libro di Fruttero e Lucentini. Potrebbe farselo leggere da qualcuno che ci capisce e poi farselo raccontare. Il mio titolo tentava di descrivere il cretinismo imperante nella rete ammiraglia, elencando tutti i talenti con i quali Noisette è riuscito a scontrarsi nella sua ridicola gestione di RaiUno».

Noisette è un francesismo poco apprezzato dal giudice del tribunale di Roma Paola de Martiis che ravvisa «attacchi personali diretti a colpire su un piano morale» la persona criticata, ben al di là del legittimo diritto di critica. Il 28 aprile 2009 Travaglio viene condannato per diffamazione (insieme a Padellaro per omesso controllo). Travaglio deve pagare una multa di tremila euro, cui se ne aggiungono 10mila a titolo di risarcimento alla persona offesa.

L'imputato, che è a tutti gli effetti un presunto innocente, ricorre in appello, proprio presso quelle corti d'appello da lui bollate spregiativamente come «scontifici». La corte d'appello di Roma è sbalorditivamente lenta, anzi, con Travaglio batte il record di lentezza dato che a distanza di cinque anni non viene fissata neanche l'udienza di apertura. Rimane tutto sospeso fino al prossimo 11 novembre, quando il reato sarà definitivamente prescritto.

Sia chiaro: se capitasse a noi, non rinunceremmo certo alla prescrizione. Ma si sa, da queste parti navighiamo in acque impure, e senza sensi di colpa. Noi, a differenza di Travaglio, non scriveremmo mai che «la prescrizione non è assoluzione, anzi l'esatto contrario». Semplicemente perché non lo pensiamo. La prescrizione è un istituto di garanzia per il cittadino che non può essere perseguitato a vita. Noi non scriveremmo mai che Travaglio prescritto vuole «farla franca».

Non scriveremmo mai che Travaglio deve rinunciare alla prescrizione «se non ha nulla da temere». Non scriveremmo mai che deve fare così «chi è raggiunto da sospetti infamanti» (Travaglio versus Moratti ai tempi di Calciopoli). La diffamazione, del resto, non è una bagatella né una marachella. Con la penna si può uccidere, e chi scrive deve tenerlo a mente. La reputazione delle persone non è una caramella da sciogliere in bocca. Niente, nella nostra insulsa impurità noi ci terremmo stretta «'sta prescrizione», come un Andreotti qualunque. Lui, ancora una volta, ci sbatterà in faccia la nostra sconfinata mediocrità e si staglierà al di sopra di noi tutti con un gesto eclatante e rivelatore: «Io sono Marco Travaglio, maestro di purezza».

Ecco chi è il militare che ha ucciso Osama Bin Laden

Corriere della sera

di Guido Olimpio

Svelata l’identità dell’eroe che sparò ad Abbottabad. Il protagonista della storica missione sarà intervistato in esclusiva da Fox

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Rob O’Neill, 38 anni. È lui il Navy Seal che ha ucciso Osama Bin Laden nell’ultimo rifugio di Abbottabad, Pakistan. A rivelare l’identità il padre che ha parlato con il giornale Daily Mail. Una mossa che ha bruciato lo scoop della tv Fox che manderà in onda, il 10 e l’11 novembre, una lunga intervista al militare americano protagonista della storica missione con il Team Six.
Tra missioni e medaglie
O’Neill è nato a Butte in Montana e alle spalle un’incredibile carriera nell’unità speciale della Marina. Ha partecipato a centinaia di missioni tra Afghanistan e Iraq, tornando a casa con 52 tra riconoscimenti e medaglie al valore. Nella sua storia ci sono almeno tre azioni ad alto rischio. Oltre a quella che ha portato all’eliminazione del capo di al Qaeda, O’Neil ha fatto parte del commando che salvò il comandante della nave Maersk Alabama finita in mano ai pirati somali, e all’intervento in soccorso di un’unità finita in un’imboscata talebana. Storie che hanno ispirato, insieme alle imprese di O’Neil, altrettanti film: Zero Dark Thirty, Captain Phillips e Lone Survivor.
La vendetta dei seguaci di Osama?
L’idea del soldato di uscire allo scoperto ha provocato reazioni negative in quanto rappresenta una violazione al codice di condotta e dunque è possibile anche un’incriminazione. A questo proposito è stato diffusa una lettera degli ufficiali ai membri del reparto per ricordare loro quali siano le disposizioni. C’è sempre il rischio della vendetta da parte dei seguaci di Osama. Un aspetto sul quale il padre ha scherzato: «Dipingerò un grande bersaglio sulla porta della mia casa e dirò: venite pure».
La valigia sempre pronta
O’Neill aveva rilasciato una prima intervista, in forma anonima alla rivista Esquire nel marzo 2013, doveva aveva spiegato le difficoltà per la sua famiglia, in particolare moglie e figli: «A loro ho detto di avere sempre pronta una valigia nel caso dovessimo scappare all’improvviso». Nel frattempo, il soldato si è separato e congedato iniziando un’attività di consulente. Gira l’America tenendo conferenze per spiegare motivazione, coraggio, capacità di controllo in situazioni difficili. Chissà se adesso lo potrà fare con la stessa tranquillità.

6 novembre 2014 | 01:43

Perché i podcast tornano di moda

La Stampa
francesco zaffarano

Dimenticati dopo il boom di qualche anno fa, considerati il tentativo fallito di adattare la radio al digitale, i programmi audio on-demand stanno vivendo in Usa una nuova età dell’oro

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Erano stati dati per finiti, un tentativo fallito di traghettare la radio nel digitale, e invece i podcast vivono una sorta di nuova età dell’oro: cresce il favore del pubblico ma anche la raccolta di pubblicità. Così si spiega, ad esempio, l’interesse del sito di streaming musicale Deezer per l’app Stitcher e la sua libreria da 35mila programmi, di cui ha annunciato l’acquisizione.
I podcast sono file audio da scaricare, pensati come programmi radiofonici, con una sigla, parole, musica e pubblicità.

Molto comuni nel momento di massima diffusione dell’iPod, col tempo sono stati relegati perlopiù a usi accademici (molte università li usano per i corsi online). Oggi, proprio mentre Apple mette fuori produzione l’iPod Classic , ricominciano a raccogliere consensi: secondo uno studio di Edison Research, il 30% dei cittadini americani ha ascoltato un podcast almeno una volta nella vita (nel 2006 era l’11%), mentre il 15% lo ha fatto nell’ultimo mese. Potenzialmente un pubblico di 39 milioni di persone.

Le ragioni di questo ritrovato successo sono diverse, ma la prima è la qualità dei contenuti. I podcast non sono più le brutte copie dei programmi radiofonici. Se sull’AppStore italiano imperversano ancora i vari Zoo di 105 e La Zanzara, in America i podcast si ispirano alle fiction radiofoniche della seconda metà del Novecento. A dominare la scena c’è Serial, basato su un caso di cronaca nera realmente avvenuto nel 1999 e realizzato da un team di giornalisti e produttori di uno dei più importanti programmi radio statunitensi, This American Life. Ma di casi fortunati ce n’è più d’uno, come 99% Invisible e StartUp, programmi di approfondimento dedicati rispettivamente al design e alle giovani imprese.

La qualità del prodotto, però, non basta a spiegare questo fenomeno. A trionfare, prima ancora dei podcast, sono i contenuti on-demand in genere: lo ha dimostrato il successo di Spotify, che nel primo trimestre del 2014 ha superato gli incassi sui diritti d’autore iTunes del 13% sul mercato europeo. Ma la richiesta di contenuti sempre disponibili non riguarda solo musica e podcast: secondo Ericsson il 48% degli utenti è disposto a pagare per avere accesso a contenuti video in streaming e anche in Italia, dove non è ancora arrivato Netflix (la piattaforma più diffusa), gli intervistati manifestano interesse nei confronti di questo tipo di servizi, con un 43% di consumatori pronti a sottoscrivere un abbonamento. L’on-demand vince perché si adatta allo stile di vita di chi lavora in movimento, si sposta in città con i mezzi pubblici e in auto, o più semplicemente non ha la possibilità di seguire un programma a un’ora precisa.

Per spiegare la rimonta dei podcast ci sono anche altri fattori: i proventi dalla pubblicità, i cui spazi vengono venduti a più del doppio di quelli della radio tradizionale e del web; i bassi costi di produzione, che permettono alle realtà più affermate di investire sulla qualità e a quelle più piccole di allargare l’offerta; la semplicità con cui oggi si possono scaricare nuovi podcast direttamente sul telefono senza passare dal computer. E le nuove tecnologie che rendono più facile connettere lo smartphone al sistema audio dell’auto: se la fortuna dei talk radiofonici del mattino l’hanno fatta i milioni di persone che vanno al lavoro in macchina, lo stesso accade ora per i podcast con sistemi come CarPlay di Apple e Android Auto di Google.

Auschwitz, scompare uno degli ultimi sopravvissuti, addio a Martino Godelli

Il Messaggero
di Franca Giansoldati



ROMA - Di lui restano le testimonianze, qualche scritto e, tra i suoi ricordi più sofferti, il documento di riconoscimento che mostra il volto di Martino Godelli pochi giorni dopo la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz Birkenau. All’uscita dal lager nazista il peso di quest’uomo era di appena 28 chili, scheletrico, con l’orrore stampato per sempre nelle pupille, gli zigomi sporgenti, ingobbito. Sfinito, allo stremo ma sopravvissuto. Martino Godelli, nato Goldstein, è scomparso in Israele all’età di 92.

Era uno degli ultimi sopravvissuti italiani all’orrore di Auschwitz Birkenau. Nato in Romania, trasferitosi giovanissimo nella Fiume fascista, Godelli – tra i pionieri del sionismo socialista in Italia – viveva nel kibbutz di Netzer Sereni, in Israele, dove si era trasferito dopo la guerra. Godelli fu arrestato a Fiume il 25 gennaio 1944. Prima fu trasferito all’ex distilleria Wortmann, a Sussak, adibita dai nazisti a luogo di interrogatorio e prigionia e successivamente alla Risiera di San Sabba, a Trieste, dove verrà trattenuto per una notte. Il 28 gennaio sarà fatto salire sul treno per la Polonia.

La sua tormentata vicenda, insieme a quella dei cugini Laci e Andi, è stata raccontata da Silvia Cuttin in un libro intitolato: “Ci sarebbe bastato”, pubblicato nel 2011 da Epika. “Martino Godelli – lo ricorda Cuttin – è stato un gigante, un uomo speciale. Un uomo rigoroso, che ha seguito sempre quello che credeva giusto, capace di insegnare. Un uomo profondamente sensibile, anche se non lo faceva vedere; attento, rispettoso, mai invadente”. Si era trasferito in Israele e rifiutava di tornare in Italia. “Nessuno mi ha mai chiesto scusa”, spiegò in un colloquio con il direttore scientifico del Museo della Shoah di Roma Marcello Pezzetti. Coerente fino in fondo. Il suo funerale si è svolto nel kibbutz di Netzer Sereni.

Mercoledì 5 Novembre 2014, 15:46 - Ultimo aggiornamento: 17:03

Anonymous scende in piazza in tutto il mondo. Scontri a Londra

Franco Grilli - Gio, 06/11/2014 - 08:21

A Londra, in pieno centro, scontri con la polizia 


Sono scesi in piazza in diverse città di tutto il mondo gli attivisti di Anonymous, per una marcia "contro la censura e la tirannia sull’informazione, esercitate dai governi" e per "difendere il diritto alla verità".

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A Londra, vicino a Buckingham Palace, ci sono stati scontri tra la polizia e i manifestanti che, al grido di "rivoluzione", si sono dati appuntamento nel Guy Fawkes day, il giorno in cui viene ricordato il ribelle cattolico (raffigurato nelle maschere bianche simbolo di Anonymous) che nel 1605 voleva far saltare in aria il parlamento di re Giacomo I. Personaggio storico divenuto famoso in tutto il mondo per la citazione nel film "V per vendetta".

I manifestanti londinesi (circa 4mila) hanno lanciato bottiglie e segnaletica stradale contro la polizia, abbattendo transenne al grido di "una soluzione, rivoluzione". Hanno tentato anche l’assalto alla sede della tv pubblica Bbc, ma sono stati respinti. Dieci manifestanti sono stati arrestati con varie accuse, dall’aggressione alla resistenza a pubblico ufficiale. La protesta si è indirizzata anche a favore del fondatore di Wikileaks, Julian Assange, rifugiato all’ambasciata dell’Ecuador dal 2012.