lunedì 3 novembre 2014

Ora è gelo tra Procura e famiglia Cucchi

Corriere ella sera







«Abbiamo vinto, Stefano. Abbiamo vinto! Mi parlavano di morte naturale. Mi parlavano di te che ti eri spento. Abbiamo vinto. Hanno perso loro. Non noi. Non ci siamo arresi ed abbiamo vinto. Sono loro ad aver perso. Loro che non sono nemmeno capaci di dirci chi è stato a ridurti così. La giustizia non è per te. Non è per noi. Ma oramai tutti sanno e tutti hanno capito. Abbiamo vinto». Questo è il messaggio pubblicato la mattina di lunedì 3 novembre 2014 su Facebook da Ilaria Cucchi che nel pomeriggio ha incontrato il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, che domenica si è detto «disponibile a riaprire le indagini» se ci fossero le condizioni. Il risultato dell’incontro: ci sarà una inchiesta-bis, una revisione a tutto campo. E stavolta nel mirino dell’accusa potrebbero finire i carabinieri che nel 2009 arrestarono Cucchi e lo condussero in tribunale per l’udienza di convalida.
Il 31 ottobre la sentenza d’appello ha assolto tutti gli imputati per la morte di Stefano Cucchi, arrestato per droga nella notte tra il 15 e il 16 ottobre di cinque anni fa e deceduto il 22 nel reparto di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini.

Pietroburgo, rimossa la statua di Steve Jobs: e i gadget di Apple diventano “simboli di sodomia”

La Stampa

anna zafesova

Il coming out del Ceo Tim Cook ha reso i prodotti Apple sgraditi in Russia, e Maxim Dolgopolov, presidente della “Unione finanziaria del Nord-Ovest” ha ordinato la rimozione del monumento da lui stesso voluto: “Ora ha un doppio senso ostile alla cultura russa, è una propaganda pubblica della sodomia”.

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In Russia l’iPhone non è più un gadget di culto, ma un “simbolo di sodomia”. Questa almeno è stata la motivazione con la quale ieri nel cortile dell’Università informatica di Pietroburgo è stato smantellato il monumento a Steve Jobs in forma di telefonino. Il coming out del Ceo Tim Cook ha reso i prodotti Apple sgraditi in Russia, e Maxim Dolgopolov, presidente della “Unione finanziaria del Nord-Ovest”, che aveva sponsorizzato l’installazione del monumento, ne ha ordinato la rimozione: “Ora ha un doppio senso ostile alla cultura russa, è una propaganda pubblica della sodomia”.

E quindi l’iPhone4 alto due metri, con montato dentro uno schermo interattivo sul quale si potevano vedere le immagini di Steve Jobs e leggere la sua biografia, è stato considerato una violazione della “legge contro la propaganda omosessuale tra i minorenni”, la famigerata “legge anti-gay” che ha generato tante polemiche e creato attriti tra Mosca e l’Occidente.



Rimossa la statua di Steve Jobs in Russia: com’era
La Stampa

Il monumento era stato installato meno di due anni fa, in presenza di autorità cittadine di Pietroburgo ed emissari della Apple. Ma in Russia le mode cambiano rapidamente, e da gadget culto esibito dall’ex presidente e ora premier Dmitry Medvedev, che era andato anche in pellegrinaggio a Cupertino, l’iPhone – nonostante vendite record in Russia anche con gli ultimi modelli - è diventato simbolo dell’ambiguità sessuale e politica dell’Occidente. Dolgopolov sostiene di aver preso la decisione di rimuovere il monumento anche grazie alle rivelazioni di Edward Snowden ed è disposto a rimetterlo al suo posto a condizione che ogni russo potrà inviare direttamente dall’iPhone di pietra un messaggio alla Apple per comunicare che rinuncia ai suoi prodotti.

E l’autore della legge anti-gay Vladimir Milonov, deputato locale di Pietroburgo, ha proposto di proibire a Cook di entrare in Russia “per sempre”: “Laggiù (in Occidente, ndr) sono tutti promiscui, cosa ci può portare qui, l’Ebola, l’Aids, la gonorrea?”. Ovviamente, il coming out di Cook fa parte della cospirazione internazionale degli omosessuali: “Ora tutti sanno che i prodotti Apple sono fatti dai pederasti e cominceranno a cambiare idea su di loro, dicendo che però sono gente di talento”. Ma alla domanda di un giornalista se ora Milonov si sarebbe disfatto del suo iPhone il deputato si è offeso: “Non sono un feticista, per me è solo un telefono”.

ab
cd

La Regione Toscana paga le vacanze ai rom: 1500 Euro a famiglia per tornare a casa

Libero

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C'è pure l'imbarazzo della scelta: duecento euro per il biglietto aereo di sola andata, oppure 500 euro a testa (con un massimo di 1500 Euro per nucleo familiare) per tornare a casa; per chi vuole restare invece, c'è il sostegno sulle quote d'affitto di un alloggio. Fa discutere il piano stanziato dalla Regione Toscana per incentivare i rom a lasciare il paese, soprattutto nei termini e nelle agevolazioni concesse. Il rimpatrio assistito pagato da Società della salute e Croce Rossa ha un ché di "paradossale - come nota il capogruppo di Fratelli d'Italia in Consiglio regionale Giovanni Donzelli - e va ben oltre i limiti del ridicolo se pensiamo che la Regione Toscana offre a 130 rom una vacanza strapagata".

Vacanze di Natale - Come nota Donzelli infatti, nulla vieterebbe ai rom rimpatriati di ritornare in Italia: le misure stanziate dalla Giunta guidata dal presidente Enrico Rossi, come scrive ilgiornale.it, prevedono il volo di sola andata e 200 euro a testa oppure 500 euro a persona, e alla lunga "il beneficiario potrebbe tranquillamente andare in vacanza a trovare i parenti, incassare i 500 euro e spenderne 100 per tornare in Toscana con il primo pulmino". In questo modo le misure adottate dalla giunta si trasformerebbero in una sorta di vacanza premio, che con l'avvicinarsi delle vacanze di Natale hanno il sapore della beffa per i milioni di italiani che invece faticano ad arrivare a fine mese.

Il precedente - La perseverante Giunta toscana, già nel 2011, a Quaracchi (periferia fiorentina), stanziò 400mila euro per incentivare 120 nomadi accampati in una zona piena di amianto, a tornarsene in Romania: peccato che la maggior parte di questi, intascati i soldi ben si guardò dal lasciare il paese, e rimase al contrario, in Italia.

Quell’indice dell’ignoranza primato senza gloria

Corriere della sera

di Beppe Severgnini

La maggioranza crede che gli immigrati siano il 30%, mentre sono il 7%. La scarsa conoscenza della realtà è funzionale alla cattiva politica

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Ho capito che qualcosa non andava domenica 12 ottobre, durante una lettura pubblica dei giornali organizzata al Museo Diocesano di Milano. Ho domandato ai presenti: «Quanti sono, secondo voi, gli immigrati in Italia?». Sguardi interrogativi, qualche sorriso imbarazzato. «Chi pensa rappresentino metà della popolazione, alzi la mano». Con mia grande sorpresa, diverse mani alzate. «Chi ritiene siano il 30%?». Altre mani alzate. «Chi crede, invece, che gli immigrati rappresentino il 15% degli abitanti?». Ancora mani alzate. In realtà, gli immigrati in Italia costituiscono il 7% della popolazione.

Ad ascoltare la lettura dei giornali la domenica mattina, in un museo di Milano, vanno persone istruite e informate: eppure. Non è superficialità né sciatteria. Non dipende da scarsa dimestichezza con numeri e statistiche. Si tratta, invece, di una percezione sbagliata. Anzi, di una trasposizione: le preoccupazioni diventano realtà. Non sono rimasto stupito, perciò, quando ho letto i risultati di un sondaggio Ipsos Mori, condotto in 14 Paesi. Titolo: The Ignorance Index . Questo «indice dell’ignoranza» vede noi italiani ingloriosamente primi. Meglio di noi Usa, Corea del Sud, Polonia, Ungheria, Francia, Canada, Belgio, Australia, Gran Bretagna, Spagna, Giappone, Germania, Svezia (la nazione più informata).

Qualche esempio delle risposte in Italia? «Quanti sono i musulmani residenti?». Risposta: il 20% della popolazione! (in verità sono il 4%). «Quanti sono gli immigrati?» Risposta: 30% (in realtà 7%). «Quanti i disoccupati?» Risposta: 49% (in effetti 12%). «Quanti i cittadini con più di 65 anni?». Risposta: 48% (sono il 21%, e già assorbono una fetta sproporzionata della spesa sociale). Sono dati allarmanti. Perché la discussione pubblica italiana parte di qui: da una somma di percezioni clamorosamente sbagliate. La politica - che pure dovrebbe conoscere la situazione - non si premura di ripetere i dati corretti.

Usa la nostra ignoranza, invece. Ci costruisce sopra proposte, programmi, allarmi, proteste. Immaginate Matteo Salvini che, davanti una distesa di bandiere verdi, proclama: «Gli immigrati in Italia sono solo il 7%! I musulmani il 4%!». Calma, fratelli leghisti. Non lo farà mai. Le sue fortune politiche sono costruite sull’ansia. Tutto ciò che concorre ad aumentarla è benvenuto.

Non c’è solo la Lega, non c’è solo l’immigrazione e non c’è solo l’Italia, ovviamente. Prendiamo il numero delle gravidanze durante l’adolescenza. Gli americani pensano che il fenomeno interessi il 25% delle teenager : in pratica che un’adolescente su quattro, ogni anno, metta al mondo un figlio! Il dato corretto è 3% (allarmante, ma non catastrofico). Prendiamo gli omicidi. Il 49% della popolazione nei Paesi esaminati pensa siano in aumento, il 27% crede siano in diminuzione. In effetti gli omicidi sono in calo ovunque. Ma se gli elettori pensano il contrario, state certi: qualcuno incoraggerà queste paure e ci costruirà sopra un programma politico.

I media hanno responsabilità, ovviamente: se informiamo male, o non informiamo, la gente rischia di credere alla prima sciocchezza che sente. Ma non è solo colpa dei media. Spesso si tratta di quella che gli psicologi chiamano «ignoranza razionale»: si decide di non voler sapere. Pensate a certi quotidiani o a certi commentatori. Chi li legge/li ascolta/li guarda non vuol essere informato: chiede solo di essere confermato nei propri pregiudizi.

I pregiudizi, infatti, rassicurano: evitano il fastidio del dubbio. Le idee confuse consolano: permettono di lamentarsi senza protestare, di commiserarsi senza impegnarsi. «Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno», cantava Francesco Guccini. Ma in quella canzone, Incontro , si racconta di amanti sensibili e rassegnati, non di cittadini emotivi e disinformati. La fine di una coppia, non il declino di una nazione.

2 novembre 2014 | 10:58

Guarisce Baz, il gatto odiato e picchiato perché ricorda Hitler

La Stampa

Cinque mesi fa il micio venne percosso, reso cieco da un occhio e gettato in un bidone della spazzatura per la sua somiglianza al dittatore nazista



L’intero Regno Unito sta tifando per un gatto che, suo malgrado, sembra Hitler. In questi giorni è su tutti i tabloid la storia di Baz, un felino di sette anni, bianco e nero, che cinque mesi (leggi l’articolo) fa fu picchiato, reso cieco da un occhio, quasi ucciso e poi gettato in un bidone della spazzatura proprio per la sua somiglianza con il dittatore nazista. Baz ha infatti un muso bianco con una macchia nera che ricorda i tristemente celebri baffi di Hitler e per questo motivo è sempre stato odiato da alcuni vicini.

La padrona, Kirsty Sparrow, 26enne di Tredworth, Gloucester, non lontano da Bristol e Cardiff, fece salire alla ribalta la notizia, convinta che a picchiare il suo animale domestico fossero stati alcuni ragazzi del quartiere proprio perché credevano che Baz fosse malvagio per il suo aspetto. Ma ora appunto, a cinque mesi da quel triste giorno, i tabloid celebrano la sua guarigione e sottolineano come il gatto ora sia in grado di uscire da solo da casa, per avventurarsi nei giardini dei vicini. 

«Per curarlo ho però speso 600 sterline (più di 700 euro, ndr) e per fortuna ho ricevuto alcune donazioni», ha detto la ragazza al Daily Mirror. «È molto carino, anche se assomiglia a Hitler - ha aggiunto - ed è sempre stato così. Quella specie di baffo nero sul muso è quello che rende Baz il mio Baz». 

(Fonte: AGI)
twitter@fulviocerutti

Cagliari, bidelle rom in una scuola Mamme in rivolta: «Se ne vadano»

Corriere della sera

I genitori si rivolgono al sindaco, che però avvisa: «Comportamenti da condannare»

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Nella scuola lavorano due bidelle rom e i genitori degli alunni si ribellano: «I nostri bambini non frequenteranno mai istituti dove lavorano due che provengono da un campo nomadi», hanno protestato indignate una quarantina di mamme. Succede a Monserrato, centro di 22mila abitanti limitrofo a Cagliari, dove decine di cittadini si sono rivolti al sindaco Gianni Argiolas per chiedere spiegazioni contestando la presenza delle due donne anche perché «non era inserita nel Piano di offerta formativa...». Il caso, riportato dal quotidiano L’Unione Sarda, vede come protagoniste Vasvja Severovic - vedova con sei figli, fotografata sorridente affianco a una lavagna - e l’amica Sena Halilovic.

Le due donne sono state inserite in un progetto di formazione professionale e integrazione finanziato con risorse europee ottenute dalla Fondazione Anna Ruggiu che le ha proposte al Comune per un percorso di lavorativo per l’inserimento sociale. «Essendo al corrente delle carenze di organico nelle scuole elementari e medie», ha spiegato il primo cittadino di Monserrato, «ho chiesto al preside di far lavorare le due donne per un mese. Ma oltre che nelle scuole, verranno impiegate in altri settori dell’amministrazione per far conoscere loro il mondo del lavoro ai fini della loro integrazione».
Contro questa scelta si sono schierate decine di mamme, solo una minoranza delle quali - ha voluto sottolineare il primo cittadino - hanno riproposto i peggiori stereotipi razzisti: «Non le vogliamo perché sono sporche, puzzano, fanno paura ai bambini e si vestono in modo strano con quelle gonne lunghe...».

Il sindaco assicura che si tratta di pochi casi che, però, «vanno sicuramente condannati». Nel frattempo il progetto - che coinvolge anche il centro limitrofo di Selargius dove viene ospitato un altro campo rom - va avanti così come le due donne nonostante lo sconcerto: «Rubare ovviamente non si può, chiedere l’elemosina non sta bene e se lavoriamo è ancora peggio», commenta sconsolata Vasvja Severovic rivolgendosi alla giornalista del quotidiano di Cagliari che l’ha intervistata.

2 novembre 2014 | 10:38

Cina, l’ossessione delle “quote” e il traffico dei cadaveri

La Stampa
ilaria maria sala

Il potere centrale esige la cremazione di un certo numero di persone per evitare l’occupazione di terreni, ma non tutte le regioni riescono a soddisfare la richiesta. E così molti funzionari si trovano “costretti” a trafficare in cadaveri...

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Ancora tanto, in Cina, dipende dalle “quote”, riguardino esse il piano quinquennale o quello delle nascite, il numero previsto di corrotti da arrestare o quello dei deceduti da cremare. I funzionari del Paese ne sono ossessionati, e sono costretti a soddisfare ogni richiesta del potere centrale, pena multe, blocco dei salari e delle promozioni e anche altre punizioni amministrative.

Con l’espansione urbana e industriale e la conseguente scarsità di terreni, infatti, ecco che le autorità nazionali hanno cominciato a lavorare in modo insistente per convincere le persone a cremare i loro cari dopo il decesso, invece che occupare terreni preziosi con sepolture. Queste, in particolare nel sud della Cina, possono infatti portare via parecchio spazio, dato che le tombe in piena regola devono essere abbastanza ampie, per poter ospitare anche altri membri della famiglia, e in posizioni geomanticamente ad hoc, secondo le teorie del fengshui, “vento e acque”, che, in questo caso, prevedono che una tomba sia situata in una località tranquilla, possibilmente lungo il fianco di una collina e in prossimità di un corso d’acqua. Situazione geomantica perfetta per garantire ai discendenti del defunto la sua benevolenza, e quindi la sua benedizione per l’andamento degli affari dei familiari in vita.

Combattere contro questo tipo di credenze religiose è talmente difficile che, secondo quanto riportato oggi dalla stampa cinese, due funzionari del Guangdong, dei quali sono stati resi noti solo i cognomi, He e Dong, sarebbero stati arrestati per aver acquistato cadaveri dal nord della Cina per poterli cremare al sud, cercando di soddisfare la quota prevista di cremazioni locali, malgrado la testardaggine funeraria della popolazione. Una cremazione, dopotutto, fa numero, anche se il defunto è stato trasportato da altre città, e nella propria regione i familiari dei deceduti preferiscono imboscarsi insieme alle amate spoglie per procedere ad una sepoltura che aggiri le leggi piuttosto che rischiare guai con l’aldilà per rispettare la legge.

Questa nuova situazione, divenuta più pressante da quando sono state rafforzate le leggi che prevedono la cremazione, sta portando ad una serie inaspettata di problemi: lo scorso giugno, un residente della città di Beiliu, che si trova nel Guangxi (una delle regioni più povere della Cina, ancora scarsamente industrializzata) aveva denunciato la scomparsa dal cimitero del corpo del nonno. Un’inchiesta della polizia aveva dunque portato alla scoperta di un gruppo di malviventi che rubavano cadaveri per venderli alle autorità locali a corto di cremazioni per riempire le quote governative, e che solo nella città di Beiliu i cadaveri sottratti sarebbero stati più di 20, secondo quanto rivelato dall’agenzia di stampa Xinhua.

La quale ha anche riportato che un cadavere rubato costa dai 160 ai 320 euro – una cifra inferiore a quella delle multe previste per le regioni che non soddisfano il piano nazionale sulle percentuali di cremazioni. 

Cassazione: infermiera sbaglia dosaggi, giusto licenziarla

La Stampa

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Confermato dalla Cassazione il licenziamento di una infermiera degli `Spedali civili´ di Brescia che aveva provocato una emorragia cerebrale a un paziente, ricoverato da vari giorni, al quale aveva messo nella flebo una dose di eparina dieci volte superiore a quella prescritta. Ad avviso della Suprema Corte, correttamente, la Corte di Appello bresciana - che si è occupata della vicenda - ha giudicato che una simile negligenza provoca «il venire meno del rapporto fiduciario tra le parti, considerata la gravità dell’errore in quanto, pur avendo dubbi sull’esatta quantità di eparina da somministrare, Nunziatina G. non ha controllato le specifiche di posologia del farmaco e non ha chiaramente esposto i propri dubbi al fine di ottenere più esaurienti spiegazioni dal medico cui si era rivolta».

In pratica, l’infermiera - riassume la Cassazione nella sentenza 23209 depositata oggi - «aveva confuso i millilitri contenuti in ogni flacone di farmaco con le unità di eparina da somministrare».
In primo grado, invece, il licenziamento era stato annullato dal Tribunale bresciano «per mancanza di prova della condotta addebitata alla lavoratrice». Il sovradosaggio era stato erogato la sera del 22 ottobre del 2004 a un paziente - del quale non si conosce la sorte - già trattato da giorni con l’eparina e che presentava «una spiccata vulnerabilità vascolare».

 (ANSA).