sabato 1 novembre 2014

La figlia di Scalfaro scortata a vita

Sergio Rame - Sab, 01/11/2014 - 20:21

Nel 1992 ricevette minacce da parte di una non meglio specificata Falange Armata. Da allora è sotto protezione. Oltre a beneficiare della scorta, la sua residenza romana "oggetto di attenzione da parte delle volanti della zona"

1
Marianna Scalfaro, la figlia dell'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi, sarà scortata a vita. Un privilegio che dovremo pagare noi, senza sapere bene il perché. Come denuncia il Giorno, la "signorina di ferro" che entrò con il padre al Quirinale nel maggio del 1992, gode ancora oggi del servizio di tutela. Ogni uscita (pubblica o privata che sia) deve avvenire sotto scorta. Se deve andare dal parrucchiere, tanto per fare un esempio, eccola accompagnarsi dalle guardie del corpo pagate dalle casse pubbliche. E, quindi, da noi.

"Se mi indigno per la scorta alla figlia di Scalfaro commetto vilipendio filiale ereditario? Ma lo capiscono che la gente si arrabbia?". Il leader della Destra Francesco Storace affida a Twitter la rabbia, condivisa da molti italiani, scatenata dalla lettura della notizia diffusa dal Giorno. Marianna Scalfaro ha vissuto per sette anni al Quirinale, in un piccolo appartamento vicino a quello del padre. È stato proprio in quegli anni che Marianna ricevette minacce di morte da una Falange armata. Da allora gira scortata.

Non solo. Da quando, nel 1999, si ritirò col padre nell'appartamento di famiglia a Roma, la casa è pattugliata dalle volanti di zona. Secondo indiscrezioni riportate dal Giorno, la residenza della figlia dell'ex capo di Stato continua tuttora ad essere oggetto di accurate attenzioni delle forze dell'ordine. Nel quartiere, tra Monteverde e Bravetta, lo sanno praticamente tutti. Insomma, pur non godendo di un servizio di sicurezza fisso sotto casa, la palazzina dove vive Marianna Scalfaro è monitorata ogni giorno.

Lello Di Bari sospeso a Fasano «E io sono fesso?»

Corriere del Mezzogiorno

Il 24 marzo fu sospeso per la legge Severino dal prefetto di Brindisi e condannato a 8 mesi per abuso d’ufficio

Lello Di Bari, sindaco di Fasano sospeso dal prefettoLello Di Bari, sindaco di Fasano sospeso dal prefetto


NAPOLI - Lello Di Bari...«Chi sono io?».
Oddio. Non è il sindaco di Fasano sospeso? «Questo lo so. Intendevo dire: sono un fesso?».

Perché dovrebbe esserlo? «Perché mentre io me ne stavo qui buono buono ad attendere che terminasse la mia sospensione, ad altri quella sospensione è stata annullata».

Poteva provarci anche lei. «Guardi, sono i giudici a doversi mettere d’accordo. A me hanno detto che la questione era competenza del giudice ordinario. Un consigliere comunale di Lecce ha fatto ricorso ma Tar e Consiglio di Stato gliel’hanno respinto. Il consigliere regionale Fabiano Amati invece il ricorso se l’è visto rigettare dal giudice ordinario. Ora il Tar dice che la sospensione di Luigi de Magistris va annullata? Bene. Anzi, male». Lello Di Bari, sindaco di Fasano, il 24 marzo 2014 fu sospeso dal prefetto di Brindisi. Il motivo? Una condanna a otto mesi — anche questa non definitiva, come nel caso di Luigi de Magistris — per abuso d’ufficio. Ora attende il ricorso in appello. E s’arrabbia. «Le sembra normale?».

Cosa?
«È evidente, qui ci sono figli e figliastri. Mi sembra molto strano che il Tar della Puglia bocci il ricorso di Amati e il Tar Campania accolga invece quello del sindaco di Napoli. Dico: sono fesso? Siamo fessi qui?».

Cosa farà ora?
«Ho rispettato ossequiosamente una legge dello Stato, pur non condividendola. Sono rimasto sospeso e in silenzio. Il 10 novembre è fissato l’appello. Se però i giudici dovessero rinviarlo per le lunghe, allora questa decisione mi tornerà utile».

In che modo?
«È un’ordinanza che fa giurisprudenza, no? O le decisioni del Tar valgono solo per Luigi de Magistris?».

31 ottobre 2014

Chi è Stato?

La Stampa

massimo gramellini

Recita il ritornello: le sentenze si rispettano. Però non possono diventare lotterie, come accade quando sugli stessi fatti il giudizio d’appello smentisce, ribaltandolo, il processo precedente. Per l’accusa Stefano Cucchi è morto in carcere di botte e di stenti. Per il primo giudice «soltanto» di fame e di sete. Per la corte d’assise neanche di quello. Ne dovremmo dedurre che sia ancora vivo. O che si sia ammazzato da solo. E infatti è questa la versione che ci vogliono apparecchiare: Cucchi si sarebbe lasciato morire di inedia. Se medici e infermieri hanno una colpa, è di non avere insistito con la forza per nutrirlo. 

Una «responsabilità morale» ammette persino Giovanardi. E le fratture? E gli occhi pesti? E il corpo preso in consegna vivo dallo Stato e restituito cadavere alla famiglia? Una famiglia che ha sempre rispettato e aiutato le istituzioni, al punto di fornire prove a carico del figlio sul possesso di droga. Toccherà alla Cassazione mettere il timbro su questa storia allucinante, dove il latinorum dei giudici è contraddetto dalla potenza persuasiva delle foto. Purtroppo abbiamo fin d’ora una certezza: che quando una delle due sentenze risulterà sbagliata, nessun magistrato pagherà per il suo errore.
P.S. Solidarietà ai poliziotti e agli agenti penitenziari che accettano di farsi odiare dal prossimo per 1200 euro al mese. Ma il portavoce di un loro sindacato che - di fronte alla morte impunita di un uomo - dichiara: «Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute e conduce una vita dissoluta, ne paghi le conseguenze», dovrebbe fare soltanto una cosa. Vergognarsi. 

Caso Stefano Cucchi, tutti assolti in Appello

La Stampa

In primo grado erano stati condannati i medici, ma non gli infermieri e gli agenti. Sentenza per insufficienza di prove. I genitori in lacrime: «Ucciso un’altra volta». Polemica per il comunicato del sindacato di polizia: «Giusto così, vita dissoluta»


1
Nessun colpevole per la morte di Stefano Cucchi. Non lo sono i sei medici condannati in primo grado per omicidio colposo e oggi assolti in appello. E non lo sono i tre infermieri e i tre poliziotti che già erano stati prosciolti nel processo in Corte d’Assise. «Il fatto non sussiste», hanno stabilito i giudici della II sezione di Roma. Ma la famiglia non ci sta e annuncia ricorso in Cassazione: «L’hanno ucciso un’altra volta, è assurdo», dicono in lacrime genitori e sorella.

“GIUSTIZIA MALATA”
Il calvario del giovane romano, morto nel 2009 una settimana dopo l’arresto per droga, con i segni di traumi violenti e denutrizione, non ha dei responsabili. E mentre la famiglia di Cucchi è indignata, i legali dei medici e degli agenti della penitenziaria non nascondono la loro soddisfazione. La sorella del giovane geometra, Ilaria, sempre in prima linea nella vicenda, scoppia a piangere. Poi attacca: «Una giustizia malata ha ucciso Stefano. Mio fratello è morto in questo palazzo cinque anni fa, quando ci fu l’udienza di convalida del suo arresto per droga, e il giudice non vide che era stato massacrato». «Continueremo la nostra battaglia finché non avremo giustizia», promettono la madre e il padre di Stefano, Giovanni. «Non si può accettare che lo Stato sia incapace di trovare i colpevoli».

LE FOTO CHOC IN TRIBUNALE
«Era quello che temevo - dice Fabio Anselmo, legale dei Cucchi -. Vedremo le motivazioni e poi faremo ricorso». È stato proprio lui a mostrare nelle udienze le foto del corpo di Stefano. All’opposto, i legali degli imputati, sei medici, tre infermieri e tre agenti della polizia penitenziaria. Per tutti l’accusa aveva chiesto la condanna. «Era quello che ci aspettavamo come risultato minimo. Siamo molto soddisfatti», dice Gaetano Scalise, difensore del professor Aldo Fierro, primario del reparto detenuti dell’ospedale Pertini. «Il punto nodale - aggiunge - è che esistono dubbi sulla causa di morte di Cucchi, e questo esclude la responsabilità del medici». «Una sentenza assolutamente equilibrata perché dà atto dei dubbi che la perizia non era riuscita a risolvere», affermano i legali di Luigi De Marchis Preite, altro medico imputato.

LE REAZIONI DELLA POLITICA
L’inchiesta e il processo per la morte di Cucchi hanno creato in questi anni anche degli schieramenti. «Per gli agenti di custodia non poteva che esserci l’assoluzione, non essendoci stato il pestaggio - dice il senatore Ncd Carlo Giovanardi -. Per i medici ribadisco quanto detto dall’inizio: Cucchi doveva essere curato e alimentato anche coattivamente. C’è una responsabilità morale di averlo fatto morire di fame e di sete». «L’omicidio di Stefano Cucchi rimane una ferita aperta di fronte al bisogno di verità e giustizia - scrive il leader di Sel Nichi Vendola su Twitter -. Una ferita insopportabile». «È un dolore molto grande, che si somma a tutti gli altri», commenta Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, 18/enne morto a Bologna nel 2005 mentre veniva arrestato. Nel suo caso 4 poliziotti sono stati condannati in via definitiva. 

IL SAP: GIUSTO COSI’
Soddisfatto invece il sindacato di polizia Sap. «Tutti assolti, come è giusto che sia», dice il segretario Gianni Tonelli, che chiede al Comune di Roma di non intitolare una piazza a Cucchi. «In questo Paese - si legge in una nota - bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità». Poi il comunicato prosegue con una frase che sta facendo molto discutere: «Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie». E proprio il sindaco della capitale, Ignazio Marino, si dice «senza parole». Il rispetto per i giudici «è massimo -aggiunge- ma questa sentenza è dissonante rispetto alle conclusioni formulate dalla Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale del Senato». Per Amnesty International «verità e giustizia sono ancora più lontane». 


La sorella di Cucchi: “È il fallimento dello Stato. Questa giustizia malata ha ucciso mio fratello”
La Stampa
giacomo galeazzi

Intervista a Ilaria: «Non ci arrenderemo mai, vogliamo sapere com’è morto Stefano»

«Stefano è morto d’ingiustizia, andremo avanti, non può finire così. Indaghino per sapere chi è stato a pestarlo». Scuote la testa Ilaria Cucchi mentre gli occhi si riempiono di lacrime. La sentenza che in secondo grado ha assolto tutti gli imputati per la morte di suo fratello è «l’orrenda conferma che di Stefano non è mai importato nulla a nessuno». Nessuna rassegnazione.

Perché è una conferma?
«Dal primo istante non si è voluta fare giustizia. Mi parlarono subito di morte naturale. Se non ci fossimo battuti, non ci sarebbe stato neppure il processo. Adesso è stato riconosciuto che il pestaggio è avvenuto. Non si dice chi è stato, ma si ammette che Stefano è stato pestato. L’unico passo avanti. Però non è servito a niente. Mentre smetteva di vivere, ha avuto intorno soltanto persone prive del minimo senso di umanità. Lo Stato in cui continuo a credere deve assicurare alla giustizia i responsabili dello scempio. In ospedale non lo hanno guardato come un essere umano, lo hanno guardato e trattato da tossico. A uccidere Stefano è stato il pregiudizio. A mio fratello la giustizia è stata negata da vivo e da morto».

Qual è il primo pensiero?
«Questa sentenza è un fallimento dello Stato, la giustizia italiana è malata. Cinque anni fa Stefano è morto qui nei sotterranei di un’aula di piazzale Clodio, in un’udienza direttissima dei magistrati che non hanno visto le sue condizioni, quelle di un ragazzo che dopo sei giorni si è spento tra dolori atroci, solo come un cane. Aspetteremo le motivazioni. Dovranno arrestarmi per farmi smettere. Chiedo allo Stato, da cittadina prima ancora che da sorella ho il diritto di sapere che cosa è successo a Stefano mentre era affidato alle cure dello Stato, che lo ha preso vivo e ce lo ha restituito morto. Quella di mio fratello era una morte destinata al silenzio. Un omicidio impunito. C’è stato un clima di ostilità. Sempre. E adesso i risultati sono sotto gli occhi di tutti».

Cosa la ferisce di più?
«Mio fratello è morto di ingiustizia, di una giustizia che non è uguale per tutti e che non è per gli ultimi e mio fratello in quel momento era un ultimo. Le istituzioni devono saper giudicare se stesse. Non mi aspettavo una sentenza del genere. Nonostante tutto, finora ho sempre avuto fiducia che la giustizia potesse e volesse accertare la verità e dirci perché mio fratello è morto».

E adesso cosa farà?
«Il mio appello ora è allo Stato, che continuo a rispettare. In fondo e alla fine chiedo che lo Stato sia capace di giudicare se stesso come è diritto di ogni cittadino. Mostrerò sempre le foto del corpo martoriato di mio fratello. Non è stato detto in primo grado che Stefano non era stato pestato, ma che non si sapeva chi fosse il colpevole. Mi aspetto che si trovi chi è stato. Mi aspetto che si facciano davvero delle indagini. Chi deve farle? Devo essere io a indagare?».