venerdì 31 ottobre 2014

Ho ucciso un ebreo che collaborava con i nazisti, ma non lo rifarei”

La Stampa
maurizio molinari

A pentirsi è Zeev Eckstein che il 4 marzo del 1957 si appostò sulla Emanuel HaRomi Street di Tel Aviv per scaricare il revolver su Rudolph Kastner, innescando una delle maggiori tempeste della Storia moderna di Israele

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“Se potessi tornare indietro, non ucciderei più Rudolf Kastner”. A pentirsi è Zeev Eckstein che il 4 marzo del 1957 si appostò sulla Emanuel HaRomi Street di Tel Aviv per scaricare il revolver su Rudolph Kastner, innescando una delle maggiori tempeste della Storia moderna di Israele. Kastner è l’ebreo ungherese che durante la Seconda Guerra Mondiale riuscì a far fuggire da Budapest verso la Svizzera un treno con oltre 1685 ebrei in cambio di un versamento in oro e diamanti ai nazisti di Adolf Eichmann, che viene ricordato come l’artefice dello sterminio degli ebrei europei. 

In un libro autobiografico, Eckstein afferma di aver agito a seguito delle accuse a Kastner rivolte da Malchiel Gruenwald, un proprietario di hotel a Gerusalemme che nel 1952 imputò molti leader del giovane Stato di “silenzio sull’Olocausto” puntando in particolare l’indice su Kastner per aver “nascosto agli ebrei ungheresi l’esistenza dei campi di sterminio” ed aver testimoniato dopo la guerra a Norimberga a favore di alcuni tedeschi. All’epoca Eckstein era un agente del controspionaggio, gli era stato ordinato di infiltrarsi negli ambienti estremisti di destra ed ora ammette di esserne stato “contagiato”, trasformandosi in uno loro aperto sostenitore.

“Diventai un rivoluzionario senza motivo” scrive l’assassino di Kastner che ha passato 7 anni in prigione per il delitto. “Il mio errore più grande è stato commettere un omicidio che ha creato un precedente in Israele sugli assassinii politici” afferma ora, con un mea culpa che si spinge fino ad ammettere di “aver pagato un prezzo personale molto alto per ciò che ho fatto negando l’intera Bibbia”.



I lager nazisti non erano polacchi” Il governo Tusk studia azioni legali
La Stampa
matteo alviti

14/10/2013


Varsavia è pronta a chiedere risarcimento danni per diffamazione: «I campi di concentramento erano tedeschi»

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Le parole sono importanti. Compresi gli aggettivi. E chi non lo capisce in futuro potrà vedersi recapitare anche una querela del ministero degli Esteri polacco, stanco di vedere il nome della nazione affiancato agli orrori dei campi di concentramento e sterminio nazisti. L’espressione “campi di concentramento e sterminio polacchi” per definire i Lager costruiti dai nazisti in Polonia - Auschwitz-Birkenau, Sobibor, Treblinka, tra gli altri - in futuro sarà considerata un’offesa che comporterà richieste di risarcimento danni per diffamazione, come racconta il quotidiano polacco Rzeczpospolita di venerdì.

Varsavia non intende più tollerare quelle che, da molti anni, considera gravi falsificazioni storiche, capaci di sporcare la memoria delle vittime polacche, che tanto hanno dovuto patire sotto la feroce dittatura nazista. L’occupazione della Polonia da parte del criminale “Reich millenario” hitleriano è costata la vita a circa sei milioni di persone, tre milioni dei quali di religione ebraica. Milioni furono inoltre i deportati nei campi di lavoro tedeschi.

Eppure l’espressione continua a essere usata: il ministero degli Esteri, riporta l’agenzia austriaca Apa, solo nel 2012 l’ha registrata sui media internazionali per ben 120 volte. Le segnalazioni agli autori hanno portato quasi sempre alla correzione dei testi, almeno nelle edizioni online. Non sempre senza rimostranze da parte delle redazioni. L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa, quando il francese Le point, su richiesta dei diplomatici di Varsavia, ha cancellato i “campi polacchi” dalla versione in rete di un articolo pubblicato sul settimanale.

Quella dei “campi di concentramento e sterminio polacchi” è un’espressione-trappola in cui sono caduti in molti. Compreso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che nel 2012 parlò di “campi della morte polacchi” in occasione della cerimonia per l’assegnazione della medaglia per libertà a Kan Karski, oppositore antinazista polacco e, dopo la Seconda guerra mondiale, professore all’università di Georgetown, morto nel 2000. Una scivolata che costò al presidente statunitense un telegramma di scuse ufficiali al suo omologo polacco Bronislaw Komorowski.

Indossa corsetto per 7 anni, ora ha un giro vita incredibile

Il Mattino

Il suo obiettivo era quello di avere un girovita simile a quello di una vespa. E dopo anni di duro "lavoro" ci è riuscita. Kelly Lee Dekay da anni ormai vive "costretta" in un corpetto che le ha stretto in modo incredibile il girovita (40 centimetri). Per sette anni ha modellato il suo corpo fino ad ottenere una forma a "clessidra". Su Instagram sono centinaia le foto del corpo di Kelly.

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venerdì 31 ottobre 2014 - 10:16   Ultimo agg.: 10:21

Islam, il decalogo del perfetto tagliagole

Libero

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Va senz’altro riconosciuto ai macellai dell’Is un grande talento nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione. Con i loro video ispirati ai film hollywoodiani e alle serie tv, con le loro riviste patinate e i loro slogan mutuati dalla pubblicità occidentale affascinano e reclutano centinaia di giovani musulmani in tutta Europa. Forse, però, se i miliziani dello Stato islamico allegassero ai loro video cool un bugiardino con gli effetti collaterali del loro pensiero, i ragazzi di cui sopra ci penserebbero un pochino di più prima di entusiasmarsi. Ecco perché abbiamo preparato un piccolo decalogo utile a capire le posizioni dell’Is. La fonte principale di informazioni è un’intervista pubblicata in questi giorni da Der Spiegel. Il giornalista Hasnain Kazim ha contattato un reclutatore del Califfato, tale Abu Sattar: le risposte che ha ottenuto sono inequivocabili.

DECAPITAZIONI.Come è evidente a tutti, l’Is è favorevole all’assassinio di innocenti. A domanda diretta sugli sgozzamenti («Crede che chi sgozza altre persone sia un buon musulmano?»), il reclutatore Abu Sattar replica con un’altra domanda: «Crede che chi lancia missili sui matrimoni afgani (...) sia un buon cristiano?». E quando il giornalista fa notare che l’Is sta «spargendo paura e orrore e sta uccidendo innocenti», il reclutatore risponde: «Seguiamo la parola di Allah. Crediamo che l’unico dovere dell’umanità sia di onorare Allah e il suo profeta Maometto (...). Stiamo realizzando quel che è scritto nel Corano». Dunque decapitazioni e massacri sono in linea con la parola di Dio.

BAMBINI (INFEDELI. Il giornalista dello Spiegel fa notare al reclutatore islamico che l’Is crocifigge chi professa un’altra fede, «inclusi i bambini». Abu Sattar non fa una piega: «È dovere di ogni musulmano combattere chi professa una fede diversa fino a quando soltanto Allah sarà venerato in tutto il mondo». E la ricompensa per coloro che si oppongono è semplice: «Devono essere uccisi o crocifissi oppure le loro mani e piedi devono essere tagliati». L’uomo dell’Is non fa differenza tra adulti e bambini. Pari sono. Se ne deduce che anche i bambini possono essere crocifissi.

BAMBINI (ISLAMICI). Ai piccoli infedeli spetta una fine atroce. Ma ai coetanei musulmani non va molto meglio. Anche loro finiranno col perdere la vita: la differenza è solo nella tempistica. Come ha documentato Kate Brannen su Foreign Policy (articolo ripreso ieri da  Repubblica), i ragazzini che vivono nello Stato islamico sono costretti a stare «in prima fila durante le esecuzioni pubbliche a Raqqa (...). Vengono usati per trasfusioni di sangue quando i jihadisti sono feriti. Sono pagati per denunciare chi non è leale all’Is o parla pubblicamente contro il nuovo potere». Molti vengono rapiti e condotti in campi di addestramento, dove viene praticato loro una sorta di lavaggio del cervello. È la nuova generazione del Califfato, ben rappresentata dal figlio di un jihadista immortalato sorridente mentre gioca con la testa mozzata di un infedele.

SCHIAVITÙ. Non solo è permessa, ma è incoraggiata. Lo ha chiarito un lungo articolo pubblicato da Dabiq, la rivista dell’Is. Ne citiamo un passaggio: «Schiavizzare le famiglie degli infedeli e prendere le loro donne come concubine è un orientamento fermamente stabilito dalla sharia che se uno negasse o ignorasse, sarebbe come negare o ignorare i versetti del Corano o le narrazioni del Profeta». E ancora: «I nostri figli e i nostri nipoti manderanno i vostri figli al mercato degli schiavi».

DONNE.Le donne infedeli devono essere rese schiave. Ma è opportuno che su di essere si eserciti anche violenza sessuale. Potrebbero infatti (lo spiega sempre Dabiq) mettere al mondo figli di combattenti musulmani, i quali sarebbero «padroni delle loro madri». Le donne musulmane invece possono partecipare alla jihad. Come? Facendo le spose. Reclutate su internet (anche se minorenni), vengono poi assegnate come mogli ai combattenti. Ad alcune fortunate sono anche forniti elettrodomestici e prodotti per la casa: casalinghe a vita in nome di Allah. 

DEMOCRAZIA. La posizione del Califfato in merito è spiegata ancora una volta da Abu Sattar allo Spiegel. «La democrazia è per gli infedeli. Un vero musulmano non è democratico, perché se ne frega dell’opinione delle maggioranze, e le minoranze non gli interessano. Egli è interessato soltanto a ciò che dice l’islam. Non solo: la democrazia è uno strumento egemonico dell’Occidente ed è contraria all’Islam». C’è poco da aggiungere.

STAMPA. Il Califfato ha stilato undici regole a cui i giornalisti devono sottostare. Le ha riportate il sito Sirya Deeply. Il succo è che tutti i cronisti «sono obbligati a giurare fedeltà al Califfo (...) e il loro lavoro deve essere costantemente sottoposto alla supervisione dell’agenzia mediatica dello Stato Islamico». Esiste poi una lista nera di media sgraditi: chi ha rapporti con loro risponderà «delle violazioni alle autorità competenti». Il che significa tortura o morte.

OMOSESSUALITÀ. Anche in questo caso, basta citare le dichiarazioni di Abu Sattar quando il giornalista dello Spiegel gli fa notare che nel mondo ci sono musulmani di diversi orientamenti ed è plausibile fra essi ci siano dei gay. «La questione è chiaramente trattata dal Corano», dice il reclutatore. «\[L’omosessualità\] è proibita e dovrebbe essere punita». Vista la passione per crocifissioni e amputazioni varie, immaginiamo le punizioni.

MUSICA. Magari uno può rinunciare all’alcol e a tanti altri vizi endemici dell’Occidente. Ma come si fa a rinunciare alla musica? O, più in generale, all’arte? Il cronista dello Spiegel ha ricordato ad Abu Sattar che nella «età dell’oro» dell’islam c’erano «musica, balli, pittura, calligrafia e architettura». Beh, l’Is se ne frega. Preferisce un islam «privo di cultura e arte». Anzi, Abu Sattar ritiene che la famosa «età dell’oro» sia stata «un errore», possibilmente da non ripetere. Che l’unica colonna sonora siano i lamenti delle vittime.

PACE. Quest’ultimo concetto, probabilmente, riassume tutti gli altri. Che cos’è la pace per l’Is? «È quando le persone si sottomettono ad Allah». Più chiaro di così si muore. Di solito sgozzati.

Francesco Borgonovo

Il nuovo galateo detta le regole di bon ton per e-mail e cellulari

La Stampa
lorenza castagneri

Svolta per la guida inglese Debrett’s: l’etichetta ora riguarda l’uso educato della tecnologia

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Come ci si deve comportare se si incontra la Regina? Poco importa, tanto capita a pochi eletti. E come vestirsi per assistere alle corse dei cavalli ad Ascot? Un dettaglio. La questione riguarda solo i Vip. Tutti gli altri pensano a cose molto più terra terra, da quando accendere la sigaretta elettronica al luogo migliore per rifarsi il make up. Come spiega Debrett’s, la bibbia inglese del galateo, che da oltre 250 anni insegna come comportarsi e che ha appena pubblicato una guida dedicata alle buone maniere «moderne».

Nell’era della tecnologia sempre più pervasiva, le domande che con maggiore frequenza i lettori hanno rivolto agli esperti del volume riguardano l’uso del cellulare: in quali situazioni è meglio metterlo in tasca o riporlo in borsetta? La regola vuole che lo smartphone vada ritirato in tutte le situazioni in cui siamo impegnati a fare altro. Da pagare il conto alla cassa di un negozio a prendere un caffè. 

In questi casi, messaggi su Whatsapp e aggiornamenti sui social sono soltanto un impiccio che ci fa, oltretutto, passare per maleducati. E poi, ovviamente, via il telefonino quando siamo in compagnia di altri e in tutti i luoghi in cui è richiesto il silenzio. Facile a dirsi. Molto più difficile a farsi. Come resistere alla tentazione di accendersi la sigaretta elettronica standosene comodamente seduti alla propria scrivania con gli occhi fissi sul computer? 

Anche sull’uso delle popolarissime e-cig Debrett’s ha ricevuto decine di domande. La più comune: si può «svapare» sul posto di lavoro? Mai, è stata la risposta dei maestri di buone maniere interpellati: si rischia di passare per persone poco concentrate e questa è una possibile fonte di distrazione per i propri colleghi.

Una cattiva abitudine. Un po’ come quella, diffusissima negli uffici, di inviare mail in «copia conoscenza nascosta». Da dimenticare. È poco carino nei confronti del destinatario principale. Se proprio non ne può fare a meno, il mittente può usare lo stratagemma di inviare il messaggio a se stesso e mettere tutti i destinatari in copia nascosta. Più appropriato. 

«L’alto numero di interrogativi che abbiamo ricevuto dimostra che le buone maniere sono ancora molto importanti per le persone», dice Jo Bryant, che ha curato le 480 pagine che compongono il volume. «Ma la chiave per essere educati – aggiunge – è sempre avere rispetto per le persone che si trovano a fianco a noi». 

A partire dai compagni di viaggio. E allora meglio evitare di reclinare il sedile dell’aereo, specie se si vola di giorno. Potrebbe apparire una scelta egoista, poco attenta agli altri passeggeri. Per la stessa ragione cercate di non invadere lo spazio dei vostri vicini di posto e di tenere golfini, sciarpe, giornali e borse all’interno del perimetro delimitato dai due poggiagomiti. Altri suggerimenti? Mai addentare panini e pizzette in autobus e diffondere così un olezzo che non se ne va più. E nemmeno sistemarsi eye-liner e rossetto durante il viaggio. Sembrereste disorganizzate. Piuttosto, se scorgete una signora in dolce attesa oppure un anziano in piedi cedetegli il vostro posto.

Quello sì che andrebbe fatto. Ma sia nel Regno Unito sia in Italia questo semplice gesto è raro da vedere. Come Debrett’s autorevolmente conferma. È questo il vero galateo del nostro tempo? «Diciamo che queste sono regole che costituiscono la base del sapersi porre con gli altri, non di più. E aggiungiamo che il vero Galateo è solo quello di Giovanni Della Casa», è la risposta di Samuele Briatore, presidente dell’Accademia italiana di galateo. 

Parla italiano, rispetta le regole". Il decalogo di Fratelli d'Italia rivolto agli immigrati

Giovanni Neve - Gio, 30/10/2014 - 20:48

Presentato un decalogo per gli immigrati dal titolo: "In Italia si usa così"

Farà discutere il decalogo che sarà presentato da Fratelli d'Italia in Toscana dal titolo: "In Italia si usa così".

Nei punti, tradotti anche in arabo, sono scritte delle indicazioni che ogni immigrato dovrebbe seguire nel rispetto delle tradizioni italiane. Il decalogo rischia però di marchiare i migranti con delle etichette e dei luoghi comuni. "Sei in Italia, parla italiano". E poi ancora delle regole per i figli degli immigrati, per le feste e per la pulizia. Ecco i punti:
  • Sei in Italia, parla italiano: imparare la nostra lingua è fondamentale per potersi far comprendere e dimostrare volontà di integrazione.
  • I bambini vanno a scuola: frequentare la scuola, per costruire una coscienza civica e sviluppare la convivenza, è fondamentale per il futuro dei tuoi figli.
  • La donna non si tocca nemmeno con un fiore: che sia moglie, figlia, fidanzata o altro, devono esserle riconosciuti tutti i diritti. In nessun caso le donne vanno picchiate, per nessun motivo.
  • Usi, costumi e tradizioni sono anche i tuoi: rispetta le tradizioni italiane, perché la nostra identità si fonda soprattutto su un patrimonio condiviso. Il Natale e la Pasqua vanno celebrati, anche nelle scuole, a prescindere dal tuo credo religioso.
  • Il lavoro ha le sue regole: non si vendono prodotti con firme false e non si vende senza autorizzazioni. Se si apre un’azienda si rispettano le norme sulla sicurezza sul lavoro, si concedono ferie e malattie ai dipendenti e si rispettano turni di lavoro che permettano anche il riposo.
  • Non si può stare in luoghi pubblici con il volto coperto.
  • Pulizia e decoro: essere puliti e non sporcare città, giardini e marciapiedi è importante per la salute di tutti.
  • Prega chi vuoi, ma non disturbare: noi ti garantiamo la libertà di vivere qualsiasi religione, ma non puoi disturbare o offendere chi ha credi diversi, si dichiara ateo o professa la nostra religione tradizionale.
  • Rispetta la città: sputare per terra è sgradevole, urinare per terra o sui marciapiedi è vietato.
  • Macellazione responsabile: no agli sgozzamenti clandestini e ai rituali (Halal) che recano inaccettabili sofferenze agli animali destinati al consumo alimentare

De Magistris, un pasticcio all’italiana

La Stampa
giuseppe salvaggiulo

Che succede dopo il reintegro del Tar? Domande e risposte per capire

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Come mai Luigi De Magistris è tornato sindaco di Napoli?
Il Tar Campania ha accolto la sua richiesta di sospendere l’efficacia del provvedimento del prefetto di Napoli, che a sua volta lo aveva sospeso dalle funzioni di sindaco dopo la condanna penale in primo grado (un anno e tre mesi per abuso d’ufficio commesso quando era pm a Catanzaro, nel 2007, acquisendo tabulati telefonici di parlamentari).

Un caos di sospensioni a catena: com’è possibile?
La legge Severino, varata dal governo Monti alla fine del 2012, prevede la sospensione del sindaco condannato per una serie di reati tra cui l’abuso d’ufficio. All’indomani della condanna di De Magistris, il ministro degli Interni Angelino Alfano aveva annunciato la sospensione in Parlamento: «Le statuizioni del decreto legislativo 235/2012 appaiono chiare e del resto hanno trovato applicazione in due casi analoghi». Nelle ore successive, il prefetto aveva firmato il provvedimento. Ma De Magistris aveva subito presentato ricorso al Tar. Ora il Tar paralizza quel provvedimento del prefetto perché ha un dubbio sulla costituzionalità della legge Severino, chiede alla Consulta di risolverlo e nel frattempo restituisce a De Magistris le funzioni di sindaco.

Dunque la legge Severino è incostituzionale?
Se la legge Severino è incostituzionale, può deciderlo solo la Corte costituzionale. Il Tar si è limitato (oltre non poteva andare) a sollevare un dubbio, dichiarando «non manifestamente infondata» una delle quattro questioni di incostituzionalità sollevate da De Magistris.

Qual è il dubbio di incostituzionalità?
La presunta retroattività della legge Severino. Secondo il Tar, la norma della legge applicata per De Magistris potrebbe violare gli articoli 2, 51 e 97 della Costituzione. In sintesi: De Magistris è stato eletto sindaco di Napoli nel 2011, quando la legge Severino non esisteva e una condanna in primo grado per abuso d’ufficio non impediva di diventare sindaco. Ora, a tre anni e mezzo di distanza, una sentenza penale non definitiva può essere considerata sufficiente a farlo fuori?

È la stessa retroattività denunciata invano da Berlusconi quando fu fatto decadere da senatore nel 2013?
Anche Berlusconi invocò l’incostituzionalità della legge Severino «perché retroattiva» e gridò allo scandalo. Ma il Senato non si rivolse alla Corte costituzionale per dirimere la questione, come pure chiedevano alcuni giuristi tra cui Nicolò Zanon, recentemente nominato da Napolitano giudice costituzionale, e quindi presto chiamato a decidere sulla stessa legge Severino. Ma il Tar Campania precisa che il suo dubbio riguarda il caso di un politico condannato con sentenza non definitiva (De Magistris), dunque non si estende a un condannato con sentenza definitiva (Berlusconi).

Com’è possibile che a due anni dall’entrata in vigore di una legge se ne metta in dubbio la costituzionalità?
Finora, la stessa norma era stata applicata per altri sindaci e consiglieri comunali, senza che alcun tribunale ne mettesse in dubbio la costituzionalità. De Magistris ha sollevato quattro questioni di incostituzionalità. Tre, come già fatto da altri tribunali in altri casi, sono state bocciate. Una, inedita, accolta. La Costituzione non pone limiti temporali alle eccezioni di costituzionalità, purché siano rilevanti e fondate.

Adesso che cosa accade a De Magistris?
Il Tar, rimandando la palla alla Consulta, consente al sindaco di tornare in carica. Se la Consulta dichiarerà incostituzionale quella norma della legge Severino, De Magistris potrà continuare a fare il sindaco. In caso contrario, il Tar passerà all’esame delle contestazioni di merito sul provvedimento del prefetto, finora non scrutinate. E si aprirebbero due strade: una sentenza favorevole a De Magistris per un vizio del provvedimento prefettizio (e allora il sindaco resta al suo posto) o una contraria. In quest’ultimo caso, il Tar ripristinerà la sua sospensione da sindaco.

Quanto tempo servirà?
Almeno un anno, perché la Consulta esamini la faccenda. Bisogna considerare che il mandato di De Magistris scade nella primavera del 2016 e che nel frattempo il sindaco farà ricorso in appello contro la sentenza penale di condanna, il cui reato è peraltro prossimo alla prescrizione. Dunque la sentenza della Consulta arriverà verosimilmente quando per il caso De Magistris sarà diventata irrilevante. Un tipico pasticcio all’italiana.



C’era una volta il “benecomunismo”

Corriere del Mezzogiorno

A tre anni dall’elezione tutto è più chiaro: de Magistris non aveva un progetto, una strategia, una squadra


Ugo Mattei via dalla “Abc”Ugo Mattei via dalla “Abc”

Fatte le debite proporzioni, è come se Grillo avesse licenziato Casaleggio. Al netto delle tante epurazioni e privo del suo guru di riferimento, che cosa sarebbe oggi il movimento pentastellato? In questo senso, il siluramento del professor Ugo Mattei non è l’ennesimo buco nell’acqua fatto da Luigi de Magistris. È, semmai, il buco per antonomasia, il più clamoroso. Formalmente, Mattei dirigeva la società che gestisce le risorse idriche comunali, ma in realtà era molto di più: era una sorta di stampante in 3D della rivoluzione arancione, l’uomo che avrebbe dovuto trasformare in fatti le velleità palingenetiche del sindaco.

A tre anni dall’elezione, invece, tutto è più chiaro: de Magistris non aveva un progetto, non aveva una strategia per attuarlo, non aveva una squadra per definirlo.E ora non ha più neanche il teorico che doveva dare un senso alle suggestioni rivoluzionarie. Il licenziamento di Mattei arriva dopo quelli di Raphael Rossi, presentato come il mago della raccolta differenziata; di Roberto Vecchioni, la pop-star che avrebbe dovuto rilanciare il Forum delle Culture; di Riccardo Realfonzo, l’economista richiamato a Palazzo San Giacomo per mettere a posto i conti del Comune; del pm Giuseppe Narducci, a cui era stata affidata tutta la partita della legalità e della trasparenza amministrativa e del professor Alberto Lucarelli, il teorico delle assemblee di popolo.

Mattei avrebbe dovuto costruire l’alternativa al neo-liberalismo conservatore e al riformismo di sinistra, da lui definito «estrattivo», cioè parassitario. De Magistris aveva puntato su di lui per realizzare un «nuovo design istituzionale», un modello alternativo fondato «sulla sufficienza per tutti, piuttosto che sull’accumulo per qualcuno». Tutto ciò implicava il superamento di concetti desueti come quelli di «pubblico» e di «privato». E l’approdo avrebbe dovuto essere il benecomunismo, il comunismo dei beni comuni. Il risultato? Chiacchiere. Null’altro che chiacchiere. E questo, ora, non lo diciamo noi, ma lo stesso de Magistris.

30 ottobre 2014





Il destino dei “benecomunisti”, scelti e poi rimossi: 15 teste cadute in 40 mesi

Corriere del Mezzogiorno

Il primo fu Rossi dall’Asìa. Poi è toccato a Vecchioni, Realfonzo, Narducci fino a Mattei




NAPOLI - Il licenziamento di Ugo Mattei dall’Abc fa calare il sipario sulla galassia dei benecomunisti scelti da de Magistris. Uno dopo l’altro, gli uomini che il sindaco aveva voluto al suo fianco sin dalla prima ora o se ne sono andati o sono stati cacciati. E la lista di teste cadute in 40 mesi è lunga. Due i livelli di intervento da parte di de Magistris, in queste ore col fiato sospeso per la sentenza del Tar che dovrebbe arrivare in giornata: uno politico, l’altro manageriale.

Raphael RossiRaphael Rossi

Partiamo da quest’ultimo, dove in tanti sono saltati, anzi, rimossi: il primo è stato Raphael Rossi, presidente dell’Asìa, andato in rotta col sindaco e allontanato dopo sei mesi.Su Rossi de Magistris aveva puntato molto, sbandierando la sua nomina in lungo e largo, è finita come è finita per un contrasto forte su circa 300 assunzioni da fare nell’azienda dei rifiuti. Poi è toccato a Silvana Riccio essere rimossa dall’incarico di direttore generale: il prefetto, fino ad allora ritenuta una fedelissima del sindaco, non diede l’ok all’assunzione di 350 maestre. L’ex pm riunì la giunta e ne decise l’uscita.

Roberto VecchioniRoberto Vecchioni

Quindi Roberto Vecchioni, presidente del Forum delle Culture. Vecchioni chiese un cachet di 200 mila euro per assumere la presidenza.Le polemiche che ne seguirono furono feroci. Il rapporto tra i due si interruppe col sindaco che sostituire Vecchioni con Sergio Marotta, nipote di Gerardo Marotta, un altro dei benecomunisti che hanno creduto in de Magistris fin da subito. Ma Marotta, dopo un periodo in cui ha collaborato nell’ufficio di Gabinetto del sindaco, se n’è andato. E che dire di Dario Scalella? Scelto da de Magistris per risistemare Napoli Servizi, addirittura indicato come nome del Comune per la presidenza del Porto di Napoli, non gli è stato rinnovato il mandato nella società partecipata per questione di equilibri politici in Consiglio comunale. Equilibri che hanno generato ben quattro rimpasti. E qui veniamo al livello politico, che ha riguardato dieci assessori. Il primo della galassia benecomunista ad essere sostituito è stato Riccardo Realfonzo, che aveva la delega al bilancio. Il rapporto tra i due è terminato addirittura tra querele e richieste danni.

Giuseppe NarducciGiuseppe Narducci

C’è poi Giuseppe Narducci. Il magistrato della Dda aveva creduto in de Magistris facendo una scelta di vita complicatissima: alla fine ha sbattuto la porta ed è andato via quando ha capito che sarebbe stato sostituito. Sergio D’Angelo, potente assessore al Welfare, e Alberto Lucarelli, cioè proprio l’assessore ai Beni comuni, l’uomo che teorizzava le assemblee di popolo, sono dovuti andar via perché candidati (in quota de Magistris) nella lista Ingroia. Via via, sono stati sostituiti anche Luigi de Falco, assessore all’Urbanistica; Antonella Di Nocera (Cultura); Bernardo Tuccillo (Patrimonio); Anna Donati (Mobilità); Marco Esposito (Lavoro); e Pina Tommasielli. Fatti due calcoli, siamo a 10 assessori e 5 manager andati via: quindici persone che facevano parte della rivoluzione arancione che si è sbiadita. Di quella giunta nata nel giugno 2011 restano oggi solo Tommaso

Sodano, vicesindaco supplente di de Magistris; e Annamaria Palmieri, assessore alla Scuola. Ma nulla è escluso: un altro rimpasto è infatti alle porte. E se è vero che non dovrebbe riguardare né Sodano né Palmieri, è vero pure che per cercare di andare avanti, indipendentemente da quella che sarà la sentenza de Tar, de Magistris cambierà almeno tre assessori per allargare la maggioranza a Sel e altri cespugli di sinistra che lo sostengono in aula. Cominciando da coloro scelti direttamente da lui: Alessandra Clemente (Giovani) e Monia Aliberti (Immagine). Ma anche Panini (Lavoro) è in pole per essere sostituito. E non ci saranno fedelissimi che potranno sentirsi al sicuro. La storia (cancellata) dei benecoministi scelti da de Magistris, insegna.

30 ottobre 2014

Agli agenti un "cannone" ma non la pistola

Vittorio Feltri - Gio, 30/10/2014 - 14:40

Non tutti i prefetti danno il porto d'armi agli agenti, che fuori servizio sono costretti a girare con una pesante Beretta


Oggi raccontiamo una storia di ordinaria follia amministrativa ovvero burocratica che farà rimanere a bocca aperta i lettori. I quali sanno che i carabinieri e gli agenti di Pubblica sicurezza vanno in giro armati di pistola d'ordinanza quando sono in servizio. Trattasi di Beretta modello 98/FS calibro 9 parabellum, una vera e propria arma da guerra i cui proiettili sono perforanti, per cui se entrano nel corpo umano, ne escono proseguendo in una traiettoria incontrollabile da parte di chi ha premuto il grilletto.

Tale pistola è assai ingombrante e pesante al punto da essere inoccultabile. A causa di ciò, carabinieri e poliziotti, quando non impegnati in attività professionali, per anni hanno usufruito della possibilità di ottenere un porto d'armi che consentiva loro di acquistare e utilizzare una rivoltella più piccola e maneggevole per difesa personale. Chi per mestiere fa il tutore dell'ordine è addetto d'ufficio a indagini delicate (per esempio sulla criminalità organizzata), e rischia di subire vendette, fino a rimetterci in certi casi la pelle. Quindi è opportuno che non si faccia cogliere impreparato in caso di aggressione. Come? Tenendo una pistola in tasca o nel fodero.

È sempre stato così. Adesso non più. Non tutti i prefetti concedono il porto d'armi ad agenti e a militari cosiddetti fedeli nei secoli. Perché? Il ministero degli Interni ha riesumato una circolare degli anni Trenta in base alle quale i citati servitori dello Stato, se fuori servizio, hanno sì facoltà di circolare armati ma solo della pistola d'ordinanza, quella da guerra, e non di una pistola più acconcia, di dimensioni ridotte. Qual è la ratio di questa disposizione insensata? È un mistero che non esitiamo a definire idiota. Infatti, non si comprende perché un militare sia autorizzato in ogni circostanza a portarsi addosso una Beretta parabellum, ma non sia abilitato a impugnare all'occorrenza un revolver meno ingombrante, non letale, in una parola più difensivo che offensivo.

In questo diktat c'è qualcosa di schizofrenico e, quindi, di illogico. Io posso andare in giro con un cannone anche se mi reco al cinema, però mi è vietato avere in saccoccia una pistolina onde garantirmi un minimo di protezione da eventuali malintenzionati. C'è poi un aspetto comico che non va sottaciuto. Ancora a titolo esemplificativo: il prefetto di Bergamo boccia la richiesta di porto d'armi inoltrata da un carabiniere, pur consapevole che questi ha facoltà di tutelarsi con il suddetto «cannone» Beretta parabellum; mentre il prefetto di Parma non ha difficoltà a concederglielo. Da quando in qua ciò che vale a Parma non vale a Bergamo o a Messina o ad Aosta?

Se ne deduce che l'Italia ha federato soltanto la stupidità. In mancanza di un ordine buono per tutti, è fatale che si incrementi il caos, si affermi l'arbitrarietà come criterio di giudizio e trionfi la scemenza.
Da notare che il porto d'armi è stato revocato anche a coloro che lo possedevano da vent'anni; così, all'improvviso, in ottemperanza a una contraddittoria norma ripescata, dopo quasi un secolo, nei fondali delle leggine vintage . Che ogni prefetto interpreta a piacimento. Non basta: il pluricitato porto d'armi viene negato a carabinieri e poliziotti, ma accordato a tabaccai, droghieri, vigilantes e farmacisti per il solo fatto che costoro gestirebbero parecchio contante.

Dal che si evince che per il nostro legislatore acefalo vale maggiormente una mazzetta di banconote che non la vita di un agente. Invochiamo un intervento del governo affinché rimedi a questa imperdonabile sciocchezza, che è pari a quella che stabilisce la dotazione di auto per le caserme provinciali dei carabinieri. Occorre precisare che le stazioni dell'Arma, mediamente, hanno in garage due Fiat Punto, ottime per portare la famiglia a Cesenatico, ma non per inseguire i banditi che si dileguano su potenti Bmw. Servirebbe appellarsi al ministro Angelino Alfano, ma questi ci udirebbe?

Quelle trattative con il boss decisive per vincere la guerra

Carlo Maria Lomartire - Gio, 30/10/2014 - 08:49

Tra documenti storici ufficiali e narrativa ecco il primo accordo tra Stato e mafia che orientò le sorti del secondo conflitto


Pubblichiamo uno stralcio del libro del giornalista Carlo Maria Lomartire La prima trattativa Stato-mafia appena uscito in libreria. Il saggio racconta in forma narrativa e col supporto di documenti ufficiali la vicenda delle trattative tra Stato e mafia durante la Seconda guerra mondiale, da cui emerge un ritratto a tutto tondo del celebre boss Lucky Luciano.


Salvatore Lucania, al secolo "Lucky Luciano", boss mafioso

Nei primi giorni di febbraio del '43, in uno di quei loro incontri periodici che servivano a fare il punto sulla situazione nel porto di New York, la cui sicurezza sembrava ormai rientrata nei parametri della normalità, Haffenden rivelò a Polakoff qualcosa di grosso.

(...)«Quando dico che l'invasione dell'Europa comincia dall'Italia e dal Sud, intendo proprio il Sud dell'Italia. Sbarcheremo in Sicilia: il nome in codice è Operazione Husky. La pianificazione dell'organizzazione è stata affidata al generale Dwight Eisenhower. Credo che questo basti per dimostrare l'importanza che i comandi alleati attribuiscono all'operazione. Dicono che sarà la più colossale azione di sbarco della storia. Comunque metteremo piede in Europa per la prima volta dall'inizio della guerra».

«Perché proprio la Sicilia?». «Be', a parte considerazioni strategiche più generali, ci sono buone ragioni per ritenere che sull'isola possiamo trovare più collaborazione che altrove». «Quali sarebbero queste buone ragioni?». «Prima di tutto perché lì il fascismo pare che non abbia mai attecchito troppo. In Sicilia è sempre stato vivo un certo sentimento indipendentista, che in questi mesi sembra particolarmente fervido. E poi perché, come lei sa fin troppo bene, gli Stati Uniti hanno accolto centinaia di migliaia di immigrati siciliani. Il nostro esercito è pieno di gente originaria della Sicilia. Tutti bravi soldati».

(...) «Abbiamo bisogno, e rapidamente, di aggiornare e completare queste informazioni, perché l'operazione deve essere conclusa entro luglio. E c'è un solo modo per averle presto e attendibili: ottenerle da gente del posto, dai siciliani. Che amano molto gli Stati Uniti a cui, come le dicevo, sono legati anche dai vincoli di sangue creati dall'emigrazione. Ma, si sa, sono anche un popolo molto diffidente. Perciò chi può chiedere loro queste informazioni senza suscitare sospetti e chiusure se non altri siciliani, o meglio: americani originari della Sicilia?».

«Comincio a capire, temo». «Si tratta di contattare tutti i siciliani di immigrazione recente e metterli a disposizione dei nostri cartografi e navigatori per correggere, aggiornare e completare le carte esistenti. E pensiamo che nessuno meglio di Luciano, con l'aiuto dei suoi amici, possa radunare in fretta questa gente e convincerla a collaborare». «Era proprio quello che temevo». «Naturalmente questo ulteriore servigio renderebbe ancora più ingente il debito di riconoscenza dello zio Sam verso il suo cliente».

(...)Il nome di Luciano, assicurò la collaborazione dei più potenti boss della costa orientale: personaggi come Vito Genovese, che intanto era tornato in Italia, Albert Anastasia, Vincenzo Mangano, Frank Costello, Nick Gentile, Thomas Buffa, Frank e Joe De Luca, Joe Profaci, Toni Lopiparo, Leonard Calamia, Jim Balestrieri, Joseph e Peter Di Giovanni. Un gioco da ragazzi, per costoro, contattare, direttamente o indirettamente, centinaia di siciliani, non tutti necessariamente mafiosi ma tutti certamente disponibili, mettendoli in contatto con una squadra del Nis, detta per l'occasione «dei siciliani» e non a caso comandata da due ufficiali con origini siciliane: Paul Alfieri e il solito Anthony Marzullo, i quali rispondevano direttamente ad Haffenden. Con loro collaborava un gruppo di cartografi coordinato dal primo geografo-navigatore della Marina, George Tarbox.

(...)«Avvocato, faccia presente ai suoi amici dell'intelligence che le prigioni siciliane sono piene di antifascisti, uomini d'onore, perché gli uomini d'onore sono per forza antifascisti. Se per caso gli Alleati dovessero un giorno sbarcare in Sicilia, liberando questi prigionieri si farebbe un atto di giustizia. E poi potrebbero essere molto utili, questo glielo posso assicurare io». Moses colse perfettamente il senso della richiesta: liberare i mafiosi detenuti nelle carceri siciliane, considerandoli prigionieri politici, e impiegarli per assicurarsi il pieno controllo delle zone occupate. «Lo terrò presente», rispose.

(...) «È superfluo che io le dica, capitano, che nella loro grande maggioranza, le persone con cui abbiamo preso contatto per arricchire la nostra documentazione sulla Sicilia o che incontreremo dopo lo sbarco sono, chi più chi meno, tutte vicine alla mafia», fece notare, con discrezione, l'avvocato Polakoff ad Haffenden quando questi gli descrisse compiaciuto il lavoro fatto. «Affidarsi a loro dopo l'invasione significa accrescerne ulteriormente il controllo del territorio, dare loro più potere.

Oltre tutto sono ansiosi di rivalsa perché il fascismo è effettivamente riuscito, almeno in parte, a metterli momentaneamente in un angolo. Io li conosco, so come ragionano e come si muovono, non so se è prudente..». In realtà l'avvocato di Luciano non era minimamente preoccupato della rinascita della mafia in Sicilia. Semplicemente, ancora una volta voleva acquisire benemerenze con Haffenden per spenderle a favore della futura liberazione del suo assistito. «Lo capisco perfettamente, avvocato», lo interruppe secco l'ufficiale, «ma, come lei sa, noi ora stiamo facendo la guerra ai nazi-fascisti. Alla mafia penseremo in un altro momento».

(...)Proprio in quei primi giorni di febbraio del 1943 in cui Haffenden si assicurava la collaborazione di Luciano anche per spianare la strada all'invasione della Sicilia, accadde qualcosa che, partendo da altri ambienti, sembrò andare nella stessa direzione.