giovedì 30 ottobre 2014

Le 10 foto più inquietanti di sempre, ​ancora senza una spiegazione

Il Mattino
di Simone Pierini

ROMA - Le 10 foto più inquitenti di sempre, che racchiudono dei misteri che nessuno ancora è riuscito a svelare.Nella fotogallery allegata si mischiano i grandi quesiti dell'umanità. Dalla  vita dopo la morte alla presenza di alieni o di attività paranormali, dai viaggi nel tempo a fenomeni inspiegabili. Le immagini sono state analizzate e non risultano manomesse o modificate in nessun modo.

11. "Il Solway Firth Spaceman", scattata il 23 maggio 1964. La bimba appare senza alcuna anormalità, ma il ragazzo dietro è vestito con una tuta molto simile a quella di un astronauta.


22. "Lo squadrone della Royal Air Force", scattata nel 1919, due giorni dopo la morte dell'uomo che appare nel circoletto rosso, il meccanico Freddy Jackson.

3 
  

 3. "Cooper falling body photo". La prima foto della famiglia Cooper nella nuova casa. Una volta sviluppata l'immagine, ecco però apparire un intruso, appeso al soffitto. Un fantasma?


4 4. "Bande luminose". Strane luci, di differenti colori, immortalate tra il 1981 e il 1984. Un fenomeno che, malgrado i numerosi studi scientifici, non ha ancora una spiegazione.


55. "Viaggio nel tempo". La prova che l'uomo è riuscito a viaggiare nel tempo? Potrebbe essere questa foto scattata nel 1941 dove l'uomo evidenziato in rosso (quello più indietro dei due) mostra un abbigliamento e una macchina fotografica, con tanto di obiettivo, decisamente più moderne delle usanze del tempo.


6
6. "Black Knight". Intorno alla nostra orbita c'è un satellite, chiamato Black Knight, che si ritiene venga usato per trasmettere i segnali dalla Terra, lavorando come una spia aliena.



77. La sopravvissuta all'11 settembre. La foto si commenta da sola: una donna in piedi tra le lamiere della torre sud del World Trade Center, esattamente nel piano colpito dall'aereo nel quale sarebbe divampato un incendio con temperature elevatissime. Lei appare incolume.



88. "Madonna con bambino e San Giovannino". L'opera La "Madonna con bambino e San Giovannino" di Domenico Ghirlandaio (1449-1494), sarebbe la prova dell'esistenza aliena. Sullo sfondo del dipinto due uomini indicherebbero uno strano oggetto. Un Ufo?






99. L'uomo che si affaccia sul vuoto del Grand Canyon non è solo. Alle sue spalle appare l'immagine di un ragazzo incappucciato. Il protagonista ha dichiarato di non aver visto nessuno. Mistero.


1010. La 'Dead Mountain'. La tragedia che ha visto nove alpinisti morti in circostanze misteriose. "I motivi della morte sono da attribuirsi a una causa naturale superiore".



giovedì 30 ottobre 2014 - 12:27   Ultimo agg.: 13:32

Guerra legale sul brevetto del Tutor «Lo avete copiato, dateci 7,5 miliardi»

Corriere della sera

di Edoardo Segantini

Una società fa causa ad Autostrade: lo abbiamo inventato noi nel 1999
La replica: il nostro sistema è diverso e originale, utilizza sensori sotto l’asfalto

2
Il Tutor è il sistema che, rilevando la velocità media, protegge gli automobilisti tenendoli d’occhio e verificando se vanno troppo forte. Ma chi protegge i suoi inventori? Nessuno, sostengono Romolo Donnini e Alessandro Patanè, rispettivamente inventore e proprietario del software del sistema Sicve. Patanè ha denunciato Atlantia, holding di Autostrade per l’Italia, per contraffazione e altri reati. Atlantia ha citato lui in giudizio. Così, per il prossimo 3 dicembre, è stata fissata l’udienza al Tribunale di Roma. Il risarcimento richiesto è astronomico: 7,5 miliardi di euro.
La relazione finanziaria
Se ne occupa l’ultima relazione finanziaria semestrale di Atlantia, controllata dalla famiglia Benetton, in cui si legge: «Per tutelare la posizione del Gruppo a fronte di reiterate richieste economiche del Sig. Alessandro Patanè (...), afferenti alla titolarità del software del sistema Sicve (Safety Tutor), Autostrade per l’Italia e Autostrade Tech hanno notificato nei confronti del Sig. Patanè (...) un atto di citazione avanti al Tribunale di Roma, per veder accertata e dichiarata l’infondatezza delle pretese economiche dallo stesso vantate (...)». E, più avanti: «(...) tutte le domande riconvenzionali non hanno alcuna chance di accoglimento, essendosi i convenuti costituiti tardivamente e con richieste inammissibili e infondate nel merito».

L’udienza del 3 dicembre sarà il primo passo per verificare se la tranquillità che traspare dal documento della società - che non commenta la vicenda - troverà conferma. La storia inizia nel 1999 quando Donnini, titolare di una piccola impresa tecnologica di Greve in Chianti - la Craft - inventa e brevetta un «sistema di sorveglianza e controllo del traffico su strade e autostrade», depositato con il numero 013.10318. Come funziona? Il sistema legge le targhe posteriori grazie a due postazioni a distanza collegate con un computer che calcola i tempi di percorrenza e rileva le violazioni dei limiti di velocità.
La storia
Donnini mostra il suo sistema ad Autostrade, che si mostra poco interessata. Trova invece l’interesse della Polizia stradale. Così, secondo la sua ricostruzione, manda il brevetto alla Polizia stradale e da quel giorno, per anni, non riceve più risposta. «Poi, nel 2004 - racconta l’imprenditore - Polizia stradale e Autostrade annunciano di aver inventato e brevettato un rivoluzionario sistema di rilevamento della velocità media (Sicve) per il controllo dei veicoli. Cioè la stessa invenzione brevettata da me». Scopre poi che «anche Autostrade ha presentato domanda di brevetto»: secondo Donnini una «pedissequa copiatura» della sua invenzione, «camuffata con la specificazione di una componente secondaria».

La differenza riguarda il fatto che nel sistema Craft, al passaggio del veicolo, le telecamere vengono attivate da raggi luminosi («spire virtuali»), mentre il Tutor di Autostrade usa sensori situati sotto l’asfalto («spire induttive»). Donnini tenta la transazione: chiede un milione e mezzo di euro, gliene offrono centocinquantamila. Non trovando l’accordo, fa causa ad Autostrade per contraffazione del brevetto.

Per evitare la condanna, nel 2006 Autostrade ritira la sua domanda di brevetto. Però difende l’originalità della propria apparecchiatura, affermando che le differenze rispetto al «metodo» Craft sono tutt’altro che secondarie e che il suo sistema è diverso proprio in quegli elementi accessori. Chiede la nullità del brevetto Craft, sostenendo che nel mondo esistono già brevetti analoghi.
Guerra legale
Il Tribunale di Roma riconosce la validità del brevetto toscano, in quanto «ha caratteristiche distintive innovative rispetto alla tecnica nota». Ritiene però che il sistema di Autostrade non rappresenti contraffazione del brevetto Craft per la presenza di sensori diversi (le spire induttive) rispetto a quelle virtuali. In altre parole: per i giudici il brevetto Craft è valido, però Autostrade non ha copiato.

Nel 2008, poi, Craft concede licenza d’uso del suo brevetto alla Alessandro Patanè srl, la società detentrice della proprietà intellettuale del software che gestisce il Tutor di Autostrade. Dopo anni di contrasti legali, Patanè sporge querela per aggiotaggio, turbativa d’asta, truffa e contraffazione. A cui Atlantia - che dal Tutor, gestito dalla Polizia Stradale, afferma di non ricevere ritorno economico - risponde con l’atto di citazione. La guerra del brevetto continua.

30 ottobre 2014 | 11:05

Togliere il segreto di Stato agli atti sul rapimento di Aldo Moro»

Corriere della sera

La Commissione Moro,dopo l’audizione di Minniti, ha votato per chiedere Renzi la declassificazione dei documenti che riguardano i 55 giorni del sequestro dello statista

 

1
Al termine dell’audizione del sottosegretario con delega ai servizi segreti Marco Minniti, la commissione Moro ha votato per chiedere alla Presidenza del Consiglio l’estensione della direttiva sulla declassificazione degli atti riguardanti le stragi tra il 1969 e l’84 anche ai 55 giorni del rapimento Moro. Il Sottosegretario ha detto che segnalerà subito l’istanza a Palazzo Chigi.
«Sono 12.500 gli atti secretati su Moro»
Gero Grassi, vice presidente del gruppo Pd alla Camera ha dichiarato: «È stata positiva la prima audizione svolta dalla Commissione d’inchiesta sul caso Moro con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, Marco Minniti, il quale ci ha detto che esistono ben 12.500 atti relativi al sequestro e alla uccisione del leader Dc attualmente secretati. 474 di questi sono stati emessi da Enti stranieri (i soli che possono autorizzarne la declassificazione, che in genere viene negata)». «Minniti ha precisato che la declassificazione degli atti riguarda la tipologia e non comporta automaticamente la pubblicità, ma che il governo è disponibile a collaborare attivamente con la Commissione fornendo i documenti senza gli omissis con cui sono stati depositati all’Archivio di Stato.

Abbiamo fatto presente al sottosegretario che la Commissione parlamentare ha due anni per svolgere la propria attività: dunque non c’è molto tempo, considerando che la Direttiva Prodi sulla declassificazione degli atti, emessa nel 2008, ha dato i suoi effetti due anni dopo e che la Direttiva Renzi relativa alle stragi, che avrà comunque effetti nel 2015, non riguarda quelli relativi al caso Moro: per questo abbiamo votato alla unanimità un documento per chiedere alla Presidenza del Consiglio l’estensione di quella Direttiva. Mi pare comunque che potremo contare sulla piena collaborazione del governo e questo è molto importante per il lavoro che ci aspetta».

29 ottobre 2014 | 17:01



L’americano che aiutò Cossiga «Non dovevamo salvare Moro»

Corriere della sera

di Giovanni Bianconi

Pieczenik: ero terrorizzato, vivevo in albergo con la pistola che mi diede il ministro

1
Davanti al magistrato italiano, il protagonista «amerikano» del caso Moro mostra di avere un’alta considerazione di sé. Vuole essere chiamato «dottor Pieczenik», rivendicando il titolo di medico psichiatra al servizio del governo degli Stati Uniti. Nella primavera del 1978, durante il sequestro del leader democristiano, fu inviato in Italia per assistere il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Il suo ruolo - rimasto sempre piuttosto misterioso - venne alla luce molto più tardi, e dopo tante interviste e affermazioni spesso ambigue Steve Pieczenik, oggi settantenne, è stato interrogato per la prima volta da un inquirente italiano.

Il 27 maggio scorso il pubblico ministero della Procura di Roma Luca Palamara è andato ad ascoltarlo in Florida, con l’assistenza di un magistrato statunitense. Quello che segue è il resoconto della sua testimonianza, raccolta a 36 anni di distanza dai fatti in un’indagine che tenta, se non di scoprire nuove verità, almeno di dissipare ombre. All’epoca Pieczenik veniva considerato un esperto di sequestri: «Ero appena riuscito a negoziare il rilascio di circa 500 ostaggi americani a Washington in tre diversi palazzi utilizzando tre ambasciatori arabi... Cossiga è venuto a sapere di me e ha chiesto al segretario di Stato Cyrus Vance di chiedermi se potevo andare ad aiutarli nel rapimento di Aldo Moro».

Il caso Moro, la notte buia della Repubblica  Il caso Moro, la notte buia della Repubblica
Il caso Moro, la notte buia della Repubblica  
Il caso Moro, la notte buia della Repubblica  
Il caso Moro, la notte buia della Repubblica
Allo psichiatra statunitense sbarcato a Roma una decina di giorni dopo la strage di via Fani in cui le Brigate rosse avevano sterminato la scorta del presidente della Dc e portato via il prigioniero, erano state date consegne precise per la sua collaborazione col governo italiano: «L’ordine non era di far rilasciare l’ostaggio, ma di aiutarli nelle trattative relative ad Aldo Moro e stabilizzare l’Italia». Poi aggiunge: «In una situazione in cui il Paese è totalmente destabilizzato e si sta frantumando, quando ci sono attentati, procuratori e giudici uccisi, non ci possono essere trattative con organizzazioni terroristiche...
Se cedi l’intero sistema cadrà a pezzi». Aveva paura anche per se stesso, il consigliere americano: «Ero terrorizzato, non avevo nessuna protezione, mi hanno messo in una abitazione sicura con due carabinieri senza pistola e senza munizioni, e sono andato via... Cossiga mi ha dato una pistola Beretta 7.4 mm e qualcuno che venisse con me per allenarmi a sparare, non ero vestito in modo formale ma con i jeans, in incognito... Mi ero trasferito all’hotel Excelsior. Ho trascorso tutte le notti con una pistola tra le gambe, pronto a sparare a chiunque».
Pieczenik trascorse le sue giornate romane per lo più nell’ufficio di Cossiga, insieme a «uno psichiatra italiano» (probabilmente il criminologo Franco Ferracuti, iscritto alla Loggia P2 di Licio Gelli) e al giudice Renato Squillante, all’epoca consigliere del ministro dell’Interno. Il pm Palamara gli chiede che cosa ha fatto in concreto, e il testimone risponde: «Dovevo valutare che cosa era disponibile in termini di sicurezza, intelligence, capacità di attività di polizia, e la risposta è stata: niente. Ho chiesto a Cossiga cosa sapeva delle trattative con gli ostaggi e lui non sapeva niente; in terzo luogo dovevo assicurarmi che tutti gli elementi che negoziavamo dovevano diminuire la paura e la destabilizzazione dell’Italia; quarto: dovevamo valutare la capacità delle Br nelle trattive e sviluppare una strategia di non-negoziazione, non-concessioni».

Nella sostanza, Pieczenik voleva «costringere le Br a limitare le richieste in modo che avessero una sola cosa possibile da fare, rilasciare Moro». Andò al contrario, come il consigliere statunitense ha confidato in un libro scritto da un giornalista francese e crudamente intitolato «Abbiamo ucciso Aldo Moro». Ma adesso Pieczenik prova a fare marcia indietro: «Programmi tv e interviste per me sono solo spettacolo e finzione, ciò che dico alla stampa o nelle interviste è disinformazione». E dunque, quasi si spazientisce il pm Palamara, è vero o no che secondo Pieczenik lo Stato italiano ha lasciato morire il presidente dc? Risposta: «No, l’incompetenza dell’intero sistema ha permesso la morte di Aldo Moro. Nessuno era in grado di fare niente, né i politici, né i pubblici ministeri, né l’antiterrorismo. Tutte le istituzioni erano insufficienti e assenti».

Lo specialista arrivato da Washington sostiene di essersi limitato a leggere i comunicati delle Br, che avevano una «strategia molto facile», rendendosi conto che il governo italiano non era in grado di fare nulla. Quindi, dopo aver sponsorizzato la linea della fermezza appoggiata dal partito comunista, ripartì alla volta degli Usa, a sequestro ancora in corso. Come se la sua missione fosse compiuta: «Cossiga era un uomo estremamente intelligente che ha capito molto in fretta ciò che doveva fare, ed è stato in grado di attuarlo...

Continuare a cercare di stabilizzare l’Italia e continuare la politica di non-negoziazione, nessuno scambio di terroristi e nessun altro scambio». Rientrato in patria, il consigliere venne a sapere che Moro era stato assassinato: «Ho pensato che sfortunatamente le Br erano dei dilettanti, e avevano fatto davvero un grande sbaglio. La peggior cosa che un terrorista possa fare è uccidere il proprio ostaggio. Uccidendo Aldo Moro hanno vinto la causa sbagliata e creato la loro autodistruzione».
Dopo il sanguinoso epilogo, Pieczenik sostiene di non aver seguito gli sviluppi del caso Moro, né avuto altri contatti con il governo italiano: «Ho fatto il mio lavoro e sono tornato a casa, ero felice di aiutare l’Italia...

Poi sono stato impegnato nella caduta dell’Unione Sovietica... L’America e io abbiamo abbattuto l’Urss, portato la libertà in Cambogia, abbattuto il partito comunista cinese e integrato l’Unione Europea, ma l’Italia non è cambiata, ha un tasso di crescita negativo, una disoccupazione elevata... Penso che abbiate oggi un problema più grave di quello che avete avuto nel rapimento di Aldo Moro» .

17 luglio 2014 | 07:46



Ex ispettore: «Servizi aiutarono le Br a rapire Moro e a uccidere la scorta»

Corriere della sera

Testimonianza all’Ansa di un poliziotto che ha indagato su due uomini forse appartenenti al Sismi che erano in via Fani il 16 marzo 1978

 

1
Una testimonianza che, se troverà riscontri giudiziari, dimostrerebbe che i servizi segreti avrebbero aiutato le Brigate Rosse ad uccidere Aldo Moro. «Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani quando fu rapito Moro. Diede riscontri per arrivare all’altro. Dovevano proteggere le Br da ogni disturbo. Dipendevano dal colonnello del Sismi che era lì». Enrico Rossi, ispettore di polizia in pensione, racconta all’Ansa la sua inchiesta.
Inchiesta
L’ispettore racconta che tutta l’inchiesta è nata da una lettera anonima inviata nell’ottobre 2009 a un quotidiano. Questo il testo: «Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia.

La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente...». L’anonimo fornì anche concreti elementi per rintracciare il guidatore della Honda. «Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più».
La lettera
Il quotidiano all’epoca passò alla questura la lettera per i dovuti riscontri. A Rossi, che ha sempre lavorato nell’antiterrorismo, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011 «in modo casuale: non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani». Sarebbe lui l’uomo che secondo uno dei testimoni più accreditati di via Fani - l’ingegner Marini - assomigliava nella fisionomia del volto ad Eduardo De Filippo. L’altro, il presunto autore della lettera, era dietro, con un sottocasco scuro sul volto, armato con una piccola mitraglietta.

Sparò ad altezza d’uomo verso l’ingegner Marini che stava «entrando» con il suo motorino sulla scena dell’azione. L’ingegner Marini si salvò solo perché cadde di lato quando una raffica partita da quello che a lui sembrava un piccolo mitra fu scaricata contro di lui proprio da uno dei due che viaggiavano sulla moto. I proiettili frantumarono il parabrezza del suo motorino con il quale l’ingegnere cercava di passare all’incrocio tra via Fani e via Stresa. Di certo da quella moto si sparò per uccidere Marini, tanto che i brigatisti sono stati condannati in via definitiva anche per il tentato omicidio dell’ingegnere. Marini testimoniò, ma poi impaurito dalle minacce, 3 anni dopo andò a vivere in Svizzera.
Accertamenti
«Chiedo di andare avanti negli accertamenti - aggiunge Rossi - chiedo gli elenchi di Gladio, ufficiali e non, ma la «pratica» rimane ferma per diversi tempo. Alla fine opto per un semplice accertamento amministrativo: l’uomo ha due pistole regolarmente dichiarate. Vado nella casa in cui vive con la moglie ma si è separato. Non vive più lì. Trovo una delle due pistole, una beretta, e alla fine, in cantina poggiata o vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo “Moro rapito dalle Brigate Rosse”, l’altra arma». È una Drulov cecoslovacca, una pistola da specialisti a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice. Rossi insiste: vuole interrogare l’uomo che ora vive in Toscana con un’altra donna ma non può farlo.

«Chiedo di far periziare le due pistole ma ciò non accade». Ci sono tensioni e alla fine l’ispettore, a 56 anni, lascia. Va in pensione, convinto che si sia persa «una grande occasione perché c’era un collegamento oggettivo che doveva essere scandagliato». Poche settimane dopo una «voce amica» gli fa sapere che l’uomo della moto è morto e che le pistole sono state distrutte. Rossi attende molti mesi- dall’agosto 2012 - prima di parlare, poi decide di farlo, «per il semplice rispetto che si deve ai morti». Il signore su cui indagava Rossi è effettivamente morto - ha accertato l’Ansa - nel settembre del 2012 in Toscana. Le pistole sembrerebbero essere state effettivamente distrutte, ma il fascicolo che contiene tutta la storia dei due presunti passeggeri della Honda è stato trasferito da Torino a Roma dove è tuttora aperta un’inchiesta della magistratura sul caso Moro.

23 marzo 2014 | 17:59



Caso Moro, l’antologia dei misteri e le risposte non date alla vedova

Corriere della sera

di Giovanni Bianconi

Da Gradoli alla polizia «impreparata»: tutte le incongruenze

 

1
ROMA - «Posso soltanto dirle che nel 1978 lo Stato era assolutamente impreparato rispetto a emergenze di quel tipo. Non sapeva quasi niente della realtà del terrorismo». Peccato che quando sequestrarono Aldo Moro uccidendo i cinque agenti di scorta, le Brigate rosse esistessero da otto anni e avessero già messo a segno rapimenti clamorosi, assassinato magistrati, avvocati, uomini delle forze dell’ordine, sparato su politici, giornalisti, dirigenti carcerari. Eppure, disse candidamente nel 1992 l’allora capo della polizia Vincenzo Parisi, «si era in una situazione di debolezza neanche lontanamente sospettabile; perciò, vedendo in retrospettiva come fu condotta la gestione del sequestro Moro, posso dire che essa fu del tutto artigianale e non adeguata alla situazione».

Sarà. Ma rilette oggi, queste frasi pronunciate davanti alla commissione d’inchiesta sulle stragi nel gennaio ‘92 suonano come la conferma di uno degli enigmi che resistono a trentasei anni di distanza dal fatidico 16 marzo 1978, giorno della strage di via Fani e del rapimento del presidente democristiano, ammazzato dopo 55 giorni di prigionia: come mai le istituzioni erano così «impreparate» di fronte alla pericolosità delle Br che imperversavano e proclamavano ai quattro venti di voler attaccare «il cuore dello Stato»?

È solo una delle tante domande senza risposta racchiuse in una vera e propria «antologia dei misteri» del caso Moro pubblicata sul sito internet dei deputati del Pd a cura del vicepresidente Gero Grassi (pugliese come Moro), che vorrebbe una nuova indagine parlamentare. Utile non si sa quanto, a tanto tempo dai fatti. Tuttavia il riassunto, in 400 pagine, di testimonianze e relazioni raccolte dalle precedenti commissioni d’inchiesta certifica i troppi punti oscuri sul delitto politico che maggiormente ha segnato la storia della Repubblica. Custoditi negli archivi del Parlamento. Una giungla di quesiti (non tutti ugualmente importanti) in cui ciascuno può approfondire quelli che più lo inquietano. Alcuni però sembrano più macroscopici di altri, anche per come sono emersi - e rimasti irrisolti - dagli stessi atti.
Via Gradoli e il ruolo di Moretti
Ad esempio l’informazione su Gradoli, ufficialmente arrivata dalla parodia di una seduta spiritica, il famoso «gioco del piattino», a cui parteciparono Romano Prodi e altri professori che in seguito avrebbero ricoperto cariche importanti. Fu lo stesso Prodi a trasmetterla ai vertici della Dc. «Anche se ci siamo trovati in questa situazione ridicola, noi siamo esseri ragionevoli - spiegò nell’audizione del 1981 -. Se soltanto qualcuno avesse detto di conoscere Gradoli, io mi sarei guardato bene dal dirlo.
È apparso un nome che nessuno conosceva, allora per ragionevolezza ho pensato di dirlo». A parte la credibilità dell’origine della notizia, il mistero ulteriore è che le ricerche si concentrarono nel paese di Gradoli dove non c’era nulla, senza andare in via Gradoli dove invece abitava Mario Moretti, il capo brigatista che in quei giorni interrogava l’ostaggio.

Eleonora Moro, moglie del presidente dc, chiese perché non si cercasse una strada romana con quel nome. «La risposta che ancora oggi mi lascia senza parole è stata: “Non c’è nelle pagine gialle!”», riferì in Parlamento. Invece c’era, e c’erano pure i brigatisti. Ma il covo fu scoperto solo il 18 aprile, a causa di una strana infiltrazione d’acqua. In casa non c’era nessuno e Moretti si salvò, alimentando i dubbi manifestati nel ‘95 da Corrado Guerzoni, collaboratore di Moro: «Moretti ha stabilito con qualcuno una convenienza reciproca per la gestione del sequestro, e ha potuto viaggiare tranquillo per l’Italia senza che nessuno lo fermasse. Nessuno ha avuto interesse a trovare Moro».
Le carte sparite e il Vaticano
Lo stesso giorno fu recapitato il falso comunicato numero 7 delle Br, secondo il quale l’ostaggio era stato ucciso e il cadavere gettato nelle acque (ghiacciate) del lago della Duchessa, sulle montagne tra Lazio e Abruzzo. L’ex sottosegretario all’Interno Lettieri ammise nel 1980: «È un altro di quegli episodi sconcertanti che si sono verificati. Non voglio esimermi da responsabilità, ma tutti abbiamo dato credito a quella pista». In realtà il magistrato inquirente nemmeno andò sul posto, tanto il comunicato era palesemente inattendibile, mentre il ministro dell’Interno Francesco Cossiga lo accreditò per ore. Altro mistero, insieme a quelli su chi l’ha ideato e chi l’ha confezionato.

Sulla scomparsa dei resoconti su indagini e riunioni svolte al ministero indagò la commissione stragi che nel ‘92 concluse: «La mancanza negli archivi del Viminale di tutta la documentazione non trova alcuna plausibile giustificazione... Si conferma una costante dell’“affare Moro”: prove importanti sulla gestione della crisi sono sottratte agli organi istituzionali, ma non è escluso che altri ne disponga e le utilizzi o minacci di farlo nel momento più conveniente». Anche sul ruolo del Vaticano e di don Antonello Mennini, «postino» di alcune lettere di Moro, restano quesiti aperti. Come le pressioni su Paolo VI per evitare ogni apertura nella lettera agli «uomini delle Brigate rosse», o i sospetti che quel sacerdote sia stato anche un «canale di ritorno» dalla prigione del presidente dc.

È tutto scritto nelle carte del Parlamento, dai piduisti al vertice dei servizi segreti alle tante forzature sulla «non autenticità» delle lettere di Moro, al loro ritrovamento insieme a pezzi di memoriale in via Montenevoso, 12 anni dopo la scoperta del covo milanese. Fino alle domande di Eleonora Moro, che due anni dopo la morte del marito si chiedeva, a proposito delle Br: «Certo, ci sarà stata la loro parte di lavoro. Ma chi ha armato e animato questa gente a fare queste cose? Chi ha tenuto le fila in modo tale che non si poteva comunicare durante il tempo che mio marito era sequestrato? Come mai questa linea di condotta così dura era già stata presa così nettamente, un’ora dopo la strage di via Fani?».
La signora Moro è morta nel 2010, senza avere le risposte che cercava .

16 marzo 2014 | 09:07

Lo Stato licenzia, ma solo pecore e porci

Marcello Veneziani - Mar, 28/10/2014 - 15:40

Con grave turbamento ho appreso ieri che è stata licenziata la Pecora di Stato

Con grave turbamento ho appreso ieri che è stata licenziata la Pecora di Stato. Non si tratta, come potete pensare, di un dipendente pubblico conformista e gregario, di limitata intelligenza, che si lascia condurre dal dirigente pastore e si lascia intimorire dal lupo sindacale, ma di un ovino vero. Anzi di ben mille pecore che vivono a spese dello Stato e brucano erba del comparto pubblico.

C'è perfino il Porco di Stato, che non è un dipendente corrotto e ingordo, poco attento all'igiene, e benché sia della cinta senese, non c'entra col Monte dei Paschi. È un suino vero, in carne e setole. Con loro ci sono anche centinaia di cavalli, cinghiali e perfino daini e cervi. Che ci fanno nel settore pubblico, hanno superato un regolare concorso o lo Stato è davvero l'arca di Noè che imbarca pecore e porci? No, fanno parte del patrimonio del Corpo forestale che per risparmiare, sta tagliando immobili, veicoli e animali. Se vi sorprende sapere che lo Stato vende pecore e porci, io mi sorprendo invece a sapere che lo Stato ha mantenuto finora migliaia di capi di bestiame (chi si pappava poi la loro carne?). Sembra la fattoria degli animali di Orwell, col suo Stato-incubo.

Immagino ora l'angoscia della pecora dopo una vita da statale a dover affrontare i lupi del libero mercato. E così il maiale in balia degli appetiti privati, giacché chi se lo accaparrerà non penserà mica di adottarlo e mantenerlo agli studi. Si sentiranno anche loro vittime della spending review d'Europa e fonderanno il Movimento 5 stalle.

Amelia Earhart, «l’aviatrice morì di stenti su questo atollo»

Corriere della sera

di Guido Olimpio

L’americana è scomparsa nel Pacifico nel 1937 durante un avventuroso volo. Un foglio di alluminio, recuperato 25 anni fa, potrebbe appartenere al velivolo dell’aviatrice

Un altro passo nel mistero di Amelia Earhart, l’americana scomparsa nel Pacifico nel 1937 durante un avventuroso volo. Un foglio di alluminio, recuperato 25 anni fa sull’atollo di Nikumaroro, potrebbe appartenere al velivolo dell’aviatrice. Dell’esistenza di questo reperto si è parlato più volte, ma adesso gli specialisti del Tighar, il gruppo che indaga sul giallo, sono quasi certi di avere la prova: quel frammento ha una sorta di «impronta» che lo collega all’aereo, l’ Electra. Un pannello che era stato sistemato durante uno scalo a Miami (dettagli raccontati dal sito News.discovery.com).
Il mistero della scomparsa
È un caso intricato. Amelia decolla da Lae, Nuova Guinea, il 2 luglio 1937. A bordo, con lei, il navigatore Freed Noonan. Si dirigono verso est, la prossima tappa è l’isola di Howland. Non vi arriveranno mai. L’aereo scompare nella zona di Nikumaroro, 2 mila chilometri a sud ovest delle Hawaii. Le ricerche non portano a risultati, troppo vasta l’area. Solo tre anni dopo sull’atollo sono recuperate ossa umane e due scarpe. Elementi che però nel frattempo vanno perduti.

Amelia «Lady Lindy», l’aviatrice dei record Amelia «Lady Lindy», l’aviatrice dei record
Amelia «Lady Lindy», l’aviatrice dei record 
Amelia «Lady Lindy», l’aviatrice dei record
Ipotesi e tracce
Molte le ipotesi. C’è chi pensa che Amelia sia stata catturata dai giapponesi e accusata di spionaggio. O che abbia organizzato una finta scomparsa. Teorie che si inseguono insieme alla nuove ricerche. Importanti quelle degli specialisti del Tighar che, dopo una spedizione a Nikumaroro, tornano con indizi importanti. Resti di un vasetto di crema che l’aviatrice era solita usare, pezzi di due bottigliette degli anni 30, ossicini di animali tra le pietre di un focolare. E il pezzo di alluminio.
L’avaria
Per gli investigatori l’aereo ha avuto un’avaria costringendo Amelia ad un atterraggio d’emergenza a Nikumaroro. Un impatto, però, che non mette fuori uso la radio, tanto è vero che l’aviatrice ha mandato dei segnali di emergenza che sono interpretati come degli scherzi. Senza viveri e acqua, l’aviatrice e Noonan hanno cercato di organizzarsi con quel poco che c’è sull’atollo. Un tentativo disperato. Alla fine sono morti di stenti mentre il mare e le tempeste hanno fatto sparire il relitto. Che però, secondo alcuni, potrebbero essere comunque nelle vicinanze dell’isola.

29 ottobre 2014 | 21:16

Un precedente assai spiacevole

Corriere della sera

di Michele Ainis

Ieri è entrato in scena il Precedente. Ossia un fatto istituzionale mai avvenuto prima, che però da qui in avanti potrà replicarsi all’infinito. È la grammatica delle democrazie, intessute di regole scritte e d’interpretazioni iscritte nella storia. E il Quirinale non fa certo eccezione. Anzi: ogni presidente è un precedente per chi viene dopo, ciascuno consegna al successore un capitale d’esperienze diverso da quello che lui stesso aveva ricevuto. Nel luglio 2012 Napolitano sollevò un conflitto contro i magistrati di Palermo, dinanzi ai quali ora ha accettato di deporre. In quell’occasione citò Luigi Einaudi, per ribadire l’esigenza che nessun precedente alteri il lascito del Colle. Esigenza giusta, ma al contempo errata. Per soddisfarla a pieno, dovremmo fermare l’orologio.

Da qui la lezione che ci impartisce la vicenda. Napolitano avrebbe potuto rifiutarsi di testimoniare, come ha ammesso la stessa Corte di Palermo. Poteva farlo perché l’articolo 205 del codice di rito configura la sua testimonianza su base volontaria, escludendo qualsiasi mezzo coercitivo. Bastava dire no, e anche il diniego avrebbe offerto un precedente. Invece ha detto sì. E ha fatto bene: chi non ha nulla da nascondere non deve mai nascondersi. Ecco perché lascia un retrogusto amaro la decisione di tenere l’udienza a porte chiuse. Forse la diretta tv avrebbe compromesso il prestigio delle nostre istituzioni. O forse no: dopotutto nel 1998 la testimonianza di Bill Clinton sul caso Lewinsky si consumò a reti unificate. In ogni caso era possibile esplorare una via di mezzo, magari una trasmissione radiofonica, magari un resoconto dalla stampa accreditata.

Perché la qualità del precedente si misura dalla sua ragionevolezza. Dipende perciò dall’attitudine a comporre istanze contrapposte, forgiando un modello cui potrà attingersi in futuro. Specie quando ogni istanza rifletta un valore costituzionale, come succede in questo caso: l’autonomia della magistratura; il diritto di difesa, che vale pure per Riina; il riserbo sulle attività informali del capo dello Stato. Ma c’è ragionevolezza nel processo di Palermo? A osservare l’aggressività dei pm, parrebbe di no; non a caso quel processo ha già innescato un conflitto fra poteri.

A valutare talune decisioni del collegio giudicante, parrebbe di sì: per esempio la scelta di non ammettere in videoconferenza i boss mafiosi nel palazzo che rappresenta la Repubblica, bensì soltanto i loro difensori. E quanto è stato ragionevole l’esame testimoniale? Non lo sappiamo, bisogna attendere la diffusione del verbale. Nel frattempo girano versioni contrastanti, i presenti rilasciano interviste, le interviste inondano i tg. Ma che l’avvocato di Riina diventi per un giorno il portavoce del Quirinale, almeno questo è un paradosso che potevamo risparmiarci.

29 ottobre 2014 | 07:32

Un sindacalista tutto d'oro. Stipendio e pensione da nababbo per l'ex segretario Bonanni

Luisa De Montis - Mer, 29/10/2014 - 15:42

Dai 118.186 euro del 2006 fino ai 336mila euro di pochi mesi fa. Guadagna più di Obama

 

1
Uno stipendio da nababbo. Raffaele Bonanni, ex segretario della Cisl, da quando si è insediato a capo del sindacato ha visto aumentare vertiginosamente il proprio stipendio. Infatti, secondo quanto scrive il Fatto quotidiano, Bonanni, oltre a percepire una pensione da nababbo (8.593 euro lordi al mese), dal 2006 ha beneficiato di incrementi salari notevoli. Dai 118.186 euro del 2006 fino ai 336mila euro di pochi mesi fa. Insomma, Bonanni, oltre a superare abbondantemenre il tetto per i manager pubblici, nel suo ultimo anno guadagnava più del presidente americano Barack Obama (che percepisce circa 275mila euro).

"Il sindacalista viene eletto segretario generale della Cisl nel 2006. Fino a quella data era segretario confederale e guadagnava meno di 80mila euro lordi all'anno. 75.223 nel 2003, 77.349 nel 2004 e 79.054 nel 2005. Quando diventa segretario generale, secondo il regolamento interno alla Cisl, il suo stipendio viene incrementato del 30%. Quindi, secondo le regole interne, avrebbe dovuto guadagnare circa 100mila euro lordi annui. Nel 2006, la Cisl dichiara all'Inps una retribuzione lorda, ai fini contributivi, di 118.186 euro. Un po' più alta di quella prevista ma non molto. Le stranezze devono giungere con gli anni seguenti. 

Nel 2007, infatti, la retribuzione complessiva dichiarata all'Inps è di 171.652 euro lordi annui. Che aumenta ancora nel 2008: 201.681 annui. L'evoluzione è spettacolare, gli incrementi retributivi di Bonanni sono del 45% e poi del 17%. Ma la progressione continua: nel 2009, la retribuzione è di 255.579 (+26%), nel 2010 sale "di poco" a 267.436 (+4%) mentre nel 2011 schizza a 336.260 con un aumento del 25%", si legge sul quotidiano di Padellaro. Come se non bastasse, Bonanni è riuscito a sfuggire sia alle modifiche introdotte nel 1995 dalla riforma Dini sia dalla riforma Fornero.

La sinistra attacca ancora: «Così è un ricatto»

GdF - Mer, 29/10/2014 - 07:00

Alla sinistra che siede a Palazzo Marino la prima figuraccia non è bastata. E all'annuncio della decisione degli stilisti Dolce e Gabbana di restituire l'Ambrogino, replica che sarebbe «solo un atto di arroganza».
 

1
Soprattutto «nei confronti della città». Parole del presidente del consiglio comunale Basilio Rizzo eletto nelle liste della Sinistra per Pisapia. «Il punto è che chi riceve questa onorificenza deve essere al di sopra di ogni sospetto ed essere un esempio per tutti. Se avessero voluto restituirlo, avrebbero dovuto farlo subito», ha spiegato ieri Rizzo, autore con Aldo Ugliano (allora consigliere del Pd e oggi presidente di Zona 5) nel gennaio 2011 della mozione per chiedere la revoca della benemerenza. La restituzione oggi, dice Rizzo «sarebbe solo un atto di arroganza. L'Ambrogino è un atto della città, se Dolce e Gabbana ce l'hanno con me o con D'Alfonso se la prendano con me e D'Alfonso, non con Milano».

Il vice presidente del consiglio comunale Riccardo De Corato (Fratelli d'Italia) chiede, invece, «le scuse o le dimissioni» dell'assessore Franco D'Alfonso per «rimediare» alle sue affermazioni del 2013 ed evitare che i due stilisti restituiscano in segno di protesta l'Ambrogino ricevuto dal Comune. «Il centrosinistra - conclude - tratta così le eccellenze di Milano». D'accordo con D&G anche il coordinatore cittadino di Forza Italia Giulio Gallera pronto a censurare D'Alfonso: «Già allora mi ero scagliato a difesa dei due stilisti e di quello che rappresentano per Milano e contro il becero giustizialismo d'accatto di un assessore che invece di tutelare le eccellenze della città, le offende e le umilia esponendole al pubblico ludibrio con inutili processi fai da te».

Che Guevara, le foto inedite della morte nascoste in una scatola di sigari | Guarda

Il Mattino

1
Finora le fotografie più famose della morte di Ernesto 'Che' Guevara erano quelle realizzate e pubblicate da Marc Hutten, un fotografo e giornalista francese, unico reporter europeo presente nella zona di Santa Cruz, in Bolivia, il 9 ottobre 1967, quando il guerrigliero argentino fu ucciso dall'esercito.

Ora, però, ci sono otto immagini inedite dell'uccisione del 'Che' e di altri suoi compagni guerriglieri. Scattate dallo stesso Hutten, per oltre 45 anni sono rimaste custodite in una scatola di sigari. Ora il proprietario, Imanol Artiaga, di Ricla, nei pressi di Saragozza, in Spagna, ha deciso di mostrarle a El Pais. «Appartenevano a mio zio Luis Cuartero, che era un missionario in Bolivia. In famiglia si è sempre parlato di queste foto, ma credevo fosse una leggenda. Invece, quando mio zio morì, due anni fa, una sua sorella me le mostrò ed ora le custodisco io», ha raccontato l'uomo.

Ora verrebbe da chiedersi: come faceva un missionario spagnolo a possedere le foto della morte di 'Che' Guevara? La risposta è semplice: Hutten, prima di rimpatriare, aveva conosciuto Cuartero e gli aveva affidato una copia di sicurezza delle foto nel caso in cui non fosse riuscito a portarle tutte con sé in Francia. Il canonico, allora, le custodì in una scatola di sigari per tutti questi anni, fino alla morte. «Gli esperti mi hanno garantito che le foto sono autentiche, ma purtroppo Hutten è morto due mesi prima di mio zio. Voglio approfondire questa storia», ha raccontato Imanol.

mercoledì 29 ottobre 2014 - 14:32   Ultimo agg.: 14:39

Corrado Carnevale: "Al concorso in magistratura, Di Pietro ha avuto due aiutini"

Rachele Nenzi - Mer, 29/10/2014 - 16:49

L'ex giudice Corrado Carnevale: "Era stato in seminario ed era di famiglia povera. Fu così che chiusi un occhio"

1
"Al concorso in magistratura Antonio Di Pietro ha avuto due "aiutini" agli scritti e poi è stato "stampellato" all’orale". A svelare questo dettaglio sulla carriera dell'ex toga di Mani Pulite è il Tempo che riporta quanto detto dall’avvocato Roberto Aloisio, legale del giudice in pensione Corrado Carnevale, al collegio della prima sezione civile della Corte d’Appello di Roma.

Come scrive il quotidiano romano, "la vicenda giudiziaria prende le mosse da un’intervista che nel 2008 Carnevale rilasciò al condirettore del giornale online "Petrus", Bruno Volpe, in cui confessò di essersi pentito di aver fatto promuovere Di Pietro al concorso in magistratura. Fu un grande errore – svelò l’allora presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione – Mi lasciai commuovere dal suo curriculum. Era stato in seminario ed era di famiglia povera. Fu così che chiusi un occhio davanti ad alcune sue lacune".

Corrado Carnevale è tornato in aula per difendersi dall'accusa di diffamazione mossa da Antonio Di Pietro. Il Tribunale civile di Roma recentemente ha condannato l’ex presidente della Cassazione a risarcire l’ex leader dell’Italia dei Valori di 15 mila euro, a fronte dei 200 mila chiesti da Di Pietro nell’atto di citazione. Ora i legali di Carnevale hanno chiesto alla Corte d’Appello di sospendere l’efficacia esecutiva della sentenza.

Durante il dibattimento in tribunale, il legale di Carnevale ha ribadito le dichiarazioni del suo assistito: "In un’intervista in cui si parlava del fenomeno di Mani Pulite, il presidente Carnevale rispose che aveva sbagliato a valutare Di Pietro. Ha detto la verità, ossia ciò che sapeva. Il cosiddetto "aiutino" è stato riportato dal presidente Lipari e consiste in quello che è noto. Le commissioni esaminatrici per il concorso da uditori giudiziari si riuniscono preventivamente per stabilire i criteri di correzione dei compiti. 

Se alle prove scritte c’è una sufficienza seria e due 5 ci sono delle commissioni che legittimamente, nell’esercizio di un potere insindacabile, dicono: due 5 e un 6 passa poi vedremo agli orali. Non è mai stato detto che c’è stato un intrallazzo. Ha raggiunto la sufficienza agli scritti con questi due "aiutini". Poi all’orale, dove ha preso 8, è riuscito a raggiungere la media del 7, limite minimo che permette di superare il concorso. Infatti Di Pietro si è collocato nella parte finale della graduatoria". 

Opposta la versione del legale di Di Pietro: "Dagli atti documentali del processo di primo grado è emerso che l’esame condotto da Di Pietro ha portato alla sua promozione perché era pienamente sufficiente. Quindi non corrisponde al vero dire che prese due insufficienze e una sufficienza agli scritti e che all’orale non andò meglio. Se non si deve dare valore ai documenti, ma alla prassi, come sostiene la controparte, allora bisognerebbe fidarsi esclusivamente della parola del presidente Carnevale; visto che altre prove non sono state prodotte, né tantomeno ci sono testi pronti a testimoniare che la prassi è questa".

La mail: «Mio figlio è morto. Voglio restituire farmaci da mille euro l'uno. L'Asl mi dice di gettarli via»

Il Mattino

1
Riceviamo una lunga lettera da una lettrice che racconta i dolorosi giorni che hanno segnato la malattia del figlio e l'incredibile epilogo. Per motivi di spazio abbiamo ridotto il testo...

"Mi chiamo Rosaria Migliardini, e sono una madre affranta dal dolore per aver perso mio figlio di soli 35 anni nemmeno un mese fa.

Nonostante tante angherie che ho dovuto subìre durante la malattia ciò volevo ancora fare una buona azione, non tanto per la sanità ma per tutti gli altri ammalati che in questi anni mi sono passati davanti agli occhi e che sicuramente hanno fatto e faranno lo stesso mio calvario soprattutto per recuperare le medicine. Poichè mi sento di essere dentro una bella persona, Lunedì 22 Settembre, verso le ore 13:15 passavo con uno dei miei cagnolini adottivi davanti alla asl di appartenenza distretto n° 50 Volla (Na) dentro c'erano 4 o 5 scrivanie dove persone chiacchieravano. Io volevo solo dirgli che volevo restituire, invece di buttare via, tutti quei medicinali dai costi elevatissimi e i kit sigillati che non ero riuscita ad usare per mio figlio.

E "quello" il caposcrivanie, invece di ascoltarmi, mi ha cacciata fuori in malo modo, perchè io avevo OSATO ENTRARE IN UNA STRUTTURA SANITARIA CON IL CANE, chiamandomi incivile. Sono uscita quasi in lacrime. Quando sono tornata a casa, ho raccontato tutto a mia figlia, che essendo una ragazza di polso ed una buona oratrice dato che lavora con il pubblico, è ritornata in quella stanza ed ha messo a posto con parole dure e sottili quelle persone ma il colmo è stato quando ha detto che io volevo solo rendere le medicine e le hanno risposto :" LE BUTTI, A NOI NON SERVONO". Adesso giudicate voi!

Ma il ministro della sanità, che continua a tagliare o addirittura negare pensioni di invalidità anche a chi ha il 100% (mio marito) perchè dice che siamo in perenne deficit, lo sa che i suoi "sudditi ", molto spesso impreparati, si arrogano la facoltà di prendere con superficialità decisioni del genere?

FOTOGALLERY





mercoledì 29 ottobre 2014 - 18:30   Ultimo agg.: 18:32

Ecco lo scoop che cercavano Ingroia e Travaglio

Alessandro Sallusti - Mer, 29/10/2014 - 07:00

L'ex pm e i suoi colleghi hanno ragione: la mafia ha trattato eccome con gli Stati, e la foto che pubblichiamo è la prova definitiva

Vogliamo dare una mano all'ex pm Ingroia e ai suoi colleghi in servizio permanente alla procura di Palermo, sempre a caccia di intrighi e scoop giudiziari.



Perché hanno ragione: la mafia ha trattato eccome con gli Stati, e la foto che pubblichiamo è la prova definitiva. L'ha scattata Robert Capa nel luglio del '43 sulle colline siciliane e immortala un pastore, che secondo un pentito (il nonno di Ciancimino) faceva parte della cupola (il telefono di suo nipote è tutt'ora intercettato), indicare a un soldato americano la via che porta al Quirinale.

Pare che l'allora giovane Giorgio Napolitano fosse al corrente della tresca e abbia taciuto, tanto che un anno dopo i marines entrarono a Roma liberandogli il posto che infatti il furbo Giorgio ha occupato anni dopo.

È storia: se l'Italia è stata liberata dal nazifascismo e la strada a Napolitano è stata spianata, lo si deve a quella trattativa tra Stati (Uniti) e mafia. Pare, dico pare, che Ingroia e soci abbiano già chiesto una rogatoria internazionale per spulciare i conti degli eredi dell'allora presidente Franklin Delano Roosevelt a caccia di possibili tangenti. E che dalla procura di Palermo sia partita la richiesta di interrogare il suo successore Obama alla Casa Bianca. Travaglio già prepara una edizione speciale del Fatto Quotidiano.

Quando il padre del Grande Fratello faceva il James Bond contro i comunisti

Massimo M. Veronese - Mer, 29/10/2014 - 16:23

George Orwell compilò una lista di personaggi celebri in odore di comunismo di cui non bisognava fidarsi. Tra cui Charlie Chaplin, Orson Welles e George Bernard Shaw


Trent'anni dopo il 1984, la cifra della sua profezia, George Orwell è sempre vivo e lotta insieme a noi, anche se il Grande Fratello oggi si è ridotto a convivere forzato con i ragazzi della Marcuzzi. L'uomo della Fattoria degli animali che scriveva «nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario» la verità la diceva ma di nascosto, sottovoce, in un orecchio. E non sempre la verità è per forza una certezza. Basta dare un'occhiata agli archivi dei servizi segreti di Sua Maestà britannica, quelli di James Bond, per scoprire per esempio che negli ultimi anni della sua vita il padre di tutti i visionari vedeva comunisti dappertutto: Charlie Chaplin, George Bernard Shaw, Orson Welles, tutti inseriti di suo pugno in una lista di artisti, intellettuali e giornalisti che in un modo o nell'altro facevano il gioco dell'Urss.

Una lista con i nomi di 130 «criptocomunisti» contenuta in un piccolo taccuino azzurro. Era talmente ossessionato dalla minaccia totalitaria che nel 1949, un anno prima della morte per tubercolosi, passò al Foreign Office tramite un'amica, e forse qualcosa di più di un'amica, un elenco di trentacinque «compagni di strada» in pericolosa sintonia con Mosca. L'attività da 007 di Orwell per il governo di Sua Maestà è poco nota ma in realtà linea con l'appassionata e sferzante militanza antitotalitaria portata avanti nei suoi capolavori letterari anche se c'è chi lo ha visto come un discutibile cedimento alla caccia alle streghe di stampo maccartista che in quegli anni furoreggiava negli Stati Uniti.

Di pensiero socialista ma nemico giurato di ogni forma di totalitarismo, Orwell ha lasciato anche qualche nota di commento a margine dei nomi messi all'indice. George Bernard Shaw ha un atteggiamento «attendibilmente pro russo su tutte le questioni più importanti», sotto Chaplin sta invece scritta una domanda: «Ebreo?». Il poeta Stephen Spender viene descritto come un «simpatizzante sentimentale», «facilmente influenzato», con «tendenza verso l'omosessualità», Richard Crossman, futuro ministro laburista, è «troppo disonesto per essere un trasparente compagno di strada».

Pescò poi da questa lista (dove figura, chissà perchè, anche il sindaco italo-americano di New York Fiorello La Guardia, morto nel '47) i trentacinque nomi di criptocomunisti particolarmente insidiosi che inviò al Foreign Office tramite Celia Kirwan, dipendente di un servizio di propaganda anticomunista annesso al Foreign Office, e di cui Orwell era innamorato. Orwell era molto malandato di salute, era stato ricoverato in un sanatorio del Gloucestershire ma aderì «di tutto cuore, con entusiasmo» alla battaglia ideologica contro l'Urss, entrò anche in contatto con l'editore Victor Gollancz per il lancio di una collana di libri anticomunisti. Diceva: «La via più rapida per porre fine a una guerra è quella di perderla». Ma in fondo non ci ha mai creduto...