martedì 28 ottobre 2014

L’orologio di Apple non si chiama iWatch per “colpa” di un italiano

Corriere della sera
di Martina Pennisi

Lo smartwatch della mela non ha il nome che tutti si aspettavano perché il marchio era già stato depositato dalla startup di Daniele Di Salvo che l’ha usato per un’app

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Quando Apple ha presentato il suo orologio intelligente ci siamo fatti tutti la stessa domanda: perché lo ha chiamato Apple Watch e non iWatch? Fiumi di inchiostro sono stati versati dal 9 ottobre, giorno del lancio, e c’è chi ha addirittura teorizzato la fine dell’era del prefisso “i” immaginando un futuro di Apple Phone e Apple Mac. Non andrà così. A scippare sotto il naso a Tim Cook e compagnia il nome più scontato e probabilmente efficace per il dispositivo da polso è stata una startup fondata dall’italiano Daniele Di Salvo.

Probendi, questo il nome dell’azienda fondata negli Stati Uniti e poi trasferitasi in Irlanda, come racconta Bloomberg, commercializza un’applicazione utilizzata, fra gli altri, dalla polizia di Vercelli per inviare foto segnaletiche alla sede centrale tramite smartphone. L’app per Android, distribuita solo ai clienti diretti e non attraverso Google Play, si chiama iWatch e si inserisce nel più ampio sistema di gestione delle emergenze Critical Governance. Di Salvo ha depositato il marchio il 3 agosto del 2008. Apple, come qualsiasi altra società, non può quindi sfruttarlo all’interno dell’Unione europea.

Apple Watch, le 25 applicazioni già pronte 
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Il 50enne ha spiegato di essere intenzionato a infastidire Cupertino anche dal punto di vista dell’hardware - come racconta Bloomberg - con un dispositivo indossabile che si chiamerà proprio iWatch. Beffa nella beffa, supporterà il sistema operativo rivale Android e, come le altre soluzioni disponibili sul mercato, sarà dotato di Gps e accelerometro per dare informazioni sulla salute del suo possessore. Di Salvo vuole puntare sul prezzo, basso, ed è in viaggio in Cina per trovare un produttore che gli permetta di scendere sotto i 349 dollari dell’orologio della Mela in arrivo nel 2015. L’applicazione, spiega al Corriere della Sera, “viene utilizzata da circa 100 clienti in Italia. Lavoriamo anche in Colombia, dove ho vissuto per qualche anno”. Su un eventuale contatto da parte di Apple per cedere la proprietà del marchio iWatch non si sbilancia: “No comment”.
Apple Watch a confronto con i rivali 
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Apple Watch a confronto con i rivali
Nessuna battaglia
Apple ha deciso di deporre anzitempo le armi a differenza di quanto ha fatto con Amazon, alla quale ha tentato - senza successo - di impedire l’utilizzo del nome App Store per il negozio di applicazioni. Il precedente è quello della Apple Tv, inizialmente presentata come iTv e costretta a cambiare nome dalla presenza del canale britannico omonimo.
Smartwatch, ecco cosa offre il mercato 
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28 ottobre 2014 | 16:34

Neppure un funerale per Reyhaneh e i suoi organi non sono stati donati

Corriere della sera
di Viviana Mazza


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L’ultimo desiderio di Reyhaneh Jabbari non è stato esaudito. La ventiseienne iraniana impiccata sabato per l’omicidio di un uomo che accusava di tentato stupro, aveva chiesto una cosa al suo Paese: di poter donare i suoi organi.

«Non voglio marcire sottoterra», diceva in un messaggio audio registrato ad aprile, pregando la madre di fare di tutto «affinché il mio cuore, i reni, gli occhi, le ossa — e qualunque altra cosa possa essere trapiantata — vengano donati a qualcuno che ne ha bisogno».  Ma non le è stato permesso, secondo la tv iraniana Manoto, con sede a Londra, che ieri ha intervistato la madre.

Reyhaneh è stata seppellita domenica mattina nella sezione 98 del cimitero di Behesht-e Zahra, vicino alla città santa di Qom. Secondo l’agenzia di informazione iraniana Iscanews,  le forze di sicurezza non hanno permesso alla famiglia, agli amici e ai sostenitori di celebrare un vero funerale né di recitare le ultime preghiere, una tradizione importante per i musulmani. Alla madre Shole è stato concesso di vedere per un attimo il volto di Reyhaneh, avvolta nel sudario. «Ho visto il collo, con i segni del cappio», ha raccontato ieri alla tv.

Nell’intervista, Shole ha continuato a difendere la figlia: «Mortaza Sarbandi non era a pregare quando è stato ucciso, è stato ucciso perché voleva violentare Reyhaneh». Il figlio di Sarbandi, Jalal,  avrebbe anche filmato gli ultimi istanti di vita della ragazza prima che salisse sul patibolo; le ha chiesto ancora una volta di smentire il tentato stupro in cambio del perdono, ma Reyhaneh ha rifiutato.
«Reyhan, Reyhan», gridava la madre al cimitero. «Oh disonesti, vorrei morire». Le sue grida sono impresse in uno dei video girati al cimitero e diffusi online.

Indossava un foulard turchese: in questo ha potuto rispettare le ultime volontà della figlia che le aveva chiesto di non vestirsi di nero.

Dolce e Gabbana dopo l’assoluzione: «Pronti a restituire l’Ambrogino»

Corriere della sera

Gli stilisti in polemica con l’assessore al Commercio Franco D’Alfonso, secondo cui il Comune non avrebbe dato spazi a «evasori»: «Lo renderemo come da loro richiesta!»

Domenico Dolce e Stefano Gabbana (foto Ipp) Domenico Dolce e Stefano Gabbana (foto Ipp)

Adesso che sono stati assolti, Dolce e Gabbana si tolgono qualche soddisfazione. E proclamano che restituiranno al Comune di Milano l’Ambrogino d’Oro che hanno ricevuto nel 2009. «Lo renderemo come da loro richiesta!», ha scritto via Twitter Stefano Gabbana, postando il link a un articolo sui nomi proposti dal sindaco Giuliano Pisapia per i riconoscimenti che saranno consegnati il 7 dicembre. Non è la prima volta che lo stilista annuncia via Twitter di essere pronto a restituire il premio. Lo aveva già fatto l’anno scorso, quando infuocava la polemica fra D&G e il Comune dopo le frasi dell’assessore al Commercio Franco D’Alfonso, secondo cui il Comune non avrebbe dato spazi a «evasori» come D&G.
La polemica con D’Alfonso
All’epoca i due stilisti - assolti nei giorni scorsi dalla Cassazione - erano stati condannati in primo grado. Nonostante D’Alfonso abbia spiegato che quella era stata una frase detta in un colloquio informale e non rispecchiava la posizione di Palazzo Marino, i due stilisti avevano comunque chiuso tre giorni «per indignazione» i punti vendita in città.

28 ottobre 2014 | 12:53

Usa, tre ragazzi scomparsi da oltre 40 anni ritrovati nell'auto in fondo al lago

Il Messaggero

La rabbia e il dolore di diverse famiglie da una parte, l'imbarazzo (neanche eccessivo) della polizia dall'altra. Questo contraddistingue due vere e proprie tragedie avvenute tra gli anni '60 e '70 in Oklahoma.
 
.it
L'agghiacciante vicenda della famiglia Williams, come racconta il Washington Post, iniziò il 20 novembre 1970, quando il 16enne Jimmy era uscito con due amici, Leah Johnson e Thomas Rios, dicendo ai suoi genitori che sarebbe andato a vedere una partita di football americano in un liceo. Il giorno dopo il ragazzo, commesso in un negozio di frutta e verdura, avrebbe dovuto anche ritirare il proprio stipendio, ma sparì nel nulla. E con lui, i suoi due amici e la sua auto, una Chevrolet Camaro blu del 1969.

Da quel giorno, i genitori di Jimmy non si sono dati pace ed hanno cercato ovunque il figlio nei paesi intorno alla cittadina di Sayre e di Elk, dove si tenne il match di football americano. La famiglia Williams, pur di ritrovarlo, aveva persino contattato un medium. La mamma di Jimmy, nella speranza di vedere il figlio tornare a casa, continuò nel corso degli anni a preparare una torta in occasione del compleanno. Le loro speranze, però, morirono insieme a loro.

2Nel settembre dello scorso anno, però, la polizia stava testando il sonar nel lago di Foss, non lontano da Sayre, quando le apparecchiature hanno rilevato la presenza di un'auto sul fondale. Non solo: pochi metri più in fondo, c'era un'altra vettura. Entrambi i veicoli contenevano dei resti umani, ormai del tutto irriconoscibili. Per identificarli c'è voluto il test del dna: tre corpi sono di Jimmy e dei suoi amici, gli altri cadaveri sono di Cleburn Hammack, John Porter e Nora Duncan, rispettivamente 42, 69 e 58 anni al momento della loro scomparsa, che risale al 1969.

Le famiglie, in primis i Williams, ora vogliono sapere la verità. I report della polizia di allora sono frammentari e imprecisi, e uno sceriffo locale si sarebbe giustificato così: «Qui siamo in Oklahoma, mica a New York o a Los Angeles». E se gli inquirenti sono certi che si sia trattato di un incidente, il fratello di Jimmy, Gary, vuole che la verità venga fuori: «Dicono che siano finiti per sbaglio nel lago passando per lo squero, ma io temo che abbiano incontrato le persone sbagliate quella maledetta sera».

Martedì 28 Ottobre 2014, 13:55 - Ultimo aggiornamento: 13:57

Papa Francesco benedice i centri sociali: continuate la lotta

Il Messaggero
di Franca Giansoldati

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CITTA' DEL VATICANO - Il Vaticano benedice il Social Forum. Davanti a lui ci sono i cartoneros, i campesinos, quelli che si battono per i poveri in Africa e quelli che fanno battaglie per il microcredito nel Sud Est asiatico. Ci sono pure i ragazzi del Leoncavallo, forse il centro sociale più famoso d’Italia e la rete “Genuino Clandestino”, un network di centri sociali che coordina i No-Tav e i movimenti No Expò. Insomma una platea di ribelli, irriducibili, rivoluzionari. Papa Bergoglio è uno di loro.

«Diciamo insieme con il cuore: nessuna famiglia senza tetto, nessun contadino senza terra, nessun lavoratore senza diritti, nessuna persona senza la dignità del lavoro!». Papa Bergoglio ha preso la parola davanti ai principali movimenti popolari di tutto il mondo, invitati ad un incontro. Li ha esortati a «continuare la lotta, ci fa bene a tutti».

La battaglia resta quella di dare «Terra, lavoro, casa» a chi non ha nulla, una battaglia tesa ad azzerare le differenze sociali, il divario tra Nord e Sud. Bergoglio si fa portavoce di chi non ha voce. Ad un tratto si mette a parlare di sé, aggiungendo: «E’ strano, ma se parlo di questi temi per alcuni il Papa è comunista», mentre invece «l'amore per i poveri è al centro del Vangelo» e della dottrina sociale della Chiesa.

Come dire che l’ideologia in questa battaglia non c’entra. Stavolta al centro c’è solo la giustizia e il cuore. E’ la prima volta che in Vaticano si tiene una riunione del genere. Tra i partecipanti c’è pure il presidente della Bolivia, Evo Morales, che ha iniziato la sua attività politica proprio con questi movimenti popolari.

Martedì 28 Ottobre 2014, 14:37 - Ultimo aggiornamento: 14:44

Le leggendarie cartucce Atari del videogame E.T. trovate nel deserto in mostra a Roma

Il Messaggero

Hanno rappresentato il più grande fallimento della storia dei videogiochi. Nel 1983 migliaia e migliaia di cartucce dei videogiochi per la console Atari Vcs 2600 furono scaricate e sepolte nel deserto di Alamogordo nel New Mexico, dopo uno spaventoso flop.






Le cartucce Atari ritrovate nel deserto del New Mexico in mostra al Vigamus di Roma

Quelle cartucce, della cui stessa esistenza dubitavano i molti fino agli scavi che le hanno riportate alla luce lo scorso aprile, dopo 31 anni, sono diventate oggi degli oggetti da collezione.

Le cartucce di “E.T. the Extra-Terrestrial” arrivano in anteprima mondiale dal 29 ottobre al museo del videogioco di Roma con la mostra “E.T. The Fall”, promossa da Link Campus University e Vigamus Academy. Appassionati e non solo potranno così ammirare in esposizione permanente le famigerate copie invendute del gioco di E.T. Sempre in anteprima mondiale, alla mostra “E.T. The Fall” (arricchita da postazioni interattive) anche altri videogiochi Atari ritrovati nel New Mexico: si va da Asteroids a Centipede, passando per Defender.

Sabato 1 novembre, in occasione del secondo anno del museo, sono previste visite guidate gratuite per svelare tutti i retroscena del caso “E.T. the Extra-Terrestrial”. Simbolo del grande crollo dell’industria videoludica, il caso sarà inoltre oggetto di studio per gli studenti del corso di laurea in Comunicazione Digitale di Link Campus University (orientamento videogiochi), realizzato in collaborazione con Vigamus e aziende leader della game industry nazionale e internazionale.

Lunedì 27 Ottobre 2014, 20:30:00
Ultimo aggiornamento: 20:35

Apple Pay, inizio in salita per il nuovo sistema di pagamento con iPhone: le catene Usa lo boicottano

Il Messaggero

di Alessio Caprodossi

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Gli applausi della platea in visibilio durante la presentazione di Tim Cook sembravano convincere anche i più scettici che Apple. Pay sarebbe stato lo strumento giusto per rivoluzionare i pagamenti. Può anche darsi. Ma non per ora. Questo è il responso dopo il debutto avvenuto lo scorso lunedì negli Usa, e non certo per il numero di utenti che hanno provato o giudicato il servizio. Il problema è a monte, bisogna guardare cioè alle aziende: da una parte ci sono quelle che hanno colto la palla a balzo e supportato subito il sistema sviluppato a Cupertino, dall'altra invece quelle che non vogliono nemmeno sentirne parlare.

Queste ultime sono senza dubbio le più dinamiche perché all'indomani dell'esordio di Apple Pay hanno calato la contromossa disabilitando il supporto all'NFC (la tecnologia Near Field Communication), elemento che quando è condiviso da due device consente la connessione tra smartphone (iPhone 6 in questo caso) e il sistema di pagamento dei venditori consentendo di concludere l'acquisto in modo veloce e sicuro. Annullando il modulo, di fatto si cancella il servizio.

Se alcune società hanno voltato le spalle dopo aver puntato su Apple Pay (come le catene farmaceutiche CVS e Rite Aid), la questione si è allargata con le piccole catene che adesso appoggiano le resistenze dei vari Wal-Mart, Best Buy, Gap. Che non fanno autogol bensì difendono CurrentC, il loro sistema di pagamento contactless, avviato nel 2012 e che dovrebbe arrivare sul mercato entro il prossimo anno. Al contrario di Apple Pay, qui non c'è NFC ma la scansione del codice QR per avallare la transazione.

Aggiungendo a questo intoppo il duello con Paypal, pronta a tutto pur di non perder terreno a vantaggio del gigante hi tech, si capisce allora che in casa Apple bisogna rivedere alcune cose e farlo pure in fretta. Specie per affrontare CurrentC, sistema che non coinvolge le banche, anzi si fonda proprio sulla mancanza di intermediari e si rivolge direttamente ai commercianti che, con l'opportunità di azzerare le spese per i pagamenti e offrire un servizio rapido e indolore, punteranno forte sul nuovo venuto.

Lunedì 27 Ottobre 2014, 19:22 - Ultimo aggiornamento: 20:06

La scrittura ai tempi dell’iPhone

La Stampa
bruno ruffilli

Da Tumblr a Whatsapp, oggi le opportunità di scrivere sono infinite: si scrive ovunque, siamo circondati da parole, ma quello che manca spesso è un senso

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«Non abbandonerò mai più il diario», scriveva Franz Kafka sul suo quadernetto nero il 16 dicembre del 1910. «Qui devo aggrapparmi, perché solo qui posso farlo». E alla fine è vero per tutti: non passa giorno che la nostra vita non lasci traccia di sé nelle parole, anche se non nella forma canonica di diario, poesia o romanzo. Internet non ha ucciso la scrittura, anzi ha moltiplicato le opportunità, inventando spazi e tempi nuovi, dalle pagine personali ai blog, dalla bacheca di Facebook all’epigramma su Twitter, dal trattatello su Medium alla breve nota su Tumblr.

E poi i messaggi, Whatsapp, le chat. Se l’ortografia è in balia del correttore, la grammatica rimane aleatoria, almeno sulle tastiere qualcosa si può fare. E noi abbiamo provato vari modi di scrivere con l’iPhone 6 Plus, cercando di capire se lo schermo maggiorato sia davvero un vantaggio.
Il primo test: una tastiera bluetooth per iPad. Non esiste ancora un modello ottimizzato per lo smartphone Apple, ma al momento questa è la soluzione migliore per testi di una certa lunghezza, anche se definirla elegante è un po’ difficile. Certamente arriveranno sul mercato tastiere bluetooth grandi come l’iPhone 6 Plus (e forse anche come il 6 normale).

Tornando alla tastiera virtuale, la difficoltà non è solo nei tasti più piccoli e nemmeno nell’assenza di un feedback meccanico. La nostra impressione è che la maggiore difficoltà sia abituarsi al layout. Apple ha infatti inserito due colonne di tasti ai lati delle lettere dove si trovano scorciatoie e abbreviazioni, e ci sono anche due frecce per muoversi all’interno del testo. Non ci pare particolarmente intuitivo il posizionamento del pulsante back, che è in basso vicino alla lettera M. Lo avremmo preferito in alto, accanto alla P. Anche la virgola avrebbe forse senso se fosse al posto del punto, non nella colonna all’estrema destra, considerato pure che il punto è di uso meno frequente e può in ogni caso essere inserito con un doppio tap sulla barra spaziatrice. Ma con iOS8 si possono installare altre tastiere software.



Arriveranno tastiere ancora più funzionali, ma già oggi l’alternativa più valida (e poco praticata) è la dettatura, un momento di intimità con la macchina: bisogna confidare all’iPhone o all’iPad segreti, pensieri, sentimenti. Non tutti sono pronti a farlo, specie in pubblico, e il rischio di errori e sviste è sempre dietro l’angolo, anche se la funzione è migliorata con iOS8. Così oggi le opportuna di scrivere sono numerosissime e alla portata di tutti, ma la tecnologia che indica una strada (per moda, per convenienza, per praticità), mostra anche i pericoli che si corrono a percorrerla. Si scrive ovunque, siamo circondati da parole nostre e altrui, quello che manca spesso è un senso. Allora l’esistenza di Snapchat è una presa di coscienza definitiva: niente di quello che scriviamo è veramente importante, tutto merita di essere cancellato dalla memoria del telefonino. E se proprio deve rimanere, rimarrà in quella del cervello o del cuore. 

Gli smartphone nella giungla dei servizi truffa: si muove l'Antitrust

Il Mattino

di Marco Esposito

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Basta sfiorare il banner sul piccolo schermo di un telefonino e quel gesto - in genere il tentativo di chiudere un fastidioso spazio pubblicitario - viene trasformato nel consenso all’attivazione di un servizio. A pagamento. Che giorno dopo giorno succhia euro dal conto telefonico, bruciando in fretta le ricariche o gonfiando le bollette.

Su questa e su tutte le simili pratiche commerciali scorrette nella telefonia mobile sta per calare la scure dell’Antitrust, la quale oggi si riunirà a Roma per esaminare lo scottante dossier telefonia: decine di pagine con l’analisi dei comportamenti scorretti di tutti i gestori.

Cia, la guerra sporca e quei mille nazisti arruolati contro i sovietici

Corriere della sera
di Massimo Gaggi

Per i vertici dell’intelligence ogni mezzo era lecito per contrastare Mosca.
Nel 1980 l’Fbi si rifiutò di fornire informazioni su 16 nazisti che vivevano negli Usa

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Quando nel 1960 agenti israeliani catturarono in Argentina Adolf Eichmann, il regista della «soluzione finale» studiata dai nazisti per gli ebrei, il suo assistente Otto von Bolschwing, reclutato già da anni dai servizi segreti americani che ben sapevano del suo passato nelle SS, andò a chiedere protezione, temendo di essere anche lui scoperto e processato. La Cia, che a suo tempo lo aveva assunto in Europa come spia impegnata a contrastare la diffusione del comunismo e l’influenza del blocco sovietico, e che nel 1954 lo aveva addirittura fatto trasferire a New York con tutta la famiglia come segno di riconoscenza per la sua fedeltà, lo coprì in tutti i modi possibili.

Benché responsabile di crimini di guerra e autore anche di scritti politici nazisti e manuali su come terrorizzare gli ebrei, l’ex braccio destro di Eichmann non fu mai chiamato in causa nel processo e visse da uomo libero per altri 20 anni. Fino a quando la magistratura scoprì le sue malefatte e lo processò. Nel 1981 von Bolschwing dovette rinunciare alla cittadinanza Usa, ma non scontò grandi pene, dato che morì pochi mesi dopo.

Il suo non è stato un caso isolato: per decenni si è parlato di criminali nazisti usati dagli Stati Uniti come spie contro i russi. Nel 1980 l’Fbi arrivò a rifiutarsi di fornire al ministero della Giustizia informazioni su 16 nazisti che vivevano negli Usa: tutti informatori della polizia federale. Quindici anni dopo un avvocato che lavorava per la Cia fece pressioni sui procuratori federali perché smettessero di perseguire un nazista implicato nel massacro di decine di migliaia di ebrei.

Ma è solo ora, con la desecretazione di molti documenti ormai vecchi di più di 50 anni, che il New York Times è riuscito a ricostruire quasi per intero il ricorso dell’intelligence a un esercito di personaggi che avevano combattuto per il Terzo Reich. Una contabilità impressionante: nel Dopoguerra l’America reclutò quasi mille nazisti, utilizzandoli nella battaglia contro il comunismo e contro l’Urss. Un confronto che allora l’America temeva di perdere.

Per questo due arcigni combattenti - il capo dell’Fbi Edgar Hoover e quello della Cia, Allen Dulles - decisero di accantonare ogni remora morale: era più importante disporre di agenti capaci e determinati da usare contro Mosca che punire questi nazisti per i crimini contro gli ebrei commessi qualche decennio prima. Un’altra storia imbarazzante per l’intelligence Usa, anche se stavolta si tratta di vicende ormai remote: nessuno dei criminali nazisti protetti dai servizi segreti di Washington è ancora in vita.

Una brutta pagina della storia americana le cui ragioni vanno ricercate nell’angoscia e nella paranoia degli anni della Guerra fredda. Hoover in persona approvò il reclutamento di informatori con un passato nelle SS sostenendo che la meticolosità e l’anticomunismo viscerale di questi «nazisti moderati» erano armi preziose per disporre della quali l’America poteva fare qualche sacrificio sul piano etico.

Un ragionamento cinico che, a parte ogni considerazione giuridica e morale, risultò poco fondato anche sul piano pratico: ben pochi dei mille nazisti reclutati si rivelarono agenti efficaci e fedeli. I documenti ora pubblicati rivelano che molti di loro erano degli inetti, inguaribili bugiardi o, peggio, agenti doppi al servizio anche del Cremlino.

L’imbarazzo della Cia è tutto nell’ostinato rifiuto di commentare il caso: difficile giustificare il tentativo di sottrarre ai tribunali i responsabili di crimini orrendi. Il New York Times racconta che nel 1994, quando il ministero della Giustizia si preparava a processare Aleksandras Lileikis, un capo della Gestapo responsabile del massacro di 60 mila ebrei lituani, la Cia cercò di difendere la sua ormai ex spia reclutata nel 1952 con uno stipendio di 1.700 dollari l’anno più due cartoni di sigarette al mese. I giudici tennero duro e alla fine si giunse ad un compromesso: la magistratura avrebbe rinunciato a condannare Lileikis solo se nel processo fossero venute fuori questioni tali da mettere in pericolo la sicurezza nazionale Usa. Non successe e il criminale nazista finì in galera.
28 ottobre 2014 | 08:01



Inchiesta choc, pensioni a nazisti espulsi: soldi per lasciare gli Usa

Corriere della sera

Tedeschi immigrati negli Stati Uniti e diventati cittadini poi sono stati scovati dai cacciatori di nazisti: il Dipartimento di Stato lascia loro la previdenza

.it
Una finestra di Osijek, in Croazia: ad affacciarsi Jakob Denzinger, pensionato americano ed ex guardia di Auschwitz (Ap/Bandic) Una finestra di Osijek, in Croazia: ad affacciarsi Jakob Denzinger, pensionato americano ed ex guardia di Auschwitz (Ap/Bandic)

Jakob Denzinger a 90 anni vive in Croazia e riceve dagli Stati Uniti una pensione di 1.500 dollari al mese, retribuzione per il suo lavoro di imprenditore ad Akron, in Ohio. Ma nella vita “precedente” Akron era stato una delle guardie di Auschwitz. Ora, rivela l’agenzia Associated Press, emerge che oltre a lui anche decine di sospetti criminali di guerra nazisti hanno goduto dello stesso trattamento, e che le pensioni sono state pagate con la benedizione del Dipartimento alla Giustizia, che le ha usate come merce di scambio per i nazisti che accettavano di andarsene dagli Usa. Pagati almeno 1,5 milioni di dollari dei cittadini a stelle e strisce.
La proposta per fare allontanare i sospetti
Denzinger, infatti, ha vissuto in Ohio fino al 1989 quando, dopo essere stato scovato da una delle varie associazioni che vanno a caccia di nazisti. Allora il Dipartimento di Giustizia gli offrì di mantenere la propria condizione nella previdenza sociale americana se avesse accettato di andarsene, o di fuggire prima della deportazione in Germania.
L’elenco dei “rifugiati”
Come l’ex guardia di Auschwitz, in molti alla fine della Seconda Guerra Mondiale avevano mentito al momento dell’immigrazione negli Stati Uniti e, con il passare del tempo, ne erano diventati cittadini. Tra questi: i guardiani dei campi di sterminio; un membro delle SS che era presente durante il massacro del Ghetto di Varsavia, dove morirono almeno 13.000 ebrei; uno scienziato missilistico tedesco accusato di aver usato schiavi per costruire i V2 che bombardarono Londra e che in seguito collaborò con le missioni Apollo della Nasa.
1,5 milioni
Ap sottolinea come almeno 38 dei 66 sospetti nazisti fuoriusciti dagli Usa a partire dal 1979 abbiano mantenuto la propria pensione. Alcuni ne hanno beneficiato a partire da appena 15 anni fa.

20 ottobre 2014 | 15:35

Il complotto inglese per rapire “Nessie”, il mostro di Loch Ness

La Stampa

Documenti degli anni Trenta rivelano che gli scozzesi temevano che Londra potesse catturare la creatura per mettere in mostra “la bestia” nei loro musei

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Tra le molte storie che si raccontano sul mostro di Loch Ness, ce n’è una parecchio bizzarra, raccontata dal Daily Mail: quella del complotto inglese per rapire la “bestia” e mostrare la sua carcassa a Londra. Negli anni trenta del novecento gli scozzesi credevano davvero nell’esistenza di “Nessie”: gli avvistamenti e le segnalazioni alle autorità erano talmente tanti che lo “Scottish Office”, nel dicembre del 1933, decise di aprire un file sul mostro. 

Documenti simili furono ritrovati al Museo di Storia Naturale di Londra e anni dopo il Principe Filippo chiese alla Royal Navy di cercare la creatura. Nel 1934 sia il Museo di Storia Naturale che il Royal Scottish Museum erano interessati a Nessie: gli scozzesi chiedevano nuove leggi per proteggerlo e perché temevano che Londra potesse catturare il mostro per metterlo in mostra. Tutte queste rivelazioni sono state fatte dall’autore David Clarke nel suo libro “Britain’s X-traordinary Files”, che appunto scrive: «Durante gli anni trenta Nessie era un’icona scozzese, un simbolo dell’identità nazionale. C’era una genuina indignazione verso la possibilità che il corpo del mostro fosse messo in mostra a Londra». 

Secondo alcuni documenti trovati ad Edimburgo, la pressione in Scozia cresceva perché il Parlamento siglasse un atto per evitare che Nessie venisse catturato o ucciso. La campagna era condotta dal deputato Murdoch MacDonald, che assicurava che la creatura non era un mito. 

«L’evidenza della sua presenza è indubitabile. Troppe persone hanno visto qualcosa di anormale per mettere in dubbio la sua esistenza», chiedendo appunto che un atto emanato dal Parlamento per proteggere la creatura.