domenica 26 ottobre 2014

Le mamme del campo rom: «Ridate ai nostri figli lo scuolabus»

Corriere della sera

La richiesta a Palazzo Marino: «Tanti soldi per gli sgomberi ma nessun aiuto ai nostri bambini». Sono state ricevute dall’assessore all’istruzione Francesco Cappelli

 



Le mamme del campo rom di via Chiesa Rossa chiedono al sindaco di Milano che ai loro figli sia garantito il diritto allo studio attraverso il ripristino del servizio di scuolabus per i loro figli. Per recapitare al primo cittadino la loro richiesta, giovedì pomeriggio hanno dato vita a un sit-in davanti a Palazzo Marino: una decina di mamme, accompagnate da Dijana Pavlovic, portavoce della Consulta rom, sono state ricevute dall’assessore all’Istruzione Francesco Cappelli.

«Il campo di via Chiesa Rossa - fanno sapere le mamme - è fuori dal contesto urbano e senza un mezzo proprio mamme e bambini devono attraversare i campi di granturco che circondano le loro case per andare a scuola e quando arrivano alla loro scuola vedono scendere i loro compagni di classe da uno scuola-bus bello e grande». Allora, domandano, «che senso ha parlare di inclusione per le comunità rom se poi il suo fondamento, la scuola, è reso precario?

Perché questo servizio, attivo da sempre, è stato sospeso proprio per chi ha più bisogno di essere sostenuto in un inserimento sociale già difficile per le fragilità di queste comunità a cui si aggiungono pregiudizio e discriminazione?». E ancora, «perché tanti soldi - chiedono ancora le mamme - per sgomberi dolorosi per chi li subisce e niente per aiutare un percorso scolastico che offra un futuro diverso a questi bambini».

«L’autobus è stato tolto lo scorso anno - ha spiegato Pavlovic con il gruppo di mamme - e per questo 4 bambini hanno smesso di andare a scuola e hanno perso l’anno. Le mamme si sentono discriminate e umiliate, perché a poca distanza dal campo passa uno scuolabus, diretto alla stessa scuola, che con una piccola deviazione potrebbe portare anche i 20 bambini rom, che invece devono andare a piedi per circa 2 chilometri e mezzo». Cappelli, prima di incontrare il gruppo di mamme, ha spiegato: «Il Comune già da due anni ha affidato alle 4 cooperative che si occupano della gestione dei campi rom anche l’organizzazione del servizio di trasporto. Se questo servizio è stato interrotto voglio capire perché».

23 ottobre 2014 | 09:21



Anziano ricoverato in ospedale, donne e bimbe gli occupano la casa

corriere della sera

di Gianni Santucci

Tensione anche in via Odazio, al Lorenteggio: residenti in strada contro il comitato anti sfratti e i centri sociali

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Le telefonate tra la polizia e gli ispettori dell’Aler si incrociano poco dopo le 15 di ieri, nel cortile al civico 16 di via Ricciarelli, zona San Siro, dove una donna rom con tre ragazze sta seduta sul ciglio dell’aiuola mentre gli agenti controllano i documenti. Avevano occupato un appartamento. Solo che quando arriva l’esito dell’accertamento l’ispettore scrive sul suo referto: «Violazione di domicilio». Il titolo del reato non è solo un fatto di burocrazia, ma rivela la deriva estrema dell’abusivismo nelle case popolari. Perché quell’alloggio non era vuoto, sfitto, abbandonato. Era invece la casa di un uomo con problemi psichiatrici ricoverato in ospedale.

La custode dello stabile ha raccontato: «Ogni tanto viene il fratello, controlla che sia tutto in ordine». Non sono paure ingiustificate. Gli abitanti dei quartieri a maggior rischio occupazioni sanno che se una casa, pur se regolarmente affittata, va presidiata nel caso in cui l’inquilino si allontani per qualche tempo. A volte non basta. Nel primo pomeriggio di ieri un’inquilina dello stabile ha visto due donne rom che scendevano le scale trascinando due grossi sacchi neri. Contenevano oggetti dell’alloggio che avevano occupato nella nottata. Era una sorta di prima parte del «trasloco». In questo caso, pur se c’erano minorenni, le forze dell’ordine hanno deciso di allontanare gli occupanti. La giornata degli ispettori Aler, che escono per verificare le chiamate d’emergenza 24 ore su 24, era iniziata in mattinata in via Odazio, zona Lorenteggio, dove s’è svolta l’ultima scena di un conflitto che sta dilagando in molti quartieri della città.

Nella notte tra venerdì e sabato c’era stata l’ennesima occupazione. Anche qui, una ragazza rom con due bambini, gli ispettori dell’Aler sono stati però chiamati quando molti inquilini regolari s’erano già radunati nel cortile. Momenti di tensione. Alcuni hanno impugnato bastoni, manici di scopa. È già successo nelle scorse settimane e nella stessa via Odazio: i cittadini «impongono» lo sgombero immediato delle occupazioni rom. Ieri però nella via si sono radunati anche una decina di antagonisti dei centri sociali. A quel punto è stato necessario l’intervento delle Volanti della polizia. Gli ispettori Aler sono riusciti alla fine a recuperare l’alloggio. Nel pomeriggio invece non è andata così.

Via Etruschi, civico 9, quartiere Calvairate. Gli ispettori dell’Aler superano una porta d’acciaio sfondata, altre lastre (segni di vecchie occupazioni) appoggiate alla parete, una coppia di cittadini georgiani con un bambino che stanno mangiando. Propongono una comunità per ospitare la donna e il figlio, l’alternativa è una denuncia, la coppia rifiuta di uscire. La polizia alla fine decide di lasciare quella famiglia nella casa. È una nuova occupazione che si consolida: negli ultimi due anni sono state mille in più rispetto al passato.

E non è finita. Perché quando gli ispettori dell’Aler escono in cortile si avvicinano alcuni abitanti e raccontano: «Guardate che stanotte hanno occupato anche nell’altra scala, al quarto piano». E infatti: lastra d’acciaio piegata e spaccata, un paio di materassi all’interno, una ragazza rom con due bambine e un bambino. Controlli sui documenti. La donna, alla fine dello scorso anno, aveva già occupato un’altra casa al Corvetto.

26 ottobre 2014 | 09:52



Denuncia gli abusivi e le bruciano la porta per la seconda volta

Corriere della sera

di Andrea Galli

Il primo episodio il 14 ottobre: allora l’anziana non era in casa, mentre il 25 dello stesso mese si trovava all’interno della sua abitazione

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Lo schema di venerdì sera potrebbe essere lo stesso del 14 ottobre, un martedì mattina. Se non fosse per un particolare impossibile da trascurare: ignoti hanno bruciato di nuovo la porta di casa di una donna che, al civico 6 di via degli Etruschi, tenacemente si oppone all’invasione degli abusivi, a volte rom, a volte nordafricani; ma questa donna a ottobre non era nel suo appartamento mentre l’altro ieri sì. Sarebbe potuta finire prigioniera di fiamme e fuoco. E chi ha appiccato il rogo, forse lo sapeva.

Siamo nel quartiere Calvairate-Molise. Qui, dei milioni dell’Expo non arriverà nemmeno un centesimo. La situazione di degrado e di abbandono, nonostante gli straordinari sforzi del comitato di quartiere, dura da tempo ma forse mai aveva toccato gli attuali abissi. Specie in via degli Etruschi. Ai civici 4 e 6. Due palazzi dominati dagli abusivi. Tra le «pattuglie» in avanscoperta (mamme con figli piccoli), quelli che diventeranno i reali inquilini e infine chi gestisce il racket, per scale e ballatoi si aggirano balordi convinti d’essere i padroni.

Spesso segnano il territorio lasciando gli escrementi sugli zerbini degli oppositori, che poi sono residenti animati da coraggio e coscienza civile. Quando però la «resistenza» diventa troppo insistente e rumorosa, quando vengono informate le forze dell’ordine e i giornalisti, scattano vendette più pesanti. Come le porte bruciate. Oppure, ed è successo nelle scorse ore ad alcune anziani dello stesso civico 6, con le serrature invase di colla. Dopo il primo episodio, l’assessore comunale alla Casa Daniela Benelli si era interessata alla povera donna nel mirino degli abusivi.

L’Aler è al corrente del problema, e lo è in generale a Calvairate-Molise e in altre zone di Milano sotto attacco, nelle centinaia e centinaia di tensioni che scoppiano quotidianamente. Non è più tanto (forse) una questione di semplice contrasto: nel senso che si viene schiacciati dalla crescita numerica delle occupazioni, dalla spavalderia di alcuni gruppi che entrano anche nelle case abitate, dall’arroganza di altri che prendono possesso di un alloggio con la polizia al civico successivo magari impegnata in uno sgombero. Da via degli Etruschi i cittadini domandano che cosa debba succedere ancora perché si intervenga drasticamente. La domanda si trascina da mesi.

26 ottobre 2014 | 10:05

E come Eterno

La Stampa
federico taddia



Fosse per me metterei sempre e solo le margherite, invece mi devo adeguare alla stagionalità e a quello che trovo realmente. Penso comunque che ogni petalo abbia qualcosa da dire». Ha il viso tondo, vivo e sorridente, e che d’istinto la fa assomigliare ad un girasole, uguale alla spilla che le chiude il poncho di lana sotto al quale nasconde una decina di fiori pronti per essere disseminati davanti a tombe di sconosciuti. Si chiama Laura, ha 27 anni, studentessa fuori sede da un paio d’anni, da quando ha lasciato Bari per vivere a Bologna e costruirsi un domani nel mondo delle arti visive.

Ed è stato proprio sotto le Due Torri che il suo passato da Guerrilla gardening, ovvero da giardiniera metropolitana con all’attivo decine di blitz per curare con zappa e innaffiatoio angoli di verde pubblico incastonati tra rotonde, marciapiedi e parchi gioco trasandati, si è trasformato in un presente da angelo custode di defunti dimenticati. «L’interesse per l’architettura di mi ha portata a visitare il cimitero cittadino della Certosa, e passeggiando tra le lapidi mi sono accorta di quante fossero quelle abbandonate o trasandate.

Alcune di queste, in particolare, appartenevano a persone morte da pochissimo tempo: benché io sia completamente atea, mi sembrava giusto fare un gesto concreto per onorare il ricordo di questi uomini e donne che mi fissavano attraverso le loro foto». Tra i mille lavori che fa per mantenersi gli studi e arrivare a fine mese, ha iniziato così a ritagliarsi un po’ di tempo per andare un paio di volte al mese a portare un fiore su queste tombe, come un folletto tra i corridoi del camposanto. «Non ho molti soldi, così per risparmiare passo dai fiorai a fine giornata e raccolgo gli scarti. Non mi spaventa la morte, mi terrorizza l’oblio: mi piace pensare che un fiore, anche un po’ sciupato ma donato con amore, sia un segno di eterno rispetto». 

Iran: impiccata Reyhaneh Jabbari Il mondo si era mobilitato per lei

Corriere della sera



La donna era stata condannata a morte nel 2009 per l’uccisione di un uomo che aveva tentato di stuprarla

 
Reyhaneh Jabbari (da Twitter) Reyhaneh Jabbari (da Twitter)

Alla fine la mobilitazione del mondo e gli appelli per fermare l’esecuzione non sono bastati. Reyhaneh Jabbari è stata impiccata. La giovane iraniana, condannata a morte nel 2009 per l’uccisione di un uomo che voleva stuprarla, è stata giustiziata a mezzanotte nel carcere di Teheran dove era rinchiusa, nonostante la campagna internazionale lanciata per salvarla. La notizia è stata confermata dalla madre della ragazza secondo quanto riferisce la Bbc. All’esecuzione erano presenti i genitori di Reyhaneh e il figlio della vittima che, secondo quanto riferito da fonti della famiglia della giovane, avrebbe tolto lo sgabello da sotto i piedi della ragazza.

Reyhaneh Jabbari, giustiziata a Teheran Reyhaneh Jabbari, giustiziata a Teheran
Reyhaneh Jabbari, giustiziata a Teheran Reyhaneh Jabbari, giustiziata a Teheran
 Venerdì l’ultimo incontro con la madre
Prima dell’esecuzione Reyhaneh ha potuto incontrare per un'ora la madre, Sholeh Pakravan, che ha provato a lanciare un ultimo disperato appello per salvare la figlia. «Intervenite al più presto, non lasciatela morire - chiedeva la donna che poi però, con rassegnazione, aggiungeva : «Credo che questa sia proprio l’ultima volta che l’ho vista e abbracciata».
Impiccata dopo diversi rinvii
L’esecuzione di Reyhaneh era stata rinviata diverse volte, l'ultima il 30 settembre. Rinvii che avevano fatto sperare in un atto di clemenza da parte delle autorità iraniane. Sabato mattina la pagina Facebook aperta per cercare di salvare la vita a Reyhaneh ha pubblicato la scritta «Riposa in pace».
La storia
Reyhaneh era stata arrestata nel 2007, quando aveva 19 anni, per l’omicidio di Morteza Abdolali Sarbandi, ex dipendente del ministero dell’Intelligence di Teheran. La ragazza era stata condannata a morte dopo un processo viziato da irregolarità secondo quanto denunciato da Amnesty International. La ragazza ammise di aver accoltellato alle spalle l’uomo, ma per difendersi da un’aggressione sessuale. Il tribunale non tenne però conto delle sue parole e per Reyhaneh arrivò la condanna a morte. Il perdono della famiglia della vittima avrebbe salvato la ragazza, ma per farlo il figlio dell'uomo ucciso aveva chiesto che Reyhaneh negasse di aver subito un tentativo di stupro. Lei si è sempre rifiutata di farlo.

25 ottobre 2014 | 09:06

Autobus divisi, i rom si ribellano all’apartheid

La Stampa

Ancora polemica sulla proposta del Comune di Borgaro di istituire linee di trasporto separate. I nomadi: «Anche noi siamo esseri umani, chiediamo rispetto»

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«Anche noi siamo esseri umani e chiediamo rispetto». A dirlo sono i nomadi che vivono nel campo di Strada dell’Aeroporto, a Borgaro Torinese. Trecento famiglie che, dalla periferia nascosta del capoluogo piemontese sono finiti sulle prime pagine dei giornali per la proposta choc del sindaco Claudio Gambino. Quella di istituire due linee separate di autobus, una per i cittadini e l’altra per i rom, “trincea” di una convivenza che negli ultimi mesi si è fatta sempre più difficile.

Troppe aggressioni, troppi scippi su quell’autobus della linea 69, per il primo cittadino del Pd e per il suo assessore ai Trasporti, Luigi Spinelli, di Sel. Bacchettati dai vertici dei rispettivi partiti, accusati di falsa morale dal centrodestra, i due amministratori tirano dritti per la loro strada. «Da sempre - ribadiscono - inseguiamo l’obiettivo dell’inclusione sociale, ma qui c’è un problema di ordine pubblico: solidarietà deve fare rima con rispetto delle regole».

La proposta del doppio autobus sarà discussa dai due amministratori, il prossimo 11 novembre, con il prefetto di Torino, Paola Basilone. «E vogliamo parlarne - dicono - anche con il questore», Antonino Cufalo. Una «buona idea» per i passeggeri abituali del 69, un «affronto» per le quasi 600 persone che vivono tra le baracche e le roulotte a due passi dal fiume Stura. «Si riempiono la bocca di paroloni, come solidarietà e inclusione, ma non ci vogliono sui loro autobus», dicono camminando a passo svelto verso la fermata. «Noi ci saliamo lo stesso, non ce ne frega niente». La maggior parte non ha il biglietto, «perché al campo non li vendono», e le multe finiscono nella carta straccia.

«Speriamo che la proposta sia servita almeno a smuovere le istituzioni - dice il sindaco Gambino -: sono vent’anni che i cittadini di Borgaro convivono con il campo nomadi. Siamo sempre stati tolleranti, ma negli ultimi mesi la situazione è diventata intollerabile». Il presidente della Lega Nord Piemonte, l’ex governatore Roberto Cota, chiede addirittura lo sgombero. «Questi campi - dice - sono il monumento della politica di sinistra in tema di immigrazione e mancata integrazione». Domani, intanto, nel campo nomadi della `apartheid´ è previsto un sopralluogo-conferenza stampa di Fratelli d’Italia.



Bus per i rom a Borgaro Torinese: “A me hanno puntato il coltello alla guancia”
La Stampa

I racconti dei passeggeri della linea 69. Anche le famiglie rom non riprendono i figli teppisti: “Qui abbiamo già troppe tensioni tra serbi e bosniaci”

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Un’ora critica vera non c’è. «Va a momenti, a ondate» sussurra l’autista. «Ma quando quelli rientrano verso il campo qualche problema c’è quasi sempre». Autobus numero «69», un quarto d’ora di tragitto da via Stampini, periferia est di Torino, a Borgaro, passando davanti campo nomadi di strada Aeroporto. Ma sono i primi sei o sette minuti quelli critici. Quelli dove i ragazzini dell’accampamento rom salgono dal centro per tornare a casa, o viceversa. E allora può accadere quel che è capitato ad Ira, giovane moldava, dai capelli biondissimi. «Molestavano tutti. Prendevano a pugni la macchinetta che timbra i biglietti. Sono intervenuta e loro mi hanno piantato un coltello proprio, qui, sulla guancia. E me ne hanno dette di tutti i colori. Se non era per il conducente non so come sarebbe finita». Male. Ovvio. 

In questa giornata d’inizio weekend sul «69» c’è calma totale. Salgono gli studenti che tornano a casa dopo la scuola. Le casalinghe, i pensionati e loro, «i nemici» quelli che il sindaco Claudio Gambino (Pd) e il suo assessore ai trasposti, Luigi Spinelli, di Sel, vorrebbero far viaggiare su un bus diverso. E arrivano anche i controllori. «Biglietto per favore». Nessun rom ce l’ha. E i controllori scrivono. Novanta euro, da pagare entro 30 giorni. Ma Hatiaa Salkanovich, classe 1970, non fa una piega.

Ritira la contravvenzione e continua a chiacchierare. «Pagare? Sì, sì. Vado a fare l’elemosina e poi pago». Ma non le conviene comprare un biglietto a un euro e 70? «Al campo non li vendono». 
Già, e lei non paga. E lo stesso fanno i ragazzini, gli adulti, le mamme rom con il passeggino stracarico di qualsiasi cosa. E gli altri, quelli che si sentono minacciati che sono stati molestati, che hanno protestato con petizioni e volantinaggi, s’indignano. «A piedi devono andare, altro che un bus solo per loro» dice qualcuno. «Gettiamo altri soldi dalla finestra per quella gente che non merita nulla». E via un’altra serie di proteste, racconti, parole non proprio dolci. 

Loro, i rom, di questo campo da quasi 600 persone a due passi dallo Stura, territorio franco dove rivivono antiche rivalità della guerra di Jugoslavia, tra musulmani di Bosnia e ortodossi di Serbia, fanno spallucce. Oppure s’indignano - «È razzismo» - e protestano. Toni Salkanovich, 27 anni e quattro figli, fa parte del secondo gruppo. «Devono punire chi fa i guai. Il problema esiste, è vero, ma chi può dire qualcosa a quei ragazzi». Già, chi può farlo? Uno del campo? Giammai. Si rischia l’ennesima rissa. Come se non bastassero le tensioni che nessuno nasconde tra Serbi e Bosniaci, tra legittimati a vivere su questa spianata di baracche, auto distrutte e incendiate, rifiuti bruciati, e abusivi. 

Chi, allora? «Serve la legge, non un bus diverso» dice qualcuno. Ci provano i vigili del nucleo nomadi del Comune di Torino. Salgono sui pullman e controllano, mescolati i ai passeggeri. Lo fanno tre volte la settimana. I risultati sono discreti. Ma non basta. In questo Far West torinese la diligenza a motore avrebbe bisogno di giubbe blu 24 ore su 24. 

Ello, l’anti-Facebook conquista 5,5 milioni di dollari in finanziamenti

La Stampa

La promessa del social network agli utenti: “Non faremo mai pubblicità”

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Ello, il social anti-Facebook senza pubblicità e senza obbligo per gli utenti di usare il loro vero nome, ha annunciato di aver ottenuto 5,5 milioni di dollari di finanziamenti. L’iniezione di liquidità è arrivata nonostante una mossa inusuale nel mondo delle start up: Ello si è registrato come una `public benefit corporation´, una società di pubblica utilità, e questo per la legge Usa rende impossibile agli investitori chiedere che siano mostrate pubblicità o siano venduti dati degli utenti.

Lanciato ad agosto e ancora in fase sperimentale, Ello ha ottenuto un picco di popolarità il mese scorso grazie al traino della comunità Lgbt, dopo che Facebook aveva introdotto l’obbligo di usare il nome che compare sulla carta di identità. La decisione della società di Mark Zuckerberg aveva scatenato le proteste di alcune drag queen statunitensi attive nel mondo dello spettacolo, e al contempo aveva dato slancio a Ello, dove è possibile usare pseudonimi. Dai 90 utenti del lancio, il social è passato a registrare ogni ora tra le 20mila e le 45mila richieste d’invito, che è l’unico modo per entrarne a far parte.

Nel suo manifesto, Ello promette di non fare pubblicità e di non trattare gli utenti come merce. «Ogni post che condividi, ogni amicizia che stringi, ogni link su cui clicchi viene registrato e convertito in dati, acquistati dagli inserzionisti», si legge. «Noi crediamo che ci sia un modo migliore. Tu non sei un prodotto». 

Arriva il "Segreto di Italia" che non piace ai partigiani

Pedro Armocida - Ven, 24/10/2014 - 10:32

L'opera racconta gli orrori di Codevigo nel 1945 dove i comunisti uccisero un centinaio di italiani

Nessuno è contento della guerra. Nessuno è tranquillo quando i tedeschi bussano alla porta di casa. Nessuno però sembra felice neanche per l'imminente liberazione.
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Insomma, nella primavera del 1945, a Covedigo, paese della bassa padovana, i sentimenti della popolazione sono contrastanti. È su questo clima, di attesa di un ulteriore cambiamento epocale non voluto ma subito come sempre, nei secoli dei secoli, che si muove il film Il segreto di Italia girato da Antonello Belluco. Che, nel soggetto scritto con Gerardo Fontana, l'ex sindaco di Covedigo a cui il film è dedicato dopo la sua scomparsa lo scorso giugno durante le riprese, registra il momento esatto in cui l'Italia non sapeva che cosa essere esattamente. Così, alle forze che si muovevano correttamente per liberare il paese dal nazifascismo, se ne sono unite altre accecate dall'odio o da vendette personali.

Fatto sta che, come in altre parti di Italia, anche in quelle zone si sono verificati orrori, noti come l'«eccidio di Covedigo», con l'esecuzione da parte dei partigiani comunisti, dopo un processo sommario, di più di un centinaio tra militanti della Guardia Nazionale Repubblicana, delle Brigate Nere e di civili anonimi. Come ha anche documentato Giampaolo Pansa nel suo osteggiato libro Il sangue dei vinti che ritaglia qualche pagina proprio sulla maestra del paese, Corinna Doardo, «una fascista non fanatica, piuttosto un'ingenua», che fu rapata a zero e costretta a camminare per le vie del centro con una coroncina di fiori in testa prima di venire uccisa.

Naturalmente, nel film di Belluco che uscirà nelle sale il 20 novembre, non poteva non mancare anche questo drammatico avvenimento. Cosa che non ha certo aiutato il regista che nella realizzazione del film, parlato in un dialetto veneto reso comprensibile, si è visto chiudere molte porte. Anche oggi che esce in sala: «Qualcuno mi ha detto che il film è bello aggiungendo però che non lo poteva proiettare “perché sono i partigiani a decidere”», svela il regista che ha potuto contare solo su un contributo della Regione Veneto. La cosa curiosa è che l'approccio di Belluco a una materia scottante è di assoluta «laicità». «Non c'è - sottolinea il regista - nessun giudizio politico o storico. Non voglio essere definito “il revisionista del cinema” perché mi sembrerebbe di essere uno che spiega o rivede le cose. Io unicamente racconto gli stati d'animo individuali e i sentimenti di una comunità all'interno di fatti terribili realmente accaduti».

Ecco così l'idea alla base del film. Il segreto di Italia, il nome della protagonista, che affonda le radici in un avvenimento del suo lontano passato e che, per tutta la vita, le ha impedito di tornare nel luogo dove è nata. Ora che però, dopo 55 anni dagli Stati Uniti è volata a Covedigo per il matrimonio della nipote, deve fare i conti con i suoi ricordi. Che hanno il sapore meraviglioso della giovinezza, dell'amore per il diciottenne Farinacci Fontana (Alberto Vetri) fascista un po' per caso per parte di padre, ma anche della gelosia. Quella per la bella Ada (Maria Vittoria Casarotti Todeschini) giunta da Fiume di cui il ragazzo si innamorerà. Una scintilla, una cattiveria, e l'eccidio farà da sfondo a quest'amore non più innocente.

Ecco l'irrompere dei partigiani della Brigata Garibaldi che era guidata da Arrigo Boldrini ma che nel film ha il nome di Ramon (Andrea Pergolesi) forse anche per evitare guai giudiziari visto che l'avvocato del figlio di Boldrini ha già inviato due raccomandate chiedendo di supervisionare la sceneggiatura. Nella parte di Italia da adulta c'è Romina Power che torna al cinema dopo parecchi anni: «La conoscevo da tempo, le ho inviato la sceneggiatura a Los Angeles. Lei mi ha chiamato il giorno dopo dicendomi che si era commossa e che era pronta a venire. È una grande professionista, ha imparato da sola e perfettamente le battute in veneto», ricorda il regista che, indomito, sta già lavorando al prossimo progetto, un film sulle foibe: «Qualcuno m'ha detto: “Ma vuoi ancora farti del male?”».



«Così sabotano il mio film sulla strage più feroce commessa dai partigiani»

Redazione - Dom, 11/11/2012 - 07:15

Della maestra elementare, Corinna Doardo, 39 anni, vedova di un sarto, che aveva insegnato a leggere e a scrivere a uno stuolo di bambini, ha scritto Giampaolo Pansa ne Il sangue dei vinti: «Andarono a prenderla a casa, la portarono dentro il municipio e la raparono a zero. La punizione sembrava finita lì e invece il peggio doveva ancora venire. Le misero dei fiori in mano e una coroncina di fiori sulla testa ormai pelata e la costrinsero a camminare per la via centrale di Codevigo, fra un mare di gente che la scherniva e la insultava. Alla fine di questo tormento, la spinsero in un viottolo fra i campi. E la uccisero, qualcuno dice con una raffica di mitra, altri pestandola a morte sulla testa con i calci dei fucili».

Del figlio del podestà, Ludovico Bubola, detto Mario, ha riferito Antonio Serena ne I giorni di Caino: «I barbari venuti a liberare il Veneto cominciano a segargli il collo con del filo spinato, finché la vittima sviene. Allora provvedono a farlo rinvenire gettandogli in faccia dei secchi d'acqua fredda. Ma il martire non cede e grida ancora la sua fede in faccia ai carnefici. Allora provvedono a tagliargli la lingua che gli viene poi infilata nel taschino della giacca. Quindi, quando la vittima ormai agonizza, gli recidono i testicoli e glieli mettono in bocca. Verrà poi sepolto in un campo d'erba medica nei pressi, sotto pochi centimetri di terra».

Di Farinacci Fontana, che aveva appena 18 anni ed era infantilmente orgoglioso della sua fede nel Duce, compendiata fin dalla nascita in quell'assurdo nome di battesimo mutuato dal cognome di un gerarca fascista, vorrebbe parlare il regista Antonello Belluco ne Il segreto. Ma un conto è leggere certe cose sui libri degli storici revisionisti, un altro conto è guardarle al cinema, e Il segreto è appunto un film.

Che nessuno deve vedere, anzi che non si deve nemmeno girare, perché è ambientato sullo sfondo dell'eccidio di Codevigo, il più cruento, insieme con quello della cartiera di Mignagola nel Trevigiano, compiuto dai partigiani in un'unica località a guerra già finita, a Liberazione già avvenuta, ad armi già deposte, in un arco temporale che va dal 29 aprile al 15 maggio, forse anche dopo, nessuno può dirlo con precisione. Così come nessuno ha mai stabilito la contabilità esatta della mattanza: c'è chi parla di 136 vittime, chi di 168 e chi di 365, come i giorni di quell'atroce 1945.

Secondo il cardiologo Luigi Masiero i giustiziati furono non meno di 600, ma il calcolo potrebbe essere inficiato dal fatto che il medico era stato, come quasi tutti, camicia nera. Un documento dell'arcidiocesi di Ravenna-Cervia ipotizza addirittura la cifra di 900 morti. Don Umberto Zavattiero, a quel tempo prevosto di Codevigo, annota nel chronicon parrocchiale: «30 aprile. Previo giudizio sommario fu uccisa la maestra Corinna Doardo. Nella prima quindicina di maggio vi fu nelle ore notturne una strage di fascisti importati da fuori, particolarmente da Ravenna. Vi furono circa 130 morti. Venivano seppelliti dagli stessi partigiani di qua e di là per i campi, come le zucche.

Altri cadaveri provenienti da altri paesi furono visti passare per il fiume e andare al mare».In questa macabra ridda, diventa una certezza un titolo a tre colonne uscito sul Gazzettino soltanto 17 anni dopo, il 28 marzo 1962: «Esumate un centinaio di salme e raccolte in un piccolo ossario». È la prima cappellina sulla sinistra, nel cimitero di questo paese della Bassa padovana. Mezzo secolo fa vi furono tumulati i resti di 114 dei fascisti trucidati. Un'ottantina di loro hanno un volto negli ovali di ceramica. Tanti cognomi scolpiti sulla lapide e una postilla finale: «N. 12 ignoti».

Belluco è un padovano di 56 anni, laureato in scienze politiche. Ha lavorato in Rai dal 1983 come programmista e regista per Radio 2 e Rai 3, prima a Venezia e poi a Roma. «Sono entrato grazie a un'unica referenza: l'aver vinto il premio Cento città, indetto dalla casa discografica Rca, che l'anno prima era andato al dj Claudio Cecchetto. In mensa mi chiedevano: “Tu da chi sei raccomandato?”.
Tutti avevano un padrino». Nel 1987 lo convoca Antonio Bruni, dirigente della Tv di Stato: «Qua dentro, senza un partito alle spalle, non puoi far carriera. Meglio se ti cerchi un lavoro fuori».

Belluco ascolta il consiglio. Si mette a girare spot e filmati per Lotto, Safilo, Acqua Vera, Lavazza, Pubblicità Progresso. Produce audiovisivi per Il Messaggero di Sant'Antonio, documentari, inchieste (sull'ecstasy, sul sequestro di Giuseppe Soffiantini, sul regista Sam Peckinpah). Nel 2006 l'esordio nel cinema con Antonio, guerriero di Dio interpretato da Jordi Mollà, Arnoldo Foà e Mattia Sbragia. La Buena Vista (Walt Disney Company) si offre di lanciare il film, ma il produttore preferisce l'italiana 01 Distribution (Rai Cinema). «Risultato: programmazione pessima. E pensare che in quattro sale di Padova aveva fatto gli stessi incassi del Codice da Vinci».

Nel 2011 la sua docufiction Giorgione da Castelfranco, sulle tracce del genio viene qualificata dal ministero per i Beni culturali come film d'essai insieme con Habemus Papam di Nanni Moretti. Nello stesso anno cominciano le riprese de Il segreto, con tanto di marchio della Warner Bros sulla colonna sonora, giacché Belluco sa maneggiare tanto la pellicola quanto il pentagramma, come dimostra il Sanctus scritto a quattro mani con l'amico Pino Donaggio e cantato da Antonella Ruggiero nei titoli di coda di Antonio, guerriero di Dio. Il regista aveva già girato un quarto d'ora, dei 105 minuti

previsti dal copione ambientato sullo sfondo dell'eccidio di Codevigo, quando gli capita fra capo e collo una catena di sventure difficilmente attribuibili al caso e tutte senza spiegazione: il produttore rinuncia, i contributi ministeriali e regionali vanno in fumo, le banche ritirano i finanziamenti, i collezionisti che avevano messo a disposizione materiale bellico e costumi d'epoca si defilano, la Ruggiero si rifiuta d'interpretare il tema musicale del Segreto, gli avvocati inviano diffide. «Finché un giorno Angelo Tabaro, segretario generale per la Cultura della Regione Veneto, me l'ha confessato chiaro e tondo: “Ho ricevuto telefonate dall'Anpi e dai partiti di sinistra. Non vogliono che esca questo film”».

Perché ha deciso di occuparsi dell'eccidio di Codevigo?
«Non certo per ricavarne un'opera ideologica. Nel 2010 il sindaco del paese, Gerardo Fontana, eletto con una lista civica di sinistra, mi sottopone in lettura due pagine riguardanti questa terribile storia. Sento che c'è materia su cui lavorare. Il tema non mi è indifferente: sono figlio di profughi istriani, i miei nonni e mia madre vivevano a Villa del Nevoso e scamparono alle foibe grazie a un ex repubblichino che faceva il doppio gioco per i partigiani di Tito. Butto giù una sceneggiatura e la invio a Fontana. Lui mi telefona: “Mi hai commosso”. Decidiamo di lavorare insieme al soggetto, che toccò da vicino la sua famiglia».

Ebbe qualche parente assassinato?
«Farinacci Fontana, 18 anni. Era suo cugino. Il padre Silvio, capo delle Brigate nere di Codevigo, si salvò consegnandosi ai carabinieri di Piove di Sacco. Il ragazzo, che non aveva fatto nulla di male, preferì restare in paese. Nonostante fosse stato interrogato dagli inglesi e rilasciato per la sua innocuità, finì giustiziato su ordine di un capo partigiano che faceva seviziare i prigionieri e poi li giudicava alla maniera dell'imperatore Nerone nel circo: pollice verso, morte; pollice in alto, vita. Come recita un proverbio africano, quando gli elefanti combattono, è sempre l'erba a rimanere schiacciata. Farinacci è il personaggio reale di una storia che nel Segreto è basata sulla fantasia. Di lui s'innamora Italia Martin, 15 anni. Ma Farinacci ha occhi solo per Ada, una giovane istriana. Un giorno Italia lo scopre mentre fa l'amore con Ada e per vendetta lo denuncia ai brigatisti».

Quelli sono esistiti davvero, però. «Sì, la 28ª Brigata Garibaldi “Mario Gordini” arrivò a Codevigo il 29 aprile 1945 agli ordini di Arrigo Boldrini, detto Bulow, inquadrata nell'VIII Armata angloamericana del generale Richard McCreery. Vestiva divise inglesi, col basco fregiato di coccarda tricolore. All'epoca Bulow aveva 30 anni. L'ex parlamentare Serena nel libro I giorni di Caino scrive che Boldrini era un comunista con alle spalle un passato di capomanipolo nell'81º Battaglione “Camicie nere” di Ravenna, sua città natale. Finita la guerra, sarà deputato del Pci per sei legislature, vicepresidente della Camera e presidente dell'Anpi, l'Associazione nazionale partigiani d'Italia. Decorato dagli inglesi con medaglia d'oro al valor militare. Ma nel mio film di Bulow non parlo. Il comandante brigatista ha un nome di battaglia diverso: Ramon».

Al massimo evoca Per un pugno di dollari: «Al cuore, Ramon».
«Boldrini-Bulow s'è sempre difeso sostenendo che in quei giorni si muoveva fra Padova, Bologna, Milano, Venezia e Adria e mai ordinò le brutali uccisioni. Fatto sta che i partigiani venuti da Ravenna rastrellarono un po' in tutto il Veneto appartenenti alle disciolte formazioni della Repubblica sociale italiana e li portarono a Codevigo. Il bilancio dei processi sommari non si discosta molto da quello dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Solo che qui non ci sono un Herbert Kappler e un Erich Priebke che ammazzano con un colpo alla nuca 15 ostaggi in più rispetto all'ordine di rappresaglia. Dunque chi ha la responsabilità dei morti di Codevigo?

Si sono forse uccisi da soli?».
Gino Minorello aveva 23 anni ed era l'organista della chiesa di Codevigo. Che cosa potrà aver mai fatto di male per meritare la morte? «Gottardo Minato, che era il custode del cimitero, ha testimoniato che fu preso assieme a Edoardo Broccadello, detto Fiore, e a Primo Manfrin. Li misero sul ciglio della fossa. Poi diedero una fisarmonica all'organista, ordinandogli: “Suona una marcetta”. Mentre Minorello suonava, spararono a tutti e tre».

Per quale motivo la strage avvenne proprio in questo luogo?
«Siamo a meno di 5 chilometri in linea d'aria dall'Adriatico, in un territorio bagnato da quattro fiumi, Brenta, Bacchiglione, Nuovissimo e Fiumicello, sulle cui rive i prigionieri venivano spogliati, fucilati e gettati in acqua. Il mare doveva diventare la loro tomba, quando non li aspettava una fossa comune. Alcune vittime furono inchiodate vive sui tavolacci che si usavano per “far su” il maiale, come diciamo dalle nostre parti. Della maestra Doardo, forse colpevole di eccessiva severità nell'insegnare le tabelline al figlio zuccone di qualche comunista, restò integro solo un orecchio, come attestato nel referto del dottor Enrico Vidale, che esaminò le salme recuperate».

Mi racconti delle traversie del Segreto.
«Nel 2011 mi rivolgo a Sergio Pelone. Ha prodotto film di successo, come Gorbaciof, e molte opere di Marco Bellocchio, da L'ora di religione a Il regista di matrimoni».

Un produttore di sinistra.
«Maoista, a detta di Sandro Cecca, un mio amico regista. Tutti mi dissuadevano: “Figurarsi se Pelone ti produce Il segreto”. Vado nel suo ufficio a Roma e, in effetti, alle pareti noto varie scritte in cinese: massime di Mao Tse-tung, suppongo. “L'opera mi piace, può diventare un capolavoro”, mi incoraggia Pelone. Propone di chiedere i finanziamenti al ministero per i Beni culturali e alla Film commission della Regione Veneto. A quel punto diventa il capocordata. A Roma su 66 richieste di contributi ne vengono accolte solo 8. Il primo classificato è Alessandro Gassman, che becca 200.000 euro. Il cognome conta. Noi veniamo rimandati alla sessione successiva. A Venezia otteniamo 50.000 euro, un niente. Pelone firma ugualmente l'inizio delle riprese, che comincio a mie spese. Ma a marzo mi comunica che esce dal progetto perché non c'è il budget. Così ci fa perdere i finanziamenti del ministero e della Regione. E pensare che la scenografa Virginia Vianello, nipote di Raimondo, mia grande amica, mi aveva già presentato a Cinecittà Luce, che era pronta a distribuirmi il film».

Il progetto è stato azzoppato.
«E non solo finanziariamente. Dennis Dellai, regista vicentino di Così eravamo e Terre rosse, lungometraggi sulla Resistenza, che aveva promesso di mettermi a disposizione armi, automezzi e divise della seconda guerra mondiale, mi manda i costumi per girare le prime scene, però all'improvviso cambia idea. La nostra producer, Maria Raffaella Lucietto, parla con Davide Viero, aiuto regista di Dellai ed esperto di materiale bellico, il quale balbetta che tiene famiglia e che non vuole mettersi contro l'Anpi e i partigiani. Da quel momento i quattro o cinque collezionisti del Veneto ci chiudono le porte in faccia. “A Belluco non si deve dare niente”, è il passaparola».

Chi altro ha cambiato idea?
«Due del settore produzione se ne sono appena andati. Siccome realizzano audiovisivi per conto di enti pubblici, non volevano inimicarsi uno dei loro committenti».

Sia meno vago: quale committente?
«Flavio Zanonato, il sindaco di Padova. Ex Pci, oggi Partito democratico».

Non starà peccando di complottismo?
«Complottismo? Da Antonveneta mi avevano comunicato che erano disponibili 10.000 euro nell'ambito dei progetti culturali. Peccato che la fondazione bancaria sia presieduta da Massimo Carraro, già parlamentare europeo dei Democratici di sinistra, grande amico di Zanonato. Mai visti i fondi. Altri ci sono stati negati, sempre per motivi ideologici, dalle casse rurali».

Ha finito con le defezioni?
«Le racconto solo l'ultima, quella che mi ha ferito di più. Ingaggio un finalista di X Factor perché mi scriva il tema musicale del Segreto con una tonalità adatta ad Antonella Ruggiero. Spedisco testo, spartito e cover alla solista genovese. Mi scrive Roberto Colombo, il marito: “Veramente un brano interessante. Ad Antonella piace l'idea di poterlo interpretare”. Poi mi chiede: “Ci puoi mandare anche una rapida descrizione del contenuto del film?”. Mando. A quel punto ci comunica che sua moglie “ha pensato di non sentirsi a proprio agio nello sposare le tematiche della sceneggiatura”».

Tematiche politicamente scabrose.
«Le stesse che hanno indotto l'avvocato Emilio Ricci, patrocinante in Cassazione con studio a Roma, a inviarmi una raccomandata con ricevuta di ritorno in cui mi notifica che il suo assistito Carlo Boldrini, figlio ed erede di Arrigo Boldrini, venuto a conoscenza della mia intenzione di “girare un film sulle tragiche vicende relative alle stragi accadute a Codevigo nella primavera del 1945, ha evidente interesse a conoscere i contenuti della trama e dell'opera, in considerazione della complessità degli accadimenti di quel periodo e delle diverse interpretazioni-storico politiche che si sono susseguite”. Motivo per cui pretendeva una copia della sceneggiatura».

Stando allo Zingarelli, si tratterebbe di un tentativo di censura preventiva.
«L'invito perentorio mi è stato rinnovato dopo cinque mesi con una seconda raccomandata, identica alla prima. Ovviamente non gli ho spedito nulla». È un fatto che le vicende di Codevigo furono al centro di 24 procedimenti penali riguardanti 108 omicidi, che videro imputati quattro combattenti della 28ª Brigata Garibaldi. Tutti assolti. «Non è un film processuale. A me interessa di più capire come reagirono i bambini o perché nessuno degli abitanti di Codevigo si oppose a quella spaventosa carneficina. Perciò non comprendo da quale timore sia mosso il figlio di Boldrini, visto che nel mio film la figura del comandante Bulow, suo padre, non compare proprio».

Ha trovato un nuovo produttore per il suo film?
«Mi ero rivolto a Rai Cinema. La risposta mi è arrivata per e-mail da Carlo Brancaleoni, che dirige la struttura Produzione film di esordio e sperimentali: “Le devo purtroppo comunicare che non abbiamo ritenuto la sceneggiatura coerente con la nostra linea editoriale. Il senso narrativo essenziale, la storia d'amore dei due amanti stritolati dai meccanismi della guerra, non trova conforto, a nostro avviso, nel sottofondo storico che intende descrivere e raccontare”. Questa del “sottofondo storico” è da incorniciare. Forse la Rai trova conforto solo nei copioni che prevedono qualche milione di morti».

Dunque il produttore non l'ha trovato.
«No. Però avevo parlato con un amico del regista Dellai, il vicentino Bruno Benetti, imprenditore della Itigroup di Villaverla, che con la One art finanzia anche film statunitensi. Il suo consulente è Marco Müller, già direttore artistico della Mostra del cinema di Venezia, oggi al Festival di Roma. Un giorno dell'anno scorso Benetti mi chiama: “Müller ha letto la sceneggiatura, è rimasto impressionato. Darà l'internazionalizzazione al Segreto”. Passa qualche tempo e l'industriale telefona alla producer Lucietto: “Io non investo neanche 100 euro su un certo tipo di film”».

Adesso come se la caverà?
«Ho un po' di tempo davanti. Prima di fine aprile le riprese non possono ricominciare per motivi meteorologici, visto che l'eccidio fu commesso in primavera. Abbiamo ridotto le spese all'osso. Direttore della fotografia, scenografa e montaggista hanno accettato d'essere pagati a caratura, cioè in percentuale sui soldi che entrano in cassa. Se non entrano, lavorano gratis. C'è chi s'è offerto di noleggiarmi la macchina da presa Alexa per 1.000 euro a settimana: di norma ce ne vogliono 1.500 al giorno. L'investimento iniziale è davvero minimo: 120.000 euro. Mi rifiuto di credere che non vi sia un produttore indipendente, una casa cinematografica, una rete televisiva o anche solo un mecenate che non sia interessato a un film da cui potrebbe fra l'altro ricavare qualche soddisfazione economica».

E se non trova il mecenate?
«Il segreto uscirà comunque, questo è sicuro. Sto ricevendo attestazioni di stima commoventi. L'imprenditore Franco Luxardo, quello del maraschino, esule dalmata nipote di Pietro Luxardo, che col fratello Nicolò e la moglie di questi fu affogato nel mare di Zara dai partigiani titini, ci ha promesso 1.000 euro; a titolo personale, ha voluto precisare, perché non è riuscito a convincere nemmeno il consiglio d'amministrazione della sua azienda a compromettersi con i morti di Codevigo. Gli iscritti all'associazione Comunichiamo italiano, che ha sede a Padova, hanno deciso di autotassarsi. Se proprio non potrò entrare nel circuito normale, mi affiderò a Internet: sul sito Eriadorfilm.it si può fin d'ora prenotare il Dvd del film in edizione speciale, abbinato al libro Il segreto. Ormai ho fatto mio l'impegno dell'Amleto di William Shakespeare: parlerò anche se l'inferno stesso si spalancasse per ordinarmi di tacere».

Ma lei ha simpatia per il fascismo? «Non vedo come potrei, essendo nato nel 1956. Giorgio Almirante sosteneva che solo chi ha vissuto sotto il Duce può ancora definirsi fascista, perché il fascismo è un'esperienza storica conclusa. Forse pensano che sia fascista perché avevo preparato la sceneggiatura di un film, Questo bacio a tutto il mondo, sulle prime due vittime delle Brigate rosse, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, un appuntato in congedo dei carabinieri e un agente di commercio che furono assassinati il 17 giugno 1974 nella sede di Padova del Msi-Dn, in via Zabarella. Anche in quell'occasione dalla Rai ricevetti la stessa risposta pervenutami per Il segreto: sceneggiatura non coerente con la nostra linea editoriale».

È di destra, allora?
«Sono un cattolico che crede nella dottrina sociale della Chiesa, nella difesa degli ultimi. Ho una buona cultura marxista, quanto basta per capire che non potrei mai essere marxista».

Dove s'è formato la cultura marxista?
«All'Università di Padova ho avuto Toni Negri come insegnante di dottrine dello Stato. Mi ha tenuto sotto esame per un'ora abbondante. Voto: 28. Più di Renato Brunetta, che in economia politica del lavoro mi ha dato 25».

Perché i registi sono tutti di sinistra?
«Perché la cinematografia è un potere politico fondamentale che è stato attribuito alla sinistra fin dalla nascita della Repubblica. Nella spartizione per aree d'influenza, Dc e Psi si sono tenuti il governo, gli enti pubblici, le banche e i consigli d'amministrazione; al Pci sono andati la scuola, la cultura e l'informazione. È sempre stato così e sempre sarà così».
«Non c'è regime, violenza, pallottola che salga infinitamente sulla Cattedra della Verità. Quando crollerà l'ultimo muro dell'ipocrisia umana, si apriranno le porte agli eserciti senza bandiere e ogni segreto sarà perdonato».

Come mai ha messo questo esergo al copione?
«È caduto il Muro di Berlino, ma non quello di Codevigo. Abbiamo bisogno di verità, dobbiamo abbattere il Muro del silenzio. Italia Martin, la protagonista del Segreto, è la giovane Italia di ieri. Oggi che quest'Italia è diventata vecchia, io mi preoccupo per sua nipote, condannata a portarsi in dote le acredini di allora anche nella Terza, nella Quarta, nella Quinta Repubblica, senza speranza».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



I partigiani ora ammettono la vergogna di esodo e foibe

Fausto Biloslavo - Dom, 01/12/2013 - 08:46

Il coordinatore dell'Anpi veneto riconosce che molti perseguitati italiani non erano fascisti ma oppositori del nuovo regime comunista e illiberale

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Si scusa con gli esuli in fuga dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia per l'accoglienza in patria con sputi e minacce dei comunisti italiani. Ammette gli errori della facile equazione profugo istriano uguale fascista e della simpatia per i partigiani jugoslavi che non fece vedere il vero volto dittatoriale di Tito.

Riconosce all'esodo la dignità politica della ricerca di libertà. Maurizio Angelini, coordinatore dell'Associazione nazionale partigiani in Veneto, lo ha detto a chiare lettere venerdì a Padova, almeno per metà del suo intervento. Il resto riguarda le solite e note colpe del fascismo reo di aver provocato l'odio delle foibe. L'incontro pubblico è stato organizzato dall'Associazione Venezia Giulia e Dalmazia con l'Anpi, che solo da poco sta rompendo il ghiaccio nel mondo degli esuli. Molti, da una parte e dall'altra, bollano il dialogo come «vergognoso».

Angelini ha esordito nella sala del comune di Padova, di fronte a un pubblico di esuli, ammettendo che da parte dei partigiani «vi è stata per lunghissimi anni una forte simpatia per il movimento partigiano jugoslavo». Tutto veniva giustificato dalla lotta antifascista, compresa «l'eliminazione violenta di alcune centinaia di persone in Istria - le cosiddette foibe istriane del settembre 1943; l'uccisione di parecchie migliaia di persone nella primavera del 1945 - alcune giustiziate sommariamente e precipitate nelle foibe, soprattutto nel Carso triestino, altre - la maggioranza - morte di stenti e/o di morte violenta in alcuni campi di concentramento jugoslavi soprattutto della Slovenia».

Angelini ammette, parlando dei veri disegni di Tito, che «abbiamo colpevolmente ignorato la natura autoritaria e illiberale della società che si intendeva edificare; abbiamo colpevolmente accettato l'equazione anticomunismo = fascismo e ascritto solo alla categoria della resa dei conti contro il fascismo ogni forma di violenza perpetrata contro chiunque si opponeva all'annessione di Trieste, di Fiume e dell'Istria alla Jugoslavia». Parole forti, forse le prime così nette per un erede dei partigiani, poco propensi al mea culpa. «Noi antifascisti di sinistra - sottolinea Angelini - non abbiamo per anni riconosciuto che fra le motivazioni dell'esodo di massa delle popolazioni di lingua italiana nelle aree istriane e giuliane ci fosse anche il rifiuto fondato di un regime illiberale, autoritario, di controlli polizieschi sulle opinioni religiose e politiche spinti alle prevaricazioni e alle persecuzioni».

Il rappresentante dei partigiani ammette gli errori e sostiene che va fatto di più: «Dobbiamo riconoscere dignità politica all'esodo per quella componente di ricerca di libertà che in esso è stata indubbiamente presente». Gli esuli hanno sempre denunciato, a lungo inascoltati, la vergognosa accoglienza in Italia da parte di comunisti e partigiani con sputi e minacce. Per il coordinatore veneto dell'Anpi «questi ricordi a noi di sinistra fanno male: ma gli episodi ci sono stati e, per quello che ci compete, dobbiamo chiedere scusa per quella viltà e per quella volgarità».

Fra il pubblico c'è anche «una mula di Parenzo» di 102 anni, che non voleva mancare. Il titolo dell'incontro non lascia dubbi: «Ci chiamavano fascisti, ci chiamavano comunisti, siamo italiani e crediamo nella Costituzione». Italia Giacca, presidente locale dell'Anvgd, l'ha fortemente voluto e aggiunge: «Ci guardavamo in cagnesco, poi abbiamo parlato e adesso ci stringiamo la mano». Adriana Ivanov, esule da Zara quando aveva un anno, sottolinea che gli opposti nazionalismi sono stati aizzati prima del fascismo, ai tempi dell'impero asburgico. Mario Grassi, vicepresidente dell'Anvgd, ricorda le foibe, ma nessuno osa parlare di pulizia etnica.

Sergio Basilisco, esule da Pola iscritto all'Anpi, sembra colto dalla sindrome di Stoccolma quando si dilunga su una citazione di Boris Pahor, scrittore ultra nazionalista sloveno poco amato dagli esuli e sulle vessazioni vere o presunte subite dagli slavi. Con un comunicato inviato al Giornale, Renzo de' Vidovich, storico esponente degli esuli dalmati, esprime «perplessità di fronte alle “prove di dialogo” con l'Anpi» che farebbero parte di «un tentativo del Pd di Piero Fassino di inserire i partigiani nel Giorno del ricordo dell'esodo». L'ex generale, Luciano Mania, esule fiumano, è il primo fra il pubblico di Padova a intervenire. E ricorda come «solo due anni fa a un convegno dell'Anpi sono stato insultato per un quarto d'ora perché avevo osato proporre l'intitolazione di una piazza a Norma Cossetto», una martire delle foibe.

In sala tutti sembrano apprezzare «il disgelo» con i partigiani, ma la strada da percorrere è ancora lunga e insidiosa.