giovedì 23 ottobre 2014

Adotta un clandestino e tienilo a pane e acqua»: polemica per lo spot del leghista Bosco

Il Messaggero



È polemica, a Bologna, sullo spot pubblicitario diffuso via web da Umberto Bosco, candidato al Consiglio regionale alle elezioni in Emilia-Romagna. Circa venti giorni fa aveva postato sul proprio sito web un video pubblicitario per invitare i militanti a partecipare alla manifestazione di sabato scorso a Milano. Il video ha poi cominciato a girare su molte bacheche Facebook e profili twitter nei giorni scorsi, quando Bosco si è candidato: «Noleggia un immigrato, poi lascialo a pane e acqua».

La polemica Lo spot, che si propone di avere un tono ironico, si rivolge allo spettatore: «Hai difficoltà a pagare l'affitto - dice Bosco guardando in camera - prendi in casa Abdullah e Alfano ti regalerà 900 euro al mese. Il mutuo ti strozza, ospita Fatima sul divano, è incinta, presto il contributo raddoppierà. Hai paura di spendere tutti e 900 gli euro per l'immigrato? Non c'è problema, lo chiudi in cantina a pane e acqua e un secchio per i bisogni...».

La replica «Il video in questione è chiaramente ironico e vuole evidenziare l'assurdità della proposta del governo Renzi di affidare chi sbarca alle famiglie italiane, riconoscendo loro un contributo economico», si difende Bosco. «Non serve un genio - ha aggiunto - per comprendere che tale proposta (poi ritirata) avrebbe innescato un sistema di sfruttamento sistematico degli arrivi».

VIDEO
«Adotta un clandestino e tienilo a pane e acqua»: lo spot del leghista

Giovedì 23 Ottobre 2014, 12:52 - Ultimo aggiornamento: 13:09

Da zingaropoli alle moschee le "profezie" del centrodestra

Chiara Campo - Mer, 22/10/2014 - 09:44

Quelle che erano additate come provocazioni da campagna elettorale si sono trasformate in realtà. E ora i milanesi ci devono fare i conti

.it
C'era un cartello tra tutti che sabato scorso - tra la folla dei quarantamila trascinati in piazza Duomo da Matteo Salvini per dire stop all'invasione degli immigrati - poteva urtare gli animi. Si poteva evitare. E la sinistra lo ha rilanciato subito sui social network, per mostrare la «prova provata» che il partito guidato dal quarantenne segretario nazionale che aspira a fare il sindaco di Milano è «la solita Lega becera e razzista». Pure un po' fascista: sulla partecipazione di CasaPound al corteo i compagni ci hanno marciato.

Ma è un manifesto che con toni sbagliati denuncia la politica dell'accoglienza buonista di questa giunta a cui tanti cittadini vogliono dare un taglio. I medici sono allo sbaraglio, visitano le centinaia di profughi che transitano ogni giorno dalla stazione Centrale in tenda ed esponendo se stessi e gli altri al contagio di malattie, magari meno pericolose dell'ebola, ma reali.

E quei toni forse troppo crudi usati dalla Lega e dal Popolo della libertà sui poster della campagna elettorale del 2011 per difendere l'amministrazione Moratti dal vento arancione si sono rivelati quanto mai profetici. Non lo dice solo la stampa «amica», lo confermano i titoli dei quotidiani più vicini alla sinistra e i numeri che lo stesso assessore alla Sicurezza si ritrova spesso, suo malgrado, a confermare. Lega e Pdl sono stati condannati per discriminazione a causa dei manifesti su «Zingaropoli a Milano», quasi un tormentone.

«Con Pisapia più campi nomadi» metteva in guardia il Carroccio tre anni fa. Il Corriere della Sera giorni fa, anno 2014, l'ha detto in tono più garbato: dai ponti alle tangenziali alle rive del Lambro, ha denunciato «migliaia di rom in campi illegali» e disegnato la mappa degli insediamenti abusivi. L'aumento delle favelas è sotto gli occhi di tutti. Ed è esploso il fenomeno delle occupazioni di case popolari da parte dei nomadi: dieci volte di più rispetto al 2009, un'infiltrazione irregolare che non risparmia quartieri, da Calvairate al Corvetto alle cascine abbandonate in zona Navigli.

Sia la Lega sia l'ex Popolo della Libertà avevano previsto con Pisapia «la più grande moschea d'Europa». Se la giunta con i minareti batterà il record Ue non è ancora dato sapere, ma saranno due le moschee - a giorni il Comune lancerà il bando per assegnare le aree pubbliche - e a meno di sorprese la più grande svetterà sulle ceneri dell'ex Palasharp, il primo biglietto da visita di Milano per chi dall'autostrada Torino-Milano o dei Laghi devierà sulla tangenziale e verso viale Certosa per raggiungere il centro.

Durante la campagna 2011 il centrodestra promise l'abolizione di Area C, fino ad allora comunque una ticket antismog, pagavano soltanto i motori più vecchi. «Con la sinistra Ecopass per tutti a 10 euro». Previsione quasi centrata: è cambiato il nome, e Area C è diventata una tassa sul traffico, una stangata da 5 euro al giorno anche per chi aveva appena rottamato l'auto per acquistarne una più ecologica. Doppia beffa, alla faccia della sinistra ambientalista.

Belize, l’incredibile voragine dell’oceano

La Stampa
francesco salvatore cagnazzo (nexta)

Il Great Blue Hole è una delle più incredibili meraviglie naturali al mondo: 300 metri di diametro, 125 metri di profondità e una forma quasi perfettamente circolare…


COURTESY OF ©WWW.TRAVELBELIZE.ORG

Natura e incanto nel Belize, in questo sito di immersione tra i più sorprendenti al mondo, ricco di natura e incredibile scrigno di biodiversità. La voragine della grotta verticale sottomarina del Great Blue Hole è una gigantesca formazione naturale di forma quasi perfettamente circolare, con misure da capogiro: 300 metri di diametro, 125 metri di profondità. Questo immenso buco si trova nel Mar dei Caraibi, e rientra nel Belize Barrier Reef Reserve System, Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.

IL LUOGO La grande dolina sottomarina si trova vicino al centro di Lighthouse Reef: si è formata nel corso di diversi episodi di glaciazione quaternaria , quando il livello del mare era molto più basso . Diverse analisi sulle stalattiti qui presenti dimostrano che la loro formazione ha avuto luogo dai 153mila ai 15mila anni fa. Poi, quando il livello dell’acqua ha ricominciato a salire, la grotta si è allagata. Il nome di “buco blu” rimanda al repentino cambio di colore dell’acqua che, in corrispondenza dei suoi bordi, assume un colore blu profondo, dettato dal contrasto con la sabbia circostante, molto bianca per via della presenza di carbonato di calcio.

NATURA Una delle dieci migliori destinazioni al mondo per chi ama le immersioni subacquee: a parlarne così è stato addirittura  Jacques Cousteau, uno dei subacquei più famosi in assoluto, nonché ambientalista marino: è stato lui ad averlo scoperto, durante l’esplorazione del 1971, portando la sua nave Calypso nei pressi dell’atollo per poter mappare il buco. Immergendovi nelle sue acque cristalline potrete avvistare centinaia di specie marine, tra cui pesci tropicali, squali nutrice, squali martello, squali tigre, cernie giganti, squali di barriera dei Caraibi e dalla pinna nera. 

IL CONSIGLIO La temperatura media dell’acqua raggiunge i 24° C e con il clima caldo, il diving è praticabile tutto l’anno, indipendentemente dalla stagione delle piogge, che si ha nell’arco temporale giugno-agosto. E’ possibile effettuare immersioni sia di giorno che di notte. Se partite da Belize City, il consiglio è di affidarvi a qualche compagnia che vi porti nell’eliporto di Lighthouse Reef, mentre siete alloggiati in una delle Turneffe Island, sarà sufficiente raggiungere il luogo in barca.

DINTORNI Ma il Belize non è soltanto Blue Hole: le sue terre, con un piede nella giungla dell'America Centrale e con l'altro sulle rive del Mar dei Caraibi,  ospitano milioni di specie animali e vegetali differenti, ospitati in foreste tropicali, lagune e paludi costiere, montagne, fiumi. Oltre il 40% del territorio è protetto, con 94 aree protette e 16 parchi nazionali. Il Belize è uno degli stati che presentano la più elevata biodiversità per quanto riguarda le specie terrestri, che contano circa 3500 specie di piante vascolari, oltre 150 specie di mammiferi, 540 di uccelli, 151 di rettili e anfibi. Ma anche per quelle acquatiche, con quasi 600 varietà di pesci d'acqua dolce e salata.

Isis, ecco la scuola per sole donne: cucito, cucina, cinture esplosive e social media

Il Messaggero
di Giulia Aubry



Niente musica, niente filosofia, niente psicologia. Di studi sociali, storia, geografia e letteratura neanche a parlarne. Il pensiero critico deve rimanere fuori dalla porta (e anche fuori dai confini potenziali dello Stato) nel sistema scolastico di Isis, il movimento che terrorizza il mondo ormai da mesi. Al loro posto, nelle scuole di Siria e Iraq che hanno regolarmente aperto i battenti in queste settimane sotto il loro controllo, tanta ideologia (la materia ha proprio questa denominazione), medicina, ingegneria, chimica, fisica, amministrazione, agricoltura e – naturalmente – Islam.

Materie considerate più “rassicuranti” e utili alla causa e insegnate in scuole che hanno cominciato l’anno scolastico regolarmente nel mese di settembre (mentre la maggior parte delle altre non ha ancora avviato i propri corsi) convincendo anche i genitori meno “fondamentalisti” a mandare i loro figli negli istituti dello Stato islamico. Ai nuovi programmi scolastici ISIS ha voluto aggiungere anche alcune misure educative a protezione della purezza dei giovani studenti. Tra questi, l’abolizione degli inni nazionali di Siria e Iraq e il divieto assoluto di usare parole come patria, cittadinanza, nazionalismo e patriottismo.

Ma il vero colpo da maestro, a livello propagandistico, dell’organizzazione islamica è arrivato nei giorni scorsi con l’annuncio ufficiale dell’apertura di scuole femminili per preparare – si legge nei siti e nei forum riconducibili allo Stato Islamico – “le sorelle ai campi di battaglia della jihad”. Stando a quello che si legge (e che è stato riportato in alcuni media internazionali) la scuola si chiamerebbe al-Zawra (come la più famosa squadra di calcio irachena) e non sarebbe adatta (o destinata) a tutte le donne.

Per entrare a far parte della potenziale élite femminile di ISIS, infatti, è necessario “mostrare un interesse per le cinture esplosive e le bombe più che per i vestiti bianchi, i castelli e i mobili di pregio”. Le eroine di queste ragazze – giovanissime e meno – non possono essere Cenerentola o la Bella Addormentata (e tanto meno le Wynx) ma personaggi della tradizione come Nusaybah bint Ka’ab, una donna musulmana che combatté con il proprio marito nella Battaglia di Uhud del 625 (quella in cui, secondo il Corano, venne ferito Maometto) e che riuscì, nonostante le dodici gravi ferite subite, a tagliare via la gamba all’uomo che aveva colpito suo figlio.

Ad al-Zawra le “sorelle della Jihad” possono seguire corsi di cucito e cucina, di pronto soccorso, Islam e Sharia, armi e – naturalmente, nonostante possa sembrare una pesante concessione alla modernità – di utilizzo dei social media per contribuire, nel ruolo di disseminatrici, alla diffusione del pensiero e degli ideali dello Stato Islamico. E per quelle che non possono recarsi, per diversi motivi, presso l’istituto c’è anche la possibilità di frequentare corsi a distanza grazie agli onnipresenti video su youtube e al canale appositamente dedicato.

A quanto si può vedere nei social (la pagina Facebook è però già stata sospesa per violazione alla policy, a differenza del profilo twitter e del canale Youtube) la risposta di alcune donne sembra positiva. C’è chi tra loro, se gli account personali sono reali, ha risposto con un emoticon a forma di cuore, felice di aver scoperto che c’è un luogo dove è possibile addestrarsi come “sostenitrice femminile”. E sul canale Youtube è disponibile un video di presentazione della scuola che spiega la filosofia dell’istituzione, le nuove frontiere del reclutamento e del proselitismo sembrano davvero spostarsi sempre oltre ogni immaginazione.

Mercoledì 22 Ottobre 2014, 14:35 - Ultimo aggiornamento: 18:16

L'innocente genio dell'Alfa ucciso dai partigiani rossi

Stefano Zurlo - Gio, 23/10/2014 - 09:05

Il dirigente Ugo Gobbato non era per nulla fascista e tutti lo sapevano. Ma questo non bastò a salvarlo dai killer, che poi vennero amnistiati


L'ennesimo omicidio dimenticato. Una delle tante croci senza memoria nei giorni della Liberazione. I balli, i canti, le bandiere rosse delle formazioni partigiane. La scuola ci ha trasmesso tante immagini di quell'epopea, ma non ci ha raccontato tutto.

.it
Soprattutto le prove sul campo di lotta di classe, mischiate ad una giustizia sommaria. È la giustizia sommaria che toglie di mezzo l'ingegner Ugo Gobbato. Siamo a Milano, a due passi dalla vecchia Fiera. E siamo, sul calendario, al 28 aprile, lo stesso giorno in cui a Giulino di Mezzegra viene falciato il Duce. Ugo Gobbato però non è un fascista, è un tecnico di prim'ordine, il direttore generale dell'Alfa Romeo, vanto del Paese e, si direbbe oggi, del made in Italy. Niente da fare. Alle 9.30 del mattino un commando entra in azione in viale Duilio. Lui è a piedi e sta andando a casa.

Loro sparano da un'auto scura. Un episodio fra i tanti, nella resa dei conti di quelle settimane. Le carte del processo, oggi nella disponibilità del Giornale , mostrano la ferocia di quella stagione. L'insensatezza del sangue versato. E poi la volontà di mettere una pietra su quella tragedia. Per non far pagare il conto a nessuno. E infatti l'amnistia coprirà come una coperta Antonio Mutti, l'unico imputato. La sentenza del giudice istruttore Antonio Catalano arriva a Milano nel 1960. E assomiglia al più classico colpo di spugna.

La colpevolezza di Mutti è fuori discussione, ma se la cava senza conseguenze. E però lui è uno dei responsabili quella sporca storia, all'incrocio fra ideologia spietata e rancori personali, peraltro alimentati anche da informazioni sbagliate. «Mutti -scrive il tribunale - era persona di accesi sentimenti antifascisti, nato a Mosca, militante nel Partito comunista italiano clandestino e, se pure per errore, riteneva il Gobbato persona a lui avversa, di sentimenti fascisti, nonché responsabile di una deportazione di operai dell'Alfa Romeo nei campi di prigionia in Germania avvenuta ad opera dei tedeschi, dopo uno sciopero, verificatosi nelle officine nella primavera del 1944».

Le cose non erano andate così. Gobbato non aveva spifferato alcun nome. Anzi. Il tribunale illumina la sua figura che si potrebbe riassumere con due parole. Competenza più coraggio. Competenza straordinaria: «È pacifico che all'Alfa Romeo, tutti (funzionari, impiegati, e operai, persino i membri del CLN aziendale che il 25 aprile presero, di fatto, nelle loro mani le redini dell'azienda, esautorando il Gobbato) furono concordi nel ritenere che lo stesso avrebbe dovuto rimanere al suo posto di comando essendo egli l'uomo più qualificato ed idoneo a dirigere le sorti del complesso industriale nel difficile periodo della ricostruzione...».

Il coraggio: «Iniziatesi le sommosse popolari del 25 aprile, i più vicini suoi collaboratori gli suggerirono benevolmente, temendo il gesto di qualche sconsigliato, di abbandonare almeno temporaneamente il suo posto presso la ditta». Ma Gobbato rifiuta, spiegando che «il suo posto doveva essere, come sempre, e particolarmente in quei difficili frangenti, accanto ai suoi operai». Il direttore rischia. Così il 27 aprile viene sottoposto a due successivi processi da parte di due diversi tribunali del popolo. Risultato: due assoluzioni in 24 ore. «Due soli operai - racconta il tribunale di Milano - fra le tante migliaia, si presentarono a deporre contro di lui, Mutti Antonio e Mattarello Gastone, ma le accuse avanzate da costoro... e per la verità risibili, vennero ritenute irrilevanti».

Mutti è convinto che Gobbato sia l'autore di una soffiata all'origine del trasferimento in Germania di alcuni operai, ma sbaglia. Clamorosamente. E due tribunali popolari lo smentiscono. «Gobbato - riprende la corte - era un tecnico e volle rimanere esclusivamente un tecnico, nonostante la posizione elevata da lui raggiunta nel campo dell'industria nazionale. Rifiutò di iscriversi al Partito fascista repubblicano, rifiutò di prestare giuramento di fedeltà, come ufficiale in congedo, alla repubblica di Salò, pensò soltanto e costantemente al bene dei suoi operai e all'avvenire di essi e dell'azienda da lui diretta».

Un curriculum strepitoso. Ma insufficiente per salvargli la vita. Il giorno dopo, 28 aprile, viene ammazzato. Da chi? Quindici anni dopo, nel 1960, i giudici paiono avere pochi dubbi sulle responsabilità di Mutti. È uno dei due accusatori davanti al tribunale del popolo. E ancora, «dopo l'avvenuta assoluzione dell'ingegnere, il Mutti diede chiari segni di non gradire le due sentenze di piena assoluzione». Poi ci sono gli elementi concreti sulla sua partecipazione all'imboscata. Uno fra tutti: «Era la persona che in quei giorni abitualmente guidava un'autovettura Lancia Augusta (piccola e di colore scuro) che all'epoca era usata dagli elementi partigiani che avevano occupato il 25 aprile le Officine Alfa Romeo, autovettura che, per le numerose testimonianze su tale punto raccolte, fu, quasi certamente, quella che venne usata dagli autori del delitto».

I giudici chiudono il caso: Mutti era l'autista del gruppo assassino. Ma questo non basta per arrivare alla condanna. Siamo davanti ad un delitto politico e l'amnistia cancella tutto. Anche perché, saccheggiando il codice, il collegio chiarisce che «è indifferente il motivo che abbia determinato il colpevole ad agire: anche se il motivo sia di lucro o vendetta, il delitto dovrà ugualmente considerarsi agli effetti della legge penale, come delitto politico». L'importante è la cornice in cui è maturato. Il contesto. Certo, Mutti agì «soprattutto per vendetta» ma nei giorni della Liberazione.

Era stato licenziato, «per la sua assenza prolungata dal lavoro dopo l'8 settembre», e Gobbato non aveva voluto riprenderlo. Questa è la chiave de delitto, oltre alla presunzione di sapere che l'ingegnere fosse un traditore degli operai. Ma «l'azione attribuita al Mutti - è la conclusione dei giudici - va riguardata alla luce degli avvenimenti dell'epoca: epoca di sommovimenti e di sommosse sociali». Mutti esce di scena senza un giorno di galera con la formula del «non doversi procedere per essere stato tale reato estinto per amnistia». Gobbato invece sparisce dai radar: nemmeno una citazione nei libri di storia. Anche per i milanesi che passano dalle parti della vecchia Fiera l'ingegnere è un perfetto sconosciuto.

Le mamme del campo rom: «Ridate ai nostri figli lo scuolabus»

Corriere della sera

La richiesta a Palazzo Marino: «Tanti soldi per gli sgomberi ma nessun aiuto ai nostri bambini»

.it
Le mamme del campo rom di via Chiesa Rossa chiedono al sindaco di Milano che ai loro figli sia garantito il diritto allo studio attraverso il ripristino del servizio di scuolabus per i loro figli. Per recapitare al primo cittadino la loro richiesta, giovedì pomeriggio alle 16 saranno daranno vita a un sit-in davanti a palazzo Marino.

«Il campo di via Chiesa Rossa - fanno sapere le mamme - è fuori dal contesto urbano e senza un mezzo proprio mamme e bambini devono attraversare i campi di granturco che circondano le loro case per andare a scuola e quando arrivano alla loro scuola vedono scendere i loro compagni di classe da uno scuola-bus bello e grande». Allora, domandano, «che senso ha parlare di inclusione per le comunità rom se poi il suo fondamento, la scuola, è reso precario?

Perché questo servizio, attivo da sempre, è stato sospeso proprio per chi ha più bisogno di essere sostenuto in un inserimento sociale già difficile per le fragilità di queste comunità a cui si aggiungono pregiudizio e discriminazione?». E ancora, «perché tanti soldi - chiedono ancora le mamme - per sgomberi dolorosi per chi li subisce e niente per aiutare un percorso scolastico che offra un futuro diverso a questi bambini»

23 ottobre 2014 | 09:21

Stragi naziste, la Consulta apre la strada ai risarcimenti

La Stampa

Giudicata incostituzionale la norma che recepisce la sentenza dell’Aja sull’immunità della Germania: lede i diritti inviolabili dell’uomo e il diritto di difesa. Un deportato: “Volevo fosse affermato un principio, passati 70 anni, ma non posso dimenticare”

.it
Se uno Stato si macchia di crimini di guerra o contro l’umanità, se lede e calpesta diritti inviolabili della persona garantiti dalla Costituzione, allora il principio dell’immunità degli Stati dalla giurisdizione civile, quel principio generalmente riconosciuto che impedisce di agire in giudizio contro un paese straniero, cede il passo alla necessità di tutelare diritti superiori. Questo ha stabilito questa sera la Corte Costituzionale, con una decisione sofferta e coraggiosa, giunta dopo due rinvii e a un mese dall’udienza pubblica, che di fatto apre la strada alle vittime italiane dei lager nazisti per ottenere i risarcimenti per il danno subito

«Esiste un nucleo di diritti inderogabili e fondamentali la cui negazione, nel secolo scorso, ha prodotto in Germania, ma anche in Italia, una soppressione dei diritti democratici a cui è seguita una guerra catastrofica», aveva detto in udienza Joaquin Lau, l’avvocato tedesco che opera però a Firenze e che ha difeso i diritti delle vittime. Quest’impostazione è stata sostanzialmente accolta dalla Corte con la sentenza redatta da Giuseppe Tesauro, che tra poco, l’8 novembre, lascerà l’incarico di giudice e anche quello di presidente, ricoperto per un breve periodo.

Di fronte a un Parlamento impantanato sulle nomine di sua competenza, Giorgio Napolitano ha già nominato pochi giorni fa chi sostituirà lui e anche Sabino Cassese, altro giudice in scadenza di scelta presidenziale. Il rischio che Tesauro uscisse dalla Corte senza conseguire questo successo, che segue quello raggiunto sull’eterologa, non era scontato: le decisioni della Consulta sono ovviamente collegiali e l’assise dei giudici non era compatta nello schierarsi su una lettura che mette in gioco i rapporti con gli altri stati, nello specifico con la Germania, e che chiama in causa anche una pronuncia della Corte dell’Aja. 

Il 3 febbraio 2012, infatti, l’Aja ha ribadito l’immunità della Germania fissando un obbligo: il giudice italiano deve negare d’ufficio la propria competenza nelle cause civili di risarcimento per i crimini compiuti dai nazisti in Italia. E l’Italia ha recepito tale sentenza con la legge n. 5 del 2013.
Proprio su questa norma il Tribunale di Firenze, investito dei ricorsi presentati da alcune vittime e parenti delle vittime italiane dei lager, ha sollevato dubbio di costituzionalità e la Corte Costituzionale, dopo una riflessione attenta, lo ha accolto, seppure a maggioranza - a quanto risulta - e non all’unanimità. Le norme che impediscono al giudice italiano di accertare l’eventuale responsabilità civile di un altro Stato per violazioni gravissime, quali i crimini di guerra o contro l’umanità, commesse nel territorio nazionale a danno di cittadini italiani, sono incostituzionali, ha detto la Corte; ledono gli articoli 2 e 24 della Costituzione, il primo dei quali tutela i diritti inviolabili dell’uomo, il secondo il diritto di difesa.

«Ciò a cui, a mio giudizio, si qui è fatto appello - osserva Roberto Virzo, docente di Diritto internazionale all’Università del Sannio e di Organizzazione internazionale alla Luiss - è la teoria dei `controlimiti´, per cui quando una norma di diritto internazionale a cui l’Italia è vincolata entra in conflitto con i valori fondamentali, se ne blocca l’applicazione». Secondo il procuratore militare di Roma Marco De Paolis, il magistrato che ha istruito la maggior parte dei processi contro i criminali di guerra nazisti, quella della Consulta è una sentenza importantissima e credo che la comunità internazionale non possa ignorarla: ritengo possa riaprire la dolorosa pagina dei risarcimenti negati ai familiari delle vittime del nazismo e anche agli internati militari italiani”.

Per chi è stato deportato in Germania, ha subito il campo di concentramento prima e il lavoro forzato poi, come Duilio Bergamini, una delle vittime protagoniste dei ricorsi che racconta con una lucidità sorprendente la sua vicenda, è una «grande vittoria. Sono felicissimo - dice a caldo al telefono - ma non penso al risarcimento, non penso ai soldi. Volevo fosse affermato un principio. Per me e anche in memoria di un amico che i tedeschi uccisero a tradimento: sono passati oltre 70 anni ma non posso dimenticare».