martedì 21 ottobre 2014

Il «Dislike» a Facebook non piace

Corriere della sera

di Elmar Burchia

Bret Taylor, il creatore del tasto «Like», spiega perché il «Non mi piace» non esiste: «La negatività assume molte forme. E può avere conseguenze spiacevoli»

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Molte delle cose che a migliaia di persone «piacciono» su Facebook risultano essere quelle che altre migliaia di persone invece «odiano». E dunque in molti lo desiderano, lo vorrebbero, e ogni tanto è stato anche promesso, ma non è mai arrivato. E mai arriverà: il pulsante «Non mi piace», «Dislike». Perché? «L’apprezzamento è universale, la negatività, invece, assume molte forme», ha spiegato Bret Taylor, ex direttore tecnico di Facebook e creatore del tasto universale «Mi piace», il «Like».
Le conseguenze del «non mi piace»
Esiste dal 2009 e da allora Facebook sa esattamente cosa ci piace. Bret Taylor, ex Chief Technology Officer di Facebook, aveva lasciato l’azienda di Zuckerberg due anni fa per una nuova startup, Quip. Il trentacinquenne geniale non solo è stato l’ideatore del pulsante «Like», ma anche la mente dietro alle Google Maps. E in un’intervista con Tech Radar racconta come mai Facebook non ha creato il pulsante «Dislike». Spiega che l’opzione è stata discussa spesso, ma è sempre stata scartata perché «nel contesto della rete sociale, la negatività di quel pulsante ha un sacco di conseguenze spiacevoli».
Un’arma a doppio taglio
Per Bret, e la sua ex azienda, se si vuole esprimere «dispiacere» per qualcosa, è meglio scrivere un commento, «perché probabilmente esiste una parola per ciò che si vuole dire». Il «Like», infatti, era stato introdotto anche per riordinare la pioggia di commenti poco significativi da parte degli utenti, come i «wow» o i «cool». Inoltre, sottolinea Tech Radar, un pulsante «Dislike» oggi non avrebbe molta utilità per gli inserzionisti sul social. Al contrario, potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio.

21 ottobre 2014 | 15:08

Il prete che salvò gli inglesi dai nazisti

Corriere della sera
di Andrea Pasqualetto

Don Rocchi morto a 101 anni. Fondò la Città dei Ragazzi coi soldi dati dalla Regina per ringraziarlo

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Gli inglesi non hanno mai dimenticato il gesto di quel prete modenese che li salvò dalla cattura nazista. Né quando don Mario Rocchi decise di creare dal nulla la Città dei Ragazzi e la Regina d’Inghilterra staccò per lui un assegno da cinque milioni di lire degli anni Cinquanta; né quando la Città crebbe e gli ufficiali britannici e poi i loro figli contribuirono concretamente al grande progetto; né oggi che don Mario è spirato e da Londra arrivano messaggi di cordoglio.

Padre fondatore di una «Città» dove vivono, studiano e giocano circa 250 ragazzi, la metà extracomunitari, don Rocchi è ricordato in patria e all’estero come uno dei più alti esempi di cattolicesimo sociale del Novecento. Lui, don Elio Monari che fu trucidato dai nazifascisti e molti altri «nelle città e nelle campagne rischiarono la tortura e la morte per aiutare i prigionieri alleati a ritrovare la libertà - scrisse per la rivista Everybody’s uno di quei prigionieri diventato giornalista -. Subito dopo l’armistizio c’erano 20 mila prigionieri di guerra britannici di cui la maggior parte fuggì. Quello che stiamo facendo ora, raccogliendo fondi per una delle case nella Città dei Ragazzi, compenserà una piccola parte del debito di gratitudine che tanti di noi hanno».

Don Mario Rocchi si è spento domenica scorsa a 101 anni in una stanza della grande comunità di Modena, dove ha lasciato un messaggio breve, alto e semplice: «Dal Cielo, se il Signore mi riterrà degno di accoglienza pregherò per tutti e continuerò a lavorare per i ragazzi».

Negli ultimi anni, ad assisterlo, c’era Riccardo Cristiano, diacono della Città, confidente e segretario personale. Con lui aveva stretto una grande amicizia, raccogliendo nel tempo i molti racconti: «Con gli inglesi aveva un rapporto speciale. Non amava parlare di se stesso però quelle vicende parlano da sole. Ne ricordo uno. C’era un treno per Auschwitz, gli ufficiali inglesi stavano per essere deportati e loro, cioè lui e don Elio, li fecero scendere dal lato opposto a quello dove erano saliti. Gli inglesi rimasero così a Modena e si salvarono». Liberava prigionieri, li ospitava, aiutava ebrei perseguitati.

Fra le sue azioni, gli ufficiali inglesi ricordano un viaggio a Roma del 1943 quando don Rocchi li accompagnò i gran segreto con un seminarista perché avessero un rifugio sicuro: il Vaticano. «La Regina Elisabetta II lo ricordò nel discorso della Corona - sottolinea Cristiani - e mandò pure un suo rappresentante personale, Lord Mancroft, a inaugurare uno dei fabbricati della comunità. Qui da noi la palestra è stata intitolata alla moglie di un inglese». Gli inglesi, certo, ma anche gli italiani. «Primo fra tutti il commendatore Vismara, che aveva una cartiera e che all’inizio, quando don Mario andò a trovarlo lo liquidò così: “Lei è matto, se ne vada”. Perché il progetto gli sembrava troppo ambizioso».
Alla fine lo finanziò anche lui.

Gli inglesi, Vismara e molti altri. «Il momento più bello è stato quando abbiamo trovato la terra per partire. Qui c’era campagna aperta. C’erano le viti e i pioppi: abbiamo dovuto segare tutto», ha ricordato l’anno scorso don Rocchi con un filo di voce. Oggi a Modena vive una Città dove studiano centinaia di ragazzi che diventano meccanici, elettricisti, idraulici. «Quando non c’era la crisi venivano a prenderseli le aziende direttamente qui perché erano i più preparati. Alcuni di loro hanno proseguito gli studi e hanno avuto dei ruoli importanti: c’è un direttore del catasto, un primario ospedaliero...».

E con l’Inghilterra il legame è rimasto sempre unico. I «cittadini» di don Rocchi vanno ancora a Londra e i londinesi vengono a Modena. Tutto nacque dai gesti eroici di due preti di montagna. Il giornalista inglese l’ha ricordato più volte nei suoi reportage: «Molti di noi oggi vivono in pace e sicurezza con le loro famiglie, grazie a loro».

21 ottobre 2014 | 11:05

I più grandi attacchi hacker della storia

La Stampa
antonino caffo

Dai virus che spiavano le centrali nucleari a quelli che hanno messo fuori uso le piattaforme di e-commerce e le reti di videogiocatori. Quando la realtà supera la finzione



Sono lontani i tempi in cui un ragazzino smaliziato riusciva ad intrufolarsi nei sistemi informatici di banche e aziende solo per dimostrare di poterlo fare, di essere più scaltro dei controllori. Man mano che l’economia mondiale si è spostata su internet sempre più persone e organizzazioni hanno imparato a “bucare” la rete, o meglio i software e le misure innalzate a difesa delle infrastrutture, per sottrarre dati e informazioni sensibili.

Il termine hacker fa la sua prima comparsa negli anni ’50 all’interno del Massachusetts Institute of Technology (MIT) in cui veniva definita “hack” una goliardata, ovvero un’azione che andava contro le rigorose regole del campus in ogni sua forma (anche lanciare delle uova contro le finestre del dormitorio rivale). Con il tempo hack ha acquisito una valenza maggiore, passando da un’azione fatta per uscire dal torpore della vita studentesca a modo per superare i limiti di un oggetto. Non a caso la prima azione di hacking è considerata quella del “phreaking” (phone + hacking), cioè della possibilità di utilizzare le normali reti telefoniche per intromettersi nelle chiamate altrui o sfruttare reti esterne per le proprie telefonate.

Con l’avvento di tanti dispositivi hi-tech, l’hacker è diventato un punto cardine dello sviluppo tecnologico, colui che grazie allo sblocco dei cellulari, software e sistemi operativi, ha permesso alle aziende (consapevolmente o meno) di migliorare le difese dei loro prodotti, spesso chiamando proprio gli “smanettoni” a testarli per validarne l’affidabilità. Il passo che porta agli hacker etici è breve ed è rappresentato dal volto mascherato degli Anonymous, autoproclamatisi moderni Robin Hood in difesa della verità digitale. 

Accanto a loro sono nati tanti altri gruppi, spesso formati da ragazzi, spinti da interessi economici. Il furto di dati sensibili, il lancio di virus e campagne di phishing fruttano milioni di dollari ogni giorno. Secondo Symantec bastano 1.500 dollari per acquistare 1.000 carte di credito, 20 dollari per un’identità digitale completa e 700 per un “crimeware kit”, cioè un programma completo di istruzioni per realizzare un codice malevolo valido per sottrarre informazioni personali a chiunque, anche dall’altra parte del mondo. Un mercato che alimenta gruppi criminali sparsi ovunque, spesso collegati ad organizzazioni mafiose e militari (ad esempio il team “APT1” è parte dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese).

Per questo la linea di demarcazione tra gli hacker e i cracker (coloro che vìolano i sistemi informatici a scopo di lucro) è diventata sempre più sottile. Oggi è difficile distinguere chi ruba informazioni dai computer dei politici da chi sottrae le credenziali di accesso ai servizi di posta elettronica di semplici cittadini, oppure dagli esperti informatici che installano virus nelle centrali nucleari dei paesi nemici. Alla base vi è sempre un interesse, qualunque esso sia, e un vantaggio: economico, strategico, di immagine. 

Tutti gli attacchi hacker hanno l’obiettivo di rompere un equilibrio e di porre a proprio favore una situazione. Ecco i più grandi e dannosi della storia.

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Strasburgo, macchina con autista. Il benefit segreto dei grillini

La Stampa
marco zatterin

Gli eurodeputati hanno casa in periferia ma poi si muovono con l’auto di servizio
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Le auto blu, no. Quelle nere, le luccicanti tedesche del Parlamento europeo, invece vanno bene, come se i contribuenti a pagarle non fossero gli stessi. Per una buona fetta degli eurodeputati di casa grillina risultano essere addirittura indispensabili, aiutano a spostarsi per l’Alsazia, e a risparmiare qualche decina abbondante di euro ogni mese. Così le usano senza remore, in fondo sono lì, un diritto acquisito per gli eletti che i penta
stellati contestano da sempre con forza e puntiglio. Soprattutto quando gli eletti non erano loro.
In genere sono Mercedes, Bmw, Audi. Raramente fa capolino qualche ammiraglia francese, giusto per questione di bandiera. Compongono la flotta dell’assemblea a dodici stelle 35 vetture del colore della notte più buia, che il Parlamento cambia ogni 150 mila chilometri, ogni tre anni, oppure quando c’è un nuovo salto nella normativa ambientale.

«Tutti i nostri veicoli sono Euro6», assicura con orgoglio una fonte amministrativa, il che serve a motivare chi coltiva un’anima ecologista. Le auto con conducente sono a libera disposizione dei deputati da che si ricorda. A Strasburgo, come a Bruxelles, c’è un ufficio detto «degli autisti» dove gli assistenti scendono a prenotare una tratta per il loro capo. Le regole definiscono prioritario il percorso fra l’emiciclo e la stazione o l’aeroporto di Entzheim, ma l’eurotaxi gratuito può correre in un raggio di 20 chilometri dal Parlamento, prospettiva interessante per gli architetti di una vita a basso budget.

«Una buona metà dei deputati grillini va a dormire in periferia o fuori Strasburgo», assicura una fonte politica che raccoglie conferme in seno alla delegazione M5S. Potrebbe essere perché non trova posto in centro, in effetti. Durante la sessione i costi degli alberghi salgono alle stelle, eppure è difficile rimediare un letto. Però più voci dicono il motivo è un altro: «Ci fanno la cresta, e non sono i soli».
Come? E’ semplice.

Tutti gli eurodeputati percepiscono una diaria di 304 euro al giorno per la sessione mensile che si svolge a Strasburgo. E’ una somma complessiva, che comprende il vitto e l’alloggio. Se si prende una camera fra le delizie della Petite France, anima del capoluogo alsaziano, si arriva senza batter ciglio ai duecento euro, prezzo che gli osti locali gonfiano all’uopo rispetto alle altre settimane. Basta andar fuori porta e il contro scende. Anche sotto i 100 euro. Che affare! Soprattutto se poi il passaggio sino al quartiere comunitario è a cura del bilancio Ue.

Metti dieci deca per la notte, un pranzo alla mensa del parlamento (10/15 euro), una cena sul fiume (25/50), ecco che metà della diaria resta in tasca al deputato, senza perdita di tempo, senza finire nelle tasche dei lentissimi taxisti del posto. A quel punto poco conta che l’auto blu sia nera, odiata da sempre, sino a che serve. Il fine finanziario giustifica i mezzi per chi lo vuole fare. «Molti», si dice. Non tutti, sia chiaro. 

Però il problema ai grillini pare serio. Ad alcuni, almeno. Lo scorso 6 luglio, un eurodeputato fresco di nomina ha chiesto aiuto alla sua segreteria. «Sai se le macchine di servizio possono venire a prendere e riportare i MEP (acronimo britannico per parlamentare europeo, ndr) a Basilea? La scorsa volta l’ho affittata e m’è costata un patrimonio (300 euro più il carburante)». Legittima la domanda, arrivare a Strasburgo è un’odissea, il tributo alla fermezza con cui i francesi che si ostinano a volere la doppia sede, quella alsaziana e quella più ragionevole a Bruxelles. Però, pare che il giochino dell’auto e dell’alloggio fuori zona, si ripeta anche a Bruxelles. «Sono meno però», assicura una voce del gruppo pentastellare. Troppi, comunque, potrebbero pensare nella base del Movimento.

Spiati in rete e non solo da Facebook: Ecco i siti che usano gli utenti come "cavie"

Il Mattino

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ROMA - Spiati dalla rete. Una ricerca mostra come il caso di Facebook non sia isolato e che i siti che spiano i movimenti degli internauti sono decisamente e pericolosamente numerosi.
Ogni volta che si fa una ricerca con Bing, il motore di Microsoft, si è soggetti a circa 300 esperimenti, e lo stesso vale per tutti gli altri siti con un numero cospicuo di utilizzatori, a cominciare da Facebook, già fortemente criticato dopo la pubblicazione dei risultati di un test fatto modificando le informazioni su alcune bacheche.

Lo hanno affermato gli esperti del settore durante una conferenza sul tema che si è appena conclusa a Cambridge. "Quando si fanno cose online - spiega Sinan Aral della Sloan School of Management del Mit, citato da Technology Review - c'è una probabilità molto ampia che si sia coinvolti in esperimenti multipli ogni giorno. Pensate ad Amazon, Google, eBay, Airbnbm Facebook. Tutti fanno centinaia di esperimenti, e sono anche responsabili di una larga proporzione del traffico web".

Secondo BuiltWith, una compagnia di ricerca australiana, almeno il 15% dei 10mila siti più popolari conduce qualche tipo di test, a partire dai più semplici in cui si fanno piccole variazioni a foto o testi per verificare quale versione piace di più. La Wikimedia Foundation, che pubblica Wikipedia, ad esempio, ha testato sugli utilizzatori diversi messaggi per la raccolta fondi a caccia del più efficace. Le proteste in seguito all'esperimento hanno portato Facebook a modificare la propria politica, introducendo criteri più stretti sugli esperimenti. "Penso che le reazioni siano state paradossali - afferma Alessandro Acquisti della Carnegie Mellon University -. Il test di Facebook è stato molto trasparente. Bisognerebbe guardare a come gli esperimenti sono condotti in modo opaco tutti i giorni".

lunedì 20 ottobre 2014 - 17:25   Ultimo agg.: 18:01

Lo strano caso del pensionato che non ha mai lavorato

La Stampa
nicola pinna

Cagliari, minatore confessa: ho inventato malattie per una vita. E anche grazie alla cassa integrazione ho maturato l’assegno Inps

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La claustrofobia, almeno per un minatore, dovrebbe la essere causa principale di «non idoneità al servizio». E Carlo Cani, in fondo, lo sapeva bene, ancor prima di essere assunto alla Carbosulcis. Ma lui il terrore di vivere rinchiuso in una galleria semibuia, a centinaia di metri sotto terra, l’ha sfruttato per anni. A suo favore. Ha accumulato giorni e giorni di malattia e così non si è mai presentato al lavoro. Con la complicità del certificato medico, e sfruttando lunghi periodi di cassa integrazione, ha raggiunto un obiettivo doppio: trascorrere pochissimi giorni in miniera e maturare ugualmente il diritto alla pensione.

Raggiunto il traguardo, si dedica a tempo pieno al jazz e racconta la verità: «Mi inventavo di tutto: amnesie, dolori, emorroidi, camminavo sbandando come fossi ubriaco. Mi capitava di urtare la parete con un pollice e lavorare con un dito gonfio ovviamente era impossibile. Altre volte mi finiva la polvere in un occhio. E poi il collo, mesi passati con il collare per tenere a bada una maledettissima cervicale. Ma la verità è che non ce la facevo, la miniera non era roba per me». In tempi di disoccupazione record la confessione del sessantenne di Santadi ha scatenato subito polemiche violente. Terrorizzato, ora non risponde più al telefono. Ma sui social è bersagliato di insulti, soprattutto dai giovani che un lavoro lo sognano da anni e che la pensione rischiano di non riscuoterla mai. 

Per chiedere di non fermare l’attività estrattiva, i minatori di Nuaxi Figus hanno organizzato cortei, occupazioni e proteste di ogni genere. In gruppo, nel 2012, si sono persino asserragliati a quattrocento metri di profondità, mentre il loro ex collega di Santadi (piccolo paese della provincia Carbonia-Iglesias) ha giocato d’anticipo. Ha sfruttato lo “scivolo” del prepensionamento e ha dimenticato per sempre la polvere di carbone sugli occhi. Tra malattie di ogni genere, riabilitazioni, riposi accumulati e ammortizzatori sociali Carlo Cani ha maturato 35 anni di servizio, 26 dei quali proprio negli organici della Carbosulcis. Tutto regolare, certificato dell’Inps, che dal 2006 gli versa regolarmente l’assegno mensile.

«Ho maturato l’anzianità necessaria ma praticamente non ho lavorato mai - racconta - Là sotto stavo troppo male. Sin dall’inizio, io e il carbone non abbiamo legato».  Quando l’hanno assunto in miniera Carlo Cani non ha fatto salti di gioia. Il primo della lista dell’ufficio di collocamento ha rinunciato, mentre lui ha accettato subito. E dai primi giorni ha iniziato a studiare la strategia per faticare il meno possibile. «Era il 1980 e al mio paese, Santadi, spettava un’assunzione in Carbosulcis. Quando mi hanno contattato non ero entusiasta, ma l’orgoglio di famiglia mi ha spinto ad accettare. Mio padre Luigi, che ha 95 anni, era minatore alla vecchia Carbosarda. Minatore vero, come quelli dei suoi tempi». 

Fatto il corso di avviamento, Carlo Cani ha iniziato a fare i conti con il nemico numero uno: la galleria. «All’inizio sembrava un gioco: il casco, l’attrezzatura, tutto era divertente. Il brutto è venuto dopo. In mezzo, anche qualche momento drammatico: un collega di 28 anni schiacciato da un masso lo prese tra la testa e il collo. Lo tirammo fuori che era già morto. Io ci ho sempre riso su perché sono un minatore per caso, ma quel momento mi è rimasto stampato nella mente. La mia è stata una storia strana ma laggiù, sotto terra, c’è gente che si è spaccata la schiena per anni e anni, gente che il salario se l’è guadagnato col sudore. Io li rispetto ma sono diverso sono un minatore-jazz».

La task force di ex sovietici al servizio di Israele. L’esercito toglie il segreto sull’unità “Yiftach”

La Stampa
maurizio molinari

Durante l’operazione a Gaza hanno affiancato le truppe offrendo soluzioni a problemi operativi nell’arco di 12 ore: fondata nel 1957, l’unità speciale è all’origine della creazione di alcune invenzioni tecnologiche che hanno segnato la storia di Tsahal

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L’esercito israeliano toglie il segreto sul ruolo dell’unità composta da 30 ingegneri militari, in gran parte di origine russa, che durante l’operazione a Gaza hanno affiancato le truppe offrendo soluzioni a problemi operativi nell’arco di 12 ore. Si tratta di “Yiftach”, fondata nel 1957 e all’origine della creazione di alcune delle invenzioni tecnologiche che hanno segnato l’esercito israeliano - come i pontoni che Ariel Sharon adoperò nel 1973 per attraversare il Canale di Suez, rovesciando le sorti della Guerra del Kippur - ma divenuta negli ultimi anni un autentico “start up” militare grazie alla possibilità di dialogare in maniera digitale, e dunque in tempo reale, con le unità impegnate in combattimento. 

Il recente conflitto nella Striscia, durato 51 giorni, ha così visto le truppe speciali - Golani, Givati, paracadutisti e le “Sayeret” di ogni corpo - recapitare a “Yiftach” necessità molto specifiche che hanno generato soluzioni creative. A cominciare dalla “cornice esplosiva”, di dimensioni variabili, che consente ad un soldato di creare una finestra di passaggio nel muro di una casa minata. Sempre per superare zone urbane disseminate di trappole esplosive è stato ideato il “passaggio dorato”, una catena di micro-detonatori che può essere lanciata da un fucile qualsiasi, per dar brillare ogni “IED” nascosta in percorsi angusti, come i vicoli.

Il maggior vanto di “Yiftach” è aver identificato quella che fonti militari definiscono la “soluzione contro i tunnel offensivi di Hamas” ovvero il metodo per neutralizzare chi li usa per combattere. Ma su quest’ultima trovata hi-tech resta il più rigido top secret. L’unità “Yiftah” è conosciuta dai militari come il “mini-start up di Tzhaal” ed a guidarla è un ufficiale di nome Evgheny che, assieme a molti suoi commilitoni, viene dall’ex Urss. 

Io, 007 del caso Orlandi epurato al tempo del negoziato Stato-mafia»

Corriere della sera

di Fabrizio Peronaci

Parla Giulio Gangi, l’agente allontanato dal Sisde negli anni ‘90: «Mi trasferirono al ministero dell’Economia, facendo sparire le note di merito e accusandomi di indagini inopportune su Emanuela. Suor Dolores mi disse il nome di una ragazza. De Pedis? usato come il prezzemolo. Al Sisde pensavano solo alla guazza, eravamo schifati»


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ROMA - Lo 007 allontanato con la motivazione di aver compiuto «inopportune indagini» nel caso Orlandi si sfoga. Denuncia retroscena imbarazzanti sui servizi segreti nostrani. Si dice persuaso che la sua cacciata avvenne per «un’operazione di Stato, legata a fatti di mafia, ben più delicata» di quella, pur complessa, relativa alla scomparsa della «ragazza con la fascetta». E rivela dettagli che potrebbero dare ulteriore impulso alle indagini ancora aperte presso la Procura di Roma sui sequestri delle quindicenni Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.

Giulio Gangi, classe 1960, nei primi anni Ottanta agente segreto del Raggruppamento Centri Operativi del Sisde, con base in piazza della Libertà, ha deciso che è giunto il momento di parlare. Fu lui, nei giorni successivi a quel 22 giugno 1983 in cui la figlia del messo pontificio sparì, a presentarsi nella casa di Ercole, in Vaticano, offrendo un aiuto. Lui a girare la città assieme a Pietro Orlandi, il fratello, nella speranza di trovare Emanuela. Lui, tre mesi dopo, a far balenare un imminente «lieto fine». L’uomo che allora era uno 007 motivato oggi è stanco ma appassionato, quasi furente. Ancora gli scotta il trasferimento d’ufficio, che definisce la sua «personale epurazione». A metà anni ‘90 - «al tempo della trattativa Stato-mafia», insiste nel precisare - fu spostato al ministero dell’Economia, fino al recente pensionamento per ragioni di salute.

L’ex agente  del Sisde,Giulio GangiL’ex agente del Sisde,Giulio Gangi

Agente segreto Gangi, niente da rimproverarsi? «Feci l’errore, e umanamente mi pesa molto doverlo dire, di appassionarmi al caso con lo scopo di aiutare una famiglia disperata, che riceveva risposte aleatorie da chi aveva il dovere di comprendere se dietro quella presunta ‘scappatella’ poteva nascondersi qualcosa di grave. Inoltre, il Servizio poggiava su pochissimi agenti che riuscivano a portare qualche notizia degna. Per me una scomparsa così anomala era più che meritevole d’attenzione, visto che il Sisde si interessava di cose di bassissimo livello».

Sta dicendo che i servizi segreti italiani, negli anni clou del terrorismo e della Guerra Fredda, si occupavano di questioni minori, poco più che quisquilie? «L’importante era stilare un elenco con un certo numero di operazioni senza annotare, naturalmente, la tipicità di ogni operazione. In sostanza era la cosiddetta ‘guazza’ per incrementare la relazione semestrale al Presidente del Consiglio dei Ministri. Tutti noi eravamo schifati. Tranne i capoccia della direzione, che seguivano un preciso diktat imposto dall’alto, da chi non voleva rogne».

Lei dunque intese aiutare una famiglia disperata e… «Quando mi recai a casa Orlandi le domande su una eventuale fuga volontaria per me non ebbero più senso: Pietro Orlandi mi raccontò dell’uomo della Bmw che aveva proposto alla sorella di pubblicizzare dei prodotti dell’Avon durante una sfilata delle sorelle Fontana. In più, Pietro aveva raccolto la testimonianza di un vigile e un poliziotto, in servizio davanti al Senato, che avevano notato un trentacinquenne con una Bmw che parlava con una ragazzetta la quale pareva corrispondere a Emanuela. Il giorno dopo incontrai i due testimoni, che mi confermarono le cose dette da Pietro. Mi recai alla scuola di musica. Incontrai suor Dolores, la direttrice. La superiora mi disse che voleva contattare una delle allieve che si era trincerata in casa, come se sapesse qualcosa in merito…».

Aspetti, questa è una novità. Suor Dolores le parlò di una ragazza, una compagna della scuola di musica, a conoscenza dei fatti? «Sì, certo, era presente anche l’ispettore Dessì della Squadra Mobile… Sul nome della giovane mantengo ovviamente il riserbo, ma lo riferii ai superiori».

Marco Fassoni Accetti, superteste indagatoMarco Fassoni Accetti, superteste indagato

Lo sa che ciò combacia con la versione di Marco Fassoni Accetti, il fotografo che si è autoaccusato dei sequestri Orlandi e Gregori, spiegando che furono portati a termine con l’inganno, grazie alla complicità involontaria di alcune amiche? «Certo, ho letto… A me già all’epoca la cosa sembrò interessante, tanto che mi ripromisi di tornare da suor Dolores, per parlare anche con le allieve che avevano visto Emanuela per l’ultima volta, ma non mi fu consentito incontrarle. La divisione di competenza mise il veto adducendo che erano minorenni. La cosa mi è sempre rimasta sul gozzo».

Fu quindi indotto a desistere nelle indagini? «Andai avanti. Contattai una coordinatrice della Avon, la quale mi assicurò che non avevano uomini come rappresentanti né rapporti con le sorelle Fontana. Poi mi recai presso la casa di moda, dove appresi che altre ragazze si erano rivolte all’atelier perché un uomo sulla trentina le aveva fermate per strada con una proposta simile a quella usata per adescare la Orlandi».

I superiori erano a conoscenza della sua attività? «Raccolte queste notizie, stilai un rapporto al capo del Raggruppamento Centri Operativi, il dottor Giorgio Criscuolo. Nonostante le battute dei colleghi e dei suoi stessi superiori, Criscuolo, che amava l’investigazione e lo spirito di iniziativa dei suoi giovani agenti, mi invitò a proseguire. Mi misi alla ricerca della fantomatica Bmw Touring verde tundra segnalata dal poliziotto davanti al Senato, che era un appassionato di autovetture, e quindi affidabile. Trovai una macchina simile. In un’officina mi spiegarono che una donna aveva portato l’auto di un amico con un vetro rotto sul lato passeggero. Mi disse che albergava al residence Mallia, dove mi recai il giorno dopo. Chiesi alla reception di chiamare la donna. Questa si presentò con un vestitino leggerissimo, bianco, trasparente».

La stessa che, nel 2008, si penserà fosse Sabrina Minardi, l’ex amante di Enrico De Pedis detto «Renatino», che ha dato il via alla pista della banda della Magliana?

Sabrina MinardiSabrina Minardi

«Ma no, non era lei! La Minardi all’epoca aveva 22 anni, questa attorno alla trentina, bionda, sexy, voce decisa, quasi rauca. Le mostrai il tesserino, ma fu molto arrogante: ‘A lei non dico niente!’ Il nome? Il bigliettino lo buttai, però Sabrina certamente no, mi pare Daniela… Fatto è che tornato in ufficio il capo mi sollevò letteralmente da terra, la signora doveva avere contatti diretti: prese il numero della targa e in pochi minuti riuscì a farsi sentire. Pensai che fosse l’amante di qualche pezzo grosso, uno dei nostri papaveri…».

Agente Gangi, due mesi dopo, nel settembre 1983, lei disse alla madre che Emanuela «entro 10-15 giorni» sarebbe tornata a casa. Si rende conto che fu un’uscita impegnativa? «Tale affermazione me la contestò quasi dieci anni dopo, nel 1993, il giudice Rando. Le risposi convintamente di no, ma poi nel 1996 mi venne in mente, come in un flashback, che un collega mi disse più o meno così: ‘Hai fatto male a lasciare la squadra. Stiamo su una buona pista. Questione di giorni’. Quindi, felice della notizia, con l’entusiasmo dei miei 23 anni di allora, posso aver detto alla signora Orlandi ciò che avevo saputo e averla consigliata di portare la figlia fuori Roma, al suo rientro, per tenerla lontana dallo stress dei giornalisti sotto casa. Dopo una ventina di giorni però incontrai quello stesso collega e lui mi comunicò che anche quella pista, all’improvviso, era andata all’aria. Mi parse sinceramente deluso».

Altri passaggi a vuoto? «Tra le tante cose fasulle del caso Orlandi, una è certa: nella capitale si aggirava un soggetto che utilizzava il marchio delle sorelle Fontana per adescare ragazze. Probabilmente chi ha organizzato la scomparsa della Orlandi lo sapeva. Sarò fissato, ma rimango dell’idea che il ‘biondino’ ha fatto di tutto per essere notato durante l’adescamento: ha usato un’auto appariscente e ha parcheggiato nientedimeno davanti al Senato. Perché? Per indirizzare gli investigatori su un personaggio dedito all’adescamento di ragazze e non su una persona conosciuta dalla ragazza».

Il nuovo indagato Fassoni Accetti ha messo a verbale che il «biondino» sarebbe stato De Pedis. «Lo so, ho letto anche questo. Nutro seri dubbi, in quanto De Pedis non era uno sprovveduto e da quando non è più in vita lo usano come il prezzemolo».

La liberazione svanita, la Bmw del sequestro, la misteriosa signora del residence. Gangi, lei si è trovato in più snodi cruciali: com’è finita? «E’ andata a finire che durante una delicata operazione di Stato, effettuata tra il 1993 e il 1994, a seguito delle stragi di Capaci, via D’Amelio e le bombe dell’estate del ‘93, venni epurato dal Servizio insieme ad altri colleghi rei di non stare simpatici ai piani alti. Ha presente un tema di cui si parla molto oggi, la trattativa Stato-mafia? Bene, diciamo che siamo in quei paraggi… E che tanto altro ci sarebbe da approfondire».

Cosa le accadde di preciso? Racconti. «Il gotha del Sisde sfruttò il mio aver lavorato sulla vicenda Orlandi per allontanarmi dal Servizio, nonostante le note positive redatte dal mio direttore di divisione e confermate dal capo reparto. Quelle note, richieste dall’allora presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi, sparirono nel nulla per lasciar posto a un appunto anonimo, non intestato, nel quale venivo accusato di aver svolto ‘inopportune indagini sul caso Orlandi’. Naturalmente l’estensore materiale dell’appunto, indicato da un teste, negò al giudice di averlo redatto. Ma i motivi veri della mia epurazione sono altri. In poche parole ho commesso l’ennesimo errore: quello di aver pestato i piedi ad un soggetto molto protetto».

Giulio Gangi alle prese con una macchina da presa: la sua seconda passioneGiulio Gangi alle prese con una macchina da presa: la sua seconda passione

E così l’agente Gangi diventò un ex 007 mobbizzato e depresso… «Tentai di rifarmi una vita sfruttando il mio passato di ghostwriter nel settore cinetelevisivo. Scrissi due fiction: una sulla vita di Mussolini e l’altra sulla vicenda del partigiano Neri, un vero giallo, con ricostruzioni storiche accuratissime. Nella seconda dimostravo che a uccidere il Duce non fu il colonnello Valerio, ma ben altra figura di rilievo: grande soddisfazione da parte dei produttori, all’inizio, ma poi silenzio e imbarazzo. Con enorme amarezza, compresi che era giunto un niet dall’alto in quanto ero un ex agente del Sisde epurato per chissà quale misfatto. Solo uno: aver compiuto più del mio dovere».

Morale? «Eccola, è presto detta: chi si sporca, nei servizi segreti, non viene cacciato! Non sono così scemi da correre il rischio di ritrovarsi sotto ricatto o in galera per correità. Chi ha combinato qualcosa viene promosso e coccolato. Sempre. Io invece, non essendomi sporcato, potevo essere retrocesso, offeso, annientato, parcheggiato per 20 anni dietro una scrivania. E’ l’amara verità: lo Stato mi ha usato e buttato, mentre tutti gli altri si appuntavano medaglie sul petto».

20 ottobre 2014 | 21:57

L’Harley di «Easy Rider» venduta all’asta per 1,35 milioni di dollari

Corriere della sera

«Captain America» è il mitico chopper utilizzato da Peter Fonda per il fim del 1969

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La moto di «Easy Rider» venduta all’asta al prezzo record di 1 milione e 350 mila dollari. Il chopper Harley guidato da Peter Fonda nel film che fatto sognare più di una generazione è stato acquistato sabato scorso negli Usa da un collezionista anonimo. I colori a stelle e strisce sul serbatoio, le cromature ovunque, «Captain America» - questo il nome della motocicletta — sarebbe uno dei modelli originali utilizzati nelle riprese della pellicola del 1969 e non uno dei tanti «tarocchi» in circolazione.

Oltre un milione per l’Harley di «Easy Rider»
Oltre un milione per l’Harley di «Easy Rider» 
Oltre un milione per l’Harley di «Easy Rider» 
Oltre un milione per l’Harley di «Easy Rider»
Oltre un milione per l’Harley di «Easy Rider»
Anzi secondo la casa d’aste che ne ha curato la vendita è anche uno dei due esemplari rimasti, sopravvissuto alla scena finale dell’incidente. A restaurarlo è stato Dan Haggerty che ha avuto una piccola parte in «Easy Rider» e che oggi è pronto a giurare sulla sua autenticità. Il venditore che ha incassato l’assegno record porta poi ad ulteriore riconoscimento una lettera del Museo nazionale della motocicletta dell’Iowa, dove «Captain America» è stata esposta per più di 12 anni.
20 ottobre 2014 | 17:30

Motivazioni sentenza Ruby: "I tabulati di Ostuni acquisiti violando la legge"

Libero

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Ilda Boccassini farà la fine di Luigi De Magistris? Secondo quanto risulta dalle motivazioni depositate del processo Ruby, c’è una circostanza, come racconta IlTempo.it,  che pare accomunare il comportamento dei pubblici ministeri milanesi a quello di "Giggino" nell'inchiesta Why Not che gli è costato la poltrona di sindaco di Napoli. Si tratterebbe della violazione della legge Boato, che prevede la richiesta di autorizzazione alla camera di appartenenza per l’acquisizione di tabulati che riguardano le utenze dei parlamentari. In alcuni passaggi delle motivazioni, come racconta Iltempo.it

i tabulati relativi all’utenza telefonica di Karima El Mahroug, cioè Ruby, di Nicole Minetti, della ballerina brasiliana Michelle Da Conceicao e del capo di Gabinetto della Questura di Milano, Pietro Ostuni sembra siano stati acquisiti in modo illegittimo.

Le intercettazioni - "I tabulati della utenza del dottor Ostuni, dichiarati inutilizzabili - si legge nelle motivazioni -  in quanto addirittura acquisititi in violazione della norma dell’articolo 4 della legge 140 del 2003 (legge Boato, ndr) poiché, nel momento in cui veniva emesso decreto di acquisizione, la Procura poteva e doveva prefigurarsi l’alta probabilità che tale preciso atto d’indagine potesse determinare l’intrusione nella sfera delle comunicazioni del presidente del Consiglio", Silvio Berlusconi. La Corte sostiene che se è vero che i Pm non possono sapere né immaginare che in quei tabulati acquisiti ci sono, "casualmente" e "fortuitamente", pure e comunicazioni del premier, dopo averle acquisite avrebbero dovuto chiedere l'autorizzazione al Parlamento come afferma la legge Boato. I pm di Milano che hanno condotto l’inchiesta, Antonio Sangermano, Ilda Boccassini e Pietro Forno, invece non l’hanno fatto.

"Come De Magistris" - L’avvocato Titta Madia, difensore di Francesco Rutelli, parte lesa nel processo contro de Magistris intervistato da IlTempo afferma: "I giudici di Milano – afferma il legale - hanno indicato una procedura illegittima compiuta dai pubblici ministeri identica a quella per la quale il dottor de Magistris è stato condannato a un anno e tre mesi di reclusione. Identica".


De Magistris e la pagella segreta dei magistrati
Libero
07 ottobre 2014

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"Il dottor De Magistris è del tutto inadeguato, sul piano professionale e sul piano dell'equilibrio e dei diritti delle persone solo sospettate di reato, a svolgere la funzione di pm...". E' questa la "pagella" sull'attuale sindaco "sospeso" di Napoli, risalente al 2008 e rivelata oggi da "Il Giornale", che i vertici degli uffici giudiziari calabresi inviarono al Csm. Come si può vedere, il giudizio è ampiamente negativo: quanto scritto sei anni fa è ancora consultabile su siti e blog, nonostante "Giggino" abbia sempre mantenuto una certa dose di autostima: "Prima che toccassi certi nervi scoperti, ero considerato un magistrato bravissimo".
La pagella insufficiente - Il giudizio del Consiglio del tribunale di Catanzaro, infatti, troncava De Magistris. "Le sue tesi di accusa sono cadute spesso per errori evitabili ed evidenziati dall'organo giudicante. Sono emersi rilievi negativi per l'anomalia di molti provvedimenti adottati, mentre i procedimenti di rilevante impatto sociale hanno trovato smentite clamorose". Insomma, una figuraccia dietro l'altra: "In alcuni provvedimenti si notano e configurano violazioni manifesti di legge, e si radicano prassi senza alcun fondamento normativo". Anche il giudizio sulla preparazione è assolutamente insufficiente: "Ci sono gravi lacune, tecniche di indagine discutibili, procedimenti fondati su ipotesi accusatorie mai confermate, poca attività di approfondimento".
La difesa di De Magistris - "Ho sempre fatto il mio dovere in piena coscienza", la risposta di Giggino: il complotto ordito ai suoi danni dagli stessi capi calabresi, quando nel 2011 - da parte del tribunale di Salerno - fu assolto dall'accusa di abuso d'ufficio. "Si trattava di un’accusa per me ingiusta e infamante – aveva commentato all'epoca De Magistris sulla sua pagina Facebook – ho dedicato, infatti, alla giustizia e alla legalità quindici anni della mia vita, giorno e notte, sempre e solo per mantenere vivo il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alle legge. Per questo, ho pagato sulla mia pelle la ferocia di pezzi deviati dello Stato, a cui non piace la magistratura autonoma e indipendente, non piegata e suddita al potere politico”. Parole di attaccamento e di preparazione che contrastano decisamente con la pagella del 2008.



La toga rossa ammette: i giudici fanno quello che vogliono
Libero
24 luglio 2014


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La sintesi è che i giudici fanno quello che vogliono. Perché hanno margini di discrezionalità sconfinati nella ricostruzione e nella valutazione dei fatti. Perché anche le possibilità d’interpretazione delle norme non conoscono limiti. Perché in Tribunale il clima è cambiato (o forse è tornato ancora più uguale a quello di un tempo), nel senso che il principio dell’uguaglianza di tutti (deboli e forti) davanti alla legge, di fatto, non esiste. O, di fatto, non è proprio mai esistito.
La sintesi che noi riportiamo, non l’ha esposta un individuo qualunque, ma una toga. Un magistrato che di nome fa Livio Pepino, membro del Consiglio superiore della magistratura (l’organo di autogoverno dei giudici) dal 2006 al 2010, ex sostituto procuratore generale a Torino. E presidente di Magistratura democratica.

Dunque una toga rossa, anche. In un articolo pubblicato ieri sul giornale comunista il Manifesto, Livio Pepino spiega cone la sentenza Ruby che assolve Silvio Berlusconi dai reati di concussione per costrizione e prostituzione minorile, sia la prova provata che i giudici - anche i più irreprensibili e convinti di agire in piena indipendenza - alla fine fanno quello che vogliono. Questo con buona pace dei giornalisti vari o dei sostenitori della giurisdizione, i quali si sono sprecati nel giudicare, considerare e spiegare l’assoluzione dell’ex capo del governo come «una conseguenza (quasi) obbligata della modifica del delitto di concussione operata con la cosiddetta legge Severino (in realtà, precedente alla sentenza di primo grado)». Ma vi pare? Tempo buttato cimentarsi in simili esercizi interpretativi.

Perché, scrive il magistrato, «come sempre le ragioni di una decisione sono molte, ma certo le principali stanno non nelle modifiche legislative bensì nelle scelte dei giudici». Che fanno quel che gli gira in quel momento. «E l’esercizio di tale discrezionalità risente del clima in cui essi stessi operano». Con una disinvoltura che ricorda, dice ancora il giudice Pepino, il caso dell’ex ministro Scajola: «Accusato di avere ottenuto un illecito finanziamento mediante il pagamento di parte cospicua del prezzo di acquisto di un prestigioso alloggio romano e assolto in primo grado per essere tale pagamento avvenuto “a sua insaputa”».

Come contraddirlo? Difficile. Così com’è complicato sostenere che il magistrato ha torto quando afferma che «mai» si è visto un pubblico ufficiale macchiarsi del reato di concussione per costrizione perché ha usato la minaccia di una pistola puntata alla tempia del concusso. Anche se, aggiungiamo noi, non lo ha certo inventato il prete che l’elemento costitutivo del delitto di concussione, dal quale Berlusconi viene assolto dalla Corte d’Appello, è proprio la minaccia grave ed esplicita (come ad esempio quella con armi). Le interpretazioni giuridiche, in tal caso possono sì essere infinite e lasciare gran margine di decisione ai giudici, ma se la minaccia grave non esiste, diventa improbabile inventarla.

Perfino quando l’imputato si chiama Berlusconi Silvio, giudicato a Milano. Il quadro nei tribunali «è mutato», insiste Livio Pepino, «una fase si sta chiudendo. Accade quotidianamente. In forza del nuovo/antico ruolo attribuito alla giurisdizione si divaricano le regole di giudizio adottate nei processi contro i “briganti” (poveri o ribelli che siano) e in quelli contro i “galantuomini”: qui il canone probatorio del “non poteva non sapere” di Scajola è sacrilegio; là è regola». Dunque nessuno è uguale davanti alla legge. E i giudici decidono quel che loro garba. Ergo: fanno quello che vogliono. E se a dirlo è una toga. Per di più rossa...

di Cristiana Lodi

Storia di un cacciatore di taglie newyorkese del XXI secolo

Corriere della sera
di Andrea Marinelli

fotografie di Clara Vannucci / Fabrica

Bail Bond - Bondsman, Defendants and Bounty hunters
Nelle sale d’attesa delle stazioni di polizia e nelle carceri di New York, George Zouvelos è noto semplicemente come “the bail boss”, il boss della cauzione. Zouvelos è un gigante di oltre due metri con il pizzetto curato e le dita piene di anelli. Per vivere fa il cacciatore di taglie, ovvero scova persone a cui è stata pagata la cauzione per uscire di prigione, e che poi sono fuggite. Eppure Zouvelos non ha sempre inseguito malviventi e delinquenti. Nato in una famiglia greca del Queens nel 1968, da ragazzo lavorava come paramedico e sfuggì per caso al crollo delle Torri Gemelle. È stato allora che – leggendo la Bibbia con un forte desiderio di sdebitarsi per il fatto di essere ancora vivo – si è imbattuto nel capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo. «Perché ebbi fame, e mi deste da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere; fui forestiere, e m’accoglieste – recitava il versetto 35 – fui ignudo, e mi rivestiste; fui infermo, e mi visitaste; fui in prigione, e veniste a trovarmi».


George Zouvelos, garante e cacciatore di taglie

In quel momento Zouvelos ha capito che nella vita voleva fare qualcosa per aiutare i carcerati del suo quartiere e della sua città, e decise di lavorare come bondsman, ovvero il garante che paga la cauzione ai detenuti in attesa di processo che non possono permettersela da soli, ottenendo in cambio una percentuale, in genere compresa fra il 10 e il 15 per cento. «Fuori dal carcere è più facile difendersi, rispetto a quando indossi una tuta arancione, non ti lavi da tre giorni e non ti sei fatto la barba», spiega Zouvelos al Corriere della Sera, seduto nel terrazzo della sua casa di Astoria, quartiere greco del Queens, con una sigaretta in bocca. «A New York, però, quasi tutti i garanti sono nati in famiglie che fanno questa professione da generazioni per guadagnare, senza aiutare veramente i detenuti. Io volevo fare qualcosa per la comunità, e per di più non c’erano molti greci che facevano questo lavoro».

Nel sistema giudiziario americano, le persone accusate di aver commesso un crimine possono aspettare la sentenza in regime di libertà, a patto che forniscano una garanzia economica. La cauzione – normalmente compresa fra i 1.000 e i 5.000 dollari per i crimini più comuni, ma in grado di arrivare intorno ai 100.000 dollari per i reati sessuali e anche di superare il milione in casi particolari – è una polizza assicurativa, un business che negli Stati Uniti vale 14 miliardi di dollari all’anno. Nel caso in cui l’imputato non si presenti in tribunale quando stabilito e non si sottoponga a giudizio, la cauzione viene confiscata. In quel caso l’imputato diventa un fuggitivo sulle cui tracce si mettono i cacciatori di taglie come Zouvelos, assoldati dai garanti che vogliono recuperare i soldi della cauzione riconsegnando l‘imputato alla giustizia.

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«Il garante è semplicemente una persona che presta soldi, a cui si rivolgono coloro che sono stati arrestati ma non possono pagare la cauzione da soli. Se l’imputato in attesa di giudizio non si presenta in tribunale, il garante perde i soldi che ha prestato. Per riavere il denaro, deve trovarlo», spiega Alan Lizotte, preside della School of Criminal Justice della University of Albany. «Il cacciatore di taglie è la persona che ritrova il fuggitivo. È un sistema che risale alla fondazione degli Stati Uniti: il garante guadagna, il cacciatore di taglie viene pagato per riportare il fuggitivo e l’imputato ne trae beneficio perché può uscire di prigione pagando solamente una piccola parte della cauzione».

Cacciatori di taglie in macchina

Negli Stati Uniti i cacciatori di taglie comparvero per la prima volta intorno al 1820, in particolare nel Vecchio West, incoraggiati dai famosi manifesti affissi dagli sceriffi: “Wanted, Dead or Alive”, ovvero “ricercato, vivo o morto” All’epoca non c’erano abbastanza uomini di legge per controllare territori vasti quanto selvaggi, e serviva l’aiuto dei privati cittadini per assicurare i malviventi alla giustizia. Era però un’operazione pericolosa, e per questo fu istituito un sistema di ricompense. Negli anni è diventato un modo per ritrovare fuggitivi già arrestati, ma che erano scappati dopo essere stati rilasciati su cauzione. I garanti pagano la cauzione e devono assicurarsi che gli imputati si presentino in tribunale. Per questo avevano bisogno di un meccanismo di tutela, garantito dai cacciatori di taglie. Spesso, per non perdere il proprio denaro, i garanti si trasformano loro stessi in cacciatori di taglie.

Zouvelos è uno di questi, anche se oggi si dedica quasi esclusivamente a rintracciare i fuggitivi. «Se metto dei soldi a garanzia di una persona, mi devo assicurare che rispetti la legge: ho un interesse personale nel farlo», racconta. «I cacciatori di taglie negli Stati Uniti sono un elemento fondamentale nel business delle cauzioni, e l’unica regola che hanno è di rispettare la legge. Possono solamente arrestare persone delle quali detengono la documentazione», spiega Chuck Jordan, presidente della National Association of Fugitive Recovery Agents, l’organizzazione dei cacciatori di taglie che conta 500 membri in tutto il Paese, di cui 30 solo a New York. «Normalmente lavorano su commissione, e quelli con una buona reputazione e maggiore esperienza tendono a ottenere più casi e a guadagnare di più, fino a qualche centinaia di migliaia di dollari all’anno. La maggior parte però ricava molto meno».

George mentre celebra la Pasqua greco ortodossa nel Queens

Zouvelos ha un ufficio disordinato e pieno di faldoni di fronte al carcere di Brooklyn, con il portacenere pieno di mozziconi e alle pareti i poster del Padrino e le sculture di Ercole e Medusa, a ricordare orgogliosamente le sue origini greche. «Molti fuggitivi vengono sulla costa Est, a New York è molto facile nascondersi», afferma . «Qua l’unica regola è che non ci sono regole. La polizia non ha abbastanza contatti per rintracciare i fuggitivi, per questo ha bisogno di noi». Nei quartieri malfamati di New York, Zouvelos invece ha persone agli angoli di ogni strada: «sto molto attento a selezionarle. Le prostitute, per esempio, hanno occhi e orecchie, così come i loro protettori e gli spacciatori di droga. Mi danno informazioni e io li pago, come farebbe un detective. E poi ci sono le persone che non vogliono gentaglia nel quartiere. Anche loro sono molto utili. Una volta che abbiamo ricevuto informazioni, mettiamo il fuggitivo sotto sorveglianza per verificarne l’identità. Vogliamo essere sicuri di prendere la persona giusta».

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Quando i garanti pagano la cauzione per un detenuto usano ogni tipo di accortezza. «Fotografiamo qualsiasi dettaglio del loro corpo: i nei, le cicatrici, i tatuaggi, tutto. Non vogliamo confondere il fuggitivo con un eventuale fratello gemello. Personalmente ho arrestato migliaia di persone e non ho mai avuto un problema», spiega il cacciatore di taglie. «Abbiamo rintracciato quasi tutti i fuggitivi – aggiunge – giusto un paio hanno lasciato il Paese, ma sappiamo dove sono: uno di loro è in Pakistan, e prima o poi lo prenderemo».

Qualche anno fa, per esempio, Zouvelos ha partecipato insieme a un altro cacciatore di taglie alla cattura di un trafficante di droga della Florida, che dopo aver ottenuto una cauzione da 3 milioni di dollari era fuggito all’estero. «Noleggiammo un camion della spazzatura e per un mese raccogliemmo i rifiuti nel quartiere dove viveva la sua fidanzata, alla ricerca di un indizio», ricorda. «Eravamo interessati solo ai due sacchetti della ragazza, ma raccoglievamo la spazzatura in tutto il quartiere. Alla fine da una busta è arrivato l’indizio: un indirizzo email. Da lì siamo riusciti a rintracciarlo in Spagna, dove alcuni nostri colleghi lo hanno arrestato mentre cercava di fuggire».

Recentemente Zouvelos è riuscito a scovare un pugile enorme e molto pericoloso, arrestato numerose volte e trovato, come spesso accade in questi casi, grazie a una donna. «Era un fuggitivo molto difficile da localizzare, perché aveva parecchie ragazze da cui nascondersi. Due mesi fa ho aperto un profilo femminile su Facebook, mi sono infiltrato nel suo, che era privatissimo, e sono riuscito a farmi dare un numero di telefono», racconta. «A quel punto lo ho fatto chiamare da una donna con la voce suadente, che ha fissato un appuntamento in un bar di Brooklyn. Una volta là, lei gli ha proposto di fare sesso in un vicolo, lui l’ha seguita e io sono riuscito ad ammanettarlo mentre aveva i pantaloni alle caviglie. Ovviamente non è mai riuscito a fare sesso con quella ragazza», puntualizza Zouvelos con sarcasmo.

I social network, spiega Zouvelos, sono di grande aiuto per rintracciare i fuggitivi. «Abbiamo migliaia di profili, e se non riusciamo a rintracciare la persona che stiamo cercando, spesso arriviamo ai suoi cari», afferma Zouvelos, mentre i figli cercano di attirare la sua attenzione dopo una mattinata passata in chiesa. «Abbiamo anche strumenti per localizzare cellulari e altri dispositivi elettronici. Tutti perfettamente legali, ovviamente, perché noi siamo persone che rispettano la legge all’inseguimento di persone che la infrangono».

«La tecnologia aiuta tutte le forze dell’ordine, compresi i cacciatori di taglie», conferma Joseph Giacalone, ex detective della polizia di New York e oggi professore al John Jay College of Criminal Justice, rinomata università di Manhattan specializzata nel diritto penale e nella scienza forense. «La combinazione dei social media e dei database usati dalle forze di polizia aiuta a trovare più facilmente i fuggitivi: gli agenti possono usare la tecnologia mobile per rintracciare le persone già sulla scena del crimine».

Un cacciatore di taglie in un vicolo

Giacalone, che ha diretto squadre di detective nel Queens e nel Bronx ed è specializzato in omicidi irrisolti e nel ritrovamento di persone scomparse, spiega che in molti Stati, fra cui quello di New York, «i privati cittadini che vogliono diventare cacciatori di taglie devono avere la fedina penale pulita, spesso esperienza in polizia ed essere in grado di pagare cauzioni per 500.000 dollari. La polizia – continua Giacalone – non ha problemi con loro, a meno che non commettano il peccato cardinale: non avvertire il commissariato prima di eseguire un arresto, come richiede lo Stato di New York. Questa pratica serve a evitare situazioni pericolose». Il mestiere, infatti, può essere molto rischioso e ai confini della legalità, tanto che negli ultimi anni quattro Stati sono arrivati a proibirlo: Illinois, Kentucky, Oregon e Wisconsin.

Spesso si lavora di notte, alla ricerca di fuorilegge arrestati per aggressione, droga, furto o rapina a mano armata. I clienti di Zouvelos, per lo più, si concentrano nei project – i condomini popolari –, in quartieri malfamati come East New York, Jamaica, Bed-Stuy o nelle aree peggiori del Bronx e di Harlem. «Ogni volta si rischiano scontri a fuoco, o aggressioni con agenti chimici. A volte le persone aprono la porta e cominciano a sparare. Sono stato accolto a colpi di pistola, coltello, acido, tubi e spranghe», racconta Zouvelos. «Io cerco di limitare i rischi: non ho una pistola ma uso il cervello, e al mio fianco ho Dio e la legge. Solo gli stupidi però non hanno paura: qua si dice che devi stare attento alla pallottola che porta il tuo nome, ma su alcune c’è scritto solamente “a chi di spettanza”».

Twitter @AndreaMarinelli


Le foto di questo reportage sono tratte dal libro Bail Bond, un progetto editoriale di Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton. Il volume, che raccoglie storie di defendants, bondsmen e bounty hunters, è stato realizzato dalla fotografa Clara Vannucci con l’aiuto di Bobby Zouvelos.

Italia.it, un’occasione persa costata venti milioni di euro

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Doveva essere la vetrina del Paese sul web e invece ha infilato una serie di gaffe. Se ne va anche il direttore per gli stipendi non pagati ai dipendenti

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La ricetta del «cunigghiu a’ stimpirata» proposta solo in italiano e senza sottotitoli anche ai turisti tedeschi, meno male, è sparita. E così tanti altri svarioni che fecero ridere il pianeta. Ma il tormentone di Italia.it, il sito che doveva «vendere» il nostro Paese sul mercato mondiale non è finito. Ieri ha sbattuto la porta il direttore, Arturo Di Corinto. Ritiene «poco dignitoso», a ragione, che lui e i pochi dipendenti rimasti lavorino da mesi senza essere pagati. Per un sito costato una cifra mostruosa: venti milioni di euro.

In realtà, come ha confermato il governo rispondendo a un’interrogazione grillina, i milioni stanziati per il progetto dal ministro berlusconiano Lucio Stanca nel lontano 2004 erano addirittura 45. Incrementati più avanti da altri 10. Si trattava, però, di «fantastilioni di triliardi», per dirla in moneta di Paperon de’ Paperoni: mai visti, tutti quei soldi. Erano solo sulla carta. In realtà, tra un rifacimento e l’altro (resta indimenticabile il primo logo, dove la «t» verde di Italia pareva un cetriolo) la costruzione del portale è durata quanto quella, assai più complicata, del tunnel sotto la Manica. Colpa del solito interminabile contenzioso su uno degli appalti, delle indecisioni della politica, di un assurdo sballottamento di competenze tra queste e quella società, di risse da comari interne finite con scambi di querele, di alcuni misteri che dovranno essere chiariti dalla magistratura che già sta indagando (la lettera di Di Corinto accenna addirittura a «fatti delinquenziali») ma più ancora di una lista di errori così lunga da riempire settanta pagine di un rapporto al ministero.

Dagli strafalcioni nelle traduzioni fatte con translate.google. it per risparmiare sugli interpreti alle foto sbagliate, dalle citazioni errate ai link che portavano da tutta un’altra parte. Risultato, un disastro. Tale da far precipitare Italia.it al 184.594° posto fra i siti web più visitati del Pianeta. Per non dire delle pagine rivolte ai cinesi: nelle quattro grandi foto che riassumevano l’Italia c’erano una Ferrari, una Ducati, un pezzo di parmigiano e un prosciutto di Parma. In mezzo: Bologna. Come fosse la capitale d’Italia: per risparmiare, dopo aver buttato via pacchi di quattrini, avevano fatto un copia-incolla dal sito cinese della Regione Emilia-Romagna! Ci sono voluti due anni, dal giugno 2012 in qua, per restituire un po’ di decoro alla nostra «vetrina» sul web.

Vetrina che oggi, nonostante la redazione della società «Unicity», composta da giornalisti, social media manager, traduttori, storici dell’arte, fotografi e videomaker si sia via via ridotta dalle venti del progetto iniziale a quattro persone e nonostante sia stato necessario chiudere il portale in cinese per poter tornare in Rete con qualcosa di più serio, spiega nella sua lettera a Matteo Renzi e a Dario Franceschini Arturo Di Corinto (subito convocato al ministero, pare, nel tentativo di mettere una toppa allo scandalo), si compone di 259 mila pagine web.

Per non dire di Facebook (da zero a 229 mila fans) e di Twitter (da zero a 67 mila follower), che hanno obbligato i ragazzi della redazione a una rimonta febbrile per recuperare anni di ritardi. E costretti a supplire con l’impegno e la fantasia al pressoché totale disinteresse della politica. Pochi dati dicono tutto: per la «campagna turistica d’autunno » l’Irlanda del Nord ha stanziato un mese fa 9 milioni e mezzo di sterline. La Croazia, sulla campagna di quest’anno «Visit Croatia, Share Croatia», ha messo 7 milioni e mezzo. La Gran Bretagna, soltanto sui social network considerati fondamentali per la politica turistica in questi anni ha investito 25 milioni di sterline. E noi? Zero carbonella. Anzi, sui diversi strumenti offerti dal Web per agganciare i turisti, non è stato sganciato un solo euro dal 2010. Peggio: dal marzo di quest’anno non arrivano più, accusano i dipendenti del portale, neppure i 30 mila euro al mese dovuti per pagare gli stipendi. Eppure mai si era visto nella storia un boom quanto quello del turismo negli ultimi anni.

Basti dire che nel 2004, quando il governo di Silvio Berlusconi avviò (sia pure con grave ritardo e coi capitomboli che abbiamo detto) il progetto del portale Italia.it, gli abitanti del Pianeta che viaggiavano per vacanze erano 765 milioni. Dieci anni dopo, cioè nel 2013, sono stati un miliardo e 87 milioni. Con un aumento complessivo del 42%. Per contro l’Italia, nonostante sia in cima ai desideri dei turisti di tutto il mondo (che però devono fare i conti, purtroppo, con una serie di handicap pesanti a partire dal costo degli hotel, che secondo Eurostat sono da noi nettamente più cari che in Spagna, in Grecia, in Croazia, in Portogallo, in Germania, in Turchia, in Austria e in Gran Bretagna), ha visto i suoi visitatori passare in dieci anni da 37 a 47 milioni, con un aumento molto più basso di quello mondiale.

Peggio ancora negli ultimissimi anni: dando ragione a Jeremy Rifkin («L’espressione più potente e visibile della nuova economia dell’esperienza è il turismo globale: una forma di produzione culturale emersa, ai margini della vita economica appena mezzo secolo fa, per diventare rapidamente una delle più importanti industrie del mondo ») il boom planetario ha visto dal 2009 a oggi crescere i turisti mondiali di oltre duecento milioni. Un diluvio. Del quale ci è arrivata solo una pioggerella. Anzi, nel 2013 l’Italia, nonostante sia saldamente la quinta al mondo per numero di visitatori (e pensare che fino a trent’anni fa eravamo i primi...) ha subito addirittura, nelle presenze, un calo del 4,5%. Il guaio è che mancano solo pochi mesi all’Expo. E come dimostrano centinaia di grafici e tabelle e report sull’e-commerce, il turismo nel terzo millennio si muove sempre di più seguendo i percorsi della Rete. O ci diamo una mossa o rischiamo davvero una figuraccia.

21 ottobre 2014 | 07:50

Coop, polemiche sul cibo per i cani abbandonati

Redazione - Mar, 21/10/2014 - 09:58

Il supermercato lancia un'iniziativa collegata alle vendite, ma gli animalisti lo accusano di far soffrire le bestie

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«Alimenta l'amore» scatena la rabbia. A dividere città e istituzioni stavolta sono gli animali, o meglio le iniziative benefiche ad essi destinate dal Palazzo. Nella sede del Comune ieri mattina era in corso la presentazione del progetto messo a punto dalla giunta con la Coop Lombardia.

Fuori, in piazza Scala, un nutrito gruppo di persone ha contestato pacificamente e civilmente l'iniziativa. «Alimenta l'amore» è una campagna promossa con lo scopo di creare una maggior sensibilità sul benessere animale. Nella fattispecie Coop dichiara di aver donato a Palazzo Marino 4mila chili di pet food e di aver allestito in tutti i suoi punti vendita milanesi una raccolta di cibo per cani e gatti da girare alle associazioni animaliste. E infine di aver pure destinato una parte contributiva di quanto incassato sugli acquisti dei propri clienti per aiutare gli animali in difficoltà e chi si prende cura di loro.

Detto così sembrerebbe incoerente la protesta dei milanesi, eppure una ragione c'è e a sottolinearla è Gianluca Comazzi, consigliere comunale di Fi che ne mette in evidenza i due versanti. Il motivo della contestazione. Le modalità per la repressione dei dissenzienti. La protesta nasce dal fatto che i cittadini hanno attaccato l'operazione «Alimenta l'amore» come il tentativo, tra l'altro ambiguo, di farsi belli con le penne del pavone. La catena dei supermercati in questione è infatti al centro delle critiche del mondo animalista perché all'interno dei suoi ipermercati venderebbe la carne macellata con il cruento metodo «Halal» nel quale le bestie muoiono dissanguate dopo una lunga agonia.

«Alimenta l'amore» ha quindi il sapore amaro e beffardo di chi vuol pulirsi la coscienza con il muso ammiccante e dolce di qualche cagnolino, come specchietto per le allodole ignare che spingono i carrelli in corsia. Non è in dubbio infatti la corretta osservanza della campagna, ma è curioso che chi incoraggia la crudele macellazione di animali poi indossi la mascherma mite del benefattore a quattro zampe.

Come se non bastasse Comazzi se la prende anche con i metodi sbrigativi e repressivi ai danni dei dimostranti. «Queste persone - scrive il consigliere - sono state immediatamente allontanate dalla polizia locale chiamata dal Comune perché ritenute elementi di disturbo. La censura che questa giunta effettua nei confronti di tutti coloro che dissentono dal pensiero unico arancione è inaccettabile. I cittadini milanesi non sono più liberi di esprimere il proprio pensiero senza essere prelevati dalla polizia municipale e schedati come delinquenti».

Eduardo: caro ministro, in teatro c’è la camorra

Corriere del Mezzogiorno

Nella missiva all’allora titolare dei Beni culturali un accorato e attuale atto di accusa

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Nell’ottobre 1959 Eduardo De Filippo scriveva una lunga e accorata lettera al ministro della cultura sulla situazione del teatro in Italia. Di quella lettera, ripescata dalla rivista Napoli Monitor e proposta in occasione del trentennale della morte di De Filippo, pubblichiamo qui di seguito il testo integrale.
di EDUARDO DE FILIPPO

Onorevole Ministro, mi consenta di parlarLe del teatro italiano. Personalmente potrei risparmiarLe questo discorso. Io ho superato abbastanza bene i venti anni di isolamento e di ostracismo datimi dallo stesso Dicastero che lei dirige da poche settimane, riuscendo a far applaudire in Patria e a far conoscere all’estero il mio teatro. Ma non ci si può sentire paghi di una posizione di privilegio in mezzo alla terra bruciata, di avere una bella casa in mezzo alle macerie. Nella società moderna le torri d’avorio possono trovare posto solo nei musei perché a lungo andare ogni possibilità di comunicazione fra l’arte e l’umanità cessa se si affievolisce fino a scomparire la consuetudine degli uomini di nutrirsi, oltre che di fettuccine, di competizioni sportive, di canzoni e di sermoni, anche delle emozioni, degli insegnamenti e del divertimento che l’arte può offrire.

Mi creda, onorevole Ministro, che è con sgomento che io penso al vuoto che di anno in anno si va facendo intorno al teatro in Italia e alle decine di migliaia di spettatori italiani che – come le statistiche dimostrano inequivocabilmente – ogni anno si staccano per sempre dal teatro senza che altri prendano il loro posto; che è con angoscia che penso, guardandomi intorno con l’occhio clinico del teatrante incallito, a tutto quello che si va facendo sistematicamente per raggiungere l’ormai incombente anno zero del teatro italiano, e a tutto quello che non si fa e che si dovrebbe fare per allontanare la minaccia.

Ma cercherò di accennare subito alle questioni di fondo: prima fra tutte la posizione dello Stato nei confronti del teatro. Posizione, Onorevole, fra le più ambigue, non solo assai somigliante alla posizione del defunto stato fascista, ma anche assai peggiore. Questo Stato, rispetto al teatro, vorrebbe essere nel medesimo tempo uno Stato mecenate e uno Stato liberale. In realtà è soltanto uno Stato tirannico, che per sembrare mecenatesco e liberale non esita a fare il più largo uso dell’ipocrisia e della corruzione. Ma piuttosto che utilizzarle come ha fatto la odiosa macchina fabbricata dal fascismo era meglio se rifiutava qualsiasi ingerenza, lasciando ai teatranti il compito di curare con i loro sforzi il malato.

Ma, come con il favoreggiamento statale di persone incredibili le quali non possono sfornare niente altro che film incredibili (film, cioè, che finiscono sempre per centrare questo obiettivo: concimare la stupidità e la volgarità, abbassare il livello intellettuale e spirituale della popolazione, deprimere i costumi) così, con la creazione dall’alto di una ristretta clientela privilegiata e parassitaria – privati individui ed enti di comodo – che dovrebbe nascondere il dispotismo sotto la patina della libera iniziativa, si è ottenuto un teatro di evasione (testi classici, copioni importati e, in bassissima percentuale, goffe rimasticature del teatro boulevardier) altrettanto gradito.

Ma gradito a chi? Non certo al pubblico che reagisce disertando i teatri. Si tratta dunque di un teatro, o di un pseudo teatro, gradito alla ristrettissima cerchia dei beneficati, oltre che agli sprovveduti benefattori. E dico sprovveduti perché proprio non si vede che cosa essi possano attendersi sul piano politico da un’azione svolta in un settore come il teatro di prosa che, se anche non fosse nelle condizioni di agonia nelle quali versa, se anche fosse uno dei più floridi teatri di prosa del mondo, rimarrebbe un campo frequentato da una infinitesima parte della popolazione e soprattutto dalla parte più intelligente e smaliziata, refrattaria alle suggestioni e non bisognosa di tutele.

Ma il teatro, a differenza del cinema e della televisione che nella vita d’oggi sono generi di prima necessità – e sappiamo purtroppo che quando uno Stato decide di vietare le importazioni di caffè e di fabbricare cannoni invece di burro, ci si deve accontentare dei surrogati - non può esistere privato o svuotato dei propri valori effettivi e della propria funzione. E la pretesa di sostituire il teatro ritenuto ‘controproducente’ con un teatro ‘di tutto riposo’, estraneo ai problemi,alle ansie, alle speranze, agli aspetti dell’umanità e in particolare di quella porzione di umanità che parla la nostra stessa lingua, equivale al proposito di distruggere alle radici il Teatro.

Non si può dire che in questo dopoguerra non si sia marciato costantemente in questa direzione, incoraggiando tutte le forme di dilettantismo estetizzante, della esterofilia provinciale, del pompierismo in guanti gialli gabbati per progresso, modernità, cosmopolitismo e cultura; o aiutando l’analfabetismo “impegnato” a far danzare il cadavere putrefatto del teatro borghese della fine del secolo scorso e degli inizi del nostro.

Come Lei vede, onorevole Ministro, io non sto parlando di me e del mio teatro. Un pubblico, in qualsiasi città o villaggio d’Italia, oltre che – come autore – in molte città del mondo, io l’ho conservato. Ma io sono autore del 95% e il regista e l’interprete di tutto il mio repertorio. Io ho saputo resistere alle lusinghe delle mode e alle imposizione dei modisti: o mangiar questa minestra o saltar quella finestra. Io parlo per quelli che, essendo alla mercé di chi ha il coltello per il manico non sono nelle condizioni di aprire bocca.

Ma soprattutto parlo per il Teatro. Bisognava e bisogna dire finalmente senza peli sulla lingua quello che, dovunque esista ancora una preoccupazione e una speranza per le sorti del nostro teatro, si va ripetendo ormai da più di dieci anni, e cioè che i proconsoli e i parassiti di tutti i generi che formano la barriera innalzata dallo Stato impresario fra se stesso e il teatro potenziale, sia che agiscano come private persone o come esponenti di enti di comodo, sono tutti, indistintamente, degli estranei al teatro, così come sono estranei al teatro gli “esperti” dei quali sia la Direzione generale dello spettacolo che gli enti suoi satelliti si servono per gettare polvere negli occhi.

I primi non hanno alcuna qualifica, anzi, spesso hanno non pochi titoli specifici che li squalificano. Gli altri (gli “esperti”) o sono gestori di teatri, cioè i primi e diretti nemici di quel teatro d’arte al quale in teoria sarebbero riservate e nello spirito e nella lettera le cosiddette provvidenze, o critici, cioè giornalisti: e non si vede proprio come un giornalista possa essere considerato un “esperto”! Gli esperti servono da comodi paraventi della politica a volte personalissima e a volte interprete della “volontà superiore”.

Ripeto, io sono ormai al termine della mia carriera, sono contento di quello che, sia pure con tanti sacrifici e tante amarezze, ho realizzato, non ho bisogno di niente anche se la mia situazione economica non è delle più floride (invece di farmi ville e yacht ho voluto ricostruire un celebre teatro distrutto dalla guerra, e per pagare questo “lusso” da molti anni i miei diritti di autore sono bloccati a favore delle banche), non chiedo niente per me. Parlo perché credo sia mio dovere parlare, perché l’idea di veder morire insieme a me il teatro del mio Paese mi è insopportabile.

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Si dirà che lo sviluppo della motorizzazione, dello sport, della radio, e l’avvento della televisione, sono le cause prime dello stato agonico al quale è giunto il teatro. E’ una tesi che, per essere dimostrata, ha bisogno di una risposta a questa domanda: che cosa è stato fatto per aiutare il teatro a vivere? In tutta coscienza non solo si deve rispondere che non è stato fatto nulla, ma bisogna affrettarsi ad aggiungere che è stato fatto tutto il possibile e persino l’impossibile per aiutarlo a morire. La mia lettera per ora potrebbe terminare qui. Con una esortazione a strappare la macchina in funzione con il deliberato proposito di ammazzare il teatro dalle mani alle quali è stata affidata e ad affidarla a chi di ragione, dopo di che si potrà valutare se davvero la motorizzazione, lo sport, la radio e la televisione siano gli elementi che danneggiano il teatro e in che misura.

Ma il mio sarebbe un acido sfogo e si presterebbe a molte illazioni se non sentissi di dover indicare con maggiore precisione le cause de mali che affliggono il nostro teatro e i rimedi dei quali il moribondo ha urgente bisogno. Anzitutto, i fondi che lo Stato mette a disposizione del Teatro sono insufficienti. Già più volte è stato fatto rilevare che le cosiddette e tanto strombazzate provvidenze altro non sono che una parte di ciò che lo Stato introita in tasse erariali ed IGE dal teatro. Ma il guaio peggiore non è qui. Tutti i guai, o la maggior parte di essi, risiedono nel come le cosiddette provvidenze sono elargite.

Dai due ai trecento milioni annui vengono sottratti al vero teatro da macchiette locali, politici municipali, filodrammatici e semplici furbacchioni, da persone, cioè, che si autoqualificano teatranti, ma che non solo coi teatranti non hanno nulla da spartire, ma dei teatranti sono accaniti, irriducibili e spietati nemici. Perché gli autentici teatranti non possono essere, ovviamente, i cosiddetti organizzatori, nè gli impresari professionali od estemporanei, nè i tre o quattro poveri diavoli nominati ‘esperti’ dalla burocrazia governativa, ma prima di tutto gli autori e subito dopo gli attori. Mi consenta di parlarLe di queste due categorie, fra le più osteggiate e umiliate dalla camorra teatrale imperante. In nessun paese l’autore drammatico è trattato come da noi. Si dirà che gli autori italiani ‘validi’ sono pochissimi.

E come mai? Io credo che la ragione sia una sola: la condizione paradossale in cui è tenuto in Italia l’autore drammatico. E poiché la naturale posizione di un autore nel teatro è quella dominante, essi hanno cancellato questa legge naturale dando a se stessi, in qualità da improvvisati registi o critici, o, peggio, di “organizzatori”, la posizione usurpata. Ne conseguiva la necessità costante di mantenere l’autore in uno stato di inferiorità, di circondarlo di indifferenza, e addirittura di disprezzo, di diffamarlo, di escluderlo dalla spartizione delle cosiddette provvidenze, invocate e ottenute con clangore ciarlatanesco.

La complicità dello Stato, che ha legittimato l’invasione del campo da parte di questi signori, è valsa a estromettere completamente la figura dell’autore dalla nostra scena di prosa, talchè oggi l’Italia è il solo paese civile del mondo nel quale la professione dell’autore drammatico sia divenuta impossibile. Ripeto: posso farla io perché sono io a mettere in scena e a recitare le mie commedie e perché ho cominciato 40 anni fa. Se dovessi incominciare oggi, se avessi bisogno degli “organizzatori”, dei “capocomici” e di quei registi che vanno – a corso forzoso – per la maggiore, non credo che me la sentieri. Credo anzi che da un pezzo avrei cambiato mestiere.

Anche perché non so come potrei vivere, se è vero che gli incassi sono insufficienti – donde le ‘provvidenze’ governative delle quali tutti beneficiano, come ho già rilevato, a cominciare dagli impresari o organizzatori che dir si vogliano – e l’autore, escluso in modo assoluto dalla spartizione delle ‘integrazioni’ statali, è rimasto ancorato a una percentuale sull’incasso: la stessa percentuale di cinquant’anni fa, quando l’incasso era più che ‘sufficiente’, e di quando una commedia di successo medio aveva una lunghissima vita assicurata sia dalle compagnie triennali, sia dalle immancabili riprese, tutte cose che ora un autore non potrebbe davvero sognarsi. Oggi il guadagno di un autore per una commedia ceduta a una compagnia di giro o a un teatro stabile non copre le spese vive.

Eppure lo Stato capocomico assicura ad altre categorie, che non hanno certamente il peso che ha l’autore nel teatro, e che anzi, come già ho detto e ridetto, vi hanno un peso negativo, eccellenti condizioni di vita! Il forzato esilio dell’autore dal teatro si estende, naturalmente, anche alle rappresentazioni delle opere straniere. In tutto il mondo i testi stranieri debbono passare per le mani di un autore nazionale qualificato, ed è giusto che sia così non solo per motivi che potrebbero sembrare ‘sindacali’. Un’opera straniera ha bisogno di un vero e proprio adattamento, di una profonda mediazione, se no resta un vuoto e freddo documento. Ma da noi l’incetta dei testi stranieri viene esercitata direttamente dagli affaristi mandatari dello Stato, i quali trattano la partita con i privati importatori, nient’altro che speculatori senza nessun titolo e senza nessuna qualifica.

Si aggiungano a questo idilliaco panorama i reticolati della censura, esercitata non già alla luce del sole, e non già in base ad una legislazione che tenga conto delle libertà vigenti nei settori di gran lunga più vasti del teatro di prosa, come la stampa e persino il cinema, ma a mezzo di strizzatine d’occhi e di conciliaboli segreti fra i capocomici proconsoli e i rappresentanti della burocrazia, e come se non bastasse oggetto di furibonde campagne politiche aventi lo scopo di metterla su un piano legislativo degno del più arretrato villaggio africano; e mi si dica perché mai una persona non stupida e non meschina, in grado di scrivere per il Teatro, dovrebbe scegliere questo tipo di attività così avvilente, così poco redditizio e così pericoloso, e non darsi invece ad altre più dignitose, fruttifere e tranquille occupazioni.

Tutti questi ben pasciuti signori hanno tramato e congiurato e persino urlato contro la produzione nazionale contemporanea allo scopo di ottenere dallo Stato mano libera vuoi nell’importazione diretta di opere straniere che con l’arte il più delle volte hanno ben poca parentela, vuoi nell’andare placidamente alla deriva su la comoda barca dell’antologia e delle riesumazioni. Si è arrivati al colmo dell’imprudenza: alle minacce di serrata (che forse è mai questa? Non ci saranno, dietro le quinte, le solite strizzatine d’occhio? Le solite direttive sussurrate?) “perché – si sbraita – se non ci si dà dell’altra corda, ancora dell’altra corda, il teatro muore!”. No signori, siete voi che lo state uccidendo, il teatro!

Voi che state succhiando al teatro le ultime gocce di sangue escogitando chissà quali nuove carnevalate, annunciando chissà quali nuove montagne che partoriranno il topolino, preparando nuovi buchi nell’acqua che stizzosamente attribuirete alla incomprensione del pubblico, architettando chissà quali nuovi programmi all’insegna del dilettantismo, dell’egoismo e della più assoluta indifferenza per le sorti del teatro che, se anche è affidato alle vostre mani di trafficanti, non è patrimonio che vi appartenga e con il quale abbiate legalmente e moralmente qualcosa da spartire.

E qual è la condizione degli attori? Come si può mantenere unita ed efficiente, come si può formare una classe di attori con le poche e sporadiche e brevissime scritture che ogni anno non impiegano più del 50% degli attori professionisti vecchi e nuovi? Perché mai i teatri stabili e le compagnie sovvenzionatissime non hanno l’obbligo di presentare alla Direzione dello spettacolo scritture quinquennali o almeno triennali con gli attori?

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Non è soltanto militando in una compagnia di lunga durata, salendo i gradini della carriera passo passo, sperimentando le proprie attitudini e le proprie qualità in vari ruoli e in vari testi, che un attore già formato può perfezionarsi o comunque dimostrare la propria efficienza e un attore nuovo formarsi? La situazione di un attore, e non solo di un attore medio, è invece quella di una continua ansia e di una assillante ricerca giorno per giorno del lavoro e del pane. Continuamente egli deve bussare a qualche porta per tirare avanti: oggi alla Radio, domani a uno stabilimento di doppiaggio, ora a un teatrino in cui si dà (per accontentare qualche tapino) un lavoro nel quale non crede nessuno, ora al favorito della Direzione dello spettacolo che ha avuto l’incarico di organizzare una tournèe, ora alla televisione, ora all’Istituto del dramma antico che prepara uno spettacolo a Ostia o a Siracusa.

Vere e proprie eccezionali fortune, le scritture stagionali. Ma anche le stagioni, che fino a qualche anno fa erano di sei mesi, adesso si sono accorciate e spesse volte non durano più di tre-quattro mesi compreso il periodo delle prove, quando già non si sia adottato il nuovissimo andazzo delle assunzioni spettacolo per spettacolo. L’attore è dunque, come l’autore, alla mercè dei mandatari governativi, vale a dire di estranei e di incompetenti, di speculatori e di parassiti. Il mondo alla rovescia. Estraneo a casa sua. Ad aspettare e ad invocare la grazia dagli usurpatori delle sue prerogative. Senza il diritto di dire una parola, di esprimere un consiglio, di esporre un opinione. I denari sono quelli che lo Stato dà al teatro per il teatro, oltre a quelli che il pubblico paga per andare a teatro. E il teatro è, con l’autore, l’attore. Ma né l’autore né l’attore hanno voce in capitolo.

Entrambi potrebbero salvare il teatro. Debbono assistere impotenti agli enormi episodi che ogni anno nella nostra scena di prosa formano motivo di scandalo senza tuttavia raggiungere l’effetto che di solito hanno gi scandali: di far cambiare il sistema. Non mi stancherò mai di chiedere: chi sono questi personaggi che dominano la povera vita teatrale italiana, che occupano il posto dei medici al capezzale del morente impedendo che siano prodigate le cure opportune e togliendogli il respiro? Perché essi debbono avere delle compagnie e compagnie non hanno invece alcune delle nostre grandi attrici, alcuni nostri grandi attori, qualche nostro grande regista, qualche nostro eccellente autore (un po’ di nomi fra i parecchi che potrebbero essere fatti e che potrei sempre fare: Sarah Ferrati, Salvo Randone, Ettore Giannini, Federico Zardi)?

Io contesto che i personaggi gonfiati dalla Direzione generale dello spettacolo e da un opinione pubblica fuorviata, e dalle stesse contrapposti agli autentici teatranti, abbiano una qualifica che legittimi la loro presenza - dico, la loro presenza , e non la loro autorità - sui palcoscenici italiani. Sono così sicuro del fatto mio, che li invito ad esibire i documenti. E’ questo un formale invito, mosso da un uomo che ha le carte in regola e a cui non si può negare la qualifica di autore (sta per uscire in questi giorni il terzo volume di più di 600 pagine delle mie commedie in lingua originale, mentre numerose traduzioni in varie lingue circolano per il mondo) o quella di attore (ho incominciato a recitare che avevo sette anni e ancora non mi sono fermato), o quella di capocomico

(lo sono dal 1929 e da alcuni anni porto avanti non una ma due compagnie), o quella di impresario (ho costruito con i miei guadagni di autore, di capocomico, di attore e di regista, e gestisco direttamente, uno fra i più grandi e moderni teatri italiani), o quello di regista (altra professione nella quale credo di aver poco da imparare).Ne sia certo onorevole Ministro: Lei sentirà forse delle parole, anzi delle parolone, in risposta a questa mia lettera, ma di documenti non ne vedrà neanche l’ombra. Non abuserò oltre della sua pazienza. Desidero solo ripetere - perché mai come in questo caso ripetere è opportuno -che non ho parlato per me, che non mi aspetto da un mutamento di rotta, che mi auguro sollecito e radicale, nessun utile personale.

Le cose che ho scritto a Lei sono le stesse che avrei potuto pubblicare dieci o dodici anni fa, quando non ero, come sono oggi, vicino al termine della mia carriera e completamente pago di quello che ho ricevuto dal mio pubblico e da quanti hanno seguito e seguono da studiosi la mia fatica. Egoisticamente mi sarebbe convenuto di continuare a tacere. Io non amo le discussioni e le polemiche, forse perché sono abituato a fare; e non mi nascondo nemmeno che, dopo tutto, non è mai un buon affare interrompere certi sonni beati. Ma mi andavo chiedendo da tempo perché queste cose che ho scritto a Lei – che sebbene copiose potrebbero essere tante di più, e che tutti nel mondo del

teatro sanno e ripetono con profonda amarezza – non vengono mai fuori nei convegni, nelle interviste, nelle inchieste, nei referendum. Non ho trovato niente altro che questa risposta: la paura. Una paura che forse io solo non avevo e non ho ragione di sentire. Ecco perché ho creduto che fosse mio dovere rompere il cerchio di silenzio e di omertà – reso più impenetrabile dalla confusione di idee e dei suggerimenti interessati – che impedisce a chi di ragione di orientarsi e di agire.

Mi creda onorevole ministro, con i migliori e sinceri auguri di proficuo lavoro, e con i più rispettosi ossequi, il Suo Eduardo De Filippo

Paese Sera, 1 ottobre 1959

16 ottobre 2014 (modifica il 17 ottobre 2014)