lunedì 20 ottobre 2014

La chiesa vietata alle ragazze in gonna corta. Il parroco: «Vi caccio» e scoppia la polemica

Il Mattino




ALGHERO - Gonne rigorosamente al ginocchio per poter entrare in chiesa. Un cartello, esposto fuori da una chiesa di Gesico, ha suscitato non poche polemiche tra la popolazione.
L'annuncio recita chiaramente che tutte le ragazze che non avranno un abbigliamento adeguato e composto non potranno entrare nell'edificio, secondo il volere del parroco di Sant'Amatore.
Per una maggiore chiarezza è stato fatto un disegno con la lunghezza che devono avere le gonne e la scollatura dei vestiti necessaria per poter essere accettate nella "casa del signore".
Un cartello che non è passato inosservato e che ha fatto andare su tutte le furie le giovani del paese che parlano di "regole troppo rigide".

lunedì 20 ottobre 2014 - 11:51   Ultimo agg.: 11:53

Usare il bancomat non è più reato

Nicola Porro - Lun, 20/10/2014 - 15:22

Chi prelevava contanti doveva dimostrare nel dettaglio a chi erano andati i soldi. Se non ci riusciva era considerato per legge un evasore


Negli ultimi 10 anni esagerare con il Bancomat era davvero rischioso. Non tanto perché si rischiava di finire in rosso in banca, quanto perché si era certi di finire soffritti dall'Agenzia delle entrate. Facciamo un passo indietro. Gli uomini di Attilio Befera (oggi è stato sostituito come ben sapete da Rossella Orlandi) nei confronti dei tanto odiati lavoratori autonomi, e in particolare dei professionisti, si erano dotati di un bazooka. Chiunque dal primo gennaio del 2005 si fosse permesso di utilizzare il Bancomat avrebbe dovuto dimostrare a chi erano destinati i contanti. Una roba da pazzi. Ma credeteci, vera. In caso di accertamento, gli uomini del fisco si presentavano dal lavoratore con un foglio elettronico con su scritti tutti i Bancomat e prelievi cash fatti negli ultimi cinque anni.

In modo del tutto arbitrario sostenevano che una percentuale potesse essere giustificata dal tenore di vita e dalle spese più spicce (sigarette, caffè, mance che si possono presumere pagate in contanti), ma sul resto era necessaria una prova dell'utilizzo da parte del povero contribuente. Una prova chiaramente diabolica. Ma ancora più diabolico era l'atteggiamento del fisco.

Mettiamo che il poveraccio avesse prelevato, in cinque anni, 10mila euro (ma per un reddito medio potrebbe essere ben di più) e che gli uomini del fisco gli abbuonassero 4mila euro. Il resto, e cioè 6mila euro, veniva considerato dal fisco come ricavo aggiuntivo, non dichiarato e dunque evaso, da parte del lavoratore autonomo. Secondo il principio che il nero genera il nero (cosa peraltro vera), per dieci anni professionisti e autonomi hanno pagato imposte su prelievi fatti con il Bancomat di cui non sono stati capaci di giustificare l'utilizzo.

Se uno sprovveduto, dotato di buon reddito e sicuro di essere fiscalmente a posto, si fosse azzardato a giocare e perdere a poker o fare regali in contanti a sue amiche (sì, certo, non molto elegante, ma saranno fatti suoi) o a parenti o a figli, per più di 50mila euro l'anno, rischiava addirittura di finire in carcere per superamento delle soglie di evasione ai fini della rilevanza penale. Ai signori del fisco si dovevano giustificare anche le mance, se cospicue. Insomma, un inferno fiscale. E soprattutto un principio da Stato di polizia.

Ovviamente chi è stato colpito da simili indagini ha fatto ricorso. Ma la Cassazione per una buona serie di casi ha dato ragione all'impostazione del fisco. In effetti, dal punto di vista legale, l'Agenzia era blindata da un codicillo contenuto nella Finanziaria del 2005 (governo Berlusconi). Fino a quando un contribuente si è rivolto alla Commissione tributaria regionale del Lazio che, nel 2013, bontà sua, si è rimessa addirittura alla Corte costituzionale dubitando della legittimità di questa norma, che anche a un bambino sembra folle. Siamo così arrivati ai giorni nostri e alla decisione della Corte che, pochi giorni fa, con la sentenza numero 228, ha giudicato incostituzionale la procedura e questa diabolica presunzione legale. Evviva. Sono passati solo dieci anni. E molti professionisti hanno già subito la gogna dell'evasione e pagato la sanzione conseguente.

Finalmente un giudice, a Roma, ha stabilito che quell'assurda presunzione sui prelievi di contanti come costituzione di ricavi in nero sia stata lesiva del principio di ragionevolezza e capacità contributiva. Alla fine viene da pensare sulla qualità del percorso legislativo in questo Paese. E qualche brivido corre lungo la schiena pensando all'ultima finanziaria (ora si chiama legge di Stabilità). Siamo piuttosto certi che l'idea di tassare la liquidità prelevata con i Bancomat non sia stata un'idea di Silvio Berlusconi all'epoca al governo. Eppure sono dieci anni che professionisti e autonomi pagano per questa scellerata previsione normativa.

All'interno della Finanziaria del 2005 fatta di un solo articolo e 572 commi, al comma 402 era previsto: le parole da «a base delle stesse» alla fine del periodo sono sostituite dalle seguenti: «o compensi a base delle stesse rettifiche e accertamenti, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e sempreché non risultino dalle scritture contabili, i prelevamenti o gli importi riscossi nell'ambito dei predetti rapporti od operazioni». Non state a perderci la testa: arabo. All'epoca, c'è da giurarci, l'astrusa previsione normativa fu presentata dagli uffici ministeriali come norma fondamentale per combattere l'evasione fiscale. E giù tutti ad applaudire. Ecco, quando vi dicono, come purtroppo si scrive anche nell'ultima legge di Stabilità, che sono previste nuove e più dure norme per combattere i furbetti, state certi che la fregatura è per tutti.

Indossa il velo all'Opera di Parigi. Donna allontanata dalla Traviata

Ivan Francese - Lun, 20/10/2014 - 15:57

Alcuni coristi del teatro parigino si sono rifiutati di cantare in presenza di una donna araba, appellandosi alla legge che vieta i veli integrali in pubblico

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Chissà che ne avrebbe detto, nella sua casa parigina, Violetta. Già, perché all'Opera di Parigi una donna velata, giunta nella capitale francese dal Golfo insieme al compagno, è stata allontanata dalla platea proprio durante la rappresentazione della Traviata a causa di un pezzo di stoffa che le copriva il viso. In base alla legge che vieta di indossare il burqa o il niqab nei luoghi pubblici, una donna che sedeva in prima fila con un velo che le lasciava scoperti solo gli occhi è stata fatta uscire dal celeberrimo teatro parigino dietro richiesta di alcuni coristi, che si sarebbero rifiutati di cantare in sua presenza.

"Sono stato allertato durante l'intervallo tra il primo e il secondo atto - ha spiegato il vicedirettore dell'Opera Bastille, Jean-Philippe Thiellay -. Alcuni membri del coro mi hanno comunicato che non avrebbero cantato se non si fosse trovata una soluzione". I due, fanno sapere dal teatro, avrebbero quindi acconsentito ad allontanarsi senza problemi.

Ad ogni buon conto, il ministero francese della Cultura ha fatto sapere che è in arrivo una nota, destinata a teatri e musei, in cui si richiamano le leggi vigenti: dal 2010, con la cosiddetta "legge antiburqa" è infatti vietato indossare abiti che nascondano il volto. La pena? Una sanzione di 150 euro e la partecipazione obbligatoria a un corso di educazione civica.

Corea del Nord, i calciatori sconfitti in finale rinchiusi nel braccio della morte: "Pena capitale"

Libero
19 ottobre 2014


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La finale di calcio dei giochi Asiatici 2014 è stato il più duro dei derby: quello tra Corea del Nord e Corea del Sud, due Paesi in una sostanziale guerra da decenni. La dittatura di Pyongyang contro la democrazia di Seul. Vince quest'ultima, vince la Corea del Sud al 120esimo minuto, ai supplementari, per 1-0. Una sconfitta tremenda per il Nord, che avrebbe risposto come la peggiore delle democrazie: subito dopo la sconfitta, le guardie del regime di Kim Jong-un, hanno caricato su un pullman tutti i giocatori e lo staff della nazionale, e da quel momento non si hanno più notizie sulla sorte dei giocatori e dell'intero gruppo.

Secondo quanto rivelano fonti autorevoli della stampa locale, la nazionale sarebbe stata spedita nel braccio della morte di un carcere di massima sicurezza. Il terribile sospetto, che assomiglia sinistramente a una certezza, è che l'intera nazionale sia stata condannata a morte. Per altro il Rodong Sinmum, organo del comitato centrale e maggiore quotidiano nazionale, dopo la sconfitta ha pubblicato in prima pagina una fotografia della squadra e in calce il commento: "Gli uomini che ci hanno rovinato". Nel commento si parlava della necessità di una pena esemplare, che a Pyongyang significa pena di morte, esecuzione in pubblica piazza. Già dopo i Mondiali del 2010 la Fifa appurò che i giocatori, "colpevoli" per aver perso tutte e tre le partite, dopo il torneo subirono crudeli torture dagli aguzzini del regime comunista.


Antibufala: nazionale nordcoreana a rischioesecuzione. Abboccano RAI, ADNKronos, Fatto Quotidiano, Giornale e altri siti di notizie

Il Disinformatico

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “diego.mol*” e “anna.be*” e grazie alle segnalazioni di @cattivascienza, @fabioghibli e @ingdruido ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.





“Calcio, nazionale Corea del Nord ko con Seul. ‘Giocatori arrestati, rischio esecuzione’”. Titola così Il Fatto Quotidiano di ieri (screenshot qui accanto; link).
Il Fatto attribuisce la notizia al “giornale ufficiale della Corea del Nord, Rodong Sinmun che parla di “Sconfitta umiliante”. [...] Il Rodong Sinmun ha messo all’indice la squadra in un articolo di prima pagina, pubblicando foto dei giocatori sotto il titolo: ‘Gli uomini che ci hanno abbandonato’”.

Il Giornale cartaceo dedica alla vicenda addirittura un articolo molto ampio e dettagliato, con tanto di richiamo in prima pagina, a firma di Cristiano Gatti, come segnala NextQuotidiano.
Ma sul Rodong Sinmun l'articolo in questione non c'è. E non c'è per un'ottima ragione: la “notizia” è una bufala fabbricata dal sito satirico National Report.
Il Fatto e il Giornale l'hanno ripresa senza un minimo sindacale di verifica, come hanno fatto anche HandsOffCain e il suo omologo italiano NessunoTocchiCaino, che addirittura citano il National Report come fonte.


Screenshot del Giornale



Screenshot di NessunoTocchiCaino


C'è cascata anche Agenzia Radicale, che cita come fonte NessunoTocchiCaino e sarà anche radicale ma ospita disinvoltamente megabanner che offrono belle donne russe (che ho sfumato per evitare distrazioni e pubblicità involontaria).


Questo invece è uno screenshot di parte dell'articolo-parodia del National Report:



Ancora una volta, c'è chi pensa che “giornalismo” significhi “copiare e incollare qualunque cosa troviamo su Internet, e chissenefrega di verificare” fregandosene delle conseguenze, fra le quali c'è quella di squalificare il lavoro dei giornalisti seri e professionali. Per fortuna ci sono appunto anche giornalisti attenti che si accorgono delle bufale, come ha fatto MondoCalcioMagazine.it qui.
Il bello è che in molti dei siti che hanno abboccato alla bufala ci sono i commenti dei lettori che avvisano le redazioni che si tratta di una panzana, eppure gli articoli restano al loro posto senza rettifica (almeno finora). Evidentemente i commenti, per questi siti, sono semplicemente un trucco per dare ai lettori l'illusione di una comunità nella quale la loro parola conta e per aumentare il numero di visualizzazioni delle pagine del sito, in modo da vendersi meglio agli inserzionisti.
Sarà interessante vedere come reagiranno allo sbugiardamento le varie redazioni. Perché sbagliare è umano, ma fare gli altezzosi e nascondere gli sbagli è da cialtroni.
A questo punto, visto il tema calcistico e la pubblicazione reiterata di notizie fasulle senza alcuna verifica, il Fatto Quotidiano potrebbe considerare l'ipotesi di ribattezzarsi il Fallo Quotidiano.

Aggiornamento (15:15): C'è cascata anche la Rai qui: grazie a @Joyclub72 per la segnalazione.



Invece l'Huffington Post ha abboccato qui, con un incipit salvachiappe che stride con il resto del testo (grazie a @pizzo81 per la segnalazione):


Complimenti a tutti.

Aggiornamento (16:50): C'è cascato anche Tio.ch, con una postilla salvaterga che ho evidenziato (grazie a @bonnyfused per la segnalazione):




Aggiornamento (17:30): Abbocca anche Yahoo Notizie, che prende la notizia da ADNKronos (grazie a @FortyZone per la segnalazione):


Screenshot di ADNKronos:





Aggiornamento (17:40): Il Corriere c'è cascato ma ha già rimosso l'articolo: era qui, ma persiste nella cache di Google (grazie a @ingdruido per la segnalazione). Ecco com'era l'articolo:




Ed ecco come il Corriere ha risolto l'errore:



Una rettifica? Una parola di scuse? Assolutamente no, e persino la pagina del “non trovato” ha la sua brava pubblicità (che ho mascherato per le stesse ragioni citate sopra). “Facciamo finta di non aver mai sbagliato” è ancora la reazione tipica alle inettitudini nelle redazioni delle testate giornalistiche. Meno male che questa è gente che prende uno stipendio e ha un Ordine dei Giornalisti che li sorveglia. Meno male. Altrimenti chissà.

Aggiornamento (2014/10/20 00:30): La Rai ha pubblicato una rettifica e ha aggiunto una nota all'articolo originale.

Stupratore evaso violenta ancora Per il carcere non era pericoloso

Libero

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È sufficiente digitare il suo nome, Swilah Tawfik, e su Google o qualsiasi altro motore di ricerca - andando a ritroso - spuntano fuori i reati più svariati. Quello di spaccio, a quanto pare, per il quale a inizio novembre 2010 era stato arrestato a Cadoneghe (nel Padovano), è niente se confrontato al resto. Negli ultimi anni, per il ventottenne tunisino (clandestino e già colpito in passato da un ordine di espulsione dall’Italia) che mercoledì mattina era evaso dal carcere di Pordenone dopo aver picchiato un’agente di servizio in portineria, è stata un’escalation di condanne e accuse.

A marzo quella di violenza sessuale a danno di due prostitute lo aveva fatto finire per l’ennesima volta dietro le sbarre. Qualche giorno prima aveva rischiato di essere stuprata pure un’infermiera di Padova ma, fortunatamente, il passaggio di una pattuglia della polizia aveva convinto il delinquente a darsela a gambe. Non è questa però l’ultima nefandezza di cui Tawfik deve rispondere di fronte alla legge, se è vero che l’altra notte il nordafricano, prima di essere catturato dalle forze dell’ordine e rispedito in prigione, stando al drammatico racconto della presunta vittima, avrebbe picchiato, legato e violentato un’altra donna, a Scorzè, nel Veneziano. Il caso del tunisino sta suscitando indignazione.

Negli istanti successivi all’evasione dal carcere di Pordenone da parte dell’immigrato, il segretario generale del sindacato autonomo di polizia penitenziaria, Donato Capece, conoscendo bene il soggetto in questione aveva subito detto che si trattava di un pluripregiudicato con una serie infinita di reati quali sequestro di persona, rapina aggravata e violenza sessuale e si era chiesto com’era possibile che Tawfik potesse girare liberamente in certe aree del carcere. E in effetti sembra impossibile che un delinquente simile, con l’etichetta di “stupratore seriale”, abbia potuto svolgere i cosiddetti “lavori socialmente utili”, quando altri carcerati - accusati di reati minori rispetto a quelli di cui ha già risposto e dovrà rispondere il clandestino - sono costretti a regimi di massima sicurezza con tutte le restrizioni che ne conseguono.

La Lega rispolvera un vecchio cavallo di battaglia e invoca la castrazione chimica. Secondo Massimiliano Fedriga (veronese, ma friulano d’adozione), capogruppo del Carroccio alla Camera, la colpa è del «lassismo e del buonismo del centrosinistra. La politica delle porte aperte» dice «ha come unico effetto l’incremento dell’immigrazione clandestina e dei reati commessi da queste persone, di cui non conosciamo né l’identità né tantomeno i trascorsi giudiziari». In questo caso, però, erano tristemente noti. «Per chi commette reati a sfondo sessuale» prosegue il deputato leghista «sarebbe inoltre utile ricorrere con maggior frequenza alla castrazione chimica».

La vicenda di Tawfik, oltre a lasciare a dir poco perplessi per il regime applicato durante il suo ultimo soggiorno in carcere, riporta d’attualità il tema della sicurezza delle nostre prigioni. Perché se è giusto sottolineare che erano trent’anni che dal penitenziario di Pordenone non scappava nessuno, non si può non pensare ad esempio all’ergastolano albanese che lo scorso maggio era riuscito a fuggire dal Pagliarelli di Palermo annodando un lenzuolo e saltando oltre il muro di cinta. Pure in quell’occasione il sindacato di polizia penitenziaria aveva sottolineato la carenza di personale in servizio. Forse, anziché svuotare le carceri e mettere in libertà migliaia di pericolosi criminali, sarebbe il caso di ascoltare il grido d’allarme degli agenti e di affrontare il problema in modo diverso. Oltre che di rispedire a casa propria i clandestini.

di ALESSANDRO GONZA

La mail pirata attacca i Comuni E il riscatto va pagato in bitcoin

Corriere della sera

di Giuseppe Guastella

Parte dalla Russia e beffa gli antivirus, decine di amministrazioni colpite in Italia

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L’anagrafe non può più rilasciare i certificati, la contabilità non riesce a pagare, il protocollo è fermo perché anche lì i documenti sono bloccati: sono gli effetti del virus informatico di ultima generazione che sta infestando i pc di decine di Comuni in tutta Italia. Per eliminarlo si deve pagare un riscatto: 400 euro, ovviamente in bitcoin, il doppio se lo si fa dopo tre giorni.
“Ransomware”
Arriva da San Pietroburgo (Russia) l’ultimo «ransomware» (dall’inglese ransom : riscatto) che da mercoledì si sta diffondendo a macchia d’olio attraverso le reti informatiche dei Comuni. Solo alcuni antivirus hanno già fatto in tempo ad aggiornarsi e a bloccarlo. Dopo aver rubato la rubrica di posta elettronica di un qualche ufficio in una qualunque città, che spesso contiene gli indirizzi di altri Comuni, il virus spedisce a nome dello stesso ufficio il file «Compenso.Pdf» seguito da una lunga linea continua.
Bloccati per 3 giorni
Provenendo da un indirizzo insospettabile e facendo pensare a un qualche pagamento, molti impiegati lo aprono senza rendersi conto che alla fine della linea continua, nascosto oltre la schermata, c’è la pericolosissima estensione «.exe». Non è un documento, ma un programma che immediatamente cripta nei pc e nei server i file documenti pfd, word o excel, ma anche le foto, rendendoli inutilizzabili. «Una cosa inimmaginabile che ci ha bloccati per tre giorni. Avevamo l’antivirus, ma non è bastato», racconta Maria Grazia Mazzolari, segretario comunale a Bussoleno (Torino), centro di poco più di seimila anime in Val di Susa noto per le proteste sulla Tav.
100mila dollari in 5 giorni
«I pc continuano a funzionare, i documenti sono ancora al loro posto ma non si aprono e nelle cartelle compaiono dei file dal nome preoccupante “decript_instructions.html”», spiega Paolo Dal Checco della Di.Fo.B., lo studio di consulenza informatica forense che collabora con le Procure in molte inchieste, come quelle sull’ Expo a Milano, sulla Concordia a Grosseto e sul Mose a Venezia e che sta fornendo assistenza a molti dei Comuni infettati. «Solo chi ha una copia di riserva dei documenti si salva, gli altri devono pagare i criminali» aggiunge il collega Giuseppe Dezzani. In che modo? Sullo schermo appare un messaggio che invita ad acquistare un «software di decodifica» per 400 euro in bitcoin, spiegando anche come fare. «Purtroppo - dice Dal Checco - il sistema bitcoin prevede che le transazioni e gli indirizzi su cui vengono fatte, una sorta di Iban, siano pubblici, ma non c’è modo di attribuire un indirizzo a un nome». Monitorando due di questi indirizzi, la Di.Fo.B. ha scoperto che i cybercriminali in soli 5 giorni «hanno incassato circa 100 mila dollari».
Colletta per pagare
Dopo averle provate tutte, mercoledì a Bussoleno hanno deciso di mettere mano al portafoglio. «Abbiamo fatto una colletta tra noi in attesa di capire come giustificare la spesa. Dopo che abbiamo pagato hanno anche avuto la spudoratezza di invitarci a contattarli nel caso avessimo altri problemi», racconta Mazzolari che sta preparando una denuncia alla Procura di Torino. «Fare attenzione - avverte Dezzani - alle mail, anche quelle di amici questa mattina, quando gli uffici dei Comuni riapriranno dopo il fine settimana. C’è il rischio che il fenomeno prenda un risvolto esponenziale».

20 ottobre 2014 | 10:23

Enrico Tranfa, il giudice che si è dimesso dopo l'assoluzione di Berlusconi fece arrestare sei persone inguistamente

Libero

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Ha destato clamore la scelta, da parte di Enrico Tranfa, di lasciare il proprio incarico in magistratura (presidente della Corte d'Appello di Milano) dopo l'assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo Ruby. Una scelta, quella di mollare, dovuta al dissenso rispetto alla scelta del collega giudicante e, ha spiegato, in dissenso rispetto alla legge Severino. Una scelta, secondo Tranfa, nel nome della giustizia. Peccato però che la toga uscente, nel suo passato, abbia alcuni scheletri nell'armadio. Le magagne le racconta Roberto Lassini a Il Giornale, arrestato nel 1993 (con altre cinque persone) per una presunta concussione, e scarcerato 42 giorni dopo: al processo, i sei imputati sono stati tutti assolti, con formula piena. Un episodio importante, dato che era l'epoca di Mani Pulite. A decidere per quegli arresti che si sono poi rivelati errori, fu proprio Enrico Tranfa, all'epoca gip di Milano.

L'errore di Tranfa - Ad essere arrestati, oltre a Roberto Lassini (all'epoca sindaco di Turbigo, cittadina sul Ticino), furono tra gli altri Serafino Generoso, democristiano, e il fratello di Lassini, Cesare, ex sindaco. "So cosa successe a noi - spiega Roberto Lassini -, Tranfa ci spedì dritti in cella, il 22 giugno 1993, e ci lasciò dietro le sbarre a lungo. Ci saremmo rimasti ancora, chissà per quanto, forse fino alla scadenza dei termini di custodia cautelare. Uscimmo per fortuna il 2 agosto, perché Generoso stava facendo uno sciopero della fame durissimo e stava male, malissimo, sempre peggio. Un gip di turno ci tirò fuori". Al processo i testimoni smentirono il "super-accusatore", il quale sosteneva che Lassini aveva provato a portarsi a casa 300 milioni di lire da un consorzio di imprenditori. Il risultato fu che i sei imputati furono tutti assolti, con formula piena. La temibile procura di Milano, durante gli anni di Mani Pulite, non fece neppure appello.

Le riflessioni di Lassini - Da avvocato, Lassini ricorda quanto accaduto e vuole fare una notazione tecnica: "Se ci fosse stato il gip collegiale, come Forza Italia chiedeva da tempo, forse Tranfa sarebbe stato messo in minoranza, come è successo al momento di decidere il destino di Berlusconi, e io e gli altri non saremmo stati chiusi in una cella". Sempre in qualità di avvocato, Lassini racconta di avere spesso incrociato Tranfa, nei corridoi del Palazzo di giustizia milanese: "Non mi ha mai parlato: nessun accenno a quel passato ingombrante, e nessuna scusa per quanto successo". Il caso Ruby? "Non so cosa ci sia dietro questo gesto di Tranfa. Mi pare tutto così oscuro, indecifrabile: dettato forse da ragioni personali".



Ruby, Enrico Tranfa: "Ho deciso di dimettermi dopo un viaggio a Lourdes"

Libero
18 ottobre 2014

"Ho capito che dovevo dimettermi dopo un viaggio a Lourdes". Così Enrico Tranfa, giudice della Corte d'Appello di Milano parla della sua scelta di dare le dimissioni dopo la pubblicazione delle motivazioni del processo Ruby. Un viaggio a Lourdes, prima delle dimissioni da magistrato. Un viaggio per cercare, attraverso la fede e la preghiera, il se stesso più profondo e "aiutarsi" a scegliere di fare, come dice lui alle persone che gli sono state più vicine, "la cosa giusta". Una crisi mistica dunque avrebbe spinto il magistrato a dare le dimissioni.

I motivi della scelta - La toga che voleva condannare il Cav si confessa: "La mia - confida Tranfa ai colleghi che conosce - è stata una decisione solitaria, maturata a lungo, meditata, che solo io potevo prendere, e senza chiedere consigli a nessuno. So che c’è chi mi avrebbe detto: 'Stai attento alle conseguenze' e chi mi avrebbe chiesto: 'Sei proprio sicuro?'. Chi avrebbe approvato e chi no. Ma nessuno è indispensabile e non ho bisogno di sentire gli altri quando devo sentirmi in pace con me stesso".

La tesi anti-Cav - Nonostante la sentenza d'appello abbia chiarito le vicende del caso Ruby riconoscendo al Cav la piena innocenza, Tranfa continua a sostenere la sua tesi anti-Silvio: "Qui si dimentica che abbiamo a che fare con una minorenne. Non ci vuole una zingara per capire com’è andata quella notte in questura", avrebbe detto il magistrato come racconta il magistrato. Ma non l’hanno pensata come lui Concetta Lo Curto, giudice estensore della sentenza, e Alberto Puccinelli, consigliere. Per loro il Cav è innocente, con buona pace di Tranfa.

La dura legge dei troll, se l’odio in rete è difficile da contrastare

Corriere della sera
di Marta Serafini

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Una legge per obbligare persone adulte a non insultare il prossimo su internet. La proposta arriva dalla Gran Bretagna, dove le pene per i troll potrebbero essere inasprite passando da 6 mesi a due anni e porta la firma del Guardiasigilli Grayling, coerente con la linea dura del governo Cameron che ha fatto della “pulizia in rete una delle sue bandiere”, come già annunciato a proposito della collaborazione con i colossi della Silicon Valley per combattere la pedofilia. Quando si propone una legge, però si dovrebbe partire dalle parole e dalle definizioni. Stalking, pedofilia, molestie e abusi sono una cosa diversa dal trolling.

Certo, alcuni attacchi dei troll sono sfociati in casi molto gravi di cyber bullismo (si pensi all’ondata di suicidi di due estati fa) e di minacce di morte (si veda il caso delle femministe inglesi). Inoltre secondo recenti statistiche britanniche il fenomeno è particolarmente associato al sessismo e al razzismo. Una ricerca dal titolo “Misoginia su Twitter”, condotta da Demos mostra come la parola “puttana” (nella sola lingua inglese) sia stata usata come insulto (e non per altre ragioni) 6 milioni di volte tra il dicembre del 2013 e il febbraio del 2014. Nell’arco di una settimana il termine”stupro” è stato postato come minaccia 1319 volte. E, ancora, nei mesi passati il razzismo in 140 caratteri è dilagato a tal punto che si è creata una community intorno all’hashtag #blacktwitter per aggirarlo.

Ma ha senso estendere la legge al fenomeno dell’hatespeech in generale? È possibile pensare di contrastare la maleducazione e l’ignoranza per decreto? Soprattutto quando si tratta di insulti che non fanno seguito a una minaccia reale è difficile identificare un vero e proprio reato. Come difficile valutare il reale impatto di queste norme, data la mancanza di una serie storica da studiare. E a leggere i casi di cronaca forse viene da pensare che sarebbe meglio iniziare da leggi che regolano casi molto specifici come per i minori prima di ampliare il raggio d’azione usando categorie generiche come il trolling. In Italia, ora, il presidente Boldrini e il Garante della Privacy hanno stilato una carta che, tra le altre misure, prevede la sospensione dell’anonimato in alcuni casi. Si tratta tuttavia di un testo che non ha per il momento alcuna valenza vincolante e ha funzione solo consultiva.

D’altro canto, pretendere che poi siano i colossi del tech a normare questo contesto è ancora più illusorio e contraddittorio, in quanto non si può affidare ai privati il compito di normare i rapporti tra utenti. Quindi è anche giusto che si facciano dei tentativi.  Forse un passo in avanti è stato fatto con le leggi anti revenge porn (la pubblicazione di materiale video o fotografico pornografico ottenuto in privato e messo in rete per vendetta). Leggi in materie sono in vigore in California, altri 11 Stati americani, Germania e Israele e secondo le statistiche si tratta di provvedimenti che hanno ottenuto dei risultati. In Gran Bretagna è appena passata una legge che punisce questo odioso atto con due anni di carcere, pena che si inasprisce in particolar modo se la vittima è minorenne.

Questo però è un caso diverso che nulla a che fare con la libertà di espressione e che riguarda un caso ben specifico. Ma non è la stessa cosa del trolling. Se una legge contro il porno per vendetta ha senso perché l’atto viola la privacy e rientra nella categoria dei crimini sessuali, troppo facile infatti potrebbe diventare sanzionare qualcuno solo perché ha detto qualcosa che non ci piace scivolando così nella censura.

Il fango e il senso del potere di re Claudio

Corriere della sera

di Aldo Grasso

Burlando Sindaco, ministro e governatore. Ma la colpa dei disastri è sempre degli altri

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D ai funghi al fango. L’ultima volta che ci siamo occupati di Claudio Burlando era per via di una bagatella: invece di presiedere un importante Consiglio era andato per funghi. Adesso la situazione è ben più grave. Ancora una volta Genova si è ritrovata sotto il fango dell’alluvione, come tre anni fa, come sempre le succede quando piove a dirotto. Di chi la colpa, del clima che è cambiato? Della Protezione civile? Del mancato riassetto idrogeologico?

Ogni volta che Burlando si presenta in pubblico spara a zero sui lavori fermi che avrebbero scongiurato morti e distruzioni: una volta la colpa è dell’ex sindaco Sansa, un’altra del Tar, un’altra ancora dei 50 km di fiumi tombati. Eppure se c’è un uomo che da più di trent’anni regna da Levante a Ponente, ricoprendo varie cariche (assessore, sindaco, ministro dei Trasposti, governatore), è proprio lui, l’ing. Burlando.

Possibile che sia sempre colpa degli altri? Possibile che uno che guida la Regione dal 2005 non senta il peso di qualche responsabilità? L’inferno sono gli altri, diceva Sartre. L’alluvione sono gli altri, ripete Burlando. Per anni la Liguria è stata dominata dai due Claudio, Scajola e Burlando; l’uno Dc, l’altro Pci; l’uno, per ora, tombato, l’altro, in teoria, libero di fare qualcosa per evitare il tracollo.

Per un consumato politico come Burlando (dalemiano, bersaniano, renziano...) dev’essere facile stare sempre al potere. Difficile è farselo perdonare .

Il presidente della Liguria al giornalista: «Farete una brutta fine» VIDEO

19 ottobre 2014 | 09:36