domenica 19 ottobre 2014

La Boldrini in visita alla moschea di Roma: "Islam religione di pace"

Giovanni Corato

Il presidente della Camera: "No alla violenza in nome di Allah"






Lotta ai tagliagole, istruzioni per l'uso

Marco Zucchetti - Dom, 19/10/2014 - 08:32

Da martedì 21 ottobre in edicola con il Giornale l'instant book "Non perdiamo la testa Il dovere di difenderci dalla violenza dell'Islam". Da Guzzanti a Magdi Allam una raccolta di saggi delle nostre migliori firme

Di questo libro non piacerà alla Boldrini. Perché non è accogliente né accondiscendente, perché non è una dichiarazione di resa ma una legittima difesa.



Però, alla presidente Boldrini questo libro è debitore. Quando l'Ordine dei giornalisti ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti di Magdi Cristiano Allam, qualcuno si è posto un problema: se si accusa di «islamofobia» uno dei maggiori esperti mondiali del tema, allora che tipo di informazione si vuole sull'islam? Semplice: si vuole un esercito di Boldrini dalla voce buonista e zuccherosa.

Ecco, anche no, grazie. Il Giornale al coretto del politically correct ha sempre preferito i suoi tenori solisti. Quelli che in Non perdiamo la testa provano a raccontare ai lettori quello che le Boldrini non dicono. Senza preconcetti e disprezzo, solo con la voglia di scostare un po' quei tappeti siriani e persiani sotto cui la polvere dell'estremismo islamico è diventata lebbra. Documentando, interpretando, citando fatti, nomi, sentenze. Ragionare sui difficili rapporti con l'islam non può essere peccato né questione «disciplinare».

Non perdiamo la testa ha la presunzione di indicare ai lettori tutti i nodi, uno a uno. Dal generale, con l'analisi sociologica dei movimenti come Isis firmata dal professor Francesco Alberoni, al particolare, con gli inviati di guerra Fausto Biloslavo e Gian Micalessin che elencano gli errori strategici e militari di Obama & C. e lanciano l'allarme sull'immigrazione clandestina in arrivo da quel tremendo vaso di Pandora che è la Libia. Capire, imparare, farsi un'idea - anche se poco cerchiobottista - così si spiega il titolo del libro: non abdichiamo alla nostra facoltà di critica così come non offriamo la gola a chi decapita «infedeli».

Né slogan da stadio, né razzismo becero, non c'è niente di «fobico» in questo libro. Le competenze e l'esperienza di chi ha collaborato ne sono la migliore garanzia. Nessuno quanto Magdi Cristiano Allam conosce la differenza tra il rispetto dovuto ai singoli musulmani e il messaggio rapace di Maometto, la cui condanna è da sempre parte della cultura umanistica, da San Tommaso a Dante e Churchill. Così come nessuno quanto Ida Magli ha studiato a fondo il Corano, annotando i versetti in cui Allah comanda di colpire gli infedeli «alla nuca» (all'insaputa delle Boldrini) e nessuno quanto il professore di Estetica Stefano Zecchi può analizzare le cruente scelte comunicative del Califfato.

La lente però non sarà puntata solo su di loro, i tagliagole. Corresponsabili sono anche i taglialingue di casa nostra, che sull'islam non accettano dibattito. Paolo Guzzanti mette alla berlina quella sinistra emotiva e quel femminismo da cortile che lotta per i diritti, ma solo in casa propria, mentre lo storico Giordano Bruno Guerri ripercorre vent'anni di allarmi inascoltati.

La politica e giornalista Fiamma Nirenstein punta il dito contro i media occidentali, ultras del tifo contro Israele, e Alessandro Gnocchi, capo della redazione cultura del Giornale , racconta il doppio binario degli intellettuali, sacrileghi con il cattolicesimo ma strenui difensori dell'islam e delle sue fatwe. È anche per questa paura di parlarne che il conflitto non rimane confinato all'Irak o alla Siria, ma arriva a casa nostra. Nei tribunali, dove Luca Fazzo ha raccolto le tante sentenze incerte sui reati di terrorismo, o nelle scuole descritte da Stefano Filippi, dove in nome dell'integrazione, coi crocefissi sparisce il buonsenso.

Insomma, se volevano metterci l'icona della Boldrini in redazione, qualcosa è andato storto. Al Giornale l'icona al massimo si chiama Oriana Fallaci, magistralmente ricordata dall'ex direttore Vittorio Feltri nella sua battaglia dopo l'11 settembre. Quella battaglia di onestà intellettuale in difesa dei valori fondanti la civiltà occidentale ha ispirato anche questo libro. Perché, come scrive Marcello Veneziani nel suo intervento, «chi ha una salda identità non ha bisogno di riaffermarla contro qualcuno né di imporla con la forza al mondo, gli basta che sia riconosciuta e rispettata, insorgendo solo quando è posta a repentaglio». Oggi che è davvero a repentaglio, questo libro è il nostro modo di insorgere.

Una vita raccontata attraverso i telefonini

La Stampa
marco giacosa

Un decennio di archeologia della comunicazione mobile, quando gli smartphone non c’erano ancora e col cellulare si poteva solo chiamare e mandare i primi sms

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A recuperarli dal cassetto tutti assieme, i telefoni cellulari sono un ammasso di plastica dura più o meno colorata, intessuta di lamine dalla parvenza ferrosa: eppure vien da toccarli con garbo, i polpastrelli lievi come fossero su fogli di carta essiccati dal tempo. Lo sguardo si intenerisce. Sorridi.
«Ehi tu, compagno di mille vite, finestra su altri mondi, prolungamento del mio braccio, ricordi quella volta in cui…?».
Il telefono non credo ricordi: tu di certo sì. Rewind.

È il 1996, esco da un’aula universitaria. Un amico mi porge il telefono. «Dai, chiama». Con un Ericsson blu, portatile. E appena mia madre risponde, l’oggetto della telefonata muta: l’emozione non è per l’esame passato, ma per quello che sto facendo, con cosa e soprattutto dove: parlo al telefono camminando, in mezzo a una strada. La prima volta. Natale del 1998, uno sforzo economico congiunto di alcuni miei cari, il dono è un Nokia 1610.
È usato, ha qualche anno d’età, il prezzo è divenuto accessibile.

«È un mattone!»
«È un citofono!»
«Be’, dai, è leggero…»
Gli amici sfottono. 

Che me ne facevo? Sostanzialmente «ero reperibile», giacché di chiamare non se ne parlava. C’erano due tariffe, quella di notte e di giorno; di giorno costava duemila lire al minuto e di notte, siccome ero uno dei pochissimi ad avere il cellulare, di notte chi mai potevo chiamare sul fisso?
Riassumendo: uno studente universitario «reperibile», negli anni in cui Saramago vince il Nobel per la letteratura, Benigni l’Oscar, Napster viene messa in rete, la Nato bombarda la Serbia e vengono fissati i tassi di cambio («Irrevocabili») delle valute europee con l’euro. 

Finché, attorno al 2000, un altro sforzo congiunto di famigliari e amici, vista la mia passione per la reperibilità inutile - non sono un medico! - porta in regalo una piccola meraviglia divenuta anch’essa alla portata: un Motorola StarTAC.
Che fa clic, quando lo apri, e fa clac, quando lo chiudi. 

«È leggero»
«È bello»
«Fa figo!».
Gli amici non mi sfottono più.

Che me ne facevo? Mi sentivo, questa volta, un uomo, anche perché ero cresciuto, avevo la laurea e un telefono adeguato al nuovo status (?), di crisi nessuno parlava, un lavoro era dato per scontato per tutti, si avvertivano le infinite possibilità di qualunque tipo di scelta, in qualunque disciplina. Se qualcosa poteva andare bene, sarebbe andata meglio.

Clic.
Clac.
Anche perché, stavolta, non parlavo più da solo.

Nel 2002, ai partecipanti all’assemblea annuale di una piccola Banca di Credito Cooperativo di provincia viene regalato, dai vertici della banca per incentivarli alla partecipazione e al voto, un telefono cellulare: Motorola T2288. Considerando che quasi tutti i piccolissimi azionisti sono contadini, imprenditori vitivinicoli, massaie, impiegati, nonni e operai, il fatto è certo: il cellulare è ormai di massa. 

Ci si chiama a un costo percepito come ragionevole.
È l’anno dell’arbitro Moreno, di Aserejé e degli ennesimi Matia Bazar a Sanremo. Il Giro lo vince Savoldelli. Adulti tendenti all’anziano incominciano a «mandare messaggi», articolando a fatica sulla tastiera irrigiditi ditoni non avvezzi.

Lo StarTAC è bellissimo ma fragile: l’antennina, ogni volta sembra si faccia male. Poi la batteria, tutt’altro che irresistibile: non si stava meglio quando si stava peggio, ma quella dello StarTAC allora era decisamente superiore a quella dell’iPhone oggi.

Dopo il bello e fragile arriva il carino e funzionale: l’Ericsson T39 che fa meno clic, soltanto un po’ clac, ma è solido e affidabile. Il tatto, oggi, conferma, il ricordo vola: al grande blackout del 2003, il 28 settembre. Capitasse oggi, in tre ore di interrompere il 50% (di più?) delle comunicazioni. All’epoca, pur senza energia elettrica, ci si parlò per quasi tutto il giorno. Mandavo sms dal divano, al buio, ricordo, con il T39.

Di tutte le cose che ci vengono dette, alle quali dobbiamo credere, alcune possiamo verificarle. Non avendo mai creduto all’importanza della prima carica, quando il telefono è nuovo, sbagliando ho imparato. Anno 2005, Sagem X-5m: lo acquisto – ho una laurea, un lavoro, penso positivo e non ci sarà mai crisi – e lo metto in carica. Penso positivo, non ci sarà mai rovina: così dopo un’ora lo prendo. Un’ora.

Disastro. 
Sia quello o no il motivo, incomincio a girare con il caricabatteria appresso: quel cellulare non ha mai tenuto la carica. Ritorno al Nokia: il 2006 è l’anno del modello N70, quello che incomincia la rivoluzione.

Primo perché ha la fotocamera, secondo perché, incredibile, dal telefono cellulare si può andare su internet. Siti e blog si aprono, lentamente ma si aprono, ricordo la prima volta che accostai l’auto per leggere, dal cellulare, un commento a un post. La prima effettiva modifica di un atteggiamento: mi fermo apposta per un gesto – reale - reso possibile dalla tecnologia - virtuale. Oggi in Cina qualcuno suddivide una pista ciclabile in due corsie, una per chi consulta lo smartphone pedalando e una per chi no. Sono passati otto anni da quando si consultava internet guidando, e ci si stupiva.

Eccola, la mia archeologia. Allineata sul tavolo. Soltanto adesso mi rendo conto di una cosa: non ho tenuto nemmeno uno smartphone, e sì che dal 2009 questo è il terzo. Come se l’iPhone si potesse gettare e gli altri telefoni no. Sarà per la ruvidità di certo design, o per la tangibilità della tastiera, come se un telefono «vecchio» fosse soltanto spento e non irrimediabilmente in frantumi come può uno schermo touch: qui è tutta roba antica, solida, di quelle cose che cadevano dal primo piano e sorridevano, intatte.

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