venerdì 17 ottobre 2014

I prof di sostegno lombardi? In Campania

Stefano Giani - Ven, 17/10/2014 - 09:58

Nella regione mancano 926 docenti, al Sud sono 887 in esubero


L'insegnamento di sostegno è una voragine che inghiotte docenti. Guai però definirlo il solito buco all'italiana. Perché i docenti ci sono. Se non in numero ottimale, almeno in quantità sufficiente per soddisfare le necessità delle varie regioni. In buona sostanza, i prof di aiuto agli alunni con qualche handicap sono distribuiti male. Malissimo. In alcune zone sono largamente in sovrappiù, in altre sono numericamente di gran lunga inferiori. L'allarme viene da un dossier di Tuttoscuola, l'osservatorio web sullo stato di salute della qualità scolastica in Italia.

Ebbene, uno studio in materia sottolinea come la legge non sia stata applicata e la distribuzione di insegnanti sul suolo nazionale sia stata fatta a caso o, peggio che mai, con criteri molto lontani da quelli stabiliti dalla legge. Così le regioni che disponevano di percentuali più alte e avrebbero dovuto cedere le forze in eccesso a chi stava sotto la media, hanno in realtà mantenuto le loro posizioni di vantaggio. Eppure il saldo si bilancia quasi perfettamente. Le regioni con insegnanti in eccesso pareggiano perfettamente il gap di quelle con il segno meno. 2.406 contro 2405. In questa particolare graduatoria, la Lombardia fa la parte del leone al contrario. È sotto organico di 926 unità, mentre la Campania può annoverare nei suoi confini 887 docenti in esubero.

Non c'è spirito di razzismo interregionale in tutto questo, ma la dimostrazione di una distribuzione che fa acqua da tutte le parti. D'altronde anche altre regioni si trovano nelle stesse condizioni. Il Lazio avrebbe bisogno di 642 prof mentre la Sicilia ne ha 621 in eccesso.

Carenze anche in Veneto (280 insegnanti),
Emilia Romagna (185),
Marche (136),
Toscana (87),
Umbria (54), Molise (49),
Piemonte (35) 
Abruzzo (11) che si compensano con sovrannumeri in
Puglia (322),
Calabria (225),
Sardegna (190),
Basilicata (122),
Friuli venezia Giulia (28),
Liguria (12).

Come si vede, non si tratta di una questione Nord-Sud ma di una legge travisata che non accontenta nessuno. E, di fatto, scontenta tutti. Al Pirellone, l'assessore regionale Valentina Aprea si è già fatta portatrice di una richiesta di uguaglianza che non discrimini ma soddisfi le aspettative colmando le lacune. «La legge - dice la Aprea - ha previsto che da questo anno scolastico il riparto dei posti di sostegno debba essere assicurato equamente a livello regionale, in modo da determinare una situazione dei posti di organico di diritto percentualmente uguale nelle regioni.

Si mantengono invece sperequazioni territoriali nonostante il rapporto alunni-insegnanti di sostegno sia basso in quasi tutte le regioni del sud e alto in Lombardia che ha il numero di alunni disabili iscritti fra i più alti d'Italia». A questo proposito la titolare del dicastero regionale si è rivolta al ministro della pubblica istruzione, Stefania Giannini, chiedendole di «porre rimedio a questa situazione che danneggia le famiglie e gli studenti diversamente abili della Lombardia». Allo stesso tempo ha domandato alla direttrice regionale della Lombardia «di impegnarsi nella concessione di nuovi posti in deroga». Il problema è sentito ed è tutt'altro che discriminatorio tra Mezzogiorno e Settentrione. Soprattutto è bipartisan. Esponenti di vari gruppi politici di diversi orientamenti vogliono il rispetto della perequazione.

Caso Pantani, spunta l’ombra della Camorra. Vallanzasca: mi dissero di puntare contro di lui

La Stampa

La procura di Forlì riapre l’inchiesta sull’esclusione dal Giro ’99. La malavita potrebbe aver alterato le analisi per far farlo escludere e pilotare le scommesse clandestine

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La Procura di Forlì conferma la riapertura delle inchieste storiche su Madonna di Campiglio ’99, la “macchinazione” ai danni di Marco Pantani per alterare le analisi del sangue e escluderlo dal Giro. Non ci sarebbe nuova ipotesi di reato oltre a quella già archiviata, associazione per delinquere finalizzata a truffa e frode sportiva. La chiave starebbe in ciò che Renato Vallanzasca, il boss della malavita, scrisse alla mamma del Pirata di essere stato avvicinato in carcere da un camorrista che gli proponeva di puntare grosse cifre nel giro delle scommesse clandestine.

«Non so come, ma il pelatino non finisce la gara», disse l’ergastolano nel penitenziario di Opera (Milano). E dopo il 5 giugno 1999, il giorno della squalifica del campione, lo riavvicinò per dire: «Hai sentito? Il pelatino è stato fatto fuori, squalificato». Vallanzasca lo scrisse anche nella sua autobiografia, e fu sentito dai Pm di Trento nell’inchiesta aperta sul presunto scambio di provette in cui all’inizio Pantani era parte lesa per finire poi indagato per frode sportiva, reato che non poteva essere ancora contestato perché era diventato tale solo nel 2000. I processi si chiusero con un nulla di fatto. Vallanzasca non rispose agli inquirenti trentini, ora ci provano il procuratore di Forlì-Cesena Sergio Sottani e il sostituto Lucia Spirito. Dalla Procura forlivese non filtra altro che non sia la riconferma del riesame dei vecchi fascicoli, e l’invito a non enfatizzare aspetti che devono ancora essere affrontati.

Di certo c’è che l’offensiva dei legali della famiglia Pantani tenta di fare accertare che dapprima il Pirata («mi hanno fregato», urlava la propria innocenza Pantani) sia stato messo in condizioni di essere squalificato, con l’alterazione del sangue per fare risultare l’ematocrito a 51,9, quasi due punti sopra il limite massimo di 50, e negli stessi giorni, a Cesenatico, mentre si correva l’11ª tappa, minacciato di morte da chi aveva interesse a che non finisse la gara: «Stavolta te la sei cavata, ma non finirai il Giro». Tra la sua morte, avvenuta cinque anni dopo e le minacce per ora non sembra esserci ancora un’ipotesi processuale di relazione diretta. Ma la Procura di Rimini ha riaperto anche questo caso, nell’ipotesi che Pantani non sia rimasto vittima del suo finire nel tunnel della dipendenza smodata dalla cocaina, ma che sia stato invece fatto fuori, con un’altra macchinazione per depistare le indagini.

La mamma di Pantani nel 2008, proprio dalla Procura di Forlì, era stata sentita come persona informata sui fatti, nell’ambito dell’inchiesta sulle minacce dirette al figlio e ricevute sul telefonino dall’ex capo tifoso Vittorio Savini, il giorno successivo a Madonna. Savini, poi, aveva confermato di aver ricevuto il giorno dopo i fatti di Madonna di Campiglio una telefonata anonima che lo avvertiva che «tutto sommato era stato meglio così, altrimenti Pantani sarebbe finito male...». Il 2 ottobre scorso, su queste vicende, il legale di Mamma Tonina, l’avv.De Rensis, aveva confermato di avere portato questi spunti di nuova indagine in procura a Forlì e che, come persona informata sui fatti su ciò che accadde a Madonna di Campiglio, era stato ascoltato dal procuratore Sottani il giornalista sportivo Davide De Zan.

Barbiturici, tranquillanti, morfina: così Hitler si drogava”

La Stampa
paolo mastrolilli

Un dossier americano redatto durante la Seconda Guerra Mondiale è diventato un documentario trasmesso dalla rete inglese Channel4: “Il Fuehrer prendeva ogni giorno 74 medicine diverse, fra cui anche metanfetamine”

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Anche drogato. Questa definizione si unisce alla lunga lista di termini negativi usati per definire Adolf Hitler, sulla base di un dossier americano redatto durante la Seconda Guerra Mondiale, che ha ispirato un documentario prodotto dalla televisione britannica Channel 4. In base a questo rapporto, lungo 47 pagine, il leader nazista prendeva ogni giorno 74 medicine diverse, fra cui anche quelle che oggi chiameremmo crystal meth, ossia le metanfetamine. Questa abitudine ebbe un impatto anche sul suo rapporto con Mussolini, che almeno in una occasione lo incontrò quando era sotto il pieno effetto dei farmaci stimolanti.

Il documento smentisce alcune leggende sulla salute del Fuehrer, come ad esempio quella che fosse nato con un solo testicolo. Però conferma che aveva vari problemi fisici, tra cui quelli all’apparato digestivo, e prendeva “barbiturici, tranquillanti, morfina e seme di toro”. Per rinforzare la propria virilità, infatti, faceva iniezioni di un estratto preso dai testicoli di questi animali.

Al primo posto nei suoi consumi di medicinali, però, c’era il Pervitin, ossia uno stimolante parecchio diffuso tra i militari, che già durante la Prima Guerra Mondiale era stato molto utilizzato dalle truppe tedesche e austriache. Serviva a tenerle sveglie e sopportare la fatica, e infatti era noto anche come “Panzerschokolade”, ossia il cioccolato dei carri armati. Hitler doveva averlo provato quando era al fronte, e poi aveva continuato ad usarlo.Theodor Morell, il medico che dal 1936 aveva cominciato a visitarlo ogni giorno, gli aveva prescritto questo cocktail di farmaci.

Secondo il rapporto americano, Hitler era sotto l’effetto delle metanfetamine anche durante l’ultimo incontro che ebbe con Mussolini, nel 1943. A quel punto il destino del duce era segnato, e il leader italiano lo sapeva. Il tedesco però lo aveva investito di invettive, in parte perché pensava che l’ormai ex alleato lo stesso tradendo, ma in parte anche perché era sotto l’effetto delle droghe.


Quei nazisti “diversi” della Palestina
La Stampa
maurizio molinari

Catalogati e digitalizzati i documenti che raccontano come viveva negli anni trenta la comunità tedesca nella Palestina sotto mandato britannico

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Le foto di Heinrich Nus divengono accessibili e gettano nuova luce sul nazismo della comunità tedesca che viveva negli anni Trenta nella Palestina sotto mandato britannico. I titolari di passaporto tedesco erano all’epoca circa 2000 e quando nel 1938 Adolf Hitler inscenò il referendum per legittimare l’annessione dell’Austria alla Germania vennero anch’essi chiamati a votare. Ma le autorità britanniche non volevano in alcuna maniera facilitare la consultazione nazista e così vietarono a chiunque di partecipare. 
La soluzione trovata dal regime tedesco fu di trasportare con dei bus tutti i propri cittadini fino al porto di Haifa, imbarcarli sulla nave americana Milwaukee e salpare per arrivare fuori il limite delle acque territoriali palestinesi, dove il voto avrebbe potuto avvenire.

I registri di bordo dell’epoca attestano che fra i passeggeri imbarcati “per votare” 1173 si pronunciarono a favore dell’”Anschluss” e fra loro vi erano 53 austriaci. I contrari invece furono 6 mentre una singola scheda venne annullata. Negli scatti di Nus arrivati fino a noi si vede la fila di autobus affittati dai tedeschi, diretti verso il porto di Haifa, così come gli elettori riuniti sul ponte della nave sotto una scritta in tedesco il cui significato è “Un popolo, un Reich e un Fuehrer” ovvero il motto del Terzo Reich. Per il partito nazista in Palestina il voto sull’annessione dell’Austria - che era stata invasa dalle truppe tedesche - fu l’attività più importante ma anche una sorta di canto del cigno perché le autorità militari britanniche espulsero tutti i tedeschi quando, nel settembre del 1939, l’aggressione alla Polonia diede inizio alla Seconda Guerra Mondiale. 

A giudicare dalla foto Nus, impiegato nell’orfanotrofio di Gerusalemme che era gestito dalla famiglia Schneller, si trattava di un ardente nazista: lo si vede infatti indossare svastiche, partecipando a raduni e marce durante i viaggi in Germania. La pubblicazione dei suoi diari, da parte dell’istituto “Yad Ben Zvi” di Gerusalemme, consente tuttavia di avere una visione più articolata del personaggio, che era anzitutto membro del movimento dei templari, un gruppo millenaristico che a metà dell’Ottocento era stato espulso dalla Chiesa tedesca.

Dagli stessi diari emerge come il nazismo il Palestina fosse “diverso da quello in Germania” come osserva Yossi Ben Artzi, storico dell’Università di Haifa e studioso dei templari, spiegando che “sebbene vi fossero dei nazisti e l’Hitler Jugend organizzò dei campeggi con marce e bandiere” in realtà i templari “sostennero Hitler assai meno di quanto in genere si ritiene”. Deportato in Australia, assieme agli altri cittadini tedeschi, Nus lasciò diari e fotografia nell’orfanotrofio di Gerusalemme dove aveva lavorato, che venne requisito dagli inglesi nel 1939. Ma solo dopo la nascita di Israele nel 1948, quando le forze israeliane vi arrivarono, i documenti vennero ritrovati, finendo nelle mani di Ben Zvi che ora ha terminato di catalogarli, digitalizzandoli e rendendoli accessibili online.


Sondaggio 75 anni dopo l’Anschluss “Con Hitler non era poi così male”
La Stampa
francesca sforza

Il quotidiano austriaco Der Standard presenta i risultati di un’indagine condotta in occasione dell’anniversario dell’annessione dell’Austria alla Germania

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Era il 12 marzo 1938: sono passati esattamente 75 anni da quando 200 mila soldati, SS e agenti della Gestapo tedesca entrarono in Austria per sancire l’«Anschluss», l’annessione alla Grande Germania. 

Vent’anni prima, nel 1918, il governo provvisorio della repubblica austriaca aveva già dichiarato l’Austria tedesca parte integrante del nuovo Reich tedesco, ma l’annessione - che trovava il favore in ampi strati della popolazione - venne prima impedita dall’Intesa, poi vietata dal trattato di pace di Saint-Germain-en-Laye. Un primo tentativo di putsch fallì nel il 25 luglio 1934 proprio per l’opposizione franco-italiana, ma quattro anni dopo la congiuntura internazionale e l’iniziativa politica dell’Asse Roma-Berlino portarono invece alle dimissioni del cancelliere Schuschnigg e all’occupazione dell’Austria da parte delle truppe tedesche. Il 13 marzo una legge proclamava l’annessione del paese al Reich, approvata il 10 aprile da un plebiscito con il 99,73% di consensi. 

Questa la storia, a cui se ne aggiunge un’altra, che segna oggi l’anniversario di quell’inglorioso capitolo di storia, in cui, è bene ricordarlo, trovarono l’esilio, l’internamento e la morte migliaia di ebrei e rappresentanti della migliore borghesia austriaca. Un sondaggio condotto dal giornale viennese Der Standard su ciò che resta di quell’esperienza nella visione degli austriaci presenta qualche dato: il 42 per cento degli intervistati (circa 500persone attentamente selezionate dall’istituto demoscopico Linzer Market, precisa il quotidiano ) ha sostenuto che «non si stava poi così male durante il nazismo», mentre il 54 per cento è convinto che se il partito nazista tornasse legale, «molto probabilmente» otterrebbe diversi seggi in Parlamento. Il 39 per cento dichiara inoltre «possibile» un ritorno di atti antisemiti nel Paese, e il 61 per cento si augura il ritorno al potere di «un uomo forte». Il 57 per cento è tuttavia ancora convinto del contrario: «Sotto Hitler non c’è nulla di positivo da ricordare».


Morto il custode del “tesoro di Hitler”
La Stampa
tonia mastrobuoni

Il padre di Cornelius, Hildegard Gurlitt, era stato uno dei mercanti d’arte più famosi della Germania nazista. Nel 2012 nel suo appartamento di Monaco di Baviera furono sequestrati 1400 capolavori

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Cornelius Gurlitt è morto ieri nel suo appartamento a Schwabing, in un quartiere residenziale di Monaco. Lo stesso dove avevano fatto irruzione a febbraio del 2012 fa i poliziotti della dogana, insospettiti dai duemila euro che avevano trovato addosso all’anziano tedesco su un treno di ritorno dalla Svizzera. 

Tra montagne di immondizia, Gurlitt nascondeva una collezione mozzafiato di capolavori novecenteschi: da Picasso a Matisse, da Beck a Chagall.
Quasi 1.500 opere rimaste nascoste nella sua casa per mezzo secolo: ogni tanto Gurlitt ne vendeva un pezzo per mangiare o pagarsi le spese mediche, ma aveva sempre mantenuto il terribile segreto del padre. Una fetta ulteriore di quadri, disegni, sculture dal valore inestimabile era stata ritrovata successivamente in una casa a Salisburgo, in Austria.

Il padre di Cornelius, Hildegard Gurlitt era stato uno dei mercanti d’arte più famosi della Germania nazista: moltissime sue opere erano state trafugate agli ebrei o sequestrate nei musei come “arte degenerata”. Subito dopo la guerra, aveva dichiarato ufficialmente distrutto il suo immenso tesoro, bruciato nel rogo dei bombardamenti di Dresda. 

Questi recenti, ultimi mesi della sua vita, il figlio Cornelius li ha passati soprattutto con gli avvocati, impegnati a difendere il suo patrimonio. Ma un mese fa aveva ceduto almeno alla possibilità che ai legittimi proprietari dei furti nazisti venissero restituite le opere rubate dal ’33 in poi. Il quadro più famoso di questa parte della collezione è un magnifico “Ritratto di signora” di Matisse che è tornato alla famiglia di Anne Sinclair, l’ex moglie di Dominique Strauss-Kahn.

Gurlitt aveva 81 anni. Il portavoce ha spiegato che è morto ieri a Schwabing, a Monaco di Baviera, dove viveva. Figlio di un mercante d’arte, Gurlitt era Stato trovato in possesso di uno straordinario tesoro, di cui ha rivendicato la legittima proprietà. Sulla collezione era stata aperta una inchiesta tuttora in corso. Gurlitt aveva trovato un accordo con le autorità tedesche per le verifiche sulle opere in suo possesso.

Affidamento condiviso non implica dividere la stessa casa con mamma e papà

La Stampa

L’affidamento congiunto dei figli ad entrambi i genitori non fa venir meno l’obbligo patrimoniale di uno di essi di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento della prole. Inoltre, nella decisione in merito all’assegnazione della casa familiare, il giudice deve perseguire il fine di conservare, nell’interesse esclusivo dei figli, l’habitat domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare. Lo ha affermato la Cassazione, con la sentenza 16649/14. 


.itIl Tribunale di primo grado dichiarava la separazione dei coniugi con affido condiviso dei tre figli e fissando la loro residenza presso la madre, cui assegnava la casa familiare. Disponeva, inoltre, a carico del padre, l’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli mediante un assegno mensile. La donna proponeva appello, chiedendo che fosse addebitata al marito la separazione e che fosse rideterminato, elevandone l’importo, l’assegno di mantenimento in favore dei figli. L’uomo proponeva appello incidentale. La Corte d’appello accoglieva parzialmente l’appello principale, aumentando l’importo dell’assegno mensile e respingeva l’appello incidentale. Avverso tale pronuncia ricorreva in Cassazione l’ex marito. Il primo motivo di gravame concerne la riduzione della misura del contributo al mantenimento dei figli.

La Corte di Cassazione sottolinea come il passaggio dal regime di affidamento esclusivo a quello di affidamento condiviso dei figli non comporti una riduzione, men che meno automatica, della misura del contributo al mantenimento dei figli disposto nel regime di affidamento esclusivo. Tale riduzione può essere disposta solo con riguardo a concrete evidenze di riduzione del carico di spesa e di impiego di disponibilità personali derivanti dall’affido condiviso.

L’affidamento congiunto dei figli ad entrambi i genitori è istituto che, in quanto fondato sull’esclusivo interesse del minore, non fa venir meno l’obbligo patrimoniale di uno dei genitori di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento della prole, in relazione al contesto familiare e sociale di appartenenza (Cass., Sez. I, n. 16736/11; Cass., Sez. I, n. 18187/06).

Il secondo motivo di ricorso riguarda l’assegnazione dell’autonomo appartamento alla moglie, mai adibito a casa coniugale. La Corte di appello è pervenuta alla sua decisione in merito all’assegnazione della casa familiare partendo dal principio ispiratore dell’istituto che è quello di conservare, nell’interesse esclusivo dei figli, l’habitat domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare (Cass., n. 14553/11).

Nel caso di specie, se è pure vero che si tratti di una casa familiare di ampie dimensioni, articolata su due livelli abitativi, la Corte territoriale ha ritenuto che la conflittualità dei due ex coniugi potrebbe essere di pregiudizio per i minori in caso di convivenza nello stesso stabile dei genitori. Pertanto, la Corte d’appello ha, correttamente, ritenuto la divisibilità dell’abitazione non conforme all’interesse dei minori, da ritenersi preminente a tutti gli altri interessi in gioco (Cass., Sez. I, n. 23591/10). Per questi motivi, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it