mercoledì 15 ottobre 2014

Nexus 6 e Nexus 9: Google replica ad Apple (che prepara i nuovi iPad)

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Maxi-smartphone da 6 pollici prodotto da Motorola e tablet 9 pollici di Htc. Ma i prezzi non sono più aggressivi come i precedenti modelli della linea Nexus


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Botta e risposta. Lancio e sgambetto. La danza di annunci di Apple e Google in questi giorni si sta arricchendo di importanti novità. Con un evento newyorkese che ha lasciato poco all’immaginazione, per colpa dei soliti e sempre più precisi ‘leak’, Mountain View ha lanciato oggi l’atteso Nexus 6. Si tratta di un dispositivo con uno schermo Quad HD da 5,96 pollici, in risposta all’iPhone 6 Plus da 5,5 e al Galaxy Note 4 da 5,7 . Un nuovo attore del sempre più gettonato segmento dei phablet che, secondo, le previsioni di Idc, dovrebbero esplodere nel 2015 con vendite più consistenti di quelle dei tablet: 318 milioni di unità, in tutto il mondo, contro i 233 milioni delle tavolette.

Da Google ecco Nexus 6, Nexus 9 e Nexus Player. E Android Lollipop 
Da Google ecco Nexus 6, Nexus 9 e Nexus Player. E Android Lollipop
 
Da Google ecco Nexus 6, Nexus 9 e Nexus Player. E Android Lollipop
 
Da Google ecco Nexus 6, Nexus 9 e Nexus Player. E Android Lollipop
Motorola e Htc
Google cavalca l’onda con Motorola, che si è occupata della realizzazione del nuovo Nexus, e aggredisce il Melafonino Plus con una risoluzione da 1440x2560 pixel per 493 PPI di densità. La scocca è in alluminio, il dispositivo pesa 184 grammi e monta un processore quad core da 2,7 GHz e il nuovo sistema operativo Android L. Anzi Android Lollipop, come è stato ufficialmente battezzato da Google mantendo la tradizione che associa un dolce a ogni versione del sistema operativo.

Disponibile nelle versioni da 32 o 64 GB, ha una batteria da 3220 mAh che promette 17 ore di conversazione 8,5 ore di utilizzo con wi-fi e 7 con Lte e di ‘succhiare’ 7 ore di autonomia in soli 15 minuti di alimentazione. Le fotocamere sono da 12 megapixel, quella posteriore con stabilizzazione ottica e doppio flash Led, e da 2, quella frontale. Si punta sull’audio con un doppio altoparlante stereo frontale. Arriva in novembre, prenotabile dal 29 ottobre su Google Play, a 649 euro, la versione da 16 GB, e a 699 euro, quella da 32. Un po’ più di quanto ci si aspettava, insomma.

All’insegna delle diagonali sempre più consistenti, Google ha buttato nella mischia anche il tablet Nexus 9 da 8,9 pollici. Questa volta la mano è di Htc ed è il processore a far drizzare le antenne agli amanti del gioco in mobilità: si tratta di un Nvidia Tegra K1. Le due fotocamere sono da 8 e 1,6 megapixel e la batteria da 6700 mAh. Si parte, in prenotazione dal 17 ottobre e in vendita dal 3 novembre su Google Play, dai 399 euro del 16 GB, si passa dai 489 del 32 e si arriva ai 589 della versione LTE.

Android L potrà salire a bordo anche di Nexus 5, 7 e 10. Da domani partono anche i preordini del set-top-box Nexus Player e relativo controller, disponibili dal 3 novembre ma solo negli Stati Uniti, che trasformano lo schermo televisivo del salotto in una console e tv Android.

Apple, in arrivo iPad6: presentazione il 16 ottobre
 
Apple, in arrivo iPad6: presentazione il 16 ottobre  
Apple, in arrivo iPad6: presentazione il 16 ottobre  
Apple, in arrivo iPad6: presentazione il 16 ottobre  
Le ultime voci sui nuovi iPad
Domani è anche il giorno di Apple e del nuovo iPad. Anche in questo caso le indiscrezioni fioccano: si parte dall’iPad Air 2, disponibile anche nella versione in oro, con uno spessore di 0,5 millimetri più sottile del precedente e il nuovo processore A8. Ne guadagna anche la RAM, passando a 2 GB, e arrivano il riconoscimento del polpastrello Touch ID e il sistema di pagamento Apple Pay e il relativo sensore Nfc. Le voci della vigilia parlavano anche di un iPad Mini di terza generazione con display Retina, processore A8, 2 GB di Ram e, anche in questo caso, Touch ID e Nfc ma nelle ultime ore le sue quotazioni sono scese. Altro assente, per problemi legati alla produzione degli schermi, dovrebbe essere il grosso tablet della Mela da 12,9 pollici. Possibile il lancio di una nuova linea di iMac, (forse) con schermo Retina. In rampa di lancio anche il sistema operativo Yosemite, che porta in dote un dialogo sempre più spinto con iOs 8.

15 ottobre 2014 | 19:20

Un finto sindaco metropolitano

Corriere del Mezzogiorno
di GIUSEPPE GALASSO

Vi spiego perché serve l’election day

Le sorprese nelle elezioni di domenica in Campania non sono mancate, e ciò a favore sia del centrosinistra che del centrodestra. A ben vedere, le sorprese non dovrebbero essere un male, se fossero il segno di un comportamento non dettato solo dai giudizi e pregiudizi di questa o quella chiesa politica, e se non si trattasse, invece, dell’ennesimo caso di opportunismo politico-elettorale. Quello di Napoli rimane, comunque, e come è facile capire, il caso di gran lunga più rilevante delle quattro elezioni provinciali campane.

È, però, anche il caso che rende più perplessi sulle prospettive dell’amministrazione metropolitana che partirà tra qualche mese. La perplessità (che è, però, un eufemismo) nasce dalle condizioni attuali del Comune di Napoli, al quale la legge assegna di fatto la conduzione dell’area metropolitana. Sodano, come vice del sindaco sospeso De Magistris, ha tutto il diritto di coprire, come vuole la legge, la carica di sindaco di quest’area.

Sul piano politico e della pubblica opinione non è, invece, così. Sodano è vicesindaco per nomina di De Magistris, a sua volta eletto da una netta minoranza dell’elettorato cittadino, e solo per l’insipienza del centrosinistra locale. In città e nella regione la sua figura non ha spiccato mai il volo, oscurato, com’è, insieme con la Giunta, dalla ingombrante, anche se poco costruttiva, presenza del sindaco sospeso, che continua a farsi sentire a Palazzo San Giacomo e ne impedisce qualsiasi autorevolezza.

Lo si deve sospettare anche nella sempre più striminzita maggioranza comunale, se è vero che domenica sono mancati due voti ai calcoli arancioni. Inoltre, il peso del voto ponderato secondo la popolazione dei comuni ha dato a Napoli un peso svantaggioso per il resto della provincia, mentre il risultato elettorale di netto pareggio fra centrodestra e centrosinistra non promette niente di buono sulla funzionalità dell’organo ora eletto. È allora il momento delle larghe intese?

Lo ha subito detto De Magistris, con una vera capriola rispetto a quel che diceva prima. Ma le larghe intese si fanno su posizioni di forza politica, come è accaduto con Renzi, e non per disperazione o per non sapere che altro fare. Comunque la si giri, insomma, emerge sempre più che l’attuale Municipio di Napoli, poco rassicurante per la città, lo è ancora meno per la nuova fase metropolitana.

Un sano realismo indurrebbe perciò a far senz’altro valere l’ipotesi dell’election day 2015 per Napoli e per la Regione: il solo elemento che possa ridare credibilità e autorevolezza politica a una città sempre più bloccata dall’ostinazione di chi si è trovato per caso a Palazzo San Giacomo e dalla debolezza di chi ne dovrebbe trarre le debite conseguenze (in questo caso soprattutto il PD).

15 ottobre 2014

Il marito della Kyenge cacciato dal Pd

Luisa De Montis - Mer, 15/10/2014 - 09:25

Non è stato riconfermato direttore del Consorzio attività produttive aree e servizi della provincia di Modena. Nel dicembre scorso tuonò contro il Pd


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Domenico Grispino, 60 anni, marito dell'ex ministro per l'Integrazione, Cécyle Kyenge, è prossimo alla disoccupazione. Infatti, come riporta Libero, attualmente è il direttore del Consorzio attività produttive aree e servizi della provincia di Modena a cui aderiscono 13 comuni, compreso il capoluogo.
Peccato però che l'incarico, ricoperto dal 2009 con una remunerazione da 90mila euro lordi all'anno, non gli sia stato riconfermato. Non c'è una motivazione ufficiale, ma ci sono due dubbi che rendono fosco il quadro. Il primo è che Grispino ha preso in mano il consorzio con un bilancio in rosso di 1,6 milioni di euro e lo lascia (dato 2013) con un utile d’esercizio di quasi 2 milioni. E dunque non è chiaro come mai venga "licenziato" un dirigente così efficiente.

Il secondo è riconducibile all'intervista che nel dicembre 2013 rilasciò a Libero e nella quale sparava contro il Partito Democratico frasi come questa: "Il ricatto del Pd a mia moglie Cécile. Le hanno fatto firmare un impegno a restituire 34mila euro di spese elettorali, ma la campagna l’ho pagata tutta io”. Si sarà consumata la vendetta del Pd?



"Il ricatto del Pd a mia moglie Cécile". Parla Domenico Grispino, marito della Kyenge

Libero

Il marito del ministro: "Le hanno fatto firmare un impegno a restituire 34mila euro di spese elettorali, ma la campagna l’ho pagata tutta io"

06 dicembre 2013


"Il ricatto del Pd a mia moglie Cécile"
Parla Domenico Grispino, marito della Kyenge

«Non mi faccia separare da mia moglie. Cerchiamo di restare amici». Domenico Grispino, 59 anni, «ingegnere di campagna» dai capelli brizzolati e gli occhi azzurrissimi, è il marito del ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge. Noi, certo, non lo vogliamo allontanare dalla sua signora. Ma certo, in questa intervista, un po’ di impegno per far divorziare la consorte dal «suo» Partito democratico, ce lo mette lui, Zibi Zibrov, come è soprannominato nella sua Modena. Ex musicista (si è esibito insieme con Pierangelo Bertoli e Vasco Rossi) ed ex judoka, è un uomo dai modi diretti, quasi inaspettati.



Lei è innamorato dell’Africa e degli africani, ma dicono che sia leghista. 
«Una volta ho votato un leghista, una brava persona, alle elezioni regionali. Si chiama Menani».

Vasco Errani, il presidente Pd della regione Emilia Romagna?
«Errani no, per l’amor di Dio. ME-NA-NI. Ma non ho messo la croce sul simbolo, anche se non ho niente contro la Lega. Mi piacevano alcune cose che dicevano prima che venissero smascherate certe porcate che hanno fatto. Stimo il sindaco di Verona Flavio Tosi, gliel’ho anche detto quando l’ho conosciuto. In fondo nella Lega sono quasi tutti ex comunisti, gran parte della base del Pci è passata con loro. I democratici invece non sanno più neanche con chi fare le feste. Neppure io sto con il Pd. Io sono di sinistra-sinistra. Li ho votati solo perché hanno candidato mia moglie. Le sembra un partito di sinistra quello? Matteo Renzi le sembra un politico di sinistra? Per favore».

Non pare avere un alto concetto della politica.
«Mangiano tutti. Destra e sinistra. Non si salva nessuno. A parte mia moglie, che è una persona perbene e avrebbe fatto meglio a continuare a fare il medico, professione in cui è bravissima. Io ho scritto a Beppe Grillo sa? Gli ho detto: io, se non fossi costretto a dimezzarmi lo stipendio, sarei pronto a scendere in campo. Non mi ha neppure risposto. Così in Parlamento ci vanno quelli che guadagnano meno di 2.500 euro o i disoccupati. Delle scamorze. Ma là servono i migliori e non i somari».

Viste tutte le polemiche che accompagnano Cécile, non teme che possano chiederle di dimettersi come hanno fatto con Josefa Idem?
«Pensa davvero che la Idem l’abbiano fatta dimettere per tremila euro di Ici? Da qualche giorno parlava di Dico, unioni di fatto. E questo non è piaciuto ai cattolici del partito. Il resto lo ha fatto Enrico Letta. E comunque su mia moglie che polemiche ci sono? Quelle sul fatto che è nera?»

No, per esempio quelle sulla vostra onlus Dawa. Un argomento di cui sua moglie non vuole parlare.
«Perché è mal consigliata. Il suo addetto stampa le è stato imposto dal partito. Era quello dell’ex ministro Cesare Damiano. Il Pd piazza in giro tutti quelli che non riesce a mantenere. Nei gabinetti dei ministeri girano sempre gli stessi nomi con tutti i governi. Mi può spiegare perché un ministro non si può fare la squadra attraverso un concorso pubblico?».

Ma perché sua moglie non risponde alle domande?
«È colpa del clima che c’è nell’entourage. Sono tutti  pronti a farti lo sgambetto. E in pochi hanno festeggiato quando è stata eletta».

È la politica...
«È una politica di merda».

Dawa è stata un trampolino politico per sua moglie?
«Io non credo. La sua fortuna è che Livia Turco l’ha segnalata a Pier Luigi Bersani e Bersani ha ascoltato il suggerimento. Altrimenti non sarebbe mai stata eletta. Il partito per le primarie aveva puntato su altri tre nomi».

Quindi non avete fatto campagna elettorale?
«Sì che l’abbiamo fatta. Il partito le diceva dove andare a parlare e lei andava. Ma a spese proprie. Per i tre mesi di campagna ho investito io quasi duemila euro perché in giro non raccoglieva niente».

Beh, quei soldi adesso li avrete recuperati.
«Mia moglie oggi guadagna circa cinquemila euro netti. Poi ne ha tremila di diaria con cui affitta la casa a Roma e paga le spese di trasferta e altri tremila da rendicontare, di cui ben duemila vanno al Pd».

Perché?
«Questa è una bella domanda visto che prendono anche il finanziamento pubblico. Le hanno fatto firmare un accordo molto generico per presunte spese elettorali con cui lei si impegna, dopo l’elezione a versare al Pd 34 mila euro. Ma quali sono queste spese elettorali? Era nel listino. Il partito non le ha dato niente e sono anche stupidi perché quei contratti sono atti impugnabili».

Qualcuno in passato ha protestato perché i candidati sono costretti ad accettare, altrimenti non vengono candidati.
«Questo è chiaro. Sono stati portati come una mandria di vacche a firmare questo “accordo”. Non c’erano alternative. C’era il fumus del ricatto».

Per circa 400 eletti fa 13 milioni di euro.
«Guardi che il Pd è una macchina da soldi».

Sua moglie si aspettava di diventare ministro?
«No. Nei giorni in cui si formava il governo, gli altri parlamentari erano quasi tutti giù a Roma a leccare le scarpe di chi decideva. Cécile era in giro per Bologna con una sua amica. L’ha chiamata Letta e le ha detto che voleva nominarla ministro. Quasi sveniva».

Non sarebbe stato meglio il dicastero della Salute?
«No. Quello è un ministero con potere di spesa e mia moglie non ha capacità gestionali».

Veniamo alla Dawa. Libero ha svelato che non avete pagato le assicurazioni per i volontari, obbligatorie per legge. Di chi è la colpa?
«Mia, è solo mia. Io sono il più intelligente dell’associazione (ride, ndr) e avevo il compito di occuparmi delle questioni burocratiche».

Però la firma sui documenti è di sua moglie e le raccomandate con il sollecito di pagamento sono inviate a Cécile Kyenge.
«Che vuole che le dica? Lei quella roba non la guarda. Mettete in croce me. Si va in galera per questo?».

No, non si va in cella, ma è una grave irregolarità: i vostri volontari andavano in Africa senza assicurazione.
«Sono tornati tutti a casa. E allora dove è il problema? Purtroppo di quelle questioni non mi sono mai occupato. Se di ignoranza devo morire, morirò».

Ma questi documenti chi li ha controllati?
«Non so dirle. Io no, ma mia moglie non ha fatto errori. E poi, in realtà, i nostri volontari non facevano praticamente un casso. L’operativa era Cécile».

Guardi questi bilanci di Dawa. Ci sono delle correzioni a penna.
«Non ho mai visto neanche questi fogli, i bilanci che ho glieli mando via email».

La presidente di Dawa, Franca Capotosto, non ha risposto alle domande di Libero.
«È stato un grave errore. Per questo alla prossima assemblea mi presenterò e chiederò le sue dimissioni, anche se siamo amici. Le dirò di preparare i bagagli e se non lo farà mi dimetterò io».

Alcuni volontari hanno contestato le vostre opere in Congo. Dicono che siano fatiscenti.
«Nel 2007, quando sono scesi in Africa i vostri testimoni la situazione era come l’hanno descritta, non lo nego. Ma l’anno dopo è migliorata come posso dimostrare con le foto. La struttura oggi è dignitosa, almeno per gli standard africani. A onor del vero lo è diventata grazie al finanziamento del governatore del Katanga».

Allora voi che cosa avete fatto?
«Per esempio abbiamo inviato due container di materiale, compresa un’autoambulanza usata, e per il trasporto e lo sdoganamento abbiamo speso 14 mila euro. Noi ne avevamo raccolti 9 mila, ci siamo dovuti autotassare».

Il vostro impegno è rimasto circoscritto alla zona dove è nata sua moglie. Non le sembra ci sia un conflitto d’interessi?
«Lei conosce l’Africa? È impossibile lavorare là. È una vera jungla. In un viaggio ci hanno chiesto piccole mazzette a ogni posto di blocco. È tutto complicato. Per lo meno a casa di mia moglie riusciamo a fare qualcosa, conosciamo le persone. Ho deciso io di progettare un ospedale nel suo villaggio. È il mio grande sogno».

Ha altre idee per l’Africa?
«Stavo progettando una sorta di cooperazione con delle start-up da far partire laggiù. Purtroppo dopo il vostro articolo su Dawa mi hanno fatto sapere che non è opportuno. Almeno per il momento».

In questi giorni dal natio Congo sua moglie non riesce neppure a far rientrare in Italia 26 famiglie di nostri connazionali con i figli adottivi.
«Su quella storia ho poche informazioni. So che Cécile se ne sta occupando. Ma secondo me qualche associazione vuole farci la «pila» (i soldi, ndr)».

In che senso?
«Conosce le adozioni a distanza? Un mio amico pagava per mandare a scuola un ragazzino in Congo. Io sono andato a intervistarlo con una telecamera: quel bambino stava a casa con la nonna, i banchi non li aveva mai visti».

Dicono che sua moglie in Africa si facesse pagare le visite ambulatoriali.
«Laggiù sono delle iene, vogliono tutto gratis. Era un accordo con le autorità locali. Guardi qui».
(Grispino mostra un protocollo d’intesa con cui venivano garantite tre visite gratis al mese ad alcuni pazienti di una missione).

L’ambulatorio si trova a casa di suo suocero.
«Ha messo a disposizione un locale di proprietà, ma lui non ci guadagna niente. Una volta un belga gli ha proposto di costituire una società al 51 per cento per lo sfruttamento del sottosuolo del villaggio. Gli ho detto di non accettare. Alla fine quello straniero è sparito».

Ma che cosa c’è nel sottosuolo del villaggio Kyenge?
«Dicono diamanti».

Suo suocero sembra uno stregone. Venera le termiti.
«Custodisce le tradizioni. Quegli insetti si trovano nella casa degli avi, dove si svolge l’antico rito dell’accoglienza. Lo abbiamo fatto anche con mia moglie. Alcuni volontari però non hanno voluto bere quello che ci hanno dato. Le mando il video se vuole. (Il video ce lo ha inviato e si potrà vedere da questa sera sul nostro sito www.liberoquotidiano.it. Al termine della cerimonia, Grispino è diventato principe, in quanto marito della principessa Cécile, ndr).  Ma mia moglie è cattolica, fa pure la comunione».

A Roma si troverà bene. Da quando è ministro riuscite a vedervi?
«Praticamente mai. Io vivo con la nostra figlia più piccola, diciottenne, e con il mio pastore maremmano. Chi fa l’agenda a Cécile non le lascia libero neppure il week end. Un parlamentare per lo stesso stipendio lavora tre giorni la settimana».

Dove dimora sua moglie nella Capitale?
«Due stanze in via del Babuino a 1.200 euro al mese. Adesso sta cercando una casa un po’ più in periferia, magari più grande».

Ci sono poche foto ufficiali di voi insieme. Ce n’è una sotto alla Tour Eiffel. Mentre in un’altra il presunto marito non assomiglia a lei...
«È vero, a Venezia girava con il suo portavoce e le mie due figlie. Lui era sempre lì attaccato ed è entrato in tutte le foto. Lì ha sbagliato anche mia moglie, l’addetto stampa non deve stare sempre lì con lei».

Non sarà mica geloso?
«Io? Si figuri. Ma quello adesso lo faccio mandare via».

Come ha conosciuto sua moglie?
«Venticinque anni fa ho dovuto fare due trapianti di cornea. Cécile è una bravissima oculista e ci siamo conosciuti durante quelle visite. È strano vedere con le cornee di qualcun altro. Io ho gli occhi di due morti, una ragazza di diciotto anni deceduta in un incidente e un muratore di 42 caduto da un’impalcatura. Quando lo dico ai miei suoceri abbassano la sguardo. Sa chi ha subito il mio stesso intervento?».

Chi?
«Il buon Luigi Bisignani. Sto leggendo il suo libro L’uomo che sussurra ai potenti. È interessantissimo, rivela molte cose vere. Dice che Roma è un ventre molle che avvolge tutto. Sono riuscito a parlare con lui al telefono e ora spero di incontrarlo».

Che cosa pensa di Silvio Berlusconi?
«Trovo incredibile che l’abbiano condannato a 7 anni per la vicenda Ruby. Quella ragazza le sembra per caso una minorenne?».

Tra lei e sua moglie chi ha fatto il primo passo?
«Beh io. Non avevo mai avuto una donna di colore, ma mi sono innamorato subito. È diventata medico, facendo la badante, è una donna con due palle così. Sapevo che andava a un concerto di Claudio Baglioni e mi sono fatto trovare là pure io. Poi per un po’ mi ha invitato a bere il the a casa sua. Quando è rimasta incinta ed è nata la mia prima figlia, nel 1993, ci siamo sposati. Prima di conoscere lei non ero mai stato all’estero. Anzi sì, a Monte Carlo e a San Marino».

È stato facile introdurre Cécile nella sua famiglia?
«Per niente. Ricorda il film Indovina chi viene a cena? Mi presentai con lei dai miei genitori senza dire di che colore fosse. Fu un momento imbarazzante. Comunque papà e mamma erano più arrabbiati quando frequentavo una donna molto più grande di me».

Amici e parenti come l’hanno accolta?
«In Calabria, il paese dei miei genitori, ho trovato tanta ipocrisia. Ma io sono modenese per “ius soli” (ride, ndr). Di amici invece ne ho persi diversi. Anche se qualcuno è riapparso quando Cécile è diventata ministro».

L’intervista è finita. Grispino indossa con cura un Borsalino marrone. «L’ho comprato a Roma per l’inagurazione del Parlamento». Quindi si raccomanda: «Io ho risposto a tutto. Ma adesso lasciate stare mia moglie. Dai, chiudiamola qui».

intervista di Giacomo Amadori

La conversione di Nadine da Milano alla jihad: "Voglio uccidere gli infedeli"

Luca Romano - Mer, 15/10/2014 - 08:41

La donna era in Italia dal 2007. Si è indottrinata sul web: "La mia vita è la Jihad". La Digos la considera pericolosa

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Viveva in una casa popolare a Niguarda, nella periferia nord di Milano. Era in Italia da sette anni, prima con un visto turistico, poi da clandestina. Nel 2011 inizia il suo indottrinamento sul web e poi la conversione totale all'integralismo islamico, l'abbandono dei vestiti occidentali. La storia di Nadine (nome di fantasia), tunisina di 33 anni, è raccontata oggi da Repubblica.

"Devo partire. Andare in Siria. Dare la morte agli infedeli in combattimento. Il mio desiderio è combattere e morire", dice la donna. Che prima di isolarsi in casa, evitando ogni contatto con le persone considerate "impure", accompagnava il nipotino a scuola ma restava dall'altro lato del marciapiede per non avvicinarsi alle donne occidentali. La Digos ha svolto diverse indagini sul suo conto, ritenendola pericolosa. Nell'agosto scorso è stata espulsa.

Cartelloni choc sulla Pontina: «Possiamo aspettarti in eterno…»

Corriere della sera

di Michele Marangon

Sulla strada regionale 148 pubblicità di una ditta di pompe funebri: humor nero «per diffondere un messaggio sociale», spiegano gli ideatori della campagna




LATINA - Sulla strada più pericolosa d’Italia, la via Pontina, spunta il cartellone choc di un’agenzia funebre pontina. Decisamente in controtendenza con quanto oggi maggiormente reclamizzato dagli operatori del settore ( ovvero l’economicità del servizio sempre più ricercata in tempi di crisi) a Latina il taglio è quello del sottile humour nero. «Vogliamo sdrammatizzare la morte - dice l’amministratore dell’azienda - ma allo stesso tempo diffondere un messaggio sociale…».
Nel 2013, 11 decessi e 322 ferimenti
Mai posizionamento fu più azzeccato: nel 2013 la strada regionale 148 Pontina (nella zona di competenza su cui opera la polstrada di Latina) ha fatto contare 11 decessi e 322 ferimenti mentre nel complesso il territorio pontino ha fatto registrare 40 morti. Ed è proprio sull’arteria di collegamento verso Roma- insieme ad altre strade di intenso scorrimento come l’asse verso lo Scalo - che un’agenzia funebre ha deciso di posizionare il suo slogan, frase e foto che lasciano interdetti, ma possono anche strappare un sorriso. L’immagine è quella di una distesa di croci, una con dei fiori, di lato il claim: «Guida con prudenza…Noi possiamo aspettarti in eterno».
«Non è uno slogan, piuttosto un’avvertenza»
Le chiavi interpretative sono molteplici, ma quale fosse il senso originale del messaggio lo chiarisce l’amministratore della società, Onelio Tovalieri: «Per carità non chiamatelo slogan…piuttosto un’avvertenza, come i messaggi che compaiono sui pacchetti di sigarette. Ma con una dose di simpatia in più. Abbiamo pensato ad una serie di cartelloni per sdrammatizzare la nostra attività- dice Tovalieri - con una chiave più originale del solito. Sia chiaro, noi non volevamo dire ‘andatevi a schiantare che poi vi facciamo il funerale’. Semmai il contrario: noi campiamo con la morte, ma che sia per cause naturali e non per incidenti o altre violenze. Abbiamo tutti famiglia, figli che girano in motorino. E non auguriamo incidenti a nessuno.Troppo spesso - dice Tovalieri - i nostri operatori si trovano ad intervenire in momenti strazianti proprio lungo le strade: preferiremmo non farlo».
La strada 148 e le automobili killer
Intanto il libro rosso sangue della Pontina continua a scrivere nomi di vittime con cadenza settimanale: pochi giorni fa una suora è stata investita e uccisa in bicicletta in quel di Terracina. Tra carenze strutturali, uso improprio della strada, guida criminale di molti utenti, lungo la 148 c’ è chi, seppur con scarsità di uomini, cerca di tenere alto il livello di controllo. Proprio martedì 14 ottobre un automobilista è stato fermato alla bella velocità di 180 chilometri orari: chiedeva strada ( con clacson e fari) alla vettura della polizia che ne ha misurato le prestazioni con il «Provida». Patente ritirata e maxi multa. Un probabile intervento in meno per Tovalieri o per i colleghi delle altre agenzie funebri.

14 ottobre 2014 | 12:07

Caduto in guerra: la sua stanza è rimasta sempre uguale da 100 anni

Corriere della sera

di Matteo Cruccu

Così è la camera da letto del francese Hubert Rochereau, morto nel 1918
I genitori avevano fatto una clausola perché nulla fosse modificato per 5 secoli




La pipa è sulla scrivania, i libri impilati e certo impolverati, la giacca oramai lisa sull’appendino. E poi le pistole al muro, gli speroni e anche la maschera per la scherma: il più incredibile tributo agli orrori della Prima Guerra Mondiale, di cui quest’anno si sta celebrando in lungo e in largo il centenario, forse risiede in una grande villa famigliare all’interno di un villaggio al centro della Francia, come riporta il giornale locale La Nouvelle Republique .
Come in ogni guerra
Già, gli oggetti sopraelencati sono rimasti esattamente al loro posto per quasi un secolo, da quando il giovane ufficiale Hubert Rochereau parti dalla piccola Bélâbre per il fronte sulle Fiandre. Da cui non sarebbe mai ritornato, perché ucciso in battaglia durante un’offensiva in Belgio il 26 aprile del 1918. Come si vede tristemente in ogni guerra, i genitori di Hubert decisero di cristallizzare la stanza esattamente com’era al momento in cui il figlio era andato al fronte.
«Nulla dovrà cambiare per 500 anni»
Solo che non si limitarono a questo: quando nel 1935 traslocarono, fecero firmare una clausola ai nuovi proprietari secondo cui alla stanza del ragazzo non si sarebbero potute apportare modifiche per almeno 500 anni. «Una clausola che non ha valore legale» ricorda l’attuale padrone di casa, Daniel Fabre, funzionario in pensione che ha ereditato la villa dai nonni della moglie. Ma «non per questo non intendo onorare la volontà dei genitori di Hubert». E la stanza rimane dunque com’è, a ricordarci che le guerre, di ieri e di oggi, son sempre crudeli.

ilcruccu@
14 ottobre 2014 | 20:53

Raccolta differenziata, vince Sassano Napoli maglia nera, ferma al 21%

Corriere del Mezzogiorno

Il capoluogo di regione ancora bocciato. Al posto d'onore Casal Velino, medaglia di bronzo Roccadaspide

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NAPOLI – Raccolta differenziata e Comuni Ricicloni? Napoli bocciata anche quest’anno. Il capoluogo campano si ferma al 21% . E’ invece Sassano, comune salernitano di oltre 5mila abitanti, con il 93% di raccolta differenziata e 92,07 indice IPAC, il «Comune Riciclone Campano» 2014. Al posto d'onore Casal Velino con l’85% di raccolta differenziata e 89,36 di indice IPAC, medaglia di bronzo per il comune salernitano Roccadaspide con il 94 % RD e 88,20 di indice IPAC.

Sono definiti comuni ricicloni tutte quelle amministrazioni che hanno raggiunto la percentuale del 65% (come richiesto dalla normativa vigente), mentre per stabilire la classifica generale e la premiazione dei comuni è stato definito un metodo di valutazione, che tiene conto della percentuale di raccolta differenziata raggiunta dai comuni nel 2013 e della valutazione delle buone pratiche adottate dagli stessi. Dalla somma dei due indicatori è fatto derivare l'indice IPAC (Indice di prestazione ambientale del comune) che stabilisce la graduatoria finale.

CAMPANIA RICICLONA - In Campania sono 143 i comuni che hanno raggiunto la percentuale del 65% come previsto dalla legge (lo scorso anno erano 83). Comuni che diventano ben 230 (oltre il 65% del totale) se consideriamo la quota del 55% di raccolta differenziata un risultato che dimostra che esiste una Campania Riciclona, radicata, che si consolida in quantità e qualità.

LA CLASSIFICA - Per quanto riguarda la classifica dei capoluoghi di provincia la maglia rosa spetta a Salerno con 65% di raccolta differenziata, seguita da Benevento con il 64%. Solo queste due città hanno fornito i dati mentre per gli altri tre capoluoghi di provincia si è fatto ricorso, solo per completezza delle informazioni, ai dati del sito ORR. Avellino comunque si piazza terza con il 55%, segue Caserta con 45% chiude Napoli con il 21%.

GESTIONE DEI RIFIUTI - «La Campania Riciclona - dichiarano Michele Buonomo e Antonio Gallozzi, rispettivamente presidente e direttore di Legambiente Campania - traccia la via maestra per la corretta gestione dei rifiuti nella nostra regione. Sono state raggiunte percentuali superiori alla media nazionale grazie all'impegno di tantissime amministrazioni e davanti a questo risultato appare incomprensibile ed illogico l'accanimento delle Istituzioni nel voler realizzare ulteriore impiantistica per l'incenerimento e di contro rilevare un celato disimpegno nella realizzazione della utile e necessaria impiantistica della frazione organica proveniente dalla raccolta differenziata, unica strada per risolvere i problemi e bloccare l'incombente procedura di infrazione comunitaria.

In questo scenario- concludono Buonomo e Gallozzi- vogliamo evidenziare ancora una volta il lavoro svolto da una ampia e crescente schiera di amministrazioni locali, che dimostrano, nonostante le condizioni avverse, che la corretta gestione dei rifiuti in Campania non è una chimera»

14 ottobre 2014

Divieto di sosta: vale per tutti, nessuno escluso

La Stampa

Il titolare del pass invalidi, o per lui il conducente dell’autovettura, non è autorizzato a violare le disposizioni sulla circolazione dei veicoli finalizzate ad evitare intralcio o pericolo. Così ha deciso la Corte di Cassazione nell’ordinanza 16500/14.

.itAvverso la sentenza di condanna per violazione del codice della strada, in riferimento al divieto di fermata e sosta dei veicoli (art. 158 c.d.s.), ricorreva per cassazione il soccombente deducendo violazione e falsa applicazione di norme penali. La notifica non era inesistente: l’atto aveva raggiunto il suo scopo. Il ricorrente deduceva l’inesistenza della notifica, e, quindi, la non sanabilità di tale vizio.

La Cassazione ricorda che «sussiste inesistenza, e non semplice nullità, sanabile ex art. 156 c.p.c. dalla costituzione in giudizio della parte destinataria della notificazione, solo quando manchi del tutto ogni relazione, di luogo o di persona, riferibile al destinatario, nelle modalità con le quali l’adempimento notificatorio sia stato in concreto eseguito» (Cass., n. 6470/2011).

Nel dettaglio, la notificazione è inesistente quando venga effettuata in un luogo o con riguardo ad una persona che non presentino alcun riferimento col destinatario dell’atto; invece, è nulla, perciò sanabile con effetto ex tunc attraverso la costituzione del convenuto, oppure con la rinnovazione della notifica, quando la stessa notifica sia eseguita mediante consegna a persona o in luogo diversi da quello stabilito ex lege, ma sia comunque ravvisabile un collegamento con il destinatario, tale da rendere possibile che l’atto giunga a conoscenza dell’interessato.

Nel caso di specie, la busta contenente una copia del verbale, già preceduta da preavviso lasciato sul cruscotto dell’auto in sosta, era stata reperita dalla moglie del ricorrente nella cassetta postale, presso la residenza risultante dall’intestazione del veicolo, e perciò era pervenuta all’uomo, che aveva potuto impugnare tempestivamente l’atto. Correttamente i Giudici di merito avevano considerato raggiunto lo scopo dell’atto ex art. 156 c.p.c., in riferimento ad una notifica non inesistente, ma al più nulla per incompletezza, avendo il ricorrente lamentato l’omissione di altri adempimenti, non precisati, relativi alla notifica.

Il ricorrente lamentava, inoltre, la mancanza di prova del reato ascrittogli, confutando la valenza probatoria privilegiata del verbale. In sede di legittimità, è pacifico il principio per cui «il verbale di accertamento ha natura giuridica di atto ricognitivo, consistente in una dichiarazione della pubblica amministrazione caratterizzata da una particolare certezza legale privilegiata, cioè, dal fatto che il verbale fa piena prova dei fatti in esso attestati dal pubblico ufficiale fino a sentenza di falso a seguito di apposita querela».

La Corte specifica che nel caso in esame agli atti del processo vi era documentazione più che adeguata a dimostrare il presupposto della contestazione oggetto del giudizio. Infine, deduceva il ricorrente la violazione di norme a tutela degli utenti deboli, in quanto l’uomo era titolare del contrassegno per invalidi. Impensabile ritenere esente dal rispetto dei divieti imposti dall’art. 158 c.d.s. (divieto di fermata e di sosta dei veicoli), il veicolo utilizzato per il trasporto delle persone invalide, in possesso di specifico contrassegno. Il titolare del pass invalidi, o per lui il conducente dell’autovettura, non è autorizzato a violare le disposizioni sulla circolazione dei veicoli finalizzate ad evitare intralcio o pericolo. Sulla base di tali argomenti, la Cassazione rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Napoli: «Guardate questo scugnizzo: mi ha chiesto una pezza e ha deciso di pulire la città»

Il Messaggero

.it
Nella foto si vede un bambino, maglietta gialla e pantaloncini di jeans. Non ha più di dieci anni, ma ha già la faccia da scugnizzo. Quella faccia che molti sono abituati a identificare con il male latente che infetta la città. Questo bambino è davvero uno scugnizzo. Un piccolo scugnizzo dei Quartieri Spagnoli. Un figlio del popolo, nato e cresciuto (non lo sappiamo, ma possiamo immaginarlo) in strada e per la strada. Uno di quelli che si diverte a infastidire i passanti e a sfottere i turisti. Uno di quelli che, alla sera, si attarda a giocare per le strade vuote, trasformate in un improvvisato campo di calcio. Nella foto, questo bambino ha in mano una pezza bianca. La sta passando sul vetro dell’uscita della stazione della metropolitana di Toledo.

Sta pulendo quel vetro, perché un suo coetaneo l’ha imbrattato con un pennarello. Nessuno l’ha obbligato a farlo. La faccenda è andata così: i volontari del progetto Bike Sharing, armati di pezze e secchi, sono andati a via Toledo per pulire le ciclostazioni installate a ridosso della metro, anche quelle imbrattate di scritte. Lui, quel bambino che nella foto vedete con la pezza in mano, era lì, a bighellonare come ogni giorno. Forse c’era anche quell’altro bambino, quello che ha usato il vetro e la plastica delle ciclostazioni come lavagna improvvisata per scrivere qualche frase infantile.

I bambini hanno visto i volontari mettersi a pulire. Loro gli hanno chiesto se avevano voglia di dare una mano. I bambini hanno risposto di sì. Hanno preso le pezze, e si sono messi al lavoro. Prima hanno dato una bella strofinata alle scritte sulle ciclostazioni e poi, giacché c’erano, hanno ripulito anche quelle sul vetro della stazione della metro. Perché avere qualcosa da fare è sempre meglio che non fare niente. E questo bambino e i suoi compagni non hanno trovato affatto sconveniente mettersi a pulire. Il problema è offrire alle persone un’alternativa.

Questa foto, e la storia che questa foto racconta, parla di possibilità. Di educazione. Di speranza. Parla di un amore possibile. L’amore per la propria città e per il bene comune che troppo spesso a questa città manca. È questo il vero cancro che infetta Napoli: la convinzione dei suoi abitanti che la città non gli appartiene, e che non gli offrirà mai niente. Che non vale la pena curarla, rispettarla, mantenerla pulita e in ordine. Perché tanto a Napoli fa tutto schifo, e aggiungere altro schifo allo schifo non è peccato; Napoli è solo una gabbia, una madre opprimente e soffocante da cui fuggire o in cui trovare la morte.

Non è vero che i napoletani sono tutti incivili. Quello che manca ai napoletani non è il senso civico, anzi. Quello che manca ai napoletani è una sana fiducia nella propria città-madre, quella fede tanto necessaria per credere in una riparazione possibile. Tutti i bambini si divertono a imbrattare gli oggetti. Non bisogna punirli per questo, ma insegnare loro a (e che è possibile) pulire ciò che hanno sporcato. Questa è civiltà. I napoletani sono come bambini. Devono solo imparare ad avere fiducia nella possibilità di riparare il danno e, nel tempo, imparare a non ripeterlo. Imparando il valore delle cose, belle e comuni. Come la metro di Toledo, o le stazioni del Bike Sharing. Come le aree verdi e i monumenti.

Un ciclo virtuoso che passa attraverso la fiducia nelle istituzioni: perché sono loro che devono trasmettere ai cittadini il valore e il rispetto per le infrastrutture e il patrimonio condiviso (quelle cose belle che da tempo a Napoli non si vedevano o erano abbandonate a se stesse), avendone cura e offrendolo alla città; ma soprattutto, un ciclo virtuoso che passa attraverso la fiducia in se stessi. Nella propria identità di popolo che non è incivile perché vuole esserlo, ma perché troppo spesso non ha alternative.

Bisogna offrire queste alternative ai napoletani. Dare loro la possibilità di dimostrare che sono meglio di come li dipingono. Napoli potrebbe davvero risorgere, se solo la si smettesse di utilizzarla come capro espiatorio e simbolo di un’intera nazione che va a rotoli. Sono secoli che Napoli attende questa resurrezione. Forse quel momento tanto atteso è arrivato. Bisogna dare fiducia a questa città. Bisogna ridare la fiducia ai napoletani. Fiducia nelle istituzioni (quelle buone, e sane, che davvero lavorano per il bene della città) e fiducia in loro stessi. Fiducia nella loro possibilità di farcela. Di migliorarsi giorno dopo giorno.

Di affrancarsi da quella condizione di subalternità in cui per troppo tempo sono stati relegati, incivili, fannulloni, brutti sporchi e cattivi. Cittadini di serie B. Oggi forse questa rinascita è possibile, e quella possibilità sta nelle mani di quel bambino che regge una pezza, e con quella pezza pulisce ciò che è stato sporcato. Restituisce alla città la sua originaria bellezza. Oggi, dopo aver guardato questa foto, possiamo e dobbiamo gridarlo a voce alta, e con orgoglio. Napoli non sarà perfetta. Però non è seconda a nessuno.

Rosa Pippa
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martedì 14 ottobre 2014 - 20:12   Ultimo agg.: mercoledì 15 ottobre 2014 10:02

Giustizia, quanto ci costano gli errori dei magistrati

Libero

.it
Sono numeri pazzeschi che si possono riassumere sotto queste cifre: per gli errori dei magistrati spesi 600 milioni in 20 anni. Il Corriere della Sera riporta, città per città, quanto ci sono costati gli sbagli delle toghe. Da chi è stato sottoposto agli arresti cautelari e poi prosciolto con sentenza irrevocabile. Le città in testa alla classifica per numero di errore sono Catanzaro e Palermo.  Nella città calabrese, nei primi sei mesi del 2014 ha prodotto 65 fascicoli riparazione per ingiusta detenzione) stati liquidati danni per 2milioni 303mila 163euro. La cifra media dei risarcimenti è di 6700 euro al giorno.

A Palermo, dove si registrano molti reati di mafia che vengono puniti con una custodia cautelare più alta) i 35 errori giudiziari hanno inciso solo per quest'anno per un totale di quasi 3 milioni di euro (2 milioni 790mila circa). Napoli ha dovuto risarcire 48 persone che hanno subito ingiustizie per un totale di oltre un milione 200mila euro. Ci sono anche città che si distinguono perché virtuose come Perugia e Trento: nella prima ci sono stati solo due casi (e sono stati spesi 12mila euro), nella seconda un caso con 27mila euro. La domanda è: che fine hanno fatto i giudici che hanno sbagliato? E' la domanda che si è posto il vice ministro della giustizia Enrico Costa: che intende avviare una commissione ministeriale per monitorare gli errori e le leggerezze che sono all'origine dei risarcimenti.

Il rapporto europeo - Ma le cattive notizie non riguardano solo le spese per i risarcimenti. Dall'ultimo rapporto europeo (Cepej) sullo stato delle giustizia emerge che la spesa pubblica in Italia è stata maggiore di quella della Federazione Russa che ha più del doppio dei nostri abitanti e che (i dati si riferiscono al 2012) abbiamo stanziato per la giustizia quanto la Germania.  L’incremento dei costi giudiziari dal 2010 al 2012 fu dovuto ai salari che venivano pagati ai giudici, e che invece sono stati irrilevanti gli aumenti di stipendio del restante personale. Inquietanti anche i dati sulla durata dei processi di primo grado, peggio di noi solo Bosnia e Malta. Poi c'è il capitolo doloroso degli stipendi: un giudice italiano a fine carriera nel 2012 guadagnava il triplo di un giudice all’inizio della carriera e 65 volte di più di un giudice armeno.

Procedimenti disciplinari  - Dalla lettura dei dati delle tabelle del corposo dossier, relative all’anno 2008, emerge che l'Italia è al secondo posto netto il Rapporto 2010], va segnalato che tra i Paesi dell’area europea, l’Italia risulta essere al secondo posto per numero di procedure disciplinari.



I giudici con il doppio stipendio 

Libero
09 giugno 2014



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Una serie di attività extra e anche ben remunerate che permettono di far crescere il già sostanzioso stipendio. Lezioni all'Università, corsi di formazione, consulenze. Sono un migliaio le toghe che, autorizzate dal Csm, svolgono il "doppio lavoro". La notizia è riportata dal quotidiano Il Giornale che sottolinea come si tratta di attività del tutto regolari ma che tuttavia lasciano spazio ad alcuni dubbi. Ci si chiede se tutti gli impregni extra non rubino tempo all'attività principale dei magistrati, contribuendo ad aumentare le giacenze di fascicoli da smaltire.

Il quotidiano di via Negri spiega che il Csm ha reso noto un volume di 362 pagine che contiene l'ultimo aggiornamento delle attività extragiudiziarie autorizzate dal 14 novembre 2013 al 13 maggio del 2014. Si citano 1.085 incarichi, più che raddoppiati rispetto ai 961 autorizzati nello stesso semestre di un anno fa. Molti incarichi sono assegnati - dietro ricompensa economica - da Università, società private ma anche  centri di potere. E' legittimo quindi farsi delle domande anche sulla "terzietà": se un magistrato viene pagato da un ente, da una società, siamo sicuri che mantenga la sua indipendenza nel momento in cui viene chiamato a svolgere il suo lavoro principale.  



Facci: La Casta? Siete solo dei pezzenti

Libero
06 dicembre 2013


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Siete dei pezzenti, avete lasciato tutto in mano ai giudici e siete ancora lì a fare calcoli, a preventivare poltrone. I giudici arrestano o no, sequestrano conti, fermano cantieri, giudicano se stessi e cioè altri giudici, non pagano per i propri errori, decidono se questo articolo sia diffamatorio, se una conversazione debba finire sui giornali, se una cura sia regolare o no, se un bambino possa vedere il padre, se un Englaro possa terminare la figlia, se uno Welby possa terminare se stesso, i giudici fanno cose buone e colmano il ritardo culturale e legislativo che voi avete creato in vent’anni, ma i giudici fanno anche un sacco di porcate, e sono in grado di svuotare e piegare ogni leggina che voi gli offriate su un piatto d’argento.

Ma siete voi pezzenti che glielo avete lasciato fare. Siete voi che avete lasciato sguarniti gli spazi dei quali loro - o l’Europa - non hanno potuto non occuparsi. E non è che captare il ritardo culturale e legislativo fosse impresa da rabdomanti: della necessità di cambiare il Porcellum lo sapevano tutti, anche i cani, il Porcellum lo odiano tutti, da anni, e voi esistereste solo per questo, per cambiarlo, siete in Parlamento espressamente per questo, e proprio per questo sareste stati eletti: se non fosse che non siete neanche degli eletti. Ma lo abbiamo già detto, che cosa siete. E, ormai, c’è una sola cosa che rende ingiustificata l’antipolitica: che non c’è più la politica. Ci siete voi.

di Filippo Facci
@FilippoFacci1

Si spegne Greenglass, la spia più famosa della Guerra Fredda

La Stampa

.it
In America è stato il più clamoroso caso di spionaggio nell’era della guerra fredda. I segreti dell’atomica Usa custoditi nella base di Los Alamos, in New Mexico, furono venduti all’Unione Sovietica. E con l’accusa di tradimento finirono sulla sedia elettrica i coniugi Julius e Ethel Rosenberg. Era il 1953, e il presidente Dwight D.Eisenhower respinse gli ultimi appelli per graziare la coppia, giustiziata nel penitenziario di Sing Sing. Ora, all’età di 92 anni, è morto il vero colpevole: David Greenglass, un sergente dell’esercito americano che per salvare la pelle accusò i Rosenberg: compresa Ethel, che altro non era che sua sorella. Innocente, come confessò moltissimi anni dopo, mentre il cognato Julius faceva in pieno parte del complotto insieme ad altri personaggi. Come Morton Sobell, che nel 1951 fu condannato per spionaggio con i Rosenberg, ma solo a 18 anni di galera. Poi divenne attivista per la pace a Cuba e in Vietnam.

La vicenda ha rappresentato una vera e propria ferita sulla pelle dell’opinione pubblica americana, che sul caso Rosenberg si è divisa per decenni tra colpevolisti e innocentisti. Non c’è famiglia negli Stati Uniti che non si sia spaccata su questa storia, conclusasi con un processo in cui la testimonianza di Greenglass fu determinante. E gli permise di essere condannato solo a una pena inferiore, una decina di anni di carcere dopo i quali riacquisto’ la libertà andando a vivere in un posto segreto, cambiando persino il nome.

Fu un giornalista a rintracciarlo e a fargli ammettere, mezzo secolo dopo, di aver mentito. Anche sulla sorella Ethel, che di fatto mandò sul patibolo. La morte del sergente Greenglass - cresciuto a Manhattan da una famiglia di ideologia marxista - risale in realtà al primo luglio scorso, ma fino ad adesso era rimasta segreta, in linea con l’intera vita del personaggio. Solo ora il New York Times ne è venuto a conoscenza, grazie a un familiare che ha confermato il decesso. Anche se nessuno ha ancora fatto alcuna comunicazione ufficiale. Mentre è certa la data della morte della moglie di Greenglass (avvenuta nel 2008), anche lei parte della banda di spie che spifferò notizie di intelligence a Mosca e che al processo testimoniò contro i Rosenberg.