martedì 14 ottobre 2014

Dropbox, rubati 7 milioni di account

Corriere della sera

di Alessio Lana

Il gruppo hacker responsabile chiede un “riscatto” in Bitcoin per non rivelarli. Ma l’azienda nega: «Non siamo stati violati, password sottratte da altri servizi»

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È bastato un giorno perché dal dubbio si passasse alla certezza. Domenica Edward Snowden aveva sottolineato la scarsa sicurezza di Dropbox, uno dei servizi cloud più diffusi della Rete e poche ore dopo è arrivata la conferma: un gruppo di hacker ha violato quasi sette milioni di password. Il 13 ottobre alle 11.10 ora italiana sul sito Pastebin è comparso un messaggio che svelava 400 indirizzi email e relative password di utenti iscritti al servizio. La particolarità è che le email iniziano tutte per B, come a dimostrare che sono solo una piccola porzione della ruberia online.

I ladri digitali poi chiedono dei soldi per rivelare altre password, come se fosse un riscatto: più Bitcoin riceveranno più account saranno liberati così da sapere chi è stato colpito dal furto e correre ai ripari. Dropbox nega qualsiasi intromissione nei suoi server: “Dropbox non è stato violato”, si legge in una nota dell’azienda. “Questi nomi utente e password sono stati rubati da altri servizi. Avevamo già rilevato questi attacchi e la stragrande maggioranza delle password postate sono scadute da tempo”.
Meglio correre ai ripari
Al momento l’azienda ha modificato di sua iniziativa le parole d’accesso degli account pubblicati ma chi ha Dropbox è meglio che si metta al riparo da attacchi. Prima di tutto è consigliabile cambiare immediatamente la propria password. Secondo poi occorre attivare la verifica in due passaggi, sistema di verifica dell’identità che oltre alla password chiede anche un codice di sicurezza a sei cifre ogni volta che si accede al servizio tramite un nuovo computer, telefono o tablet.

Da ultimo il suggerimento è di dividere i propri file. Su Dropbox possiamo ancora tenere tutti quei documenti poco importanti che non contengono informazioni personali, quei file che, insomma, anche se vengono rubati non ci potranno causare problemi. Come consiglia Snowden stesso, per le cose più importanti possiamo rivolgerci a servizi come SpiderOak. È meno performante e accattivante del suo concorrente però cripta i file salvati sul nostro computer rendendone la lettura praticamente impossibile a chi dovesse rubarli senza avere la chiave di cifratura.

14 ottobre 2014 | 17:45

Il divorzio di Hp, colosso in difficoltà

Corriere della sera

di Alessio Lana

La storica società di informatica fondata da Hewlett e Packard costretta a creare due società per rimanere competitiva sul mercato senza la “zavorra” di pc e stampanti

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Anche i giganti crollano e dopo divorzi storici come PayPal-eBay, ora tocca a un colosso come HP dividersi e la notizia è di quelle che lasciano di stucco. La sigla nata da Bill Hewlett e Dave Packard è stata la prima ad avviare quella imprenditoria da garage che distinguerà i colossi dell’hi-tech dei decenni successivi. Conosciutisi a Stanford negli anni ‘30, H e P avevano iniziato a esplorare il mondo dei computer da Palo Alto, oggi centro pulsante della tecnologia mondiale ma allora solo un bucolico paesaggio di campi coltivati e contadini.

Il garage dove tutto ebbe inizio, in Addison Avenue, è così celebrato da avere una targa altisonante: “Birthplace of Silicon Valley”, la culla della Silicon Valley. Nel tempo HP è cresciuta fino a diventare l’emblema dell’informatica made in Usa, un marchio familiare presente in ogni casa e quindi il più grande colosso informatico del mondo. Sembrava granitica e indistruttibile come oggi Amazon, Apple e Google, tutte debitrici delle imprese di Hp, eppure ecco arrivare anche per lei il capolinea.
La divisione HP e Hewlett-Packard
Non è che morirà ma continuerà ad esistere divisa in due aziende separate: la Hp Inc che si occuperà dei PC e delle stampanti, i suoi due “decadenti” fiori all’occhiello, la Hewlett-Packard Enterprise che offrirà i servizi alle imprese, quelli che fanno cassa. La notizia del divorzio arriva dopo una serie di disastri: il taglio di 55 mila posti di lavoro degli ultimi anni, l’acquisizione di Autonomy, softwarehouse pagata 10 miliardi di dollari e poi risultata un buco nell’acqua: aveva falsificato i bilanci pompandoli a doppia cifra. Poi ci si è messo anche il mobile: nell’era degli schermi touch, stampanti e PC non sono più indispensabili come una volta e le vendite colano a picco. Basta guardare IBM che ha venduto la divisione computer ai cinesi di Lenovo, Intel che si è buttata sui tablet, Microsoft che strizza l’occhio ai cellulari.
Azienda a due velocità
Con questa mossa la nuova HP punta a rilanciarsi puntando sulla velocità di due corpi più snelli, focalizzando ogni azienda sul proprio settore e facilitando quindi la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie. Dal divorzio emergeranno comunque due Golia con un fatturato di 57 miliardi di dollari. Non proprio bruscolini ma l’era dei colossi a stelle e strisce sembra essere arrivata al bivio.

14 ottobre 2014 | 17:11

Hai mai cercato il tuo nome online? Ecco quanto vale la tua web-reputation

Il Mattino

Ricercare il proprio nome online, optare per un linguaggio breve e originale, prestare attenzione a che cosa si "posta" e alle impostazioni della privacy. Sono solo alcuni dei consigli per gestire al meglio la propria 'web reputation', forniti da Hays Response, divisione del gruppo Hays dedicata alla selezione di profili più junior.
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Suggerimenti preziosi in tempi in cui un numero sempre maggiore di professionisti viene reclutato da aziende e società di selezione proprio attraverso il web. I social network, sia quelli prettamente professionali sia quelli più personali, infatti, hanno assunto negli ultimi anni un'importanza crescente nel processo di selezione dei candidati, a discapito di strumenti più tradizionali come curriculum vitae e lettere di presentazione, come osserva Fabio Scarcella, responsabile di Hays Response: «Che piaccia o meno, il mondo del recruitment e quello dei social network si sta avvicinando sempre più».

«Ecco perché - spiega - è diventato fondamentale saper gestire in modo efficace e intelligente la propria presenza online. E non stiamo parlando solo di quei social pensati per il mondo del lavoro come Linkedin. Profili Facebook, se lasciati ingenuamente aperti, e account Twitter sono una vera e propria miniera d'oro per chi è a caccia di aspetti e informazioni che solitamente non emergono da un semplice curriculum».

E per aiutare chi, al giorno d'oggi, ancora non ha afferrato l'importanza dei social network a livello professionale, ecco 5 semplici consigli firmati Hays Response.

1 - Ricercare il proprio nome in Google: la prima cosa da fare è "googlarsi" per vedere quali informazioni su di se sono reperibili online. Se le informazioni sono datate o, peggio ancora, incomplete o poco accattivanti, è necessario procedere con un update (o una pulizia) della propria presenza web.

2 - Osservare la concorrenza: connettersi con altri professionisti è fondamentale per espandere il proprio network e far conoscere agli altri il nostro background lavorativo. E per capire quali aspetti è bene evidenziare, e quali invece meglio minimizzare, può essere utile prendere spunto dai profili simili ai nostri.

3 - Fare attenzione alla privacy: è essenziale scegliere impostazioni di privacy adeguate, evitando di lasciare il profilo completamente aperto anche a chi non fa parte del proprio network.

4 - Utilizzare un linguaggio adatto: i social network si caratterizzano per un linguaggio diverso da quello utilizzato 'offlinè. Per farsi notare, meglio affidarsi a presentazioni e status brevi e schematiche, ma con un tocco di originalità.

5 - Postare con criterio: intervenire nelle discussioni, soprattutto sui social professionali, può aiutare ad allargare la propria rete di contatti. Ma bisogna fare sempre attenzione a ciò che si condivide. Prima di cadere nella tentazione del 'postare facilè, è sempre meglio riflettere e valutare quali potrebbero essere le conseguenze di un post sul lungo e sul breve periodo.

Nicola, l'Apple maniaco che ha 87 prodotti e incontrò Steve Jobs

Il Mattino

Primo nella fila per entrare nel nuovo store al centro Nave de Vero. Tra i più "addict" c'è Alessandro di Spinea: si è fatto 14 inaugurazioni

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CASTELFRANCO - Già dal parcheggio basta guardarsi intorno. Le auto nel park esterno sono circa un centinaio ma la maggior parte di loro sono "griffate". E gli adesivi della mela morsicata parlano chiaro. Sono le 8 del mattino e ci troviamo, naturalmente, tra gli "applemaniaci" in attesa dell'apertura del nuovo Store alla Nave de Vero. Molti di loro sono in coda all'esterno, davanti all'ingresso del centro commerciale.

Poi, a piccoli gruppi, entrano e vanno ad allungare le file del primo piano. In pole position, davanti alle porte in vetro del nuovo Apple Store, ci sono loro: i veri "nerd", i geni del computer, protagonisti indiscussi di molte serie tv. E fra loro, primo nella fila delle 400 persone con il cartellino rosso che indica l'intenzione di acquistare il nuovo modello di iPhone, (in coda ieri c’erano circa mille persone) c'è qualcuno che, sul collezionismo, batte tutti gli altri.

Nicola, 40enne di Castelfranco, è infatti soprannominato "Ottantasette", come il numero di iMac che colleziona (chiusi in una stanza, su aut-aut della fidanzata, insieme a tutti i modelli di iPhone, iPad e iPod). «E oggi mi prendo il 6 Plus» racconta Nicola, che ha anche un altro aneddoto speciale: «In California ho incontrato Steve Jobs che mi ha dato il benvenuto. Per me è stato come vedere la Madonna».

Citazione di merito anche per Alessandro Citton, 21enne di Spinea. Il ragazzo è famosissimo nell'ambiente dei fanatici della mela. Nel suo palmares sfoggia ben 14 inaugurazioni di Apple Store in Italia (su 15), di cui 8 da primo entrato. Con il 21enne di Spinea c'è quella che lui chiama la sua "comunità": Marco e Riccardo di Brescia, Claudio di Milano, che da poco si è trasferito a Boston ma non si è voluto perdere l'evento veneziano, e molti altri. Alle 10 in punto, dopo un conto alla rovescia dei dipendenti del centro, le porte si aprono e subito la folla si disperde, incollandosi a telefonini, tablet e computer.

Alle 11.40 le mille magliette ufficiali, targate Apple Store Nave de Vero sono finite, e c'è ancora gente in coda. Nel negozio, persone di tutte le età, padri e figli alle prese con la caccia al nuovo iPhone e appassionati che chiedono consigli ai 50 dipendenti dell'Apple Store, tutti presenti, con le magliette blu ufficiali. Un assalto che, da previsioni, durerà almeno per tutto il fine settimana.

Isis contro Twitter: l'uccellino blu nel mirino dei jihadisti

Il Mattini

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L'uccellino blu di Twitter nel mirino dei jihadisti: lo Stato islamico di al Baghdadi ha dichiarato ufficialmente guerra al colosso di microblogging, affermando che i suoi dirigenti "devono morire" L'ordine è stato impartito, proprio via Twitter, ai 'lupi solitarì negli Usa, i simpatizzanti della causa. L'Isis non ha 'graditò infatti che gli account che ha imparato a usare per comunicare le sue notizie e per reclutare nuovi combattenti vengano regolarmente chiusi dal social network. Negli ultimi mesi, secondo alcune fonti, sono stati almeno 400 i casi.

Il Califfo ha mostrato di essere molto attento agli aspetti dell'immagine e della propaganda, utilizzando in maniera sapiente tutti gli strumenti online creati proprio dall'odiato mondo occidentale. Per questo la chiusura dei suoi account Twitter deve essere combattuta, con le minacce o le vie di fatto. «Dopo che abbiamo iniziato a sospendere i loro account, alcune persone affiliate all'organizzazione hanno iniziato a usare Twitter per dichiarare che gli impiegati di Twitter e i loro dirigenti dovrebbero essere assassinati», ha rivelato l'amministratore delegato dell'uccellino blu, Dick Costolo.

VIDEO - Calamità naturali, app aiuta a filtrare falsi allarmi sui social

Twitter, ha sottolineato, «è certamente uno strumento per cambiamenti positivi in molti Paesi del mondo», ma ci sono anche persone che lo usano per scopi nefasti, e questo «è contro i nostri termini di servizio e contro la legge in molti Paesi. Quando ce ne accorgiamo, noi chiudiamo i loro account, in maniera molto attiva».

Europa e Stati Uniti d'altra parte stanno cercando una collaborazione con i giganti del web per fronteggiare la minaccia della propaganda jihadista. Nei giorni scorsi a Lussemburgo, i ministri degli Interni della Ue, allarmati anche dal fenomeno dei cosiddetti 'foreign fighters', hanno avuto una riunione con i rappresentanti di Facebook, Twitter, Microsoft e Google nella quale è stato deciso che forze dell'ordine, operatori e società civile partecipino a seminari ed esercitazioni congiunte per mettere a fattor comune le proprie esperienze e cercare di arginare il proselitismo dei terroristi in rete.

Ma in un mondo segnato dalle polemiche sul Datagate e le violazioni della privacy degli utenti dei social network da parte dei governi, sarà un dossier da affrontare con i guanti.

Genova, i dirigenti del disastro in corsa per altri bonus

Corriere della sera

di Erika Dellacasa

Il Comune difende le gratifiche per la messa in sicurezza del territorio. Uno dei funzionari premiati rinviato a giudizio per inondazione colposa nell’alluvione del 2010


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Quei premi corrisposti per aver raggiunto gli obiettivi prefissati per mettere in sicurezza la città sono meritati, i dirigenti «non stanno seduti su poltrone d’oro ma lavorano sodo» e «l’irresponsabile caso- mai è il consigliere comunale Enrico Musso che non si è mai interessato ai premi e oggi mentre c’è l’alluvione lancia questa bomba». L’assessore al Personale del Comune di Genova Isabella Lanzone difende i quattro dirigenti finiti nella bufera mediatica perché a giugno hanno riscosso i «premi di risultato», un totale di 40 mila euro. Difficile da digerire mentre Genova è sotto il fango.

Fra i premiati c’è Stefano Pinasco (9.405 euro), l’ingegnere imputato per inondazione colposa per l’alluvione del 2010, la responsabile della Protezione civile Monica Bocchiardo (7.117 euro), l’ingegnere Enrico Vincenzi (6.131 euro) e il capo dell’area tecnica del Comune, l’architetto Laura Petacchi (17.614 euro). Persone - dice Lanzone - «su cui si regge la macchina comunale».

Nelle delibere con cui si riconoscono i premi sono indicati gli obiettivi. Vediamoli. Monica Bocchiardo, passata dal corpo dei vigili urbani alla Protezione civile, ha raggiunto al 100 per cento «la mitigazione del rischio per gli edifici ubicati nelle aree di maggiore rischio idrogeologico» e sempre al 100 per cento ha attuato «misure per la previsione, prevenzione, gestione e superamento delle emergenze».

A dire il vero nell’attuale alluvione non è stato previsto né prevenuto granché, la Protezione civile ha disattivato il numero verde di allarme alle sette di sera, alle nove e mezza la cittadinanza si era già accorta che il Bisagno era pericoloso e tentava di telefonare a un numero muto. Ma questo è successo ora, certo, mentre il premio è riferito a quello che è stato fatto l’anno scorso. Tuttavia quelle «misure» di previsione e prevenzione realizzate al cento per cento avrebbero dovuto funzionare almeno un po’.

«Non mi potevano dare un premio per fermare l’acqua con le mani - ha detto Bocchiardo difendendo il proprio operato - io ho migliorato la situazione di sicurezza delle famiglie». Al riguardo la delibera recita: 49 incontri presso le scuole, 12 assemblee presso i municipi, 348 ore di corsi di formazione per la Protezione civile. Infine «la predisposizione delle ordinanze sindacali da adottare in emergenza», anche questo obiettivo raggiunto al cento per cento manca però il piano di emergenza per il Bisagno, il torrente più pericoloso di Genova: «Il piano - dice l’assessore - doveva essere consegnato proprio questo venerdì».

Lanzone non ci sta al «massacro» dei suoi dirigenti, neanche sotto l’aria plumbea dell’alluvione. Assessore glielo ridà per il 2014 il premio di risultato? Lanzone nicchia: «Vedremo - dice - bisogna valutare il ruolo che ha un dirigente e quello che può fare. Se ha fatto tutto quello che poteva... la Bocchiardo non ha le leve per intervenire in una situazione come quella del Bisagno». Ma allora le leve chi ce l’ha? Bisogna risalire all’Arpal che non ha dato l’allarme meteo e che fa capo a un’altra parrocchia, la Regione? In tal caso, che senso ha dare premi per obiettivi irraggiungibili? Il problema è forse nel meccanismo dei premi di risultato, nulla più che integrazioni dello stipendio.

Tra i quattro dirigenti «gratificati» c’è un caso che suona ancor più paradossale. Stefano Pinasco ha conseguito sicuramente il risultato di buttare giù il famigerato «palazzo tappo» del Chiaravagna in via Giotto, tuttavia è stato rinviato a giudizio il 29 novembre 2013 ed è sotto processo per inondazione colposa. Il dirigente è accusato di aver preferito per anni pagare multe (indennizzi) alla Provincia piuttosto che fare più costosi lavori di messa in sicurezza che avrebbero evitato o contenuto l’alluvione del 2010.

14 ottobre 2014 | 07:22

Ecco perché molti italiani coprono l'obiettivo della loro webcam

La Stampa

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Secondo uno studio condotto a livello europeo da Kaspersky, il 18% degli italiani copre la propria webcam per paura di essere spiato attraverso il computer da “cyber spie”.

Guardando agli altri paesi europei, gli utenti più preoccupati di essere spiati attraverso una webcam sono i turchi (41%), mentre quelli del Regno Unito sembrano essere i meno accorti (13%). Non si tratta di una preoccupazione infondata: le webcam spesso possono rivelarsi strumenti efficaci per i cyber criminali. Il 22% degli utenti del nostro paese (contro una media europea del 24%) è completamente all’oscuro della possibilità di poter essere spiato tramite la webcam. Solo il 46% degli italiani è consapevole della minaccia e ammette di sentirsi a disagio a causa di tale possibilità.

Le ragioni per compromettere una webcam sono tante: una di queste è il furto di dati come segreti aziendali o accessi ai servizi finanziari. A volte gli utenti distratti rendono questo compito anche più semplice: un intervistato su dieci ha ammesso di scrivere le proprie credenziali su un foglio di carta e di averlo lasciato vicino al computer. Una webcam moderna può facilmente catturare tale informazione.

Tuttavia, limitarsi a coprire l’obiettivo non è il metodo di protezione più efficace. Questo previene temporaneamente la videosorveglianza ma non neutralizza il microfono incluso nella webcam, né previene l’intercettazione di immagini quando gli utenti accendono le telecamere.

Per assicurarsi che gli utenti siano sempre consapevoli delle applicazioni e dei processi che “mostrano” attraverso la webcam e per assicurarsi che proteggano, quindi, la propria privacy con strumenti più efficaci del semplice adesivo, Kaspersky Lab ha sviluppato uno speciale modulo Webcam Protection1 e l’ha integrato all’interno del Kaspersky Internet Security – Multi-Device.

La soluzione monitora continuamente l’accesso alle webcam incorporate o connesse e informa gli utenti di ogni tentativo di accesso. Gli utenti possono scegliere se permettere a un determinato programma di trasmettere video e possono impostare il blocco di default degli accessi alla webcam.

Whatsapp, ecco trucchi che non conosci

Operaio va alla Cgil e minaccia suicidio

Il Mattino
di Umberto Adinolfi

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Operaio in cassa integrazione minaccia più volte il suicidio perchè ha perso il lavoro ed è disperato. È risultato ancora una volta provvidenziale l’intervento degli agenti della Digos di Salerno, diretti dal vicequestore Luigi Amato. Lo scenario dell’ennesima vicenda legata al lavoro che non c’è più è stata la sede provinciale della Cgil di Salerno in via Manzo. Intorno alle ore 14, un operaio di 61 anni (sposato e con due figli), originario di Vietri sul Mare, si è presentato al sindacato chiedendo di parlare con qualcuno che gli potesse dare risposte sul suo futuro.

Ex dipendente della Gama Ox - un’azienda salernitana che produceva profilati di alluminio nella zona industriale - A.D.M. (queste le iniziali dell’uomo), dopo circa due ore di intenso faccia a faccia con alcuni sindacalisti della Cgil, ha perso il controllo e si è dapprima barricato all’interno della federazione di via Manzo, minacciando più volte di togliersi la vita.

martedì 14 ottobre 2014 - 00:02   Ultimo agg.: 08:36

L'Adda: «Deportazione crudele per i cani di Castellammare, fermate tutto»

Il Mattino

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«Sospendere la palese violazione del diritto al benessere dei cani di Castellammare di stabia, oggetto della deportazione in corso dal canile di Torre del Greco a quello di Brusciano». È il nuovo appello-denuncia diffuso dall'Adda, la storica Associazione per la difesa dei diritti degli animali portata avanti dall'impegno e dalla caparbietà di Rosaria Boccacini e dei suoi volontari. Le operazioni di trasferimento coatto dei cani sono cominciate il 9 ottobre e sono tuttora in corso.

«Cani terrorizzati, strattonati e trascinati che si dibattono per fuggire ai lacci di operatori nell'ambito di interventi che non hanno tenuto in nessun conto né le esigenze etologiche degli animali e la loro organizzazione in gruppi sociali consolidati, né il fatto che si tratta di cani già traumatizzati a causa di un difficile passato di randagismo e giunti lentamente ad acquisire un buon equilibrio comportamentale. Le operazioni si sono tradotte in una indubbia sofferenza per gli animali tanto che alcuni di essi hanno mostrato atteggiamenti di elevato stress ed aggressività nei confronti dei loro compagni, come non era mai accaduto all’interno della struttura».

Di qui l'appello affinché le operazioni «vadano effettuate in seguito ad un percorso messo in atto da addestratori/educatori professionisti e riconosciuti affinché il trasferimento intraprenda un indirizzo etologicamente adeguato». «Riterremo - conclude la nota - responsabili di ciò tutti coloro che avranno consentito tali accadimenti, conseguenze di un'ingiustificata violenza psico-fisica».

I comunisti? non volevano neanche il metrò

Carlo Maria Lomartire - Lun, 13/10/2014 - 07:30

"La metropolitana è un inutile spreco, è un tram per ricchi", dicevano i comunisti tra la fine degli anni 50 e i primi del '60. Qualcuno a sinistra oggi dice no alle nuove linee


«La metropolitana è un inutile spreco, è un tram per ricchi, Milano non ne ha bisogno, non è Londra o Parigi».

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Così, fra la fine degli anni '50 e i primi anni '60 i comunisti (quelli veri, quelli del Pci) si opponevano alla realizzazione della linea 1 della nascente MM, la «Rossa», la madre di tutte le metropolitane italiane, inaugurata nel 1964 e realizzata anche grazie all'entusiastica sottoscrizione di obbligazioni dei milanesi, esaurita in 24 ore. Altri tempi. Se l'avessero avuta vinta i comunisti – i quali, com'è noto, capiscono come va il mondo sempre con almeno 20 anni di ritardo – oggi Milano non avrebbe la sua rete sotterranea di trasporto pubblico. Provate a immaginare cosa sarebbe il traffico e cosa sarebbe Milano, una città metropolitana senza metropolitana.

Eppure ci risiamo, c'è qualcuno che anche in giunta - l'assessore Franco D'Alfonso ad esempio - nonostante la maggioranza abbia confermato l'intenzione di andare avanti, seppure con molto comodo, sostiene che la linea 4, la «Blu» non s'ha da fare. Che la costruzione è troppo costosa, che ha tempi di ammortamento finanziario troppo lunghi, che soprattutto crea disagi agli abitanti dei quartieri. Argomento, quest'ultimo, dotato di una buona carica di demagogia adeguata a questi tempi non lontanissimi dalle elezioni locali.

Infatti immancabili sono sorti i comitati di «cittadini» che non vogliono essere disturbati dai lavori, anche se poi usano regolarmente le altre linee della metro. Doveva essere pronta per l'Expo, la povera linea 4, da Lorenteggio stazione San Cristoforo fino all'aeroporto di Linate. Scalo che finalmente – visto che il decreto Lupi prevede di gonfiarlo come la rana della favola fino a farlo scoppiare ammazzando Malpensa - sarebbe stato collegato al centro come un qualsiasi aeroporto internazionale degno di questa definizione.

La M4 faceva parte del piano dell'Expo presentato al Bie dal sindaco Letizia Moratti. Poi col cambio a Palazzo Marino, con lo scemare dei finanziamenti, della volontà politica e delle capacità amministrative, la povera Blu perdeva pezzi, fino a ridursi al ridicolo moncherino Linate-Forlanini e alla fine nemmeno quello. Ora ci dicono che quella linea che doveva essere pronta nel 2015 sarà completata, se tutto va bene, non prima del 2022. Appena sette anni di ritardo.

Se davvero per il suo dissenso D'Alfonso si è preso i rimbrotti del sindaco Pisapia, non credo proprio che ci sia rimasto male, visto che ormai l'assessore alle Attività produttive sta facendo la sua corsa. D'altra parte questa posizione anti linea 4 D'Alfonso la condivide con molti cronisti comunali dei soliti giornaloni, sebbene con le consuete ipocrite differenziazioni e sfumature e sembra ispirata all'ideologia moralista-nichilista-catastrofista alla Luca Beltrami Gadola, il primo a mettere in discussione l'utilità della Blu (come, peraltro, di qualsiasi opera pubblica).

I D'Alfonso e i Beltrami Gadola fingono di non sapere che l'utilità sociale, la validità economica e perfino la reale sostenibilità finanziaria di un'opera destinata ad essere utilizzata per decenni non la si può stimare sull'arco di pochi anni. In fondo era proprio l'errore di prospettiva che facevano i comunisti quando si opponevano alla linea 1. Ma quando a prevalere è la demagogia e la miopia elettoralistica, ragionamenti a lungo termine non servono a niente.

Ma la Cgil non protesta se il «padrone» è Pisapia

Carlo Maria Lomartire - Mar, 07/05/2013 - 07:22

Ieri i sindacati hanno indetto una manifestazione davanti a Palazzo Marino. Tutti, tranne la Cgil, l'organizzazione della sinistra dura e pura. Perché? «Oh no, su Pisapia non si può»


«Oh no, su Pisapia non può!» . Chi è abbastanza avanti con gli anni per aver visto Carosello, oggi tornato di moda, ricorderà quello spot - allora non si chiamava ancora così - del gatto Silvestro che inseguiva il canarino Titti brandendo una mazza e all'ultimo momento evitava di picchiare per non colpire un barattolo di famose conserve alimentari, sul quale Titti si era messo in salvo, perché intoccabile oggetto dello spot.

Ecco, mettete il sindaco al posto del barattolo, e la sinistra al posto del gatto Silvestro e avrete una rappresentazione allegorica del rapporto che oggi vige fra la sinistra politica, sociale e giornalistica milanese e Giuliano Pisapia; intoccabile, appunto, sul quale «non si può» in alcun modo e in alcun caso infierire. E così il bersaglio della protesta, il canarino Titti, la fa sempre franca.

L'ultimo caso? La protesta ieri dei precari del Comune di Milano, ai quali in campagna elettorale l'allora candidato sindaco promise l'assunzione. Siccome, com'era facile prevedere, la promessa non è stata mantenuta, ieri i sindacati hanno indetto una manifestazione davanti a Palazzo Marino. Tutti i sindacati? Quasi: Cisl, Uil, Usb, Csa… tranne la Cgil. Tranne, incredibilmente, l'organizzazione della sinistra dura e pura che pretende sempre di impartire alle altre lezioni di intransigenza e rigore. Perché? Perché, appunto, «Oh no, su Pisapia non si può». Conclusione: se a voler mantenere dei precari nella loro condizione di precarietà nonostante le promesse, se a rifiutarsi di rispettare gli impegni elettorali è un'amministrazione di sinistra, per la Cgil va bene così perché «sui compagni non si può».

Altro esempio: le manifestazioni dei ciclofanatici democratici (in questa città non è consentito amare la bici senza rischiare di essere collocati a sinistra, quella peggiore, quella al cachemire), da Legambiente a Ciclobby, l'ultima parata sabato scorso per chiedere piste ciclabili e comunque «una città a misura di due ruote». Ebbene di quei ciclo-cortei mai uno che passi sotto le finestre del sindaco, nonostante venga talvolta perfino temerariamente annunciato.

Anzi, chissà perché, la protesta qualche volta viene dirottata verso la Regione. La quale è governata dal centrodestra e tanto basta. E pensare che il giovane assessore alla Mobilità del Comune, Pierfrancesco Maran, dovrebbe cambiare la denominazione del suo ufficio in assessorato alle biciclette, non occupandosi praticamente d'altro mentre decine di scale mobili della metropolitana sono bloccate, treni tram e bus viaggiano con una frequenza che praticamente non tiene conto dei problemi creati dall'Area C.

Ormai anche i giornaloni, promotori e sostenitori della candidatura di Pisapia cominciano, loro malgrado, a tirare le somme del lavoro di questa Amministrazione e si rendono conto che, quasi a metà percorso, la giunta arancione ha ben poco di cui vantarsi. Ma si guardano bene dal dare nome cognome al fallimento annunciato, perché sarebbero costretti a fare quelli di Giuliano Pisapia. E invece: «la crisi… i tagli fatti da Roma… la mancanza di fondi… il patto di stabilità…».

Tutto vero o quasi, ma se a Palazzo Marino governasse un'altra maggioranza per quei signori dei giornaloni sarebbe molto meno vero. «Pas d'ennemi à gauche!» intimava nel primo '900 il leader radicale della sinistra francese René Renoult: «Nessun nemico a sinistra!». Anche se a sinistra non mantengono le promesse elettorali e combinano poco? Sì, anche in quel caso, secondo Cgil, Legambiente e giornalisti amici.

L’ex-moglie si risposa, ma per riavere la casa l’uomo deve guardare ai figli

La Stampa

In tema di assegnazione della casa familiare, l’art. 155-quater c.c. tutela l’interesse prioritario della prole a permanere nell’habitat domestico, postulando, oltre alla permanenza del legame ambientale, la ricorrenza del rapporto di filiazione legittima o naturale cui accede la responsabilità genitoriale, mentre non si pone anche a presidio dei rapporti affettivi ed economici che non involgano, in veste di genitori, entrambi i componenti del nucleo che coabitano la casa familiare. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 16171/14.

.itIl tribunale di Roma assegnava la casa familiare alla madre affidataria di due minori, che figurava come nuda proprietaria dell’immobile, mentre il marito convenuto risultava usufruttuario. L’uomo impugnava la sentenza, richiamando l’art. 155-quater c.c., applicabile al tempo, in tema di revoca del diritto al godimento della casa familiare da parte dell’assegnatario che avesse instaurato un rapporto di convivenza more uxorio e deducendo che l’ex moglie si era, nel frattempo, sposata con un altro uomo.

La Corte d’appello respingeva il gravame, basandosi sulla sentenza n. 308/2008 della Corte Costituzionale, secondo cui l’art. 155-quater c.c., nella parte in cui prevedeva la revoca del diritto al godimento della casa familiare in caso di convivenza more uxorio o di nuovo matrimonio dell’assegnatario, doveva essere comunque interpretato coerentemente con il principio di tutela dell’interesse della prole a vivere nell’originario habitat. Perciò, il mutamento della condizione di vita del genitore assegnatario causato da una nuova convivenza o da un matrimonio non influiva di per sé sull’interesse della prole a mantenere il legame con la casa familiare. Soltanto se fosse stato dimostrato che la presenza del nuovo convivente risultava nociva o diseducativa per i figli si sarebbe potuto avere un effetto tale da condizionare il provvedimento di attribuzione dell’immobile.

L’uomo ricorreva in Cassazione, lamentando l’errata applicazione della sentenza della Corte Costituzionale, posto che questa, a suo giudizio, sarebbe stata in conflitto con chiare norme di legge. Tuttavia, per la Corte di Cassazione, i giudici di merito correttamente avevano recepito l’interpretazione dell’art. 155-quater c.c. espressa dalla Consulta, l’unica compatibile con i parametri costituzionali, che impongono di dare rilievo prioritario e preminente all’interesse dei figli minori. Da ciò deriva l’impossibilità di un’automatica revoca dell’assegnazione della casa ove l’assegnatario conviva di fatto o per sopravvenuto matrimonio.

Inoltre, la Corte di Cassazione, rigettando il ricorso, ricordava che, in tema di assegnazione della casa familiare, l’art. 155-quater c.c. tutela l’interesse prioritario della prole a permanere nell’habitat domestico, postulando, oltre alla permanenza del legame ambientale, la ricorrenza del rapporto di filiazione legittima o naturale cui accede la responsabilità genitoriale, mentre non si pone anche a presidio dei rapporti affettivi ed economici che non involgano, in veste di genitori, entrambi i componenti del nucleo che coabitano la casa familiare.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it