domenica 12 ottobre 2014

Belgio, «la ministra della Salute è obesa». E si scatena il dibattito

Corriere della sera

di Elmar Burchia

Maggie De Block, medico e astro in ascesa di una formazione fiamminga, contestata per via del suo aspetto fisico che non «rappresenterebbe un buon esempio»



Lei non passa di certo inosservata: Maggie De Block, astro in ascesa della politica belga. È molto popolare e molto amata. Da alcuni anche temuta e odiata. Dal 2011 a oggi, ha ricoperto importanti cariche: segretario all’asilo e all’immigrazione, ministro della Giustizia, vicepresidente del suo partito. Ora ha occupato il tassello della Salute del nuovo governo in Belgio. Per la 52enne, «un sogno che si avvera». Ciò nonostante, la donna (medico di base da 25 anni) è finita al centro del dibattito su giornali e social media. Il motivo: il suo aspetto fisico. «È credibile una ministra della Salute obesa?»
L’insinuazione
Sabato 11 ottobre, il nuovo governo di destra guidato dal liberale francofono Charles Michel, 38 anni, il più giovane nella storia del Belgio, ha giurato di fronte a re Filippo, a Bruxelles. Tra i 13 ministri dell’esecutivo, frutto di quattro mesi di difficili trattative, c’è anche Maggie De Block, dei liberal-democratici fiamminghi Open Vld. Nel governo Di Rupo era stata responsabile per le politiche di asilo, immigrazione e integrazione sociale, e in seguito anche della Giustizia.

È una donna che punta in alto e viene spesso dipinta come un «bulldozer» difficile da fermare. Secondo alcuni commentatori, tra qualche anno Maggie De Block potrebbe essere la prima donna a risiedere al 16, rue de la Loi, sede del governo federale. Intanto, si occuperà di salute: ospedali, pazienti, trattamenti, dispositivi medici, virus dell’Ebola. Ma c’è chi la critica apertamente: «Ora il Belgio ha un ministro della salute pubblica obesa. Quale credibilità ha?» È quanto si è chiesto attraverso Twitter il corrispondente Tom Van de Weghe, della tv pubblica VRT.
«Sciocchezze»
La frase ha provocato sdegno e biasimo nelle Fiandre, dove Maggie è molto amata. La risposta della ministra non si è fatta attendere: «Penso che queste osservazioni siano solo sciocchezze. Alla Camera, i miei colleghi non mi giudicano per l’aspetto fisico, ma si complimentano per la conoscenza che ho dei miei dossier», ha detto la 52enne al quotidiano Het Nieuwsblad. Sui social network, però, si insiste: «In quanto medico, Maggie De Block è davvero un buon esempio?» Lei ribatte: «Un medico è una persona fatta di carne e ossa. I miei pazienti non guardano la mia taglia, piuttosto vengono per la qualità delle mie cure».

12 ottobre 2014 | 14:46

La protesta di sette sindaci ciociari: «Vogliamo staccarci dal Lazio»

Il Messaggero

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«Siamo decisi a staccarci dal Lazio per l'Abruzzo». Lo dichiara il sindaco di Settefrati (Frosinone), Riccardo Frattaroli, che con altri sette primi cittadini del circondario, si dice pronto a cambiare regione e provincia per contestare la situazione in cui sono lasciati i paesi della Valcomino, nel parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, che comprende ventisei comuni nelle tre regioni.

«Viviamo tanti problemi - aggiunge Frattaroli - soprattutto per i vincoli da rispettare nel parco nazionale. Abbiamo più volte lanciato il nostro grido d'allarme - aggiunge -, ma nulla è cambiato. In Abruzzo è tutto diverso, non ci sono le difficoltà che incontriamo qui».Per il sindaco di Settefrati, inoltre «i giovani qui non trovano lavoro e quindi lasciano per andare a costruirsi un futuro altrove. La conseguenza è che i nostri comuni impoveriscono senza che nessuno ci dia il minimo sostegno per cercare d'invertire la tendenza. A questo punto- conclude - l'unica speranza è quella di andarcene nella regione Abruzzo».

Venerdì 10 Ottobre 2014, 23:21 - Ultimo aggiornamento: 11 Ottobre, 12:52

Priebke, per il primo anniversario della morte fiori e manifesti a Roma

Ivan Francese - Dom, 12/10/2014 - 10:19

L'avvocato dell'ex ufficiale nazista: "Lo ricorderemo a Ponte Sant'Angelo, abbiamo celebrato una messa ieri". Critiche dal Campidoglio

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A un anno dalla morte, avvenuta l'11 ottobre 2013, l'ex capitano delle SS Erich Priebke è tornato protagonista del dibattito politico per le dichiarazioni del suo avvocato, Paolo Giachini. Per celebrare il primo anniversario della scomparsa dell'ex ufficiale nazista, ieri mattina è stata organizzata una messa all'aperto - "per pochi intimi", come spiega il suo legale - a Ponte Sant'Angelo, a Roma, e alcuni manifesti con la scritta "Ciao capitano" sono apparsi sui muri della Capitale.

"Dopo lunga attesa, la prefettura di Roma mi ha notificato l'autorizzazione ad andare in rappresentanza della famiglia a deporre un mazzo di fiori sulla tomba di Erich Priebke. I resti del militare tedesco sono stati deposti in uno scenario magnifico, sotto la giurisdizione del Ministero dell'Interno - spiega l'avvocato Giachini - A nome dei familiari mi corre l'obbligo di ringraziare le istituzioni che si prendono cura in modo esemplare dei resti mortali di quest'uomo."

Giachini inoltre ha aggiunto che "A ponte Sant'Angelo in futuro, potrà venire chiunque vorrà rendere omaggio potrà portare un fiore o rivolgere un pensiero", ringraziando, a nome della famiglia, anche gli autori delle affissioni dei manifesti in giro per Roma.

Dichiarazioni - e celebrazioni - che hanno suscitato l'ira del sindaco Marino che ha definito la commemorazione "uno schiaffo alla città" e "un gesto deprecabile compiuto da persone che hanno la testa più vuota che rasata". Il primo cittadino ha inoltre ordinato a vigili ed azienda dei rifiuti di rimuovere fiori, manifesti ed altri oggetti esposti in ricordo di Priebke.

"Nessun luogo della Capitale potrà ospitare il ricordo del gerarca nazista responsabile dell'atroce eccidio delle Fosse Ardeatine in cui persero la vita 335 italiani", ha concluso Marino.

Un anno fa a dividere erano state le esequie dell'ex ufficiale nazista: dopo che il Campidoglio ebbe negato ogni spazio pubblico nella Capitale, i funerali si svolsero ad Albano Laziale presso la locale comunità di cattolici tradizionalisti. Il feretro venne preso a calci e sputi da un gruppo di contestatori, con scontri tra manifestanti delle opposte fazioni. Attualmente il corpo di Priebke si trova tumulato in un luogo segreto.

Alfredino Rampi, è morto il minatore Torello Martinozzi: tirò fuori dal pozzo il corpo del bimbo

Il Messaggero

Una immagine dei tentativi di salvare Alfredino

È morto a 77 anni a Massa Marittima (Grosseto), Torello Martinozzi, caposquadra dei minatori maremmani che furono inviati nel 1981 a Vermicino per recuperare il corpo di Alfredo Rampi, il bambino caduto e morto in un pozzo profondo oltre 60 metri.

Torello, minatore di Gavorrano, allestì una squadra e si calò il 4 luglio, dopo che il 10 giugno il piccolo Alfredo era caduto nel pozzo. Fu proprio lui a raggiungere il corpo del piccolo, dopo che la sua squadra aveva scavato una galleria parallela. La vicenda di Alfredino fu il primo dramma trasmesso in diretta tv, tenne in apprensione l'Italia per giorni ed ebbe una grande risonanza mediatica.

Sabato 11 Ottobre 2014, 21:45 - Ultimo aggiornamento: 12 Ottobre, 11:15



Roma, degrado e rifiuti nel pozzo che inghiottì Alfredino
Il Messaggero
 

Accade che il dolore scavalchi il Tempo, ma venga sentito a fatica, vissuto come un flagello astruso davanti al quale c’è chi non riesce a nutrire neanche pietà.

Pietà per quel visino coperto dal fango che gridava «papà tirami fuori», pietà per una mamma inginocchiata sul precipizio della follia che inghiotte un corpicino fragile maciullato dalla pressione della terra. Succede di notte, nell’inganno banale che al buio la coscienza prenda sonno: arrivano macchine veloci, inchiodano e scaricano sacchi di immondizia. Macerano al sole, chissà da quanto tempo. Succede di notte, quando coppiette accecate si fermano sulla stradina abbandonata e si appartano.

Di giorno, il mondo senza pietà che si è dato appuntamento a Vermicino, mostra l’orrore di quando si dà un calcio alla Memoria: rovi, erbacce, una discarica quasi in segno di sdegno, e un cumulo di terra a nascondere il ricordo di Alfredo Rampi, strappato alla vita a soli sei anni. Tre giorni di agonia in quel giugno del 1981 quando l’Italia si diede appuntamento in un maledetto pozzo.

OSTAGGIO
Una rete imbevuta nella ruggine tiene ostaggio quell’angolo di terreno dove 33 anni fa Alfredino cadde nel maledetto pozzo artesiano. «Il terreno è proprietà privata, non sappiamo chi sia» la triste cantilena di chi si incontra in via Sant’Ireneo, una stradina di campagna schiacciata tra gli uliveti poco lontano da Frascati. C’è un cancello a proteggere lo scempio: erbacce alte, detriti, pezzi di legno.

L’area davanti al cancello, su una rientranza della strada, è stata scelta chissà da quanti come luogo per una discarica: bustoni neri strappati dai cani randagi, pezzi di cibo andato a male, decine di bottiglie di plastica abbandonate. Qualche busta è stata sollevata dal vento fin dentro la proprietà dove non c’è più quel piccolo vaso di fiori e quella la croce che ogni tanto qualcuno accarezzava. Non si vede più neanche il tubo rosso che segnalava il pozzo che si prese Alfredino. C’è un cumulo di terra e sopra un ulivo che ha sfidato il degrado e continua a ergersi, quasi in segno di riscatto. Di Alfredino non c’è più traccia.

Intervista ad Angelo Licheri, l'angelo di Alfredino
PLAY FOTO Vermicino, il pozzo dove morì Alfredino Rampi (Foto Luciano Sciurba)


DOLORE
«È una proprietà privata, abbiamo le mani legate - dice Alessandro Spalletta, sindaco di Frascati - Sarà mia cura accertarmi delle condizioni del luogo e, d'accordo con la famiglia, valuterò la possibilità di erigere una statua in memoria di Alfredino». Si scatena la politica: «Questa storia mostra quanto è fragile e casuale la tutela della memoria degli eventi che hanno segnato la storia del nostro Paese» dice Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma. L’invito a erigere una statua è stato rivolto anche da Davide Bordoni, coordinatore romano di FI, e Fabrizio Panecaldo, coordinatore della maggioranza in Campidoglio. «Amarezza», ma nessuna parola gridata, da parte di chi da anni è vicina a Franca, la mamma di Alfredino. «Il degrado è il simbolo di come il nostro Paese tratta la sicurezza dei suoi cittadini» dice Daniele Biondo, presidente del Centro Alfredo Rampi Onlus che in oltre 30 anni ha insegnato a 180 mila bimbi l’educazione al rischio e all’emergenza.

«Quell'area - aggiunge Biondo - è un pezzo di storia italiana che dovrebbe essere ben tenuto, la famiglia, comunque, ha scelto come luogo simbolo del ricordo di Alfredo la onlus, l'impegno nel volontariato affinché certe tragedia non accadano più». Una scelta dettata dall’amarezza, quasi imposta dal disperato tentativo di non aggiungere dolore allo strazio dell’anima per la perdita di un figlio. «Ma la statua c’è» borbotta qualcuno tentando di soffocare i sensi di colpa. Una statua nella chiesa Sacri Cuori di Gesù e Maria di Vermicino on il marmo consumato dal tempo. «È davvero deprimente, non c’era neanche un fiore» dice Carmelo Ramundo che insieme a Fabio Marra, regista, tempo fa ha accompagnato nel luogo della vergogna Angelo Licheri, l’uomo che sfiorò le dita di Alfredino calandosi a testa in giù nel pozzo. Ramundo ha girato il documentario L’angelo di Alfredino «per non dimenticare» dice. Ma la Memoria di quel bimbo e dei suoi soccorritori sembra ormai essere stata scalciata via. Senza pietà.

laura.bogliolo@ilmessaggero.it
Mercoledì 20 Agosto 2014, 08:24 - Ultimo aggiornamento: 22 Agosto, 15:45



Il fattorino che provò a salvarlo: «Io ci torno sempre, è una vergogna»

Il Messaggero
di Laura Bogliolo



La rabbia attraversa il corpo minuto, si gonfia nel petto ostaggio delle «piccole spalle» e si libera in una parola: «Sdegno». L’angelo di Alfredino non è mai uscito da quel pozzo, ostaggio del ricordo di piccole dita sfiorate e poi sfuggite via. È tornato più volte in quel fazzoletto di terra a Vermicino che ha inghiottito Alfredino. «Volevo portare un fiore, ho visto solo rovi e immondizia». Angelo Licheri, il fattorino sardo che lavorava in via di Donna Olimpia ha strappato, senza volerlo, una pagina alla Storia.

Oggi, 70 anni, vive in una casa di cura a Nettuno. La casa di produzione Quadra film che ha realizzato il documentario L’angelo di Alfredino in collaborazione con il Centro Alfredo Rampi promuove da sempre una raccolta fondi per aiutarlo. Il destino balordo ha voluto che una malattia gli portasse via una gamba, ma non quella grinta che il 12 giugno gli fece prendere l’auto e raggiungere Vermicino gridando: «Nel pozzo ci vado io».

Angelo Licheri, immondizia e degrado nel pozzo che ha inghiottito Alfredino.
«è uno scempio, una vergogna. Ogni tanto torno in quel luogo per ricordare la memoria di Alfredino, ma non riesco neanche a lasciare un fiore, possibile che si possa arrivare a tanto? Quel posto dovrebbe essere un’area pubblica dove poter piangere in ricordo di quel bambino».

Come si sente quando vede il degrado in cui versa quel posto?
«Male, mi sento male: è un po’ il simbolo della Memoria che in Italia non viene tutelata, rispettata. È un oltraggio al quale qualcuno dovrebbe rimediare al più presto».

Non vuole essere chiamato eroe.
«No, assolutamente, ma quale eroe: ho fatto solo il mio dovere, ero incollato alla televisione e ho sentito dentro una spinta irrefrenabile, sono dovuto partire da Roma. Avevo il fisico adatto per entrare in quel pozzo, avevo le spalle piccole e mi sono proposto ai soccorritori».

A testa in giù, a mani nude nel pozzo.
«Sì quello era l’unico modo e non potrò mai dimenticare, non potrò mai smettere di sentire dolore per il mio fallimento. Ho fallito, non sono riuscito a salvare Afredino».

Lei sente di aver fallito, ma tutta l’Italia ha sempre proclamato il suo coraggio, nessuno potrà mai dimenticare le sue lacrime e la sua disperazione appena uscito dal pozzo.
«Per me è stato naturale, doveroso, dovevo provare a tutti i costi a liberare quel piccolino e vedere che oggi a distanza di trent’anni la memoria di quel bambino è stata oltraggiata mi fa davvero male. Vorrei un giorno poter portare un fiore su quel fazzoletto di terra che ha inghiottito per sempre la vita di un bambino, vorrei tornare un giorno e non dover versare lacrime di rabbia, ma solo di dolore per la fine di Alfredino. Sto chiedendo tanto?».

Mercoledì 20 Agosto 2014, 08:28 - Ultimo aggiornamento: 09:30

Datagate, c'è un nuovo Edward Snowden»

Il Messaggero

E' ufficiale: c'è un nuovo Edward Snowden. Quello che finora era solo un sospetto trova conferma in alcuni documenti riservati dell'Nsa pubblicati dal magazine americano online The Intercept.


.itUn articolo del The Intercept cita documenti segreti dell'Antiterrorismo Usa datati Agosto 2013, ovvero quando Snowden aveva già lasciato gli Stati Uniti per evitare l'incriminazione. Glenn Greenwald, il fondatore del sito web, nel luglio scorso, aveva già parlato pubblicamente dell'esistenza di una vuova talpa: «A questo punto sembra chiaro», scrisse su Twitter. Intervistato dalla Cnn a Febbraio 2014 aveva profetizzato: «Credo sia pacifico sostenere che Snowden e il suo coraggio abbiano ispirato altre persone».

Il governo americano sta investigando per risalire all'identità del nuovo Snowden. Non è ancora chiaro quanti documenti abbia diffuso né quanti "danni" possano fare alle relazioni internazionali americane. Di certo c'è solamente che si tratta di carte catalogate come "secret" e "noforn", ovvero da non condividere con altri Paesi. Documenti molto riservati, sebbene non sensibili quanto quelli diffusi da Snowden, etichettati come "top secret".

Intanto un documentario scela la vita di Snowden a Mosca: una vita «appagante», soprattutto da quando il protagonista del Datagate dallo scorso luglio è stato raggiunto anche dalla fidanzata, Lindsay Mills, che ora vive con lui. Il documentario è firmato da Laura Poitras, che insieme al giornalista Glenn Greenwald ha seguito Snowden dal primo momento. Sarà nelle sale cinematografiche americane a partire dal 24 ottobre, con il titolo "Citezenfour".

Sabato 11 Ottobre 2014, 17:08 - Ultimo aggiornamento: 21:45

Davide batte Golia: Equitalia viene pignorata

Fabrizio Boschi - Dom, 12/10/2014 - 08:17

La vittoria di un giovane avvocato di Reggio Calabria: l'ente di riscossione perde una causa ma non vuole pagare. Arriva l'ufficio giudiziario


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Come ci sia riuscita non si sa. Ma c'è riuscita. Una giovane avvocato di Reggio Calabria ha vinto la causa impossibile, quella contro Equitalia.

La storia risale al 2011 quando una cittadina reggina riceve a casa la più classica delle cartelle di Equitalia. Quattro o cinque contravvenzioni della polizia municipale di Reggio non pagate che sono lievitate a oltre 500 euro. La signora, disperata, si rivolge a un avvocato, Samantha Farcomeni, che prende in carico il caso e, dopo aver studiato la pratica, avanza vizi nella cartella esattoriale: l'inesistenza giuridica della notifica della cartella; la decadenza dal diritto di procedere a riscossione; ma, soprattutto, l'ingiustificata maggiorazione della sanzione per ritardato pagamento.

Ed è proprio su quest'ultimo punto che il legale cita in giudizio sia il Comune di Reggio sia l'ente di riscossione, chiedendo l'annullamento della cartella illegittima. Con i tempi soliti della giustizia italiana, la sentenza arriva nel dicembre del 2013. Il giudice di pace annulla la cartella e condanna in solido sia il Comune di Reggio Calabria sia Equitalia al pagamento delle spese legali quantificate in 450 euro. Il tempo passa, nessuno dei due soggetti si fa vivo con l'avvocato. Di pagare il conto, insomma, nemmeno l'idea. Così l'avvocato Farcomeni passa alle maniere forti: il 18 luglio scorso fa partire l'atto di precetto ovvero l'intimazione volta ad ottenere i soldi, concedendo i soliti 10 giorni di tempo. Non succede nulla.

Equitalia, puntualissima nel pretendere i pagamenti a suo favore, non lo è quando è lei a dover pagare. Dunque, il 25 settembre, l'avvocato Farcomeni ordina all'ufficiale giudiziario di riscuotere i soldi «a casa» del debitore, ovvero agli sportelli di Equitalia. «Sapendo che il Comune di Reggio, ad oggi commissariato in vista delle elezioni, non ha in cassa un centesimo - spiega Farcomeni - mi sono rivolta all'altro debitore che avrebbe garantito il recupero del credito in maniera certa e in tempi rapidi. Tutto l'impianto della sentenza si è basato sulla illegittima maggiorazione della sanzione. Questo unico motivo ha assorbito tutti gli altri e ciò ha annullato e travolto le ragioni di Equitalia». Per la prima volta in Italia le parti si sono invertite.

Una volta tanto ad essere moroso non è il cittadino, ma quell'ente che non si vergogna a mandare cartelle esattoriali a raffica, che intima pagamenti passando sopra a tutti, che sta col fiato sul collo dei contribuenti senza pietà, ma che poi, quando deve pagare si gira dall'altra parte. Oltretutto per una cifra così ridicola. «Sono imbarazzata ma soddisfatta - sorride l'avvocato Farcomeni - chi di spada ferisce di spada perisce. Questa è una sorta di rivincita nei confronti di quanti vengono vessati e martoriati da quel mostro che è Equitalia e che mi auguro presto venga smantellato». Farcomeni for president .

Anche Rosita fa “scandalo”, peccato che sia un pupazzo

La Stampa
nadia ferrigo


Il segreto
Banderas e la gallina Rosita; a destra si vedono i fili che comandano il pupazzo


Animalisti in campo per Rosita, la gallina livornese protagonista della nuova campagna pubblicitaria del Mulino Bianco. Non sbatte le ali e non becchetta, anzi se ne sta buona e tranquilla mentre Antonio Banderas sforna biscotti e macina la farina. Addirittura si intrattiene a conversare con lui mentre prendono il sole sul tetto, fianco a fianco. Di certo il trucco c’è. 

Ma non ha niente a che fare con la denuncia comparsa nei giorni scorsi sul blog di Aidaa, sigla di Associazione italiana difesa animali e ambiente. «La gallina appare innaturale nei movimenti», si leggeva nella segnalazione poi rimossa, «potrebbe essere per le condizioni di forte stress dovuto alla legatura delle gambe», o peggio ancora per colpa di «sostanze dopanti o tranquillanti». Su un punto Aidaa ha ragione. La gallina è innaturale, ma solo perché è un pupazzo meccanico, un «animatronic», di quelli che spesso si vedono al cinema o nei parchi di divertimento.

Aidaa non è nuova alle denunce fantasiose, come l’invito «a spegnere la televisione o cambiare canale tutti i giorni quando sugli schermi appare il cartone animato Peppa Pig». Secondo il presidente dell’associazione, Lorenzo Croce, «le immagini dei maialini felici distolgono l’attenzione dalle condizioni degli animali che vivono in allevamenti intensivi, uccisi in maniera brutale». 

Barilla è il primo consumatore di uova a livello industriale in Italia: ogni anno se ne vanno 23mila tonnellate da oltre due milioni di galline. Da due anni per i marchi Le Emiliane, Mulino Bianco e Pavesi scelgono solo uova da galline allevate a terra, dove i voltatili son cresciuti liberi in edifici a uno o più piani. Mentre per le pubblicità, vanno benissimo i pupazzi.