sabato 11 ottobre 2014

Le due ragazze austriache arruolatesi nell'Isis vogliono tornare a casa. Vienna: "Impossibile"

Luca Romano - Sab, 11/10/2014 - 17:30

Diciassette e 15 anni, Samra e Sabina erano scappate di casa ad aprile. Dopo aver sposato due miliziani ed essere rimaste incinte, vogliono tornare a casa, ma il governo austriaco dice no

Due ragazze austriache di 17 e 15 anni di origine kosovara, lo scorso mese di aprile sono scappate di casa per andare ad arruolarsi nelle file dell'Is, in Siria, spinte dalla voglia di cambiare stile di vita e unirsi alla lotta dei fondamentalisti islamici nel "nome di Allah".



Due ragazzine lasciatesi irretire in un gioco più grande di loro, diventate le "ragazze immagine" per la jihad in Siria. Ora, però, Samra Kesinovic e la sua amica Sabina Selimovic stanno cercando disperatamente di tornare nel loro Paese. Stando a quanto riferito dai media austriaci citati dal Daily Mail, infatti, le due adolescenti avrebbero contattato le loro famiglie chiedendo un aiuto per tornare a casa. Scomparse da Vienna il 10 aprile scorso, avevano lasciato un biglietto ai genitori in cui chiedevano di non cercarle: "Serviremo Allah e moriremo per lui".

Arrivate nella città siriana di Raqqa, roccaforte dei jihadisti dello Stato islamico, avrebbero sposato combattenti ceceni e ora sarebbero entrambe incinte. Secondo fonti della sicurezza citate dal quotidiano austriaco Oesterreich, le due ragazze non avrebbero alcuna possibilità di tornare a casa dopo la notorietà internazionale conquistata con la pubblicazione delle loro fotografie su internet. Lo stesso portavoce del ministero dell’Interno di Vienna, Karl-Heinz Grundboeck, ha sottolineato che per certe persone "una volta partiti è quasi impossibile" tornare in Austria.  Si stima che siano circa 160 gli austriaci unitisi ai jihadisti attivi in Iraq e Siria.



Gli islamici inglesi pregano per il boia "Allah protegga lui e la sua famiglia"

Fausto Biloslavo - Ven, 22/08/2014 - 07:00

Un predicatore islamico britannico che giustifica la decapitazione del giornalista americano, James Foley, sostenendo che «si raccoglie ciò che si semina».



Jihadisti inglesi scatenati su twitter nell'acclamare il boia che ha tagliato la testa all'ostaggio invocando «la protezione di Allah per lui e la sua famiglia». E dalla Bosnia un altro predicatore che è venuto a tenere sermoni a Cremona e Pordenone ha cambiato nelle ultime ore l'immagine di copertina su Facebook adottando la bandiera nera del Califfato.

Dopo la brutale esecuzione di Foley il predicatore radicale britannico, Anjem Choudary, ha candidamente spiegato che è il risultato dei bombardamenti «dell'America e dei suoi alleati. Si raccoglie ciò che si semina. L'effetto ha una causa». Il cattivo maestro dell'Islam citato dal Times di Londra è il capo di al-Muhajiroun, una rete radicale accusata di collusioni con il terrorismo.

La rete di Choudary sarebbe in contatto con «Sharia 4» in Italia, un'organizzazione radicale che recluta volontari per andare a combattere in Siria. Uno di questi era Anas el-Abboubi, giovane rapper di Brescia arrestato lo scorso anno e poi assolto dal Tribunale del riesame. Una volta rilasciato è partito per la Siria arruolandosi nello Stato islamico, dove probabilmente è rimasto ucciso.

A Londra Choudary plaude ai circa 500 volontari inglesi della guerra santa che hanno aderito al Califfato. Secondo lui Foley era visto «come la voce dell'America» dai suoi aguzzini e «non c'è bisogno» che i giornalisti vadano in Siria. Il predicatore estremista si è rifiutato di condannare la decapitazione ed altri jihadisti inglesi hanno addirittura inneggiato al boia soprattutto via twitter, come rivela il Times .

Abul Muthanna, che si presenta come «soldato dello Stato islamico» descrive il tagliatore di teste, pure lui inglese, come un «leone». Il suo tremendo «cinguettio» non lascia dubbi: «Potete definirli atti orribili, ma perché chiamarli codardi? I nostri uomini amano la morte come voi amate la vita e arriveranno con le cinture esplosive». L'autore sarebbe Nasser Muthana, un ventenne di Cardiff, capoluogo del Galles.

Il fratello minore Aseel di 17 anni e il loro amico, Reyaad Khan, si sono arruolati nel Califfato. Abu Aminah, con lo pseudonimo su twitter @ghazisami ha scritto riferendosi al boia: «Le mie speranze e preghiere in tutto questo James Foley fiasco vanno al mujahed giustiziere. Possa Allah proteggere lui e la sua famiglia».

Abu Turaab al-Kanadi, un volontario della guerra santa canadese ha provocatoriamente twittato: «È tempo di giocare a calcio» con la testa di Foley. Altri seguaci del Califfo, che inneggiano all'esecuzione di Foley, meno di due settimane fa avevano postato una foto sul sedile posteriore di un veicolo scrivendo nella didascalia «dalle strade di Londra alle piste della Jihad».

I cattivi maestri dell'Islam radicale non sono annidati solo in Inghilterra. In Bosnia vive e predica Bilal Bosnic, che è stato segnalato diverse volte in Italia. Da imam itinerante ha tenuto sermoni vicino a Cremona, a Pordenone ed è seguito da altri centri islamici come quello bosniaco di Bergamo secondo Giovanni Giacalone, analista del radicalismo balcanico. Ismar Mesinovic, imbianchino bosniaco di Longarone, sarebbe rimasto affascinato dal cattivo maestro ed è partito per la Siria dove ha perso la vita in gennaio.

L'imam Bosnic ha cambiato ieri l'immagine di copertina della sua pagina Facebook (1378 «mi piace») con la bandiera nera del Califfato. Ai sermoni si fa riprendere con lo stesso vessillo alle spalle e negli ultimi giorni ha lanciato un appello via internet rivolto «ai giovani e a tutti musulmani per sostenere il Califfo».

www.gliocchidellaguerra.it

Giustizia lumaca da record: 80 anni per accertare la proprietà di un terreno

Franco Grilli - Sab, 11/10/2014 - 14:59

La vertenza tra il Comune di Arienzo (Caserta) e la famiglia de Falco per accertare la piena proprietà di un terreno era iniziata nel lontano 1934

Che il nostro Paese abbia problemi con la lentezza della giustizia è cosa nota. Spesso ce lo ricordano dall'Europa, invitandoci a darci una mossa per cambiare le cose e velocizzare quel tanto che basta per essere un Paese civile.



La storia che vi stiamo per raccontare, però, è da record storico. Per accertare la proprietà di un terreno ci sono voluti addirittura 80 anni. Si trattava di una vertenza iniziata nel lontano 1934 tra il Comune di Arienzo (Caserta) e la famiglia de Falco per accertare, in tema di diritto feudale, la natura "allodiale" (piena proprietà) di un terreno di dieci ettari. È stato richiamato il catasto francese del 1801 risalendo fino al 1536, per accertare "possessi continui e non interrotti" di terreni contesi tra la proprietà pubblica di un uso civico comunale e quella privata e sono stati tirati in ballo anche i provvedimenti legislativi emanati durante la reggenza del Regno di Napoli di Giuseppe Bonaparte.

La vicenda si è conclusa con una sentenza del Commissariato per la liquidazione degli usi civici per la Campania ed il Molise; è stata riconosciuta la piena proprietà delle terre alla famiglia de Falco.Per il Comune le terre spettavano alla collettività contadina comunale che fin dall’anno 1536 poteva ricavare i prodotti necessari alla sopravvivenza, come enunciato dalla sentenza del 29 novembre 1809 della Commissione feudale, intervenuta nel giudizio del Comune di Arienzo contro il Principe di Colubrano.

Dopo infiniti accertamenti, ricerche d’archivio, perizie, opposizioni, ricorsi, verifiche tecniche e un numero imprecisato di esperti, il commissario per la liquidazione degli usi civici per la Campania ed il Molise, presidente Anna Maria Allagrande, ha posto la parola fine alla causa ed ha accolto la tesi sostenuta per anni, per ultimo dal professor Diego de Falco, docente di Statistica matematica nell’Università Statale di Milano difeso dall’avvocato Amedeo Passaro del Foro di Napoli, esperto di Diritto Feudale, riconoscendo la piena proprietà delle terre alla famiglia de Falco, come è risultato, "dopo faticosa ricerca, dal catasto francese del 1801, foglio 496, istituito da Giuseppe Bonaparte".

"Si tratta - spiega l’avvocato Passaro - di un caso molto interessante che, senza dubbio, denota i meccanismi infernali dell’accertamento della verità processuale dopo due secoli ma è anche uno straordinario esempio di analisi storica. Basta leggere la sentenza del presidente Allagrande per rendersene conto". Una vicenda davvero incredibile che il legale commenta con un ironico riferimento filosofico: "Come afferma Heidegger, le vie che portano alla verità sono le stesse che portano all’errore per cui la giustizia italiana è lenta ma difficilmente commette errori".

Tutti insultano Napolitano ma solo Storace pagherà

Marcello Veneziani - Sab, 11/10/2014 - 15:15

il Capo dello Stato è un bersaglio per molti, ma solo il leader della Destra rischia la cella per vilipendio


Stiamo perdendo i sensi. Il senso della realtà, il senso della misura, il senso dello Stato e delle Istituzioni.

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Prendete Napolitano, prendetelo con tutti i riguardi, come si addice al presidente della Repubblica, anzi di più, un presidente bis, che è al Quirinale oltre il mandato ordinario di un presidente, come se fosse un Re o un Pontefice.

Ripetutamente vilipeso da grillini e affini, costretto a testimoniare nella vicenda Stato-mafia nonostante abbia già dichiarato che non ha nulla da dire in merito, dopo aver rischiato di fare la sua audizione davanti ai boss della mafia, disatteso sulle nomine alla Consulta e più volte trascinato in polemiche anche di basso profilo, torna d'improvviso sacro e intoccabile.

L'occasione è il processo per vilipendio del capo dello Stato a Francesco Storace, che sette anni fa usò un aggettivo indegno per definire il presidente della Repubblica. Per l'impropria definizione di Napolitano, Storace rischia il prossimo 21 ottobre una condanna seria e se non il carcere, il verdetto potrebbe troncargli la carriera politica, vietandogli di candidarsi alle elezioni. Stiamo parlando di una parola, una parola sola, che era poi un fallo di reazione. Napolitano aveva definito indegno l'attacco di Storace ai senatori a vita, come Rita Levi Montalcini, ritenendoli «stampelle del governo».

E Storace aveva ricambiato la grave censura di Napolitano e aveva a sua volta definito indegno il capo dello Stato. Storace si è poi scusato. Ma la giustizia italiana, la stessa giustizia che trascina il capo dello Stato in una vicenda dai contorni loschi come il rapporto tra mafia e istituzioni, la stessa giustizia che non manca di attaccare gli altri poteri istituzionali e di non risparmiare lo stesso presidente della Repubblica, scopre improvvisamente che la parola di Storace ha ferito le Istituzioni, lo Stato, il Quirinale, la Patria e la Repubblica e non c'è fallo di reazione, scuse, precedenti e paragoni che tengano.

L'imperativo di tutelare il presidente della Repubblica si scopre categorico e il calpestatissimo senso dello Stato si rianima per una volta sola. È come se in una società atea un solo peccatore fosse condannato per aver nominato il nome di Dio invano... Con Storace si torna al Vecchio Testamento e Napolitano per un giorno ritorna biblicamente Il Supremo e Inattaccabile Simbolo della Repubblica Italiana. Ma solo per un giorno, solo per un caso, solo per un versante politico...

A proposito. Dal punto di vista politico la vicenda può avere altri sbocchi più estrosi. Per esempio un rilancio della figura appannata di Napolitano grazie a un bel gesto, magari preventivo, del capo dello Stato per disinnescare la grottesca vicenda. O, all'opposto, il rilancio politico di Storace che accetta il verdetto fino in fondo, in modo che un esponente significativo dell'opposizione, ex ministro, ex governatore e leader di La Destra, finisca in prigione per aver pronunciato una sola parola.

Sarebbe uno spettacolo istruttivo per questa Repubblica dei Puri e dei Depurati. Pensavamo di essere nella sbrindellata Italia, dove l'oltraggio, l'insulto e l'illegalità regnano sovrani anche tra i rappresentanti della legge. E invece siamo a Hong Kong, in una versione grottesca della Cina. È la contro-rivoluzione dell'ombrello. Con Storace in veste di caprone espiatorio.

Cgia: le imposte comunali più alte? A Roma, Bologna, Genova e Bari

Lucio Di Marzo - Sab, 11/10/2014 - 11:32

Per fronteggiare i tagli, le città hanno alzato le tasse. Nel capoluogo emiliano 1.610 euro di tassazione media


Bologna, Roma, Bari e Genova. Sono queste le quattro città italiane che detengono il record negativo di centri in cui la tassazione a livello comunale è più alta.

Le città più care sono quelle di sinistra

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A rilevarlo è stata la Cgia di Mestre che, spulciando i dati, ha calcolato il prelievo medio che le famiglie dovranno affrontare per il pagamento della Tari (sui rifiuti), la Tasi (sui servizi indivisibili) e l'Ipef. È Bologna il capoluogo che guida la poco simpatica classifica, con 1.610 euro di prelievo, se si considerano abitazioni di tipo civile A2. La seguono, a distanza ravvicinata, Genova (1.488 euro), Bari (1.414 euro) e Milano (1.379 euro). Se si parla invece di case di tipo A3, la Capitale balza in testa (1.100 euro), seguita da Bari (1.079 euro), Napoli (1.000 euro) e Genova (961 euro).

Pesantissimi tagli ai trasferimenti, spiega il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, hanno portato un forte aumento della tassazione comunale. La sforbiciata, tra il 2010 e il 2014, ha toccato il 48% a Bologna, Roma e Bari, il 63% a Milano e il 66% a Venezia. "I Comuni sono stati obbligati a ridurre i servizi e ad aumentare le tasse locali, penalizzando soprattutto le famiglie meno abbienti".

Per i pm il sisma si può prevedere, la pioggia no

Nino Materi - Sab, 11/10/2014 - 09:11

A L'Aquila condannati per non avere dato l'allarme sisma, a Genova nessuna colpa

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Dura la vita dell'«esperto» in cataclismi naturali. Se, come nel caso dell'alluvione di Genova, l'allarme non lo lanci, rischi l'incriminazione per omicidio: ma la cosa si trascina per anni, se non per decenni (nel capoluogo ligure gli allagamenti sono ormai considerati «normali»).

Se invece, come nel caso del terremoto dell'Aquila, l'allarme lo lanci in modo inadeguato, rischi lo stesso l'incriminazione per omicidio, però la condanna giunge in tempi record. Come dire: l'alluvione è imprevedibile, mentre il terremoto no. Tesi, ovviamente, che non sta né in cielo né in terra. Ragion per cui consigliamo agli «esperti» di lasciar perdere le previsioni e imboscarsi dietro una scrivania.
Ma bisogna salvare almeno la faccia. E allora dal tribunale ligure ecco il solito annuncio:

«Nell'ambito dei nostri accertamenti dovremo chiarire per quale motivo i cittadini genovesi non sono stati allertati dagli organi preposti sulle reali condizioni meteo», ha dichiarato ieri il procuratore di Genova, il quale, dopo la notizia della morte dell'infermiere annegato in via Canevari, ha aperto un fascicolo di indagine per omicidio colposo; nell'ambito dell'inchiesta dovrà essere chiarita la causa della «totale assenza di comunicazione».

Sotto la lente dunque gli organi di protezione civile, proprio nel giorno in cui si sarebbe dovuta inaugurare la nuova sala di protezione civile con il piano per prevenire ciò che è avvenuto nella notte.
Nelle stesse ore, nel capoluogo abruzzese, il procuratore dell'Aquila alla fine della requisitoria ha chiesto per i 7 imputati della Commissione grandi rischi, la conferma della sentenza di primo grado, (sei anni di reclusione) tranne la pena accessoria dell'interdizione dei pubblici uffici. Motivo: l'allarme che lanciarono prima del sisma fu sbagliato.

Peccato che il concetto di «allarme sbagliato» risulti piuttosto aleatorio nell'ambito di fenomeni (come appunto il terremoto) impossibili da prevedere.

Ma il procuratore dell'Aquila rigetta al mittente ogni rilievo: «Ancora si parla di processo alla scienza contestando il lavoro della procura e del giudice, giocando sull'equivoco dell'accusa e della condanna di non aver previsto il sisma. Le voci fuori dal processo sono importanti, non è vero che non abbiamo orecchie per sentire in quest'aula». Il procuratore tiene invece a precisare che «non si tratta di un processo alla scienza, ma ad un'errata analisi degli indicatori di rischio e ad una non corretta informazione di questa analisi». Insomma, sia a Genova che a l'Aquila, a prescindere dalla tempestività degli allarmi, a parere dei pm ci troviamo comunque dinanzi a «imprudenza, negligenza e incoscienza nel tipo di valutazione».

In subordine si può sempre optare per l'acquisto di SismaAllarm : nuovo dispositivo in vendita da oggi che si applica in casa e costa 99 euro. Frutto di uno studio tutto italiano riconoscerebbe (il condizionale è d'obbligo) le onde magnetiche che precedono le vere e proprie scosse telluriche. In attesa del solito terremoto giudiziario.

Questa specie di Stato

La Stampa
massimo gramellini

Non starò a farvi venire il mal di testa con il rimpallo di accuse che ha contraddistinto il comportamento delle autorità alluvionate di ogni ordine e grado durante la giornata di ieri, mentre i genovesi erano per strada in silenzio a spalare. La solita catena burocratica in cui un potere scarica le colpe su un altro potere al fine di allontanare da sé ogni responsabilità. 

Se ho capito bene, ma credo che non l’abbiano capito nemmeno loro, chi avrebbe dovuto dare l’allarme lo ha dato in ritardo, chi avrebbe dovuto reagire all’allarme non aveva preparato alcun piano d’azione, chi avrebbe dovuto ripulire e fortificare i torrenti già esondati in un passato fin troppo recente non ha potuto farlo per un impedimento amministrativo che però il tribunale competente sostiene essere stato superato da mesi. 

La sensazione è la solita: quella di un Paese non governato e forse ingovernabile, dove i cittadini sono abbandonati a se stessi, la prevenzione è una parolaccia, tutti pensano soltanto a pararsi il fondoschiena e nessuno chiede mai scusa. Pressappochismo, disorganizzazione e paralisi burocratica, il tutto condito con una spruzzata di arroganza. Cambiano le generazioni e, purtroppo, la frequenza delle alluvioni, ma il menu di Genova ricorda desolatamente quelli di Firenze, del Polesine, di Messina. Di ogni tragedia «imprevedibile» che da secoli mette prevedibilmente in ginocchio questa specie di Stato. 

Vaticano, le Librerie Paolini non vendono il libro di Antonio Socci sul Papa

Libero

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Antonio Socci e le Librerie Paoline ai ferri corti per Non è Francesco, il libro che mette in dubbio la regolarità canonica dell’elezione di Papa Bergoglio. Già negli scorsi giorni, riporta il sito fanpage.it, si era sparsa sui social network la notizia di un improvviso ritiro del volume da tutte le librerie italiane, ma era stato lo stesso Socci a smentirle attraverso il suo profilo Facebook: “Qualcuno emulato poi da qualche ingenuo, si è inventato che il mio libro Non è Francesco sarebbe presto ritirato dal commercio.

E’ ovviamente una sciocchezza senza alcun fondamento. Sta tranquillamente in qualsiasi libreria.”
Che così non sia, lo conferma a fanpage.it suor Beatrice Salvioni, responsabile delle librerie delle Paoline, che sul tema è a dir poco tranchant: “Noi il libro di Socci non lo vendiamo perché è pieno di illazioni. Una cosa è lanciare una riflessione, un’altra è sparare a zero contro qualcuno, soprattutto contro il Papa, senza alcun motivo valido, come fece anche Gian Luigi Nuzzi con il libro “Sua Santità”.

Abbiamo nei nostri punti vendita volumi degli autori più vari, che parlano anche di temi scottanti, ma i loro testi, pur controversi, sono ben documentati e propongono discussioni. Non è il caso del libro di Socci”. Socci accoglie la notizia con incredulità: “E’ una censura che non capisco – Alle Paoline, ad esempio, si trova di tutto, anche libri che mettono in discussione la fede cattolica ma non il mio. Si tratta di decisioni frutto di mentalità bigotte".



"Non è Francesco": Il libro di Socci sul Papa che agita il Vaticano

Libero
01 ottobre 2014

«A Joseph Ratzinger, un gigante di speranza». Inizia con questa dichiarazione di appartenenza e di fede il libro dell’intellettuale cattolico e collaboratore di Libero Antonio Socci “Non è Francesco”, edito da Mondadori e in libreria dal 3 ottobre. Dedicato anche «ai cristiani perseguitati in Iraq», il volume ha fatto discutere prima ancora di arrivare sugli scaffali. Niente che Socci non volesse. Lo scopo, scrive lui stesso, è indagare su domande «così destabilizzanti e “proibite” dal mainstream che tutti evitano di dirle in pubblico». Non sono parole esagerate. «Quali sono», chiede infatti Socci, «i motivi tuttora sconosciuti della storica rinuncia al Papato di Benedetto XVI? 

Qualcuno lo ha indotto a ritirarsi? Ma soprattutto: è stata una vera rinuncia? Perché non è tornato cardinale, ma è rimasto “Papa emerito”?». Socci affronta pure un’altra questione dirompente: se durante il Conclave che elesse Bergoglio siano state violate - come a lui pare - le norme della Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. La giornalista argentina Elisabetta Piqué ha infatti svelato che Bergoglio fu eletto nella quinta votazione del 13 marzo (la sesta in totale), con una serie di procedure che avrebbero trasgredito quanto previsto dalla Costituzione apostolica, rendendo così «nulla e invalida l’elezione stessa». 

Questioni gravi, che meritano chiarimenti approfonditi. Qui i lettori di Libero troveranno ampi stralci tratti dalla premessa del libro, laddove Socci racconta la propria delusione per un papa, Francesco, che pure aveva accolto «a braccia spalancate, come era giusto fare ritenendolo il Papa legittimamente eletto». (F.C.)


Ammetto di essere uno dei tanti che hanno accolto Bergoglio - il 13 marzo 2013 - a braccia spalancate, come era giusto fare ritenendolo il Papa legittimamente eletto. E anche per una serie di amicizie comuni (a me molto care), che mi avevano indotto a nutrire benevole speranze nel nuovo Pontefice. Gli comunicai perfino (e convintamente) che - fra tanti altri - poteva contare pure sulla preghiera mia e della mia famiglia, e sull’offerta delle nostre croci per il compimento della sua alta missione.

Mi piaceva quel suo stile dimesso. I giornali lo rappresentavano come il vescovo che girava per Buenos Aires con i mezzi pubblici, che abitava in un modesto appartamento anziché nel palazzo vescovile, che frequentava i miseri quartieri delle periferie come un padre buono, desideroso di portare ai più infelici la carezza del Nazareno. Tutto questo poteva essere una formidabile ventata di aria fresca per il Vaticano e per l’intera Chiesa.

Ho sostenuto papa Francesco come potevo, per mesi, da giornalista, sulla stampa. Mi sembrava un apostolo del confessionale, devoto della Madonna. L’ho difeso dalle critiche affrettate di alcuni tradizionalisti e continuo a trovare ancora oggi assurde le polemiche di coloro che prendono a pretesto le dichiarazioni di papa Francesco per attaccare in realtà il Concilio Vaticano II, Joseph Ratzinger e Giovanni Paolo II, (...) che nessuna responsabilità hanno nelle scelte di Bergoglio.

Da questo punto di vista sono ben contento di essere fra coloro che Roberto De Mattei considera «i difensori più accaniti del Vaticano II». Sono infatti convinto, con Benedetto XVI (con Giovanni Paolo II e con Paolo VI), che il Concilio è un evento molto prezioso. Ma il vero Concilio, quello che sta nei documenti e fa parte del magistero della Chiesa. Ben altra cosa (opposta) è quello «virtuale» costruito dai mass media, quello che per esempio si trova teorizzato dalla storiografia progressista. (...)

Sostenere oggi che le dichiarazioni di Bergoglio a Scalfari (per fare un esempio) in fin dei conti sono in continuità con Benedetto XVI, con Giovanni Paolo II e con Paolo VI, ovvero che Bergoglio «incarna l’essenza del Vaticano II» (De Mattei), è assurdo. (…). Purtroppo, oggi io sono uno dei tantissimi delusi (un sentimento che dilaga sempre più tra i cattolici, seppure non raccontato dai giornali). (…).

Diversi cardinali avevano votato Bergoglio con la speranza che egli continuasse l’opera di rinnovamento e purificazione intrapresa da Benedetto XVI, che irrompesse nella Curia vaticana e (metaforicamente) la rovesciasse come un calzino, quasi col fuoco di Giovanni Battista. Invece bisogna amaramente riconoscere che poco o nulla è stato fatto (solo qualche rimozione, in certi casi anche ingiusta).

Va bene andare a vivere nel residence di «Santa Marta», può essere anch’esso un segnale positivo, anche se non è proprio una povera cella monastica. Io, in un mio libro avevo addirittura sognato un Papa che andava a vivere in una parrocchia di borgata. In ogni caso apprezzo il messaggio. Ma poi il problema è il governo di quella cosa complessa che è il Vaticano e - per esempio - dello Ior, che qualcuno ha pure prospettato di chiudere, non essendo chiara la sua utilità per la Chiesa, ma che Bergoglio non ha chiuso affatto. Al contrario, dicono gli osservatori più informati, Bergoglio ha moltiplicato commissioni, burocrazie e spese. (…)

Ci si aspettava una ventata di rigore morale nei confronti della «sporcizia» (anche del ceto ecclesiastico) denunciata e combattuta dal grande Joseph Ratzinger. Ma come dobbiamo interpretare il segnale dato al mondo di lassismo e di resa nei confronti dei nuovi costumi sessuali della società e dello sfascio dei principi morali e delle famiglie? Come interpretare il rifiuto di papa Bergoglio di opporsi alle questioni etiche, come hanno fatto eroicamente i suoi predecessori, o anche solo di «giudicarle», cioè di contrastare culturalmente quella rivoluzione dei rapporti affettivi che distrugge ogni serio legame e ha lasciato tutti più soli e infelici, schiavi dell’istinto?

San Paolo affermava «l’uomo spirituale giudica ogni cosa» (1Cor 2,15) e non «chi sono io per giudicare?». E perché non opporsi a quella cultura della morte che non riconosce più nessuna sacralità all’essere umano o a quell’ondata di anticristianesimo e antiumanesimo che, sotto diverse bandiere, pervade ormai il mondo? (...). C’erano da confutare coloro che, nella Chiesa, buttano alle ortiche la retta dottrina cattolica e che - pure da cattedre potenti - demoliscono il cuore della fede, invece si sono visti «bastonare» i buoni cattolici, quelli ortodossi che vivevano veramente la povertà, la castità, la preghiera e la carità.

Anzi, papa Bergoglio si scaglia proprio su chi usa «un linguaggio completamente ortodosso» perché così non corrisponderebbe al Vangelo (Evangelii Gaudium n. 41). Cosa mai vista e mai sentita in tutta la storia della Chiesa. Per non dire di quando lo stesso Bergoglio si avventura nelle sue sconcertanti affermazioni, tipo «se uno non pecca non è uomo», una tesi sorprendente che nemmeno si avvede così di negare di fatto l’umanità di Gesù e Maria, i quali furono esenti dal peccato e proprio per questo sono il modello ideale supremo dell’uomo e della donna.

O quando ha attribuito erroneamente a san Paolo la frase «mi vanto dei miei peccati» (Omelia di Santa Marta del 4 settembre 2014), un’enormità su cui il sito vaticano www.news.va ha ritenuto addirittura di fare il titolo «Perché vantarsi dei peccati». Evidentemente in Vaticano, e in particolare a Santa Marta, non si conosce quanto afferma san Tommaso d’Aquino: «È peccato mortale quando uno si vanta di cose che offendono la gloria di Dio».

Si sperava davvero che si soccorressero le vittime più indifese e inermi nelle periferie più sperdute del mondo, invece - lo ricordo con dolore - papa Bergoglio ha ostinatamente evitato di alzare la sua voce, nell’estate 2014, in soccorso dei cristiani massacrati nel Califfato islamico del Nord Iraq, limitandosi a poche dichiarazioni, senza mai pronunciare una vibrata invettiva (come quelle che ha fatto su argomenti politically correct) o un vigoroso appello alla comunità internazionale perché intervenisse a disarmare i carnefici e difendere gli inermi massacrati.

Mai si è rivolto verso un mondo islamico che in genere umilia ogni minoranza, mai una sferzata contro il terrorismo islamista, mai ha chiesto esplicitamente quell’«ingerenza umanitaria» (concepita specialmente da Giovanni Paolo II) che disarmasse, anche con la forza, i carnefici e impedisse massacri come pure imploravano i vescovi dell’Iraq. I quali patriarchi hanno gridato a gran voce che le proprie comunità venissero difese, con la forza, dal massacro incombente e hanno mosso una critica esplicita alla reticenza del Papa chiedendogli «un uso più audace della propria influenza per la causa dei cristiani iracheni».

Ma Bergoglio è stato cauto e reticente, barcamenandosi senza esporsi. Siamo sicuri che di fronte alla tragedia dei cristiani (e delle altre minoranze) in Iraq non potesse assumere un atteggiamento più deciso come quello dei suoi predecessori o come il suo su altri temi? (…). Non si è vista nemmeno un’opera di vera sensibilizzazione della Chiesa intera, che mobilitasse la preghiera di tutti, che sollecitasse veglie, novene, digiuni (sono queste le armi dei cristiani) e un grande aiuto umanitario. Che controindicazioni c’erano su questo? Non se ne vedono davvero.

C’era bisogno di dare conforto e aiuto concreto ai tanti cristiani perseguitati, umiliati, incarcerati, massacrati, ma papa Bergoglio invece ha continuato a confidare in un dialogo senza condizioni e senza precauzioni, esponendosi a dolorosi incidenti come quello dell’8 giugno 2014, quando ha chiamato a pregare in Vaticano, fra gli altri, un imam che, lì sul suolo bagnato dal sangue di tanti martiri cristiani, infischiandosene dei discorsi concordati, ha invocato Allah perché aiuti i musulmani a schiacciare gli infedeli («dacci la vittoria sui miscredenti»). (...).

C’era bisogno di dire almeno una parola in difesa di giovani madri - come Meriam o Asia Bibi - condannate a morte nei regimi islamici per la loro fede cristiana o almeno si poteva chiedere di pregare per loro, ma papa Francesco non lo ha mai fatto, non ha nemmeno risposto all’appello mandatogli da Asia Bibi, mentre ha scritto personalmente un lungo messaggio di auguri agli islamici che digiunano per il Ramadan auspicando che esso porti loro «abbondanti frutti spirituali». (...).

Si è venuti a scoprire peraltro che al tempo del discorso di Ratisbona di Benedetto XVI (quello che è passato alla storia per aver fatto infuriare i musulmani), il portavoce dell’allora cardinale Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, criticò pubblicamente papa Ratzinger. Newsweek pubblicò le sue parole sotto il titolo «L’Arcidiocesi di Buenos Aires contro Benedetto XVI». Il portavoce dopo qualche tempo fu sollevato dall'incarico, ma molti si sono chiesti se e quando vi sia stata una sconfessione pubblica da parte del vescovo Bergoglio e un suo appoggio aperto al discorso pronunciato da Ratzinger a Ratisbona. (...).

Alla luce di questi fatti si spiega l’atteggiamento attuale di papa Francesco nei confronti dell’Islam e degli islamisti del Califfato iracheno (carnefici di cristiani e di altre minoranze). Bergoglio, sempre così critico con i cattolici, non si contrappone mai nemmeno alle lobby laiciste sui temi della vita, del gender, dei principi non negoziabili che papa Benedetto individuò come pilastri della «dittatura del relativismo». (...).

C’era (e c’è) bisogno di far accendere una luce per una generazione che è stata gettata nelle tenebre del nichilismo, che non sa più nemmeno distinguere il Bene dal Male perché le hanno insegnato che non esistono e che ognuno può fare quello che gli pare. Purtroppo papa Bergoglio rischia di assecondare proprio questa tragica deriva dicendo anch’egli che «ciascuno ha una sua idea di bene e di male» e «noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il bene».

C’era e c’è bisogno di annunciare Cristo, nostra speranza e vera felicità della vita, a una generazione che non sa nemmeno più chi è Gesù e non sa che farsene della propria giovinezza e dell'esistenza. E rischia di essere fuorviante sentir dire da papa Bergoglio che «il proselitismo è una solenne sciocchezza» e che lui non ha «nessuna intenzione» di convertire i suoi interlocutori.

Certo, ha ragione quando ricorda che il cristianesimo si comunica «per attrazione», ma l’ardore missionario ci è stato testimoniato dai santi e «fare proselitismo» è il comandamento di Gesù ai suoi apostoli: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). Non si può dimenticare questo precetto evangelico, che indica il vero, grande compito della vita, per avere il plauso dei ricchi e potenti salotti snob e anticattolici della Repubblica.

Dove tutti ora esultano ritenendo di avere finalmente un Papa «scalfariano». C’è un gran bisogno di portare la carezza del Nazareno a chi è solo, malato, sofferente o disperato ed è molto doloroso veder «saltare» all’ultimo momento la visita del Papa all’ospedale Gemelli con i malati in attesa sotto il sole (loro, le cui piaghe sono le piaghe di Cristo), mentre si trovano facilmente ore da dedicare a Scalfari, o si trova il tempo per telefonare a Marco Pannella o a Maradona e andare di persona a Caserta solo per incontrare l’amico pastore protestante. (…)

Bergoglio - secondo i suoi fan più sfegatati - sarebbe un rivoluzionario che intende sovvertire la Chiesa cattolica, eliminando i dogmi della fede e buttando alle ortiche secoli di magistero. Cosa significherebbe e cosa comporterebbe tutto questo? Se fosse vero la Chiesa sarebbe alla vigilia di una drammatica esplosione. È così? Vorrà scongiurarlo, padre Bergoglio? Vorrà tornare sulla strada dove un giorno, da giovane (lo ha raccontato una volta e mi ha commosso), incontrò gli occhi di Gesù? Vorrà ricercare quel suo sguardo e in Lui ritrovare tutti noi?



Antonio Socci e il libro su Papa Francesco, il Foglio di Ferrara: "Ciarpame senza pudore, cazzate, una porcata"

Libero
02 ottobre 2014


"Ciarpame senza pudore". A massacrare il libro di Antonio Socci Non è Francesco è Maurizio Crippa, che verga un commento durissimo sul Foglio diretto da Giuliano Ferrara, sempre molto attento al dibattito sul Vaticano. "Un fanta-thriller", scrive sarcasticamente Crippa a proposito dell'opera seconda di Socci, incentrata sul giallo dell'ultimo Conclave e le presunte irregolarità nel voto che renderebbero non valida l'elezione di Papa Francesco.

"Il plot puzza come un polpettone avvelenato", è la stroncatura sul Foglio, secondo cui "basta aver letto l'articolo 68 del Regolamento generale di elezione dei Papi, quello che prescrive che nel caso il numero delle schede non corrisponda al numero degli elettori bisogna bruciarle tutte e procedere subito ad una seconda votazione". E giù fendenti alle tesi di Non è Francesco, i cui "bizzarri sceneggiatori hanno l'aria di essere i Bombolo e Cannavale della vaticanistica". E il passo dalla critica scientifica al livore personale pare brevissimo.

"Caro Socci, se vinceva un altro..." - La colpa di Socci è tutta quella di chiedersi se sta implodendo la Chiesa. Interrogativo più che legittimo anche in tempi di "riscoperta", grazie a improbabili (e improvvisati?) filo-papisti e Bergoglio fans in stile Eugenio Scalfari. "Può sempre accadere - allarga le braccia Crippa -, ma non accadrà per una concatenazione di cazzate come quelle che Socci mette in fila, ciarpame senza pudore per citare la nostra amatissima Santa Veronica da Macherio (Veronica Lario, ndr)". "E' davvero difficile accettare la sua pretestuosa pretesa che un cavillo possa essere inteso come provvidenziale, se serve a fare fuori un Papa che non gli piace.

Ne fosse stato eletto uno che gli andava a genio, siamo sicuri che quel cavillo provvidenziale avrebbe dormito sonni tranquilli - prosegue Crippa -. Avessero eletto un suo preferito, uno dei cardinali  tutti controcazzi e dottrina, avrebbe dormito sonni tranquilli". Insomma, il peccato originale di Socci sarebbe quello di voler "tornare al passato", una "speranza fantascientifica". La tesi, accusa il commentatore del Foglio, è "ovviamente la solita: via Benedetto, siamo piombati nel più buio relativismus". E citare a sostegno di questa tesi parole dello stesso Ratzinger e di don Giussani, conclude un inviperito Crippa, è una "porcata inaccettabile".

Il piatto da ottomila calorie che nessuno ha mai digerito: potrebbe uccidere

Il Mattino
di Costanza Ignazzi

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Pesa quasi 3 chili e mezzo e ha un apporto calorico non indifferente: 8000 calorie, di che uccidere un uomo medio abbastanza temerario da ingurgitarlo tutto insieme. Stiamo parlando di quello che dalle parti di Manchester chiamano 'The Hibernator', il leggendario piatto servito al Bear Grills Cafè e che nessuno finora è mai riuscito a terminare.

Composto da otto fette di bacon, otto salsicce, quattro uova fritte e un'omelette con il formaggio, quattro waffles, quattro toast e altrettante fette di pane fritto, fagioli, patatine, pomodori, funghi e accompagnato da un milkshake di taglia grande, l'Hibernator sfamerebbe facilmente cinque persone tutte insieme, sostituendo tutti e tre i pasti della giornata. Ma per una persona sola, terminarlo è quasi impossibile, tanto che è stato addirittura istituito un premio di 100 sterline per il campione che prima o poi sconfiggerà l'Hibernator in una lotta all'ultima briciola.

Calcolando che il massimo fabbisogno giornaliero di un uomo sedentario si aggira intorno alle 2500 calorie, con le sue 8000 il piatto potrebbe anche avere qualche effetto imprevisto sulla salute di chi lo assaggerà. Per questo il proprietario del Café, Mark Winder, fa firmare a chi volesse cimentarsi una dichiarazione di scarico di responsabilità: «Chiediamo a tutti di capire appieno quello a cui stanno andando incontro - spiega - e ovviamente i minorenni non possono partecipare. Tutti devono spuntare una casella nella quale dichiarano di non avere problemi di salute».

Con Ashton Kutcher Lenovo reinventa il pc

La Stampa
bruno ruffilli

Tablet con proiettore video incorporato, laptop ultraflessibili, design avventuroso: i cinesi innovano per rimanere i primi produttori mondiali di computer. E con Motorola puntano a controllare anche il mercato degli smartphone

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Il primo produttore di pc al mondo ha il volto pubblico di Ashton Kutcher. L’attore americano non è solo il testimonial di Lenovo, ma per l’azienda cinese ricopre ufficialmente il ruolo di “product engineer”: con la sua passione per la tecnologia ha contribuito allo sviluppo dei nuovi prodotti lanciati ieri a Londra.

I tablet
Si chiamano Yoga, come la serie precedente, da cui prendono spunto anche per il design, che ricorda un blocco note aperto e piegato su stesso. Lo Yoga 2 ha una base cilindrica lungo il lato maggiore, per tenerlo inclinato quando è appoggiato su un piano per scrivere, ma consente anche di afferrarlo comodamente con una mano, o mantenerlo in piedi per vedere un film o un programma tv. E c’è perfino un gancio per appenderlo al muro. I due tablet sono disponibili sia con Android che con Windows, in versione da 8 o 10 pollici: hanno processore Intel Atom, altoparlanti stereo e una buona autonomia, grazie alla potente batteria cilindrica.

Il modello più curioso è però lo Yoga 2 Pro: sistema operativo Android, schermo da 13 pollici con risoluzione QuadHD 2560x1440 pixel, subwoofer e addirittura un proiettore incorporato per vedere film e immagini come al cinema sulle pareti di casa. «La nostra idea era di creare il miglior tablet del mercato», dichiara Kutcher. «Per farlo, abbiamo pensato a come gli utenti utilizzano i tablet e a ciò di cui hanno bisogno per un’esperienza ottimale. Lo YOGA Tablet 2 Pro ha la qualità audio migliore, una fotocamera e un display eccezionalmente luminosi, una nuova modalità d’uso, un proiettore e un processore top di gamma». E le ambizioni sono alte: Lenovo punta a vendere 100 milioni di tablet nel prossimo anno.

Il mercato
Sullo schermo, Kutcher ricorda forse inconsapevolmente Steve Jobs, o meglio: il personaggio di Steve Jobs nel film che ha interpretato un paio di anni fa. Qualche vezzo, qualche accento enfatico nella voce forse gli è rimasto da quell’esperienza, ma in realtà la strategia di Lenovo non ha nulla in comune con Apple. Jobs aveva dichiarato il pc sulla strada del declino già quattro anni fa, spiegando che desktop e portatili avrebbero continuato a esistere, ma che ci si avviava a un’era post-pc, in cui smartphone e tablet avrebbero rimpiazzato il computer nella vita di tutti i giorni.

«Secondo me si sta arrivando a un equilibrio – osserva Gianfranco Lanci, Chief Operating Officer di Lenovo, il numero due italiano di un’azienda che è cinese ma ha una management proveniente da tutto il mondo. «Per un certo periodo abbiamo pensato che fosse possibile sostituire un pc con un tablet, anche perché costa meno. Oggi invece gli utenti si sono accorti che con questi apparecchi non si può fare tutto: sono perfetti per consumare contenuti, ma non per generarli; anche scrivere una mail non è facile». Il mercato mondiale dei tablet è in flessione negli ultimi mesi, mentre il calo decennale dei computer rallenta, sia pure di poco.

Il computer
Lenovo ha il 20 per cento del mercato mondiale di computer. Ma come vede il futuro del pc? «C’è ancora spazio per i computer, a patto di avere un’idea», risponde Lanci. «Il desktop cambia pelle, diventa all-in-one integrato col monitor o si rimpicciolisce fino a trasformarsi in una scatoletta. Lo scatolone di una volta forse resisterà in qualche azienda, forse lo useranno ancora gli appassionati videogiochi che possono montarci schede grafiche molto potenti». Il resto cambia volto molto velocemente.

Anche il laptop non è più quello di una volta: i modelli si moltiplicano, le sperimentazioni di design crescono. Lenovo copre il 50 per cento del mercato mondiale dei pc convertibili, e a Londra ha presentato un computer potente e ultrasottile (12,8 mm) che si piega in mille modi diversi grazie a una cerniera a «cinturino di orologio»; un software permette di utilizzarlo come tablet, come pc portatile o anche in verticale modificando automaticamente l’orientamento dello schermo. Yoga 3 Pro ha un display ad altissima definizione da 13,3 pollici e nessun ventilatore interno.

Espansione
Lanci ha lasciato Acer qualche anno fa, dove era arrivato fino al ruolo di Ceo. «Divergenze di opinione con il consiglio di amministrazione», spiega. «Io ero del parere che bisognasse puntare di più sui dispositivi mobili». Ora Lenovo, che in pochi anni è passata da piccolo fabbricante orientale a potenza tecnologica planetaria, ha acquistato prima i computer consumer, poi la divisione server di IBM, oggi è anche al terzo posto nella top ten degli smartphone. Da noi non sono in commercio, ma arriveranno a breve: potrebbero essere venduti anche come Motorola, visto che i cinesi hanno acquistato qualche mese fa la storica azienda da Google. 

Lo scherzo vale solo se è di sinistra

Vittorio Feltri - Ven, 10/10/2014 - 15:26

Privacy tutelata solo a sinistra

Da quando esiste e funziona (male) l'Authority incaricata di sorvegliare il rispetto della privacy, succedono cose turche: la tutela della vita privata delle persone non c'è più.
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Sui giornali si leggono intercettazioni telefoniche di donne e uomini non coinvolti in indagini penali; conversazioni irrilevanti dal punto di vista giudiziario si pubblicano impunemente su quotidiani e riviste accanto a fotografie scattate all'interno di ristoranti (cosa vietata). Siamo di fronte a violazioni clamorose della riservatezza richiesta a protezione di ciò che riguarda l'intimità del cittadino, ricopra o no ruoli pubblici.

Basti pensare a quanto accaduto alla famiglia Bossetti. Massimo è accusato di aver ucciso Yara Gambirasio. La moglie non è imputata di nulla ma i media - complici i magistrati, suppongo - è stata indicata come fedifraga, avendo avuto - si mormora e si scrive - un paio di amanti. Il fratello del presunto assassino - è stato messo nero su bianco - sarebbe stato concepito fuori dal matrimonio.

I figli dello stesso Massimo, due ragazzi che frequentano la scuola, oltre a essere considerati discendenti diretti di un omicida, avrebbero una mamma un po' leggerotta, per non dire di peggio.
Vi pare normale che si arrivi a questo punto di disprezzo verso gente che non ha colpe se non quella di ritrovarsi con un familiare coinvolto in un'inchiesta non ancora definita e in attesa del giudizio di primo grado?

Questa è solo la premessa di un discorso meritevole di approfondimento. Veniamo al punto. Alcuni mesi orsono il ministro Fabrizio Barca viene preso di mira dalla Zanzara, programma radiofonico di notevole successo condotto da Giuseppe Cruciani su Radio 24. Un imitatore - giornalista - finge di essere Nichi Vendola e intrattiene il ministro in una chiacchierata disinibita. Barca si lascia andare a considerazioni imbarazzanti - per lui stesso e per il governo - e tutto va in onda senza filtro. Immaginatevi le conseguenze, le polemiche, le recriminazioni.

Dov'è il problema? Barca denuncia all'Authority di essere stato buggerato e di aver detto fuori dai denti e in buonafede ciò che pensava. Non accetta il fatto di essere stato imprudente e di aver abboccato come un allocco allo scherzo di Cruciani & soci. E pretende che i conduttori del programma siano sanzionati. Assurdo. Egli parla a vanvera convinto che il suo interlocutore sia Vendola, e si confida con lui, poi, dato che il colloquio viene divulgato, si pente e s'incavola non con se stesso, bensì con chi lo ha preso in giro facendogli dire quello che in effetti pensa.

Il bello è che l'Authority gli ha dato ragione, deplorando i curatori della trasmissione perché hanno fatto il loro mestiere, quello di smascherare uno che ufficialmente dice rosso ma in camera caritatis dice verde. Siamo fuori dalla logica. Ora Cruciani non può più ricorrere all'imitatore (che, essendo un giornalista, rischia di essere buttato fuori dall'Ordine degli scribi) per realizzare i propri scoop. Metodo scorretto, dichiara il Garante della privacy.

Da notare che il formidabile conduttore radiofonico lo aveva usato decine di volte per strappare a vari personaggi dichiarazioni disinibite, senza mai incappare in sanzioni. Ma si trattava di uomini e donne non di sinistra. Non appena la «vittima» del gioco è stato un esponente del Pd, ecco che l'Authority è subito intervenuta allo scopo di punire La Zanzara, impedendole di utilizzare l'imitatore onde mettere in difficoltà certi Vip che ufficialmente dicono una cosa e in privato una opposta.

Anziché conferire un premio a Cruciani per aver smascherato l'ipocrisia di tanti protagonisti della vita politica, sempre pronti ad affermare il contrario del loro reale pensiero, l'Authority lo ha fustigato vietandogli di continuare a fare lodevolmente il suo mestiere. Una vergogna. Un insulto alla libertà di pensiero, di giudizio e di informazione. Un tentativo goffo e idiota di proteggere coloro che occupano posti di rilievo senza un minimo di coerenza e di onestà intellettuale.

Per comprendere la gravità delle posizioni assunte contro La Zanzara e a favore degli imbroglioni e dei fanfaroni, serve citare Orson Welles che, decenni orsono, organizzò - giovanissimo, 22 anni - un programma radiofonico simile a quello di Cruciani, nel quale fece credere agli ascoltatori che fosse in atto un'invasione degli Usa da parte dei marziani. Se negli States ci fosse stata un'authority sprovveduta come la nostra, Welles sarebbe stato condannato e non sarebbe diventato il più grande regista e uomo di comunicazione di tutti i tempi.

Più stupidi degli italiani, ci sono soltanto coloro che li governano. Lunga vita alla Zanzara. Abbasso l'Authority della privacy la cui chiusura auspichiamo.

Al Sud tanti randagi, al Nord pochi: è emigrazione (anche) di cani e gatti

Corriere del Mezzogiorno

Iniziativa per salvare i cani randagi e affidarli a nuovi padroni: dalla Campania si va in tutt’Italia anche perché nella regione ci sono meno persone disposte ad adottarli

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Partono ogni sabato da diverse città della Campania: Salerno, Afragola, Giugliano. E risalgono l’Italia portando nelle città del Nord decine di cani randagi curati, vaccinati, microchippati e sterilizzati.




I volontari che le organizzano le chiamano «staffette della speranza»: in questo modo riescono a salvare e a collocare moltissimi animali che, senza di loro, probabilmente andrebbero incontro alla morte. Le staffette sono state ideate per un motivo preciso: in Campania ci sono più randagi che nelle regioni del Nord e meno persone disposte ad adottarli.

CON FURGONI «CERTIFICATI» DALLE ASL - I gruppi che si dedicano a questo tipo di volontariato sono numerosi e non tutti rigorosi allo stesso modo. Ma quelli più seri hanno regole precise e furgoni dichiarati dall’Asl idonei al trasporto dei cani, con tanto di aria condizionata.

IL PRE-AFFIDO - Di più: prima di consegnare gli animali alle persone che intendono adottarli, e con le quali sono entrati in contatto via Internet, svolgono addirittura un pre-affido. Un volontario del Nord, cioè, va a controllare se la famiglia che ha chiesto il cane possiede i requisiti per adottarlo: dolcezza, pazienza, attenzione. In caso positivo l’animale parte dal Sud (Campania, ma anche Calabria e Puglia) e alla consegna il nuovo padrone paga solo il rimborso delle spese: in genere poche decine di euro.

FOTO DALLE NUOVE CASE - Per i volontari, la soddisfazione più grande e ricevere le foto degli ex randagi nella loro nuova casa, circondati dall’amore dei padroni.

L’ITINERARIO - Ecco un itinerario tipo di un “furgone della speranza”: Salerno - Nocera – Caserta – Cassino –Ceprano – Roma – Orte – Arezzo – Firenze – Bologna, con la possibilità di aggiungere ulteriori tratte fino a Padova, Modena, Parma, Piacenza, Milano, Tortona, Alessandria, Torino e Genova.

10 ottobre 2014

Gragnano. Turisti inglesi fingono la rapina del Rolex

Il Mattino

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I carabinieri della stazione di Gragnano (Napoli) hanno denunciato due coniugi di nazionalità inglese, che si trovano in Campania per vacanza, poiché la sera del 21 settembre avevano denunciato di essere stati vittime di una rapina. I coniugi inglesi hanno raccontato ai militari di essere stati aggrediti e rapinati del rolex (valore di 10mila euro) da due giovani in sella a un ciclomotore e con volto coperto da casco integrale.

Stando al racconto, ad indossare il Rolex era l’uomo ed il prezioso orologio era coperto da polizza assicurativa. Ma dall'analisi dei filmati dei sistemi di videosorveglianza della zona, è emerso che l’uomo non aveva alcun orologio al polso. Grazie anche ad altre testimonianze, i carabinieri hanno scoperto che il racconto era totalmente falso e l'obiettivo della coppia di turisti era quello di riscuotere il rimborso assicurativo. I due sono stati denunciati.

venerdì 10 ottobre 2014 - 11:58   Ultimo agg.: 13:41