venerdì 3 ottobre 2014

L'ex di Lotta continua ora pretende una legge per rieducare gli agenti

Andrea Cuomo - Ven, 03/10/2014 - 08:20

Il senatore Pd Manconi propone una legge per inculcare il pacifismo agli agenti

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Più Gandhi, meno manganelli. Mentre da più parti si invocano più mezzi per le forze dell'ordine, qualcuno al Senato pensa invece a renderli più paciocconi, sottoponendoli a corsi di tecniche non-violente.

È quanto prevede il disegno di legge depositato il 14 luglio scorso e solo da qualche giorno affidato alla commissione Affari costituzionali. Primo firmatario Luigi Manconi, senatore del Pd e presidente della commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. Con lui diciassette colleghi di partito, due esponenti del M5S (tra cui il No Tav Marco Scibona) e due grillini fuorisciti.

«I troppo frequenti episodi di violenze e abusi da parte delle Forze di polizia - scrivono i firmatari - sembrano denotare, tra le altre cause, l'inadeguatezza della loro preparazione e l'esigenza di una complessiva revisione del loro percorso formativo, nel segno di una maggiore democratizzazione. Per ricorrenza, dimensioni e gravità, comportamenti violenti e prevaricatori quali quelli tenuti, ad esempio, in occasione del G8 di Genova, non sono imputabili esclusivamente a eccessi e devianze di singoli agenti, ma a una complessiva esigenza di miglioramento, sotto il profilo deontologico e valoriale, della preparazione del personale di polizia».

Da qui l'idea di inserire per legge nei programmi didattici destinati alla formazione e all'aggiornamento delle forze di polizia, «delle attività e degli insegnamenti funzionali all'apprendimento delle tecniche e dei metodi della nonviolenza». Un percorso che fornirebbe agli agenti «gli strumenti per gestire, nella maniera appunto più pacifica possibile, condizioni di tensione e stemperarne la conflittualità».

Una proposta sconcertante, visto che gli agenti dovrebbero mettere fiori nei loro cannoni proprio quando fronteggiano i professionisti della guerriglia urbana, quelli che alle tecniche non-violente sono adusi come un ubriacone con l'acqua. Sarcastica la reazione di Gianni Tonelli, segretario generale del sindacato di Polizia Sap: «I corsi di pacifismo che il senatore Manconi vorrebbe far fare ai poliziotti italiani - spiega Tonelli - ricordano le “rieducazioni del nemico di classe” che Stalin imponeva nella Russia sovietica».

Secondo Tonelli il ddl «è la triste conferma di quel che denunciamo da sempre e cioè che in parte del mondo istituzionale è fortissimo il partito dell'anti polizia e di coloro che odiano le divise. In Italia non ci sono troppi agenti violenti; purtroppo invece ci sono troppi politici come Manconi che trasudano odio da ogni poro per i servitori dello Stato e che parlano e agiscono, a spese del contribuente, senza conoscere la realtà delle cose».

Tonelli ricorda che Manconi è «ex leader di Lotta Continua e protagonista anche di scontri violenti negli anni di piombo», e chiede: «Il senatore conosce le nostre scuole di polizia e i nostri corsi di perfezionamento, che prevedono tra l'altro la materia dei diritti umani? Da chi dovremmo andare a scuola di pacifismo? Forse dai suoi amici No Tav o dagli antagonisti che mettono a ferro e fuoco le nostre città?

Lo sa, il senatore Manconi, che dall'inizio dell'anno ben 4mila poliziotti sono rimasti feriti a seguito di interventi a fronte di pochissime, presunte segnalazioni di nostri abusi, il più delle volte inesistenti e montati ad arte sui media?». Conclusione sconsolata: «A noi non servono corsi di pacifismo, ma risorse per avere una formazione migliore, mezzi adeguati, uffici dignitosi e stipendi all'altezza del rischio che corriamo».

Così Napolitano favorì Mani pulite"

Stefano Zurlo - Ven, 03/10/2014 - 08:43

Stefania Craxi: "Nel '93 lasciò che la Finanza sequestrasse i bilanci della Camera senza fiatare"

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Ci sono un paio di date che Stefania Craxi non ha dimenticato: il 2 febbraio e il 6 maggio del 1993, anno secondo di Mani pulite ma anche momento difficile, drammatico, spartiacque della nostra democrazia.

Perché chiama in causa il Quirinale?
«Perché il tempo è galantuomo. E purtroppo le scorciatoie, i cedimenti a un clima giustizialista, la rottura delle regole sono elementi che poi tornano fuori».

Un attimo, torniamo al '93 e a Napolitano terza carica dello Stato.
«Appunto. Il 2 febbraio '93 la procura di Milano manda le Fiamme gialle a Montecitorio per sequestrare i bilanci dei partiti».

Che erano falsi. O sbaglio?
«Ma certo. Se è per questo erano anche pubblici. Napolitano avrebbe dovuto tenere il punto. Invece fece entrare i militari, senza fiatare. Fu una profanazione, uno sfregio alle istituzioni, è inutile girarci intorno. I De Magistris di oggi sono figli di quel clima avvelenato: quando fai uscire il genio dalla lampada, poi può succedere di tutto. Esattamente come sta accadendo di questi tempi».

I reati però c'erano e suo padre Bettino era al centro di molte inchieste.
«Nessuno vuol negare quella realtà che però era condivisa da tutti. Invece le inchieste colpirono in modo chirurgico: qualcuno sì, qualcun altro no. I socialisti e i democristiani non di sinistra furono sterminati; gli altri no».

A Milano furono colpiti anche i miglioristi del Pci-Pds appartenenti alla corrente che faceva capo proprio a Napolitano.
«Sì, è vero, furono decimati dalle indagini in Lombardia. Ma a Napoli accadde poco o nulla. Anzi no, qualcosa successe: Napolitano fu indagato in gran segreto per le tangenti sulla metropolitana di Napoli e poi rapidamente archiviato».

De Magistris allude a qualcosa che non è stato rivelato?
«Chiedetelo a lui. Io mi limito a fare mio l'appello che mio padre lanciò e che ora torna d'attualità perché è contenuto nel libro di papà appena pubblicato da Mondadori Io parlo, e continuerò a parlare ».Stefania Craxi apre il volume e legge il capitolo dedicato a Napolitano. Righe taglienti: «Di fronte a una commissione d'inchiesta parlamentare sul sistema di finanziamento illegale dei partiti e della politica, Giorgio Napolitano sarebbe un testimone di primo piano... Insomma, l'onorevole Napolitano non dovrebbe dare prova di avere la memoria corta. Infatti chi non ce l'ha ricorda bene che l'onorevole Napolitano è stato per anni il responsabile delle relazioni internazionali del Pci. In questa veste non poteva non sapere».

Napolitano cosa dovrebbe fare?
«Autocritica. E poi raccontare quel che sa. La divisione manichea fra buoni e cattivi non funziona, anche se sono passati vent'anni. Però, ripeto, le storture di allora ce le portiamo dietro anche oggi».

In definitiva quali sarebbero le responsabilità politiche di Napolitano?
«Il suo nome torna in diversi momenti cruciali».

Il 2 febbraio '93. E poi?
«Il 6 maggio di quell'anno il presidente della Camera annunciò una rivoluzione clamorosa. Spiegò che da quel giorno il voto per le autorizzazioni a procedere fino a quel momento tradizionalmente a scrutinio segreto, sarebbe avvenuto alla luce del sole».

Che cosa accadde?
«Quello fu il colpo di grazia a chi si opponeva all'alta marea, a chi non voleva uniformarsi ala mentalità dominante e alla caccia alle streghe generale. Combinazione, sa cosa si doveva decidere in quei giorni in giunta?»

Ci aiuti.
«Si doveva deliberare sulla seconda richiesta di autorizzazione a procedere contro mio padre. Quella mossa chiuse la partita. Ma Napolitano avallò anche l'azione di scardinamento istituzionale compiuta dalla commissione Antimafia presieduta da quel Luciano Violante che oggi, incredibilmente, è candidato unico e inamovibile del Pd per la Consulta».

Conclusione?
«Chi la fa l'aspetti».

Schediamo gli hotel con immigrati”. In Romagna choc su Forza Nuova

La Stampa
franco giubilei

“Stop al business senza scrupoli”. Caritas e albergatori: “Siamo indignati”

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Forza Nuova è pronta a svergognare pubblicamente gli albergatori che ospiteranno nelle loro strutture gli immigrati smistati dalla prefettura. E’ questo il senso della dichiarazione bellicosa diffusa ieri dalla segretaria regionale emiliano romagnola dell’organizzazione di estrema destra, in risposta all’iniziativa di coinvolgere gli hotel della riviera nell’accoglienza dei disperati in cerca di rifugio: «Saranno resi pubblici i nomi e i cognomi dei direttori degli hotel e delle strutture che metteranno a repentaglio la sicurezza della nostra gente», si legge in un comunicato.

«L’uso che questi albergatori senza scrupoli fanno dell’immigrazione per loro vero e proprio business è deplorevole e avvilente – spiegano quelli di Forza Nuova -. A fronte di queste scelte gli albergatori di tutta la Romagna riceveranno 30 euro per ogni immigrato ospitato, fondi versati dai contribuenti. Per un numero modesto di 30 immigrati ospiti, gli hotel riceveranno 27 mila euro mensili esentasse». Tutto questo, sempre secondo Fn, senza curarsi dei rischi cui «decisioni egoistiche ed autoreferenziali di albergatori e prefettura» espongono la popolazione: «Si diffondono ormai a macchia d’olio i casi di scabbia e malaria fra gli immigrati, mentre è proprio di questi giorni la notizia che vede l’Italia in cima ai paesi obiettivi di attacchi terroristici».

Don Renzo Gradara, direttore della Caritas di Rimini, impegnata in prima linea nell’accoglienza dei rifugiati, commenta: «Ci sono degli arrivi, e non sono pochi, che devono essere sistemati. E’ stato fatto un bando e tutti possono dare la loro disponibilità: non riesco proprio a vedere dove stia il peccato mortale. Qui in Romagna non siamo forse famosi per l’accoglienza? Forse allora lo siamo solo per quelli che hanno il portafogli pieno». Sul piano etico poi, don Gradara osserva che «di fronte alla situazione mondiale che conosciamo, c’è un problema di dignità delle persone che va affrontato.

E poi non vedo dove sia il problema della sicurezza: molte di queste persone, una volta arrivare in Italia, non vedono l’ora di ripartire per ricongiungersi con altri gruppi in altre nazioni europee».
Alle riflessioni pacate del direttore della Caritas fa eco l’indignazione della presidente di Assoalbergatori Rimini, Patrizia Rinaldis: «A me certi argomenti fanno venire la pelle d’oca: sono allibita e li trovo avvilenti. Il problema poi non sono gli albergatori che si sono resi disponibili, e che ringrazio. La prefettura, nel momento in cui riceve gli immigrati, li deve sistemare e chiede collaborazione agli operatori e alle loro associazioni.

Mi spaventa molto di più il movimento di clandestini e venditori abusivi nel periodo estivo, perché è una fetta di illegalità che ci sfugge, qui invece è un fenomeno governato dallo Stato e dai suoi apparati periferici».

Le sfide a PayPal: dopo lo scorporo di eBay, in arrivo Apple Pay e un servizio tutto italiano

La Stampa

La nuova era dei pagamenti elettronici. Nel futuro le app potranno sostituire denaro e carte di credito

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E’ di pochi giorni fa la decisione di eBay di separarsi da PayPal e formare due società indipendenti dal 2015 per mettersi in posizioni migliori per competere. Ma lo scorporo di PayPal sembra anche rispondere alla sfida lanciata da Apple con ApplePay, l’applicazione presentata lo scorso 9 settembre che permette di pagare nei negozi con i nuovi iPhone attraverso la pre-registrazione delle proprie certe di credito.

Il New York Times prevede «una nuova era» nei pagamenti, dopo che Apple ha stretto accordi con migliaia di gruppi commerciali e banche. «Se dubbi restavano sulle vaste implicazioni dell’ingresso di Apple in questo mercato», scrive il quotidiano, «sono stati spazzati via martedì» dalla notizia che eBay ha dato il via allo spin-off di PayPal, il servizio di pagamenti online che il colosso dell’e-commerce aveva acquistato nel 1998 per 1,5 miliardi di dollari. «PayPal probabilmente è quello che più perderà se Apple Pay avrà successo», conclude l’articolo. La separazione, dice il New York Times, mira a rendere più agile e versatile PayPal all’interno di un mercato dinamico, dove non sono mancati altri tentativi di lanciare sistemi di pagamento con dispositivi mobili, come Google Wallet e SoftCard. 

Ora anche l’Italia cerca il cambiamento per cogliere opportunità diverse. «Stiamo lavorando insieme ad alcune banche italiane a un progetto per creare un e-wallet italiano che serve per facilitare i pagamenti per il commercio elettronico», insomma, una sorta di «Paypal italiano». Lo ha detto intervenendo al convegno «CambiarexCambiare» organizzato da Between, il direttore generale di Unicredit, Roberto Nicastro, aggiungendo che l’annuncio ufficiale avverrà «a gennaio». 

Obsolescenza programmata: quando la tecnologia ha una data di scadenza

La Stampa
stefano rizzato

Dagli smartphone alle stampanti a getto d’inchiostro, dai tablet alle lavatrici: sempre più complessi, sempre più fragili. Così in Francia si discute una legge che prevede fino a due anni di reclusione per chi mette sul mercato prodotti fatti per durare poco 

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L’errore più grande è affezionarsi troppo. Non importa quanto sia bello, intelligente, prestante. Il momento di dirsi addio arriverà. Arriverà troppo presto, in modo traumatico e inatteso, senza il tempo di salutare come si deve. Non ci sarà niente da fare per recuperare il rapporto. E la scelta sarà obbligata: sostituirlo con un altro. È la storia, ricorrente, di ogni amore tecnologico. Quello con uno smartphone, un tablet, un televisore, una lavatrice, una stampante e via dicendo. Idilli spezzati da qualcosa che si rompe. Di solito, un connettore, un filtro, la batteria, il display. Colpa del normale ciclo di vita dei dispositivi elettronici? Secondo qualcuno no: c’è qualcosa di più. C’è a monte la volontà dei produttori di farli durare poco: è la teoria della cosiddetta obsolescenza programmata.

Mito o realtà?
Sul tema si discute ormai da tempo, con in prima linea il “guru” della decrescita felice, Serge Latouche . Diciamolo subito: la pistola fumante non è mai stata trovata. Non ci sono prove che i produttori facciano oggetti destinati a lasciarci in fretta. Dall’altro lato c’è l’esperienza di tutti noi, che racconta di aggeggi che passano indenni il periodo di garanzia e molto spesso vivono una sorta di crisi del terzo anno: proprio appena è finita la copertura del produttore – e magari mentre esce una nuova versione – le prestazioni calano, la batteria crolla, inizia a verificarsi qualche guasto. «Negli anni ’30 e con le prime lampadine a incandescenza, ci fu davvero un cartello tra produttori, per limitare la durata a 100 ore. Ma da allora l’obsolescenza programmata non è stata più provata», dice Andrea Bondi, ingegnere e manager dell’area energia di Trento RISE . «Certo, è plausibile che i produttori scelgano materiali e tecnologie non eterne. Per loro è un equilibrio delicato: da una parte la necessità di fare prodotti affidabili, dall’altra il bisogno di stimolare all’acquisto delle nuove versioni».

La proposta: punire i colpevoli
Il problema esiste e sul tema inizia a muoversi anche la politica. In Italia, a ottobre 2013, fu il parlamentare di Sinistra Ecologia Libertà Luigi Lacquaniti a presentare la prima proposta di legge “per contrastare il fenomeno dell'obsolescenza programmata” . In Francia, proprio in questi giorni, tre deputati ecologisti - Eric Alauzet, Denis Baupin e Cécile Duflot – hanno proposto di punire con pene fino a due anni di reclusione chi metta sul mercato prodotti fatti per durare poco. Ma il guaio resta quello di partenza: almeno per il momento, è impossibile dimostrare che ci sia un intento e un disegno pro-obsolescenza nella progettazione dei nuovi prodotti.

Colpa delle superprestazioni e dei processori sempre più micro
Una delle chiavi del problema, forse la principale, è in profondità dentro smartphone, tablet e affini. È nei semiconduttori usati per produrne i circuiti e nell’architettura fisica di questi dispositivi. Continua Bondi: «Viviamo in un mondo in cui la legge di Moore è ancora validissima e ogni 18 mesi la complessità e la potenza dei microcircuiti raddoppia. L’architettura hardware dei microprocessori attuali è ormai su grandezze di micrometri, millesimi di millimetri. E arriveremo presto ai nanometri, milionesimi di millimetri. Su queste dimensioni e con queste prestazioni, c’è poco da fare: la tecnologia consente e sopporta un certo numero di passaggi di corrente tra i circuiti, che con il tempo diventano soggetti a guasti. Insomma, la tecnologia è spinta a livelli tali che è difficile trovare l’equilibrio tra potenza ed estetica da un lato e durata ed affidabilità dall’altro. Se usassimo le valvole di un tempo, beh avremmo bisogno di un intero quartiere per fare quello che oggi consente uno smartphone».

L’obsolescenza psicologica e i software “self-adaptive”
La questione ha però un altro versante, più sociale. La scadenza di uno smartphone, di un televisore, di una fotocamera non è solo fisica. È anche legata ai messaggi pubblicitari, alle nuove funzioni, ai modelli sempre più nuovi e desiderabili che escono. È quella che Latouche ha definito e criticato come obsolescenza psicologica. «Ed è qualcosa che succede molto anche a livello software: è l’utente a cambiare via via il suo profilo d’uso di uno strumento tecnologico e ad alzare le aspettative che lo riguardano», spiega Antonia Bertolino, ricercatrice del Cnr all’Istituto di Scienza e Tecnologie dell'Informazione di Pisa. «Nel software – prosegue – l’obsolescenza è legata anche a un secondo fattore: il contesto tecnologico, che cambia sempre più in fretta. Un mondo fatto di protocolli di connettività, interfacce, reti tra strumenti diversi che devono dialogare tra loro. Per questo oggi si discute e si lavora molto sulle tecnologie “self-adaptive”, sistemi dinamici e aperti che siano in grado di adattarsi da soli ai cambiamenti del contesto, capaci di auto-aggiornarsi su più livelli».

Smartphone: ecco i modi più comuni in cui si rompono

Il Mattino

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Super tecnologici, con altissime risoluzioni grafiche, sempre connessi ma anche tanto fragili. Si tratta degli smartphone che, purtroppo, molto spesso cadendo diventano inutilizzabili per la rottura di schermi e cristalli.Un sondaggio condotto da ZAGG, azienda specializzata in accessori per smartphone, ha mostrato quali sono le principali cause che provocano il danneggiamento dei dispositivi mobile.

Il 48% dei possessori di smartphone e il 27% dei possessori di tablet afferma di avere almeno un device con i segni visibili di un danno.I più comuni sono legati ai display che si graffiano o nel peggiore dei casi si rompono, in misura minore gli incidenti riguardano la scocca dei dispositivi.Circa il 49% delle persone ha dichiarato di continuare ad usare il dispositivo danneggiato, a meno che il danno ovviamente non richieda una sostituzione.

Le cause della rottura sono le più disparate: dalla classica caduta in terra, all'urto contro altri oggetti, a bambini maldestri, ma ben al 6% dei partecipanti al sondaggio ha visto "morire" lo smartphone dopo una caduta nel water.

Intoppi stile Sturmtruppen. Che figura l'esercito tedesco

Noam Benjamin - Ven, 03/10/2014 - 08:21

Aerei bloccati da guasti, carenza di soldati specializzati e di pezzi di ricambio Il tentativo di Berlino di recuperare prestigio partecipando alle missioni è un flop

 

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Berlino - Sarà uno dei due aerei della flotta presidenziale, di solito riservata alla cancelleria Angela Merkel o al presidente Joachim Gauck, a riportare oggi a casa 150 militari tedeschi dall'Afghanistan. Non si tratta però di un onore concesso agli uomini impegnati a Mazar-i-Sharif, ma di un espediente del governo per sopperire alla mancanza di mezzi di trasporto delle forze armate.

Molti degli aerei Transall della Luftwaffe sono fermi per riparazioni: alcuni aspettano i pezzi di ricambio negli hangar, altri si sono rotti nel corso di missioni all'estero. Per esempio, gli aiuti che la Germania ha promesso ai peshmerga curdi impegnati nel nord dell'Iraq contro il Califfato sono arrivati in ritardo per problemi tecnici al velivolo in partenza da Lipsia.

Così, la visita nel Kurdistan iracheno da parte del ministro della Difesa Ursula von der Leyen non è coincisa con l'arrivo del materiale di supporto. Poca fortuna ha avuto anche la missione umanitaria per la lotta all'Ebola: Berlino si era impegnata a consegnare medicinali e ospedali da campo a Guinea, Liberia e Sierra Leone. Il volo per Dakar si è dovuto invece fermare a Gran Canaria per riparazioni urgenti.

La ragione la spiega al Giornale Thomas Wiegold, il giornalista e blogger tedesco che per primo ha svelato la serie di guasti agli aerei della Luftwaffe. «Il Transall è un velivolo da trasporto molto vecchio, frutto di un consorzio franco-tedesco che risale agli anni Sessanta. La Bundeswehr li utilizza ancora in attesa della consegna degli A400M della Airbus: la Francia si è accaparrata i primi apparecchi, mentre la Germania aspetta ancora. E siamo indietro di parecchi anni».

Con il suo blog «Augen geradeaus!», Wiegold è la gola profonda delle forze armate tedesche. «Non solo le attese per i pezzi di ricambio dei Transall sono lunghissime, ma c'è stato anche un errore nella dismissione programmata, troppo veloce, dei vecchi velivoli: il risultato è che oltre ai pezzi, adesso mancano anche i meccanici esperti». Le prime rughe della Luftwaffe non sono l'unico segno di disorganizzazione.

Problemi esistono anche per i militari che si occupano delle batterie di missile antimissile Patriot installate in Turchia in funzione anti-siriana: per alcuni di loro, il congedo di 20 mesi previsto fra una missione e l'altra è destinato a saltare perché mancano i sostituti. La sequela di brutte figure ha fatto dire ad alcuni che la Germania non è in grado di rispettare gli impegni assunti con la Nato. Un'accusa che il presidente della commissione Difesa del Bundestag, Hans-Peter Bartels (Spd) respinge: «Siamo perfettamente in grado di portare a termine i nostri compiti e non ci sono problemi di sorta per i circa 3.500 militari tedeschi impiegati all'estero».

Bartels riconosce poi le difficoltà tecniche in patria «sul materiale più vecchio, ma sia il presidente Gauck sia il ministro Von der Leyen hanno garantito i nostri impegni». È sostanzialmente d'accordo Michael Daxner, docente di relazioni internazionali alla Libera Università di Berlino: «I militari tedeschi hanno dato buona prova di sé nelle missioni internazionali, specie nel peace-building ». Quello che li rende diversi per esempio dai colleghi statunitensi «è lo scarso impiego di termini come “nemico” o “obiettivo militare”, segno di una tradizione sostanzialmente pacifista», che segna la storia della Germania postbellica.

A dire il vero la ministra targata Cdu è stata la prima ad ammettere i ritardi nella riparazione dei velivoli e a denunciare problemi tecnici per almeno un terzo della flotta aerea tedesca. Una confessione tanto più dolorosa per una donna molto impegnata alla modernizzazione della Bundeswehr: a casa, attraverso l'apertura di asili nido; all'estero, aumentando la proiezione tedesca sugli scenari di crisi. «I problemi sorgono quando alle ambizioni non corrisponde la realtà dei fatti», conclude Wiegold, secondo il quale la ministra sconta i tagli fatti dal suo predecessore de Maizière proprio al settore manutenzione.

«Ma anche lei è responsabile. In un Paese dalla forte impronta pacifista, la ministra è sempre troppo disponibile all'invio di aerei da trasporto, che suonano meno offensivi dei bombardieri o dei paracadutisti. La verità, però, è che l'aviazione è messa male: sui 22 elicotteri navali che abbiamo, 15 hanno bisogno di riparazioni».

Un pensionato raccoglie 21mila dollari in monetine e li dona per aiutare i gatti

La Stampa
fulvio cerutti (agb)

Per dieci anni si è svegliato all’alba per cercare i soldi “abbandonati”

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«E’ solo un centesimo». Quante volte le monetine di minor valore vengono snobbate, dimenticate nei cassetti o in auto, talvolta viste per terra senza essere raccolte. Ma tanti centesimi, messi tutti insieme, possono diventare una cifra importante. È quello che ha pensato Rick Snyder, 69enne di Manatee County (Florida, Stati Uniti), che è riuscito a raccogliere oltre 21mila dollari (circa 16.600 euro) per poi donarli in favore dei gatti.

«Ho sempre amato gli animali. Mi sono preso cura dei gatti selvatici per anni e, mentre lo facevo, ho iniziato a notare un sacco di spiccioli dimenticati in giro per terra - ha detto Snyder al Bradenton Herald. Così ho iniziato a prenderli e a metterli da parte». Una pazienza e attenzione che in 10 anni gli ha permesso di raccogliere 21,495 dollari, circa 152 barattoli colmi di monetine per un peso totale superiore alla tonnellata.

Snyder ha sviluppato un vero e proprio sistema iper efficiente: per 10 anni si è svegliato ogni giorno alle quattro della mattina andando a passeggiare per la città, raccogliendo monete presso gli autolavaggi locali e i distributori automatici.

Lunghe passeggiate, anche 77 km ogni settimana, per raccogliere una media di 5,60 dollari (circa 4,47 euro) in monetine ogni giorno. Ora ha consegnato i suoi barattoli ai volontari della Gulf Shore Animal League, un’organizzazione no-profit che trascorre la maggior parte del loro tempo ad aiutare i gatti di Manatee County. Un’idea che potrebbe essere bene copiare.

twitter@fulviocerutti

Trascrizioni dall’estero e registri. La Babele delle unioni gay

La Stampa
maria corbi

Comuni, giudici, ministri e prefetti: ognuno dice tutto e il suo contrario. Viaggio nell’Italia delle coppie alla ricerca di una certezza che non c’è

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Il prefetto di Bologna ha revocato la disposizione del Comune che prevedeva la trascrizione di matrimoni di persone dello stesso sesso celebrati all’estero e il ministro dell’Interno Alfano si congratula: bene così. Peccato che pochi mesi fa un giudice del tribunale di Grosseto abbia ordinato al Comune di «trascrivere nei registri di stato civile il matrimonio» fra due uomini italiani celebrato negli Usa. Intanto il sindaco di Udine, Furio Honsell, superando a sinistra Alfano, ha trascritto nei registri di stato civile il matrimonio di due persone dello stesso sesso, contratto all’estero, in Sudafrica. Come diceva Flaiano?

Poche idee ma confuse. Un aforisma che calza a pennello a questo Paese che sulla questione delle nozze gay sembra aver intrapreso due corse: quella veloce del paese reale, e quella lenta e piena di curve e di sensi unici del Parlamento.«È proprio così», dice Furio Honsell, primo cittadino di Udine che difende il suo atto: «Non si sostituisce a quello che è un vuoto legislativo e che può essere colmato soltanto dal Parlamento, ma vuole essere la risposta all’esigenza di due cittadini che chiedevano che venisse applicato il diritto privato internazionale. E lo considero anche un contributo concreto per spingere il Parlamento ad armonizzare la normativa italiana a quella della maggior parte degli altri Paesi europei. E poi vorrei che si riflettesse sul fatto che oggi in Italia una persona, se cambia sesso, ha la possibilità di sposarsi».

Non la pensa così il ministro Alfano: «Nessuna azione, nessuna attività, nessuna decisione, nessuna direttiva dei sindaci, in materia di stato civile, può prescindere dal quadro normativo vigente nel nostro Paese». «Pertanto - aggiunge Alfano - il prefetto di Bologna ha eseguito correttamente la sua funzione e cioè il compito di garantire che l’operato del sindaco fosse in linea con le norme attuali. Questo a garanzia di tutti i cittadini e per una visione omogenea dell’applicazione delle nostre leggi sul territorio. Il sindaco, in questa materia - che rientra nella competenza esclusiva dello Stato -, non agisce in via autonoma, ma opera nella veste di ufficiale di governo, e proprio per questo, deve attenersi alle direttive del ministero dell’Interno.

Spetta al Parlamento, nell’esercizio della sua discrezionalità politica, individuare le giuste forme di garanzia e di riconoscimento per tali unioni». E così anche il prefetto di Udine ha consigliato al sindaco di tornare sui suoi passi. «Ma io, obietta Honsell, non ho fatto una delibera valida per tutti come quella di Bologna. Ho deciso su un caso specifico dopo aver valutato le norme di diritto internazionale privato. Ho solo certificato un atto valido di per sé». Una spiegazione in linea con la motivazione del giudice del Tribunale di Grosseto che ad aprile ha ordinato al sindaco di Grosseto la trascrizione del matrimonio tra due uomini celebrato in Usa.

«Non è previsto, nel nostro ordinamento, alcun ulteriore diverso impedimento derivante da disposizioni di legge alla trascrizione di un atto di matrimonio celebrato all’estero», spiega. E la trascrizione non ha natura «costitutiva ma soltanto certificativa e di pubblicità di un atto già valido di per sé». E a Milano la maggioranza di centrosinistra in Consiglio comunale rimane sorda al monito di Alfano e chiede al sindaco Giuliano Pisapia di accelerare sulla trascrizione dei matrimoni gay celebrati all’estero. il consigliere Pd, Rosaria Iardino, sollecita il sindaco: «Vorrei che direttamente deliberasse sulla possibilità di trascrizione all’Anagrafe comunale di Milano dei matrimoni gay contratti all’estero.

E vorrei che questa decisione fosse presa a prescindere da qualsiasi passaggio in Consiglio comunale, in modo che fosse celere e priva di ambiguità. Ciò che deciderà Pisapia sarà sicuramente la cosa più giusta da fare». Dall’opposizione il consigliere di FdI, Riccardo De Corato ricorda che a sbarrare la strada alla trascrizione delle unioni gay è stato il ministro dell’Interno del governo Renzi. «Ogni tentativo che il centrosinistra a Milano farà per aggirare le norme verrà segnalato prima al prefetto e poi, nel caso l’azione continuasse, al ministro». 

Primo divorzio lampo in Veneto: 3 ore per dirsi addio senza giudici

Il Mattino
di Olivia Bonetti

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Si sono detti addio nel giro di tre ore, senza bisogno di ricorrere a un giudice e senza andare in tribunale, senza dover attendere i tempi della giustizia che in questi casi arrivano almeno a 3 mesi. È accaduto a Belluno dove due coniugi cinquantenni hanno divorziato grazie alla legge di negoziazione assistita dagli avvocati. La nuova procedura è stata introdotta dalla prima parte della riforma della giustizia già entrata in vigore il 13 settembre scorso, e velocizza anche i tempi per mettere fine a un matrimonio consensualmente.

La hanno colta al volo la coppia, dopo 4 anni di separazione il 15 settembre, a due giorni dalla nuova legge. La notizia è stata divulgata soltanto ieri. Le condizioni per accedere al divorzio lampo è che non vi siano figli minorenni o maggiorenni non indipendenti: gli ex coniugi hanno un solo figlio maggiorenne autosufficiente. Hanno messo fine al matrimonio in un ufficio in città con i loro avvocati in poche ore, semplicemente con una firma, grazie alle pratiche preparate dai legali.

Dopo la firma (deve farlo per legge entro dieci giorni pena sanzioni pecuniarie) il legale è andato a depositare una copia autenticata dell’accordo presso l’ufficiale di stato civile del Comune. La rapidità del divorzio, poche ore dopo l’entrata in vigore della nuova legge, ha lasciato spiazzati anche gli ufficiali di stato civile. Fino a quel momento infatti non era stata diramata alcuna circolare sulle procedure da attuare. È così che dal Comune si sono confrontati, con l’altro primo caso di "divorzio lampo" nel Nord Italia arrivato a poche ore dalla legge, quello di una coppia di Pavia.

Con il divorzio lampo i coniugi hanno evitato di "perdere" almeno 3 mesi. Tanto sarebbe servito per la trafila burocratica-giudiziaria per dirsi addio, dopo i 3 anni di separazione (periodo richiesto per legge, tra separazione e divorzio, sul quale non è intervenuta la nuova legge). Ora si attende la trascrizione in anagrafe e tutto sarà finito in un lampo, come quando si dissero «sì».

venerdì 3 ottobre 2014 - 09:16   Ultimo agg.: 09:18

L’ultima battaglia contro l’Armata Rossa: ecco i resti dei soldati tedeschi

Corriere della sera

Un gruppo di archeologici ha individuato il luogo in cui vennero seppelliti decine di militari della Wehrmacht che combatterono per la difesa di Berlino

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Seppelliti in fretta e furia, indosso ancora caschi e stivali, sotto il cannoneggiamento dell’Armata Rossa che avanzava per raggiungere Berlino, oramai a due passi. Siamo, appunto, in prossimità della capitale tedesca: esattamente sulle colline che sormontano Klessin, nel Brandeburgo. Qui gli «archeologici» di un’associazione che si occupa di ritrovare i caduti che combatterono nel fronte orientale e occidentale della seconda guerra mondiale, ha rinvenuto i corpi di militari della Wehrmacht che affrontarono le truppe sovietiche nella conclusiva battaglia per la conquista di Berlino.

L’ultima difesa di Berlino: i soldati della Wehrmacht seppelliti con elemetti e stivali ancora indosso 
L’ultima difesa di Berlino: i soldati della Wehrmacht seppelliti con elemetti e stivali ancora indosso
L’ultima difesa di Berlino: i soldati della Wehrmacht seppelliti con elemetti e stivali ancora indosso 
L’ultima difesa di Berlino: i soldati della Wehrmacht seppelliti con elemetti e stivali ancora indosso
 
Gettati in una fossa comune
I soldati sono stati gettati in una specie di fossa comune, presumibilmente dai loro stessi commilitoni. Tanto che gli scheletri sono stati disseppelliti con addosso divise, elmetti, stivali. In qualche caso addirittura mentre impugnavano armi. La battaglia sulle alture di Seelow venne combattuta tra il 16 e il 19 aprile 1945, nel contesto delle operazioni che portarono le truppe sovietiche dell’Armata rossa all’assedio e alla conquista di Berlino. Un milione di soldati sovietici affrontò la IX armata tedesca composta da circa 91 mila soldati. Circa 40 mila i morti lasciati dai due eserciti.
Vecchi ex soldati hanno aiutato gli storici
Tra questi, anche quelli seppelliti a decine nelle boscaglie di Klessin. Il ritrovamento è avvenuto come sovente avviene in questi casi: grazie alla segnalazioni di agricoltori che sempre più spesso avevano trovato resti umani. Ossa, crani, ma anche proiettili, distintivi. Gli scavi sono iniziati tenendo conto anche delle indicazioni di alcuni ex soldati che hanno raccontato agli «archeologi» l’esatta posizione dei trinceramenti. Uno del gruppo di ricercatori dice: «Quando li abbiamo portato qui hanno reagito tutti allo stesso modo: piangendo».

2 ottobre 2014 | 17:05

Più grande l'iPhone 6, più grandi le tasche

La Stampa
bruno ruffilli

Il nuovo smartphone Apple è più alto e più largo del modello precedente, così le case di moda si preparano a ridisegnare pantaloni e jeans per poterlo tenere in tasca. Perché solo ora, visto che apparecchi così grandi esistono da tempo?


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Non è sempre vero che le dimensioni non contano. Ad esempio per l’iPhone, che con la nuova versione è diventato più grande, tanto da spingere alcuni produttori di jeans a riconsiderare la grandezza delle tasche. Il passaggio è notevole: da 123 mm per 58 dell’iPhone 5 e 5s ai 158 e 77mm dell’iPhone 6 Plus. Rispettivamente tre centimetri e mezzo in altezza e due in larghezza, che consentono di ospitare un display 5,5 pollici in full hd ma che inevitabilmente creano problemi con certi capi di abbigliamento. Tre le prime vittime tutti quelli che indossano jeans skinny, particolarmente aderenti. A dispetto degli anatemi dei profeti del fashion, vanno ancora molto, specie tra gli hipster. Nessuna speranza di infilare un iPhone 6 Plus nelle tasche anteriori di un jeans slim o extra slim (e qui inoltre c’è il dubbio che sedendosi si possa esercitare una forza eccessiva sull’apparecchio, danneggiandolo).

Molti problemi anche con pantaloni di taglio classico: il nuovo smartphone Apple non è esattamente leggero (pesa 172 grammi, 60 in più del modello precedente) e l’effetto con tessuti come il fresco di lana o peggio ancora il lino è spiacevole. Se la cava meglio invece chi usa quei pantaloni che gli americani chiamano “cargo” di derivazione militare, o anche i fedelissimi dei chinos. 

Così molti produttori stanno riconsiderando le misure delle tasche: la multinazionale giapponese Uniqlo ha dichiarato a Quartz che sta valutando nuovi modelli pensati apposta per l’iPhone 6. Anche Levi’s, Lee e altri marchi famosi contano di lanciare nei prossimi mesi pantaloni comaptibili con il mega-smartphone Apple, come rivela Mashable

Non è la prima volta che un gadget tecnologico è diventato una moda, e ha influenzato la moda stessa: con l’iPod cominciarono subito a diffondersi le custodie (anche di marchi famosi, a costi più elevati dell’apparecchio stesso), e da tempo negli store più assortiti di abbigliamento per ragazzi si vedono felpe e giacche con passaggi per nascondere i cavi delle cuffie. Che a loro volta sono accessori da abbinare alla T-shirt o alla camicia. 

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Ma smartphone di dimensioni paragonabili all’iPhone 6 esistono da tempo (l’inventore della categoria, il Samsung Galaxy Note, ha debuttato nel 2011) e nessun marchio di abbigliamento aveva finora considerato l’ipotesi di disegnare tasche più grandi. Un po’ anche per il messaggio che arrivava dai coreani: con il pennino, un processore superveloce, il retro in finta pelle, le finiture cromate, il Galaxy Note è stato interpretato più come uno strumento di lavoro per manager che come un piccolo computer multimediale da portare sempre con sé. E dire che l'offerta non manca: da Sony a LG, da Huawei ad Acer, tutti i produttori hanno ormai in catalogo modelli a metà tra smartphone e tablet. E pare che anche il nuovo Nexus di Google avrà uno schermo maxi: 5,9 pollici, secondo le indiscrezioni. 

L’iPhone Plus (attualmente è quasi impossibile trovare nei negozi anche in Italia) segna per Apple un passaggio a un design più sportivo, altrettanto curato nelle finiture rispetto al modello precedente, ma meno lussuoso. Il pubblico cui si rivolge evidentemente è quello più giovane, anche per recuperare un terreno che Apple aveva gradualmente perduto, complici i prezzi più alti dei concorrenti. Adesso, però, con i dieci milioni di esemplari di iPhone 6 e 6 Plus venduti nel solo weekend del debutto, lo smartphone gigante rischia di diventare davvero una fenomeno di massa. 

E dal prossimo anno, con l’Apple Watch la sfida si sposterà dalle tasche alle camicie: i polsini saranno abbastanza ampi da nascondere lo smartwatch, o si porterà sopra, come usava Gianni Agnelli?

Qarabag, la squadra di una città che non esiste più

La Stampa
lorenzo vendemiale

I campioni dell’Azerbaijan rappresentano un paese distrutto nel 1993 dalla guerra del Nagorno-Karabakh. Oggi della loro Aġdam resta solo un cumulo di macerie, una moschea e questo piccolo club calcistico, che porta in giro per l’Europa la sua tragica storia e stasera incontrerà l’Inter

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Seconda giornata di Europa League: stasera l’Inter affronta il Qarabag, campione dell’Azerbaijan. Squadra di una città fantasma, Aġdam, che non è neppure più azera: oggi chi l’ha occupata la chiama Akna. Esuli nel calcio di una guerra che ha segnato per sempre l’esistenza di migliaia di persone.
La storia dei “Cavalieri” del Qarabag (com’erano soprannominati dai loro tifosi) ha poco a che vedere col pallone. Pur trattandosi di uno dei club più titolati della piccola repubblica caucasica: due campionati vinti, tre coppe nazionali, e soprattutto una presenza importante a livello internazionale, avendo raggiunto per due volte consecutive l’ultimo turno preliminare di Europa League nel 2009 e nel 2010, e aver centrato la qualificazione quest’anno, eliminando gli olandesi del Twente. Risultati che fanno del Qarabag la squadra azera più famosa nel mondo. Eppure, a chiedere ai diretti interessati, c’è ben poco da festeggiare: “Non auguro a nessuno di vivere la nostra situazione. Speriamo sempre che la gente si sia informata riguardo la nostra storia, del perché non possiamo giocare nella nostra città”, ha spiegato alla vigilia della partita il tecnico l’allenatore Gurban Gurbanov. 

Aġdam, la città che la squadra rappresenta, praticamente non esiste più: è solo un cumulo di macerie, ha anche cambiato denominazione. È una delle tante vittime della guerra del Nagorno-Karabakh, che all’inizio degli Anni Novanta portò all’autoproclamazione dell’omonima repubblica indipendente. Frutto delle rivendicazioni della maggioranza etnica armena, sostenuta e armata dall’Armenia, oggi la Repubblica ha un suo capo di Stato (Bako Sahakyan), un governo “ombra”, un inno e una bandiera, ma non è mai stata riconosciuta dall’Azerbaijan, né dalla comunità internazionale. I suoi confini si sono comunque stabilizzati dalla fine del conflitto, nell’ormai lontano 1994. 

La conquista di Aġdam fu uno dei momenti cruciali di quella guerra. Per la sua vicinanza a Stepanakert, capoluogo della regione, la città rappresentava uno degli obiettivi principali dei miliziani del Nagorno, visto che da lì partivano la maggior parte delle controffensive del governo azero. Dopo settimane di bombardamento, l’esercito indipendentista riuscì ad entrare nel paese e a conquistarlo. Tutti gli edifici furono rasi al suolo, compreso lo stadio “Imarat”. E gli abitanti (circa 60mila, all’epoca del conflitto) dispersi e trasferiti verso altre località. 

Insieme a loro, anche la squadra di calcio locale fu costretta a migrare. Ironia del destino, proprio in quei tragici mesi, l’FK Qarabağ vinceva il primo titolo nazionale della sua storia. Per il secondo ha dovuto aspettare 21 anni. Intanto, ha giocato in varie zone dell’Azerbaijan: a lungo nella capitale Baku, di recente a Quzanlı, paesino di 13mila abitanti, oggi comune più popoloso del distretto di Aġdam. Si sono riavvicinati alla loro casa, che non esiste più. Sempre orfani dei tifosi, finiti chissà dove dopo la scomparsa di Aġdam. Oggi lì non ci vive più nessuno. Di quella città restano una discarica di materiali edili a cielo aperto. Una moschea, cattedrale nel deserto della devastazione della guerra. E poi questa piccola squadra di calcio, che, senza far più parte dell’Azerbaijan, in giro per l’Europa porta la bandiera del football azero . E la tristissima storia del conflitto del Nagorno. 

Call center, da oggi stop alle “telefonate mute”

La Stampa

l’intervento del Garante per impedire alle società di chiamare gli utenti senza metterli in contatto con un operatore, costringendoli a lunghe attese

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Da oggi i call center dovranno rispettare le regole fissate dal Garante privacy per combattere il fenomeno delle cosiddette “telefonate mute”, una forma di grave disturbo degli utenti. E’ scaduto infatti il termine di sei mesi concesso alle societa’ di telemarketing per adottare tutti gli accorgimenti tecnici e organizzativi prescritti con un provvedimento generale pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 4 aprile scorso.

Sono numerosi gli abbonati che hanno protestato per la ricezione di telefonate nelle quali, una volta risposto, non si viene messi in contatto con alcun interlocutore. Per eliminare tempi morti tra una telefonata e l’altra, infatti, i sistemi automatizzati di chiamata possono generare un numero di telefonate superiore agli operatori disponibili: una pratica commerciale che, in alcuni casi, ha comportato il disturbo degli utenti anche per 10-15 volte di seguito e che e’ stata spesso vissuta addirittura come una forma di stalking. 

Da oggi i parametri delle impostazioni di tali sistemi non saranno piu’ decisi arbitrariamente dai call center, ma dovranno attenersi alle prescrizioni del Garante. Queste, in sintesi, le principali: 

1) i call center devono tenere precisa traccia delle “chiamate mute”, che devono comunque essere interrotte trascorsi 3 secondi dalla risposta dell’utente; 
2) non possono verificarsi piu’ di 3 telefonate “mute” ogni 100 andate “a buon fine”. Tale rapporto deve essere rispettato nell’ambito di ogni singola campagna di telemarketing; 
3) l’utente non puo’ piu’ essere messo in attesa silenziosa, ma il sistema deve generare una sorta di rumore ambientale, il cosiddetto “comfort noise” (ad es. con voci di sottofondo, squilli di telefono, brusio), per dare la sensazione che la chiamata provenga da un call center e non da un eventuale molestatore; 
4) l’utente disturbato da una chiamata muta non puo’ essere ricontattato per 5 giorni e, al contatto successivo, deve essere garantita la presenza di un operatore;
5) i call center sono tenuti a conservare per almeno due anni i report statistici delle telefonate “mute” effettuate per ciascuna campagna, cosi’ da consentire eventuali controlli. Gli operatori che non rispetteranno queste prescrizioni dell’Autorita’ incorreranno nelle sanzioni previste. 

Avellino. Deve un centesimo all'Inps, escluso dagli appalti

Il Mattino

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Un esempio di come la burocrazia possa mettere in crisi un'azienda. Bello Gabriele, di Ariano Irpino, è titolare di un'officina meccanica, iscritta alla Camera di Commercio, che lavora molto anche con enti locali e istituzioni pubbliche. Come per tante altre occasioni si rivolge all'Inps per chiedere il Documento Unico di Regolarità Contributiva. Gli serve per poter ricevere i pagamenti soprattutto da parte di enti pubblici. Dall'Inps, però, arriva una singolare risposta. «Si comunica - si legge nella lettera dell'Inps - che nel corso dell'istruttoria per la definizione della sua richiesta sono state rilevate irregolarità contributive».

Bello, da anni in regola, non crede ai suoi occhi. L'irregolarità contributiva risalerebbe al 1993. Ma non solo. Si tratterebbe di un debito per 0,01 centesimi. Per poter ottenere la certificazione richiesta l'interessato deve pagare una sanzione di 105,02 euro. «Sono rimasto amareggiato - spiega Gabriele Bello -. Ammesso pure che non abbia pagato nel 1993 qualcosa come un centesimo, si tratta sempre di una sanzione ampiamente prescritta».

mercoledì 1 ottobre 2014 - 22:57   Ultimo agg.: giovedì 2 ottobre 2014 11:06

Facebook, la lista dei lavori ​più pagati nell'azienda

Il Mattino

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Per garantire agli utenti il miglior servizio possibile, una grande multinazionale come Facebook deve garantire quantità e qualità del proprio personale. Parlando di risorse umane, infatti, non basta solo un elevatissimo numero di dipendenti in tutto il mondo.

VIDEO - La figuraccia corre su Facebook: ecco le più comuni

Una necessità per la compagnia fondata da Mark Zuckerberg è anche quella di avere gli uomini e le donne più affidabili nei ruoli di maggiore responsabilità. I requisiti sono decisamente elevati, ma lo sono anche i compensi. Vi siete mai chiesti, ad esempio, quali mansioni sono le più pagate all'interno dell'azienda?

Una ricerca del portale Glassdoor, rilanciata da Forbes, illustra i lavori più pagati all'interno di Facebook, con annesso anche lo stipendio mensile. Ecco la lista:

1) Ingegnere capo: 155.980 dollari (123.477 euro)
2) Ingegnere software (senior): 148.593 dollari (117.619 euro)
3) Product manager: 139.986 dollari (110.803 euro)
4) Ricercatore scientifico: 129.615 dollari (102.594 euro)
5) Ingegnere di rete: 124.650 dollari (98.688 euro)
6) Product designer: 124.527 dollari (98.567 euro)
7) Ingegnere meccanico: 123.421 dollari (97.693 euro)
8) Ingegnere di interfaccia utente: 115.299 dollari (91.281 euro)
9) Business development manager: 115.000 dollari (91.062 euro)

Hong Kong, i manifestanti comunicano con FireChat: messaggi anche senza internet

Il Mattino

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Sta diventando lo strumento "principe" dei manifestanti di Hong Kong l'app FireChat, il sistema di messaggistica istantanea e anonima che, attraverso dei ponti tra gli smartphone, consente di comunicare senza connessione a Internet sfruttando sistemi Bluetooth e Wi-fi. Per centinaia di migliaia di manifestanti, riferisce oggi Mit Technology Review, l'app, spesso confusa come una semplice alternativa alle più note Whatsapp e WeChat, consente infatti di comunicare anche quando la rete è sovraccarica o se, in ultima analisi, le autorità cinesi dovessero, come spesso successo in altre rivolte, decidere di spegnerla.

La rapida diffusione di FireChat, «è esplosa dopo che un giovane manifestante di Hong Kong ha lanciato sabato scorso il passa parola in vari post di social media chiedendo alle persone di scaricare l'applicazione» ha affermato al Mit Christophe Daligault, vice presidente di Open Garden, la startup di San Francisco che ha prodotto l'app. Così nei soli giorni da sabato a lunedì, FireChat è in testa ai download per le app di iPhone sia su Google Play che su iTunes Store di Apple a Hong Kong, superando Twitter, Facebook o WhatsApp.

«Più di 200.000 persone che stanno manifestando a Hong Kong hanno scaricato l'applicazione da uno dei due store, inviando circa due milioni di messaggi via FireChat, con ben 33.000 utilizzazioni nello stesso tempo» ha riferito Daligault. Resta ora da risolvere il problema della sicurezza delle informazioni inviate, perché, ha sottolineato Daligault, i dati non vengono inviati criptati attraverso FireChat anche se Open Garden sta lavorando per risolvere il problema e per aggiungere un sistema che cripti i messaggi da FireChat.

A giugno scorso, in seguito ad un problema di connessione internet l'app era stata ampiamente usata anche in Iraq.

Superenalotto, cercasi disperatamente vincitore di 500mila euro

Il Messaggero

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Si cerca disperatamente il vincitore di 500mila euro del superenalotto superstar di sabato 5 luglio 2014 ad Altavilla Vicentina (Vicenza). Il fortunato non si è ancora presentato a riscuotere la vincita e ormai mancano solo due giorni al termine ultimo per la riscossione del premio fissato per venerdì 3 ottobre prossimo, a 90 giorni dalla data dell'estrazione.

L'appello è stato lanciato dalla Sisal, dopo che l'Ufficio Premi ha rilevato la mancata riscossione della vincita del concorso n.80. La giocata vincente è stata fatta nel punto vendita Sisal Tabacchi situato in via Roma, 18 con una schedina Giocafacile da 2 euro.

L'intero comune di Altavilla Vicentina è stato attivato. Si cerca il vincitore tra le strade, nei pressi della ricevitoria, sui social network, se ne parla tra le botteghe del paese. Certo, Altavilla Vicentina è un paese di oltre 11mila abitanti e con un'estensione di 16 km e tanti potrebbero essere i fortunati.

Mercoledì 1 Ottobre 2014, 20:44 - Ultimo aggiornamento: 2 Ottobre, 08:06

Voglio sposare un jihadista” : chi sono le donne che lasciano l’Europa per il Califfo

La Stampa
maurizio molinari

Il “Centre for the Study of Radicalisation” al Kings College di Londra rende pubblica una descrizione del “contingente femminile” dei jihadisti europei giunti in Siria ed Iraq. Il loro sogno? Unirsi con i miliziani e allevare i “figli dei martiri”

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Sostenitrici di Al Qaeda, pronte ad immolarsi per il Califfato ma soprattutto attirate dalla prospettiva di un “matrimonio jihadista”: è il ritratto delle volontarie musulmane europee entrate nei ranghi dello Stato Islamico (Isis) provenendo anzitutto da Francia, Gran Bretagna e Germania. E’ il “Centre for the Study of Radicalisation” al “Kings College” di Londra a rendere pubblica una descrizione del “contingente femminile” dei jihadisti europei giunti in Siria ed Iraq per battersi a fianco del “Califfo Ibrahim” ovvero Abu Bakr al-Baghdadi. 

Costituiscono circa il 10 per cento dei terroristi europei dentro Isis: in maggioranza sono francesi (63), seguite da britanniche (50) e tedesche (40). Ad accomunarle sono i motivi che le spingono a partire, anche a 14 o 15 anni di età, spesso in disaccordo con le rispettive famiglie. Quello più frequente è il “matrimonio jihadista” ovvero il sogno di incontrare al fronte un miliziano del Califfo con cui unirsi ed avere dei figli da portare in grembo dopo il suo possibile martirio. 

Louis Caprioli, ex capo dell’Agenzia di sicurezza francese per la sorveglianza del territorio, afferma che “si tratta di donne convinte che sposando un futuro martire della Jihad hanno un futuro assicurato, per loro ed i loro figli che continueranno a battersi per l’Islam”. Vi sono poi le ragazze più motivate ideologicamente, come nel caso dell’austriaca Samra Kesinovic, 16 anni, che imbrattava i muri della scuola con scritte inneggianti ad Al Qaeda ed anche bambine di 13 anni, adescate online, come avvenuto in Germania. 

Arrestato due volte in nove ore per spaccio di droga

Corriere del Mezzogiorno

Carabinieri lo bloccano a Caivano, doveva essere in Irpinia ai domiciliari

NAPOLI - I carabinieri di Casoria hanno arrestato al parco verde di Caivano Bernardino Severino, 43 anni, residente ad Altavilla Irpina, già noto alle forze dell’ordine, sorpreso insieme alla 40enne Monica Manto in flagrante mentre spacciava circa 10 grammi di eroina e 2 grammi di crack. Alle 4 di stanotte, sebbene fosse già ai domiciliari ad Altavilla Irpina. per un arresto immediatamente precedente. Arrestato nuovamente, è adesso trattenuto dai carabinieri che lo porteranno davanti al Tribunale Napoli Nord.

01 ottobre 2014