mercoledì 1 ottobre 2014

Bus per i concorsi al Nord». Ecco La Napoli che s'industria e inventa un nuovo mestiere

Il Mattino
di Emanuela Vernetti

Tre infermieri napoletani appena laureati hanno iniziato a raccogliere adesioni fra gli amici. Ora organizzano bus a ripetizione: non guadagnano ma ottengono il "passaggio" gratis




Sono tre giovani infermieri napoletani, neolaureati e come tanti altri ragazzi della loro età, disoccupati. Ma Antonio, Gianvincenzo e Fabrizio hanno un’idea vincente e tanta voglia di fare. Non vogliono rinunciare al sogno tanto ambito di ottenere un posto di lavoro conforme alla loro preparazione e così iniziano a spulciare la Gazzetta ufficiale per essere sempre aggiornati sui concorsi per infermieri. Studiano, si preparano, ma c’è un problema: i concorsi sono indetti per la maggior parte al nord perché in Campania sono fermi dal 1994 e la selezione si articola in diverse fasi che richiedono, ogni volta, la presenza del candidato in loco. Il che si traduce in costi di trasporto e alloggio insostenibili per dei ventenni.

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E così fanno di “necessità virtù”, rispondendo ad una richiesta generalizzata tra i loro coetanei, danno vita ad un “progetto di solidarietà” più che un vero business, dal nome semplice quanto intuitivo “Viaggi e Concorsi” che ha lo scopo di mettere insieme i ragazzi che, come loro, sono impegnati in trasferte mensili per partecipare alle varie selezioni fuori regione, ma che non intendono investire capitali per farlo.

«Noi noleggiamo autobus il cui costo viene diviso equamente tra i partecipanti – spiega Antonio - con un prezzo variabile tra le 50-60 euro andata e ritorno. Il nostro guadagno? Quello di viaggiare gratis ma che fatica! Alla fine ciò che non spendiamo per il viaggio, in realtà, lo paghiamo in benzina, per raccogliere le diverse quote di partecipazione e soprattutto in tempo, per organizzare il trasporto. Siamo solo ragazzi non tour operator». L’unione fa la forza, soprattutto ai tempi del web 2.0, quando le diverse piattaforme social possono far assumere a un progetto autogestito una dimensione virale.

«Abbiamo iniziato da marzo scorso sopratutto con il passaparola tra colleghi delle diverse sedi e abbiamo aperto anche una pagina Facebook. Ed è così che ci siamo resi conto dell’entità della domanda. Nessuno vuole spendere 200 euro tra treno e alloggio solo per partecipare ad una preselezione di un giorno a Milano e nessuno vuole nemmeno rinunciare alle possibilità offerte con questi concorsi». Così per rincorrere il sogno, dopo Vicenza, già si pensa alla prossima tappa: il 7 ottobre a Padova. Trasferte indigeste per alcuni che hanno già sollevato un polverone sul numero dei meridionali iscritti ai concorsi indetti al nord.

A non apprezzare l’impegno e la determinazione di questi ragazzi è il consigliere regionale leghista Nicola Finco che, oltre a proporre la regionalizzazione dei concorsi, dalla sua pagina ufficiale, grida allo scandalo. Su oltre tremila candidati viene contestata la massiccia presenza di meridionali, la cui “migrazione” verrebbe pianificata con «vere e proprie organizzazioni collaudate» si legge sul sito ufficiale di Nicola Finco. «Vorrei poi capire – continua Finco- se i candidati del sud, destinatari da sempre di voti di laurea più generosi dei nostri, riescono a garantire ai pazienti degli ospedali vicentini e padovani una qualità di servizio di assoluta eccellenza, frutto di anni di studio in Atenei come quelli veneti».

Ma i ragazzi non ci stanno. «Non ci interessano queste dichiarazioni palesemente discriminatorie – commenta Gianvincenzo -.Noi non siamo tour operator organizzati per ‘rubare’ il lavoro ai veneti. Abbiamo studiato alla Federico II che non ha nulla da invidiare, per qualità e prestigio, ad altre Università. Siamo solo figli della crisi in un territorio che purtroppo non ci supporta da un punto di vista lavorativo. Che cosa dovremmo fare? Arrenderci all’idea della disoccupazione?».

Ma non mancano le attestazioni di stima e solidarietà. «Non ci facciamo scoraggiare, dopo tutto questo polverone, ci ha chiamati un operatore socio sanitario dell’ospedale di Padova per esprimerci la solidarietà di tutto il reparto e incoraggiare l’iniziativa, lodando una qualità che abbiamo soprattutto noi del Sud: quella di inventare dal nulla qualcosa per aiutarci a vicenda. Perciò avanti così e in bocca al lupo a noi».

mercoledì 1 ottobre 2014 - 13:01   Ultimo agg.: 14:30


Giovani del Sud in concorso per i posti al Nord. La battaglia del leghista: «Laurea più facile per loro. Perciò vincono»

iL mattino
di Emanuela Vernetti



Sono tanti i ragazzi del sud che mettono in valigia il sogno di un posto di lavoro senza data di scadenza. Troppi, secondo il consigliere regionale leghista del Veneto, Nicola Finco. “Prima il lavoro ai veneti” è ormai diventato il suo mantra politico. Lo grida più volte dalla sua pagina ufficiale e da quella di Facebook. L’occasione è offerta dal concorso indetto a Vicenza per coprire un posto di collaboratore infermiere nell’Ussl 6. Il contratto proposto, a tempo indeterminato, fa gola a tutti, ragazzi e non, che in tempi di crisi hanno come unica alternativa il precariato a vita.

Oltre tremila le domande presentate per partecipare solo alla prova preselettiva il 30 settembre. Per Finco un vero e proprio scandalo, vista la massiccia presenza di candidati provenienti dal Sud. « Queste cose, con 200.000 disoccupati veneti, non devono succedere: precedenza nei concorsi pubblici a chi risiede sul territorio! Roma ci consenta questo, come a Bolzano!» commenta dalla sua pagina Facebook il consigliere leghista.

L’obiettivo, quindi, è la regionalizzazione dei concorsi per fermare la “migrazione” di disoccupati dal Sud coordinati i in vere e proprie vere e proprie «organizzazioni collaudate, con tanto di gruppi social su Facebook, logo “falce e forchetta” e corriera gialla». Il riferimento, nemmeno troppo velato, è ai tanti ragazzi, (come quelli di "Viaggi e concorsi"), che si organizzano in maniera autogestita con autobus collettivi per poter partecipare ai concorsi indetti in tutta Italia senza dover spendere capitali.

“Tour operator” secondo Finco che richiede maggiori tutele per i residenti veneti contro i meridionali, disoccupati e pure più ignoranti. « Vorrei poi capire – rincara la dose Finco- se i candidati meridionali, destinatari da sempre di voti di laurea più generosi dei nostri, riescono a garantire ai pazienti degli ospedali vicentini e padovani una qualità di servizio di assoluta eccellenza, frutto di anni di studio in Atenei come quelli veneti».

mercoledì 1 ottobre 2014 - 14:10   Ultimo agg.: 14:45

Camera, è rissa sugli stipendi Boldrini: «Fango sulle istituzioni»

Corriere della sera

Andrea Vecchio (Scelta Civica): «Commessi vestiti come camerieri, costosi, ridicoli e improduttivi. I tagli una presa in giro». La presidente: «Disinformato e offensivo»


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Un risparmio complessivo di poco meno di 97 milioni di euro. È il totale delle economie sui bilanci di Camera e Senato per il periodo 2015-2018. Un risparmio possibile grazie alla decisione, assunta dai rispettivi uffici di presidenza dei due rami del Parlamento, di introdurre un tetto agli stipendi dei dipendenti. Ma qualcuno diffida della bontà del provvedimento. Dopo l’attacco del movimento 5 stelle ( «Il presunto tetto è in realtà un’illusione ottica») arrivano le parole durissime del deputato di Scelta Civica Andrea Vecchio.
«Commessi che guadagnano come chirurghi»
«Molti dipendenti Camera continueranno a superare abbondantemente il famoso tetto dei 240.000 euro annui. Vale a dire che un commesso con qualche decina d’anni di servizio, guadagnerà ancora più del presidente del Consiglio dei ministri, più di un astronauta, di un primario di chirurgia oncologica o di un ingegnere. Insomma, se possibile sarà ancora peggio di prima, perché al danno si è unita la beffa. Una vergogna per precari, disoccupati, sottoccupati, cittadini che stentano ad arrivare alla fine del mese e che si vedono raggirati dai dipendenti della Camera e da chi ha votato questi presunti tagli ai loro stipendi. Sono centinaia i protetti dalla politica, ridicolmente vestiti in livrea come dei camerieri, grottescamente remissivi e servizievoli con i cosiddetti onorevoli, che per questa loro mansuetudine bovina percepiscono buste paga da sogno senza avere alcuna competenza che le giustifichi. Anzi, i dipendenti Camera sono assolutamente improduttivi».
L’ira di Boldrini: «Inaccettabile»
Parole che hanno profondamente irritato Laura Boldrini. Tanto da spingere la Presidente a diffondere il suo disappunto attraverso una nota. «La Camera è impegnata, insieme al Senato, in una delicata azione di riordino delle retribuzioni dei dipendenti. È una riforma che in tanti giudichiamo indispensabile, anche per mettere il Parlamento in maggiore sintonia con la fase difficile che il Paese sta attraversando. È una manovra che incide in modo assai profondo sugli stipendi dei dipendenti. C’è chi la pensa in altro modo e, legittimamente, può ritenere che si dovesse fare qualcosa di diverso.

Ma nessuna differenza di opinione può legittimare le parole che ho letto nella dichiarazione del deputato Andrea Vecchio, appartenente al gruppo di Scelta Civica», aggiunge Boldrini. E conclude: «Oltre a mostrarsi disinformato sulla competenza dei dipendenti, Vecchio si permette espressioni offensive con le quali, pur di ottenere facile clamore, non esita a gettare fango su chi lavora per le Istituzioni. Per parte mia, ma certissima di rappresentare il sentire dell’intera Assemblea di Montecitorio, riaffermo la massima stima per tutte le donne e gli uomini che mettono al servizio della Camera la loro professionalità e la loro dedizione».

1 ottobre 2014 | 13:38

Tom & Jerry e la cameriera di colore Arriva l’avviso di «razzismo»

Corriere della sera

Il servizio di video on demand di Amazon avverte sui «pregiudizi etnici»
Ma i commentatori: falso pietismo, non si legge la storia all’indietro


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I cartoni di Tom & Jerry potrebbero contenere «pregiudizi etnici e razziali». L’avviso appare a proposito della celebre serie del gatto che insegue il topo su Amazon Prime Instant Video, un servizio di video on demand del gruppo di Jeff Bezos, disponibile per ora negli Stati Uniti e, in Europa, solo in Gran Bretagna e Germania. In particolare, ha disturbato la sensibilità di alcuni clienti, la presenza della cameriera di colore, considerata uno stereotipo razziale. L’avviso appare a proposito del secondo volume della serie e spiega che certi pregiudizi «erano una volta luoghi comuni nella società americana, sbagliati allora e sbagliati oggi». La serie di Tom & Jerry fu creata nel 1940 negli Usa da William Hanna e Joseph Barbera, per poi raggiungere diffusione e fama mondiali.

L’iniziativa non ha raccolto finora pareri molto favorevoli tra opinionisti e commentatori. «Scervellata» è stata bollata da parte del sociologo britannico Frank Furedi, che ha parlato alla Bbc di «falsa pietà». «Leggiamo la storia all’indietro - ha spiegato - giudicando le persone del passato con i nostri valori». Anche secondo Steve Abrahart, senior lecturer in animazione alla De Montfort University di Leicester, i ragazzi di oggi non sono scioccati da quello che vedono nei vecchi cartoni e sono in grado di capire i cambiamenti, spiegando che a proposito di stereotipi ci sarebbe anche da discutere a proposito di donne e di personaggi di altre nazionalità.
Il caso Disney
it
Nel frattempo, sempre sul fronte del gruppo di Seattle, il Wall Street Journal rivela che Amazon e Disney sono vicine a raggiungere un accordo, dopo che il colosso delle vendite online ha bloccato i preordini dei dvd della Disney. Secondo il giornale americano, la scorsa settimana Amazon ha ripreso ad accettare i preordini per «Maleficent» e «Guardians of the Galaxy». Lo stop alla distribuzione dei preordini è la stessa tattica aggressiva adottata che Amazon aveva adottato con alcune case editrici, tra cui la francese Hachette, per condizionare i negoziati sulla vendita online degli ebook. A giugno aveva fatto lo stesso con la Warner Bros.

1 ottobre 2014 | 11:58

Ripetitore casalingo sul tetto, «spegne» Wind in tutta Venezia

Corriere della sera

Black out di una settimana per la compagnia. L’uomo è stato multato. Il ministero: apparecchi non illegali, ma rischiosi


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VENEZIA Non si naviga e non si telefona, nonostante gli spot che innondano radio e tv. Per alcuni giorni, l’ultima settimana di luglio, smartphone e tablet veneziani con contratti Wind erano finiti in un totale blackout. Un «bug» che era costato parecchio alla società, in termini di credibilità e di servizio, certo, ma anche dal punto di vista economico visto che in quei giorni si erano visti recapitare decine di disdette. La causa, però, non era legata a un malfunzionamento delle attrezzature dell’azienda.

Ad oscurare la rete, infatti, era stato un amplificatore di frequenze, o meglio una sorta di ripetitore privato. Un’ingenuità, quella commessa da un cittadino veneziano, che rischia di avere conseguenze decisamente onerose. Il settore reti e servizi di comunicazione elettronica dell’ispettorato territoriale Veneto, organo periferico regionale del ministero dello Sviluppo economico, infatti aveva mobilitato i suoi tecnici per sorvegliare lo spettro radioelettrico della zona, riuscendo a localizzare la fonte del disturbo e eliminarla.

Il disturbo che aveva mandato in tilt i mega-ripetitori della Wind era stato provocato da un ripetitore casalingo di radiofrequenze che doveva servire ad ampliare il raggio del segnale di un privato. Il disturbatore era un veneziano della Giudecca. L’uomo, ignaro delle conseguenze e di ciò che sarebbe potuto succedere, aveva comprato l’apparecchio online. Dal momento che in casa il suo cellulare non prendeva, aveva deciso di risolvere il problema da solo. L’aveva installato sul tetto senza troppi problemi, per lui. Per gli altri invece, un disastro: le onde elettromagnetiche dell’apparecchio avevano letteralmente paralizzato la rete umts di Wind.

L’uomo e` stato quindi sanzionato per danneggiamento e turbativa ai servizi di comunicazione elettronica, il suo apparato è stato spento e sequestrato. Adesso, rischia di dover pagare una multa di 5 mila euro. «Questi apparecchi in alcuni casi non sono illegali, vengono venduti regolarmente online — spiega Alessandro Rossi, responsabile Reti e servizi di comunicazione elettronica del ministero — ma l’installazione può essere effettuata solo dagli operatori di telefonia mobile ».

Il veneziano, oltre alla multa, rischia di essere citato per danni anche dalla compagnia telefonica per le perdite dovute a quei giorni di black out. E il conto, in questo caso, rischia di essere molto salato. «Chi dovesse avere problemi di ricezione — continua Rossi — deve mettersi in contatto con i nostri uffici. Daremo tutte le indicazioni necessarie per capire quali siano gli apparati compatibili con le frequenze».

01 ottobre 2014

Agcom, è dura la lotta per il copyright Al giorno 1,2 milioni vede film pirata

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Mentre il Tar dà il via libera alla norma di cancellazione dei contenuti o l’oscuramento dei siti, l’offerta legale si conferma l’unico strumento valido per la lotta alla pirateria


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Sono passati sei mesi dall’entrata in vigore del regolamento Agcom sul diritto d’autore online ed è tempo di primi bilanci. Dal punto di vista normativo a far rimbalzare nuovamente la questione agli onori delle cronache, oltre alla ricorrenza, è stata la risposta del Tar del Lazio ai due ricorsi delle associazioni dei consumatori che ritengono il regolamento lesivo della libertà d’espressione in Rete. Il Tar ha confermato la legittimità della norma che permette all’Agcom di imporre la cancellazione dei contenuti o l’oscuramento di interi portali. Ma ha anche chiamato in causa la Corte Costituzionale per chiarire se i decreti legislativi 70/2003 e 44/2010 sulle modalità di intervento su cui si basa il regolamento siano o meno compatibili con la Costituzione. Soddisfazione, quindi, sia da parte di Agcom e di Confindustria Cultura Italia, che tutela gli interessi dei detentori dei diritti, sia da parte delle associazioni, tornate alla carica con la richiesta di una “riforma più armonica ed equa”. A metterci un po’ di pepe è stato nelle ultime ore il commissario Agcom Antonio Nicita su Twitter: “Serve una pausa di riflessione dopo la sentenza del Tar”, ha cinguettato aprendo di fatto uno spiraglio interno al Garante.
I numeri della lotta
Questo accade nei tribunali, mentre i dati resi disponibili dall’Agcom raccontano un semestre in cui il settore più attivo è stato quello fotografico, con il 42% delle segnalazioni, mentre film, telefilm e musica, gli ambiti più maltrattati dalla pirateria, contribuiscono con il 38% della torta. Tutto il resto, dai videogiochi ai libri passando per i software e i giornali, è sotto il 10%. Le proporzioni sono ancora estremamente contenute: su circa 180 segnalazioni ricevute l’Agcom ha aperto 108 procedimenti, dei quali il 39% si è risolto con la rimozione spontanea del contenuto da parte di chi lo ospitava e il 18% ha portato all’oscuramento del portale (il resto fra archiviazioni e analisi preliminari)

La prima percentuale tranquillizza quanti si preoccupavano per i tempi troppo stretti di reazione imposti dal regolamento al presunto trasgressore, mentre la seconda è definita dal difensore delle associazioni Fulvio Sarzana “irrisoria” ai fini della lotta alla pirateria. “La magistratura”, prosegue l’avvocato, “chiude 40 portali in un colpo solo. Numeri di questo genere dimostrano che lo strumento non è efficace”. C’è da dire che gli interventi stessi della magistratura sono utili fino a un certo punto perché i siti utilizzati dagli utenti per trovare i contenuti streaming pirata ricompaiono dopo poco con un indirizzo diverso: è il caso del sequestro di Cineblog, nuovamente disposto dalla Procura di Roma dopo l’intervento dello scorso marzo e precedenti analoghi.
Un Paese di pirati
A porre l’accento sui risultati ottenuti dal Garante è il presidente della Federazione dell’industria musicale italiana Enzo Mazza, in possesso di dati che dimostrano come “i siti pirata hanno avuto cali di accessi mediamente del 90% mentre i siti inibiti da Agcom hanno avuto cali medi del 35/40%”. Il fenomeno del rimbalzo su nuove fonti che spuntano come funghi e vengono promosse attraverso i social network o compaiono, ancora più banalmente, fra i risultati dei motori di ricerca è però confermato dal milione e 240mila italiani che vedono film illegalmente ogni giorno. Un dato (dell’Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive) in forte crescita, +55,4% dal 2013 al 2014, e superiore quanti, 1 milione e 100mila, compiono la stessa attività nel rispetto della legge su tutte le piattaforme a pagamento disponibili. Si tratti di cinema, pay tv o download o streaming legale online.
L’offerta legale
La chiave è proprio questa: mentre la pirateria fa il diavolo tentatore e cinema e televisione perdono terreno in favore dello streaming, l’offerta legale su Internet è ancora un discorso per pochi. Secondo Anica si parla di 202mila italiani al giorno, ma i principali attori del settore, Sky con SkyOnline e Mediaset con Infinity, non si sbottonano sui risultati ottenuti nei primi mesi di attività. La stessa ricerca dell’associazione cinematografica non ha fatto un confronto con lo scorso anno per mancanza di riferimenti. Se l’entrata in campo di Sky e Mediaset, con offerte commerciali molto aggressive fra l’altro, e la presenza di prodotti nostrani come Chili fanno ben sperare non bisogna dimenticare il peso dell’assenza di Amazon Instant Video e, soprattutto Netflix. Il colosso dello streaming su abbonamento, che l’anno prossimo inizierà a trasmettere in contemporanea con le sale cinematografiche, ha da poco finito lo sbarco in 6 paesi europei, tra cui Francia e Germania, e continua educatamente a ignorarci per i noti problemi di connettività. La vera lotta alla pirateria parte da qui. Per il resto la palla è anche nelle mani della Corte Costituzionale.

1 ottobre 2014 | 12:19

Musica in streaming per 16 milioni di italiani. E Deezer cambia faccia

Corriere della sera

di Martina Pennisi



La torta della musica in streaming è una delle più prelibate del momento, anche se l’utenza pagante è ancora nettamente inferiore a quella che utilizza i vari Spotify e Deezer sfruttando l’ascolto gratuito. Secondo Gfk, in Italia si parla di 16 milioni di utenti settimanali per la fruizione gratis (compreso Youtube) e di 4 milioni per quella disposta a mettere mano al portafoglio. Dati che vanno letti vicino all’aumento del 134% del settore nel primo semestre del 2014, siamo sempre nel nostro Paese. Una prelibatezza soprattutto in potenza, insomma. Per indovinare le esigenze degli utenti che verranno, oltre che per andare incontro a quelle dei sottoscrittori acquisiti, la francese Deezer ha appena messo mano all’estetica del suo portale.
Il nuovo aspetto di Deezer
A partire da mezzanotte di ieri chi accede al sito per ascoltare canzoni e playlist si imbatte in una versione che la country manager italiana Laura Mirabella spiega essere “pensata per riprodurre anche sul computer l’esperienza di smartphone e tablet”. Ormai è noto che siano i dispositivi mobili a imporre standard e gesti: “Per noi l’accesso in mobilità è determinante, in Italia si parla addirittura del 60%”, aggiunge. La nuova interfaccia, con cui abbiamo avuto modo di confrontarci in anteprima, è più elegante e meno pasticciata della precedente, andando a guadagnare in usabilità. Ampio spazio viene dato alla funzione Flow recentemente introdotta. Si tratta della possibilità di accedere a una selezione di brani basata sui precedenti ascolti e sulle approvazioni (il cuore) o sui pollici versi (il cuore barrato) che da oggi si possono assegnare alle singole canzoni in cui ci si imbatte.

Gratuita sia da computer sia da smartphone o tablet è il modo più rapido - basta un click - per (provare ad) ascoltare musica gradita senza dover prendere decisioni specifiche o avventurarsi nelle scalette già preparate e sentite più volte. Nel nuovo Deezer appare in bella vista in virtù dell’eliminazione della barra superiore e sovrastata solo da un messaggio pubblicitario. La quasi totalità del resto delle azioni è delegata alla barra laterale, a partire dalla voce Trova, con il completamento automatico delle parole, ed Esplora che - tiene a sottolineare Mirabella - “consentirà presto di fare ricerche per area geografica, etichetta o epoca storica”.
Arrivano le app
L’intervento odierno, anticipa la responsabile italiana della piattaforma, è solo il primo di una serie volta a “rendere più accessibili le funzionalità”. Tra fine anno e inizio del nuovo, ad esempio, saranno disponibili le applicazioni sia per Mac sia per pc per replicare l’esperienza di Spotify e non imporre l’apertura del browser. La versione beta per Mac c’è già e la pagina Web classica continuerà a esistere per “lasciare libero l’utente di accedere al suo profilo indipendentemente dal dispositivo con cui si connette”. In Italia la partita per Deezer si sta facendo particolarmente interessante da inizio settembre, quando è stato siglato un accordo con Fastweb per inserire l’abbonamento al catalogo di canzoni nell’offerta Super Jet.

Ai clienti dell’operatore non si chiede un esborso aggiuntivo, ma si offre anche l’accesso al portale di streaming. “Abbiamo sottoscrizioni quotidiane dieci volte più consistenti rispetto al solito in questo modo. E già i numeri erano raddoppiati”, afferma Mirabella, che di dati più precisi, come al solito, non ne dà. Una battuta la riserva però alla querelle sul discusso regalo di Apple: “Noi cerchiamo di soddisfare i clienti secondo i loro gusti personali, non potremmo mai fare una promozione così massificata (si riferisce all’album degli U2 offerto ai clienti iTunes, nda) che va a toccare tutta l’utenza”. E conclude anticipando l’imminente raggiungimento di quota 6 milioni di abbonati paganti a livello globale.
Apple integra Beats ad iTunes
A proposito di musica e Cupertino, secondo le indiscrezioni sarebbe imminente, o comunque in calendario, una decisione sul destino del servizio Beats Music, acquistato insieme alle iconiche cuffie lo scorso maggio. L’intenzione sembra quella di integrarlo in iTunes, virando così dall’esclusivo download allo streaming, dopo lo scivolone iTunes Radio che in Italia non abbiamo proprio visto, e godendo del certosino lavoro di selezione umana dei contenuti operato dal marchio di Dr. Dre.
La mossa di 3
Nei nostri confini a muoversi a tempo di musica nelle ultime settimane è stato anche l’operatore 3 Italia con l’applicazione All-In Music. Mentre Fastweb e Vodafone si alleano, rispettivamente, con Deezer e Spotify, 3 fa da sé e propone l’ascolto senza limiti di tempo e interruzioni pubblicitarie di una selezione di 400 brani aggiornata settimanalmente e 5 stazioni (Web)radiofoniche a 13 euro al mese con 200 minuti di chiamate, 200 sms e 2 GB di Internet o a 6 euro al mese senza alcuna aggiunta di traffico voce o dati. Aspetto interessante: anche se ci si deve connettere per ascoltare i brani, 3 non conteggia il dispendio di dati. Le applicazioni per Android e Windows Phone saranno disponibili da metà ottobre.

1 ottobre 2014 | 11:27

Ladri, sabotatori, disonesti: ecco i reintegri più assurdi

Luca Fazzo - Mer, 01/10/2014 - 10:03

I casi più clamorosi: le valigie rubate alla Malpensa, gli operai Fiat di Melfi e il bigliettaio del vaporetto di Venezia che teneva per sé i resti. Ma negli ultimi mesi i tribunali del lavoro stanno diventando molto meno permissivi

L ancia un mazzo di chiavi contro il padrone: licenziato. Dopo essere stato già colto a rubare in fabbrica, fa scattare un'altra volta il metal detector e rifiuta di farsi perquisire: riassunto.

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Accusa la amministratrice delegata di prendere certe decisioni «perché ha le mestruazioni»: licenziato. Ruba sulla nota spese della trasferta: riassunto. Manda un comunicato sindacale usando la mailing list aziendale: licenziato. Dà dell'ignorante all'amministratore delegato: riassunto. Colpisce con le tette la caporeparto, dileggiandola perché è piatta: licenziata. E così via, in una altalena di sentenze a dir poco imprevedibile, dove la certezza del diritto diventa un terno al lotto. E tutto in nome dell'articolo 18, il famoso articolo dello Statuto dei lavoratori su cui Matteo Renzi ha deciso di giocarsi una bella fetta della sua immagine di riformatore vero o presunto.

Il lavoratore ingiustamente licenziato ha diritto di essere riassunto, dice in sostanza l'articolo. Ma chi decide dove sta l'asticella del «giustamente»? Il tribunale, la Corte d'appello, la Cassazione? La riforma Fornero del 2012 doveva velocizzare e razionalizzare i processi, ma non tutti sono d'accordo che i risultati siano stati raggiunti. «Quattro fasi processuali (o forse cinque, se la Cassazione annulla la sentenza della Corte d'Appello con rinvio), per sapere se il licenziamento è legittimo o illegittimo, sono troppe», ha scritto il giuslavorista Stefano Trifirò. I tempi stretti imposti dalla legge Fornero, quaranta giorni per la prima decisione, d'altronde valgono solo in qualche parte d'Italia: a Milano in meno di due mesi arriva la sentenza, a Palermo capita di dover aspettare quasi un anno.

Ma la lotteria vera, oltre che sui tempi, è sulla decisione. È qui che l'incertezza si fa quasi totale. È finita l'epoca in cui i tribunali (e le preture, fin quando sono esistite) partivano quasi sempre dalla parte del lavoratore. Negli ultimi anni si sono rarefatte anche le sentenze decisamente clamorose, come quelle che ordinarono il reintegro di uno dei facchini di Malpensa scoperti a svuotare i bagagli dei passeggeri, o del bigliettaio che sui vaporetti di Venezia si intascava il resto destinato ai turisti. E anche la sentenza più eclatante di questi anni, il reintegro nella fabbrica Fiat di Melfi dei tre sindacalisti della Fiom licenziati con l'accusa di sabotaggio, è sembrata figlia più di scelte politiche che di svarioni giuridici.

Ma per capire l'oggetto del contendere, più dei casi limite serve guardare alla quotidianità, quella delle aule delle sezioni lavoro dei tribunali dove ogni giorno l'articolo 18 viene invocato per ottenere il reintegro. Un testa o croce, anche nelle statistiche: degli 824 ricorsi presentati dall'inizio dell'anno al 30 giugno, il tribunale di Milano ne ha respinti il 55 per cento e accolti il 45. Sono storie di gente licenziata «per motivi economici», che già oggi ha grande difficoltà a ottenere il reintegro (serve dimostrare la «manifesta infondatezza»), e che la riforma di Renzi costringerà definitivamente ad accontentarsi del risarcimento; ma anche di lavoratori espulsi per motivi disciplinari, per i quali l'ordine del giorno del Pd sembra lasciare qualche chance di vedersi restituito il posto di lavoro.

Ed è proprio su questo filone dei licenziamenti disciplinari che l'alea nei fatti regna sovrana, e la riforma Renzi non sembra destinata a dissiparla. Oggi l'incertezza è tale che, come racconta chi nelle aule delle «sezioni lavoro» ci lavora quotidianamente, gran parte delle vertenze si chiude con una transazione; pochi e maledetti ma subito e sicuri, i soldi hanno di fatto già preso il posto del rientro in fabbrica. D'altronde come fidarsi dell'articolo 18?

Ci hanno provato insieme, due lavoratori, licenziati entrambi per avere danneggiato l'immagine delle rispettive aziende: uno denunciandola in Procura per un appalto sui semafori, l'altra per avere raccontato in giro che stava per spostare uno stabilimento. La Cassazione, sezione Lavoro, ha esaminato le loro cause a poche settimane di distanza, a gennaio e a marzo dell'anno scorso. E poi, chissà perché, ha preso decisioni opposte: reintegrato il primo, a spasso la seconda, senza neanche il risarcimento del danno.

Le app che “succhiano” la batteria dello smartphone

Corriere della sera



L’8% delle app per iOs e Android è sempre `energivora´, mentre un altro 5% lo è in situazioni particolari. Lo affermano i primi dati di un progetto congiunto delle università di Helsinki e Berkeley basati sulla loro app Carat, in grado di fare una diagnosi del dispositivo, che ha trovato consumi sempre alti nel 2% delle app per Apple e nel 12% di quelle per Android, mentre la percentuale di quelle `anomale a tratti´ è del 5% in entrambi i casi. Il 48% dei dispositivi, affermano i dati, ha almeno una di queste applicazioni.




«Le app più energivore tipicamente sono le web radio, quelle per la visione di film, quelle per le chiamate in video e i giochi 3D – scrivono gli autori dello studio -. Quelle che invece danno una `anomalia energetica´ di solito hanno un consumo normale per la maggior parte degli utilizzatori, mentre in alcune condizioni di configurazione usano più energia della media, anche a causa di errori di programmazione».




L’analisi dei dati di oltre 750mila utilizzatori di Carat ha permesso di censire quasi 330mila app per i due sistemi operativi, e anche di stilare una prima classifica di quelle `energivore´. Per quanto riguarda Android la più usata è `Superuser´, che serve ad accedere a funzionalità avanzate in alcune app, il cui spegnimento fa guadagnare 203 minuti di vita della batteria, mentre tra le energivore si segnala il gioco `Man in Black 3´, che invece ne fa guadagnare 319. Più contenuti i guadagni per i dispositivi Apple. La app che consuma di più è il navigatore Waze, il cui utilizzo accorcia il tempo di utilizzo del telefono di 68 minuti, mentre la app energivora più utilizzata è il riproduttore interno di musica, e non utilizzandolo la vita della batteria aumenta di 21 minuti.

(Ansa)

Anatomia di un fallimento in 20 mosse Ecco dove ha sbagliato de Magistris

Corriere del Mezzogiorno

Dalla Coppa America al commissariamento su Bagnoli: quaranta mesi vissuti pericolosamente




NAPOLI - Quaranta mesi sul filo delle polemiche. Quaranta mesi, da quel primo giugno 2011 quando giurò fedeltà sulla Costituzione e prese i «galloni» di sindaco, per Luigi de Magistris pieni di decisioni che hanno diviso la città. C’è questo dietro l’anatomia della crisi politica che sta portando il Comune di Napoli verso il baratro. Certo, il sindaco potrà sempre dire — e l’ha detto — che se sospensione ci sarà, sarà per fatti che nulla hanno a che vedere con il Comune di Napoli, né col suo mandato di sindaco o con la politica. Vero. Ma tutto il resto, sospensione o no, è sotto gli occhi di tutti.

L’ELENCO - Ed allora ecco un elenco di almeno venti decisioni che hanno generato contrasti e divisioni tra sindaco e città. Partiamo dal fatidico «Lungomare liberato» quando, nei giorni successivi alla Coppa America quando, forse confondendo il pienone di quel lunedì di Pasquetta del 2012 concomitante con le regate, il sindaco e i suoi consiglieri ritennero che il lungomare, piuttosto che l’unica grande strada carreggiabile della città, potesse trasformarsi in una passeggiata da pedonalizzare. Una decisione che ha accontentato alcuni, certo, come i ristoratori del lungomare e dei pochi fortunati o che ci abitano oppure che riescono ad arrivarci, ma che ha tagliato fuori un pezzo di città e letteralmente smontato la viabilità che già, faticosamente, era riuscita ad adattarsi ai mille cantieri del metrò. Tutto, per l’America’s Cup, evento costato una ventina di milioni di fondi europei e soldi comunali che non ha lasciato pressoché nulla alla città se non qualche inchiesta giudiziaria.

GLI EVENTI - Quella dei grandi eventi è stata sempre una partita complicata e conflittuale, fin da subito, soprattutto con la Soprintendenza che ha fatto quadrato sull’uso di alcuni spazi. Memorabili le polemiche per i concerti di Pausini, Ligabue e Springsteen in una piazza Plebiscito chiusa al pubblico non pagante (non era mai capitato prima) e concessa a costi irrisori, fino ad eventi come il Forum delle Culture 2013 (partito un anno dopo) che hanno visto avvicendarsi presidenti e diretori generali che hanno lasciato subito (Oddati, Vecchioni, Marotta, Bologna, Caruso) a tanti commissari, trasformando profondamente quello che doveva essere l’evento degli eventi che poteva cambiare il volto alla città. Capitolo rifiuti. In città non ci sono più i cumuli di immondizia nelle strade, ma i livelli di differenziata promessi in campagna elettorale («70 per cento in sei mesi») sono una chimera.

Ma la strada per l’ex magistrato è stata subito in salita. Fin da quando ha dovuto far fronte alle critiche per aver contrattualizzato, sebbene a titolo gratuito, suo fratello Claudio per i grandi eventi; cosa che ha generato un vespaio di polemiche e critiche sebbene Claudio de Magistris sia un professionista riconosciuto del suo settore. Le stesse critiche piovute sul sindaco per aver fatto almeno una cinquantina di contratti ad altrettanti staffisti e una trentina di contratti dirigenziali, poi diventati 18 perché la Corte dei conti nel frattempo aveva messo sotto la lente i conti del Comune. Intanto al Comune avevano pure presentato un comandante dei vigili nuovo di zecca, un investigatore che col sindaco aveva lavorato ai tempi in cui era magistrato a Catanzaro, salvo poi non potergli fare il contratto per aver superato il tetto di spesa per il personale e salutarlo.

I CONTI - Ma quello de conti è un capitolo a parte. Il sindaco ha dichiarato il predissesto. La cosa ha generato l’innalzamento al massimo delle tasse, di tutte le tasse che i napoletani versano a Palazzo San Giacomo, ma anche la bocciatura del Piano di rientro da parte della sezione regionale dell Corte dei conti. In sede di ricorso alle Sezioni riunite della stessa Corte, però, il Comune ha avuto ragione. Restano quindi le tasse da pagare in più su Irpef, Imu, Tasi, Refezione e così via. Il Piano di rientro si basa, per quasi la metà del miliardo e mezzo di euro, sulla dismissione del patrimonio immobiliare. E questa è un’altra storia ancora. Perché fino al mese di dicembre del 2012 il Comune aveva un gestore, la «Romeo», azienda leader del settore, che gli gestiva gli immobili e li vendeva.

IL sindaco con la Romeo ci ha anche fatto una transazione, ma poi l’ha fatta fuori e si è affidato a Napoli servizi, società che, come ha ricordato durante l’approvazione del bilancio 2014 il presidente della commissione trasparenza, Andrea Santoro, a tutt’oggi non ha ancora venduto alcun immobile non avendo il know how. Dopo appena sei mesi dall’insediamento in Municipio è invece cominciata la corsa a mandar via chi non condivideva le decisioni del primo cittadino: da Raphael Rossi dell’Asìa al direttore generale, Silvana Riccio, fino a Pino Narducci e Riccardo Realfonzo, assessori entrati col sindaco nella prima ora, amici di de Magistris. Da quel momento è stato un cambiare continuo che ha portato a quattro rimpasti con i soli Sodano e Palmieri «reduci» della squadra nominata dal sindaco nell’estate del 2011.

SAN CARLO E BAGNOLI - Nel frattempo, altre rogne. E’ il caso del San Carlo, che a inizio anno è tornato ad essere commissariato perché il sindaco non intendeva applicare il decreto «valore cultura». Scontri e divergenze ci sono state anche quando de Magistris non volle firmare l’accordo di programma per la ricostruzione di Città della scienza perché pretendeva che fosse accompagnato da un’altra firma, quella per la bonifica. Pareva fatta. Intanto la Bagnolifutura è stata dichiarata fallita, Renzi è stato a Napoli per la firma dell’accordo, e Bagnoli è stata commissariata.

LO STADIO SAN PAOLO - Altro capitolo di liti e polemiche è quello della vicenda San Paolo. Col Napoli, unico gestore dello stadio, il Comune è arrivato ai ferri corti. Il sindaco aveva giurato che, «per la fine nel mio mandato Napoli avrà uno stadio nuovo a Ponticelli». Il risultato? Al momento c’è una proroga al Calcio Napoli che dovrebbe presentare un progetto per il rifacimento dello stadio, perché De Laurentiis da Fuorigrotta non intende muoversi, e tanti saluti allo stadio nuovo.

LE PISTE CICLABILI - E veniamo alle piste ciclabili che, invece di essere tali, nella maggior parte dei casi si limitano a un percorso tracciato in mezzo alle auto o sui marciapiedi (indaga la procura). Così come si può ricordare l’annuncio in pompa magna di un «parco dell’amore» in città che ha scatenato le reazioni indignate di tutta Napoli, soprattutto della Chiesa. Passando per una città interamente transennata, perché il progetto Sirena è tramontato per mancanza di fondi; fino alla sanatoria per gli occupanti abusivi delle case popolari ai quali, invece dell’atto di sfratto, è stata data la possibilità di rimanere nelle casa. Dirà il sindaco: sono decisioni politiche, ho il diritto di farle e ho il diritto di portare avanti il programma elettorale. Ma i risultati in città sono sotto gli occhi di tutti. Anche per una serie di scelte che hanno invece di unire hanno solo diviso e scatenato polemiche.

30 settembre 2014

Microsoft, Windows ricomincia da 10

La Stampa

Il nuovo sistema operativo ha funzioni pensate apposta per le aziende: torna il menù Start, c’è meno spazio per l’interfaccia a mattonelle di Windows 8. Il lancio ufficiale previsto entro la fine del prossimo anno

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Un salto avanti e uno indietro: il successore di Windows 8 si chiama Windows 10, ma assomiglia a Windows 7. “Rappresenta il punto di partenza per la nuova generazione di Windows, che abilita nuove esperienze che consentano ai consumatori di abbracciare nuove modalità di lavoro, gioco e comunicazione” ha dichiarato Terry Myerson, Executive Vice President, Operating Systems Group di Microsoft. “Sarà familiare, compatibile e produttivo”. Ci sono elementi che ricordano le versioni 7 e 8. Perché a Redmond hanno saltato il numero 9? “Quando vedrete il prodotto nella sua completezza credo che sarete d’accordo con noi che questo è il nome più appropriato”, ha continuato Myerson. Il gruppo spiegherà meglio come sarà la sua versione per utenti consumer la prossima primavera durante la conferenza degli sviluppatori. Il lancio ufficiale è previsto entro la fine del 2015.

Familiarità e coerenza tra dispositivi
Windows 10 si adatta ai dispositivi utilizzati dai consumatori – dalla console Xbox ai PC, dai telefoni ai tablet, fino ai piccoli gadget – e alle loro attività, offrendo un’esperienza coerente, familiare e compatibile, volta a massimizzare la produttività. Windows 10 funzionerà sulla più ampia gamma di dispositivi di sempre, da quelli frutto dell’Internet of Things ai datacenter aziendali presenti in tutto il mondo. Microsoft sta inoltre lanciando una piattaforma applicativa convergente per gli sviluppatori, disponibile su tutti questi apparecchi con un unico store di applicazioni. Gli sviluppatori potranno scrivere un’applicazione e distribuirla in maniera semplice su molteplici tipologie di dispositivi, rendendo l’utilizzo, l’acquisto e l’aggiornamento più facile che mai.

Progettato per le aziende
Windows 10 garantisce in maniera semplice sicurezza di livello enterprise, funzionalità di protezione delle informazioni e dell’identità. Una delle aree di miglioramento nel nostro lavoro è stata sulle identità degli utenti, migliorando la resistenza agli attacchi informatici, al furto di informazioni e al phishing. Inoltre, Windows 10 contribuirà a migliorare la prevenzione della perdita dei dati utilizzando container e separatori di dati a livello applicativo e di file, favorendo una protezione che segue i dati ovunque si trovino, su tablet o PC, su chiavette USB, su email o sulla cloud. Gestione e implementazione sono stati semplificati per aiutare a ridurre i costi, compresi aggiornamenti da Windows 7 o 8 pensati per sorpassare gli scenari che impongono di cancellare e reinstallare il sistema operativo. Le aziende disporranno ora della flessibilità di scegliere quanto rapidamente adottare le ultime innovazioni, nonché la capacità di influenzare i cambiamenti attraverso i loro feedback. Inoltre, le aziende potranno dare ai loro dipendenti accesso controllato allo Store in base alle proprie esigenze e regole interne.

Cosa cambia
La prima Technical Preview di Windows 10 evidenzia nuovi livelli di flessibilità, navigazione e familiarità nell’ambito dell’esperienza Windows, come ad esempio:

Menu Start ampliato: il familiare menu Start è tornato e con un solo clic offre rapido accesso alle funzioni e ai file più utilizzati. Include, inoltre, un nuovo spazio da personalizzare con le app, i programmi, le persone e i siti web preferiti.
App in formato finestra: le app del Windows Store ora vengono aperte nello stesso formato dei programmi desktop. È possibile ridimensionarle e spostarle. Dispongono inoltre di una barra di comandi che consente di ingrandire, ridurre a icona e chiudere l’app con un clic.
Miglioramenti della funzionalità Snap: grazie ai miglioramenti apportati alla funzione Snap, lavorare contemporaneamente con più app è più semplice e intuitivo. Con il nuovo layout a quadrante, è possibile avere fino a quattro app affiancate sulla stessa schermata. Windows mostrerà inoltre le altre app e gli altri programmi in esecuzione per consentire ulteriori affiancamenti e offrirà anche consigli intelligenti su come riempire lo spazio disponibile sullo schermo.
Nuovo pulsante Task View: il nuovo pulsante Task View presente sulla Task Bar consente di visualizzare insieme tutte le app e i file aperti, permettendo così un passaggio rapido tra gli elementi e un accesso con un solo tocco ai desktop creati.
Molteplici desktop: invece di avere troppi file e app sovrapposti su un singolo desktop, è possibile creare in modo semplice desktop separati e passare dall’uno all’altro per scopi e progetti diversi – per lavoro o per uso personale (o entrambi).

Sviluppo aperto e collaborativo
Con Windows Insider Program, che parte domani insieme alla preview, Microsoft conferma il suo impegno a lavorare a stretto contatto con i clienti per definire insieme il futuro di Windows. I Windows Insider saranno coinvolti in un dialogo costruttivo con l’azienda, fornendo feedback sulle prime versioni di prodotto per l’intero ciclo di sviluppo. Il programma includerà diverse modalità di partecipazione, compresa una Windows Feedback app per condividere i suggerimenti e i problemi, nonché un Windows Technical Preview Forum dove interagire con gli ingegneri Microsoft e gli altri Insider. Ulteriori informazioni sul WIP e sulla technical preview sono disponibili qui.

Nuova Ducati Scrambler

Corriere della sera
di Stefano Bargiggia

Torna un’icona del passato con un bicilindrico da 75 Cv raffreddato ad aria

 



Una marea di teaser, la buona trovata del container giallo a Misano durante il WDW, foto rubate durante i collaudi che neanche in una spy story: il battage intorno alla nuova Ducati Scrambler è stato amplificato in maniera febbrile negli ultimi mesi. Ma finalmente l’attesa è finita, visto che pochi minuti fa a Colonia sono state svelate forme e caratteristiche tecniche di una moto che ha creato aspettative altissime e rappresenta una vera e propria svolta nella strategia commerciale di Ducati così come la conosciamo.
Operazione nostalgia
La Scrambler è innanzitutto un’icona di stile, vuole rappresentare un modo di vivere, se vogliamo sulla scia del modello che divenne celebre e molto amato negli anni ’60 e ’70. Ma è soprattutto il modello con il quale la casa di Borgo Panigale punta ad attrarre un pubblico quanto mai ampio e variegato per il quale le prestazioni pure non rappresentano la principale motivazione d’acquisto. Una moto del tutto moderna il cui look si fonda sui pilastri del passato, del tutto al passo con i tempi in termini di dotazione tecnologica e caratteristiche dinamiche. Sotto al serbatoio su cui campeggia fieramente la scritta «born in 1962», incastonato in un telaio a traliccio in tubi di acciaio, c’è un motore bicilindrico desmodromico a L da 803 cc che non poteva non avere il raffreddamento ad aria. Un grande classico, che deriva dal generoso cuore delle Monster e Hypermotard 796, ma è stato rivisto profondamente nella fluidodinamica tramite l’adozione di nuove testate con incrocio valvole a 11 gradi, garanzia di grande elasticità di marcia e prontezza di risposta ai bassi e medi regimi.

Abs di serie
I cavalli sono 75 e la coppia massima di quasi 70 Nm viene raggiunta a 5.750 giri. Cosa che, insieme al peso contenuto in 186 chili in ordine di marcia, dovrebbe rendere la Scrambler molto godibile nella guida di tutti i giorni. I freni sono Brembo a disco, con l’anteriore singolo da 330 millimetri con pinza ad attacco radiale e la presenza dell’Abs di serie. La prima versione della Scrambler ad essere commercializzata sarà la Icon: gialla o rossa, con il serbatoio dalle «guance» intercambiabili in alluminio, le luci a led e i cerchi in lega con pneumatici tassellati specifici (il posteriore da 180), è la più semplice a listino e costituisce un’ottima base di partenza per la personalizzazione, attività per la quale questa nuova Ducati è stata appositamente sviluppata. Ma Scrambler non è più solo un modello, bensì una vera e propria famiglia, all’interno della quale esistono già versioni molto connotate destinate a utilizzi differenti: la Urban Enduro, caratterizzata dalla colorazione «Wild Green» e rivolta a chi ama lo stile enduro ed è pronto a mettere le ruote su terra quando capita, la Full Throttle, pensata per gli smanettoni affascinati dal mondo delle corse «flat track», e la Classic, piena di dettagli in stile anni ’70.

30 settembre 2014 | 18:30

Nei film della Disney non ci sono mamme: ecco il tragico motivo

Il Mattino

Roma - Gli appassionati di film Disney non possono non averlo mai notato: nella maggior parte dei cartoni animati non compaiono le madri dei protagonisti, che spesso hanno solo il papà quando non sono del tutto orfani.

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La spiegazione a quella che potrebbe sembrare una coincidenza c'è. Anzi, ce ne sono due: una di carattere narrativo, l'altra legata alle drammatiche vicende personali di Walt Disney. In una recente intervista rilasciata a Glamour, il produttore Disney Don Hahn ha spiegato: «Uno dei motivi è pratico, un film dura mediamente 80-90 minuti ed uno dei temi universalmente affrontati nelle pellicole Disney è quello della crescita. Si è ritenuto che in assenza dei genitori tale crescita e assunzione di responsabilità avviene più rapidamente; rimuovere i genitori, come nel caso di Bambi, costringe a maturare più rapidamente… Belle ha un padre, ma non lo vediamo mai perché si è persa, e allora deve trovare da sola il suo posto nel mondo. Diciamo che è una scorciatoia narrativa».

La seconda teoria, invece, riguarda gli avvenimenti tragici avvenuti nella vita di Walt Disney. «Nei primi anni ’40 - ha raccontato ancora il produttore - decise di regalare una casa ai propri genitori, il coronamento del sogno di quando era bambino. Purtroppo la caldaia non era stata installata in maniera corretta e ci fu una fuga di gas con i suoi genitori in casa, quando arrivò la signora delle pulizie riuscì a salvare solamente il padre. Sua madre morì in maniera tragica. Walt si sentì responsabile della cosa e non volle mai parlare dell’accaduto».

A Bruxelles le linee guida europee del diritto robotico

La Stampa
stefano rizzato

Dalle protesi biomeccaniche alle auto che si guidano da sole, servono nuove leggi per stabilire diritti e doveri delle macchine. E c’è chi propone di dare agli automi un’entità giuridica: ecco perché

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Presto saranno tra noi, sempre più numerosi e in tante forme diverse. Gireranno senza carta d’identità, si orienteranno con sensori e software, dovrebbero renderci la vita più facile e confortevole. Ma si porteranno dietro una domanda: a quali leggi obbedisce un robot? La risposta è che non c’è una risposta sola, valida per tutti i casi. Servirà un “codice robotico” dettagliato e di respiro europeo, che distingua in base al tipo di robot e alle sue funzioni e magari sia pronto in tempo, prima che il futuro sia già qui. È questa – in estrema sintesi – la conclusione degli esperti che sul tema lavorano ormai da un anno e mezzo, cinque atenei riuniti nel consorzio universitario RoboLaw e guidati dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Un rebus a cinque dimensioni
Il documento prodotto dagli esperti di RoboLaw è stato presentato qualche giorno fa a Bruxelles, a Commissione e Parlamento europei. Spiega tutta la complessità della questione ma propone un approccio “morbido”, senza vincoli troppo rigidi che finiscano per frenare un settore che – secondo uno studio McKinsey – rischia di valere 4,5 trilioni di dollari all’anno entro il 2025. Trovare leggi a misura di robot dovrà essere un processo condiviso tra istituzioni, produttori, consumatori. Su cinque grandi temi. Primo: sicurezza e ambiente. Secondo: responsabilità. Terzo: proprietà intellettuale. Quarto: privacy e protezione dei dati. Quinto: capacità dei robot di completare transazioni con valore legale.

Constatazioni amichevoli problematiche
L’esempio più evidente di quanto la robotica abbia bisogno di regole è quello dei veicoli a guida assistita, delle automobili capaci di moderare la velocità in base alle indicazioni che arrivano da sensori posti sulla strada, o calibrare lo stile di guida in funzione del traffico. Una frontiera prossima, ben più dell’auto che si guida da sola, e che basta a sollevare tante questioni. Chi paga se il sistema non funziona e crea un incidente? Chi garantisce la sicurezza degli utenti?

“Limitare le responsabilità dei produttori”
Le stesse domande si pongono anche per tecnologie mature e in parte già adottate, come le protesi robotiche. «Sono arti meccanici progettati per riprodurre i movimenti di un braccio o una gamba, quindi possono creare danni a terzi, in caso di malfunzionamento», spiega Erica Palmerini, docente di diritto privato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e coordinatrice di “RoboLaw”. «In questo caso l’assenza di norme specifiche è uno dei limiti all’innovazione: produttori e sviluppatori corrono il rischio di trovarsi coinvolti in controversie, con esiti imprevedibili. Limitare la loro responsabilità, consentendo però alle vittime di essere compensate, diventa importante».

Dati al sicuro, fin dall’inizio
L’altro, enorme fronte da prendere in considerazione è quello della privacy. Un tema che già oggi è al centro del dibattito e che – in un futuro di robot chiamati a seguirci passo dopo passo – sarà questione ancor più decisiva. La soluzione proposta dagli esperti di RoboLaw è in tre parole: “privacy by design”. I nuovi sistemi vanno cioè progettati fin dall’inizio in modo che integrino sistemi per la protezione di dati e informazioni.

Robot con personalità giuridica
Guardando ancora più in là e al mondo – ancora tutto in via di sviluppo – dei robot umanoidi, la frontiera legale è un’altra ancora: trovare una collocazione nella società per i nuovi individui cibernetici. Spiega Palmerini: «C’è chi propone di dar loro addirittura personalità soggettiva e diritti, ma ci arriveremo se e quando avremo davvero macchine pensanti. Quelle che si stanno sviluppando oggi non lo sono, però potranno essere usate come ‘badanti’, per l’assistenza a malati, anziani o disabili. Dare a questi robot un’entità giuridica significa abilitarli a fare piccoli acquisti o pagare bollette. E potrebbe servire anche a risolvere il nodo della responsabilità, che ricadrebbe direttamente sul robot. Certo, un robot non ha un patrimonio per compensare eventuali danni, ma potrebbe essere dotato di un fondo misto, con il contributo di utenti, produttori e – perché no? – anche delle istituzioni».

documento  Il codice robotico di RoboLaw