lunedì 29 settembre 2014

In Egitto un francobollo sul Canale. Ma anziché Suez è quello di Panama

La Stampa
luigi grassia

Un clamoroso errore che ricorda il caso del “Gronchi rosa” nel 1961



Il francobollo “incriminato”. Nella sezione centrale è raffigurato il canale di Panama e non quello di Suez

Da quando ci sono le e-mail la posta cartacea è in netto declino, ma i francobolli continuano a essere stampati e collezionati; continuano anche a ripetersi gli errori di incisione, sulle orme del famoso «Gronchi rosa» (il più famoso errore filatelico italiano) e in questo settembre 2014 un caso clamoroso riguarda l’Egitto. Le Poste di quel Paese hanno distribuito un «foglietto» (cioè una serie di francobolli che si possono usare staccati, ma messi insieme compongono un disegno complessivo) al cui centro c’è appunto un canale, però non quello di Suez, ma quello di Panama. L’incredibile errore ha portato al ritiro degli esemplari non ancora diffusi.

Un canale non vale l’altro. Si vede bene nel francobollo che quello ritratto ha due corsie, come accade a Panama ma non a Suez; e le rive sono circondate da rigogliose zone verdi, tipiche di Panama ma molto meno dell’arida penisola del Sinai. 

Gli errori quando vengono distribuiti dalle autorità postali possono fare la gioia dei collezionisti. In Italia nel 1961 il «Gronchi rosa», un francobollo rosaceo che (con altri) illustrava una visita del presidente Gronchi in Sud America, riportava un errore nel confine del Perù. Il francobollo fu ritirato e sostituito da uno corretto, ma alcuni pezzi ormai erano stati venduti e fra i collezionisti sono diventati preziosi, per la loro rarità. Il caso dell’Egitto è più clamoroso perché gli egiziani hanno commesso un errore riguardante se stessi e non (come capitò a noi italiani) il remoto Perù. Resta da vedere se l’errore egiziano risulterà proficuo come il Gronchi rosa per chi ci ha messo le mani sopra.

Funerali operaio morto, il parroco: "Politici, legatevi una macina al collo e buttatevi in mare"

Libero

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"I politici hanno bevuto il sangue di questi ragazzi, è meglio che si leghino una macina al collo e si buttino in mezzo al mare". Don Roberto Galiazzo, parroco di Liettoli di Campolongo Maggiore (Venezia), è durissimo nella sua omelia durante i funerali di Giuseppe Baldan, il camionista morto lunedì scorso a causa di un incidente sul lavoro a Coimpo di Adria (Rovigo). Baldan, insieme a tre operai, è deceduto per le esalazioni di una nube tossica. "Non si può morire così nel Veneto del 2014 - ha attaccato don Galiazzo -, senza maschere.

Ci sono stati 24 morti sul lavoro dall'inizio dell'anno, uno a settimana. Non si può morire per portare a casa la pagnotta". Il parroco ha puntato il dito contro i politici: "Fanno le leggi, ma poi piuttosto che farle rispettare mi pare preferiscano salvaguardare i loro interessi. Con i vitalizzi dei consiglieri regionali quanti controlli sulla sicurezza si potrebbero fare?". Il riferimento all'ex governatore Giancarlo Galan, arrestato per le tangenti del Mose, è diretto: "Quando vengono incastrati, poi, si dichiarano incompatibili con il carcere. Chi è debole di cuore, chi cade accidentalmente in giardino potando le rose. Che vergogna, hanno bevuto il sangue di questi ragazzi. E allora è meglio che si mettano una macina al collo e che si buttino in mezzo al mare".

Filippo Facci: disastro De Magistris, peggio da sindaco che in toga. Ha distrutto se stesso e Napoli

Libero

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Il 30 maggio 2011 Luigi De Magistris diventa sindaco di Napoli, lasciamo perdere come e perché. Il suo motto è subito questo: rivoluzione. Si tratta di capire che cosa succedesse nei successivi due anni e mezzo: bastano quelli e si capisce tutto. Parliamo di un sindaco pluricommissariato, privo di una maggioranza stabile, privo di un partito, privo di un movimento, privo di consenso, condannato alla galera (con la condizionale) in compagnia di un sindaco condannato oppure lui. Ripartiamo da quel giorno, dalla vittoria. Disse subito: «Spero che il vicesindaco sia una giovane donna».

Sarà un uomo, un vecchio ex senatore comunista, Tommaso Sodano, già condannato dalla procura di Nola per aver strattonato una vigilessa durante un’occupazione; due anni dopo, nel 2013, finirà invece sott’inchiesta per abuso d’ufficio in relazione a una consulenza da 40mila euro affidata a una docente bergamasca. Ma vediamo altri campioni della squadra. Il Welfare è affidato a Sergio D’Angelo, presidente del Consorzio che raggruppa le cooperative che lavorano con il Comune di Napoli e che vanta 60 milioni di euro di crediti dall’Amministrazione, ma questo palese conflitto d’interessi non indigna nessuno. C’è una rivoluzione in corso. D’Angelo purtroppo sarà condannato in primo grado a quattro mesi di carcere (pena sospesa e commutata) per induzione a manifestazioni violente.

La rivoluzione, già: «Ho un sogno che potrebbe concretizzarsi: portare il presidente degli Stati Uniti d’America per Natale in città. Negli States sono molto attenti a questo fenomeno napoletano del movimento civico che mi sostiene, i contatti sono frequenti». Obama sorveglia Napoli. Forse coi satelliti: perché non verrà mai. E neanche Al Pacino verrà mai: ma su youtube c’è ancota il leggendario video in cui De Magistris invita l’attore in città: «Ellò, Al. Aimm Luigi De Magistris, de megior ov Neipols». Non andrà meglio con Bruce Springsteen, che a fine maggio 2013 terrà un concerto ma scapperà via subito.

Ma parliamo di spazzatura, che è il caso. A metà giugno 2011, mentre 10mila tonnellate di pattume marciscono per strada, De Magistris annuncia che risolverà il problema in «quattro o cinque giorni» (la frase è anche diventata un rap musicale) e parla di eventuale piano B e pure C. E annuncia che a capo della partecipata ambientale della città andrà Raphael Rossi, il manager diventato famoso per aver denunciato due imprenditori che gli avevano proposto una mazzetta. Ma il matrimonio durerà poco e finirà male.

Dopo cinque giorni ovviamente non succede niente. De Magistris accusa trame oscure: «Napoli sarà liberata dai rifiuti nonostante il tentativo di sabotaggio messo in atto in queste ore da certi ambienti refrattari ad accettare la svolta politica che stiamo attuando». Ma il 23 giugno deve ammettere che la situazione è grave. Nel pieno dell’emergenza, non si perde il Gay Pride: è in testa al corteo con un ombrellino verde a fiori. Due anni dopo metterà due orecchini rossi. Il 12 luglio però la situazione è gravissima.

Un gruppo di napoletani scaraventa dei sacchettoni di monnezza contro il municipio. Rivoluzione arancione, sacchi neri e incazzati pure. Inutile farla lunga: si parlerà tutti i giorni di spazzatura almeno sino a Natale. In quei giorni De Magistris si mette a querelare «coloro che, in questi giorni, a ogni livello, hanno gravemente compromesso l’immagine della città», cioè i giornalisti e i fotografi. Scarafaggi: non i giornalisti, ma le “Periplaneta americana” che intanto stanno invadendo Napoli, blatte rosse. La cosa fa il giro del mondo. Le Point titola: «Uno scarafaggio nella pizza».

Le cose miglioreranno lentamente: ma solo perché apriranno delle discariche (Chiaiano, per esempio) o solo grazie all’aiuto finanziario della Provincia retta dal nemico politico Luigi Cesaro. Poi spuntano le navi olandesi che trasporteranno il pattume nel Mare del Nord, un’assurdità costosissima. In breve: la promessa della campagna elettorale, quella di raggiungere il 70 per cento di raccolta differenziata entro il 2011, non sarà minimamente rispettata. Il tasso rimarrà al 25 per cento, come ai tempi della miglior Iervolino.

Intanto spuntano piccoli o grandi nepotismi. Dagospia rivela che la giovane Lucia Russo, collaboratrice dell’assessore allo Sport, è la cugina di De Magistris. Tra l’altro, durante la campagna elettorale, era stata intervistata come "disoccupata". Poi, nella stanza a fianco a quella del sindaco, spunta anche Claudio De Magistris: è il fratello, un impresario musicale che diventa capo della segreteria politica: a pagarlo è l’Italia dei Valori. Ma neanche il fratello durerà molto. Nel novembre 2012, peraltro, si scoprirà che l’avevano mandato in Grecia al “World Music Expo” perché la cosa era «di assoluta importanza strategica per l’Amministrazione».

II 2012, per De Magistris, sarà un anno orrendo. Licenziamenti, dimissioni, allontanamenti, litigi. L’aria si fa pesante. Raphael Rossi, l’esperto di rifiuti già glorificato su Report, viene silurato. Motivo: l’assunzione di 23 persone contro il suo parere. «Erano inutili e fuori dal diritto», dice. De Magistris perde anche la presenza di Roberto Vecchioni alla guida del Forum delle Culture, a tre mesi dalla nomina. Gli subentra l’ambasciatore Francesco Caruso che lascia anche lui, subito. Presto si dimetterà tutto il comitato tecnico-scientifico del Forum.

Ma è la perdita di Giuseppe Narducci quella che fa male: è l’ex magistrato di Calciopoli e neo assessore a trasparenza e legalità. Dimesso. O silurato, chissà: la trasparenza è poca. «L’impressione che io ne ricavo - dirà - è quella di un clima ostile alla manifestazione delle idee e delle opinioni...». Ah beh. Poi se ne va l’assessore al Bilancio Riccardo Realfonzo, economista: silurato nonostante fosse stato tra i primi nomi indicati. Dirà: «È rimasto inascoltato il mio invito a rafforzare la lotta all’evasione».

Il sindaco in quei giorni pensa ad altro, e scalda i cuori con le barche della World Series 2012-2013 che navigano nel Golfo: una vittoria, anche se, di fronte alle inchieste e alle difficoltà, farà un classico passetto indietro: «La Coppa America non l’ho voluta solo io, potrei anche rinunciarvi». La Coppa, comunque, è costata 16 milioni di fondi pubblici. Venezia, per lo stesso evento, di fondi pubblici non ha stanziato nemmeno un euro. La sagra delle promesse mancate, di qui in poi, è una comica. Aveva detto: i miei assessori non useranno le auto blu ma andranno in bici. Ma le bici rimarranno in garage, e De Magistris l’auto blu continuierà ad usarla. Aveva detto: Napoli avrà la sua moschea entro il 2011. Non c’è.

Aveva detto: «Progetto per il nuovo stadio entro il 2011». Non c’è. Ci fu, in compenso, la cittadinanza onoraria al leader palestinese Abu Mazen, e dal porto di Napoli partì una nave di un’organizzazione filopalestinese. Tutte cose che i napoletani attendevano frementi.

Di qui in poi dobbiamo correre. De Magistris annuncia un intervento immediato per smantellare la favela di Sant’Erasmo, una bomba sanitaria: è ancora lì, e ci sarà anche un’inchiesta con De Magistris e l’assessore Anna Donati indagati per omissione d’atti d’ufficio e attentato alla sicurezza stradale. Cominciano a mollarlo tutti, in quel periodo, anche perché Napoli è un caso unico in Europa. Per proteggerlo dall’ira dei disoccupati, devono chiamare la Polizia: quasi gli sfasciano l’auto a calci e pugni, con lui dentro.

Il segretario Uil Luigi Angeletti: «Alla fine del suo mandato i disoccupati saranno aumentati». La Cisl regionale: «De Magistris confessi le sue gravi responsabilità». Cioè? «Gare negoziate per gli amici degli amici, spazi pubblici assegnati senza delibere». Il sindaco viene pubblicamente mollato pure da Saviano. L’Espresso lo fa a pezzi con tanto di copertina. De Magistris è crollato dal primo al 17esimo posto nel gradimento degli italiani sui sindaci - rileva il Sole 24ore. E non sono passati neanche due anni. Gian Marco Chiocci e Simone di Meo scrivono per Rubbettino il libro definitivo su De Magistris: “Il pubblico mistero”, documentatissima summa delle ragioni per cui tanti elettori napoletani finiranno in purgatorio.

Il fallimento, nel 2013, si riversa nelle elezioni politiche: “Rivoluzione civile”, in cui sono confluiti gli arancioni napoletani, si ferma al 2,25 per cento alla Camera e all’1,79 al Senato, e nella Napoli rivoluzionaria becca solo il 3,07 per cento. De Magistris incolpa, e scarica, Di Pietro e Ingroia. Non senza charme: «Io non ero candidato: quando in passato ho chiesto i voti, a Bruxelles come a Napoli, sono sempre arrivato primo. È stato Ingroia, a questo giro, a metterci la faccia». De Magistris, oggi, non ne ha più una.

di Filippo Facci

La legge anti Cav beffa i manettari

Luca Fazzo - Dom, 28/09/2014 - 19:47

La legge Severino, applaudita da chi l'ha vista come il grimaldello per rispedire Berlusconi a casa, ora ci si accorge che trasforma i sospetti in colpevoli

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Più del povero de Magistris, la cui triste parabola suscita in fondo la compassione dei Robespierre che finiscono a loro volta sulla ghigliottina, i veri protagonisti delle cronache di questi giorni sono quelli che oggi lo vogliono vedere morto: in prima fila i suoi ex colleghi, i Casson, gli Ingroia, gente che come lui ha ritenuto che la gloria conquistata con la toga si potesse usare per fare politica, e che adesso lo invitano senza complimenti a togliere il disturbo.

E ancora più degli ex giudici rifulgono i moralisti in servizio permanente, quelli che ieri hanno cantato la gloria delle sue inchieste e oggi lo sfottono senza pietà. Lui, de Magistris, in fondo è un tapino afflitto da un ego fuori luogo. Ma quelli che l'hanno eletto a salvatore della patria per quattro inchieste che puzzavano di patacca lontano un miglio, oggi sono i più crudeli nello scaricarlo. E la ciliegina di questa commedia è che tutto passi per la legge Severino, votata da un Parlamento in stato confusionale, applaudita da chi l'ha vista come il grimaldello per rispedire Berlusconi a casa, e di cui solo ora ci si accorge che trasforma i sospetti in colpevoli, e viene - unica sanzione al mondo - applicata retroattivamente.



Vittima" di De Magistris, ex giudice si toglie la vita

Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo - Dom, 14/04/2013 - 16:09

Era pg di Catanzaro, fu prosciolto dalle accuse ma non si è più ripreso. Si è fatto praticare la dolce morte a Basilea, forse fingendosi malato
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L'ultimo viaggio sola andata l'ex procuratore generale aggiunto di Catanzaro Pietro D'Amico l'ha fatto da solo. È andato a togliersi la vita a Basilea, in una clinica che somministra la «dolce morte», il suicidio assistito. D'Amico era un magistrato per bene, una «toga buona» e fuori dai giochi di potere. Ma era diventato un altro dopo esser stato indagato eppoi prosciolto per una storia partorita da quel mostro giudiziario che va sotto il nome di «Poseidone». Una delle fallimentari inchieste-spettacolo condotte da Luigi de Magistris ai tempi in cui, vestendo la toga di pm d'assalto in Calabria, dava la caccia ai fantasmi dei poteri forti e della massoneria deviata.

D'Amico rimase imbrigliato nella rete a strascico lanciata dall'attuale sindaco di Napoli e dal suo consulente Gioacchino Genchi per catturare le immaginarie talpe che si muovevano nei sotterranei della Procura calabrese. C'è una strana «forza» che interviene nelle mie inchieste, andava ripetendo in quei mesi de Magistris, convinto di essere inviso a forze occulte. Oltre a D'Amico, finirono sott'inchiesta a Salerno l'ex pg Domenico Pudia, il capo dei gip Antonio Baudi, il carabiniere Mario Russo e l'ex procuratore Mariano Lombardi, scomparso un paio di anni fa.

Furono tutti prosciolti. «Insussistenza della notizia di reato», insostenibile «fattispecie associativa» e «lacunoso impianto accusatorio» furono i termini usati dal giudice per demolire il teorema della fuga di notizie orchestrata dai massimi vertici del distretto giudiziario di Catanzaro. Eppure, nonostante la riabilitazione da quell'infamia subita dopo oltre trent'anni di onorata carriera, Pietro D'Amico non si è più ripreso. È entrato in depressione.

Tra il disgusto e la rabbia agli amici aveva confidato: «Questa magistratura non mi merita», e si era dimesso. Era stato massacrato, ai tempi delle Grandi Inchieste di Giggino. Messo in croce sui giornali per un sospetto suffragato da indizi labili. Era finito nel tritacarne investigativo di de Magistris e Genchi (entrambi oggi sotto processo a Roma per l'acquisizione illegale dei tabulati telefonici di otto parlamentari) per aver fatto due telefonate. Una al presidente della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti (suo collega magistrato) della durata di venti secondi.

Cronometrati. E l'altra all'allora deputato-avvocato Giancarlo Pittelli. Ecco, i sospetti su D'Amico nacquero così: per aver chiamato due futuri indagati di de Magistris. Il nome del procuratore generale aggiunto fece capolino anche nella vicenda che vide coinvolto l'allora capitano dei carabinieri Attilio Auricchio, braccio destro di de Magistris ai tempi di Catanzaro e oggi suo fedele capo di Gabinetto al Comune di Napoli.

Fu D'Amico, infatti, a ottenere che l'ufficiale dell'Arma fosse punito per aver sbagliato a trascrivere una intercettazione telefonica in cui, al posto della parola «provveditore», era stato annotato «procuratore», con l'aggiunta (che nella conversazione originale non esisteva) del nome Chiaravalloti. D'Amico impugnò l'assoluzione nel procedimento disciplinare di primo grado e trascinò Auricchio davanti al gran giurì del ministero della Giustizia che ribaltò l'assoluzione e gli inflisse la censura.

Ai pm che lo sentirono qualche tempo dopo, Auricchio rivelò che il ricorso di D'Amico era animato da «uno zelo “sospetto”». «Per l'allucinante inchiesta di Salerno, era entrato in una depressione nerissima», dice al Giornale l'ex governatore Chiaravalloti. «Era un buono, un uomo dolcissimo. Uno studioso, lontano dai giochi di potere. Visse quell'indagine come un torto personale che non è riuscito a superare». L'ex pg Domenico Pudia ricorda che D'Amico «da tempo, in seguito a quelle accuse, aveva perso il sorriso».

Quell'indagine «finì come doveva finire, ma nonostante tutto lui non si è più ripreso. Ebbe una sorta di rigetto della magistratura e forse dei magistrati». «Finì nei guai perché parlava con me», sottolinea Giancarlo Pittelli. Che aggiuge: «De Magistris ha fatto del male a centinaia di persone che ho difeso. A me ha distrutto l'esistenza». Diceva di essere affetto da un male incurabile, D'Amico, così da poter ottenere il via libera al suicidio assistito. Ma più d'uno ne dubita. Il fratello ha saputo tutto solo a cose fatte, con una chiamata dalla clinica.

«Se n'è andato un magistrato onesto, una persona perbene», commenta il coordinatore cittadino del Pdl partenopeo, Amedeo Laboccetta. «Tante sono le vittime del de Magistris pubblico ministero, tante sono quelle del de Magistris sindaco di Napoli. Il suo fallimento politico è sotto gli occhi di tutti. Altrimenti, non avremmo raccolto 20mila firme per le dimissioni in poche ore. La città vuole liberarsene. Ormai, deve andare via».



Hanno creato l'eroe De Magistris, adesso lo mollano

Mariateresa Conti - Lun, 29/09/2014 - 09:08

Ecco come nel 2007 da magistrato diventò una star grazie a Travaglio e Santoro

Il primo a scoprirlo fu Marco Travaglio, che sul blog di Grillo, ad aprile del 2007 (il caso Why not esplose poi a giugno) espresse l'auspicio che i cittadini calabresi si mobilitassero «in difesa dell'onesto e coraggioso pm Luigi de Magistris, attaccato dai soliti noti».

E gli stessi grillini, all'epoca non ancora Cinque stelle ma raggruppati in Meet up, si mobilitarono per lui quando poi l'inchiesta esplose, d'estate. Seguì a ruota Antonio Di Pietro, in quel periodo ministro e leader di Italia dei valori. Quindi la consacrazione ufficiale, il 4 ottobre di quel fatidico anno che per de Magistris segna il passaggio da quasi oscuro pm della procura di Catanzaro a star dei talk show e, in prospettiva, a politico: il debutto televisivo ad Annozero di Michele Santoro.

Adesso lo scaricano, tutti. Eppure senza il loro appoggio, senza i loro elogi sperticati al pm senza macchia e senza paura che indagava a raffica su tutti, ministro di Giustizia (Clemente Mastella) e premier (Romano Prodi) inclusi, forse il fenomeno de Magistris non sarebbe mai nato. E Napoli, oggi, non si troverebbe nei guai, con tutti i problemi che ha, e al centro di un braccio di ferro: il sindaco condannato che continua a ripetere che non si dimetterà; e il prefetto, che a breve riceverà gli atti della condanna per abuso d'ufficio del sindaco e che, legge Severino alla mano, dovrà con ogni probabilità disporne la sospensione.

Prima di quel fatidico 2007, incipit dei suoi guai come pm ma anche della sua celebrità mediatica, de Magistris non era una star. Sì, faceva il pm a Catanzaro. E sì, si occupava di inchieste relative ai pubblici amministratori, anche importanti. In verità, già nel 2005, due anni prima di diventare del caso Why not, qualcuno si era lamentato dei suoi metodi investigativi. Un senatore della fu An, Ettore Bucciero, aveva chiesto un'ispezione al ministero di Giustizia, segnalando una serie di «anomalie» nelle inchieste di de Magistris, non ultimo l'abuso dell'utilizzo di intercettazioni. Ma il Csm, nel 2007, archivia. E così de Magistris continua la scalata: l'inchiesta sull'ex governatore Agazio Loiero, il caso Toghe lucane, Poseidone. Una marcia trionfale verso l' «estate calda», quella del 2007.

Il caso delle intercettazioni dei parlamentari in Why not esplode a giugno. A luglio filtrano le prime notizie sugli indagati eccellenti, a settembre si profila il rischio che il pm venga trasferito (poi avverrà). Ed è lì che scatta la macchina per la costruzione dell'eroe de Magistris. I primi sono i grillini. Ma è il 4 ottobre che arriva l'investitura di Michele Santoro. Da un auditorium di Catanzaro stracolmo si collega con Annozero l'eroe del giorno, Luigi de Magistris. È un trionfo. È fatta. Annozero replica a stretto giro, il 18 ottobre, e anzi raddoppia perché con de Magistris arriva in studio un'altra toga all'epoca nella bufera, il gip di Milano Clementina Forleo.

Il pm è già un eroe. Di Pietro si accoda alle lodi generali: «Io sto con de Magistris, ha tutto il mio appoggio», proclama. E manterrà la promessa, al punto da portarlo in Europa, con Idv. Da sinistra è un coro tutto per lui. De Magistris ormai è una star. E anche quando viene punito dal Csm e poi lascia la toga per la politica non perde l'aura eroica. Alle Europee del 2009, con Idv, è un trionfo. E marcia trionfale è, sia pure al ballottaggio, la conquista della poltrona di sindaco di Napoli, nel 2011. Nel tempo perde qualche amico - Grillo, un po' anche Idv - ma ne acquista altri, come il collega ex pm Antonio Ingroia, sostenuto nella corsa a premier. Lo stesso Ingroia che, come un altro ex pm passato alla politica, Felice Casson, dice che deve dimettersi. La stessa tesi di Travaglio, il primo a scoprirlo, che oggi senza appello dice: «Deve lasciare».

L’iPhone è inviolabile, l’Fbi protesta

La Stampa
francesco semprini

Nel nuovo sistema operativo che equipaggia i dispositivi mobili di Apple chiavi criptate impediscono a chiunque di accedere ai dati personali per proteggere la privacy degli utenti. Ma secondo l’Intelligence americana, questa mossa potrebbe favorire i criminali

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Cupertino tiene a battesimo il primo smartphone dell’era post-Snowden. Parliamo dell’iPhone 6, il nuovo nato di Apple, che secondo quanto rivelano gli esperti del settore, sarebbe in grado di respingere le incursioni dei cervelloni della National Security Agency e della altre agenzie di intelligence americane, volte a carpirne informazioni di ogni genere. Il perché è dato dal sistema pensato per il nuovo gioiello della Casa della Mela, ovvero un complesso sistema di algoritmi, che riesce a criptare messaggi di posta elettronica, foto, dati e contatti, e quindi a rendere il telefono di fatto inattaccabile. 

Si tratta di un sistema che è stato appositamente studiato per i consumatori di Apple, che in maniera assai insistente chiedevano la garanzia del rispetto della propria privacy sugli strumenti più utilizzati, i telefonini appunto. Specie dopo lo scandalo intercettazioni scoppiato grazie alla talpa Edward Snowden, l’ex analista dell’Nsa, che ha rivelato il grande traffico di servizi di sorveglianza condotto dall’agenzia su comuni cittadini, politici, aziende, sedi diplomatiche e Paesi stranieri. 

Forzare il codice dell’iPhone 6, secondo quanto riferito dalla guida tecnica fornita da Apple, potrebbe richiedere «oltre cinque anni e mezzo, il tempo necessario per provare tutte le combinazioni alfanumeriche di sei caratteri, composte da lettere minuscole e numeri». Si tratta di una stima che però - spiega il New York Times - potrebbe non essere totalmente veritiera, anche perché non sono note le ultime tecnologie messe a punto dalla Nsa, attraverso i suoi supercomputer, per forzare i codici di dispositivi digitali. Tuttavia sembra chiaro che il nuovo sistema operativo di Cupertino renderà la vita più difficile ai «legal hacker» al servizio dello spionaggio, e lo stesso accadrà con la prossima versione di Android, dotata di analoghe soluzioni per la sicurezza. 

La prospettiva ha spinto il direttore dell’Fbi, James Comey, a uno scatto d’ira nel corso di una recente conferenza stampa nella quale si affrontava il tema del pericolo terroristico e la minaccia dello Stato islamico. «Quello che mi preoccupa di più - ha detto il numero uno del Bureau - è che alcune società consentono ai cittadini di rimanere all’ombra della legge». Comey ha citato in particolare i casi di rapimento, dove i telefoni possono essere in grado di rintracciare le persone tenute prigioniere. «Verrà il giorno in cui i parenti del rapito mi guarderanno in lacrime dicendomi “come è possibile che non si possono decodificare i contenuti del telefono?”». Il punto è che se anche un giudice decide di mettere sotto sorveglianza un telefono, sarà necessario comunque «bucare» il codice di sicurezza, a meno che non venga fornito spontaneamente dal titolare. 

Apple preferisce per ora non commentare, ma l’approdo dirompente del suo nuovo telefono solleva, o meglio ripropone, un quesito di grande importanza. Chi decide a quali dati il governo può avere accesso? Sino a oggi queste decisioni sono state di competenza per lo più del Congresso, che nel 1994 ha approvato il «Communications Assistance for Law Enforcement Act», una legge che richiede agli operatori di telecomunicazioni di corredare i loro sistemi con meccanismi in grado di intercettare le telefonate in caso giunga un’ordinanza del giudice. Ma nonostante l’ampio dibattito sull’opportunità di allargare questo provvedimento anche a email o altri generi di dati di ultima generazione, la legge non è stata aggiornata. E di fatto non riguarda i contenuti degli smartphone, creando così una zona grigia dal punto di vista legale e tecnologico.

Le sette vite di Di Pietro: ora insegna ai contadini

Stefano Filippi - Lun, 29/09/2014 - 08:47

L'ultima di Tonino, che è stato anche operaio, poliziotto, pm, ministro e leader politico: tiene conferenze agli agricoltori sul lavoro nei campi. E nei ritagli di tempo fa l'avvocato


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Alla bell'età di 64 anni (li compie giovedì, auguri in anticipo) Antonio Di Pietro ha già vissuto sette vite come un gattone soriano. È stato operaio in Germania, commissario di polizia, magistrato nel pool Mani pulite, ministro, fondatore e capo di un partito.
Cacciato (dagli elettori) dalla politica, si è dedicato all'agricoltura nella natia Montenero di Bisaccia. Ora, e siamo alla settima vita, è addirittura maestro dei contadini del domani. E che c'azzecca Tonino con le conferenze? Lui, che sarà anche giovane nello spirito ma non all'anagrafe, è stato chiamato a descrivere ai futuri agricoltori com'è la dura vita del coltivatore diretto.

«La scorsa notte l'ho passata a far partorire la mucca», ha raccontato in sala consiliare venerdì, durante un incontro di presentazione del Piano di Sviluppo rurale 2014-2020 assieme all'assessore regionale all'agricoltura, Vittorino Facciolla, e a un altro pezzo grosso della regione Molise, il vicepresidente del consiglio regionale nonché delegato alla caccia, Cristiano Di Pietro. Proprio lui, il figliolo. La prossima impresa che attende Tonino il contadino è titanica come quella del parto bovino notturno: «Devo organizzare gli attrezzi per raccogliere l'uva per fare il vino», riferiscono le pagine molisane del quotidiano Il Tempo . Vendemmia tardiva, giacché il sole ha scacciato le piogge soltanto a fine stagione.

E nel frattempo, come si svolge la settima vita dell'ex castigapolitici di Mani Pulite? «Riesco a fare l'agricoltore perché ho un'altra fonte di reddito», ha spiegato Di Pietro, riferendosi probabilmente all'attività di avvocato ripresa pochi mesi fa per difendere l'Italia dei valori in un processo contro Silvio Berlusconi. In realtà le aule di giustizia non sono le uniche sostentatrici dell'ex ministro, che non se la passa così male perché alle parcelle legali aggiunge le molteplici indennità di ex deputato, senatore ed europarlamentare.

È anche per questo doppio lavoro che la masseria di Montenero (16 ettari di proprietà) va a gonfie vele, se è vero che la stalla è in fase di ampliamento e si stanno predisponendo i terreni a nuove colture. Forte di questa esperienza agricola nutrita dall'eredità della politica, Antonio Di Pietro è andato ad arringare gli sventurati compaesani che a malapena arrivano alla fine del mese: «Un povero coltivatore come può fare se gli costa di più la materia prima di quello che riesce a guadagnare?».
Bella domanda. E ha proseguito: «Se per fare un chilo d'olio un agricoltore ci deve mettere anima e sangue e poi venderlo a 3 euro al litro, se per fare un litro di vino ci deve mettere lacrime e sangue e poi lo deve vendere a 2,90 euro al litro, come fa? È un discorso di specificità che deve passare attraverso possibilità da dare ai giovani e a chi innova nell'agricoltura e nella zootecnia». L'articolazione del discorso non lascia dubbi: è tutta farina del sacco dipietresco.

Insomma, la linea verde di Tonino ormai lo assorbe del tutto. Dell'Italia dei valori è presidente onorario, poco più che un soprammobile. Lui stesso non ci crede più. Fra una settimana a Sansepolcro si riuniscono i vertici del partito e Di Pietro ne ha già vaticinato il futuro nero sul proprio sito internet: «Purtroppo, gli attuali sondaggi e scenari elettorali - senza voler imputare colpe ad alcuno se non, semmai, a me stesso - sono tali da farmi ragionevolmente ritenere che Idv rischia di non avere più alcun futuro politico davanti a sé (salvo qualche residuo strapuntino per qualche nostro dirigente locale di turno)». Il figlio?

Gli anni in cui Di Pietro teneva in pugno l'Italia sembrano preistoria: l'epoca di Mani pulite, del terrore giudiziario, delle manette a democristiani e socialisti, dell'«io a quello lo sfascio». Ma è lontanissima anche la stagione della politica, dell'addio alla magistratura e dell'abbraccio con Romano Prodi che lo fece due volte ministro, dell'Idv e del Nuovo Ulivo. L'inchiesta che l'ha condannato all'oblio, quella di Report che ne ha scandagliato il vasto patrimonio immobiliare acquisito forse con denaro del partito, è di due anni fa. Ora gli unici ulivi che restano a Tonino Di Pietro sono quelli piantati nella masseria montenerese.

(ha collaborato Gianpaolo Iacobini)

Belen posta la foto di un nullafacente e scrive #soloanapoli: pioggia di critiche

Il Messaggero

Succede che Belen Rodriguez posti sulla sua pagina Facebook la foto di un signore con i baffi seduto in strada con un cartello che recita: "Oggi passo una giornata con un politico, cioè non faccio un cazzo - Per fotografare la Belen ci vogliono migliaia di euro, a me date le monete grazie". Nulla di strano, se non fosse per l'hashtag #soloanapoli.


http://www.ilmessaggero.it/FotoGallery_IMG/HIGH/20140926_79450_1.jpg

Da qui, una pioggia di critiche per la bella showgirl argentina, moglie del campano Stefano De Martino. La più pungente è questa: "Ma chi ti ha detto che è stata scattata a Napoli? Forse perché secondo te solo a Napoli si vedono queste cose? Ah Belen se era per me da mo che te ne saresti ritornata al tuo Paese...". Ma c'è anche chi applaude l'argentina per il post.

Alla Germania va detto questo

Corriere della sera

di Ernesto Galli della Loggia

Da tempo tra i protagonisti a ogni effetto della politica interna italiana ce ne sono almeno due che italiani non sono: l’Unione Europea e, principalmente per suo tramite, la Germania. E la loro presenza dietro le quinte serve spesso ad alimentare qui da noi progetti di natura ambigua, voci incontrollate. Il fatto è che la crisi sta portando a termine il radicale mutamento del profilo dell’Ue, che si sostanzia in una cruciale novità: l’ormai evidente, definitiva egemonia al suo interno della Germania. Da questo punto di vista Renzi è stato certo ingenuo a pensare che bastasse il suo 40 per cento elettorale a cancellare un dato di fatto così decisivo.

La Germania possiede tre formidabili punti di forza: 1) è la potenza economica dominante del continente; 2) ha dalla sua l’appoggio in pratica permanente di una cintura di Stati suoi satelliti di fatto (Repubblica Ceca, Austria, Belgio, Lussemburgo, un po’ meno Finlandia e Olanda, ma insomma stiamo lì); 3) può infine contare sugli uffici di Bruxelles dell’Unione, i quali, seppure non composti in maggioranza di cittadini tedeschi, della Germania hanno però assorbito la mentalità e i punti di vista circa ciò che l’Unione deve essere e come essa deve funzionare. La Germania insomma dispone di ben tre registri per la sua politica: la voce di Berlino, il pacchetto di Stati che essa ispira, le decisioni e le raccomandazioni di Bruxelles. L’Italia - come altri membri dell’Unione - è da anni presa in questa tenaglia. E alla fine, se vuole mantenere in piedi l’Ue e l’euro, non può che chinare la testa.

A meno che... a meno che l’Italia stessa non decida di porre con forza il grave problema, non solo politico ma di formidabile rilievo storico, rappresentato da questa evoluzione della costruzione europea, rappresentato dalla virtuale egemonia della Germania. Un’evoluzione non voluta né prevista da nessuno dei padri fondatori e da nessuna delle forze ideali dell’europeismo. E che pone una domanda: è proprio sicuro che una simile Europa corrisponda ai nostri interessi nazionali? Comunque, accettare una situazione nuova come questa con regole vecchie non può portare a nulla di buono. E contribuisce ancora di più ad alienare il consenso dell’opinione pubblica.

L’Europa dunque ha assoluto bisogno di un nuovo inizio. Il presidente del Consiglio può fare una cosa assai utile per sé e per tutti se invece di cercare di strappare qualche concessione economica su questo o su quello, come hanno fatto fin qui i suoi predecessori, porrà con forza questa esigenza nelle sedi opportune. Parlando alto e forte, con il linguaggio della dignità e della verità. E magari, come è buona regola da che mondo è mondo, facendo accompagnare discretamente le sue parole, nel caso trovassero scarso ascolto, con qualche credibile minaccia di ritorsione.

29 settembre 2014 | 07:11

Sulle tracce del padre assassinato prima che esistesse Google

La Stampa
gianluca nicoletti

it
Una riflessione su quanto il tempo della rete possa condizionare la vita di una persona. L' oblio era possibile nel 1973 solo perché non c'era Internet. Dopo quarant’anni rivela che il padre era stato assassinato dal suo migliore amico, ma in rete non esisteva nessuna traccia del delitto perché  avvenne nel 1973, quando Internet ancora non c’era. Oggi la storia individuale di ogni essere umano esiste in ragione di quanto sia indicizzata da Google, fuori dal cono di luce del motore di ricerca ogni realtà è inghiottita da un buco nero, è come se un evento o una persona che non compaiono attraverso una ricerca in rete non fossero mai esistiti. 

La fotografa e scrittrice californiana Nichole Beaundry ha sperimentato sulla sua pelle quale fosse il grado di persistenza di un evento nella memoria collettiva, prima dell’avvento della rete. Cercando su Google il nome di suo padre scomparso quando lei era bambina, si era chiesta come fosse possibile che non trovasse nessun risultato, tanto meno  tracce di  particolari sulla sua morte, di cui anche lei non aveva mai saputo nulla, eccetto le vaghe allusioni che le aveva fatto nel tempo la madre, almeno fino a che, quasi 15 anni fa, si mise a cercare negli archivi in microfilm nella biblioteca della sua cittadina.

Nessuno le aveva mai detto con precisione in quali circostanze il padre fosse stato assassinato. Solo un giorno sua madre le raccontò vagamente che fu ucciso quando lei aveva nemmeno due anni a causa della sua imprudenza. Scavando nella memoria del tempo in cui era adolescente, ricordava anche che le era capitato che una volta un suo amico la presentasse ai genitori, all’udire il suo cognome quelli erano trasaliti guardandola con un tono molto preoccupato, che solo più tardi capì che fosse determinato dalla storiaccia di sangue, sesso e tradimento in cui perse la vita il padre e che sicuramente rappresentò un grande scandalo nella comunità di Waterville nel Maine in cui lei viveva, ma solo al tempo che ne scrissero i giornali. 

La madre le aveva sempre parlato del padre in maniera positiva, spiegandole che gli orrori a cui aveva assistito nella guerra del Vietnam lo avevano fatto tornare a casa, come molti altri reduci, irrimediabilmente segnato. La nonna invece glie ne le parlava come ancora fosse il suo bambino accennato di un tremendo errore in cui erano incappati i giornali. Nichole decide quindi di colmare la sua lacuna e si avventura nella ricerca della verità sulla morte del padre:  

“In una giornata molto freddo nel mese di gennaio del 1991, nel seminterrato poco illuminata, sono passata attraverso anni di microfiches, dal suo assassinio attraverso il processo, attraverso l'appello successivo. Avevo allora 19 anni e io non sono ancora certa se mi stessi impegnando in una missione per colmare le eventuali lacune nella storia di mio padre o se stessi cercando incongruenze nelle versioni che mi erano state date nel corso degli anni.”

Trascorre così tutto il giorno a passare in rassegna pagine e pagine in scala 1:20 negli obsoleti supporti in pellicola da leggere a schermo. Da quei documenti, che mai nessuno si sarebbe preso la briga di digitalizzare, esce la storia del padre, pezzo dopo pezzo. Era un giovane dagli istinti avventurosi che lasciò sua madre per la moglie del migliore amico. Un’ avventura passionale finita tragicamente con l’ assassinio da parte del marito tradito. Nulla ora viene risparmiato alla figlia che voleva sapere, ogni atto del processo, ogni interrogatorio.

L’arma del delitto, la natura delle ferite mortali nell’analisi necroscopica dei periti dell’accusa. Persino l’ atroce particolare del padre che dopo essere stato colpito una prima volta al petto, alza le mani e supplica l’ amico di risparmiarlo, ma quello implacabile in piedi su di lui gli spara in faccia. Nichole riflette quindi sul fatto che, se quella storia fosse accaduta al tempo dei social media, ora la rete sarebbe stracolma di ognuno di quei particolari da lei ripescati con grande fatica, scandagliando fotogramma per fotogramma vecchi documenti dimenticati. 

Solo per il fatto che Internet non ha fatto in tempo a inghiottire la cronaca dell’ assassinio ogni ricerca su Google dava risultati zero, così lei ha avuto il privilegio di aver memorizzato un ricordo del padre fatto solo dai racconti delle persone che gli avevano voluto bene. Tutta la vita della giornalista sarebbe stata condizionata da quell’evento se fosse stato diffuso in rete e probabilmente non avrebbe avuto modo di elaborare un fatto così tragico se non ne avesse conosciuto i dettagli  nella maniera giusta, nel tempo giusto e solo quando lei ha deciso di sapere. 

Ora che Nichole ha deciso di divulgare la sua scoperta, la rete ha finalmente archiviato la storia di suo padre assieme a due sue foto, una in divisa da soldato in Vietnam, l’altra in un ritratto giovanile dove appare bello e sereno, ma unicamente nella maniera in cui la figlia ha deciso di farla conoscere attraverso un articolo sul magazine on line  The Atlantic, dove ha voluto far risorgere il padre in rete raccontando la sua morte. 

Il fallimento politico dei grillini

La Stampa
giovanni orsina

A un anno e mezzo dalle elezioni, il Movimento 5 Stelle appare un’esperienza politicamente fallimentare. In diciotto mesi i grillini hanno fatto ben poca politica, partecipando di rado in maniera costruttiva alle discussioni e decisioni su questioni cruciali per il futuro del Paese. Pure iniziative come quella recente di aprire alla minoranza del Partito democratico in chiave antirenziana sembrano appartenere al novero delle mosse estemporanee più che scaturire da un ragionamento politico strutturato.

Non è certo la prima volta nella storia delle democrazie che una forza politica radicalmente alternativa a un «sistema» in difficoltà segue una linea di astinenza politica quasi completa. A suo modo, è una scelta razionale: partecipando al gioco si finirebbe per rafforzare quel regime che si considera irriformabile e del quale si profetizza il collasso imminente. Assai meglio allora starsene alla larga, evitando di compromettersi e aspettando fiduciosi il crollo.

In alcuni casi del resto l’astinenza politica ha pagato, talvolta anche dopo molti anni, e magari a valle di un insuccesso che pareva tombale. Si prenda ad esempio il gollismo – senza che con questo lo si voglia in alcun modo paragonare al M5s. Il primo partito legato a De Gaulle, il Rassemblement du Peuple Français, guadagnò l’ingresso in Parlamento nel 1951, e con numeri importanti. Entrò tuttavia ben presto in crisi anche a motivo della linea non-collaborazionista del suo leader. Qualche anno dopo l’esperienza era definitivamente fallita, il Rassemblement messo in sonno, e il Generale si era ritirato dalla vita pubblica. Sarebbe tornato prepotentemente sulla scena soltanto nel 1958 grazie alla crisi algerina – e da allora avrebbe egemonizzato la politica francese per più d’un decennio, fondando la Quinta Repubblica.

I precedenti della «scelta astinente», dunque, non sono necessariamente tutti negativi. Ma perché allora quella del M5s dev’essere invece considerata un’esperienza fallimentare? Per una ragione piuttosto semplice: perché nel grillismo la rinuncia alla tattica politica del giorno per giorno si somma all’assenza di una strategia di lungo periodo che non sia, appunto, la mera attesa del «crollo». Una volta denunciato il «regime», e dopo aver deciso di non partecipare alla sua vita – ossia: nel momento in cui esaurisce la sua fase critica –, il Movimento non poi è in grado di proporre al Paese una via d’uscita realistica e plausibile dalla sua infelice condizione attuale. È questo dunque che segna la distanza fra il grillismo e i raggruppamenti politici che, nella storia delle democrazie, hanno praticato con successo l’«astinenza tattica»: quelli una strategia, magari grezza, spesso antidemocratica, l’avevano – e, di fronte alla crisi del «sistema», offrivano un’alternativa che in quel momento poteva apparire allettante.

Inerte tatticamente, vuoto di strategia, per conservare consenso il M5s continua ad affidarsi alla frustrazione profonda e diffusa per il pessimo funzionamento della politica e delle istituzioni. Come hanno chiarito le elezioni europee, però, e come continuano a mostrare – per quel che valgono – i sondaggi, lungo questa strada i grillini hanno raccolto ormai tutto quello che potevano raccogliere. E hanno anche dato tutto quello che potevano dare, sollecitando con forza il rinnovamento dell’élite pubblica e la riduzione dei costi della politica.

Non è un caso allora se il meccanismo del «voto contro» che in principio li ha premiati sembra ora giocare in loro sfavore: prima si tendeva a votare Grillo in spregio ai partiti «tradizionali»; adesso ci si rassegna a votare i partiti «tradizionali» in spregio a Grillo. E così, da elemento di dissoluzione del «sistema», il M5s si sta trasformando in un suo baluardo.

Per quanto i consensi restino consistenti, a una forza politica decisa a restare strategicamente e tatticamente quasi immobile finché non avrà il 50 per cento, restare inchiodata al 20 non serve assolutamente a niente. Salvo che non decida ch’è giunta l’ora di approfittare delle enormi opportunità offerte dall’attuale fase storica per mettersi finalmente a fare politica. Così facendo, il Movimento perderebbe probabilmente una parte dei suoi parlamentari, e sicuramente una quota molto consistente del suo elettorato attuale. Ma – chissà mai? – potrebbe perfino riuscire di una qualche utilità al Paese.

Lo strano caso di hostess e steward che vogliono restare cassintegrati

Corriere della sera

di Gian Antonio Stella

Meridiana li ha richiamati al lavoro, loro erano negli Usa e hanno fatto causa. Il giudice: insensato

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«Sindrome depressiva ansiosa reattiva»: richiamati al lavoro, uno steward e una hostess di Meridiana, invece di fare festa, giurano d’essere stati gettati nella più cupa depressione: preferivano la cassa integrazione. Così han fatto causa all’azienda chiedendo duecentomila euro di danni. Una storia piccola piccola. Ma che rivela in modo abbagliante i deliri di un sistema abnorme.

Sia chiaro: il contesto è pesante. Con un braccio di ferro tra l’azienda e i sindacati che in questi giorni si è fatto durissimo. Da una parte la compagnia fondata nel ‘63 dall’Aga Khan con il nome di Alisarda, la quale dice di non farcela più coi conti a causa di tragici errori di gestione del passato (esempio: otto tipi diversi di aerei su una flotta di 27 e cioè otto diversi stock di pezzi di ricambio, otto diversi gruppi di manutentori, otto diverse autorizzazioni...) e di un decreto del Tribunale che nel 2010 «impose l’assunzione di 600 persone stabilizzate dopo due stagioni di lavoro part-time» col risultato che, accusa l’amministratore delegato Roberto Scaramella, «lavoriamo con mille dipendenti e 1.600 sono in più».

Dall’altra parte i sindacati che, accusati d’avere indetto nel 2014 «un’agitazione ogni tre settimane con due o otto dipendenti ufficialmente in sciopero e un diluvio di certificati medici», accusano a loro volta la società di «fare i soldi» con la «nuova» Air Italy (per la proprietà «più moderna, più competitiva, meno costosa») basata a Malpensa e di scaricare le perdite sulla «vecchia» Meridiana e sui lavoratori . Peggio: i vertici del gruppo si sarebbero arroccati al punto di «blindare la palazzina con filo spinato e lastre di acciaio». Uno scontro frontale. Sul quale stanno mediando la Regione Sardegna e i ministri del Lavoro e dei Trasporti, Giuliano Poletti e Maurizio Lupi. Che hanno strappato la revoca per 1.600 dipendenti della mobilità prevista a ottobre. Per ora. Poi si vedrà.

Va da sé che, in momenti così, ogni dettaglio dello scontro assume un valore decuplicato. Come, appunto, la causa giudiziaria di cui dicevamo. Partiamo dall’inizio. Maria e Donato, chiamiamoli così, vengono assunti da Eurofly, oggi Meridiana Fly, nel 1998. Ruolo: assistenti di volo. Dopo un po’ diventano rappresentanti dell’Usb, una delle dieci (dieci!) sigle sindacali della compagnia aerea.

Nel giugno 2011, coi bilanci a picco, Meridiana, governo e sindacati (tranne l’Usb e i piloti) siglano un accordo che concede la Cigs, cioè la Cassa integrazione guadagni straordinaria, a zero ore volontaria. Maria e Donato, come scriveranno nel ricorso, accettano. Lei dal gennaio 2012, lui dall’aprile. Fino al 2015. Solo che qualche mese dopo i due, moglie e marito, «venivano richiamati in servizio (...) mentre si trovavano negli Usa alla ricerca di una nuova occupazione lavorativa, dopo aver ottenuto la Green Card all’esito di un dispendioso e snervante iter burocratico che ha coinvolto l’intera famiglia composta dagli stessi, quali coniugi, e dai tre figli minori».

Convinti di esser stati richiamati a lavorare «senza alcuna reale e concreta necessità e solo per carattere punitivo, ritorsivo e illegittimo», i due erano dunque tornati ma, si legge nel ricorso, «al loro rientro in Italia si sono recati dal medico di base e successivamente presso il Policlinico Umberto I di Roma ove è stata loro diagnosticata una “sindrome depressivo ansiosa reattiva” alla quale è seguita la sospensione delle licenze di volo da parte dell’Istituto di medicina legale, con blocco lavorativo di quattro mesi, oltre al mese prescritto dal medico di base».

Non bastasse, insisteva il ricorso, l’azienda aveva mandato per tre volte il medico fiscale a controllare il loro stato di salute. Chiedevano dunque al magistrato di dichiarare «la natura discriminatoria dei comportamenti descritti attuati dalla compagnia aerea nei loro confronti, con ordine di cessazione dei comportamenti antisindacali, discriminatori e vessatori» e il ritorno, «a chiusura della malattia», in cassa integrazione. Pari all’80% dell’ultimo stipendio. Che a volte, nei periodi di punta, grazie al numero di ore di volo, può schizzare fino a 4.000 euro.

Il giudice avrebbe dovuto dunque condannare l’azienda «al pagamento delle differenze retributive» pari per quei mesi a «4.000 euro e 4.800 euro, oltre a interessi legali» nonché «del danno biologico e da riduzione della capacità lavorativa sofferti rispettivamente per complessive 92.715,97 euro e 94.363,38 euro, o altra somma, tenuto conto del diniego di rinnovo della licenza di volo». Che loro stessi, peraltro, avevano forzato con la «sindrome depressiva ansiosa reattiva». Macché: il giudice del lavoro Francesca La Russa ha dato loro torto.

Su tutto. Non solo era «legittimo il richiamo» al lavoro anche per le «positive ripercussioni sul piano sociale per i minori costi ricadenti sulla collettività», cioè per i cittadini italiani che stavano pagando alla famigliola il soggiorno in America. Non solo era insensata la lagna su questo ritorno al lavoro perché «semmai dovrebbero dolersi i lavoratori il cui rapporto di lavoro non viene ripristinato». Ma erano «pienamente legittime» le visite del medico fiscale «per la verifica della comune malattia dei ricorrenti». Risultato finale: ricorso respinto.

Resta, a tutti gli italiani, una curiosità: esiste un altro Paese al mondo dove dei lavoratori possano pretendere di restare in cassa integrazione e chiedano i danni per il rientro al lavoro? O c’è, da noi, qualche regoletta eccentricamente mostruosa?

28 settembre 2014 | 11:16

Addio a Mario Limentani, testimone dell’orrore di Mauthausen

La Stampa

Aveva 91 anni. Catturato nel 1943, nelle mani dei nazisti fino al maggio 1945

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Tutti lo chiamavano «il veneziano», i più vicini «zi’ Mario». Per la storia resterà per sempre Mario Limentani, uno degli ultimi testimoni dell’inferno della Shoah, sopravvissuto ai campi di Dachau e Mauthausen. Si è spento questa mattina, a 91 anni, portando con sé il ricordo di quegli anni bui che tante volte ha raccontato agli studenti durante i viaggi della Memoria. Cordoglio è stato espresso dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che si è detto «addolorato» per la scomparsa di «uno dei milioni di ebrei che subirono nel corpo e nello spirito le persecuzioni naziste e le deportazioni e uno di coloro che sopravvissero senza poter dimenticare quegli orrori».

Il mondo politico e sociale, dal sindaco di Roma Marino, al presidente della Regione Lazio Zingaretti, si stringe attorno alla famiglia sottolineando la «figura di grande rilievo» di un uomo da sempre impegnato a passare il testimone ai più giovani, affinché la drammatica storia «non si ripeta mai più».

Nato a Venezia il 18 luglio 1923, Limentani si trasferì giovanissimo a Roma, proprio in concomitanza con l’emanazione delle leggi razziali. Scampato una prima volta al rastrellamento dei nazisti nel ghetto ebraico, fu poi arrestato dai fascisti nei pressi della stazione Termini e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. «Il 4 gennaio - raccontava sempre ai ragazzi durante i convegni e i viaggi in Austria e Germania - alle quattro e mezza di mattina ci diedero la sveglia, ci incatenarono cinque per cinque e ci portarono alla Stazione Tiburtina».

Da quei binari partì il drammatico viaggio prima verso Dachau e poi verso Mauthausen. I giorni trascorsi nel lager sono impressi nero su bianco nel libro di Grazia Di Veroli «La scala della morte. Mario Limentani da Venezia a Roma, via Mauthausen». Il riferimento è a quei 186 gradini che ogni giorno i detenuti erano costretti a salire e scendere più volte con enormi massi di granito sulle spalle. Molti, privi di forze, precipitavano nel burrone che costeggiava la cava. «Lì morivano tutti i giorni duecento, duecentocinquanta persone - diceva - perché bastava perdere l’equilibrio e si cadeva». 

L’inferno di Limentani continuò prima nel sottocampo di Melk e poi in quello di Ebensee, sempre costantemente con la vita appesa ad un filo. Il 5 maggio del 1944 il campo venne liberato dagli americani ed il 27 giugno finalmente il numero 42.230 - così era stato «catalogato» dai nazisti - fece ritorno a casa. «Sono passati cinquantasette anni e mi pare di essere rimasto sempre lì - raccontava in un’intervista alcuni anni fa - molte notti io mi sveglio e mi pare di stare lì». Oggi «il veneziano» se n’è andato, ma il suo impegno resterà per sempre vivo negli occhi e nella mente dei tanti giovani che hanno potuto conoscerlo e condividere con lui l’orrore della Shoah.

Vendita sottocosto: dannosa non solo commercialmente, ma anche penalmente

La Stampa

Non ricorre l’ipotesi di bancarotta semplice, integrata da operazioni gravemente imprudenti poste in essere dall’imprenditore, bensì quella più grave della bancarotta fraudolenta, nel caso di sistematica e preordinata vendita sottocosto, o comunque in perdita, di beni aziendali. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 29569/14. 

itIl socio accomandatario di una sas veniva condannato dalla Corte d’appello di Reggio Calabria per bancarotta fraudolenta patrimoniale, aggravata dalla rilevante entità del danno cagionato, in quanto aveva distratto la somma ricavata dalla vendita della merce. L’imputato ricorreva in Cassazione, sostenendo di aver dovuto vendere la merce sottocosto per tentare di sanare delle passività determinate dalla scarsa esperienza patrimoniale. Di conseguenza, i fatti sarebbero dovuti ricadere nell'ipotesi prevista dall’art. 217, numero 3, l.f., che punisce il ricorso sistematico alle svendite per tacitare i creditori.

Tuttavia, la Corte di Cassazione rilevava che l’uomo aveva venduto la merce presente in magazzino per una somma rilevante, che poi non era stata rinvenuta nelle casse della società. Ciò bastava a giustificare l’integrazione dell’elemento oggettivo del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, costituendo una valida presunzione di distrazione il fatto che un imprenditore non giustifichi in quale modo dei beni appartenenti al patrimonio della società, e non più rinvenuti, sarebbero stati utilizzati secondo l’interesse della stessa società. Inoltre, non ricorre l’ipotesi di bancarotta semplice, integrata da operazioni gravemente imprudenti poste in essere dall’imprenditore, bensì quella più grave della bancarotta fraudolenta, nel caso di sistematica e preordinata vendita sottocosto, o comunque in perdita, di beni aziendali.

Anche le operazioni manifestamente imprudenti, di cui all’art. 217, numero 3, l.f., devono presentare, in astratto, un elemento di razionalità nell’ottica delle esigenze dell’impresa, affinché il risultato negativo sia frutto di un mero e riscontrabile errore di valutazione. Nel caso di specie, veniva dimostrata l’incoerenza, rispetto alle finalità della società, delle vendite sottocosto dei beni aziendali, con la conseguente esclusione dell’errore di valutazione che solo avrebbe potuto giustificare l’inquadramento dei fatti a titolo colposo. Per questi motivi, la Corte di Cassazione dichiarava inammissibile il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Via Arcipelago Gulag dalle scuole russe". Solgenitsyn sotto attacco

Sergio Rame - Dom, 28/09/2014 - 17:58

Literaturnaia Gazeta contro il premio Nobel: "In quel libro finzione non realtà"

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Aleksandr Solgenitsyn sotto attacco. Un attacco alla memoria che non offende solo memoria del premio Nobel per la Letturatura ma che infanga tutti quegli innocenti che sotto il comunismo morirono nei campi di lavoro forzato per i dissidenti. Ad attaccare l'autore di Arcipelago Gulag è stato Literaturnaja Gazeta, vecchio giornale che dal 1929 in poi fu l'organo dell'Unione Scrittori e la guida ideologica che attraverso pesanti stroncature anticipava la tragica fine di chiunque fosse contrario alla dittatura.

"È un grave errore - ha scritto il direttore di Literaturnaja Gazeta, Jurij Poliakov - celebrare e far studiare nelle scuole le opere di Solgenitsyn che ha abbandonato il suo Paese e lanciato ripetuti appelli agli americani perché scatenassero una guerra contro di noi". E ancora: "Arcipelago Gulag va interpretato come un esempio di creatività artistica piuttosto che come una corretta descrizione della realtà".

A Poliakov, però, ha subito risposto Natalja Svetlova, la moglie di Solgenitsyn, per ricordargli le sofferenze (fisiche e psicologiche) patite dal marito negli anni di reclusione nel gulag. "Solgenitsyn - ha sottolineato la Svetlova - non abbandonò il suo Paese ma ne fu espulso con infamia nel 1974". Quindi ha ricordato come l'autore di Arcipelago Gulag e Una giornata nella vita di Ivan Denisovic abbia sempre difeso le ragioni della Russia "tanto da essere duramente attaccato da media americani per le sue posizioni contro corrente sul Vietnam, sul Kosovo, sulla Serbia".

"Capisco che chi sta erigendo un monumento alla persona cara non ama vederla criticare - ha replicato Poljakov - resta il fatto che Solgenitsyn era persona umorale, controversa e contraddittoria, non proprio un monumento".

Facebook vuole dimostrare che la sua pubblicità funziona

La Stampa
pier luca santoro

A 18 mesi dall’acquisizione da Microsoft di Atlas, Facebook debutta con la piattaforma di ad targeting

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Quando Facebook ha comprato Atlas, l'ad server  di Microsoft, nel  febbraio 2013, c'è stato grande fermento. E' stato una delle acquisizioni più importanti da parte di Facebook,  forse persino la più importante dall'OPA  ad oggi. Come spiega Antonio Garcia-Martinez , uno dei product manager di Facebook, Google, Facebook (e molto presto Twitter) sono coinvolti in una guerra per definire il valore dell'advertising online. Una guerra che frutterà al vincitore le migliaia di miliardi di dollari che ruotano intorno alla definizione del valore della pubblicità su Internet.In termini di costante capacità di Facebook di incrementare le entrate, e per dimostrare agli inserzionisti che i suoi annunci realmente funzionano, l'affare Atlas – stimato tra i 30 ed i 50 milioni di dollari - sarà probabilmente molto più importante che il miliardo dollari investito per l'acquisizione di Instagram.

Dopo 18 mesi di lavoro per rivedere completamente la piattaforma di Microsoft, che all'epoca dell'acquisizione incredibilmente funzionava solo con Internet Explorer,  Facebook annuncia oggi Atlas. piattaforma di ad targeting ricostruita da zero per affrontare al meglio le sfide del marketing ovvero raggiungere le persone su più dispositivi e colmare il gap esistente fra le impression online e gli acquisti offline.

Le persone trascorrono sempre più tempo utilizzando più dispositivi per connettersi in Rete. Questo cambiamento del comportamento di consumo ha un profondo impatto sul percorso di acquisto delle persone, sia online sia negli store e la tecnologia oggi a disposizione per l’ad serving e il measurement – i cookie – non è efficace se utilizzati da soli. I cookie infatti non funzionano sui dispositivi mobili, il loro livello di targeting demografico è sempre meno accurato e non sono in grado di misurare con precisione gli acquisti attraverso browser e dispositivi diversi o offline.

Atlas è stato rinnovato completamente utilizzando un nuovo codice, con un’interfaccia utente progettata per i media planner e i trafficker più occupati. Gli strumenti per il targeting e la misurazione sono integrati. Il marketing cross-device è reso più semplice, grazie a nuove modalità di valutazione delle performance media incentrate sulle persone per il reporting e la misurazione. Queste informazioni favoriscono l’ottimizzazione del processo decisionale e, a parità di condizione, incrementano l’efficacia del budget media.

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Ad esempio, Instagram - come editore – con Atlas avrà la possibilità di misurare e verificare le impressions degli annunci pubblicitari. Per gli inserzionisti Atlas che già eseguono campagne attraverso Instagram, gli annunci Instagram saranno inclusi nel report Atlas.

Atlas offre strumenti per il marketing basato sulle persone, aiutando i brand a raggiungere i consumatori reali su più dispositivi, piattaforme e attraverso editori differenti. Facendo questo, i marketer possono risolvere problemi legati all’utilizzo di più dispositivi attraverso nuovi strumenti di targeting, serving e misurazione. Atlas può ora connettere le campagne online alle vendite offline reali, provando come le campagne digitali abbiano un impatto reale sulla reach e le vendite. Facebook entra nel mercato del display advertising e lo fa alla grande. Siete avvisati.

La fine programmata degli oggetti che la Francia ha deciso di vietare

Corriere della sera

di Stefano Montefiori

Pene fino a due anni per i produttori che fanno guastare prima gli elettrodomestici

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DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI L’obsolescenza programmata è uno dei pilastri della società dei consumi, sostiene il teorico della decrescita Serge Latouche, e alcuni deputati francesi hanno deciso di abbatterlo. «Una lavatrice potrebbe durare trent’anni, invece è concepita per rompersi subito», diceva già anni fa la candidata presidenziale Eva Joly: da allora l’idea che i prodotti - dagli elettrodomestici alle automobili - si fermino non per caso si è fatta largo nell’opinione pubblica, grazie anche a uno studio eseguito nel marzo 2013 in Germania su commissione dei verdi tedeschi.

I loro colleghi ecologisti al di qua del Reno hanno presentato, venerdì, un emendamento alla proposta di legge sulla transizione energetica promossa dalla ministra Ségolène Royal, che prevede il carcere fino a due anni e un massimo di 300 mila euro di multa per chi organizzi una «truffa al consumatore», «accorciando intenzionalmente la durata di vita di un prodotto sin dal suo concepimento». «Queste pratiche sono nefaste per l’ambiente e pesano sul potere d’acquisto delle famiglie», dicono Eric Alauzet, Denis Baupin e Cécile Duflot, ex ministra per l’Alloggio durante la prima fase della presidenza Hollande, uscita dal governo per protesta contro una politica a suo giudizio non abbastanza di sinistra.

L’obsolescenza programmata è un grande classico della critica al consumismo, un po’ come i «persuasori occulti» di Vance Packard, e gli esempi portati sono periodicamente gli stessi: il cartello dei produttori di lampadine negli anni Venti, la DuPont che decise di fabbricare calze di nylon un po’ meno indistruttibili, le aziende produttrici di stampanti che sarebbero pronte a bloccare le macchine dopo un certo numero di copie. «Un falso mito», una credenza da complottisti, secondo l’economista Alexandre Delaigue. La durata di alcuni prodotti è talvolta frutto di un tacito compromesso tra produttori e consumatori: invece di un ferro da stiro eterno che costerebbe 1000, meglio comprarne uno da 100, e cambiarlo ogni tanto.

L’obsolescenza programmata viene evocata regolarmente poi a proposito dei prodotti Apple: il nostro iPhone 5 sembra subito più lento, la sera stessa in cui in California viene presentato il 6. Ma in quel caso basterebbe non aggiornare il sistema operativo o resistere alla voglia di nuovo, contro la quale l’emendamento francese potrà poco.
Stef_Montefiori

29 settembre 2014 | 09:45

Il telescopio di Marte resta senza museo

Corriere della sera

di Giovanni Caprara

Restaurato e funzionante, il «Merz» del 1886 è stato rifiutato da Brera e Planetario civico. «Dimenticate le scoperte di Schiaparelli»

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Nessuno vuole il telescopio che ha scritto una capitolo importante della storia dell’astronomia, soprattutto quella legata a Marte. Ma è anche un pezzo importante di un’impresa scientifica che ha portato Milano e l’Osservatorio di Brera sulla bocca degli astronomi nei cinque continenti creando il mito marziano. Purtroppo la storia che ha origini illustri ora sta assumendo toni paradossali. Virginio Schiaparelli, sull’onda dei successi ottenuti scrutando il Pianeta Rosso con il telescopio Merz da 22 centimetri di apertura individuando i famosi canali, proponeva al governo la costruzione di uno strumento più grande da 50 centimetri. Nel marzo 1878 scriveva quindi a Quintino Sella, illustre ex ministro delle Finanze, per sostenere l’obiettivo. Rapidamente veniva presentato un disegno di legge che altrettanto velocemente il Parlamento approvava.

E l’11 luglio un decreto reale autorizzava l’operazione stanziando 250 mila lire d’oro. Avviata la costruzione, interveniva anche la Edison sponsorizzando a Brera la nascita di una nuova cupola «a fiore» in grado di ospitarlo. Si arrivava, quindi, al febbraio 1886 quando l’illustre astronomo con il nuovo rifrattore Merz da 50 centimetri iniziava osservazioni regolari scrutando i canali marziani con maggior precisione riuscendo a sdoppiarli. Dalla suggestione e dal mistero di questi risultati Marte diventava il pianeta più affascinante e indagato accendendo la fantasia dei marziani dalla quale scaturì un filone ricchissimo della letteratura e del cinema di fantascienza.

Il grande telescopio rimase a Brera sino al 1936 quando venne trasferito a Merate per sfuggire all’inquinamento luminoso della città e continuare a indagare il cielo. Purtroppo alla fine degli anni Sessanta un incidente causava la rottura della lente cessando così la sua attività e venendo più tardi smontato. Da quel momento, però, si coltivava il sogno di vederlo rinascere finché nel 2010 grazie ad un finanziamento di 80 mila euro ottenuto con l’intervento dell’onorevole Lino Duilio della Commissione Bilancio della Camera al quale si aggiungeva un contributo di 12 mila euro della Fondazione Banca del Monte di Lombardia, il prezioso Merz riprendeva forma smagliante grazie al certosino lavoro dall’Associazione per il restauro degli antichi strumenti scientifici (Arass), mentre per completare l’opera Selex Es si è resa disponibile a fornire la lente.

Ma, incredibilmente, scaturiva un problema che sembra irrisolvibile. C’è infatti la necessità di trovare un luogo dove collocarlo e qui inizia il calvario di Giovanni Pareschi, direttore dell’Osservatorio Brera-Merate. «La sovrintendente di Palazzo Brera, Sandrina Bandera, ha ricevuto la proposta ma non risponde - racconta costernato Pareschi -. Al Planetario ho trovato scarso interesse e quando ho incontrato l’assessore alla cultura del Comune Filippo Del Corno mi son sentito rispondere che l’astronomia e le scienze non fanno parte della cultura. Ho chiesto anche a Fiorenzo Galli, direttore del Museo della Scienza e della Tecnologia, il quale si è dimostrato favorevole se trovasse i mezzi adeguati».

In conclusione adesso il telescopio di Schiaparelli è pronto ma non si trova un palazzo e un’istituzione disposta ad accoglierlo. Potrebbe essere addirittura utilizzato per mostrare le meraviglie celesti ai cittadini che poserebbero l’occhio dove Schiaparelli con il suo diventò protagonista delle grandi scoperte. Ma forse l’astronomia non è cultura e la storia scientifica della città e degli uomini che la resero illustre non meritano considerazione.

29 settembre 2014 | 10:46