domenica 28 settembre 2014

Il Viminale a prefetti e questori: "Obbligo a schedare i profughi"

Sergio Rame - Dom, 28/09/2014 - 16:34

Berlino si lamenta: "L'Italia rispetti le norme Ue". Alfano si adegua. Così i profughi schedati che lasceranno il Belpaese verranno rispediti indietro


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Berlino fa la voce grossa. E Angelino Alfano si adegua. Dopo la tirata d'orecchie del ministro dell'Interno tedesco Thomas de Maiziere, il Viminale ha infatti emanato una circolare interna a prefetti e questori per denunciare "il mancato fotosegnalamento di numerosi migranti che, dopo essere giunti in Italia, proseguono il viaggio verso i Paesi del Nord Europa".
Alla ramanzina fa seguito l'obbligo di prendere le generalità e le impronte digitali a tutti gli immigrati che arrivano nei centri di prima accoglienza. In questo modo i clandestini, che lasceranno l'Italia, verranno rispediti immediatamente nel Belpaese.

"L'Italia rispetti gli obblighi imposti dalle norme Ue - ha tuonato nei giorni scorsi la Germania - non ha completamente registrato gli arrivi e non ha preso alcuna impronta". Subito sull'attenti, Alfano si è attivato per placare l'ira dei tedeschi: ha preso carta e penna e ha scritto a prefetti e questori. Perché quello che ha denunciato de Maiziere è vero: molto spesso l'Italia aggira gli obblighi imposti dalla normativa europea secondo cui spetta al primo Paese di approdo dell'Eurozona farsi carico di gestire le domande dei richiedenti asilo.

Una norma folle che obbliga, poi, l'immigrato a restare in quel Paese. I centri di prima accoglienza del Belpaese preferiscono, invece, lasciare allo straniero la libertà di chiedere asilo nel Paese che preferisce. Il più delle volte i nuovi arrivati preferirebbero, infatti, andare nei Paesi del nord Europa dove il welfare garantisce uno stile di vita migliore.

Con la circolare riservata spedita nei giorni scorsi, Alfano si china alla normativa Ue e obbliga prefetture e questure a seguirla pedissequamente. In questo modo, chi sbarcherà in Italia non potrà più lasciarla. E chi dovesse alzare i tacchi e muoversi verso un altro Paese dell'Unione europea, se beccato, verrà subito rispedito in Italia.

La mia lunga arrampicata per portare Internet a tutti"

Stefano Lorenzetto - Dom, 28/09/2014 - 09:13

Luca Spada ha creato Eolo, la più grande rete wireless a banda ultra larga che esista al mondo. "Con la chiave da 13 ho montato 200 dei 1.000 ripetitori, fino al Passo dello Stelvio"


Per scoprire fin dove poteva arrivare, Luca Spada non ha esitato a scalare le vette alpine equipaggiato da rocciatore. «Partivo alle 6 di mattina e spesso finivo alle 10 e mezzo di sera, con la pila frontale attaccata al casco per illuminare gli ultimi collegamenti. Sei su un ghiacciaio e non hai ancora terminato il lavoro. Che fai? Lo pianti lì e torni a ultimarlo l'indomani?». Se oggi anche gli otto alberghi al Passo dello Stelvio, a quasi 3.000 metri di quota, dispongono di Internet, lo devono a questo cocciuto sognatore di 40 anni, originario di Angera, sul lago Maggiore, che nel 2006 ha cominciato a inseguire un sogno all'apparenza irrealizzabile: collegare al Web, senza bisogno dei fili, anche le località più sperdute d'Italia.

Obiettivo raggiunto. A furia di lavorare in cima ai tralicci, ormai diventati più di 1.000, compresi i 150 di sua proprietà, Spada si ritrova a essere presidente, amministratore delegato e maggior azionista della più grande rete privata wireless a banda ultra larga esistente al mondo («ce n'è una più estesa soltanto nelle Filippine, che serve 2 milioni di persone, ma è stata costruita con fondi pubblici ed è controllata dal governo»), con una copertura capillare in Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli, Piemonte e Val d'Aosta.

Tanto da aver sbaragliato la Telecom nelle prime gare d'appalto indette dal governo per portare Internet sul 99 per cento del territorio nazionale entro il 2015, obiettivo inderogabile fissato dalla Commissione europea: ha già vinto le commesse per Liguria, Emilia Romagna, Umbria e Marche. «Un investimento da 35 milioni di euro, finanziato per circa 20 dallo Stato. Finora la concorrenza s'è aggiudicata solo Lazio e Campania, ma in quest'ultima regione non abbiamo partecipato al bando».

L'ha chiamata Eolo, come il dio del vento, perché è interamente basata sui ripetitori radio. Gli piaceva l'idea che miliardi di byte fossero trasportati nell'etere in un soffio, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche e soprattutto dal monopolista nazionale, Telecom appunto, e dai suoi doppini, che devono essere posati dentro ogni singola casa da un tecnico. Eolo copre già più della metà dei Comuni (per l'esattezza 4.354 su 8.057) in 59 province di 12 regioni; conta oltre 130.000 utenti; cresce al ritmo di 1.250 nuovi abbonati a settimana; annovera clienti importanti, fra cui Fiat, Impregilo, Anas, Whirlpool, Falk, Brembo, Marelli.

Ad aguzzare l'ingegno di Spada è stata, come spesso accade nelle vicende umane, la fame. Non di pane e companatico, visto che è figlio di un imprenditore, bensì dei sullodati byte. «Abito a Morosolo, 3 chilometri da Varese, in aperta campagna. Lì l'Adsl non era ancora disponibile. Per poter avere Internet, ho pensato di accordarmi con un mio vicino di casa, Rinaldo Ballerio, che si trovava nella stessa situazione di digital divide, o divario digitale, come si dice in gergo tecnico: entrambi esclusi dalla Rete.

Così dalla sua azienda di Gazzada Schianno, la Elmec, dove invece la banda larga arrivava, ho “sparato” il segnale a una stazione radiobase collocata sul tetto del Grand hotel del Campo dei Fiori, un albergo diroccato che si trova sul monte Tre Croci, e da là ho ritrasmesso la linea verso le nostre abitazioni. La sera stessa navigavamo con la banda larga, a 20 Mb al secondo». Oggi Ballerio è suo socio al 45 per cento in Eolo.

Ma poiché l'appetito vien mangiando, nei giorni successivi Spada ha collegato alla sua rete wireless gli altri abitanti di via Verdi, entusiasti di uscire dall'oscuramento digitale. Dopodiché ha esteso il servizio a tutta Morosolo e ai paesi vicini: Casciago, Luvinate, Comerio, Barasso, Cocquio Trevisago. Nel giro di sei mesi, aveva già messo insieme 1.000 clienti. Di lì l'idea di partire alla conquista dell'arco alpino, per poi dilagare nell'intera Pianura padana, fino a raggiungere l'Appennino a sud di Firenze. «Ho affittato ripetitori di Rai Way, di Mediaset, di privati. Dove non esistevano, ne ho installato di miei».

Fra le ultime ad avvalersi di Eolo ci sono persino le suore di un monastero che sorge in una località impervia della provincia di Pordenone, le quali, oltre alla connettività Internet, possono usufruire così anche del servizio telefonico. Per una sfortunata coincidenza, il numero attribuito al convento era 0427.666... Un'utenza contrassegnata dalla cifra della bestia che sale dal mare, l'Anticristo dell'Apocalisse di Giovanni, non poteva certo piacere alle religiose, che hanno pregato l'assistenza clienti di cambiarla. Subito accontentate. Gli addetti al customer care si sono visti recapitare, in segno di gratitudine, vasetti di marmellata e bottigliette di grappa aromatizzata al limone prodotti dalle monache.

Le tappe della vita di Spada sono scandite dall'informatica. «1982: il mio primo computer, un Philips VG 8000 che al posto del disco fisso aveva le musicassette dei mangianastri e registrava i dati su quelle. 1984: il mio primo modem a 1.200 bit. Se penso che oggi alle aziende porto con il wireless fino a 400 Mb al secondo, cioè una velocità 333.000 volte superiore. 1992: il mio primo telefonino, un Motorola Microtac».

Ora che ha 200 dipendenti (due anni fa erano appena 50), e che in questi giorni ha lanciato bandi per selezionarne altri 30, e che se ne sta seduto su un fatturato di 43 milioni di euro, cresciuto nell'ultimo anno del 26 per cento a dispetto della crisi, Spada ammette che «tutto è nato per gioco». Infatti l'azienda di Busto Arsizio che distribuisce Eolo, da lui fondata nel 1998, si chiama Ngi, acronimo di Net gamers Italia. «Ma avevo già cominciato 10 anni prima a vendere i primi videogiochi».

Indossava ancora i pantaloni corti?
«Ero in seconda liceo scientifico. Con un pc Commodore Amiga creai anche una banca dati, alla quale i miei compagni potevano collegarsi uno per volta, scaricando programmi e lasciando messaggi per gli altri utenti. Poi scelsi ingegneria delle telecomunicazioni: era l'unico modo per accedere a Internet, da poco arrivata nelle mitiche aule S del Politecnico di Milano. Nel 1993 capii che sarebbe diventato l'affare del futuro».

Come?
«Con un biglietto aperto della Delta airlines. Tre mesi a girare gli Stati Uniti per vedere i primi Internet provider. Al ritorno chiesi in prestito 10 milioni di lire a mio padre e ne aprii uno mio, Skylink, che due anni dopo si fuse con I.net, leader italiana nelle connessioni per aziende».

Quella quotata in Borsa nel 2000?
«Esatto, 4 aprile: 4 miliardi di euro di valorizzazione soltanto il primo giorno. Una roba da fuori di testa. Consideri che mi ero fatto pagare in azioni. France Télécom, Deutsche Telekom e British Telecom facevano a gara per comprarci. Alla fine entrarono gli inglesi con il 33 per cento. Ma capivo che non poteva durare. Infatti eravamo a un passo dallo scoppio della bolla speculativa».

E che fece?
«Allora la Rete veniva usata soprattutto dai patiti di Doom o Quake per giocare contro avversari online. C'era bisogno di server fisici per ospitarli e di un sito che tenesse traccia dei tornei. Così insieme ad altri amici inventai Ngi e regalai il 51 per cento a I.net in cambio di banda, infrastrutture ed elettricità. In breve toccammo i 70.000 utenti al giorno. Siccome pochi di loro avrebbero pagato per giocare, pensai di vendergli una buona connessione Internet che gli consentisse di farlo agevolmente. Ed è lì che mi accorsi del divario digitale di tanti clienti che non potevano essere serviti dall'Adsl. Il punto di svolta fu nel 2006, con il decreto Landolfi che consentì di portare il Wi-Fi anche all'esterno delle case».

È ancora socio di I.net?
«L'hanno chiusa, dopo essere diventata al 100 per cento di British Telecom. Due anni ci ho messo per convincere gli inglesi a ridarmi il 51 per cento di Ngi».

Con quali argomenti?
«Con 50 milioni di euro che io e il mio socio Ballerio abbiamo scucito nel 2012. Un atto di fiducia nell'Italia compiuto con i nostri soldi nonostante la crisi».

A che servono i suoi ripetitori se ovunque spopola la fibra ottica?
«In quante aree d'Italia ci sia la fibra ottica non lo sa nessuno, dovremmo essere sotto l'1 per cento degli edifici. Il fatto è che essa arriva fino alle centrali, che restano sempre colli di bottiglia, perché da lì l'Adsl viaggia ancora sui doppini di rame. Più l'utente è lontano dalla centrale e più decade la qualità del servizio, con o senza fibra ottica».

Invece con la rete wireless veloce?
«Già ora assicuriamo alle utenze domestiche la banda larga di 20 Mb, che a fine anno saliranno a 30. Per le aziende arriviamo ai 400 Mb».

Ma per il collegamento top una ditta paga 7.730 euro al mese più Iva.
«Stiamo per sforbiciare i listini. Tenga conto che si tratta di apparati radio dedicati, senza condivisione, con banda di altissima qualità garantita al 99 per cento. Sa quanto costa posare la fibra ottica?».

No.
«Dai 35 ai 40 euro al metro. Solo per lo scavo un imprenditore che si trovi a 3 chilometri dalla centrale, cioè vicinissimo, deve sborsare più di 100.000 euro».

Qualcosa può fermare Eolo?
«Un guasto alla rete elettrica che alimenta i tralicci. Nubifragi, vento e forti nevicate riescono in teoria a sradicare un albero che, cadendo, trancia le linee aeree. Ma ogni ripetitore è dotato di batterie tampone che durano fino a 36 ore. In quel lasso di tempo i nostri 200 tecnici, tutti alpinisti che hanno seguito corsi di lavori in fune, arrivano ovunque e con qualsiasi mezzo: elicotteri, motoslitte, fuoristrada. Quando le strade sono interrotte da frane, usiamo le moto da cross».

Non teme che possa tornare la stagione di Giorgio Klotz, «il martellatore della Val Passiria» che faceva saltare in aria i tralicci nel Sud Tirolo?
«No. Anzi, non passa giorno senza che ci chiami qualche sindaco, supplicandoci di portare Eolo nel suo Comune. Temo di più i fulmini, onestamente».

Quale dev'essere la distanza massima di una casa dal ripetitore per poter ricevere Internet?
«Ci siamo dati il limite di 20 chilometri in linea d'aria. Potremmo arrivare a 50, però ci vorrebbe un'antenna troppo grande, mentre di norma è molto piccola, appena 40 centimetri di diametro».

Ma più crescono i collegamenti e più rallenterà la velocità dei medesimi.
«L'aumento degli abbonati è la missione dei 400 installatori che girano ogni giorno per le case a montare antenne. Quando una cella è satura al 70 per cento, ne aggiungiamo subito un'altra. Quindi la saturazione è scongiurata, c'è sempre un ampio margine di sicurezza che garantisce la velocità di connessione».

Quanti ripetitori ha installato lei personalmente?
«Circa 200, dal 2006 al 2009. Mi manca tantissimo questo lavoro che facevo con la chiave da 13. Sono un appassionato di montagna e un discreto arrampicatore. Ancor oggi vado personalmente a inaugurare ogni nuovo ripetitore».

Quanto costa un traliccio?
«Dipende dal peso. Per uno alto 40 metri ci vogliono 100.000 euro. Ma ci sono tralicci di 280 metri. Da quando siamo partiti abbiamo investito 60 milioni e altri 80 li spenderemo nel prossimo triennio».

Telecom non avrebbe potuto fare altrettanto?
«Nessuno glielo vietava, tanto più che negli anni Settanta il servizio telefonico era basato principalmente su ponti radio. Ma per una tara mentale si sono fissati con il cavo».

Le onde di Eolo fanno male?
«No. Adottiamo parametri inferiori a qualsiasi limite di legge. La nostra potenza di trasmissione è un decimo di quella del telefonino che lei ha in tasca».

Che sviluppo prevede per Internet?
«Il consumo di banda media raddoppia ogni 18 mesi. Bisogna tenere il passo. Nei nostri laboratori lavoriamo a una tecnologia che entro tre anni ci consentirà di offrire ai clienti residenziali una velocità di 100-150 Mb al secondo. D'altronde per vedere un film in super Hd ne servono 50-60».

In famiglia siete tutti maniaci digitali?
«Mia moglie Tiziana lavora qui con me, è la responsabile degli installatori. Giulia, 11 anni, legge solo libri. Alessandro, 9, promette bene. Matteo, 3, è una via di mezzo».

Ritiene possibile un collasso totale della Rete, provocato magari da terroristi informatici?
«Per come è ormai strutturata, no. Al massimo potrà bloccarsi qualche pezzo. Tutta, mai. Troppo evoluta».

Senta, ma secondo lei come ha fatto il mondo fino a ieri ad andare avanti anche senza Internet, se l'è chiesto qualche volta?
(Ride). «Tutto era più lento. E con il passare degli anni non dico che rimpiango quel tempo, però...».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

New York batte cassa: i diplomatici hanno 16 milioni di multe arretrate

Cristina Bassi - Sab, 27/09/2014 - 17:31

180 Paesi stranieri hanno vecchie contravvenzioni per divieto di sosta. L'Egitto deve a De Blasio 2 milioni di dollari, l'Italia 20mila


L'immunità diplomatica non vale per le multe per divieto di sosta e ora la città di New York batte cassa. Il sindaco della Grande mela Bill De Blasio, scrive il Wall Street Journal, ha chiesto 16 milioni di dollari ai diplomatici di 180 Paesi per contravvenzioni arretrate. L'Egitto è in testa alla classifica dei morosi, con un debito di ben 2 milioni di dollari, c'è anche l'Italia che deve a New York 20mila dollari.

Il conto presentato da De Blasio riguarda multe ricevute per irregolarità nei parcheggi. Violazioni e mancati pagamenti che risalgono quasi tutti a prima del 2002, quando l'allora sindaco Michael Bloomberg dichiarò guerra ai diplomatici indisciplinati, minacciando anche il ritiro delle targhe speciali. Dei 16 milioni di multe per divieto di sosta, circa 15,6 milioni sono stati comminati prima del giro di vite. Dietro l'Egitto ci sono Nigeria, Indonesia e Brasile, ognuno con oltre 600mila dollari di verbali ignorati.

Dal 2002 le cose sono molto cambiate. Il piano Bloomberg ha ridotto le multe inevase a "soli" 743mila dollari totali. "Hanno cambiato le proprie abitudini. Non parcheggiano più in tripla fila e per questo la città è più sicura", spiegano dall'amministrazione De Blasio. Il Wsj riporta che "l'Italia è uno dei Paesi con il più alto arretrato accumulato" da quando è stato lanciata la campagna Bloomberg: 20mila dollari e 110 multe. Il portavoce della Missione italiana all'Onu, Giovanni Davoli, spiega che sta agli ex diplomatici pagare i debiti: "Stiamo valutando cosa possiamo fare.
Viviamo qui - conclude - e dobbiamo rispettare le leggi della città, dello Stato e del governo federale".

L’America? Scoperta da Marco Polo duecento anni prima di Colombo»

Corriere della sera

di Simona Marchetti

Un’antica mappa su una pelle di pecora potrebbe riscrivere la storia. La cartina è contenuta nel libro «The Mysteries of The Marco Polo Maps», in uscita a novembre


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Un’antica mappa disegnata su una pelle di pecora potrebbe riscrivere tutti i libri di storia, assegnando a Marco Polo il merito di aver scoperto l’America alla metà del XIII secolo, ovvero duecento anni prima di Cristoforo Colombo, durante il viaggio in Asia che descriverà poi ne “Il Milione”. Sulla cartina in questione – nota come “Map with Ship” e contenuta in una raccolta di 14 pergamene, decodificate e studiate per la prima volta nella loro totalità dal cartografo Benjamin B. Olshin per il libro “The Mysteries of The Marco Polo Maps, in uscita a novembre per la University of Chicago Press - sarebbero infatti riportati i contorni dell’Alaska e dello stretto di Bering quattro secoli prima che li scoprisse il danese Vitus Bering.

Non solo. Nei documenti – apparentemente scritti dalle tre figlie di Polo, Fantina, Bellela e Moreta, in base alle lettere del padre trovate dopo la sua morte e recanti iscrizioni in italiano, latino, cinese e arabo, molte delle quali ancora oscure – comparirebbe spesso il nome “Fusang”, termine cinese risalente al quinto secolo e con il quale veniva indicata “una terra al di là dell’Oceano”, che molti ora pensano fosse l’America. «Questo significherebbe che l’esploratore era a conoscenza dell’esistenza delle coste occidentali del Nord America - spiega lo studioso in un articolo pubblicato sul magazine “Smithsonian” - o che comunque ne aveva sentito parlare dagli arabi o dai cinesi».

Analizzando le pergamene, Olshin ha così scoperto che sarebbe stato un commerciante siriano a parlare a Marco Polo di una terra ad Oriente, a 40 giorni di viaggio dalla penisola della Kamchatka, prima che questi salpasse per il Nord America attraverso lo stretto di Bering, incontrando anche «un grosso ghiacciaio che scendeva nel mare», come si legge ad un certo punto nel testo. La terra sarebbe quindi stata chiamata “Penisola delle Foche”, perché la popolazione che l’abitava «vestiva di pelli di foca, mangiava solo pesce e viveva in case sotterranee».

Ma anche se questa ricostruzione del percorso trova la piena approvazione del sito MarcoPoloinSeattle.com , che sostiene pure che l’esploratore veneziano abbia raggiunto lo stato di Washington e lo stretto di Puget, Olshin è però il primo a avere dei dubbi sull’autenticità delle pergamene, portate in America nel 1887 da un immigrato italiano di nome Marciano Rossi, che le donò poi alla Biblioteca del Congresso negli anni Trenta, sostenendo di averle ereditate da un facoltoso (ma non identificato) membro della sua famiglia.

L’inchiostro usato non è infatti ancora stato testato e l’esame del radiocarbonio della mappa chiave dell’intero lotto (metodo di datazione radiometrica usato anche per datare la Sindone) ha fatto risalire la pergamena al XV o XVI secolo, a conferma che – nella migliore delle ipotesi – si tratterebbe di una copia e non dell’originale. Non bastasse, c’è anche il fatto che lo stesso Polo non scrisse mai nulla sulla nuova terra nei suoi appunti di viaggio, sebbene una volta si vantò «di non aver raccontato la metà di quello che ho visto».

Che l’enigmatico signor Rossi - che dopo lo sbarco a Ellis Island, si trasferì a San Josè, in California, dove divenne un sarto e fece sei figli - si sia inventato tutto? «Il mio antenato era di certo un personaggio – ammette alla rivista dello Smithsonian Institution il pronipote Jeffrey Pendergraft, che vive a Houston ed è il custode dei documenti di famiglia – ma sono piuttosto scettico sul fatto che il mio bisnonno potesse avere queste incredibili conoscenze su una tale varietà di argomenti».

27 settembre 2014 | 16:57

L’Australia vende i profughi alla Cambogia

La Stampa
farncesca paci

“Ospitalità” in cambio di aiuti e denaro Onu e Amnesty: accordo immorale

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D’accordo, l’immigrazione massiccia pone problemi nuovi e impone nuove politiche. Ma un conto è il sindaco di Roma Marino che ipotizza un rimborso di 30 euro al giorno alle famiglie disposte a ospitare un rifugiato. Altro è il governo conservatore australiano che sottobanco sigla un accordo con la Cambogia per «trasferire» un migliaio di profughi dai propri centri di accoglienza offshore al poverissimo Stato asiatico previo pagamento di un lauto compenso. Se il primo caso ha sollevato le deboli obiezioni di quanti temono che i meno abbienti si affidino alle malconce finanze pubbliche italiane per arrivare a fine mese, il secondo, messo all’indice dalle associazioni per i diritti umani di entrambi i Paesi, sta generando una vera e propria bufera su Canberra.

La storia viene alla luce un paio di giorni fa quando il ministro dell’immigrazione australiana Scott Morrison ammette l’intesa raggiunta prima dell’estate col ministro dell’interno cambogiano Sar Kheng per «lo spostamento volontario» dei migranti dalla piccola isola del Pacifico Nauru a Phnom Penh, dove una volta beneficiato dell’assistenza iniziale i rifugiati dovrebbero provvedere per proprio conto a vitto e alloggio. 

«Nessuno verrà forzato a partire», afferma Morrison alla radio Australian Broadcasting Corporation, spiegando che il suo governo «ricambierà» il partner asiatico, il cui 85% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, con 35 milioni di dollari in aiuti nei prossimi 4 anni da sommare ai circa 75 milioni di dollari già stanziati per il 2014-2015.

Le associazioni umanitarie internazionali, dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati a Amnesty International, hanno affiancato la protesta del Centro della Cambogia per i Diritti Umani nel criticare un accordo «contrario al diritto e immorale» che pretenderebbe di assicurare assistenza a famiglie disperate in un Paese già alle corde. Amnesty denuncia anche il record negativo dell’Australia in termini di accoglienza, con 3300 richiedenti asilo rinchiusi in centri di detenzione (compresi 222 bambini a Nauru).

Poche settimane fa Canberra era già finita sotto i riflettori per uno spot anti-immigrazione che sullo sfondo di un barcone carico di profughi recitava «No way», niente da fare, ingresso chiuso. Negli ultimi anni, in maniera simile a quanto avviene nel Mediterraneo, si sono moltiplicati i naufragi al largo di Christmas Island, una specie di Lampedusa nell’Oceano Indiano a qualche migliaio di chilometri dalle coste australiane, e il governo conservatore del premier Tony Abbott ha risposto con pugno di ferro (i centri di detenzione non sono sul territorio nazionale ma sulle isole offshore come Nauru, a Manus e in Papua New Guinea). Ora lo scambio con la Cambogia. 

La memoria va al 1946, quando l’Italia si accordò col Belgio per ricevere carbone in cambio di minatori. Morrison garantisce di monitorare il trattamento dei «trasferiti». Ma sul «New York Times» Elaine Pearson di Human Rights Watch Australia mette in guardia da Phnom Penh che già nel 2009 avrebbe «preso in carico» da Pechino 22 uiguri per poi imprigionarli.