sabato 27 settembre 2014

La parabola politica di de Magistris, qualcuno stacchi la spina

Corriere del Mezzogiorno

di ANTONIO POLITO

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Tra le molte strampalate proposte avanzate in Parlamento dai Cinque Stelle, ce n’era una invece molto sensata, che non è stata considerata con la dovuta attenzione: importare in Italia l’istituto americano del «recall». Consiste nella possibilità, per un numero congruo di elettori, di ottenere un referendum sull’eletto anche nel corso del mandato. Il corpo elettorale può quindi cacciare un governatore, o un sindaco, anche prima del tempo, se dà di matto o viene preso con le mani nel sacco. È una soluzione eccezionale e rara, ma può funzionare per risolvere pasticci istituzionali senza via d’uscita, un po’ come quello che si sta profilando a Napoli dopo la condanna di de Magistris e in vista della conseguente, inevitabile sospensione.

Il sindaco, infatti, ha dimostrato ieri di aver smarrito anche quel po’ di senso dello Stato che si sperava gli fosse rimasto, gettando fango sul giudice che l’ha condannato (proprio lui, che è stato magistrato); attribuendo la sentenza a un complotto dei «poteri forti e criminali» (vi ricorda qualcuno?); e ribellandosi a una legge dello Stato, la Severino, che era buona fin quando serviva a far decadere Berlusconi ma ora che colpisce lui è diventata «un formalismo giuridico», uno strumento di lotta politica nelle mani dei suoi nemici.

Sono queste frasi, pronunciate in consiglio comunale, molto di più della stessa sentenza di condanna, a giustificare oggi la richiesta che de Magistris se ne vada, lasci la carica o venga costretto a lasciarla: è ormai un uomo che usa la politica per influire sul suo processo, e che mostra di aver perso la lucidità e la responsabilità necessarie per occuparsi della cosa pubblica.

Purtroppo il «recall» in Italia non c’è. Ma è chiaro che bisogna ridare al più presto la parola ai napoletani. E spetta ai partiti, se ancora esistono, trovare il modo di mettere una fine ordinata e democratica a questa agonia. Data infatti per scontata la imminente sospensione del sindaco, ai sensi della legge, le ipotesi che circolano in queste ore, tecnico-burocratiche, sono del tutto incompatibili con la necessità che Napoli sia effettivamente governata, e in alcuni casi sono addirittura ridicole.

Basti pensare che al posto del sindaco sospeso potrebbe subentrare il vice-sindaco Sodano, che non solo a sua volta ha una condanna e un rinvio a giudizio sulle spalle, ma che non è neanche mai stato eletto dai cittadini. Per giunta questo condannato non eletto potrebbe diventare addirittura sindaco della grande Città Metropolitana che parte tra qualche giorno, finendo così per esercitare il suo potere su elettori che mai hanno votato né per lui né per il suo dante causa.

Per una follia del nostro sistema, infatti, l’eletto condannato viene sospeso dalla legge Severino, ma il non eletto, il nominato, è salvo anche quando viene condannato. Si scivolerebbe così in una democrazia non più di secondo, ma di terzo grado. Il leader di una delle più grandi aree metropolitane del Paese non solo non sarebbe scelto dal popolo, come prevede la riforma, ma neanche dagli eletti del popolo.

Sarebbe il prodotto di scarto di un processo penale, una testa di paglia messa lì per tenere il posto in caldo a un sindaco condannato che, dopo essersi presentato come il giustiziere dei potenti, ora si comporta come un Previti qualsiasi, fa i calcoli della prescrizione, contesta la retroattività della condanna, e intanto annuncia che anche da sospeso governerà Napoli “dalla strada”.

Una democrazia di strada, dunque, perfettamente nelle corde di questo Masaniello che ha abusato della credulità dei napoletani; esattamente come, nell’esercizio del suo ufficio di magistrato, ha abusato dei suoi poteri secondo una sentenza (di primo grado) emessa in nome del popolo italiano.

27 settembre 2014

De Magistris: resto e nel 2016 mi ricandido a sindaco di Napoli

Il Messaggero



«Nel 2016 mi ricandido a sindaco di Napoli». Luigi de Magistris lo annuncia in diretta tv a Sky Tg 24, promettendo che ricostruirà il suo «consenso giorno dopo giorno, e alla fine come sempre decideranno i cittadini».

Ottimismo Tira dritto, De Magistris e si dice convinto di poter ottenere tra due anni percentuali ribaltate rispetto al sondaggio di Sky, che vede il 78% di favorevoli alle sue dimissioni e il 22% di contrari.

«Impugnerò la sospensione» «Non mischiamo la mia storia con quella di Berlusconi», dice a proposito della sospensione da sindaco in base alla legge Severino che ha toccato anche Silvio Berlusconi, decaduto da senatore. Riguardo alla norma Severino, «secondo me non c'è automatismo, ma se mi sospenderanno farò il sindaco per strada» e «impugnerò la sospensione. Il vicesindaco assumerà le mie funzioni ma io sarò sempre il sindaco eletto dai cittadini e alla fine della sospensione riassumerò il mio incarico». «Sistemerò aiuole con i miei concittadini, farò iniziative con loro. Pur sospeso, sarò sempre io il sindaco. La mia squadra è lì, la mia maggioranza è compatta e si è ampliata. Napoli oggi è senza rifiuti e piena di turisti, andiamo avanti senza farci intimidire».

Il bene di Napoli Quando gli viene chiesto se prende in considerazioni le dimissioni per il bene della città evitando che la sua vicenda personale si ripercuota su Napoli, il sindaco risponde che «sarebbe un errore». «Sto portando fuori Napoli da una crisi gravissima, dai rifiuti e dai debiti. Chi mi chiede di dimettermi, la politica? Non lo faccio. La sentenza di condanna è sbagliata, saranno solo le elezioni a cacciarmi da sindaco di Napoli. Andrò avanti fino alla fine con la mia squadra, convinto che i napoletani apprezzeranno il mio lavoro, pur con tutti i limiti che posso avere».

«Mani pulite» Lo Stato, ripete de Magistris «è in parte intriso di corruzione di mafia. Mi sono sempre battuto contro questo sistema, e i napoletani mi hanno eletto anche per questo. Oggi siamo l'unica grande città non governata dai partiti e da un sistema di potere». Al leader dell'opposizione Gianni Lettieri («Le mani criminali sulla città sono di questa amministrazione, ha alzato le tasse al massimo, con degrado e buche dappertutto») il sindaco risponde: «Sono affermazioni gravissime, lui appartiene ai poteri che abbiamo allontanato dalla città. Chiediamoci perchè vogliono commissariare Napoli e mettere le mani su Bagnoli... Le nostre sono mani pulite, non ci lasciamo intimidire, mi farò giudicare dalla gente come ho sempre fatto».

Gli atti «Narrerò ai cittadini italiani una storia in parte nota, e forse non conosciuta da tutti», continua, spiegando la volontà di diffondere atti legati al suo passato di magistrato e alle inchieste da lui condotte. «Nessuna minaccia. Sono stato accusato - ricorda - di aver fatto troppe dichiarazioni ai magistrati quando facevo il magistrato. E allora vorrei riprendere le dichiarazioni che ho rilasciato allora all'autorità giudiziaria, in parte note, prendere atti che non sono più secretati e pubblicarli, per narrare una storia forse non conosciuta da tutti».

Sabato 27 Settembre 2014, 17:13 - Ultimo aggiornamento: 17:36

Quei pagamenti in nero che facevo per la Cgil"

Raffaello Binelli - Sab, 27/09/2014 - 10:11

Un'ex contabile del sindacato, intervenuta a Virus, svela retroscena davvero imbarazzanti


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Ha lavorato venticinque anni per la Cgil. Si è occupata della segreteria del sindacato di Messina e, in seguito, di contabilità. Alma Bianco ha toccato con mano come viene gestita, giorno per giorno, una delle organizzazioni dei lavoratori più importanti d'Italia, tra pagamenti in nero e irregolarità più o meno vistose. La sua esperienza, raccontata a Virus, il talk show di Nicola Porro su Raidue, assume contorni raccapriccianti. 

La signora Bianco entra nella Cgil nel 1985. Inizia nella segreteria, ma non è assunta, lavora in nero. Percepisce duecentomila lire al mese in contanti. Dopo due mesi viene regolarizzata. Ma niente assunzione da parte della Cgil: la donna, infatti, si vede assunta da una cooperativa di servizi. L'assunzione è quantomeno anomala. Lei infatti, come racconta, non conosce nessuno di questa cooperativa, e non sa nemmeno dove abbia sede. Sa soltanto che si occupa di ristorazione. Lei continua a lavorare tranquillamente al sindacato come segretaria.

Dopo due mesi dall'assunzione scatta il "giochino" del distacco sindacale retribuito, sulla base della Legge 300/1970. La Cgil fa la busta paga ma i contributi li paga lo Stato. Un meccanismo che tutela chi sindacalisti e politici. Peccato, però, che la signora Alma fosse solo una normalissima impiegata e non svolgesse alcun tipo di attività sindacale. Una furberia per scaricare i contributi sullo Stato. Quando la cooperativa chiude la Bianco viene assunta a tempo indeterminato con la qualifica di contabile.

Con il passare degli anni e le nuove responsabilità in ambito lavorativo, Alma si ritrova a fare un po' di tutto: buste paga, cud, bilanci.

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Paga rimborsi spese e i collaboratori. In molti casi lo fa in nero. Lo dice con cognizione di causa perché, eletta ispettore regionale in Sicilia (una sorta di Guardia di finanza interna al sindacato), spiega di aver tentato invano di regolarizzare tutto ciò che scopriva non esserlo. "Ma era impossibile".

Alma svela un altro trucchetto. Molti che lavorano nella Cgil sono in distacco sindacale. Un regolamento interno prevede che se lo stipendio percepito è più alto di quello fornito dal sindacato, non si percepisce un euro in più. Questo, però, avviene solo sulla carta. "In realtà - racconta la signora - mi capitava che mensilmente fossi costretta a dare somme in contanti o ricaricando carte prepagate, 300-400 o 500 euro". Il tutto in barba alla trasparenza.

Ma i sindacati non sono tenuti, nei loro bilanci, a giustificare tutte le spese? Viene utilizzato l'escamotage degli acconti spesa. E' questa la voce che si registra in bilancio. A fine anno servono i "giustificativi". E così spuntano le "note spese false". Alma ha segnalato tutte queste anomalie in Procura, ma le hanno risposto che non c'è reato per i sindacati.

La storia della signora Bianco si chiude male. Buttata fuori dalla Cgil nel marzo 2010, viene accusata di appropriazione indebita. Lei nega ogni addebito e difende così la propria buona fede: "Hanno sequestrato e dissequestrato il mio conto corrente senza trovare alcuna anomalia". E insiste: "Se avessi fatto qualcosa del genere sarei andata dalla Guardia di finanza?". 

Non si può dire che ciò che racconta Alma sia la regola e che ovunque, in Italia, il sindacato si comporta in questo modo. "Io sto parlando di me, della mia esperienza, non parlo di altre Province". Poi però svela un altro dettaglio inquietante: "Ho fatto ispezioni e ho visto gente che ha comprato Rolex e abbonamenti al teatro coi soldi del sindacato. Alcuni funzionari sono stati premiati, io invece...".

Dopo quattro anni alla catena, il cane Joseph ha trovato casa

La Stampa
FULVIO CERUTTI (AGB)

La sua immagine con il collo magro e martoriato è diventata un’icona sul web



«Justice for Joseph». Basta cercare queste tre parole sul web per capire quanto la storia di Joseph sia diventata un simbolo della sofferenza e indifferenza che l’uomo può infliggere a un animale. Giustizia non è mai stata veramente fatta perché quell’uomo è stato multato di soli 25 dollari (neanche 20 euro), ma ora Joseph ha trovato una famiglia.

Sul web il suo incubo è diventato noto nel settembre 2013. Lui era un giovane pastore tedesco che, in condizioni normali, si sarebbe mostrato in tutta la sua bellezza. Ma il destino l’ha portato in casa di un uomo senza cuore. Per quattro lunghi anni Jeremy Shane Temple l’ha tenuto alla catena a Middletown, in Ohio.

Il suo spazio di vita non andava oltre quei pochi metri dall’albero a cui era legato. Viveva senza una cuccia dove ripararsi, riceveva cibo e acqua solo qualche volta a settimana. Quando i volontari dell’associazione Paws (People helping animals) hanno ricevuto la segnalazione di un cane maltrattato, si sono trovati di fronte un cane che ricordava vagamente un pastore tedesco: Joseph era un animale stanco e rassegnato, in condizioni fisiche e psicologiche al limite della sopravvivenza. 

Qualche vicino di casa aveva chiesto al proprietario perché quel cane fosse così mal ridotto e lui rispondeva a tutti che l’animale era malato. Quando lo hanno accusato di maltrattamenti ha semplicemente risposto: «Non è una persona, è solo un cane». 

Una delle sue foto, quella dello sguardo rivolto verso l’alto che metteva in evidenza il collo magro e martoriato dalla catena, è diventata un’immagine simbolo che è stata stampata su magliette e calendari per raccogliere fondi in suo favore. Il suo carnefice lo chiamava Toby, ma i volontari hanno preferito chiamarlo Joseph, come Giuseppe che nella Bibbia venne gettato in un pozzo, creduto morto e invece tornò a vivere.

Oggi, racconta il Cincinnati Channel 9, i volontari della Paws hanno in programma una festa di compleanno, esattamente un anno dopo il suo salvataggio. Il primo anno dalla sua rinascita. Una festa anche per dare il benvenuto alla famiglia che, fatti gli ultimi controlli del veterinario, aprirà le porte della sua casa. Giustizia non è stata fatta, ma la storia di Joseph insegna che la voglia di vivere e di amare dei cani è infinita.


Il cane Joseph, salvato da 4 anni alla catena

twitter@fulviocerutti

Il Mossad lancia un sito di reclutamento online

La Stampa
maurizio molinari

Svolta epocale per il servizio segreto israeliano, tradizionale perno di un’intelligence basata su pochi agenti scelti super-fidati. Offre la possibilità di fare “un’esperienza che non avviene neanche nei film di Hollywood”

it
Il Mossad cambia volto e chi vuole collaborarvi ha un’opzione in più. L’agenzia di spionaggio, nota per operazioni spericolate, è già un punto di incontro e conoscenza fra i cittadini più diversi con l’ambizione di diventare 007 ma ora il Mossad ha messo online il nuovo sito - www.mossad.gov.il - scritto in inglese e francese, ebraico ed arabo, al fine di spingere “chiunque” ad aderire, offrendo informazioni e notizie. Per il Mossad, tradizionale perno di un’intelligence basata su pochi agenti scelti, super-fidati, si tratta di una svolta epocale. Lasciando intendere che è iniziata una stagione diversa e tutti, israeliani e non, attraverso il sito, potranno “fare un’esperienza che non avviene neanche nei film di Hollywood” come si legge nell’introduzione.



Israele, il prigioniero X un australiano del Mossad
La Stampa
claudio gallo

Netanyahu ha provato a nascondere l’identità dell’uomo suicida nel 2010

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Dopo dieci mesi di ricerche, una trasmissione televisiva australiana ha gettato un esile fascio di luce su uno dei misteri più fitti e inquietanti di questi anni: il Prigioniero X, la maschera di ferro israeliana. Era un ebreo australiano di 34 anni l’uomo che neppure i suoi carcerieri conoscevano, tenuto in regime di totale isolamento, senza avvocati, senza visite, in spregio a tutte le leggi internazionali.

Nonostante ancora oggi la censura ufficiale proibisca ai media nazionali di parlare di lui, era trapelato che nel 2010 si era tolto la vita impiccandosi, nonostante fosse tenuto sotto sorveglianza 24 ore su 24. Poco tempo prima del suicidio, il parlamentare del partito di sinistra Meretz scrisse una lettera al procuratore generale Yehuda Weinstein chiedendo notizie del recluso: «Imprigionare in completo isolamento e totale anonimità è una cosa molto grave». Un alto funzionario assicurò il deputato che tutto era «sotto il controllo giudiziario».

Tre anni dopo la scoperta della prigione segreta nota come «Camp 1391», nel 2003, Israele aveva assicurato che non esistevano più detenzioni al di fuori degli standard giudiziari internazionali. Il Prigioniero X era rinchiuso nel penitenziario di Ayalon, che in un primo tempo ospitò anche Ygal Amir, l’assassino di Peres. Una prigione notoria per il detenuto che non c’era.

Il programma «Foreign Correspondent» dell’«Abc News» australiana ha rivelato l’altra sera che si chiamava Ben Zygler, aveva 34 anni e la doppia cittadinanza australiana e dello Stato ebraico. Aveva una moglie israeliana, due figli e lavorava per il Mossad, talvolta con i nomi di Ben Alon e Ben Allen. Quest’ultima identità è quella con cui sarebbe stato spedito il cadavere in Australia.

Sul motivo per cui l’hanno imprigionato con tanta crudeltà e segretezza non ci sono ipotesi se non l’ovvia osservazione che si tratterebbe di qualcosa legato alla sicurezza nazionale. La sua memoria è ancora oggi maledetta. Racconta «Haaretz» che martedì scorso il premier Netanyahu aveva convocato un incontro semi-segreto con i vertici dei media, giornalisti e proprietari. Voleva essere sicuro che sulla vicenda non uscisse una riga.

Richard Silverstein, un blogger americano, rivelò che il Prigioniero X era Ali Reza Asgari, ex generale dei Pasdaran iraniani, sparito a Istanbul, rapito o forse fuggito per vendersi ai servizi segreti occidentali. Ma Silverstein si era ricreduto: «Le mie fonti mi hanno ingannato, vogliono distogliere l’attenzione dalla vera identità del carcerato». 

Nel 1983 era sparito allo stesso modo il chimico israeliano Marcus Kingberg, spia dei sovietici. A lui è andata meglio: dopo lunghi anni in galera sotto falso nome, oggi vive in Francia.

Arriva Shellshock, il virus della Rete che ci manda in tilt

La Stampa
gianni riotta

Un bug del web mette a rischio milioni di sistemi informatici. Gli esperti: rischio massimo

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Il primo week end di autunno sarà pessimo per gli informatici delle intelligence occidentali, dalla Nsa di Washington ai nostri a Roma, per i loro colleghi delle società di assicurazioni intenti a calcolare i danni prossimi venturi –nell’ordine delle centinaia di milioni di euro-, per legioni di esperti di protezione software in uffici, laboratori, caserme.
Le previsioni meteo non c’entrano, saranno 48 ore di fuoco anche per gli hackers criminali, organizzati da Stati e servizi segreti, per i ribelli online in Siria, Iraq, Ucraina, per i nerd assoldati dai racket del traffico di valuta, droga, dati. Tutti intenti a studiare Shellshock, il bug del web che, scoperto mercoledì scorso, mette a rischio milioni di sistemi informatici. Da una parte della barricata digitale si cerca di bloccare l’infezione Shellshock, capace di prender possesso di intere linee di comunicazione online, restando nascosta per mesi e creando poi un «botnet», labirinto segreto che, al comando dei sabotatori, vomita a ripetizione «worms» bloccando terminali, rubando e distruggendo dati, o, peggio, lanciando gli ordini operativi di pirati e terroristi. Dall’11 settembre 2001 chi si occupa di cyberwar, la guerra informatica, teme un «botnet» che disallinei i satelliti della telecomunicazione, telefonia, Gps, accecando in un istante l’orgogliosa era web.
Shellshock, parassita di software poco conosciuto dagli utenti, come Bash e le sue connessioni ai sistemi Linux e Unix, paralizza le difese informatiche in poche mosse e apre falle gravissime nelle banche dati di difesa, antiterrorismo, finanza. Secondo il Dipartimento per la Sicurezza americana, se il temuto bug Heartbleed aveva su 10 un rischio 5, Shellshock raddoppia, 10/10 di pericolo. La mappa tecnica di Shellshock richiede analisi complesse (le traccia l’informatico di Huffington Post Andrea Stroppa, con l’esperto Michele Orrù) e nel frattempo le conseguenze nefaste possono arrivare nei nostri uffici, o casa, celati da un wi fi, una telefonata Skype, un file. Non si tratta di un virus classico, come i tanti con cui abbiamo imparato a convivere. Shellshock denuncia una carenza nel Dna del web, generato 25 anni fa senza pensare che sarebbe diventato, in così poco tempo, il sistema nervoso del pianeta.
Tal Klein, della compagnia Adallom, spiega preoccupato che «il ghiaccio su cui il web pattina è sottile, un quarto di secolo fa non si pensava dovesse reggere tanto peso e traffico». Shellshock colpirà e, nella rincorsa tra sicurezza e criminalità o terrorismo, già parecchie posizioni sono perdute in queste prime 48 ore. Mentre fronteggiamo focolai di guerra diffusa, dobbiamo considerare il web senza più ingenuità, propaganda, fanciullesche illusioni su accessi e segretezza. Internet aperta, democratica e libera implica fondamenta sicure e protette. Altrimenti presto, con sgomento, apprenderemo che i dati che volevamo giustamente protetti dalle occhiute attenzioni di Stato e aziende, sono finiti alla mercé di mafiosi e killer e il web, utopia di tolleranza, s’è trasformato in incubo di Guerra Digitale.
www.riotta.it


Cos’è e come funziona Shellshock
La Stampa
bruno ruffilli

Il bug di sicurezza più grave degli ultimi tempi rende potenzialmente vulnerabili milioni di siti web, ma anche telecamere, hard disk e automobili. Con l’aiuto di un esperto di Trend Micro vi spieghiamo perché sarà difficile liberarsene e quali pericoli si corrono

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È come avere la porta blindata, l’allarme antifurto di ultima generazione, la vigilanza privata, e poi dimenticare aperta la finestra del sottotetto. Shellshock è proprio questo: un modo per entrare in un computer senza che il proprietario se ne accorga. 

La falla è grave, perché riguarda tutti i sistemi Unix-Like, quelli che adottano un’interfaccia che si chiama Bash (una finestra in cui si scrive del testo per dare dei comandi al computer). E basta una sola riga per entrare nei computer vulnerabili. Quanti sono? “Moltissimi – spiega Gastone Nencini, country Manager di Trend Micro, azienda che si occupa da anni di sicurezza informatica. “I sistemi basati su Unix sono usati soprattutto per i server su internet, da aziende di ogni tipo, come banche, industrie, siti di e-commerce, blog. Ma attenzione, in teoria è vulnerabile anche Android, che si basa sullo stesso software”. 

Vulnerabile significa che chiunque può entrare nel computer (o nello smartphone o nel tablet) da remoto e accedere a dati e informazioni di ogni tipo, o addirittura prendere il controllo completo della macchina. Accadrà davvero? “No, a un utente normale difficilmente succederà: i dati di un singolo non sono quasi mai di interesse rilevante per un hacker”, spiega Nencini. “Diverso invece è il caso di un sito web, specie se contiene informazioni che hanno un valore economico, penso ad esempio alle carte di credito”. 

Così se è vero che sono vulnerabili anche router, server nas, hard disk, telecamere di sorveglianza, la shell Bash è utilizzata anche nel software che governa i motori di alcune automobili o controlla gli aerei. Tutti casi in cui potenzialmente è possibile entrare nel sistema e prendere il controllo dall’esterno. Cosa si può fare per rimediare? “Poco. La prima cosa è controllare se esistono aggiornamenti al firmware degli apparecchi che stiamo usando, ed eventualmente installarlo subito”. Qui il problema principale è che la Bash esiste da oltre vent’anni e non è detto che i produttori abbiano interesse a studiare aggiornamenti per oggetti che magari non sono più in vendita da molto tempo, e che per loro saranno soltanto una spesa in più e non porteranno alcun ricavo”. 

Gli amministratori di sistema invece possono aggiornare il software alla versione più recenti, ma è un processo che spesso è lungo e costoso. Oppure possono installare delle patch, che tappano la falla provvisoriamente. O ancora configurare il firewall in maniera che intercetti eventuali tentativi esterni di connessione alla Bash. Ma in moltissimi casi il bug rimarrà lì, e non è detto che non arrivi un virus a sfruttarlo (anzi pare che esista già). Linux è utilizzato dal 51% dei web server in tutto il mondo, così Trend Micro calcola che il numero dei siti interessati potrebbe superare i 500 milioni (e ha predisposto alcuni strumenti per verificare se un sito è sicuro e proteggersi). 

Google e Amazon sono già corse ai ripari contro Shellshock. Google ha riparato la falla sia sui server interni, sia su quelli commerciali dei servizi cloud, mentre Amazon in un bollettino ha spiegato ai clienti di Web Services come mitigare il problema. Apple ha dichiarato che a breve rilascerà un aggiornamento di Os X. Tuttavia, ha detto un portavoce di Cupertino al sito iMore, «la stragrande maggioranza degli utenti Mac non sono a rischio», perché «i sistemi sono sicuri di default». In pratica se un utente non è intervenuto sul sistema per configurare manualmente servizi avanzati, può stare tranquillo.

Come mai un difetto così grave è rimasto nascosto per tanto tempo, visto che il codice dei sistemi basati su Unix è libero e analizzabile da chiunque? E come mai si è ripetuto il meccanismo di Heartbleed, l’altra colossale falla dei sistemi di sicurezza ignorata per anni ed emersa all’improvviso questa primavera? “Non so, però se volessi pensare male potrei immaginare che qualcuno potrebbe averli sfruttati per i suoi fini per tutto questo tempo”, risponde Nencini. Potrebbe esserci un riferimento al Datagate e alle rivelazione di Snowden sulle attività di sorveglianza e intercettazione di massa della National Security Agency americana. 

Intercettazioni a strascico. Condannato De Magistris

La Stampa
guido ruotolo

Abuso d’ufficio: 15 mesi al sindaco di Napoli, ex pm dell’inchiesta Why Not



ANSA

Luigi De Magistris, primo cittadino di Napoli, ha lavorato come magistrato a Napoli e a Catanzaro

Fu questo giornale, il 4 ottobre del 2007, a svelare l’esistenza di un immenso archivio di utenze telefoniche, tabulati, anagrafici, insomma dati sui titolari dei cellulari di mezza Italia che contava. 
Si ipotizzavano migliaia di utenze, in realtà ne furono accertate oltre tredici milioni. Ministri, sottosegretari, parlamentari, ufficiali degli apparati di sicurezza, magistrati. Scoppiò uno scandalo, e sul banco degli imputati - alla fine dell’indagine dell’allora colonnello del Ros Pasquale Angelosanto - finirono il pm di Catanzaro Luigi De Magistris, poi diventato sindaco di Napoli, e un vicequestore di polizia, consulente informatico delle procure che contano in Italia, Gioacchino Genchi.

Sette anni dopo, quella che Michele Santoro definì in diretta nella sua trasmissione una «polpetta avvelenata» (lo scoop della Stampa) ha trovato conferma nella sentenza del Tribunale di Roma: un anno e tre mesi di condanna per i due imputati Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi. Accusati di abuso d’ufficio per aver violato la legge Boato, che stabiliva che per avere un tabulato telefonico di un parlamentare occorreva l’autorizzazione del Parlamento. E si sono costituiti come parti civili Romano Prodi, Francesco Rutelli, Sandro Gozi, Clemente Mastella, Giancarlo Pittelli, Antonio Gentile. Tutti parlamentari.

Anzi fu proprio l’avvocato Pittelli, allora di Forza Italia, a presentare denuncia alla Procura di Roma depositando le carte della inchiesta «Why Not» di De Magistris. Sembra passato un secolo. Un pm napoletano in servizio a Catanzaro indaga sui palazzi, sul malaffare tra politica, logge massoniche, faccendieri. Le inchieste in realtà sono due, ma si fondono, si intrecciano almeno nel lavoro di raccolta dati da parte del consulente Genchi: Why Not e Poseidon. Appalti, affari, assunzioni. Ci sono tutti alla festa del malaffare. Anzi, all’inizio De Magistris punta i suoi cannoni sulla giunta regionale di centrodestra dell’ex procuratore generale di Catanzaro, Giuseppe Chiaravalloti. Poi apre il fuoco contro il governatore del centrosinistra, Agazio Loiero.

Why Not arriva a Palazzo Chigi, al premier Romano Prodi. E l’inchiesta che era partita indagando su una società riconducibile ad Antonio Saladino, il braccio imprenditoriale di Comunione e liberazione, decolla creando attese, polemiche. Spaccando il Paese. Tanto teso era il clima, che poi lo stesso De Magistris finì sotto procedimento della Disciplinare del Csm e fu punito.

Tanto incomprensibile lo scontro sotterraneo, che addirittura gli strascichi del dopo De Magistris portarono un ufficio giudiziario (la procura di Salerno) a far circondare, perquisire uffici e abitazioni di magistrati del Tribunale di Catanzaro, acquisendo d’imperio gli atti delle inchieste che promettevano sfracelli. A proposito, le due inchieste si sono perse nel tempo. Molti indagati non sono stati neppure portati a processo. Gli altri in pratica quasi tutti assolti.

L’ex Torquemada-Masaniello, Luigi De Magistris, è sconfortato: «La mia vita è sconvolta. Ho subito la peggiore delle ingiustizie. Rifarei tutto». Si era difeso nel processo, De Magistris. Che sembrava aver convinto il pm Roberto Felici - che aveva chiesto la sua assoluzione quando ha scaricato ogni responsabilità su Gioacchino Genchi. Intanto negando di sapere che quelle utenze per le quali il consulente voleva acquisire i tabulati fossero di parlamentari.

Ricorda un inquirente che ha studiato il «metodo» di lavoro dell’accoppiata Del Magistris-Genchi: «Il consulente inviava via mail una richiesta di acquisizione di dati telefonici senza specificare i motivi della richiesta né le generalità dei titolari delle utenze fisse o dei cellulari. De Magistris firmava e basta». In sostanza, Genchi partendo da una utenza di «interesse» chiedeva i tabulati telefonici degli interlocutori di quella utenza. Insomma, anche l’attuale presidente del Senato, Piero Grasso, è finito sotto la lente di Genchi. Anche l’ex ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu o l’ex sottosegretario all’Interno Marco Minniti. Un elenco sterminato. Un «metodo» di lavoro scoperto anche grazie a questo giornale e adesso censurato da una condanna di primo grado.

Fuga dal mondo dei pc: dopo Sony e Toshiba, lascia anche Samsung

La Stampa
luca castelli

L’azienda coreana non venderà più computer portatili in Europa. A febbraio Sony ha ceduto la divisione Vaio e Toshiba si concentrerà sul b2b. Il boom di smartphone e tablet continua a mietere vittime tra i marchi di fascia medioalta, mentre segnali di rilancio si vedono tra i produttori specializzati




L’ennesimo addio si è concretizzato attraverso uno scarno comunicato stampa di cinque righe, distribuito a tutti gli uffici stampa nazionali: “Ci adattiamo rapidamente alle esigenze e alla domanda del mercato. In Europa per ora cesseremo la vendita di laptop, Chromebooks compresi. È una decisione che riguarda la specifica regione e non riflette necessariamente le condizioni degli altri mercati. Continueremo a valutare attentamente la situazione e a operare ulteriori aggiustamenti per restare competitivi nei settori più dinamici dei personal computer”.

Così Samsung ieri ha annunciato la sua ritirata dal mercato europeo dei laptop. Non è stata una decisione del tutto inattesa, visto che nei mesi scorsi da Seul erano già arrivati segnali di una ridefinizione di obiettivi e strategie. E nemmeno un fulmine a ciel sereno per il mondo informatico: da tempo ormai il barometro dei pc ha virato verso la burrasca e il 2014 sarà probabilmente ricordato come l’anno della grande fuga. A febbraio se ne è andata Sony, che ha venduto la sua divisione Vaio alla Japan Industrial Partners. Pochi giorni fa è arrivato il passo indietro di Toshiba: addio al pubblico consumer, operazioni concentrate sul b2b e taglio di circa 900 posti di lavoro. 

Tra gli addetti ai lavori, il mantra è ormai noto: i pc sono in crisi. E tutte le strade portano a un unico responsabile: il boom di tablet e smartphone, dispositivi mobili che stanno attirando l’attenzione, impegnando i portafogli e ridefinendo le abitudini di una robusta fascia del pubblico che una volta acquistava computer portatili. Non a caso, la notizia dell’addio ai pc in Europa di Samsung è arrivata quasi in contemporanea con quella dell’accelerazione nei tempi dell’uscita del nuovo phablet dell’azienda coreana, il Galaxy Note 4. 

“Anche nel 2014 gli indicatori generali del mercato sono in rosso”, dice Marco Cappella, country manager per l’Italia di Acer, una delle aziende rimaste a giocarsi la partita del pc. “A livello complessivo, in Italia l’arretramento nelle vendite è di sette/otto punti percentuali. Sono cambiate le condizioni del mercato, è sempre più necessario fare dei volumi alti e a cedere il passo sono le aziende non specializzate. Samsung, Sony e Toshiba sono grandi gruppi che hanno interessi in molti altri settori. I produttori che si occupano primariamente di notebook, come Acer, sono più attrezzati. Per questo noi teniamo e anzi spingiamo sull’acceleratore”. 

I segnali che arrivano dal mercato sono contraddittori. Se un anno fa il de profundis per il “vecchio” computer era intonato quasi universalmente, negli ultimi mesi si sono aperti spiragli di luce e di rilancio. A luglio l’agenzia Gartner ha parlato di una leggera crescita registrata nel secondo trimestre del 2014 nelle spedizioni dei pc (“a relative revival”, lo ha definito il direttore di ricerca dell’agenzia Ranjit Atwal, localizzandolo in particolare nei paesi dell’Europa occidentale).

Come se il mercato stesse provando a raggiungere una sorta di equilibrio, cementato soprattutto su quei consumatori che utilizzano i computer portatili per ragioni professionali, con esigenze diverse rispetto a quelle di connettività e comunicazione tipiche di smartphone e tablet. Un rimbalzo agevolato anche dal lancio di modelli di nuova generazione.

“Negli anni scorsi abbiamo registrato un vero crollo: i tablet hanno provocato la scomparsa dei netbook e oggi facciamo il 50% dei volumi che si facevano tre anni fa”, ammette Andrea Galbiati, country manager per l’Italia di Asus. “Ma adesso le cose vanno meglio. Anche nel nostro paese, dove noi siamo in crescita. I produttori si stanno adattando alle esigenze del mercato.

Si sono ridotte le fasce medio-alte, quelle dove operavano principalmente marchi come Sony e Samsung, e si sono aperte nuove frontiere di prodotti ultrasottili, ultraleggeri, ibridi, che incontrano il favore del pubblico. Noi rinnoviamo con regolarità la gamma dei nostri prodotti: proprio la frequenza con cui si introducono modelli innovativi è un parametro decisivo per capire chi ha ancora intenzione di operare nel settore dei pc e chi invece non lo ritiene più strategico e sta pensando di abbandonare”. 

Ogni anno 17 mila licenziamenti Solo un quarto torna in azienda

La Stampa
roberto giovannini

Con la riforma Fornero è già possibile allontanare i dipendenti per motivi economici Tra accordi, rinunce e processi, alla fine la maggior parte dei lavoratori sceglie l’indennità


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«L’articolo 18? Stiamo discutendo di un tema che riguarda 3mila persone l’anno in un Paese che ha 60 milioni di abitanti», ha detto nei giorni scorsi il premier Matteo Renzi. Si sbaglia: secondo i dati ufficiali del ministero del Lavoro, solo nel gennaio-giugno 2014 ha riguardato 8537 persone.

Potrebbero essere 15-16 mila per l’intero anno in corso.
Pochi, tanti? Noi abbiamo cercato di rispondere alla seguente domanda: quante persone vengono effettivamente licenziate per «giustificato motivo oggettivo» (sono i cosiddetti «licenziamenti economici» di cui si sta discutendo) nelle aziende con oltre 15 dipendenti? La risposta esatta a questa domanda è impossibile darla, per una serie di paradossi legislativi, amministrativi e statistici.

Consultando gli unici dati disponibili, quelli del ministero del Lavoro, possiamo dire soltanto che dall’agosto del 2012 (data di entrata in vigore della riforma Fornero del mercato del lavoro) fino al giugno 2014, 39.405 lavoratori sono passati per i meccanismi giudiziari previsti dalla legge. Tanti sono i lavoratori che hanno ricevuto la comunicazione del loro datore di lavoro di volerli licenziare. Non siamo in grado di dire esattamente quanti di costoro abbiano perso il posto: ragionevolmente, si può stimare che almeno tre su quattro (dunque 30 mila circa) alla fine abbiano lasciato la vecchia azienda in cambio di una somma di danaro. 

Facciamo un passo indietro. La riforma Fornero del 2012 ha già intaccato in modo significativo l’articolo 18, rendendo possibile (ad alcune condizioni) il licenziamento individuale in una azienda con più di 15 dipendenti. Ricordiamo anche che il licenziamento senza reintegro è possibile anche per «giusta causa» (se il dipendente ruba) e per «giustificato motivo soggettivo (se non lavora).

E ci sono i licenziamenti collettivi in caso di crisi aziendale. Quando un datore di lavoro vuole fare un «licenziamento economico», in base alla legge deve avviare una procedura obbligatoria di conciliazione presso la direzione provinciale del Lavoro. Se l’ufficio non risponde in sette giorni il licenziamento è valido (è successo a 490 persone nel primo semestre 2014). Questo tentativo di conciliazione può sfociare in una causa giudiziaria se le parti non si mettono d’accordo (2563 su 8047 sempre nel primo semestre).

Oppure in un accordo (4310 situazioni): il lavoratore accetta dei soldi e se ne va (la stragrande maggioranza dei casi) o l’azienda rinuncia al licenziamento (solo 428 casi). In conclusione, certamente degli 8537 lavoratori «pre-licenziati» nei primi sei mesi dell’anno, 4372 hanno finito per perdere il posto. A parte 1174 casi indicati misteriosamente come «altro», del destino dei 2563 andati in tribunale non sapremo mai esattamente nulla.

Perché, come spiegano gli esperti, per una strana dimenticanza non è stato assegnato un «codice amministrativo» a questo tipo di cause. Che dunque non sono rilevate statisticamente. Secondo le rilevazioni della Cgil, considerate attendibili, nel 2013 nell’80-90% il giudice avrebbe dato ragione al lavoratore, reintegrandolo nel posto di lavoro. Ma due terzi dei lavoratori reintegrati avrebbe scelto comunque di lasciare il vecchio posto in cambio di un’indennità, maggiore di quella che avrebbe spuntato inizialmente. 

Gli scarni dati disponibili consentono di sviluppare alcune considerazioni. Si conferma che in testa alla classifica delle «comunicazioni obbligatorie» ci sono le Regioni dove maggiore è l’attività economica, come la Lombardia, il Lazio e il Veneto. Come fa notare l’ex sindacalista e parlamentare Giuliano Cazzola - sulla base di un recentissimo documento dell’Isfol - «appena approvata la riforma Fornero c’è stata da parte dei datori di lavoro più fortemente motivati a licenziare una immediata attivazione. Questo, insieme alla forte crisi congiunturale a cavallo tra 2012 e inizio 2013, ha fatto sì che inizialmente i numeri dei licenziamenti economici siano stati più importanti». 

Alla fine quasi 40 mila casi di avviato licenziamento nelle imprese con più di 15 dipendenti in 24 mesi (se il trend sarà costante, potrebbero essere 17 mila nel 2014) non sono obiettivamente moltissimi. Ma neanche così pochi, dicono in casa Cgil. Primo, perché non sarà mai possibile misurare (finiranno nell’elenco delle «dimissioni volontarie») tutte le situazioni in cui il lavoratore, informato più o meno garbatamente della volontà del suo datore di lavoro di licenziarlo in cambio di soldi, accetta l’assegno e si licenzia.

Dunque, dicono i sindacalisti, anche con l’articolo 18 riveduto e corretto da Elsa Fornero, i licenziamenti individuali con indennizzo (tra quelli «nascosti» e quelli ufficializzati con la comunicazione) esistono eccome. Togliere il potere deterrente dell’articolo 18 servirà solo a diminuire l’importo dell’assegno per il lavoratore che perde il suo impiego. E a favorire la cacciata dalle aziende dei lavoratori che verranno considerati, caso per caso, «problematici».

Mozart, trovato in Ungheria manoscritto di una delle sue opere più importanti

Il Messaggero

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Il manoscritto originale di una delle opere più famose di Mozart, la Sonata per pianoforte n.11 in la maggiore K331, considerato perduto da due secoli, è stato ritrovato nella rimessa di una biblioteca di Budapest, in Ungheria, in mezzo ad altre vecchie carte. Si tratta di quattro pagine con il primo e secondo movimento della sonata, che vanno a completare l'unico manoscritto originale finora disponibile, quello del terzo movimento (con la celeberrima Marcia turca), conservato al Mozarteum di Salisburgo.

A trovare il documento nella biblioteca nazionale Szechenyi di Budapest è stato il direttore del dipartimento musica di questa, Balazs Mikusi. Quest'ultimo da anni ha avviato una sistematica ricognizione di tutto il materiale non catalogato. Il documento è stato riconosciuto come autentico dagli esperti. Resta un mistero come sia finito in Ungheria, paese dove Mozart non è mai stato, e perchè le prime quattro pagine siano state separate dalla quinta.