domenica 21 settembre 2014

Le star finiscono ancora nel mirino degli hacker Pubblicate sul web nuove immagini a luci rosse

La Stampa

Rubati gli scatti di Kim Kardashian, Vanessa Hudgens e del campione di football Hope Solo. Tra le prime vittime del furto di dati l’attrice Jennifer Lawrence. Nel mirino il sistema iCloud.

.it
Nuove foto di star nude circolano su internet, tra cui quelle della modella Kim Kardashian, a poche settimane dal precedente attacco degli hacker che aveva coinvolto un centinaio di vip. Lo scrivono i media americani. Le foto private e di nudo sono state pubblicate brevemente su alcuni siti, prima di essere rimosse. Tra le vittime ci sarebbero l’attrice Vanessa Hudgens e il campione di football americano Hope Solo. È quanto scrive Tmz, il sito dedicato alle star. 

Anche il portale BuzzFeed sostiene che foto e video di star nude sono state nuovamente diffuse sul web. E stavolta tra le vittime ci sarebbero le attrici Mary-Kate Olsen, Hayden Panettiere e Leelee Sobieski.

Un gran numero di foto intime di star erano state pubblicate su internet poche settimane fa in seguito ad un attacco di hacker. Sotto accusa era finito il sistema iCloud, il servizio di archiviazione di contenuti online fornito da Apple. L’attrice premio Oscar Jennifer Lawrence, la modella Kate Upton e la cantante Avril Lavigne erano state tra le prime vittime di questo presunto furto di dati.

Il gigante americano Apple ha negato qualsiasi falla nel suo sistema sostenendo che gli hacker erano riusciti ad ottenere le password rispondendo correttamente alle domande di sicurezza, oppure ad ottenere le parole chiave tramite operazioni di phishing. 

Io, fuggito dal gulag in Nord Corea sto imparando cos’è la libertà”

La Stampa
shin dong-hyuk

“Le bestie mangiavano meglio di noi. Chi sgarrava poteva scegliere tra le botte o la fame”


.it
Ogni volta che vado negli Stati Uniti e passo da Washington DC c’è un posto in particolare che torno sempre a visitare: l’Holocaust Museum. Ci sono stato per la prima volta nel 2008 e, sebbene io stesso sia vissuto in un campo di concentramento e sia riuscito a fuggirne, fino a quel momento non mi ero reso conto di quanto tremendo e orribile fosse.

La realtà mi ha colpito mentre guardavo un video lì nel museo, lasciandomi sconvolto. Il video mostrava una clip in cui i nazisti si disfacevano dei corpi degli ebrei morti nei campi buttandoli in fosse e poi coprendoli con la terra portata da un bulldozer. In quel momento ho rivisto il campo in cui sono nato e cresciuto. Le somiglianze erano impressionanti. Ciò che i nazisti hanno fatto non è qualcosa che appartiene al passato: succede ancora oggi. La differenza è che ora si tratta di un altro folle dittatore; dittatore che un giorno potrebbe fare la stessa, identica cosa ai prigionieri politici detenuti nei campi.

E se la comunità internazionale e il mondo intero non se ne occuperanno e non agiranno, un domani quello che è già successo potrebbe succedere di nuovo, e il mondo finire per vederlo in tv, o in un documentario. Tutti vedranno ripetersi questa indicibile tragedia della storia; vedranno un dittatore malvagio che tormenta e uccide la sua gente nello stesso modo. Ciò che i nazisti hanno fatto non è finito. La crudeltà e l’orrore si stanno ripetendo, e continueranno a ripetersi, e se non lo raccontiamo alla gente, e non rendiamo nota quest’atrocità, questa situazione orrenda finirà semplicemente nello stesso modo, come allora, come durante la Shoah.

Da quando sono nato, da quando ho cominciato a osservare il mondo con i miei occhi e a udirlo con le mie orecchie, ho visto guardie in uniforme che imbracciavano fucili e picchiavano altri prigionieri.
Non c’era mai nessuno che si opponesse, perché quella era solo la punta dell’iceberg della vita dei campi. I prigionieri venivano puniti per i loro peccati. Anche io non ci facevo caso. Non conoscevo altro. Dopo essere fuggito e aver scoperto la verità sulla vita, mi ferisce anche il solo pensiero, di quella situazione. Le azioni del regime e delle guardie sono orribili, senza pietà. Sarebbe difficile per chiunque anche solo immaginare quel che succede lì dentro. Il solo pensiero del male che stanno facendo mi disgusta.

Sì, sono nato in un campo per prigionieri politici, e non so perché. La prima cosa che ho visto aprendo gli occhi nel campo sono stati prigionieri e guardie. Nessuno mi ha detto per quale ragione io sia dovuto nascere in un campo di prigionia. La volontà dei prigionieri non contava nulla. L’unico cibo che potevamo mangiare era quello che ci davano le guardie. Gli unici abiti che potevamo indossare ce li davano le guardie. Facevamo i lavori che le guardie ci obbligavano a fare. Per tenerci sotto controllo ci costringevano alla fame. Ci picchiavano. Ci facevano assistere a esecuzioni pubbliche ogni primavera e autunno. Quando ero un ragazzo, le guardie del campo mi punivano se facevo qualcosa di sbagliato.

Potevo scegliere tra due tipi di punizione. Il primo erano le botte, l’altro la fame. Io e i miei compagni di prigionia sceglievamo sempre le botte, perché morire di fame ci faceva più paura. Non si può spiegare a parole il dolore sofferto dai prigionieri politici. Molte persone descrivono la condizione dei campi dicendo che è una vita da schiavi o da animali, ma io credo sia molto peggio di quanto le parole possano dire. Nei campi c’erano molti animali: cani, maiali, topi, uccelli... mangiavano meglio dei prigionieri ed erano liberi di andarsene in giro. Credo che l’unica parola adatta a descrivere la vita dei prigionieri sia inferno.

Nel 2005 sono riuscito a fuggire dal campo. Sono arrivato in Corea del Sud nel 2006. Da allora sono passati 8 anni. In questo tempo ho girato il mondo, ho visto l’Europa e gli Stati Uniti, ho incontrato tante persone appartenenti a organizzazioni e programmi umanitari, sono stato anche alle Nazioni Unite. In quanto attivista dei diritti umani per la Corea del Nord mi sono rivolto all’opinione pubblica, ho cercato di risvegliare l’attenzione su questi problemi.

Sfortunatamente, pare che in questi 8 anni non sia cambiato nulla, e che forse, anzi, alcune cose siano perfino peggiorate. Una sola cosa è cambiata: il nome del dittatore; era Kim Jon-Il, adesso è suo figlio Kim Jung-Eun. La leadership è passata dal nonno, al padre e infine al nipote, che è mio coetaneo. Il potere è rimasto nella stessa famiglia.

Sebbene non possa esserci un cambiamento immediato in Corea del Nord, alcune cose stanno cambiando nella coscienza internazionale e spero che un giorno questo permetterà di portare alla luce la questione dei diritti umani e di superare la situazione attuale. 
Nel 2013 le Nazioni Unite hanno istituito una Commissione di indagine (COI - Commission of Inquiry) sulle violazioni dei diritti umani nella repubblica popolare democratica della Corea. Ho partecipato ai lavori della commissione e quando i risultati del lavoro sono stati resi pubblici ho fatto sentire la mia voce.

Forse sarà un processo lungo e lento, ma dobbiamo agire subito perché molte vittime stanno soffrendo e morendo in questi campi. Ecco perché credo sia importante raccontare queste cose alla comunità internazionale, fare del mio meglio affinchè la gente conosca questa tragica verità.
Quando ero nel campo non ho mai capito, neanche per un momento, cosa fosse la libertà: non la conoscevo. Col tempo mi sono reso conto che questa parola, libertà, non è qualcosa che si possa insegnare o imparare a scuola. È qualcosa che si sprigiona dal corpo e dalla mente. Mi ci vorrà molto tempo per comprendere appieno o ridefinire il concetto di libertà. 

Uno dei cambiamenti più grandi, è che ora posso vedere il mondo con i miei occhi, decidere con la mia testa e il mio cuore cosa è buono e cosa no e persino quando è il momento di mangiare. Posso mangiare qualunque cosa abbia un gusto buono, tutto ciò che desidero. Questo forse è, in definitiva, il cambiamento più sorprendente della mia nuova vita.

Il mondo deve conoscere i campi per i prigionieri politici, deve sapere le cose tremende che avvengono lì dentro. Questo è ciò che spero.

Isis, il diario della moglie di un jihadista: “Se mio marito muore in battaglia sarò felice e rispettata”

La Stampa
maurizio molinari

Una 26enne malese racconta la sua vita su un blog: «Sono andata volontaria in Siria e ho accettato un matrimonio combinato. Da quel momento è iniziata la mia nuova vita»


.it
Dottore, 26 anni e volontaria jihadista in Siria: è la storia di una donna malese che sceglie il nome di battaglia di Sham, apre un blog su Buzzfeed e racconta come la scelta di combattere nei ranghi dello Stato Islamico (Isis) le ha consentito di coronare il sogno di trovare marito. Buzzfeed è fra i più popolari social network, il suo blog si intitola “Diary of a Muhajirah” e opta per la firma “Bird of Jannah”. I post che mette in rete descrivono le convinzione di avere l’obbligo del pellegrinaggio alla Mecca - l’hijirah - come anche il volontariato in Siria “visto che sono un dottore”.

La giovane donna racconta di aver viaggiato dalla Malaysia alla Turchia, per poi dirigersi verso il confine siriano “lasciando del tutto all’oscuro i miei genitori”. Pensavano che lei stesse andando a La Mecca e invece era arrivata nelle roccaforti di Isis. Dopo due mesi dall’entrata in Siria, Sham afferma di aver accettato di contrarre una “matrimonio combinato con un combattente giunto dal Marocco”. I due accettano l’unione formale senza mai essersi incontrati e quando si vedono, per la prima volta, Sham confessa le “strane emozioni che mi hanno attraversato”.

“Tremavo, ero nervosa, avevo paura quando lui si è presentato dicendo “Salam” - scrive la donna - poi c’è stato un attimo di silenzio, lui si è avvicinato, ha aperto una fessura nel mio Niqab e ci siamo guardati negli occhi, avevo le palpitazioni alle velocità della luce”. E’ stato in quel momento che il jihadista marocchino ha chiesto alla jihadista malese “Ci possiamo sposare oggi, dopo la preghiera di Asr?” . La donna confessa che “dentro di me ho gridato ’No!’ ma poi, per qualche ragione, ho risposto sì”. 

In precedenza il futuro sposo aveva telefonato ai parenti della donna, che si trovano ancora in Malaysia, ottenendo la rituale autorizzazione. “Da quel momento è iniziata la mia nuova vita, con un marito che rischio ogni giorno di perdere sul campo di battaglia - ammette Sham - come avvenuto alla mia amica Umm Habiba, che ha avuto il marito ucciso”. Poco dopo però spiega che “in realtà Umm Habiba è una vedova felice perché sa che il marito è morto da martire, è rispettata, si trucca ed ha anche dei gioielli”. Come dire, lo “Stato Islamico” assicura una vita agiata alle donne che perdono il marito battendosi per il “Califfo Ibrahim”, Abu Bakr al-Baghdadi.

Investita sulla tangenziale di Torino, Amelia cerca casa

La Stampa

La meticcia è stata salvata da un altro cane, poi fuggito. Un altro è deceduto


.it
Ai primi di settembre Amelia ha rischiato di morire. La meticcia, di circa quattro anni, vagava insieme altri due cani sulla tangenziale di Torino. Uno di loro è morto investito da un’auto. Anche Amelia è stata investita. Ma l’altro cane l’ha trascinata a bordo strada, per poi sparire nei campi quando un altro automobilista, che ha assistito alla scena, si è fermato per soccorrerli.

Del cane eroe si sono perse le tracce, mentre Amelia è stata portata al canile “Amici di Mais” di Moncalieri. Nonostante l’accaduto, la cagnolina ha riportato alcune fratture agli arti posteriori. Per fortuna, dicono dal rifugio, nulla di irreparabile: le fratture sono già in corso di guarigione.
Amelia ora cerca una famiglia che le possa regalare molto amore. Ha un carattere molto dolce, è una cagnolina tranquilla. Bisognerà avere solo un po’ di pazienza per vincere la sua timidezza, un po’ dovuta a quanto le è capitato, un po’ per il suo passato: grazie al microchip i volontari sono risaliti al proprietario che teneva la cagnolina in un contesto agricolo dove viveva con altri quattrozampe, ma non aveva molte “attenzioni umane”. Anche per questo il rifugio di Moncalieri si è fatto carico di Amelia. Ed è anche facile da capire guardando i suoi occhi nella foto di questo articolo e in questo video (minuto 4’ 25’’ )

Ricordando che il rifugio si occuperà dell’assistenza sanitaria, chi volesse adottare Amelia può contattare l’Albero di Mais al telefono: 011.640.93.98

twitter@fulviocerutti

Torino, 150 anni fa la prima strage dell’Italia unita

La Stampa
alessandro barbero

Nel 1864 i carabinieri spararono sulla folla che protestava contro il trasferimento della capitale a Firenze anziché a Roma: 55 morti e 133 feriti


Scontri in piazza San Carlo la sera del 22 settembre 1864
Litografia di Giacomelli © Archivio Storico della Città di Torino


poche vicende del Risorgimento sono state rimosse, o travisate, come la strage di Torino del 21 e 22 settembre 1864. Anche chi ne ha sentito parlare, e sono pochi, tende a credere che in città siano scoppiati violenti tumulti per protestare contro il trasferimento della capitale a Firenze.
La vera storia della strage di Torino del 21 e 22 settembre 1864, come emerge dai lavori delle commissioni d’inchiesta, è piuttosto diversa da una protesta contro Firenze capitale. Oggi la documentazione dell’epoca è liberamente consultabile sul sito www.Torino1864.it, una prova tangibile di come la rete possa rappresentare uno straordinario progresso culturale e civile.

La prima cosa che emerge è che i torinesi non protestarono contro il trasferimento della capitale, anche se questo significò per Torino, come già per Napoli e in minor misura per altre città italiane, perdere i ministeri, le ambasciate, la corte, i fiumi di denaro pubblico e la luce dei riflettori, oltre a un decimo degli abitanti. Tutti sapevano che Torino non sarebbe rimasta a lungo capitale, perchè la capitale d’Italia doveva essere Roma; e nelle pubblicazioni di quegli anni si legge già chiaramente la profezia per cui Torino era destinata a cambiare ruolo e a diventare una grande metropoli industriale, «la Lione d’Italia». 

Ma Roma non si poteva toccare, perchè lì continuava a regnare il papa-re, sotto la protezione di Napoleone III. La Francia voleva una garanzia, e il governo Minghetti decise che per dare quella garanzia l’Italia avrebbe trasferito la capitale da Torino a Firenze. Firenze – che per inciso era la città del ministro dell’interno, Peruzzi – poteva avere per l’Italia un valore simbolico non inferiore a Roma, e una volta affrontata l’enorme spesa del trasferimento, si fece capire ai francesi, non se ne sarebbe più parlato per un bel pezzo.

E così, nel settembre 1864 il governo Minghetti firmò con la Francia un accordo che avrebbe dovuto restare segreto, e che invece, giacché siamo in Italia, venne subito divulgato. A Torino un pubblico molto politicizzato si convinse che con quell’accordo il governo aveva promesso a Napoleone III di rinunciare per sempre a Roma; e s’indignò. La sera del 20 settembre la città era piena di gente e di comizi improvvisati; il grido era «La capitale a Roma!». L’indomani, 21 settembre, la folla si radunò davanti al municipio, gridando «Roma o Torino», e bruciando la governativa Gazzetta di Torino che si era pronunciata a favore del trasferimento a Firenze.

Poi un centinaio di scalmanati, «in buona parte monelli» secondo l’inchiesta parlamentare, si trasferì in piazza San Carlo, dov’era la stamperia del giornale, al grido «Abbasso i giornali venduti!». La polizia uscita in forze dalla Questura, che si trovava allora in piazza San Carlo, «assaltò» - è il termine usato nell’inchiesta del municipio - i manifestanti con le sciabole sguainate, ne arrestò molti e li trascinò via continuando a pestarli a sangue, come riferì esterrefatto un ingegnere inglese che aveva assistito ai fatti.

In serata una folla più numerosa si raccolse in via Nuova, l’attuale via Roma, chiedendo il rilascio degli arrestati, al grido di «Abbasso il Ministero!», «Viva Garibaldi!», e «Morte a Napoleone!» Alla folla si erano mescolati molti agenti in borghese, in gran parte ex sbirri borbonici fatti salire da Napoli, che incitavano alla violenza. Peruzzi fece schierare davanti al ministero dell’Interno in piazza Castello due squadroni di allievi carabinieri, tutti forestieri, giovanissimi e inesperti. Riferisce la relazione del municipio che «gli allievi carabinieri, al dire di diverse persone presenti, avevano un contegno molto provocante (sic), che non lasciava presentire niente di buono». Quando la folla sboccò in piazza, gli allievi carabinieri aprirono il fuoco senza preavviso, continuando a sparare sulla gente che fuggiva: si contarono dodici morti e decine di feriti, compresa gente che era seduta al caffè.

Nella notte il governo in preda al panico, persuaso che la guerra civile fosse imminente e la monarchia in pericolo, fece affluire a Torino 20.000 soldati, mentre chiudeva giornali e diffondeva bollettini menzogneri, accusando la città di aver scatenato la rivoluzione. L’indomani, 22 settembre, Torino era in stato d’assedio «come se si fosse a Varsavia», dicono le cronache, ma la gente era al lavoro. Solo alla sera, colla chiusura di botteghe e officine, piazza San Carlo si riempì di folla; i soldati mantenevano l’ordine senza difficoltà, ma all’improvviso gli allievi carabinieri uscirono dalla Questura e aprirono indiscriminatamente il fuoco.

La sparatoria colpì anche le truppe schierate in piazza, che ebbero quattro morti e parecchi feriti, tra cui il colonnello del 17° reggimento. I carabinieri inseguirono la gente che fuggiva sotto i portici, abbattendo dei ragazzi a revolverate; moltissime persone si salvarono correndo verso i soldati, che li lasciarono passare senza sparare. In totale quelle due serate di repressione voluta dal governo per dare l’esempio lasciarono sul selciato 55 morti e 133 feriti gravi. Il più giovane dei morti era un tipografo di 15 anni, il più anziano un vetraio di 75; gli altri, quasi tutti sotto i trent’anni, erano calzolai e carrettieri, falegnami e muratori, ferrovieri e fornai. Il 28 settembre cadde il governo Minghetti, subito definito «il ministero dell’assassinio» in pamphlet pubblicati opportunamente a Lugano.

Prima di dimettersi il governo fece in tempo a diramare al mondo un comunicato in cui dichiarava che a Torino la plebaglia armata aveva aggredito i soldati, i quali erano stati costretti a difendersi; e l’intera stampa italiana stigmatizzò l’egoismo dei torinesi, così poco patriottici da non voler rinunciare al ruolo di capitale. La commissione parlamentare d’inchiesta accumulò così tanti elementi a carico di Minghetti e Peruzzi da rendere inevitabile un processo, ma giacchè questa è una storia italiana la Camera, su proposta Ricasoli, votò contro la prosecuzione dell’indagine. La magistratura militare mandò sotto processo 58 carabinieri, che vennero però tutti assolti.

Che cosa s’impara dalla strage di Torino del 1864? Intanto, s’impara che il Risorgimento non è stato quel fenomeno elitario che oggi spesso si vorrebbe accreditare: il popolo degli operai e degli artigiani era protagonista. Ma soprattutto s’impara che certe cose nel nostro paese non cambiano mai: fra tacite complicità, disinformazione, insabbiamenti e assoluzioni i fatti del 1864 ricordano irresistibilmente quelli del G8 di Genova nel 2001. Un progresso c’è stato: allora le forze di polizia affrontavano le manifestazioni col fucile anziché col manganello. Ma quanto a logiche del potere l’Italia del Risorgimento assomigliava anche troppo alla nostra.

Berlino: non possiamo più accogliere migranti

La Stampa
tonia mastrobuoni

Il ministro dell’Interno tedesco: bisogna aiutare i Paesi europei che ne ospitano di più

.it
Il ministro dell’Interno tedesco, Thomas De Maizière, chiede che l’Europa trovi il modo di distribuire in modo più equo gli immigrati, aiutando i “quattro, cinque Paesi che ne accolgono il maggior numero”. 

Secondo il politico cristianodemocratico, bisogna dimostrare “la solidarietà di cui abbiamo un urgente bisogno, in tutta Europa”, in particolare nei confronti di Paesi come l’Italia. Ma anche la Germania, ha precisato, è tra i partner più afflitti dall’emergenza e “non può continuare ad accogliere profughi”. Per De Maizière “non possiamo risolvere, nel nostro Paese, i problemi della povertà nel mondo”, meglio “contribuire a migliorare le condizioni nei loro”. Al settimanale Spiegel, De Maizière ha spiegato che “se tutti si attenessero alle regole, Paesi come l’Italia, dove arrivano in proporzione molti più immigrati”, ne potrebbero venire in parte “sgravati”.

In una lettera alla Commissaria europea agli Interni Cecilia Malmstroem citata dal settimanale, De Maizière aveva già chiarito all’inizio del mese che tuttavia è importante che l’Italia “individui velocemente i rifugiati che hanno il diritto di chiedere una protezione internazionale da coloro che non hanno questa possibilità è devono essere rimpatriati nei Paesi di origine”. Nei giorni scorsi il governo tedesco ha resto più stringenti le regole per chi proviene ad esempio dai Balcani occidentali: per chi arriva da Serbia, Macedonia e Bosnia, dichiarati ormai Paesi “sicuri”, non potrà più valere lo status di rifugiato.

L’Austria invece sta valutando la sospensione temporanea di Schengen e la reintroduzione dei controlli lungo la frontiera con l’Italia per fermare l’esodo di profughi verso nord. Quest’anno sono infatti 4.700 gli stranieri fermati in Austria. Quasi tutti sono stati respinti in Italia, solo 300 hanno chiesto asilo politico in Austria. Il ministro degli interni Johanna Mikl-Leitner e alcuni governatori non escludono la reintroduzione dei controlli di frontiera al Brennero e a Tarvisio, mentre c’è addirittura chi vorrebbe inviare al confine l’esercito.



Che fare di 32 milioni di “migranti climatici”?

La Stampa

federica ciavoni
05/07/2013


Il Cir lancia l’allarme sul mancato riconoscimento giuridico di chi è costretto ad abbandonare il proprio paese a causa di un disastro ambientale


.it
Ormai sono più di 32 milioni le persone che non possono tornare nelle loro case ma non hanno diritto al riconoscimento di rifugiato stabilito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, che nasceva per proteggere quanti erano costretti a lasciare i loro paesi a causa di persecuzioni. Stiamo parlando dei migranti climatici, oggi in aumento in molte parti del pianeta, costretti ad abbandonare le loro terre a causa di cambiamenti ambientale: uragani, innalzamento del livello del mare, tsunami, terremoti, alluvioni e desertificazioni. Cambiamenti che possono essere temporanei o permanenti. 

Nel 2012 l’Africa contava 8,2 milioni di eco-profughi. La situazione peggiore. I movimenti della popolazione causati dai mutamenti climatici rappresentano il 98% dello spostamento globale delle persone. I numeri più alti si registrano in India, dove nel 2012 ci sono state quasi 7 milioni di persone sfollate a causa di alluvioni e piogge cicloniche, e in Nigeria, dove nello stesso anno a causa di inondazioni durante la stagione delle piogge si contano più di 6 milioni di persone scappate sotto la pressione questa minaccia. Una buona fetta di questa popolazione si trova anche in paesi occidentali, in particolare negli Stati Uniti colpiti da una serie di uragani negli ultimi anni.

Ma in moltissimi casi, come riferisce l’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC), si tratta di paesi già oppressi da conflitti e povertà diffusa che diventano aggravanti importanti in situazioni ambientali critiche, paesi come la Nigeria, il Pakistan, con quasi 2 milioni di profughi nel 2012 e il Sud Sudan che ne ha contati 340 mila nello stesso anno. Anche in questi casi IDMC sottolinea una sostanziale disparità tra paesi ricchi e paesi del sud del mondo. Negli Stati Uniti la risposta assistenziale iniziale per gli sfollati dell’uragano Sandy è stata positiva, mentre ad Haiti dopo tre anni centinaia di migliaia di persone ancora vivono ancora in tende improvvisate. E sono molti i paesi in cui provvedimenti intempestivi e non adeguati hanno lasciato le popolazioni colpite a loro stesse.

I numeri e i fatti parlano chiaro, ma cosa succede loro? Cosa succede a quanti sono costretti non solo a lasciare le loro case, ma ad emigrare in un altro stato? Uno delle organizzazioni umanitarie più attive in questo campo, il Consiglio Italiano per i Rifugiati, esprime grande preoccupazione per l’assenza di risposte convincenti su questo tema da parte degli organismi internazionali e dagli stati. L’attuale quadro legislativo fa di questi migranti degli “invisibili”: non c’è alcuna risposta di protezione né un sistema improntato alla gestione e difesa di questi “nuovi” flussi. Sono solamente 2 i paesi in Europa che si sono dotati di un quadro normativo al riguardo: la Finlandia e la Svezia.

In questi Stati le persone che non possono tornare in modo sicuro nei loro paesi di origine a causa di disastri ambientali possono ottenere una protezione temporanea o una protezione umanitaria permanente. Gli Stati Uniti prevedono una protezione solo temporanea per le persone vittime di disastri ambientali provenienti da paesi in cui ci sia un notevole, ma temporaneo, disfacimento delle condizioni di vita; o nel caso in cui un paese sia temporaneamente incapace di affrontare il ritorno di suo cittadini; oppure anche quando un paese straniero richieda ufficialmente questa protezione.
E nel resto del mondo? Il CIR si dichiara convinto che questa sia una delle sfide di questo secolo.

Senza strumenti adeguati cosa faremo di milioni di persone costrette a fuggire dai propri paesi di origine, senza poter tornare, ma che al contempo non hanno alcuna possibilità di residenza legale in un altro luogo del mondo? Come la seconda guerra mondiale ha costretto il mondo ad aprire gli occhi sul dramma dei rifugiati portando alla nascita della Convenzione di Ginevra, questi progressivi disastri climatici devono portare a una nuova consapevolezza internazionale e quindi a strumenti di protezione per gli eco profughi. Si deve ricordare infatti che questi disastri ambientali sono provocati dall’uomo e che la comunità internazionale e gli Stati non stanno agendo con la dovuta risolutezza per fermarli. C’è bisogno di un’assunzione di responsabilità internazionale.

Rione Traiano, c’è un altro latitante

Corriere del Mezzogiorno

Lo Stato (che non c’è) nel quartiere di Davide


NAPOLI - L’arresto di Arturo Equabile, il latitante che i carabinieri sostengono fosse sullo scooter con Davide Bifolco la notte in cui il ragazzo fu ucciso durante un inseguimento, segna (finalmente) il ritorno dello Stato al rione Traiano. E, dunque, non si può che salutare con soddisfazione la fine della fuga di un ricercato che, mentre le forze dell’ordine gli davano la caccia, se ne andava tranquillamente in giro a rilasciare interviste. Il ritorno dello Stato, del resto, questo giornale l’aveva chiesto con forza. E non con operazioni dal sapore demagogico e di facciata, come quella del sequestro della cappella abusiva tirata su dagli amici di Davide.

Pretendevamo, insieme a tanti napoletani perbene, un segno concreto del ripristino della legalità in un rione dal quale per dieci giorni carabinieri e polizia si sono dovuti tenere fuori nascondendo le divise. Era meglio prendere il latitante, abbiamo scritto l’altro ieri, e siamo quindi i primi a renderne il merito agli inquirenti e al prefetto di Napoli che sempre su questo giornale, domenica scorsa, l’aveva promesso: «Lo Stato tornerà a rendersi visibile».

Credere che l’arresto di Arturo Equabile segni in qualche modo un ritorno alla normalità sarebbe però un grave errore. Lo Stato infatti non è solo capacità di repressione del crimine, non è solo controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine. E, dunque, identificare il ritorno delle divise con il ritorno delle istituzioni sarebbe un errore. Ci sono infatti altri due volti dello Stato che mancano ancora all’appello. Il primo è la giustizia.

Non solo la famiglia di Davide e il rione Traiano, ma tutti noi abbiamo il diritto di chiedere giustizia, pretendere un’indagine minuziosa, conoscere la verità (qualunque essa sia) su ciò che è accaduto quella notte. S’è trattato di una tragica disgrazia, di un drammatico errore? O, al contrario, il carabiniere poteva non sparare quel colpo? È una risposta che si deve, nei tempi più rapidi possibili, per evitare che su questa storia aleggino ombre e restino indefiniti i contorni delle responsabilità. Ma c’è un altro volto dello Stato che è ancora, e da troppo tempo, latitante al rione Traiano.

Manca uno Stato del welfare che fornisca assistenza sociale, servizi, scuole funzionanti, che non lasci la Chiesa da sola ad operare in un territorio di frontiera, che offra spazi di aggregazione, che si batta sul terreno culturale ed ideale per evitare che i ragazzi abbiano come soli modelli i bulli che scorrazzano per il quartiere di notte dopo essersi fatti una canna o aver tracannato vodka. Un’aiuola alla memoria di Davide non può essere davvero l’unico gesto di attenzione da parte di Comune, Provincia, Regione, Stato.

E solo quando anche questo Stato latitante tornerà, solo quando il rione Traiano non sarà inteso come un ghetto del quale occuparsi esclusivamente per fatti di sangue, solo quel giorno si potrà parlare di ritorno alla normalità. E, chissà, magari allora quel ferroviere in pensione che abita nel rione non sarà più costretto a raccomandare ai due figli poliziotti che lo vanno a trovare la domenica di presentarsi in borghese «perché qui c’è brutta gente».

20 settembre 2014

Uganda, profilattici gratis contro l'Aids. Ma i cittadini protestano: «Sono troppo piccoli»

Il Mattino
di Federico Tagliacozzo

.it
E' la dimensione che conta, almeno quando si tratta di preservativi in ​​Uganda. In lotta contro la diffusione dell'Hiv, il governo del paese africano ha provveduto a far distribuire gratuitamente profilattici presso la popolazione. Molti uomini hanno però protestato perché le dimensioni dei profilattici sono troppo piccole e hanno invitato le autorità a fornirne di più grandi.

«Alcuni giovani si sono lamentati perché i preservativi sono troppo corti e il loro organo ha difficoltà ad indossarlo», ha dichiarato il deputato Merard Bitekyerezo alla Ntv Ugand News. Tom Aza, un altro politico locale, ha dichiarato alla stazione televisiva che «spesso il profilattico scoppia durante il rapporto a causa delle dimensioni troppo ridotte. Uomini che hanno organi sessuali più grandi hanno il diritto ad avere condom più grandi».

L'Uganda è un paese dove l'Hiv è stato contratto dal 7% della popolazione pari a circa 1,4 milioni di persone. Di questi, 200mila sono bambini. Più di 60mila ugandesi muoiono di Aids ogni anno.
sabato 20 settembre 2014 - 19:30   Ultimo agg.: 19:31

Talens, dalla Campania gli occhiali intelligenti che sfidano Google

Il Mattino
di Diletta Capissi

Pietro Carratù è un ingegnere elettronico di 47 anni, CEO di Youbiquo, una società nata nel dicembre scorso a Cava dei Tirreni e con prossime sedi al centro direzionale di Napoli ed a Nocera Superiore. Youbiquo significa l'unione tra l'ubiquità e i sistemi che vivono insieme alla persona, un dispositivo che riconosce il linguaggio naturale e risponde alle domande.
.it
La Youbiquo ha prodotto un paio di occhiali “a realtà aumentata” denominati Talens Smart Glasses: “riconoscono” cosa sta guardando chi li indossa, comprendono una eventuale domanda e rispondono in maniera pertinente. Con Carratù ci sono il salernitano Angelo Gennatiempo, 43 anni, esperto di dispositivi elettronici; Chiara Mannella, 50 anni di Caserta, esperta di marketing e design di prodotto, e infine il giovane Luciano Pentangelo, 29 anni, laureato in informatica di Castel S. Giorgio, sviluppatore di software.

«Ci occupiamo della realizzazione di dispositivi elettronici miniaturalizzabili - spiega Carratù - del software che li rende intelligenti e con funzioni connesse alla nostra vita quotidiana».
«Lavoro da circa 10 anni nel settore della ricerca scientifica - spiega - scrivo progetti per aziende in collaborazione con l'Università. Ad un certo punto ho pensato di scriverne uno anche per me. Mi ha spinto anche il fatto che una piccola impresa spesso è poco concentrata sui prodotti e più sulle relazioni».

Si potrebbe fare una battuta: troppo attempatelli per una start up... Carratù non si scompone: «In effetti questa è una delle anomalie. Da tempo collaboravamo a diversi progetti, poi ci è venuta l'ispirazione. Abbiamo presentato il progetto alla Battaglia delle Idee a Castel dell'Ovo, ci siamo classificati tra i primi quattro. Poi abbiamo partecipato al bando Smart&Start di Invitalia, siamo stati selezionati ed avremo un finanziamento di 120mila euro. Siamo anche stati selezionati a Techub».

VIDEO - Samsung presenta a Berlino i nuovi modelli della linea Galaxy Note

«Noi siamo un modello di start up internazionale - spiega ancora Carratù - con un piano di costi e ricavi crescente con una quota solo del 20% destinata al mercato italiano. Il progetto nasce per le grandi aziende internazionali, infatti abbiamo partecipato negli Stati Uniti ad una fiera dell'aeronautica, poi abbiamo fornitori a Taiwan per la parte elettronica. Adesso siamo in contatto con investitori cinesi interessati a commercializzare il prodotto». Un settore già affollato con un big che spadroneggia: i Google Glass. «Esistono 7-8 produttori nel mondo - aggiunge Carratù - ma noi abbiamo cambiato il modello rispetto ai nostri competitors. Gli occhialini sono la punta dell'iceberg, è quello che l'utente vede ma che in futuro non vedrà più perché il nostro prodotto è concepito per la manutenzione di apparati complessi di grandi aziende.


Un esempio? «Per aziende come Telecom diventa un valore aggiunto. Un operaio che deve aggiustare un radar o una centralina elettronica ha la necessità di consultare il manuale per verificare la corretta procedura. Bene, indossando gli occhiali e guardando in direzione della centralina pone delle domande e riceve risposte». Insomma è una sorta di audioguida «che ti segue passo dopo passo nell'intervento - incalza Carratù - possono essere utilizzati anche come guida museale: riconosce il quadro quando ti avvicini e dà le informazioni». Il progetto rispetto agli altri modelli in circolazione ha un qualcosa in più. «Noi vendiamo tutta l'intelligenza software che serve a collegare gli occhialini ai sistemi aziendali. In genere è un processo costoso perché chi prende questi occhiali deve interfacciarsi con l'azienda; noi abbiamo facilitato questo processo, creando una serie di applicazioni informatiche che rendono più o meno automatica questa interconnessione.

È un sistema di informazioni che si indossa, lascia le mani libere al tecnico che deve intervenire, acquisisce informazioni e fa domande all'apparato. Poi agisce ascoltando le risposte». I Talens Smart Glasses hanno già trovato un loro mercato. «Telecom ci ha chiesto questo dispositivo assieme alla Fedex, una società di logistica. Con Fiat e l'Università di Cassino stiamo provando un uso degli occhiali nelle catene di montaggio. Il nostro sistema migliora la vita del lavoratore». Un'azienda giovane, un progetto ad altissimo contenuto di tecnologie. «Abbiamo chiesto affidamenti bancari per accelerare il progetto. La nostra è un'anomalia che si è trasformata in vantaggio: ci definiamo imprenditori seriali, è un termine che si usa per i professionisti con esperienze internazionali».

Quel grattacielo italiano rimasto incompiuto a Dubai

Cristiano Gatti - Sab, 20/09/2014 - 09:31

Si affaccia sul mare, si chiama "Dolce vita", ma da anni i lavori sono fermi. Sembrava un business: 150 appartamenti già venduti. Peccato che non ci siano

.it
Nel fantasmagorico skyline di Dubai, tutto grattacieli arditi e cristalli abbaglianti, spicca al ribasso un mozzicone di tredici piani, mezzo costruito e mezzo abbandonato, a seconda dei punti di vista. Sta lì ormai da cinque anni, posizione di prestigio, direttamente sul mare, ineffabile cantiere-monumento alle illusioni della rapida ricchezza e della rapida disillusione. Si chiama «Dolce Vita», richiamo quasi onomatopeico alle sue suadenti promesse. Oggi però ci vuole del fegato per chiamarlo ancora così: conoscendo la sua storia, è più che altro «Vita d'Inferno».

Tanti soldi e tanta rabbia d'Italia, in questa impresa nella nuova terra promessa. Il grattacielo ha le sue fondamenta vere nei primi anni del nuovo secolo, quando crisi e bolla immobiliare erano vocaboli ancora ostrogoti. In quel tempo felice e spensierato, investire in un grattacielo a Dubai era quasi doveroso. Anche un po' status-symbol. Regime fiscale favorevole, rivalutazioni vertiginose degli investimenti, divertimenti e futuro radioso. Il nuovo mondo con il suo ancestrale richiamo.
Agli inizi del 2007, un gruppo di otto amici italiani riceve l'offerta di comprarsi un grattacielo di prossima costruzione.

Certo, il «Dolce vita». In tutto 27 piani, con 286 appartamenti e 13 negozi, più o meno 60 milioni il valore dell'opera. Il costruttore è del posto, il governo stende tutte le passatoie: le porte sono sempre spalancate per chi voglia contribuire con i suoi mattoni (e i suoi euro) al boom. Gli italiani si guardano negli occhi e decidono di lanciarsi. Tra di loro Antonio Conte e il suo inseparabile fratello Daniele. Viene formata una società, la «Dubai Business». Questa società affida poi la vendita delle singole abitazioni alla Ellebiemme di Treviglio (Bergamo), marchio di uno stesso socio della «Dubai Business», quel Luca Mulino che nel 2005 aveva già gestito la vendita di un altro grattacielo, il prestigioso «Mag 218», 60 piani a bucare le nuvole. L'operazione viene varata: 2,5 milioni di acconti per l'avvio dei lavori e impegno tassativo a consegnare le chiavi per la fine del 2009.

Sembra veramente tutto a posto. Mentre partono le prime ruspe, gli appartamenti vanno via come il pane. Poche settimane e Mulino ne vende 150 in giro per l'Italia. Il singolo acquirente versa l'acconto e poi paga rateizzando, a mano a mano che la costruzione sale. Con un vantaggio concesso da Dubai: il rogito è immediato, cioè la proprietà è totale da subito. Sembra veramente l'investimento perfetto. L'investimento da sogno. Pochi infatti comprano per andarci. A fare gola è soprattutto il rendimento: il valore immobiliare, in quella stagione felice, si moltiplica di mese in mese, potremmo dire di ora in ora, di minuto in minuto. Le precedenti esperienze, degli altri grattacieli, sono lì a confermarlo, con i loro numeri da bava alla bocca. La leggenda di Dubai non delude mai.

Purtroppo, in tutte le belle leggende prima o poi arriva l'accidente che si mette di traverso. In questo caso, sono due. Il primo affiora subito, quando il costruttore si accorge di dover rifare la palificazione sulla quale sorgerà il grattacielo: piantati i 360 pali previsti a 16 metri di profondità, le verifiche dimostrano che la costruzione non starebbe in piedi. Ferma tutto e ricomincia da capo: si scende fino a 32 metri. L'intoppo occupa di fatto tutto il 2008, facendo perdere parecchio tempo e parecchi soldi al costruttore. Poi arriva la seconda mazzata, che tutti conosciamo bene: si chiama crisi mondiale. Fine della favola: nell'ottobre 2009, a due mesi dalla consegna del «Dolce Vita» chiavi in mano, con 25 milioni già versati dai compratori, del «Dolce Vita» non c'è nemmeno il primo piano. Peggio. Siccome le sciagure non arrivano mai sole, non c'è più nemmeno il costruttore: fuggito, scomparso nel nulla, senza lasciare traccia.

Da quel giorno, la bella illusione del «Dolce Vita» diventa una maledetta faccenda legale e un avvelenato intrigo internazionale. Avrei bisogno di volumi interi per descrivere fatti e personaggi che si susseguono nella vicenda, col cantiere a passare di mano in mano, fino a un'altra società con radici italiani, del modenese, la stessa fra parentesi sempre in attesa di costruire la famosa «Pavarotti Tower». Mi limito al nocciolo della questione: attualmente il «Dolce Vita» ha soli 13 piani. Ne mancano ancora 14, ma i lavori sono fermi da molto tempo. Il mozzicone aspetta di entrare nello sky-line di Dubai con piena dignità, ma cinque anni dopo nessuno sa dire quando davvero ci arriverà.
Nel frattempo, è umano, l'estenuente attesa e le allarmanti inchieste giornalistiche seminano il panico tra gli acquirenti. Chi ha versato 100mila, chi 200mila, chi 250 mila euro.

Tutti regolarmente proprietari di un appartemento che esiste solo sulla carta. Alcuni, esasperati, passano alle vie legali, denunciando per truffa l'agente immobiliare che li ha portati all'affare, Luca Mulino. Per lui è una colossale Waterloo. Cornuto e mazziato, direbbe Totò. Si sorbisce cinque processi, ma contemporaneamente è a sua volta titolare (come socio della «Dubai Business») di oltre cento appartamenti ancora inesistenti. «In poco tempo ci ho rimesso un sacco di soldi - racconta adesso, con le “Iene” sottocasa -, ma soprattutto ci ho rimesso la reputazione. I nostri clienti hanno mille ragioni, ma io sono dalla stessa loro parte, dalla parte dei danneggiati». Mostra le sentenze del Tribunale di Bergamo che lo assolvono ogni volta «perché il fatto non sussiste». E' un uomo d'affari frastornato. È un uomo avvilito.

Oggettivamente, questa non è la solita truffa all'italiana, con un truffatore che vende case inesistenti, raccoglie i soldi dai clienti babbei e poi sparisce con la segretaria a Santo Domingo. Qui il grattacielo c'è, anche se solo a metà. Le proprietà delle case ci sono, come da rogiti notarili. E c'è pure l'agente immobiliare, che non si è dato a precipitosa fuga, ma continua la battaglia per portare al tetto l'interminabile sfida. Eppure sono tutti inferociti.

Adesso il giallo è nelle mani del governo di Dubai. In prossimità dell'Expo 2020, certo non permetterà che il suo faraonico paradiso si mostri al mondo con un mozzicone a mezz'aria. È verosimile che affidi la fine dei lavori a qualche costruttore di fiducia. Presto o tardi, i legittimi proprietari riceveranno materialmente le loro case. Basta un anno di lavoro, non di più. Ma al momento la tremenda partita a scacchi è ferma, in attesa di decisioni dall'alto.

C'è però una morale, neanche tanto nuova. Quando l'odissea sarà terminata, godendosi il panorama dalle vetrate del loro bilocale, tanti italiani manderanno a memoria una vecchia regola economica, troppe volte ignorata: ogni investimento, anche il più luccicante, si porta dietro un rischio. Chi non risica non rosica, diciamo noi ottimisti. Ma alle volte chi risica ci lascia la zampa, e non è più «Dolce Vita».

Un sogno chiamato titanio: così nasce la bici del futuro

Antonio Ruzzo - Dom, 21/09/2014 - 07:00

Alla Passoni di Vimercate servono otto settimane per produrre ogni telaio Gioielli di stile e tecnologia fatti su misura. Il costo? Anche 25mila dollari


Forse era destino. Perchè il Ghisallo, per chi ha la «malattia» del ciclismo, non è solo una salita ma la via del pellegrinaggio. Forse era destino è infatti fu proprio su quei tornanti che salgono da Bellagio che, anni fa, Luciano Passoni, cresciuto in Brianza a pane e ciclismo con quell'Ernesto Colnago che conosceva dall'eta di 13 anni, una mattina pedalando s'imbattè in un ingenere bergamasco in scarpini e braghette che saliva verso il santuario su una bici di titanio.

.it
Sì, titanio. Nell'epoca dei tubi in acciaio e alluminio il carbonio era ancora un'ipotesi e il titanio pure. Anche se Amelio Riva l'aveva studiato e lo usava già da un pezzo nelle sue progettazioni aeronautiche e di automotive. Fu la «scintilla». Quella bici fiammante che Riva si era costruito per sè divenne il chiodo fisso e il business di Luciano Passoni. Una vita fa. Oggi da Robbiate, dov'era una volta, la Passoni è a Vimercate ed è diventato un avamposto tutto italiano contro la crisi. Un avamposto di lusso, perchè le 300 bici che ogni anno escono dalla «fabbrichetta», come dicono da queste parti, sono veri e propri gioielli di stile e di tecnica.

«La nostra sfida deve per forza essere questa- spiega il responsabile commerciale Danilo Colombo- Sappiamo di non poter competere sui numeri con i grandi marchi e quindi puntiamo tutto su un prodotto di altissima qualità e completamente italiano. Anche perchè fa parte del nostro dna». E basta mettere il naso dentro all'«officina» per capire che qui la bici da corsa fa storia a sè. «Chi viene qui cerca una bici unica- spiega Colombo- Viene per costruirsela su misura. E'come se andasse da un sarto per farsi tagliare un vestito addosso». E infatti il primo passo è il centro di biomeccanica dove vengono prese misure e angolazioni che poi, cad e computer, traducono sul taglio dei tubi e sugli angoli di saldatura.

C'è una macchina che è una bici senza ruote che si regola in ogni direzione; c'è una telecamera che ferma le immagini delle pedalate e poi ci sono una serie di numeri e grafici che stampati finiscono nelle mani dei meccanici. Acciaio, carbonio ma soprattutto titanio. «E il materiale che molti ci chiedono e che è un po' la caratteristica delle nostre bici- spiega Colombo- É leggero ma soprattutto molto elastico e ciò permette alla bici di assorbire con più facilità le sollecitazioni e le vibrazioni. I test che alcuni professionisti hanno fatto ce lo hanno sempre confermato soprattutto quando si percorrono tanti chilometri».

E tra i «pro» che sulle Passoni ci pedalano c'è anche Diego Caccia che oggi lavora per l'azienda di Vimercate ma fino a un paio di anni fa «faticava» in gruppo al Giro, al Fiandre, alla Liegi Bastogne Liegi. Era l'uomo delle grandi fughe al Lombardia o alla Sanremo, tirate da 200 chilometri in solitaria a spingere rapportoni impossibili, oggi è un po' l'uomo «pr» della Passoni. «Le nostre sono bici da appassionati- spiega- Se un cliente vuole vedere come le costruiamo lo andiamo a prendere, lo portiamo qui e progettiamo la bici insieme. Poi magari usciamo anche a pedalare...». Otto settimane per un sogno. Otto settimane perchè una Passoni immaginata, pensata, progettata e costruita arrivi tra le mani del nuovo proprietario.

E basta dare un'occhiata a come lavorano i tecnici dell'officina per capire perchè. Qui non ci sono catene di montaggio. Il foglio di titanio viene piegato, tagliato, saldato sia all'interno e sia all'esterno e poi finisce in una «campana» speciale per la saldatura sottovuoto. E siamo solo all'inizio. Si cambia la morsa e tocca i fresatori togliere tutte le tracce delle saldature. Un lavoro certosino e delicato perchè le frese devono «limare» ma non troppo e il risultato finale è un telaio che sembra un pezzo unico: «monoscocca» direbbero gli esperti. «Il resto del montaggio- spiega Colombo- dipende da cosa ci chiedono i clienti.

Noi puntiamo tutto sui prodotti italiani. Dai movimenti Campagnolo, alle Selle Italia ai mozzi in ceramica alle ruote a profili alti la nostra filosofia è quella di assemblare una bici che sia completamente italiana. I costi? Dipende, non c'è una regola. Ogni bici fa storia a sè perchè è il cliente che decide come sarà. Ma abbiamo venduto anche bici da 25mila dollari...». E così quando esci dalla Passoni e ti arrampichi dopo qualche chilometro sulla salita che porta a Montevecchia vedi dall'alto la Brianza. Una volta terra di mobilieri, oggi anche di «gioiellieri» che costruiscono biciclette.

Da Milano a Varese Una storia d'asfalto lunga novant'anni

Redazione - Dom, 21/09/2014 - 07:00

Il 21 settembre del 1924 veniva inaugurata la A8 Oggi la celebrazione con un corteo di auto d'epoca


Il casello era una sbarra che l'addetto sollevava a mano uscendo da una casupola minuscola per riscuotere le 20 lire del pedaggio.



Due pali biancorossi con alla sommità due innovativi pneumatici Pirelli e un cartello sospeso che intimava l'Alt spalancavano, 90 anni fa a Milano, i 43 chilometri di asfalto nuovissimo della prima autostrada del mondo. Era il 21 settembre del 1924 e a inaugurare la Milano-Varese fu una Lancia Trikappa guidata da Piero Puricelli, ideatore e realizzatore del progetto che aveva al fianco il re Vittorio Emanuele III.

La prima via al mondo a pedaggio «per sole automobili» era passata in soli 500 giorni di lavori dall'utopia di un pioniere alla realtà di un'opera rivoluzionaria che avrebbe cambiato per sempre il modo di viaggiare in auto. Non più curve continue in mezzo ai boschi coi conducenti impegnati a dribblare carretti a cavalli e passeggeri in contemplazione di panorami e monumenti nell'attraversare decine di piazze di paese. Sull'autostrada il viaggio è veloce, tutto d'un fiato, su una strada liscia e dritta senza polvere e buche.

Pochi allora intuirono la portata della novità, in tanti invece si chiesero perplessi che senso avesse quell'opera faraonica con ben 35 ponti e 71 sottopassi voluta dal regime fascista (Mussolini in persona diede il primo colpo di piccone e fissò in 500 giorni il tempo di realizzazione, pienamente rispettato) considerando che nell'Italia di allora circolavano poco più di 80mila automobili. Scommessa vinta alla grande: l'A8 che festeggia oggi il novantesimo compleanno vede passare ogni giorno una media di 40mila e si prepara all'Expo.

Così, nel giorno esatto del compleanno, la festa con un corteo di cento auto e moto storiche che percorreranno di nuovo la Milano-Varese. Si tratta di vetture e moto anteguerra che rappresentano la produzione italiana, francese, americana, tedesca. Si va dalla centenaria Lancia Theta (1914) all'Isotta Fraschini Tipo 8 Torpedo Sport Castagna (1923), dalla T23 Brescia costruita dal milanese Ettore Bugatti (1923) all'americana Hudson Couch Super Six. Poi Ford A Roadster e Tudor e la più aristocratica delle inglesi, la Rolls Royce Twenty. Le francesi sono presenti con Citroen B14, C6, Salmson Rally e Amilcar C4 SS.

Ma le regine saranno le rappresentanti del più straordinario made-in-Italy: Le Alfa Romeo 6C 1500 compressore, le Fiat 514 spider, coupè e torpedo, le Balilla berlina 3 marce e la sportiva Coppa d'Oro e le Lancia di quel periodo, Lambda, Augusta, Aprilia e Artena. Spiccano anche la celebre Fiat 2800 Ministeriale Torpedo, la Bugatti 57 e la piccola e seducente Topolino, Fiat 500 A. E, anche se l'autostrada era stata pensata per le sole auto, presto si aggiunsero gli ardimentosi in motocicletta che saranno ricordati nel corteo specialmente dalle lombarde Moto Guzzi: Sport 13, 14 e 15, poi i sidecar. Partenza da Milano alle 10 dal palazzo della Regione, arrivo a Varese alle 11.30 in piazza della Repubblica.