giovedì 18 settembre 2014

Svizzera, famiglia eritrea costa 50mila euro al mese alle casse comunali: il sindaco costretto ad aumentare le tasse

Il Messaggero
di Federica Macagnone

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C'era un tempo in cui nella cittadina di Hagenbuch, nel cantone svizzero di Zurigo, si “viveva bene”. I suoi mille abitanti potevano godere di aria sana, tranquillità e tasse adeguate ai guadagni. Insomma tutto funzionava a orologio. Poi tre anni fa sono arrivati loro: una famiglia eritrea, una mamma con i suoi sette figli, e la situazione finanziaria del piccolo paesino ha subito il tracollo. Conti alla mano, l'amministrazione locale ha dichiarato che per tutte le spese per la famiglia, ogni mese le casse si svuotano di 50mila euro. «Non sappiamo più cosa fare - ha dichiarato Therese Schläpfer, il sindaco di Hagenbuch - saremo costretti ad aumentare le tasse»

Una spesa esagerata? Può essere ma la famiglia godrebbe di agevolazioni che si traducono in un terzo del bilancio annuo del paese. Le spese punto per punto consistono in: 30mila euro per quattro bambini che vivono in orfanotrofio, 16mila per gli assistenti sociali, oltre 2mila di sussidio e 1600 euro per l'affitto e le bollette di casa. Per la famiglia vengono mobilitati assistenti sociali e baby sitter per un totale di sei ore al giorno per sei giorni la settimana. La mamma eritrea e i suoi sette figli sono arrivati a Hagenbuch tre anni fa e sono in possesso di un visto che permette loro di rimanere in Svizzera per cinque anni, con la possibilità di estendere la durata del soggiorno.

Fin da subito l'amministrazione comunale si era detta pronta a coprire le spese per l'affitto e per il soggiorno. Poco dopo la donna si era ripresentata da loro perché non riusciva a gestire i suoi figli e aveva bisogno di un aiuto: da qui le spese per gli assistenti sociali e per l'orfanotrofio che costa 7.500 euro a bambino. Agli amministratori non è rimasto che aumentare le tasse esclusivamente per coprire i costi delle prestazioni per la famiglia: cinque per cento in più su ogni servizio comunale. Il malcontento cresce e i residenti storcono il naso ma per il primo cittadino non c'è soluzione: «Se non prendiamo questo provvedimento - ha detto il sindaco - fra qualche anno avremo le casse svuotate».

Mercoledì 17 Settembre 2014, 19:37 - Ultimo aggiornamento: 18 Settembre, 00:43

Viaggio nella Babele di Baranzate. “I cartelli? Sono scritti in cinque lingue”

La Stampa
alberto mattioli

Con 12.000 abitanti e oltre 70 etnie è il paese con più immigrati d’Italia. Don Paolo: “Qui l’integrazione non la teorizziamo, la viviamo”



Michelle, 52 anni, dal Benin, laureato in economia e commercio in Francia, fa il magazziniere a Caronno Pertusella, vive insieme alla famiglia (moglie Rita e figli Lio, Carolle, Ornella e Matteo) da 24 anni in Italia.
La foto di Bruno Zanzottera è esposta alla mostra Il mondo in casa a cura di Anna Pozzi al Parallelozero Cafè di Milano


In via Gorizia, che sarebbe poi la Main Street del paese, si incontrano un Internet point che dall’abbondanza di dieresi dell’insegna si direbbe turco, un macellaio arabo, un kebabbaro-pizzaiolo pure arabo, una lavanderia che fa anche il money transfer, un parrucchiere cinese, i «Sapori di Romania», un minimarket dello Sri Lanka, due bar gestiti da cinesi e un gatto, apolide per definizione. L’edicola di Davide Lombino, siciliano di seconda generazione, vende i giornali arabi e la rivista Jeune Afrique.

Baranzate, prima periferia di Milano, non è solo uno dei soliti paesoni-dormitorio con quei nomi lombardi che non si capisce mai se siano un participio passato o la seconda persona plurale dell’imperativo presente. È anche il comune più multietnico d’Italia, benché si discuta se le nazionalità rappresentate siano attualmente 72 o 74. In ogni caso, moltissime.

Su 11.538 abitanti, gli stranieri sono il 30,6%, equamente divisi in quattro aree di provenienza: l’Europa dell’Est (albanesi, romeni, moldavi e così via), l’Asia (soprattutto cinesi e cingalesi), l’Africa (maghrebini ma anche molti neri, specie senegalesi) e l’America latina. Le istruzioni per la raccolta differenziata sono scritte in cinque lingue, cinese, arabo, inglese, spagnolo e italiano, «anche se io preferirei il milanese», dice il sindaco, Giuseppe Corbari, e non perché sia leghista (anzi, lista civica apartitica) «ma perché sono uno dei pochi che ancora lo parlano». Eppure amministra Babele. Via Gorizia è la strada più multietnica d’Italia, tanto che ha dato il nome a un’emissione di Radio Popolare (Gorizia 59, perché all’epoca tante erano le nazionalità censite), è stata studiata a livello universitario ed è citata in un manuale di geografia.

La sorpresa è che la convivenza, tutto sommato, funziona. «L’integrazione qui non la teorizziamo, la viviamo», dice Paolo Steffano, 49 anni, da dieci a Sant’Arialdo, la parrocchia della parte più multietnica del paese. Giura: «L’immigrazione non è necessariamente sinonimo di disastro». Basta organizzarsi. Alle sue messe la prima lettura è in spagnolo o in cingalese e all’oratorio animatori e ragazzi musulmani pregano sì, ma prosternati verso la Mecca. Il solito irenismo? «Macché. Ho messo subito in chiaro che l’oratorio è un ambiente cristiano. Non c’è quel perbenismo finto buonista per cui nessuno mangia il maiale perché gli islamici non lo possono mangiare. Benissimo il panino con il salame.

Però quando andiamo in campeggio non posso dire al ragazzino arabo: tu stai a casa perché sei musulmano. Infatti viene, non mangia il maiale e fa la sua preghiera. E per il resto si diverte moltissimo». La Caritas organizza corsi serali d’italiano. Ma distribuisce anche molti aiuti. La crisi colpisce duro, «ma colpisce tutti, italiani compresi», dice il parroco. In effetti, girando per le strade del paese che, dispiace dirlo, è di rara bruttezza perfino per i non lieti standard della banlieue milanese, stupisce la massa di cartelli «affittasi» e «vendesi». «È un quartiere di passaggio - spiega don Paolo -, il turnover nelle abitazioni è forte. E poi, sì, c’è molta gente che ha perso il lavoro oppure lo ha ancora, ma viene pagata in ritardo. E allora non salda le spese di condominio e viene sfrattata».

In effetti pare che i condomini siano il vero banco di prova dell’integrazione. Almeno secondo il sindaco: «Le abitudini e le usanze sono troppo diverse. Magari nello stesso palazzo convivono cinesi, brasiliani, senegalesi, arabi, africani e tre baranzatesi. Qualche incomprensione è inevitabile. Ma il vicino campo nomadi ci dà molti più problemi».

All’angolo fra via Gorizia e via Asiago (tutta la toponomastica locale è modello Grande Guerra) si incrociano un cinese, un arabo e un nero. Il commento di due anziani che assistono alla scena spiega tutto. Primo vecchietto: «Troppi immigrati, ci stanno invadendo». Secondo vecchietto: «Guarda che siamo immigrati anche noi». Questo è il punto. «Quando io andavo a scuola negli Anni Cinquanta - racconta Corbari - gli abitanti erano 800. Poi arrivò l’industria e, con l’industria, l’immigrazione meridionale. C’è stato un momento in cui a Baranzate lavoravano 40 mila persone, e tutte venivano da fuori». Insomma, qui tutti sono gli immigrati di qualcun altro.

Forse per questo Baranzate è un modello. Il doposcuola «Braccio di ferro», orgoglio del parroco, ha 110 bambini di tutti i colori. L’associazione «La rotonda» aiuta chi ha bisogno, magari anche solo di attenzione. E capita di sentire un altro pensionato ancora gagliardo che entra al bar Jonny (sic) e saluta la barista cinese con un «Ciao, bella bionda!». Forse vivere insieme è possibile. Poi, certo, resta la domanda di fondo: quella che sta nascendo nelle tante Baranzate del nostro Paese è una nuova Italia o non è più l’Italia?

Come liberare il pc da Windows e vivere felici

La Stampa
francesco zaffarano

La Cassazione ha stabilito che si può chiedere il rimborso del sistema operativo e dei programmi di Microsoft installati su quasi tutti i computer. Ecco chi può farlo e come. E quali sono le alternative

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Chi ha acquistato un computer con un sistema operativo preinstallato ma vuole rinunciarvi per usarne un altro può chiedere un rimborso al produttore. A deciderlo è la Cassazione che, con la sentenza 19161/2014, ha sancito il principio di non correlazione tra hardware e software (sistemi operativi ma anche pacchetti di applicazioni, come Office). Anzi, secondo i giudici «l’impacchettamento alla fonte di hardware e sistema operativo Windows-Microsoft (così come per qualsiasi altro sistema operativo a pagamento) risponderebbe [...] a una politica commerciale finalizzata alla diffusione forzosa di quest’ultimo». 

La vicenda
La decisione della Cassazione arriva dopo un contenzioso cominciato nel 2005, quando un consumatore denunciò Hewlett-Packard per il mancato rimborso del sistema operativo Windows Xp Home Edition, installato su un computer da lui acquistato. Nel 2007 il Giudice di Pace di Firenze gli dà ragione e Hp ricorre prima in Appello e poi in Cassazione. Nel frattempo l’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori segnala il fatto all’Antitrust, che nel 2006 conferma il diritto dei consumatori a farsi rimborsare le spese per i sistemi operativi non richiesti.

Chi ci rimette
La sentenza della Cassazione è un duro colpo per Microsoft. Anche se ad avere torto è Hp, chi rischia di subirne le conseguenze è chi i sistemi operativi li ha sempre prodotti e su di essi ha costruito un business. Per evitare un’ondata di richieste di rimborso cui far fronte, infatti, alcuni produttori potrebbero allargare l’offerta software alle tante alternative open source, che non comportano costi aggiuntivi e sono più vantaggiose per i consumatori. È anche per questo motivo che Microsoft ha già cominciato ad abbassare drasticamente (in qualche caso addirittura ad azzerare) i costi dei sistemi operativi per alcuni dispositivi, tablet in testa. Ma se questo non dovesse bastare Microsoft dovrà trovare una terza via. Una soluzione potrebbe essere seguire l’esempio di Apple, che sviluppa in parallelo hardware e software, li vende assieme ma fa pagare solamente il primo, offrendo il secondo gratuitamente ai suoi clienti.

Come fare per avere il rimborso
Per chiedere il rimborso, intanto, l’utente deve inviare una richiesta all’azienda entro 30 giorni dall’acquisto del prodotto, e soprattutto senza aver accettato le condizioni di licenza Microsoft. Così si legge sul sito di Acer, l’unica che ha aperto una sezione dedicata alle richieste di rimborso. Una volta approvata la richiesta dall’azienda, l’acquirente dovrà provvedere alla spedizione del computer a un centro di assistenza assieme ai cd di installazione del sistema operativo (se presenti al momento dell’acquisto). Dopo la disinstallazione del software il prodotto sarà rispedito all’utente. Il tutto a spese del consumatore e per un rimborso massimo di 90 euro (la Cassazione ha quantificato il rimborso in 140 euro, ma la cifra può variare in base al tipo di software presente sul computer).
 
La lettera di diffida
Come ha scritto l’Aduc in un comunicato, «la sentenza non ha conseguenze immediate e dirette sul comportamento dei produttori» ed è per questo che l’associazione consiglia di «continuare a fare causa a chi non si comporta “secondo buona fede” nel tentativo di dissuadere il consumatore a ottenere il giusto rimborso». Per questo l’Aduc ha già pubblicato sul suo sito un modulo per la “Messa in mora e diffida ad adempiere per il rimborso della licenza d’uso Microsoft Windows non accettata”. Insomma, la sentenza è stata depositata ma la battaglia dei consumatori sembra essere lontana dalla fine. L’obiettivo è fissato: «fino a quando le denunce non raggiungeranno un costo significativo per i produttori, le cose non cambieranno» ma, aggiunge l’Aduc, «se i numeri dovessero diventare importanti è probabile che potremmo ottenere un cambio di rotta sulla strada di un rimborso possibile e facile».

Le alternative a Windows
Esistono numerose alternative gratuite a W indows, realizzate con tecnologie e grafiche molto diverse tra loro. Le più comuni, però, restano i sistemi operativi della famiglia Linux, come Ubuntu (il più diffuso grazie all’ampio numero di programmi gratuiti), Linux Mint (adatto per chi cerca un’interfaccia user-friendly ma non vuole passare a Mac OS X) e Fedora. Il passaggio a un sistema open source può spaventare un utente inesperto: c’è da scaricare un file di dimensioni importanti, masterizzarlo su cd o dvd o copiarlo su chiavetta usb, poi riavviare il computer e installare il software. Non tutto funzionerà, all’inizio, bisognerà scaricare driver, estensioni e aggiornamenti, ma la sensazione di libertà arriverà subito, cliccando “Sostituisci Windows”. Attenzione, dando l’ok si cancellerà tutto quello che c’è sul computer: meglio informarsi bene prima di procedere. 

Google-Berlino, è scontro sull’algoritmo

La Stampa

Il gruppo gela il ministro della Giustizia tedesco, che incalza perché riveli la formula: «Il tema è stato esaminato per otto anni, renderla disponibile lascerebbe il campo libero allo spam»

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Adesso è scontro totale. Google, incalzata dalle autorità tedesche perché riveli le formule dell’algoritmo, liquida la richiesta con un «no, grazie». Uno schiaffo al ministro della Giustizia Heiko Maas, che in una intervista al Financial Times ha chiesto più trasparenza da parte del motore di ricerca. «Il tema - dice un portavoce della Big G- è stato esaminato per un totale di 8 anni negli Stati Uniti e in Europa e le autorità di regolamentazione hanno concluso che non usiamo i nostri algoritmi per prendere di mira i nostri concorrenti».

Dunque, niente spiegazioni. Anche per motivi di sicurezza, spiegano da Mountain View. «Rendere i nostri algoritmi disponibili può sembrare semplice, ma così facendo lasceremmo campo libero a spammer, siti con malware e siti web di bassa qualità, danneggiando i nostri utenti». 

Questo articolo lo ha scritto un Bot

La Stampa

giuseppe granieri
18/03/2014


Immagina che ci sia una scossa di terremoto, mentre tutti dormono e le redazioni sono nella calma della notte, con le luci spente ma un computer acceso. Quel computer ha dentro un programma che rileva in automatico i dati sulle scosse di magnitudo superiore a 3 gradi Richter. Il computer prende atto della «notizia», la elabora, ci aggiunge una mappa, le informazioni necessarie e un titolo. E poi pubblica l’articolo. Per come te la sto raccontando potrebbe sembrare fantascienza. Ma è successo davvero. La notizia del terremoto in California è stata data quasi in tempo reale dal Los Angeles Times, E aveva in calce una piccola nota: «questo articolo è stato scritto, sulla base dei dati del USGS Earthquake Notification Service, da un algoritmo programmato dall’autore».

L’algoritmo si chiama Quakebot e qualche minuto dopo il sisma ha mandato una mail al suo creatore, Ken Schwencke, avvisandolo che «un articolo sul terremoto era pronto per essere pubblicato».
Se vuoi approfondire, Eric Levenson su The Wire, ti racconta tutta la storia: L.A. Times Journalist Explains How a Bot Wrote His Earthquake Story for Him . È vero, come commenta Jack Lail , che Quakebot quasi sicuramente non vincerà un premio giornalistico, però ha dato la notizia. Ed è un ulteriore segnale di diversi scenari che si si stanno aprendo. Il primo è quello dell’intersezione tra tecnologie diverse e competenze umane: social network, sensori, sistemi di intelligenza artificiale, algoritmi e giornalisti.

Il secondo è più ampio, meno prevedibile, e riguarda il ruolo crescente che le tecnologie stanno ricoprendo nella gestione di molte parti della nostra vita quotidiana. E tutto questo sta contribuendo a cambiare il modo in cui ci informiamo. Abbiamo visto in molti altri casi come Twitter, ad esempio, sia sempre più spesso la fonte primaria in caso di eventi disastrosi o di forte impatto, come l’esplosione di Harlem. O come, qui da noi in Italia, in occasione del terremoto in Emilia. Anche allora accadde di notte e anche allora le prime informazioni arrivarono dalle persone, con foto e segnalazioni. Mentre i media dormivano, senza Quakebot. Per farti un’idea, Ted Bailey ragiona proprio su questo: How Twitter confirmed the explosion in Harlem first .

Ma l’esempio di Quakebot, per quanto stia facendo notizia oggi, non è l’unico. Da tempo quelli del mestiere seguono le attività di Narrative Science, una società che produce appunto una piattaforma giornalistica di intelligenza artificiale, usata anche da Forbes. Ed è sempre più evidente che la capacità di trattare grandi quantità di dati, con la velocità della tecnologia, tenderà ad avere un’importanza crescente nelle nostre vite .

In prospettiva storica, certo, siamo ancora nella prima infanzia di un’epoca nuova. Alcune tecnologie sono ancora rudimentali, ma l’esperienza insegna che buona parte dei tentativi di oggi, arriveranno a maturità domani. E probabilmente molti di noi hanno ancora difficoltà a trovare le parole giuste per definire le cose che cambiano, oscillando tra robot (magari come quelli di Guerre Stellari), Bot (programmi che eseguono dei compiti in automatico), intelligenza artificiale (sistemi in grado di imparare). e altre diavolerie che sono subito dietro la curva.

Ma è una tendenza da non sottovalutare. E, se vuoi, proprio il Guardian ne ha fatto un punto della situazione, con un titolo che potrebbe farci riflettere: Could robots be the journalists of the future? 

Twitter: @gg

Superato il miliardo di siti web nel mondo

La Stampa

Il primo nella storia è stato lanciato nel 1991 da Tim Berners-Lee, fondatore del World Wide Web

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La fantasia degli utenti di Internet, a 25 anni dal primo sito web della storia, non conosce ancora tregua. Il traguardo del miliardesimo sito, “certificato” dal portale “Live Stats”, è stato toccato da poche ore, e il contatore è già vicino al miliardo e cento milioni. Un proliferare di portali e pagine salutato anche dal “papà” del World Wide Web, Tim Berners-Lee, ovviamente con un tweet. Il boom dei siti Internet va ovviamente di pari passo con il numero degli utenti connessi, prossimo ai tre miliardi.

La progressione dei numeri del web è impressionante, molto più veloce ovviamente di quella della popolazione mondiale, che per fare un paragone ci ha messo 1750 anni per passare da 70 milioni, nel 750 Dopo Cristo, a 700 milioni. Il primo sito della storia è stato messo online al Cern di Ginevra il 6 agosto 1991, dopo che Berners-Lee nel marzo del 1989 deposito’ un documento con la sua idea della Rete, idea che ha rivoluzionato il modo di vivere e comunicare.

Nel 1995 i siti erano meno di 25mila ma già nel 1996 erano cresciuti di 10 volte. Mentre il primo milione è stato toccato nel 1999. Un vero e proprio boom, conferma Live Stats, c’è stato tra il 2011 e il 2012, quando il numero dei siti è passato da circa 350mila a quasi 700mila. A far vivere una `seconda giovinezza´ alla Rete è stato l’avvento del mobile, a cui secondo gli ultimi dati Itu, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’Ict, saranno connesse a fine anno circa 2 miliardi di persone. Mentre - sempre secondo le stime Itu - entro il 2014 saranno tre miliardi al mondo le persone connesse al web.

«Possiamo immaginare Internet come un’autostrada e i siti come i caselli - spiega Domenico Laforenza, direttore dell’Istituto di Informatica e Telematica del Cnr -. È stato calcolato che anche a questo tasso di crescita ci sarà spazio per nuovi `caselli´ anche nei prossimi 40 anni. Il grosso problema del web è invece che l’autostrada ha sempre più macchine che la percorrono, e ne servono quindi di più larghe e veloci per evitare ingorghi».

Il discorso, sottolinea l’esperto, vale in particolare per l’Italia, dove per il sito registro.it a metà del 2014 erano registrati circa 3 milioni di domini `.it´, ma dove la banda larga è un miraggio in molte zone. «Per uscire dalla crisi un«autostrada’ veloce e capiente è indispensabile - spiega Laforenza -, ma nel nostro paese non c’è, e ci sono alcune zone dove operazioni che riteniamo ormai scontate come fare commercio elettronico o parlare con nostra nonna via internet non si possono fare. Non a caso nelle `pagelle´ dell’Agenda Digitale europea siamo indietro in tutti gli indicatori».

Addio illusioni, c’è un algoritmo che sa la nostra vera età

La Stampa

daniele banfi
23/04/2014

E dai laboratori si arriverà ai tribunali

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Ore contate per quelli che mentono sulla propria età. A smascherarli sarà un test genetico messo a punto dall’Ucla, la University of California di Los Angeles. L’indagine, secondo lo studio pubblicato sulla rivista «Genome Biology», è in grado di predire con uno scarto trascurabile l’età di una persona indipendentemente dalla tipologia di cellula analizzata. Alla base c’è l’algoritmo di Steve Horvath, il biostatistico che per anni ha lavorato alla ricerca della «firma» molecolare che regola i processi dell’invecchiamento. Uno straordinario strumento che in futuro potrebbe fornire armi decisive nella lotta a malattie come cancro e obesità.

L’«orologio di Horvath» - così viene chiamato il modello matematico elaborato dallo scienziato - si basa sull’analisi dell’epigenoma, l’insieme di modificazioni chimiche e strutturali imposte dall’ambiente al Genoma e che influenzano l’espressione dei geni (senza alterare la sequenza del Dna). La disciplina che si occupa di queste interazioni - l’epigenetica - ha conosciuto una brusca accelerazione. Se prima i geni erano considerati i protagonisti indiscussi, oggi la comprensione del funzionamento dei fattori che li regolano sta diventando fondamentale quanto i geni stessi. 
Una delle principali tra queste modificazioni è la metilazione, l’aggiunta di una piccola molecola a livello delle basi azotate che compongono il materiale genetico.

Una sorta di etichettatura che è stata la fortuna di Horvath. Un lavoro iniziato quasi per caso quello della ricerca delle metilazioni: in collaborazione con alcuni scienziati dell’Ucla, infatti, lo studioso era alla ricerca di un modello di correlazione tra metilazioni e orientamento sessuale. Un fallimento totale. E tuttavia nel corso della sua travagliata avventura - la rivista «Nature» gli ha dedicato un lungo articolo, ripercorrendone anche gli insuccessi e il dramma della recente perdita della figlia poche ore dopo la nascita - lo scienziato tedesco è riuscito nell’impresa di analizzare i campioni provenienti da oltre 13 mila persone. Con risultati completamente diversi da quelli inizialmente ipotizzati.

Dalle analisi sono emerse 353 aree del Genoma in grado di predire, a seconda dello stato di metilazione, l’età della persona indipendentemente dall’età reale della cellula analizzata (quelle del sangue, ad esempio, hanno una vita di pochi mesi). I risultati, in questo senso, sono stati straordinari: in un altissima percentuale dei casi l’età si è rivelata corretta e lo scarto tra quella anagrafica e quella calcolata con l’algoritmo è stato al massimo di tre anni e mezzo.

Un test, quello dello studioso, che presto potrebbe affiancarsi e addirittura sostituire il già consolidato esame sulla lunghezza dei telomeri. Come spiega Fabrizio d’Adda di Fagagna, responsabile dell’Unità di ricerca sulla senescenza cellulare presso l’Ifom di Milano, «oggi è possibile quantificare l’età biologica, misurando la porzione terminale dei cromosomi. Un accorciamento che è la misura diretta dell’età cellulare. L’analisi, acquistabile anche sul Web, fornisce un’indicazione di massima sullo stato di invecchiamento della cellula. È un dato importante, perché una differenza marcata tra età reale ed età registrata potrebbe essere la spia di eventuali patologie». Un test che in questi giorni è ritornato agli onori della cronaca: la Nasa, infatti, progetta una serie di analisi sugli effetti molecolari, fisiologici e psicologici della permanenza nello spazio degli esseri umani, utilizzando come oggetto due astronauti - Scott e Mark Kelly - che sono gemelli omozigoti.

Ma, mentre l’analisi dei telomeri utilizzati come «biomarker» della vecchiaia possiede un’accuratezza statistica dello 0,5 (il massimo ottenibile è 1), quella della metilazione arriva allo 0,96. Dati molti importanti, che hanno spinto diversi gruppi di ricerca a replicare con successo gli esperimenti e che hanno incuriosito anche Elizabeth Blackburn, premio Nobel proprio per le ricerche sui telomeri. Quello della misura dell’età, infatti, a differenza di quanto potrebbe apparire, non è un semplice gioco di laboratorio.

Diversi studi hanno dimostrato che alcune forme di cancro possiedono un profilo di metilazione più vecchio del 40% rispetto ai tessuti sani. Non solo, altri dati suggeriscono uno scarto significativo anche nelle persone obese e in chi è affetto da Hiv. Una discrepanza che, secondo Horvath, «potrebbe essere sfruttata sia a fini diagnostici sia per comprendere ulteriori meccanismi alla base della trasformazione neoplastica». A questo proposito si sta confrontando l’età tra i diversi tessuti dello stesso individuo nella speranza di individuare eventuali predisposizioni allo sviluppo di una malattia.
Non tutti, infatti, invecchiano allo stesso modo. Ma le applicazioni non finiscono qui: presto l’algoritmo potrebbe entrare anche nelle aule dei tribunali.

Gli investigatori, attraverso l’«orologio di Horvath», potrebbero riuscire nell’intento di stabilire l’età di una vittima o di un aggressore, analizzando eventuali residui biologici lasciati sulla scena del crimine. Una strategia innovativa per restringere il cerchio delle persone coinvolte. Al contrario del test sui telomeri quello dello scienziato tedesco non è ancora disponibile sul mercato. Ma lo sbarco ha ormai le ore contate, perché la tecnica, in sé, non è così complicata come potrebbe sembrare. A creare qualche problema, semmai, è il calcolo.

Se per i profani bisognerà attendere ancora qualche mese, per gli «addetti ai lavori» la strada si può considerare spianata. Sul sito del laboratorio di Horvath (http://labs.genetics.ucla.edu/horvath/dnamage/) sono disponibili tutte le informazioni necessarie per stabilire qual è la nostra vera età, al di là di quanto sostiene il documento di identità. I nostri atti - suggerisce l’«orologio» - ci seguono sempre, implacabili: cancellarli dal Genoma, la nostra scatola nera biologica, è un’impresa davvero impossibile.

@danielebanfi83

Fisco, ecco il piano per i colossi hi-tech

La Stampa
giuseppe bottero

Il patto Ocse-G20: “Paletti contro chi aggira le tasse”

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Un piano in sette punti per regolare il sistema fiscale internazionale, che in troppi casi è stato «dribblato» dalle grandi multinazionali dell’hi-tech. L’Ocse pubblica le raccomandazioni del progetto di azione stilato su mandato del G20, un insieme di norme che saranno un elemento chiave del vertice che si terrà in Australia il 20 e 21 settembre. Si tratta, dice il segretario generale dell’organizzazione parigina Angel Gurria, di un «pacchetto storico», che affronta temi delicati come la fiscalità per l’economia digitale, il monitoraggio «Paese per Paese» di attività e profitti delle multinazionali, il contrasto dei «trasferimenti fittizi di beni immateriali» e dello sfruttamento indebito dei trattati e degli strumenti ibridi per sfuggire alle imposizioni.

«Siamo a metà strada. Stiamo presentando sette punti, ne presenteremo altri otto nel 2015. Ma stiamo avanzando. Alcuni avevano dubbi, ma è così», spiega il direttore della divisione Politiche e amministrazione fiscale dell’Ocse, Pascal Saint-Amans, assicurando che «ciò che si è deciso avrà un impatto immediato», perché «le imprese si trovano di fronte alla cruda realtà, e dovranno anticiparla e adattarsi». Non sarà semplice, anche se dai colossi della tecnologia arrivano aperture importanti: «Da tempo abbiamo espresso il nostro supporto a che i governi rendano il sistema fiscale internazionale più chiaro e più semplice. Naturalmente rispetteremo qualsiasi nuova norma su cui i governi si accordino», fa sapere un portavoce di Google.

Nel dettaglio, quando i nuovi sistemi saranno tradotti in legislazioni nazionali, non sarà più possibile accumulare liquidità in una filiale di un gruppo multinazionale situata in un Paese con tassazione ridotta sulle riserve di capitale, né «vendere» con una transazione interna un bene intangibile (per esempio un marchio, un brevetto, un algoritmo web) elaborato da una filiale in un Paese avanzato a un’altra filiale che ha sede in stati con forti sgravi. Le amministrazioni fiscali saranno inoltre dotate di sistemi più efficienti per determinare dove un’azienda svolge le sue attività, genera valore e realizza profitti, in modo da poterla costringere a pagare le tasse lì, e non in una giurisdizione più conveniente.

L’Ocse lavora sul pacchetto di regole da tempo, e la stretta non arriva inaspettata. All’inizio dell’anno il Financial Times ha calcolato che sette colossi hi-tech a stelle strisce, compresi Apple e eBay, hanno pagato 154 milioni di sterline di imposte sui redditi d’impresa nel 2012 in Gran Bretagna a fronte di 15 miliardi di dollari di ricavi. E, in primavera, anche Yahoo ha trasferito in Irlanda le attività europee. Il presidente francese Hollande è da tempo in prima linea nel braccio di ferro con le multinazionali tech: «L’elusione non è accettabile», ha detto prima di un viaggio nella Silicon Valley in cui ha incontrato Eric Schmidt di Google, Jack Dorsey di Twitter e Sheryl Sandberg di Facebook. Ora, ragiona l’Ocse, è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti. 

«È impossibile - dice Raffaele Russo, l’italiano che ha seguito il piano all’interno dell’organizzazione - che in un contesto in cui ogni tre mesi si aggiorna il software dei telefonini si possa operare in materia fiscale con regole scritte cento anni fa». Trovare la quadra, ragiona, non sarà semplice: tra gli gli snodi tecnicamente più complessi c’è l’assegnazione e la riscossione dell’Iva sulla compravendita transnazionale di servizi e beni intangibili, per cui si rileva «l’assenza di uno standard internazionale» e il conseguente rischio di «perdita di proventi per gli Stati e distorsioni commerciali».

Se il bancomat inghiottisce il denaro siete finiti nella«trappola per contanti»

La Stampa

massimiliano peggio
25/05/2013


Scoperta dai carabinieri una nuova tecnica per derubare i clienti delle banche agli sportelli automatici

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Attenti ai bancomat apparentemente a corto di denaro. Se dal distributore automatico regolarmente in servizio non fuoriescono le banconote richieste, pur avendo inserito in modo corretto la tessera e digitato senza fare errori il codice pin, non prendetevela con la cattiva sorte. Molto probabilmente il bancomat non è guasto ma è «sotto attacco». O meglio, vi stanno rubando i soldi sotto il naso con una nuova tecnica che si chiama «cash trapping», trappola per contanti. Con una banale forcella di metallo, gli specialisti del bancomat ostruiscono lo sportellino di uscita delle banconote simulando un improvviso malfunzionamento dell’ingranaggio. Spenti gli echi delle vostre maledizioni, i truffatori si avventano sullo sportello e prelevano i contanti «intrappolati».

Un caso di «cash trapping» è stato scoperto nei giorni scorsi dai carabinieri di Torino in un bancomat della filiale Intesa Sanpaolo di corso Vittorio Emanuele 110. La manomissione è stata denunciata dalla direttrice delle banca dopo che i tecnici della manutenzione, chiamati a verificare il malfunzionamento del distributore automatico, hanno trovato una forcella «estranea ai normali ingranaggi» incastrata all’interno della cinghia trasportatrice del denaro. L’entità del furto è ancora da quantificare: sono in corso gli accertamenti sul numero di prelievi effettuati dai clienti «nel corso dell’attacco».

Il «cash trapping» è una nuova forma di truffa, semplice ed efficace. Casi analoghi sono stati segnalati in altre grandi città come Roma e Milano. I truffatori in genere sono appostati nelle vicinanze della banca, pronti ad entrare in azione. I momenti ideali per «l’attacco», ovviamente, sono quelli notturni e i giorni festivi, quando in filiale non c’è personale. Osservano il via vai di clienti e si fregano le mani. Quando la vittima di turno si allontana imprecando contro i capricci della tecnologia, in cerca di un altro bancomat «funzionante», assillato dal pensiero di dover tornare in quell’istituto alla sua riapertura a reclamare il disservizio, i truffatori completano il prelievo. Un gioco da ragazzi. 

Videogioco o realtà? L’incredibile storia dello “swatting” e dei falsi allarmi negli Stati Uniti

La Stampa
stefano rizzato

Giocare online a uno sparatutto e finire con veri mitra puntati contro e la polizia in casa. In America succede 400 volte all’anno, sempre più spesso a gamer di successo. Colpa di altri videogiocatori con il vizio di fare chiamate fasulle al 911

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È l’ultima moda – diciamolo subito: assurda e sconsiderata – da videogiocatori online estremi. O meglio, da bulli della Rete, “troll” che hanno decisamente perso il senso del limite. Ormai in almeno 400 casi, negli Stati Uniti, chi gioca online a titoli sparatutto (quelli come Call of Duty o simili) si è trovato in casa mitra e armi automatiche vere: quelle della polizia. Colpa di vicini allarmati dagli spari (finti) che escono dal gioco? Niente di tutto questo: a fare il 911 e spedire le forze speciali Usa – i cosiddetti SWAT – in casa altrui sono altri giocatori. Che usano i falsi allarmi, quindi un metodo criminale, per fare scherzi di cattivo gusto o danneggiare qualche rivale di joystick. La pratica, incredibile ma vera, si chiama per l’appunto “swatting”.

Sfide sempre più evolute
La premessa da fare, per chi frequenta meno il mondo dei videogiochi, è che le sfide online si sono molto evolute nel corso degli anni recenti. Ai titoli di maggior successo si finisce a giocare in tanti, tutti con armi virtuali di ogni genere in mano, insieme e al tempo stesso uno contro l’altro. Si gioca con la webcam accesa, cuffie e microfono addosso, sempre in diretta e in comunicazione con gli altri. Non solo: qualcuno ha iniziato a registrare le proprie sessioni e pubblica quelle di miglior successo su YouTube e soprattutto Twitch . I videogiochi sono sempre più simili a dei film, il pubblico c’è e così i gamer professionisti riescono anche a guadagnarci, grazie alle pubblicità sui video.

Il caso di Whiteboy7thst e gli altri
Dove c’è successo, si sa, c’è anche invidia. Dove ci sono sfide, ci sono degli sconfitti. Che a volte non ci stanno proprio a perdere. C’è probabilmente tutto questo dietro alla preoccupante ascesa del “swatting”, che infatti ha fatto vittime illustri. Il 17 agosto è toccato ad Alexander Wachs, alias Whiteboy7thst , ricevere la visita della polizia in tenuta antisommossa, nella sua casa di Plainfield, Illinois. Dieci giorni dopo, capita nell’ufficio di TheCreatures, collettivo di gamer professionisti con base a Littleton, Colorado. Ma succede sempre più spesso e l’Fbi ha ammesso che i casi sono circa 400 all’anno.

Come funziona e perché c’è poco da scherzare
Degli episodi più famosi di “swatting” è facile trovare i video online. Pare che tutto sia iniziato come una forma piuttosto estrema di scherzo e proprio per le webcam puntate su chi videogioca, che permettono ai burloni 2.0 di gustarsi lo spettacolo in diretta. Ma i video mostrano come ci sia poco da scherzare. Le segnalazioni fasulle inviate al 911 riguardano sempre situazioni con ostaggi, sparatorie, pericolosi figuri armati e barricati in casa. La polizia non può che prendere sul serio chiamate del genere e il risultato è un brutto quarto d’ora per chi è vittima del falso allarme. A Wachs è andata persino peggio: la polizia ha perquisito il suo appartamento, vi ha trovato almeno trenta grammi di marijuana e così il giovane gamer è stato fermato, anche se poi le accuse sono state cancellate.

I primi arresti
Ogni azione delle forze speciali, per il dispiegamento che prevede, ha un costo di migliaia di dollari. Un elemento che aggrava quello che già si sa e cioè che procurare un falso allarme è un reato. E neppure facile da combattere per la polizia Usa. Chi chiama il 911 lo fa di solito usando programmi o metodi per mascherare il numero e il luogo da cui chiama. Non solo: le chiamate arrivano da ovunque, anche dall’estero. Ma qualcosa si muove e il 10 settembre c’è stato il primo arresto, a carico di un 21enne del Connecticut: secondo le autorità sarebbe parte di un gruppo organizzato – il TeAM Crucifix or Die – responsabile di più di un episodio di “swatting” in cinque diversi stati Usa. Dei suoi scherzi, ben poco divertenti, dovrà rispondere in tribunale.

Pioneer rinuncia ai dj e punta tutto sul car entertainment

La Stampa


CDJ-1000, lanciato nel 2001 è stato uno dei modelli più popolari di riproduttori cd per dj.
 
L'azienda giapponese ha venduto per 424 milioni di euro la storica divisione che produceva mixer e controller per disc jockey. La settimana scorsa era toccato agli impianti audio-video domestici. Obiettivo: concentrarsi sulla tecnologia per l'industria delle quattro ruote.

Addio discoteche e nightclubbing, il produttore Pioneer ha venduto la sua storica divisione di apparecchiature per dj alla società di investimenti KKR. L'operazione è stata chiusa per una cifra intorno ai 59 miliardi di yen, circa 424 milioni di euro. L'azienda giapponese, che sta attraversando una radicale fase di ristrutturazione, si concentrerà sul settore del “car entertainment” (car audio, navigatori, appradio, lettori, amplificatori). 

Nell'ultimo ventennio Pioneer è stato un marchio molto forte nel mondo dei dj, soprattutto grazie al successo  dei mixer della linea DJM e dei riproduttori CDJ (su cui vengono fatti girare i cd in club, discoteche e locali). Nel passaggio a KKR, il nome rimarrà invariato (i prodotti saranno firmati Pioneer DJ), ma cambierà - di molto - la natura della casa madre: dalla pura tecnologia al  private equity. Fondata nel 1976, KKR - Kohlberg Kravis Roberts è una società con sede a New York che gestisce investimenti in svariati settori, tra cui energia, sanità, finanza, immobili. Pioneer conserverà una quota minoritaria (poco meno del 15%) della nuova società. 

“Crescere nel mercato degli apparecchi per dj avrebbe richiesto dei grossi investimenti”, ha spiegato in conferenza stampa il presidente di Pioneer Susumi Kotani. “Qualcosa che non possiamo permetterci mentre siamo impegnati nell'espansione del mercato dell'elettronica automobilistica”. Per Pioneer si tratta della seconda grande cessione nel giro di pochi giorni: una settimana fa la divisione di intrattenimento audio-video domestico è stata venduta alla concorrente giapponese Onkyo. 
Abbandonati da tempo gli apparecchi televisivi, e oggi l'home entertainment e i dj, Pioneer si focalizzerà sul mercato dell'elettronica per automobili, con una strategia che va all'inseguimento dell'evoluzione dei flussi economici dell'intrattenimento high tech.

Il "car entertainment", che nell'ultimo anno ha generato per l'azienda giapponese profitti per 12,4 miliardi di yen (quasi 90 milioni di euro), rappresenta un'area particolarmente dinamica della tecnologia legata a musica e intrattenimento: per il crescente interesse del pubblico e per la forte spinta in innovazione e investimenti che arriva dalla sinergia tra case automobilistiche, fornitori di contenuti (Spotify, Pandora, le radio via satellite di SiriusXM negli USA) e big della Silicon Valley (i sistemi CarPlay di Apple e Android Auto di Google, che agevolano l'utilizzo di dispositivi mobili in auto). 

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Da 700 anni mano nella mano: la «coppietta» sepolta insieme commuove il web

Il Mattino
di Simone Pierini

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Leicester - Un amore lungo 700 anni, passati mano per la mano. Sono stati ritrovati a Leicester, i resti di due innamorati, sepolti insieme in una fossa presso la cappella di San Morrell. La storia non è ovviamente chiara agli archeologi autori della bella scoperta, ma senza dubbio ha richiamato ad un romanticismo che ancora oggi è presente nel nostro mondo.
Questa immortalata non è infatti l'unica coppia ritrovata sepolta assieme, ma rappresente forse la più bella immagine tramandata dai nostri antenati di secoli e secoli fa.


Distruggeremo la Casta". Per il momento i grillini annientano solo caramelle

Sergio Rame - Mer, 17/09/2014 - 18:09

Il senatore del M5S Carlo Martelli pizzicato mentre gioca a Candy Crush durante la seduta parlamentare


"Ma questi non dovevano essere quelli che aprivano le istituzioni come una scatoletta di tonno?".
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Il senatore della Lega Nord Gian Marco Centinaio ha postato sul proprio profilo Facebook una fotografia che getterà nello sconcerto i supporter del Movimento 5 Stelle. Lo scatto immortala un Carlo Martelli un tantino distratto dal dibattito parlamentare. Si rilassa, infatti, giocando sull'iPhone a Candy Crush. "Mi dice a quale livello sei arrivato? - ironizza una su Facebook - ti chiedo l'amicizia e ci scambiamo le vite".

Non è la prima volta che un parlamentare dei Cinque Stelle viene pizzicato a fare proprio quello che a lungo Beppe Grillo ha rinfacciato alla politica. Già Alessandro Di Battista era stato beccato mentre guardava una partita di calcio durante il dibattito sulla legge elettorale. Adesso è toccato al senatore Martelli. La partita a Candy Crash gli è costata una selva di prese in giro sul social network. "Vorrei anch'io essere pagata per giocare al cellulare - commenta Alessandra - o forse no, la mia coscienza me lo impedirebbe".

E Giovanni le fa eco: "Il lato positivo è che finché gioca non fa danni". mentre Cristina fa notare: "Se al lavoro faccio io una cosa del genere, vengo licenziata in tronco! E loro, fra dormire, essere pianisti, assenteisti, e giocare col cellulare cosa rischiano?". E ancora: "Una volta accomodato sulla famosa poltrona si è adattato agli usi e costumi correnti", scrive Lucia.

Bologna, tassa sui clochard: “Paghino un euro a notte”

La Stampa
franco giubilei

Le associazioni contro: è troppo e i dormitori non risolvono i problemi ma lo rendono cronico




Gli homeless di Bologna pagheranno un euro a notte per un letto in un dormitorio pubblico, una decisione che l’assessorato al welfare definisce «un modo per responsabilizzare gli ospiti, una scelta simbolica ed educativa». Una cifra simbolica, che non verrà richiesta a chi non può permetterselo (chi riceve una pensione, per esempio), ma che sta provocando malumori fra i diretti interessati e le associazioni che cercano di tutelarli. Come «Piazza Grande», storica organizzazione bolognese che stampa da vent’anni il giornale anonimo, prima esperienza in Italia di periodico dedicato ai problemi dei senzacasa, realizzato grazie al loro impegno diretto: «C’è grande perplessità fra le persone che vivono in strada rispetto a questa decisione del Comune, perché dover pagare anche solo un euro viene vissuto come un’ingiustizia - spiega Simone Cipria, responsabile progetti dell’associazione –.

Noi siamo contrari da sempre al dormitorio: ci sono studi internazionali che ne dimostrano la dannosità in quanto inducono alla cronicità. È una misura tampone, non una struttura che produce benessere». Eppure ai servizi sociali ci credono, sottolineano che il sistema è già stato sperimentato la scorsa primavera al «Rifugio notturno della solidarietà», e difendono la scelta come «un modo per dare alle persone la possibilità di ripartire e contribuire a rendere migliore il posto in cui vivono». Da Piazza Grande però osservano che sarebbe stato meglio cercare altre forme di coinvolgimento: «Perché partire da un contributo in denaro, sia pur minimo, quando invece si sarebbero potute creare altre forme di partecipazione? - dice il responsabile - Chiediamo piuttosto ai senzatetto come vivono questo tipo di struttura e come vorrebbero migliorarla, e troviamo altri modi per coinvolgerli in maniera attiva». 

Sono ebreo e mi nascondo

La Stampa
maurizio molinari

I risultati-choc di un’indagine svolta dal “Centro rabbinico europeo” assieme alla “European Jewish Association”: il 40% degli ebrei europei cela la propria fede religiosa, il 70% non andrà in sinagoga durante le festività che iniziano la prossima settimana ed il 75 % dei bambini viene tenuto lontano dalle scuole ebraiche

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Il 40 per cento degli ebrei europei cela la propria fede religiosa, il 70 per cento non andrà in sinagoga durante le festività che iniziano la prossima settimana ed il 75 per cento dei bambini viene tenuto lontano dalle scuole ebraiche: sono i risultati-choc di un’indagine svolta dal “Centro rabbinico europeo” assieme alla “European Jewish Association” mettendo in luce gli effetti di un antisemitismo in crescita in più nazioni del Vecchio Continente.

L’entità di questa intolleranza si è manifestata, durante l’estate appena trascorsa, con le manifestazioni antiebraiche avvenute, dalla Francia alla Svezia, in coincidenza con il conflitto di Gaza fra Israele e Hamas. Ma ora, grazie al sondaggio svolto presso 1353 sinagoghe e 800 rabbini d’Europa, si arriva a fotografare l’impatto sul comportamento degli ebrei europei. “L’aumento di sostegni per i gruppi di estrema destra in Europa, l’espansione dell’Islam e il conflitto di Gaza - afferma Menachem Margolin, direttore generale del Consiglio rabbinico europeo - sono all’origine della moltiplicazione di attacchi, abusi e odio che investono gli ebrei come individui e le loro Comunità come istituzioni” con l’aggravante del “crescente numero di leader politici che parla apertamente contro gli ebrei ed Israele”.

Il risultato è un’atmosfera “nella quale gli ebrei si sentono isolati, minacciati, vengono aggrediti” e ciò li porta a “negare la propria identità” fino a consentire di prevedere che “un gran numero diserterà le sinagoghe” durante le imminenti festività di Capodanno e Kippur.

Eva Braun era ebrea”: il suo Dna da un capello

La Stampa

maurizio molinari
15/09/2014


Lo rivela un documentario che sarà in onda mercoledì prossimo su Channel 4

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Eva Braun fu la compagna di Hitler per diversi anni: si sposarono il giorno prima di togliersi la vita. Eva Braun forse aveva degli antenati ebrei. A sollevare tale ipotesi sulla moglie di Adolf Hitler è un’inchiesta del programma «Dead Famous Dna» (Il Dna dei morti famosi) che il canale tv britannico Channel 4 manderà in onda mercoledì. 

La possibilità di un’origine ebraica della donna che Hitler volle sposare prima del suicidio di entrambi nel bunker di Berlino, il 30 aprile 1945, nasce dal ritrovamento di una spazzola per capelli nel suo appartamento privato in Bavaria dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. A prelevare la spazzola, assieme a uno specchio, fu il capitano dell’intelligence militare Usa Paul Baer, che poi portò questi oggetti negli Stati Uniti, conservandoli in casa propria dentro uno scatolone.

Quando negli Anni 70 Baer morì fu il figlio, Alan, a interessarsi a quanto vi era contenuto scoprendo la presenza di oggetti cerimoniali nazisti, di un teschio umano e di una scatola con sopra impresse le lette dorate «E.B.». Dentro, racconta ora Alan Baer, si trovavano spazzola e specchio che affidò a un rivenditore di oggetti antichi, John Reznikoff, che per motivi ancora da chiarire le ha conservate per quasi 40 anni prima di venderli a Mark Evans, conduttore del programma tv, per l’equivalente di circa 1500 euro. 

Evans afferma di aver fatto esaminare la spazzola, trovandovi un capello attribuito ad Eva Braun ed è l’esame proprio su questo capello che ha portato a riscontrare la presenza del cromosoma N1b1, in genere associato con l’origine ebraica ashkenazita, di provenienza dell’Europa Centrale oppure Orientale. Le statistiche sul dna affermano che l’80% della popolazione ebraica ha tale cromosoma.

Nel tentativo di fugare ogni dubbio sull’origine ebraica della donna che amò Hitler, Evans ha chiesto dei campioni di dna alle due uniche discendenti viventi di Eva Braun ma queste hanno rifiutato i prelievi. La prova definitiva sull’origine ebraica di Eva Braun dunque non c’è ma Channel 4 afferma di esserne sicuro, arrivando a sostenere che gli antenati ebrei della moglie di Hitler si sarebbero convertiti al cattolicesimo nell’Ottocento.

Apple Pay, parte la «guerra» tra le banche per convincere i consumatori

Il Mattino

I maggiori istituti americani sono pronti a investire molto per vincere la competizione

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Apple Pay, il nuovo sistema di pagamenti mobile lanciato dal colosso di Cupertino insieme ai nuovi iPhone lo scorso 9 settembre, non è ancora disponibile, ma le banche americane si sono già lanciate in una battaglia a colpi di marketing per convincere i consumatori a scegliere le loro carte di credito come appoggio per il servizio di Apple. Come riporta il Financial Times, i maggiori istituti americani sono pronti a investire molto per vincere la competizione, ma non avranno carta bianca: è previsto un incontro a Cupertino durante il quale i vertici di Apple daranno alle banche linee guida molto stringenti sul modo in cui gli istituti finanziari potranno pubblicizzare Apple Pay ai clienti.

Il sistema di Apple, che sarà inizialmente disponibile solo negli Stati Uniti, funziona in modo che gli iPhone 6 possano essere usati per effettuare pagamenti: devono essere avvicinati a un terminale nei negozi o usati per aprire una app per gli acquisti online, quindi gli estremi della carta di credito o di debito salvati sono usati per completare la transazione in modo elettronico, senza dovere digitare i dettagli del pagamento o l'indirizzo di consegna della merce comprata.

Gli istituti che emettono carte di credito, tra cui JPMorgan Chase, American Express, Bank of America, Wells Fargo e Citigroup, hanno già intravisto il potenziale beneficio derivato dal fatto che gli utenti usino le loro carte per i pagamenti. «La concorrenza è salutare, volevamo essere i primi a fare lavorare i nostri creativi su Apple Pay», ha detto Kristin Lemkau, direttore marketing di JPMorgan.

Ditta fallita per un'e-mail sbagliata del tribunale: dipendenti licenziati

Il Mattino
di Luca Ingegneri

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PADOVA - Falliti per una Pec. Sette anni di lavoro buttati via, con la quasi certezza di non poter più riaprire l’attività nonostante la rapida cancellazione di una sentenza errata.Il 26 maggio il Tribunale di Padova decreta il fallimento della "Finalmenteacasa 360° Floors and Furniture". Ma il titolare Gianni Furlan e la moglie Stefania Boscaro vengono a saperlo da un cliente.

I coniugi Furlan si precipitano in tribunale e scoprono che è stato il proprietario dell’immobile a presentare l’istanza di fallimento. Gianni Furlan era stato convocato a palazzo di giustizia con una Pec. Peccato che per aprirla fosse necessaria la firma digitale dicui «Finalmenteacasa» non si è mai dotata. Ma anche nel caso in cui Furlan fosse riuscito ad aprirla non avrebbe ricevuto l’inattesa comunicazione. Per un errore della cancelleria del tribunale fallimentare la mail era sprovvista degli allegati. Nel frattempo la società ha però chiuso i battenti: tre giorni dopo la dichiarazione di fallimento la curatrice Alessia Schiavon ha requisito le chiavi della ditta, bloccato i conti correnti bancari e licenziato gli undici dipendenti.