mercoledì 17 settembre 2014

Non solo iPhone 6 e Galaxy Note 4: i 25 smartphone che vi consigliamo (autunno 2014)

Corriere della sera

di Paolo Ottolina




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Sono i giorni dell’iPhone 6 (tutte le novitàLe immaginiIl nostro video “hands-on”). Dopo mesi di anticipazioni e foto rubate il nuovo smartphone di Apple, che si presenta in due versioni (6 e 6 Plus con schermi rispettivamente da 4,7 e 5,5 pollici), è stato mostrato a Cupertino ed è pronto ad arrivare anche in Italia. Dal 26 settembre, con prezzi da 729 a 1.059 euro. Non proprio cifre per tutti, anche se poi per molti acquirenti interverranno le offerte degli operatori telefonici a ridurre l’esborso iniziale, frazionandolo su piani vincolati da 24 o 30 mesi (nota: nessuno degli operatori ha già divulgato le offerte, ma tutti – tranne Wind – hanno messo online pagine speciali dedicate ad iPhone 6).

Tutte le foto e le schede dei nostri modelli consigliati

UNA PREMESSA – I nuovi iPhone arrivano con il solito clamore riservato alle uscite della Mela in un mercato in cui i concorrenti per Apple di certo non mancano. Come scegliere il telefono giusto? Al di là delle preferenze personali per questo o quel marchio, una premessa va fatta. Negli ultimi anni, gli smartphone hanno visto un progressivo miglioramento delle caratteristiche tecniche: processori sempre più potenti, schermi più definiti e belli da vedere, fotocamere migliori, sistemi operativi e app più rifiniti e completi. Una tendenza che ha coinvolto ogni fascia di prezzo che ha abbassato – di molto – la soglia necessaria per mettersi in tasca un prodotto quanto meno dignitoso.

Con cifre intorno i 200 euro (e anche meno) si può acquistare uno smartphone reattivo quanto basta per non farci morire di noia tra un touch e l’altro, che fa foto dignitose e con abbastanza memoria per un bel po’ di app e file personali. Salendo di prezzo, fino ad arrivare ai top di gamma (dai 4-500 euro in su), si portano a casa materiali più pregiati, design accattivanti e super-sottili, display superiori, fotocamere con qualità sorprendenti e tanti megapixel, connettività 4G e così via. Soldi ben spesi, ad esempio, quando lo smartphone è uno strumento di lavoro.

FASCIA BASSA E BASSISSIMA – Ma in molti casi è possibile risparmiare senza troppi rimpianti. Un caso da manuale del 2013 è stato il Moto G, smartphone da 199 euro con cui Motorola è tornata alla ribalta grazie a un rapporto qualità-prezzo sorprendente. Un altro caso sono i Lumia (Nokia, ora Microsoft) più economici, come il best-seller 520: sotto i 150 euro i Windows Phone danno una pista ai prodotti Android di pari prezzo (se riuscite a sopportare l’assenza di qualche app). Proprio in questi giorni Motorola ha annunciato la nuova versione (2014) del Moto G, con schermo da 5 pollici e prezzo che resta a 199 euro. Il Lumia 630 (149 euro) è l’erede ideale, assai migliorato, del 520; mentre il nuovo Lumia 530 abbatte il muro dei 100 euro, fermandosi a 99. Interessante anche la linea ZenFone di Asus, con quattro modelli da 4 a 6 pollici, tutti dotati di processori Intel Atom e con una buona fotocamera.

Il 5 pollici (199 euro) è quello con il miglior rapporto tra prezzo e caratteristiche. Se non potete fare a meno del 4G, i cinesi di Zte (in tandem con Tim) propongono il Blade Apex 2 a soli 129 euro: il design non è proprio dei migliori, ma monta l’ultima versione di Android e può scaricare dati su reti Lte fino a 150 Megabit al secondo. Nella fascia super-economica, da tenere d’occhio anche le franco-cinesi Alcatel OneTouch e Wiko: la prima con i nuovi Pop 2 (in arrivo, prezzo da definire) che prendono il posto di modelli molto venduti come Pop C5 e C7 (oggi si trovano da 129-139 euro), la seconda con i nuovi Birdy e Kite in arrivo con supporto al 4G sotto i 150 euro.

FASCIA ALTA  - All’estremo opposto del mercato ci sono i top di gamma, in cui Samsung sfiderà Apple a tutto campo con il Galaxy Note 4 e il Galaxy Alpha. Il primo è la nuova versione del telefono che ha dato il via alla moda degli schermi extra-large, a cui anche Apple ora si è adeguata. A 799 euro propone un mix di potenza e praticità, grazie alla ormai brevettata S-Pen, il “pennino” digitale per scrittura a mano libera, disegni e appunti. Il display sale a 5,7 pollici. Galaxy Alpha è invece il primo smartphone dei coreani a usare materiali “nobili” (metallo) nella scocca e schermo dalle dimensioni più contenuti: con i suoi 4,7 pollici andrà a confrontarsi direttamente con il nuovo iPhone 6. L’uscita in Italia avverrà nelle prossime settimane a 699 euro. All’Ifa di Berlino hanno ben impressionato anche le novità di Sony.

Gli Z3 (5,2 pollici, 699 euro) e Z3 Compact (4,6 pollici, 499) sono “fratelli” con poche differenze, dimensioni a parte. Ottima la fotocamera da ben 20,7 Megapixel e l’impermeabilità ad acqua e polvere. Lo Z3 Compact è particolarmente consigliato a chi cerca un telefono al top ma non vuole schermi troppo grandi. Sempre per gli appassionati più esigenti, segnaliamo anche l’italiano Ngm Forward 5.5, dal design unico: è lo smartphone più sottile al mondo con appena 5,55 mm di spessore (399 euro). In arrivo a 499 euro il nuovo Moto X di Motorola: c’è anche la versione con scocca in legno e l’autorevole sito The Verge lo ha promosso a pieni voti (“Il miglior smartphone Android di sempre”).

PHABLET – Per chi invece cerca un “phablet”, un paio di alternative interessanti (e più economiche) al Note 4 sono l’Ascend Mate 7 di Huawei (499 euro) e l’Hero 2 di Alcatel OneTouch, entrambi con schermi da 6 pollici.

FASCIA MEDIA – Tra la fascia alta e quella economica, c’è il maremagno dei fascia media, che galleggiano tra i 220-250 e i 400-450 euro e che spesso ormai hanno schermi da 5 pollici e oltre. Tra le ultime novità ci sono Lumia 830 (5 pollici, 330 euro), Huawei Ascend G7 (5,5 pollici, 299 euro), Htc Desire 820 (5,5 pollici, prezzo da definire), Acer Liquid Jade (5 pollici, 229 euro).

Ma in questa fascia di prezzo il nostro consiglio è di guardare ai top di gamma dell’anno scorso: ottimi smartphone come Htc One (che avevamo eletto nostro “smartphone dell’anno 2013″), Lg G2 o Samsung S4, per i quali si spuntano prezzi davvero interessanti.
NOSTALGICI DELLA TASTIERA – Fuori da ogni logica degli smartphone attuali sarà invece il BlackBerry Passport, che sarà svelato a Londra il 24 settembre. Sistema BB 10.3, design unico (una “mattonella” larghissima, pressoché quadrata), specifiche tecniche interessanti (display 4.5 pollici, 1440 x 1440 pixel, 453 ppi, Gorilla Glass 3; cpu Snapdgragon 800; 3 GB di Ram + 32 GB storage) e target deciso sul mondo del lavoro. E ovviamente una tastiera fisica che torna a essere il marchio di fabbrica di BlackBerry dopo gli esperimenti, commercialmente poco riusciti, di Z10 e Z30. Talmente “alieno” da essere difficile da valutare senza toccarlo con mano, ma al pubblico (residuo) della tastiera fisica potrebbe interessare. Così come il prossimo BlackBerry Classic, che riproporrà di fatto i “vecchi” Bold ma il nuovo sistema operativo BB 10.

Su 66 alunni dell’asilo solo un’italiana

Corriere della sera

La mamma della bimba scrive al sindaco (leghista) Bitonci. E le insegnanti lamentano l’assenza di mediatori culturali


PADOVA - Nella scuola materna Quadrifoglio del quartiere Arcella a Padova su 66 bambini iscritti, solo una bimba è italiana. A denunciare la sproporzione proprio la mamma della piccola padovana secondo la quale la scelta educativa e didattica è sbagliata. La donna ha scritto al sindaco leghista di Padova Massimo Bitonci, anche se la scuola è statale e non comunale, e in attesa di una risposta precisa che la sua protesta non è legata a motivi razziali ma alla preoccupazione che la bambina non possa essere indirizzata verso un cultura cristiana. Una preoccupazione condivisa dalle sei insegnanti che lamentano l’assenza di mediatori linguistici e culturali.

E’ un quartiere ad alta densità di stranieri l’Arcella di Padova, ma finora non si era mai verificata una situazione del genere, pur essendo le classi di tutte le scuole della zona frequentate in maggioranza da stranieri. «Con un rapporto così sproporzionato non si può parlare di integrazione», si è lamentata la mamma della piccola italiana alla scuola Quadrifoglio. Protestano le maestre, che dicono di trovarsi in seria difficoltà per la mancanza dei mediatori culturali, come è successo il primo giorno di scuola, quando per comunicare con una mamma cinese che non conosceva una parola di italiano perchè era a Padova da poco, hanno dovuto con fatica trovare un’altra mamma cinese che facesse da interprete.

Quadrifoglio, stranieri e italiani assieme




17 settembre 2014

Il mio è ancora amore» Lettera di Gabbana a Dolce

Corriere della sera

di Daniela Monti

«Il sentimento si è solo trasformato, sei e resterai unico»


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La telefonata di cui lo stilista Stefano Gabbana, milanese, classe ‘62, parla in questa prima e unica lettera (affidata ieri al Corriere) indirizzata a Domenico Dolce, siciliano, classe ‘58 - per vent’anni suo grande amore e oggi, che la relazione sentimentale è finita, «la mia famiglia», lasciandoci nel dubbio su quale delle due situazioni sia da preferire -, risale al 1979. È Gabbana a chiamare: «Buongiorno, posso parlare con Giorgio Correggiari?». Correggiari è uno stilista bolognese, grande sperimentatore di materiali e tessuti, che in quegli anni lavora con successo a Milano. «Non c’è - risponde una voce dall’altra parte del filo .

Le passo il suo primo assistente». Ed è così che l’apparecchio finisce a Domenico Dolce. I due ragazzi si trovano simpatici - «ho capito chi sei, ti ho già visto in giro», dice il siciliano -, nasce un appuntamento e dall’appuntamento nasce per Gabbana l’occasione per entrare nell’atelier del sarto bolognese e mettersi per la prima volta alla prova su un terreno amato, la moda, di cui lui, grafico pubblicitario, è però ancora completamente a digiuno. Correggiari gli dà una scrivania di fronte a Dolce «che si barricava dietro montagne di libri perché diceva che lo copiavo» racconta ora Gabbana, 35 anni dopo, una vita dopo.

«Caro Domenico...» La lettera di Gabbana a Dolce
 
«Caro Domenico...» La lettera di Gabbana a Dolce
 
«Caro Domenico...» La lettera di Gabbana a Dolce  
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È da questo ricordo inedito che prende avvio la lettera che Stefano Gabbana scrive al compagno di sempre, il ragazzo poi uomo con cui ha condiviso tutto: la scoperta di una Milano che all’inizio degli anni Ottanta è ricca di seduzioni e promesse, la prima sfilata del 1985, la prima collezione autoprodotta in cui lanciano quel loro stile spregiudicato che ha nella bella siciliana sfrontata, con reggiseno indossato a vista, la propria musa. È un linguaggio che poi negli anni affinano e approfondiscono scavandoci dentro per portarne a galla interpretazioni sempre diverse, ma sempre fedeli all’ideale di partenza. «Sono trascorsi tanti anni da quando ho sentito per la prima volta la tua voce dall’altra parte del telefono, tutto è cambiato eppure nulla è cambiato. L’amore che provavo allora si è solo trasformato, continuando a darmi tante bellissime sensazioni», scrive Gabbana.

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È una confessione tenerissima, da innamorato, a un ex che non è mai stato lasciato. Anzi, che con il tempo è diventato ancora più caro, nonostante entrambi abbiano dei nuovi compagni. Ma perché una lettera e perché ora? Ci sono emozioni forti ed emozioni deboli, insegna Eugenio Borgna, e sono fragili alcune delle emozioni più significative della nostra vita. Scriverle, di getto, prendendo a pretesto il Festival delle lettere, che si terrà a Milano dal 29 settembre al 5 ottobre - nella serata del 3 verrà letta la missiva di Gabbana insieme a quelle di Fabio Troiano, Carolina Crescentini, Ivan Cotroneo e Amanda Sandrelli, tutte indirizzate ad un ex - è un modo per strapparle alla loro fragilità, «con carta e penna è tutto diverso, le parole sono più difficili, hanno un valore più profondo che resterà unico, come unico sei e sarai sempre tu per me».
Era la fine del 1999 quando sulla copertina di Sette , il settimanale del Corriere , la coppia raccontava la propria relazione sentimentale, «fece molto rumore, a quei tempi ancora non usava, eppure fu un gesto per noi così normale, istintivo - dice ora Gabbana -. Ricordo che il giorno dopo mi chiamò mia madre, turbata, “perché non me l’hai detto che finivate sul giornale?”». Tre anni dopo quel coming out , il rapporto si rompeva. Seguiva un periodo di sofferenza, di «lutto», ma finita l’attrazione è rimasto un sentimento intenso: «Sei tu la mia famiglia».

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Debolezza inutile e antiquata, questo parlare (in pubblico) d’amore? «Dal niente abbiamo creato insieme la Dolce e Gabbana e con la forza del nostro amore abbiamo realizzato tutto quello che abbiamo - scrive lo stilista -. Sostenendoci a vicenda siamo riusciti a superare tante difficoltà e tanti pregiudizi». Un miliardo di fatturato all’anno, migliaia di dipendenti e tutto questo grazie «alla forza del nostro amore»: ce n’è abbastanza per mettere in crisi il cinismo e la noncuranza con cui troppo spesso liquidiamo i sentimenti e i loro slanci, soprattutto quando si parla di affari. «A salvarci, è stato il fatto di esserci sempre detti la verità, anche quando era difficile, quando ci faceva litigare. Così siamo sopravvissuti», spiega Gabbana, aggiungendo elementi alla lettera. Qualche volta lasciarsi non significa lasciarsi davvero. «Domenico è un timido, quando gli dico che è la mia famiglia si ritrae, ma viviamo ancora vicini, nello stesso palazzo, uno in un piano e l’altro sopra, quando facciamo vacanze separate ci chiamiamo sempre, siamo riusciti a restare, intelligentemente, buoni amici e grandi complici». Domenico Dolce non è tipo appassionato di sorprese: di questa lettera, dice Gabbana, non ne sa niente e «forse è meglio che almeno un messaggino glielo mandi: preparati, fra le notizie di domani ci sei anche tu».

17 settembre 2014 | 08:09

Messaggi proibiti

La Stampa

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F1, la Fia spiega che cosa potranno dirsi piloti e ingegneri via radio.I nuovi divieti in vigore da domenica nel Gp di Singapore. Quiz: indovina quali frasi si possono dire e quali saranno sanzionate

Dal Gp di Singapore di domenica prossima le squadre non potranno più aiutare il pilota via radio né con le vecchie lavagne (ne ho scritto e ne abbiamo discusso qui). Ma la domanda che più o meno tutti ci siamo posti è: che cosa potranno dirsi piloti e ingegneri? Qual è il confine tra l'incoraggiamento (consentito), l'avviso che riguarda questioni di sicurezza (consentito), i distacchi (mah?), le regolazioni (proibite), i messaggi in codice (vietatissimi)? 

Tranquilli, la Fia è intervenuta è ha spiegato tutto. Serve un manuale, ma pazienza, gli ingegneri se lo studieranno. Propongo un quiz: senza spulciare su google, provate a indovinare quale dei seguenti messaggi (di piloti o ingegneri) è lecito e quale non lo è. Menzione speciale per chi indovinerà più risposte, applauso a chi segnalerà anche quali frasi sono state effettivamente pronunciate durante una qualifica o un Gp.

a) Felipe attento, Valtteri (Fernando, Michael, Giancarlo...) è più veloce di te.
b) Lasciatemi solo, so cosa fare.
c) Nel primo settore hai girato in 23''.
d) Nel primo settore Daniel ha girato in 22''5.
e) Imposta la regolazione del motore (del cambio, del differenziale...) su 4.
f) Spingi al massimo, è ora di martellare.
g) Rallenta, stai consumando troppo.
h) Sposta il bilanciamento dei freni sull'anteriore.
i) Pit stop tra 2 giri, passiamo alle morbide. Nico (Lewis) ha appena montato le dure.
l) E' giusta questa mappatura del motore?
m) Messaggio ricevuto.
n) Hai forato la gomma anteriore destra.
o) Attento, safety car.
p) Lo so che devo scaldare le gomme, lo faccio tutto il tempo.
q) Il gatto è sul tavolo, l'elefante è grigio.
r) Multi 2-1
s) Certo che siete dei bei geni (o scemi).

Le risposte: a) no; b) sì; c) sì; d) no; e) no; f) sì; g) no; h) no; i) sì; l) no; m) no; n) sì; o) sì; p) no; q) no; r) no; s) sì.

Nota: la m) sarà proibita solo a partire dal Gp del Giappone; a), b), f), p), r) e s) sono autentiche.

Pansa: "Vi racconto l'Italia in cui tutti, o quasi, gridavano Eia Eia Alalà"

Matteo Sacchi - Mer, 17/09/2014 - 09:41

Nel suo nuovo libro Giampaolo Pansa autore del «Sangue dei vinti» ricostruisce l'ascesa del fascismo e il consenso di massa al regime. Che molti dimenticano...


Si chiama Eia Eia Alalà ed è in libreria da oggi. Se non bastasse il titolo (a caratteri cubitali rossi in stile molto littorio), ci pensa il sottotitolo a spiegare che cosa si può trovare in questo volume (Rizzoli, pagg.

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378, euro 19,90) a firma Giampaolo Pansa: Controstoria del fascismo . Pansa infatti, usando l'artificio del romanzo - «a me il lettore piace acchiapparlo per la coda, non annoiarlo a colpi di saggio» - mette i puntini sulle «i» della storia italiana della prima metà del '900 per spiegare che cosa sia stato e come sia nato il Ventennio mussoliniano. Il suo espediente narrativo è partire dalla sua terra e raccontare attraverso le vicissitudini del possidente terriero Edoardo Magni (personaggio di fantasia, ma nel libro ce ne sono molti realmente esistiti) come l'Italia sia diventata, convintamente, fascista. E lo sia rimasta a lungo. Non c'è bisogno di dire, viste le scomode verità venute a galla con i suoi precedenti libri (a partire da Il sangue dei vinti ) e il tema, che la polemica è garantita. E che qualche gendarme della memoria, per usare un'espressione dello stesso Pansa, avrà qualcosa da dire.

Dunque, Eia Eia Alalà. L'urlo di una generazione?
«Non sai quante volte l'ho sentito gridare quando ero bambino ed ero un Figlio della Lupa. Ho anche una foto in cui, piccolissimo, facevo il saluto romano, davanti al monumento ai Caduti. Non ho fatto in tempo a diventare balilla, però. Il regime è caduto prima. E per quanto in casa dei gerarchi sentissi dire peste e corna. Il sottofondo della vita degli italiani era quello lì».

Per questo l'hai scelto come titolo?
«In parte, volevo anche un titolo che cantasse. Che rendesse l'idea di quello che a lungo il regime è stato per gli italiani. L'avventura del fascismo è stata legata all'idea di vincere, di migliorare il Paese. Rende l'idea di quella giovanile goliardia che affascinò molti. Un fascino che iniziò a incrinarsi solo con le orribili leggi razziali e crollò definitivamente solo con gli orrori della guerra».

Non molti hanno voglia di ricordare che il fascismo ebbe davvero una presa collettiva. Tu invece questo lo racconti nel dettaglio...
«Ho voluto fare un racconto senza il coltello tra i denti. Che cosa rimprovero io a storici, anche molto più bravi di me che di solito scrivono su Mussolini? Ma di avere una partecipazione troppo calda, schierata. Io, anche grazie all'invenzione di un personaggio come Magni, invece ho cercato di fare un racconto neutrale. Per chi c'era è un'ovvietà che il fascismo ebbe un consenso di massa. Tutti erano fascisti tranne una minoranza infima. Gli antifascisti erano una scheggia microscopica rispetto a milioni di italiani. Gli italiani ieri come oggi volevano solo un po' di ordine... E Mussolini glielo diede. Ai più bastò».

Tu attribuisci molte responsabilità ai socialisti che favorirono involontariamente il successo del fascismo, regalandogli il potere... A qualcuno verrà un colpo!
«La guerra perpetua tra rossi e neri creava sgomento. Gli scioperi nelle città, ma soprattutto nelle campagne crearono il caos... Si minacciò la rivoluzione senza essere capaci di farla davvero. Si diede l'avvio alle violenze senza calcolare quali sarebbero state le reazioni. E per di più, esattamente come la sinistra attuale, i socialisti erano perpetuamente divisi. Pochi capirono quanto fosse grave la situazione. Tra questi Pietro Nenni, il quale a proposito della scissione comunista del 1921 scrisse: “A Livorno è cominciata la tragedia del proletariato italiano”».

Però qualche responsabilità la ebbe anche la borghesia italiana, o no?
«Noi non avevamo la tradizione liberale di altri Paesi. Ed eravamo in una situazione economica terribile che a tratti mi ricorda quella di oggi. C'erano dei partiti-casta in cui la gente non si riconosceva e lo scontro tra ceti (o classi) era alle porte... Il nero è nato dal rosso, la paura ha fatto allineare gli italiani come vagoni ferroviari dietro a Mussolini. Non per obbligo, nonostante le violenze degli squadristi. Sono stati conquistati dalla grande calma dopo la marcia su Roma. L'italiano dei piccoli centri, delle professioni borghesi, voleva soltanto vivere tranquillo. Avuta la garanzia di una vita normale e dello stipendio a fine mese, di chi fosse a palazzo Chigi o a palazzo Venezia gli importava poco».

Qualunquismo?
«L'Italia continuava a essere soprattutto un Paese agricolo. Lo sciopero agrario del 1920 rischiò di paralizzare la campagna. Le leghe rosse impedendo la mungitura, nel libro lo racconto, minacciarono di far morire le mucche... Da lì nacque un fascismo virulento e tutto particolare che poi si prese la rivincita. Il fascismo è stato il ritratto di gruppo degli italiani. C'era dentro di tutto. C'erano molte forze vitali e diverse. Poi il criterio dell'obbedienza cieca, pronta e assoluta che tanto propagandava Starace fece sì che nel cerchio di persone più vicine al Duce si andasse verso una triste selezione al ribasso».

In Eia Eia Alalà descrivi la parabola triste di molti fascisti «diversi».
«La scollatura tra italiani e regime iniziò con le leggi razziali, non prima. Lì inizio il male assoluto, la vergogna. Una delle figure più tragiche del libro è Aldo Finzi. Di origine ebraica, aviatore, fascista della prima ora, poi messo ai margini e fucilato alle Fosse Ardeatine. Poi è arrivata la guerra e la rimozione di massa».

Ma davvero vedi così tante assonanze tra l'oggi e l'avvento del fascismo?
«È possibile non vederle? L'unica variante è il terrorismo internazionale. Ed è una variante peggiorativa».

La metà di niente

La Stampa

massimo gramellini

Che i primi ospiti dei talk show rivali del martedì sera siano stati Scalfari e Prodi è la rappresentazione plastica di un problema politico: la mancanza dell’anti Renzi, cioè di un leader della sua generazione alternativo a lui. È una situazione anomala e in fondo inedita: Craxi dovette vedersela con Berlinguer e con De Mita, Berlusconi col succitato Prodi e con Veltroni (per tacere di D’Alema, che non si è mai capito se fosse un rivale o un sodale). Renzi non ha un antagonista vero, riconosciuto e riconoscibile al punto da essere invitato in televisione per fargli il controcanto. Alla sua sinistra l’unico ad avere il carisma necessario sarebbe Tsipras, che però parla il greco e andrebbe sottotitolato da Fassina. Ma è alla sua destra che il deserto avanza. 

Berlusconi è oramai una sorta di Breznev in tuta da ginnastica: dalle sue parti gli unici segnali di vita arrivano da Brunetta e dal barboncino Dudù. Giorgia Meloni è giovane e sveglia, però senza una struttura forte alle spalle. L’unico ad averne una, e a bucare il video, sarebbe il leghista Salvini: il secondo Matteo. Ma finché continuerà a passare le vacanze in Corea del Nord con Razzi non uscirà dalla maledizione macchiettistica che da un quarto di secolo impedisce al suo partito di essere preso sul serio. Restano i «Di» pentastellati: il litigioso Di Battista e il diplomatico Di Maio. Ma perché uno dei due possa emergere, devono prima fare fuori Grillo e poi farsi fuori tra loro. E così, in attesa che dall’esterno emerga un avversario credibile, Renzi si può concedere il lusso di cercarlo nel suo posto preferito: allo specchio.

Windows 9 in arrivo il 30 settembre

Corriere della sera

di Vincenzo Scagliarini

Redmond ha diramato gli inviti ufficiali per il nuovo sistema operativo Microsoft


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Dalla casa madre, a Redmond, Microsoft ha iniziato a diffondere i primi inviti per la presentazione di Windows 9. L’evento è confermato: il 30 settembre a San Francisco apparirà per la prima volta la nuova versione del sistema operativo più diffuso al mondo. La release attuale ha ricevuto molte critiche e, tra meno di quindici giorni, si potrà vedere in che modo Microsoft vuole rientrare in contatto con i suoi utenti. Ma chi si aspetta una presentazione in stile Apple rimarrà deluso. E chi pensa a un palco occupato da un ceo che salta, suda e urla “I love this company” forse sta pensando a un’altra Microsoft. Quella di Steve Ballmer è ormai un’altra azienda e ora il nuovo capo Satya Nadella ha pensato a un approccio diverso: un evento dedicato ad esperti in cui verrà raccontato il futuro di Windows.

 
Le “finestre” dei prossimi anni
Subito dopo l’evento di San Francisco non inizierà la vendita di 9, verrà rilasciata la Windows technical preview. Queste edizioni dei sistemi operativi vengono distribuite ad aziende e sviluppatori per creare software e driver ottimizzati prima dell’uscita della versione finale. Questa volta però la preview ha anche un altro significato: mostrare i miglioramenti sui quali l’azienda si è impegnata per riconquistare gli utenti delusi da 8.
Un gradito ritorno: il menu Start
Il più grande cambiamento visibile dalle prime immagini di Windows 9 è un ritorno, più che una novità: il menu start che, dopo essere stato abbandonato con Windows 8, ora è stato ripensato. L’impostazione è quella che ha accompagnato gli utenti da Xp in poi, ma la grafica però richiama lo stile Metro (l’interfaccia grafica per tablet del sistema operativo Microsoft).
Desktop virtuali e assistente vocale integrato
Con 9 anche gli utenti Windows avranno una scrivania più ampia (come già succede con chi ha Mac Os X o Linux): i desktop virtuali sono una delle nuove funzionalità emerse dalla Techical preview. Una delle integrazioni più evidenti riguarda la barra delle notifiche, che integrerà funzioni social e le chat di Skype. Ci si aspetta anche la comparsa di Cortana (l’assistente vocale concorrente di Siri) ma, nella versione di anteprima, non è ancora stato integrato.
Il debutto a inizio 2015
Non si sa ancora quando Windows 9 verrà messo in vendita. Un’ipotesi verosimile è gennaio 2015. Ma ciò che piacerà agli utenti è che, con molta probabilità, sarà un aggiornamento gratuito per chi ha Xp, Vista 7 o 8.

16 settembre 2014 | 16:05

Film di Hitchcock attiva il cervello di un uomo in coma da 16 anni

La Stampa

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ROMA - Si può essere in stato vegetativo da 16 anni eppure conservare la capacità di vedere, capire e anche divertirsi guardando un film, mostrando pensiero cosciente in aree del cervello importanti per il ragionamento: è il cso di un uomo di 34 anni in coma da quando ne aveva 18 in seguito ad un'aggressione. Uno studio pubblicato sulla rivista Pnas mostra che il cervello del giovane, durante la visione di un giallo di Hitchcock, presenta dei segni di coscienza. L'attività del suo cervello mentre il paziente è posto di fronte al film è molto simile all'attività cerebrale di 12 soggetti sani messi di fronte allo stesso film.

Autore dello studio è Adrian Owen, neuroscienziato dell University of Western Ontario in Canada che ha già condotto studi simili dimostrando che non si tratta di casi isolati, ma che molti pazienti in coma possono conservare la capacità di avere un'attività cerebrale cosciente. Secondo Owen è capace di un'attività neurale verosimilmente cosciente un paziente su cinque di quelli ritenuti in stato di morte cerebrale.

L'attività del cervello del paziente e dei soggetti sani di controllo è stata registrata durante la visione del film con una risonanza magnetica. Il film di Hitchcock si presta bene perché la sua visione richiede concentrazione, capacità previsionale per capire le mosse dell'assassino, capacità di dedurre cosa succederà nel corso del film. Anche se il paziente ha perso coscienza da 16 anni, il padre lo porta al cinema ogni mercoledì. «il fatto che si possa dire che il paziente sta traendo piacere dai film, e che ne possa in qualche maniera seguire la trama e comprenderli dice molto sulla sua qualità di vita - conclude Owen - Ci sono un sacco di mercoledì in 16 anni».

Honey Bee, la gatta cieca che adora le escursioni

La Stampa

La micia ha perso la vista, ma non la curiosità. Per questo in poco tempo è diventata un’ottima compagna di escursioni per i padroni che l’hanno adottata

 .itSembrava condannata a una vita in una clinica veterinaria, invece, grazie a una famiglia affettuosa che l’ha adottata, la gattina cieca Honey Bee oggi si divide tra casa e gite all’aria aperta. La felina, di razza Calico, una variante del “gatto tartarugato” diffuso in Europa, è nata con un doppio problema agli occhi: da piccola ne aveva uno troppo piccolo e uno troppo grande. In poco tempo, ha perso completamente la vita. Ma questo non ha scoraggiato una famiglia di Seattle che l’ha presa dalla clinica gestita dall’associazione Animals Fiji e l’ha portata a casa. 

Honey Bee è subito stata al passo con i ritmi dei padroni: amanti dell’hiking, cioè passeggiate nella natura selvaggia, ha accettato di indossare pettorina e guinzaglio e seguirli per gli sterrati delle montagne intorno a Seattle. Tra le ultime “conquiste” della micia, la gita per i sentieri del lago Mason, a pochi chilometri dalla città. La vista non le serve: il solo fatto di stare con la famiglia e andare alla scoperta di nuovi odori e luoghi le basta. E quando è stanca, i padroni la prendono sulle spalle e lei si accoccola sui loro zaini. 

La gattina è ormai famosa sui social. La sua famiglia ne ha approfittato per lanciare un appello: «Adottate animali con bisogni speciali, perché sono pieni di risorse». Non è da tutti (i gatti), infatti, accettare di indossare un guinzaglio e una pettorina e seguire i padroni letteralmente “alla cieca”. 

twitter@fulviocerutti

Caso Claps, la poliziotta campana che cercava la verità non si suicidò. Dopo 13 anni c'è un indagato per omicidio

La Stampa

di Simona Chiariello

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CAVA DE' TIRRENI - A tredici anni dalla sua morte, catalogata frettolosamente come suicidio, l’inchiesta sulla morte di Anna Esposito, riaperta circa un anno fa, è a una svolta. I magistrati della Procura di Potenza Francesco Bisentini e Valentina Santoro hanno iscritto nel registro degli indagati un uomo. Accanto al suo nome è apparso il pesante reato di omicidio volontario.

L’iscrizione risalirebbe alla fine del mese di luglio, ma solo in queste ore è trapelata la notizia. In realtà non si tratta di un nome nuovo, ma dello stesso uomo che compare, sia pure non nelle vesti di indagato, nel fascicolo aperto nella precedente inchiesta per istigazione al suicidio.

La Grande Guerra? Il Papa sbaglia Fu un conflitto giusto e doveroso

Arturo Diaconale - Mar, 16/09/2014 - 10:42

Le nazioni di tutta l'Europa si sono compattate anche sui campi di battaglia. E i pontefici non furono sempre pacifisti


Caro direttore, ho letto l'articolo di Vittorio Feltri di ieri sull'inutilità della guerra. Non sono d'accordo: ecco come la vedo io. Ha fatto bene Matteo Renzi a non andare ad accogliere ed ascoltare Papa Francesco a Redipuglia. Perché se lo avesse fatto si sarebbe reso conto che l'appello del Pontefice per la pace comporta un grave danno collaterale alla sua azione di Presidente del Consiglio di un Paese impegnato a fronteggiare una profonda crisi proprio mentre l'Europa, che impartisce regole, non riesce ad avere identità.

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Il Sacrario di Redipuglia è uno dei monumenti rappresentativi di quella nazionalizzazione delle masse che dopo la prima guerra mondiale tutti i Paesi europei (non solo l'Italia fascista e la Germania nazista ma anche tutti gli altri Stati democratici a partire da Francia e Gran Bretagna per finire agli Stati Uniti) realizzarono allo scopo di rinsaldare la compattezza dei rispettivi popoli attraverso un consolidamento simbolico delle identità. Nel caso italiano il processo di nazionalizzazione delle masse era diretto a rinforzare il regime mussoliniano esaltando il sacrificio che l'intero popolo italiano, rappresentato dai centomila morti sepolti sulle colline del Carso, aveva compiuto per completare il processo di unità nazionale avviato dalle generazioni precedenti.

Ma, sempre nel caso italiano, il processo di nazionalizzazione delle masse non era affatto una invenzione del fascismo. L'edificazione di Redipuglia segue quella dell'Altare della Patria il cui simbolismo del Milite Ignoto precede l'avvento del fascismo. E costituisce la diretta conseguenza di quel Risorgimento promosso non da feroci reazionari ma da quei liberali e da quei democratici che attraverso la formazione di uno Stato nazionale speravano che l'Italia ed il suo popolo si potessero liberare la secoli di servitù e di vassallaggio ad opera dei grandi Paesi vicini. Quegli stessi Paesi, dalla Francia all'Impero Austro-Ungarico, che non si limitavano ad usare il Bel Paese come terra di conquista ma condizionavano per antica abitudine la stessa elezione dei Pontefici Romani e la formazione della Curia.

L'omelia di Papa Francesco a Redipuglia non si colloca dunque soltanto come scontato seguito del pacifismo cattolico inaugurato nel 1917 con l'appello contro «l'inutile strage» da Benedetto XV, Papa fin troppo consapevole del ruolo protettore esercitato dagli Imperi Centrali nei confronti della Chiesa. È la logica e consapevole prosecuzione del processo di denazionalizzazione delle masse per nulla identificabile come una innovazione del Pontefice non europeo ma piuttosto come la perenne conseguenza storica di una fede religiosa a vocazione universale. Una fede che non riconosce confini e che non può accettare altre identità diverse da quella propria, portatrice di una verità non relativa ma sempre e comunque assoluta.

È assolutamente legittimo che Papa Francesco supporti con la sua sensibilità quel processo di denazionalizzazione delle masse che reca con sé l'automatica rivendicazione del primato della religione. Quel primato in nome del quale oggi si predica l'obbligo della pace come ieri si teorizzava la necessità delle guerre giuste. Ma è altrettanto legittimo rilevare come la scelta di Redipuglia come luogo simbolico da cui lanciare il proprio messaggio, il Pontefice non si è posto sulla scia di Benedetto XV ma su quella antorisorgimentale di Pio IX ed ha inviato a quei centomila morti rappresentativi di un intero popolo il messaggio di aver sacrificato inutilmente la propria giovinezza. Francesco, in sostanza, nel luogo simbolico del completamento del Risorgimento ha predicato che è stato un tragico errore essersi sacrificati per l'unità e l'identità italiane.

Stupisce che nessuno abbia osato rilevare che per seguire fino in fondo l'indicazione del Papa bisognerebbe salire sull'Altare della Patria e smantellare la tomba del Milite Ignoto derubricandola a simbolo della guerra «inutile strage». Ma stupisce ancora di più che nessuno si renda conto che non si può chiedere ad un popolo di compattarsi e di compiere sacrifici contro la crisi se la sua identità viene cancellata ed i sacrifici del passato bollati come vani. In queste condizioni quali possibilità di riuscita può avere il tentativo di Matteo Renzi di convincere una Europa ancora priva di identità ed in cui contano solo le identità forti di alcuni Paesi (come ai tempi di Pio IX e Benedetto XV) a riconoscere la legittimità delle richieste italiane?

Camerun, condannato per omosessualità: "Beveva il Bailey's"

Giovanni Masini - Mar, 16/09/2014 - 12:33

Il Paese africano adotta leggi contro l'omosessualità sin dal 1972, ma in molti casi le condanne si basano solo su stereotipi di genere


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Un uomo camerunense è stato condannato per omosessualità a causa della sua passione per il Bailey's. Nel Paese centrafricano le relazioni omosessuali sono state dichiarate illegali sin dal 1972 e oltre ad ammende pecuniarie sono previste pene detentive da sei mesi ad un anno di reclusione. Le condanne, inoltre, vengono spesso comminate sulla base di stereotipi relativi all'omosessualità, come è accaduto nel caso della celebre crema di whiskey irlandese, associata, evidentemente, ad uno stile di vita e a gusti "effemminati".

L'avvocato Michel Togue, che rappresenta l'uomo condannato per omosessualità, sostiene che sono talmente rari i casi di persone effettivamente colte sul fatto mentre consumano rapporti omosessuali che la polizia si inventerebbe spesso le accuse più bizzarre, basate su stereotipi arbitrari volti solo ad ottenere le condanne.

Togue, secondo quanto riportato dal Mirror, sostiene inoltre che le accuse di omosessualità sono spesso utilizzate da vicini di casa e fazioni rivali per regolare questioni private e mettere in cattiva luce persone che non hanno commesso alcun reato. Il legale cita inoltre il caso di tre uomini arrestati dalla polizia con l'accusa di aver consumato un rapporto sessuale in un'automobile senza che nessuno li avesse colti sul fatto: l'arresto è scattato solamente sulla base del loro modo di vestire "effemminato".

Assessora e avvocata: la grammatica paritaria

Girolamo Tripoli - Mar, 16/09/2014 - 11:18

Questora e sindaca, assessora e avvocata, ministra e architetta, rigorosamente senza il suffisso "-essa" a cui siamo abituati.



Già qualche tempo fa l'Accademia della Crusca auspicava un largo uso di queste parole, cercando anche di convincere i giornali a scriverle più spesso. Adesso, a supportare la battaglia dell'Accademia ci hanno pensato anche l'Università di Trieste, quella di Udine e la Scuola Superiore di Studi Avanzati di Trieste. Hanno stipulato una "Dichiarazione d'intenti per la condivisione di buone pratiche per un uso non discriminatorio della lingua italiana".

L'obiettivo è quello di sensibilizzare la cultura di genere anche attraverso il linguaggio, scoraggiare l'utilizzo di tutte le forme legate a una visione discriminatoria del mondo per quanto riguarda il genere e promuovere l'uso di un linguaggio in grado di registrare anche la presenza del femminile. In particolare, emerge dal documento una dissimetria grammaticale riguardo il verbo. Un esempio è il seguente: nella frase "gli studenti e le studentesse sono stati sgridati" il verbo è al maschile, e infatti non si dice mai "gli studenti e le studentesse sono state sgridate".

C'è chi sostiene che, per ovviare a questo problema, a Zurigo si è tenuto un convegno sull'asterisco. La frase, con l'asterisco, diventerebbe "sono stat* sgridat*". Una formula che permetterebbe di evitare ambiguità di ogni genere. Il documento riporta anche delle dissimmetrie semantiche, come l'uso del maschile come valore generico (l'animo degli uomini per indicare l'animo umano).
Nel documento, infine, vengono anche indicate le prime misure da adottare nella nostra lingua:

"Attenzione costante agli aspetti del genere grammaticale da non declinare esclusivamente al maschile" e "visibilità del femminile attraverso l’inserimento di termini e declinazioni al femminile accanto a quelli al maschile", e soprattutto "la possibilità dell’oscuramento del genere attraverso uso di pronomi indefiniti, termini collettivi non marcati, uso della sintassi". Via libera alla sindaca, all'assessora e all'avvocata. O, se preferite, all'avvocat*.

I rifiuti del Sud negli inceneritori del Nord, la maggior parte a Brescia

Corriere della sera
di PIETRO GORLANI

L’impianto A2A brucerà il 30% in più (un milione di tonnellate l’anno). L’assessore regionale Terzi: «Assurdo. Faremo ricorso alla consulta»


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Si scrive «sblocca Italia». Ma in Lombardia ed Emilia Romagna si leggerà «sblocca rifiuti». Perché il governo Renzi, per risolvere l’annosa emergenza immondizia che attanaglia buona parte dell’Italia meridionale ha deciso per decreto di smaltirla negli impianti del Nord, portando al massimo il loro carico termico. Significa che diversi impianti (da Brescia a Milano, da Bologna a Parma) potranno bruciare fino al 30% in più di monnezza. Il record spetterebbe all’impianto bresciano di A2A, il più grande d’Italia: potrà ricevere oltre 1 milione di tonnellate a fronte delle attuali 780mila incenerite (solo 430 mila tonnellate sono rifiuti urbani di Brescia e provincia).

Dove andranno i rifiuti del sud, in primis quelli di Roma e della Campania, dove si trovano ancora centinaia di migliaia di ecoballe da smaltire? La Regione con maggior numero di inceneritori è la Lombardia (13 dei 55 presenti in Italia). Oltre a Brescia la monnezza potrà essere incenerita anche a Milano (compresi gli impianti di Sesto e Trezzo d’Adda), Dalmine ma anche a Cremona. I rifiuti potranno finire anche nei 9 termoutilizzatori dell’Emilia Romagna (seconda in Italia per numero di impianti), in prevalenza a Parma e Bologna. Nella classifica regionale figura poi la Toscana (7 impianti), seguita dal Veneto (4).
Il «caso» Brescia
Per decreto cadono anche le «quote» di bacinizzazione regionale. Un esempio: l’impianto di Brescia oggi può funzionare per due-terzi con rifiuti solidi urbani provenienti da Brescia e provincia o dalla regione, e solo per un terzo con rifiuti speciali provenienti dal resto Italia. Tra due mesi A2A potrà liberamente decidere di bruciare quello che vuole. Se il fine del Governo Renzi è quello di smaltire in Italia l’eccesso di rifiuti, evitando sanzioni europee, a farne le spese rischia di essere l’aria già malata del Nord.

Visto che 250 mila tonnellate di «monnezza» per Brescia equivalgono a 140 tonnellate l’anno di ossidi d’azoto in più. Regione Lombardia e lo stesso Comune stavano spingendo per l’aumento della raccolta differenziata (ferma al 40%) e quindi alla diminuzione futura del conferimento di rifiuti all’inceneritore A2A: a marzo avevano deciso di non aumentarne in sede di Aia (autorizzazione integrata ambientale) la capacità massima di combustione. Ora è il governo che indirettamente per decreto «soddisfa» il sogno della ex municipalizzata (ovvero arrivare al milione di tonnellate l’anno di rifiuti bruciati). Si avvera quindi lo scenario peggiore paventato dagli ambientalisti nostrani, che chiedevano un ridimensionamento dell’impianto bresciano, bruciando i soli rifiuti e biomasse di città e provincia.
Due mesi per adeguarsi, altrimenti interviene il governo
La volontà del consiglio dei ministri è spiegata all’articolo 35 dello Sblocca Italia, approvato venerdì: «Attuare un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti atto a conseguire la sicurezza nazionale nell’autosufficienza e superare le procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore. Tali impianti, individuati con finalità di progressivo riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale, concorrono allo sviluppo della raccolta differenziata mentre deprimono il fabbisogno di discariche». E ancora: «Tutti gli impianti devono essere autorizzati a saturazione del carico termico», ovvero portati alla loro capacità massima. Negli impianti «deve essere data priorità al trattamento dei rifiuti urbani prodotti nel territorio nazionale» e devono essere trattati «rifiuti speciali non pericolosi o pericolosi a solo rischio sanitario». Per farlo vengono dimezzati i tempi degli iter burocratici. Le Regioni hanno tempo due mesi per adeguarsi. In caso contrario ci penserà il governo applicando i poteri sostitutivi.

L’assessore Terzi: «inaccettabile, faremo ricorso»
Claudia Terzi Claudia Terzi

« È una follia quello che vuole fare il Governo Renzi. Una follia che io e il presidente Maroni contrasteremo in tutti i modi, rivolgendoci anche alla Corte Costituzionale». Ha la voce che vibra di rabbia e amarezza l'assessore regionale all'ambiente della Lombardia, Claudia Terzi (Lega Nord): « Un provvedimento altamente ingiusto perché mentre al Nord aumenta la percentuale di raccolta differenziata, altre città del sud come Roma o Napoli continueranno a vivere di rendita, alle spalle di lombardi ed emiliani».

La Terzi critica aspramente anche lo strumento del decreto e la minaccia di utilizzare i poteri sostitutivi, qualora le regioni non si piegassero alle volontà del Governo: «Mi chiedo perché Renzi non abbia nominato un commissario per realizzare gli inceneritori laddove non ci sono e invece minaccia di commissariare noi se non accettiamo rifiuti altrui». L'assessore regionale non risparmia un appello e una critica anche al Pd Regionale e locale: «Il Pd a sempre fatto della questione ambientale un suo cavallo di battaglia. Voglio vedere ora che faranno davanti a questa scelta. Se vengono prima le esigenze di cassa di qualche multiutility pubblica o la salute dei cittadini».

pgorlani@corriere.it
16 settembre 2014 | 09:44

Viaggio dentro ad Angola, L’Alcatraz del Sud

Corriere della sera

di Marzio G. Mian – foto e video di Alessandro Cosmelli

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Gli uomini, tutti neri, sono chini e muti. Indossano pantaloni blu, casacche bianche o celesti, usano guanti gialli. Calzano stivaloni di gomma, in capo quasi tutti hanno calati logori cappellacci di paglia o berretti da baseball, qualcuno non smette il poco raccomandabile cappuccio della felpa. Se non fossero tenuti sotto tiro dalle guardie a cavallo sembrerebbero immigrati arruolati nella raccolta dei pomodori in Puglia. Dalla strada sterrata, senti solo qualche colpo di tosse provenire dal profondo del campo o qualche prolungato mugolio o sbuffo prodotto dallo sforzo dei più corpulenti nel momento d’alzarsi e deporre le grosse rape nei secchi; a fare attenzione il vento caldo porta a folate le note d’un soffocato canto lontano, laggiù nel campo – ma forse sono solo i fantasmi di questa ex piantagione, una delle più infami del Sud e della Louisiana, coltivata da schiavi provenienti soprattutto dall’Angola, un nome che divenne una garanzia di maledizione sia per i neri condotti in catene a raccogliere il cotone sia per i detenuti tradotti in catene quando Angola, ai primi del Novecento, divenne il più grande carcere di massima sicurezza degli Stati Uniti, 7.300 ettari, 73 chilometri quadrati, più esteso di Manhattan.

1No, non è un film
Un luogo dove la sofferenza imbratta ancora la terra: nel 1951 trentuno detenuti si tagliarono i tendini d’Achille per protestare contro le brutali condizioni. “Benvenuti nell’Alcatraz del Sud” dice con orgoglio Gary Young, ex secondino, la nostra guida in questa visita esclusiva nel carcere più raccontato del cinema americano, da “Dead Man Wolking” a “Monster’s Ball” al “Miglio Verde” a “Il mago della truffa” a “Jfk”. Dei 6.300 detenuti 5120 non usciranno mai da qui: moriranno con un ago in vena nella stanza delle esecuzioni, oppure – condannati al carcere a vita – se ne andranno quando sarà la loro ora; ma non varcheranno lo stesso il cancello, perché la cassa d’abete palustre costruita dai compagni della sezione falegnameria, i quali da quattro anni hanno smesso di costruire comodini e assemblano solo bare, verrà deposta nella terra rossa di Angola. “I primi ad abbandonare il prigioniero sono i compagni della banda, poi la moglie, poi gli amici, poi i figli. Quando muore la madre non viene più nessuno. Dietro il feretro solo i compagni di cella e il pastore. è sempre molto commovente e intenso” dice Young. Chi è uscito con le sue gambe è Glenn Ford, 64 anni. Era nel braccio della morte da 30 anni, proprio come i fratelli McCollum rinchiusi in Nord Carolina e liberati il 2 settembre scorso grazie alla prova del Dna. Glenn in aprile è stato riconosciuto innocente dall’accusa di omicidio e vittima di discriminazione perché condannato a morte da una giuria di soli bianchi.

4La cura di mister Cain
“La giustizia degli uomini non è quella di Dio. Ma la cosa bella” assicura Young “è che qui con la nostra riabilitazione morale si muore comunque nella grazia di Dio. Poi ognuno andrà nel posto che gli spetta, Inferno o Paradiso, dipende, ovvio”. Infatti Angola è, secondo una recente denuncia dell’Unione americana per le libertà civili, “un centro d’integralismo cristiano” perché il controverso direttore Burl Cain ha lasciato mano libera ai predicatori, ha imposto la costruzione di cappelle in ognuno dei cinque “padiglioni” recintati di Angola e lo studio della Bibbia, anzi un vero e proprio seminario obbligatorio che forma pastori e dj per la radio del carcere che spara a palla prediche e gospel 24 ore su 24 (prima di Cain la radio era segnalata anche da Rolling Stone magazine per la sua sofisticata e laicissima playing list, soprattutto per il rock). Sta di fatto che quello che era il carcere più violento d’America è diventato, dopo la sacra cura, un esempio di redenzione e convivenza: “Oggi è lunedì” dice Young “bene, per tutto il fine settimana non c’è stata nemmeno una zuffa. Da quando è arrivato mister Cain le violenze sono calate dell’85 per cento”.

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Nel 1995 hanno registrato 799 aggressioni tra detenuti e 192 attacchi alle guardie, quest’anno solo 53 incidenti gravi tra galeotti e 15 ai danni dei carcerieri. Nelle carceri della Bible Belt, soprattutto qui in Louisiana – leader mondiale nei posti letto in galera, 13 volte più dell’Iran (un nero su 14 a New Orleans è dietro le sbarre) – e per la destra religiosa americana il potente Burl Cain è intoccabile almeno quanto la pena di morte. Difatti Burl Cain e la morte s’incontrano, accade quando è l’ora dell’iniezione: lui è lì puntuale che tiene la mano al condannato. Burl Cain è l’ultima visione del condannato prima di chiudere gli occhi. E’ stato dopo la prima esecuzione che Burl Cain ha deciso di dedicare la sua vita a Cristo, di “far rinascere i criminali in Cristo”, in un certo senso di essere Cristo: “Ho sentito che quell’uomo stava andando all’Inferno e che avrei potuto evitarlo” ha detto a Time. Ha anche confessato che sua moglie intende lasciarlo perché “non vuole vivere con un killer”. Il suo predecessore, Murray Henderson, è ancora ad Angola, ma come detenuto, perché ha ammazzato la moglie con cinque colpi.

5Niente rete, ma alligatori
Questa Alcatraz, dove ci sono detenuti in isolamento, “solitary confinement”, da 30 anni, occupa una penisola che s’allunga nel Mississippi in uno dei punti dove esso è più largo e veloce, neanche avesse fretta, dopo aver sfiorato la sinistra Angola, di raggiungere il Golfo del Messico e annullare così le acque melmose e i brutti ricordi accumulati lungo gli oltre quattromila chilometri di viaggio, nell’immenso Oceano blu. Il lato non bagnato dal Grande Fiume non ha nemmeno la rete: è invece una giungla paludosa e implacabile, infestata da serpi e alligatori. Questi ultimi pare siano migliaia poiché qui hanno la certezza di non essere seccati dai cacciatori, tenuti lontano dal terrore di udire – come narrano i racconti gotici della Louisiana – le urla terrificanti delle anime di tutti quei detenuti che fino a un paio di decenni fa sparivano improvvisamente nel nulla, nè ricercati nè reclamati, dimenticati da tutti, come d’altronde accade ai problemi risolti. “No signore, da qui non si può fuggire” garantisce Young. “Due settimane fa ci hanno provato in tre, dopo 15 minuti erano già in cella di punizione e tra un anno passeranno in isolamento”. C’è stato solo un caso nel 1956, fuggirono in cinque, un corpo venne pescato dal fiume, un evaso venne catturato in Texas e disse di aver visto affogare due compagni di fuga, ma gli uomini dell’allora direttore Maurice Sigler trovarono le chiare tracce di tre uomini oltre il Mississippi.

2I fantasmi della piantagione
Forse la cosa più feroce di questo luogo, la vera condanna, è la sua immensità, che offre l’illusione d’appartenere ancora al mondo e alla vita, di condividere l’orizzonte e le nuvole e i temporali con tutti gli altri uomini liberi, invece chi sta qui viene contato 23 volte al giorno e viene pagato 4 centesimi l’ora per il lavoro forzato nei campi – in rapporto molto meno degli schiavi dell’antica piantagione. L’80 per cento dei reclusi sono qui per delitti atroci e violenti, assassinii, stupri, rapine finite nel sangue. Eppure a vederli tutti insieme non si pensa all’eccezionale concentrazione di male e peccato disseminati in qualche ettaro, ma colpisce invece che nessuno di loro osa guardarci; impossibile incrociare i loro sguardi, forse non sanno più guardare: continuano a cogliere rape con un ritmo stanco e meccanico. Le guardie a cavallo nel campo sono tre, due bianchi e un nero, eleganti, armati di fucili a pompa e di occhi capaci di perlustrare anche i pensieri. Una guardia, o un “freeman” nel gergo dei detenuti di Angola, si apposta sugli argini e di fucili automatici ne ha due, uno per mano. Vengono in mente i sorveglianti delle piantagioni, carabina e scudiscio.

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E non è l’unico rimando stando alle recenti inchieste del Times-Picayune di New Orleans, secondo cui i detenuti sono i “nuovi schiavi” della Farm, come viene anche chiamata Angola, perché produce quarantamila quintali di verdura, coltiva frumento, mais e soia, alleva 2.500 capi di bestiame, e solo in minima parte tutto cio’ viene utilizzato per la sussistenza dei detenuti della Louisiana (“tre pasti al giorno ci costano in totale appena un dollaro e mezzo” dice orgoglioso Young), ma sono commercializzati da una azienda privata nei supermercati, mentre Angola riceve milioni di dollari di fondi pubblici, quasi centomila dollari l’anno per detenuto. Eppure l’amministrazione è stata chiamata a tagliare il budget: non potendo ridurre le guardie speciali, ha eliminato una ventina di uomini non essenziali, sostituendoli con delle belve, cioè dei lupi ibridi, che da due anni pattugliano di notte le recinzioni dei settori più sensibili.

6Le notti di William Hurt
Nel braccio della morte non c’è l’aria condizionata. Una decisione presa da Burl Cain nel 2006 quando si è resa necessaria una ristrutturazione delle celle che ospitano 88 morti che camminano. D’estate si possono raggiungere i 42 gradi e quindi per questi uomini chiusi in cella per 23 ore al giorno è una ulteriore tortura; tre di loro, malati, lo scorso anno hanno denunciato Cain e il processo è ancora in corso. Ma tra i commenti sul sito delTimes-Picayune nessuno menziona il direttore: “Aspettiamo quando avranno l’ago in vena e allora sì che andranno dove fa molto caldo” scrive Ronnie Tuttle. “C’è un solo modo per rendere utili questi tre criminali, che presto i loro cuori e reni vengano donati a chi ne ha davvero bisogno” è il consiglio di un tale che si firma Dafunkystuff; mentre Bill60 fa il pietoso, “poverini, perché qualcuno non gli porta un gelato?”. William Hurt ottenne di passare tre giorni e tre notti in una di queste celle nel 2008 per prepararsi psicologicamente per il film “The Yellow Handkerchief”. “E’ orribile, è impensabile come l’uomo abbia inventato una macchina della sofferenza come questa” disse. La cosa che lo colpì di più fu che i detenuti potevano giocare a scacchi tra di loro senza mai vedersi in faccia, solo le mani uscivano dalle sbarre. Niente tv, ma solo Bibbia. In attesa di dire addio al mondo guardando Burl Cain negli occhi.