martedì 16 settembre 2014

Arriva SoPhone i6, il clone dell'iPhone 6 con Android al costo di 100 euro

Il Mattino



ROMA - Dopo il lancio del nuovo melafonino arriva anche il suo clone. Si chiama SoPhone i6, ha un display da 4,6 pollici e ha la stessa estetica dell' iPhone6 ma monta il sistema operativo Android.
Lo smartphone è dotato di processore quad-core MediaTek MT6582 da 1.3GHz, 2GB di memoria RAM, 4GB di memoria interna espandibile con microSD fino a 32GB, fotocamera posteriore da 13 megapixel e fotocamera anteriore da 5 megapixel. La versione di Android è la 4.3 Jelly Bean con un’interfaccia in pieno stile iOS.

La grande differenza è nel prezzo: SoPhone i6 costa circa 100 euro ed è gia disponibile nella vendita online.

IOS8, domani il download del nuovo sistema operativo Apple

Il Mattino

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Domani in possessori di un prodotto Apple mobile potranno scaricare la nuova versione del sistema operativo, iOS 8. L'aggiornamento gratuito riguarderà iPhone 4s, iPhone 5, iPhone 5c, iPhone 5s, iPod touch (5a generazione), iPad 2, iPad con display Retina, iPad Air, iPad mini e iPad mini con display Retina.

Fotocamera potenziata, messaggi in stile WhatsApp, la tastiera predittiva QuickType, una funzione per vedere lo spazio occupato dalle app e anche la percentuale di energia consumata dalla batteria. Ma soprattutto le piattaforme Health e Home, per permettere ai dispositivi di controllare la salute e interagire con la propria casa. Sono alcune delle principali novità introdotte da iOS8. Una delle applicazioni chiave del nuovo sistema operativo è proprio Health, che monitora la nostra salute in diretta raccogliendo dati fisici, battito cardiaco, respiro, qualità del sonno, alimentazione. Tutti dati sensibili (Apple ha messo dei paletti sulla privacy) che possono fornire un profilo sanitario di un utente ed essere di supporto in casi di emergenza.

Per le case sempre più connesse Apple ha pensato al sistema Homekit, con cui identificare i sistemi domotici che dialogano con iOS, dagli interruttori alle prese smart fino ai sensori per le piante. Insomma, tutta la casa potrà essere controllata da iPhone e iPad. Ma le novità di iOS8 che impatteranno sulla quotidianità degli utenti sono tante. Dalle funzioni fotografiche (si potrà scegliere il fuoco e l'esposizione di una foto semplicemente toccando lo schermo, senza ricorrere ad app esterne) alla tastiera predittiva QuickType che prevede che tipo di frase si andrà a comporre analizzando anche il contesto.

La funzione Messaggi insegue WhatApp: può inviare frasi vocali e gestire conversazioni di gruppo, così come condividere documenti e immagini. Importante anche la funzione Handoff che permette, ad esempio, di iniziare a lavorare su un iPad e continuare su un qualunque altro dispositivo sia iOS che Mac. Migliorano anche le notifiche ora utilizzabili in maniera interattiva e la funzione di ricerca Spotlight che si allarga anche al web e a Wikipedia. Inoltre, iOS8 consentirà non solo di vedere la memoria occupata dalle app, ma anche la percentuale di energia consumata (una funzione già presente su Android).

Altra chicca "rubata" ad Android e utile per chi è sempre di corsa è il tempo necessario a raggiungere la meta di un appuntamento fissato. Anche iCloud - la nuvola di Apple di recente finita sotto accusa per le foto oseè dei vip di Hollywood - si amplia con la funzione Drive, un vero e proprio disco virtuale condiviso. Inoltre, l'app immagini e la Libreria Foto iCloud sincronizza le foto su tutti i dispositivi, comprese le modifiche effettuate in locale. Infine due curiosità: è stata migliorata la traduzione italiana del sistema operativo e inserita una tastiera Braille che aiuterà i non vedenti a usare al meglio iPhone e iPad.

martedì 16 settembre 2014 - 13:52   Ultimo agg.: 13:53


Ecco come chiedere il rimborso per Windows preinstallato sui Pc nuovi

Il Mattino

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Un consumatore qualunque - Marco P., 46 anni, da Firenze - ha ottenuto in Cassazione una importante vittoria contro il colosso americano delle tlc Hewlett-Packard che si è visto rigettare il ricorso con il quale sosteneva che i suoi pc, se venduti insieme a un sistema operativo "di serie", dovevano considerarsi come «un unico prodotto integrato».

In sostanza - è la tesi della multinazionale - non era possibile restituire il software, ottenendo il relativo rimborso, e tenersi invece l'hardware in caso di «pentimento» sull'acquisto del pacchetto. Questo punto di vista è stato bocciato dalla Suprema Corte che ha confermato il diritto di Marco P. a riavere i 140 euro (costo stimato) del sistema operativo "Microsoft Windows XP Home Edition" e del software applicativo "Microsoft Work 8" fornito insieme al notebook Hp da lui «contestualmente» acquistato nel dicembre 2005. Dopo la notizia, l'associazione dei consumatori ADUC ha previsto tante richieste di rimborso e sul suo sito ha pubblicato un modulo da compilare e da spedire con raccomandata per ottenere il rimborso.

CLICCA QUI PER SCARICARE IL MODULO

«Il punto fermo messo con la sentenza di Cassazione apre le porte ad una valanga di ricorsi che potrebbero essere accolti dai venditori di pc anche dopo la prima raccomandata A/R in cui si intima il rimborso e, nel caso ciò non dovesse accadere, l'eventuale iter giudiziario che consigliamo sarebbe più facile» spiega l'ADUC.

La favola di Mr. Minecraft, dalla periferia ai miliardi con i soldi della Microsoft

La Stampa

giuseppe bottero

Markus Persson cede il videogioco a una cifra record


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Quando s’è diffusa la notizia dell’interessamento di Microsoft per la sua creatura, il videogioco Minecraft, Markus Persson era steso sul divano, alle prese con un raffreddore devastante. «Ero confuso, subito non ho capito». Invece la situazione era chiarissima: Satya Nardella, il nuovo amministratore delegato del colosso di Redmond, aveva pronto un assegno da due miliardi e mezzo di dollari.

Assegno che è stato staccato ieri, e ha l’effetto di trasformare Persson - svedese, 35 anni - in uno dei più giovani miliardari d’Europa. Attenzione, Markus non è un rampante della Silicon Valley, ma uno «smanettone» cresciuto a colpi di bit e numeri: e infatti, quando i fan storici di Minecraft hanno storto il naso perché un gioco «libero» finiva nelle mani del capitalista Microsoft, il fondatore s’è sentito attaccato. Ha provato a giustificarsi per tutti quei soldi. «Ho ideato Minecraft per divertimento, perché amo i giochi e amo programmare. Non l’ho creato con l’intenzione di renderlo grandioso, non ho mai voluto tentare di cambiare il mondo».

Eppure in qualche modo c’è riuscito. Minecraft, che ha debuttato nel 1999, è tra le prime cinque app più scaricate dai negozi virtuali di Apple e Google, dà lavoro a quaranta persone e ha venduto 50 milioni di copie generando, solo nel 2013, oltre cento milioni di profitti. Persson, che fedele alla filosofia della rete si firma con il nickname «Notch», ha investito una piccola percentuale dei ricavi nella sua passione, la musica elettronica: a giugno ha pagato 46mila dollari un disco di Aphex Twin finito all’asta su eBay. Un lusso che sa di vendetta sociale, soprattutto per un uomo nato in una famiglia povera, cresciuto fuori Stoccolma dalla mamma infermiera.

Il padre se n’è andato quando Markus aveva dodici anni, e s’è fatto sbranare dai problemi: la disoccupazione, l’alcool, la tossicodipendenza, il suicidio con un colpo di fucile alla faccia della «Svezia felix». Strano rapporto, quello di Persson con i soldi. Prima degli attacchi dei fan per il maxi-affare concluso con Microsoft scriveva sul web: «Una volta trovato un lavoro decente, ho smesso di preoccuparmi dei guadagni».

Ora, dopo la stretta di mano con Nadella, lascerà la sua creatura. Insieme a lui, se ne vanno i due ragazzi che hanno contribuito a fondarla. I dipendenti, invece, finiranno a Microsoft insieme con il logo del gruppo, Mojang. Rimpiangeranno il vecchio capo, che nel 2013 ha distribuito ai suoi «nerd» 3 milioni di euro di dividendi. Hanno salutato uno di loro - un secchione con barba e maglietta che spunta un po’ goffa dalle camicie - e si troveranno a discutere con i manager di Redmond, alle prese con la più grande ristrutturazione della loro storia. Microsoft utilizzerà Minecraft come un cavallo di troia per rafforzare il mercato «mobile» e tornare in voga tra i teenager, ma anche per rilanciare le vendite della console Xbox.

La stessa strada intrapresa da Facebook e Amazon. Il primo ha acquistato i simulatori di Oculus, il secondo s’è lanciato su Twitch, piattaforma streaming dedicata ai videogiocatori.

Foto porno sull'account della Nintendo: ma si tratta di un attacco hacker

Il Mattino

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NEW YORK - Imbarazzo, tanto, da parte di Nintendo, recentemente vittima di un attacco hacker che non è passato per niente inosservato. Ad essere colpito è stato l'account Miiverse (un social network utilizzato dagli utenti Nintendo Wii): gli hacker hanno deciso di prendere d'assedio il profilo Nintendo pubblicando decine di foto hard: donne in lingerie, manga giapponesi, foto hot di Kate Upton e molto altro ancora.

I gestori dell'account si sono scusati con il loro pubblico, ma ormai la frittata era stata fatta: ora le immagini sono state rimosse e il livello di guardia è aumentato: Nintendo promette che non accadrà più un incidente di questo tipo.


Un messaggio segreto celato dietro questi 10 famosissimi loghi

Il Mattino

ROMA - Il logo rappresenta un brand, una marca. Ma, dietro il significato apparente, molto spesso ci sono dei veri e propri messaggi nascosti. 


11. VAIO Se osserviamo da vicino le prime due lettere rappresentare un simbolo analogico e le ultime due lettere un sistema binario.

2. Amazon La freccia del logo Amazon è rivolta dalla A alla Z, proprio per simboleggiare il fatto che la società offre una varietà di oggetti in vendita davvero molto ampia.

3. McDonald La 'M' simboleggia l'iniziale del brand, ma, negli anni '60, il consulente di design e psicologo Louis Cheskin, si oppose alle volontà dell'azienda di cambiare il logo perchè sosteneva che secondo i clienti della 'M' era simile ad un "paio di seni nutrienti".

4. IBM Le linee bianche simboleggiano l'aspetto del segno uguale nell’angolo in basso a destra che rappresenta l’uguaglianza.

5. Toyota Le tre ellissi rappresentano 3 cuori: quello del cliente, quello del prodotto venduto e quello dei progressi tecnologici.

6. Wendy Nella collana di Wendy c'è la parola Mum (mamma). Tutto questo per ricollegare la cucina di Wendy a quella della vostra mamma.

7. Coca Cola La lettera 'o' rappresenta la bandiera della Danimarca, la nazione definita come la più felice del mondo.

8. LG Secondo LG il cerchio si simboleggia il mondo, il futuro, i giovani, l’umanità e la tecnologia, mentre il rosso rappresenta cordialità.

9. Adidas Questo logo rappresenta una vera e propria montagna. Le tre strisce, che erano parte del logo originale nel 1967, in realmente non significavano nulla. Successivamente sono state inclinate: simboleggiano gli ostacoli che tutte le persone devono superare.

10. Audi Quattro cerchi e ognuno di essi rappresenta le 4 aziende fondatrici del Consorzio Auto-Union nel 1932: come DKW, Horch, Wanderer e Audi.

Guarda e scopri

lunedì 15 settembre 2014 - 18:46   Ultimo agg.: 18:49

Moana, 20 anni fa la scomparsa della pornostar diventata mito. E c'è chi la ritiene ancora in vita

Il Mattino

di Gloria Satta

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Vent’anni fa, il 15 settembre 1994, Moana Pozzi moriva in un ospedale di Lione stroncata da un cancro al fegato. Aveva solo 33 anni e la notizia inaspettata travolse l’opinione pubblica che aveva imparato a conoscere, e in molti casi amare, la più famosa pornostar italiana al di fuori del suo ambiente hard.Cresciuta in una famiglia borghese di Genova che le aveva dato il nome di un’isola delle Hawaii, educata dalle suore, intelligente e garbata, Moana aveva infatti  sdoganato il mondo oscuro della pornografia partecipando come ospite “parlante” a trasmissioni tv e talk show, sfilando sulle passerelle di moda e ottenendo il rispetto di intellettuali del calibro di Biagi e Montanelli.

Quando non era sui set a luci rosse per girare film dai titoli inequivocabili (Super vogliose di maschi, Le calde labbra bagnate, Il castello del piacere, Mandingo Superstar...) si trasformava insomma in un personaggio “per famiglie” consacrato tra l’altro dall’irresistibile imitazione di Sabina Guzzanti. La gente ammirava la bellezza bon ton di quella star vietata ai minori, ascoltava le sue riflessioni pacate dimenticando il contenuto “impresentabile” dei suoi film e dei suoi spettacoli dal vivo.

COME ELVIS
Moana è stata un mito in vita e lo è diventata ancora di più dopo la morte. Com’è accaduto nel caso di Elvis, qualcuno (l’ex pornostar Eva Henger, ad esempio, o il biografo Brunetto Fantauzzi) vuol convincersi che sia ancora viva, nascosta magari su un’isola tropicale per dimenticare il suo passato costruito dal manager Riccardo Schicchi, l’inventore di Cicciolina ed ex marito della Henger, scomparso nel 2012. Si è parlato a lungo di mistero e la Procura ha perfino aperto un’inchiesta. Già dieci anni fa l’esibizione del certificato di morte di Moana e le testimonianze raccolte nell’ospedale dove la diva chiuse gli occhi avrebbero dovuto stroncare ogni illazione. Ma la leggenda non si è spenta nemmeno quando il vedovo di Moana, l’ex istruttore sub Antonio Di Ciesco sposato in segreto a Las Vegas nel 1991, rivelò di aver aiutato la moglie a morire, scatenando per questo polemiche e finendo sotto processo.


Sigarette, ora le migliori bionde si “rollano”

La Stampa

lorenza castagneri

Un rito che non è più “freak”come 30 anni fa, ma che sta conquistando anche i giovani “bon ton”

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Trent’anni fa lo facevano i «fricchettoni», quelli che appena arrivati dall’Inghilterra si rollavano l’Old Holborne raccontando di Piccadilly e di Carnaby Street, così, con nonchalance, per conquistare le ragazze. Oggi no, è tutto diverso. Rollare non è più freak e lo fanno anche le studentesse. Srotolare la cartina, infilare il filtrino, sistemare il tabacco e «girarsi» la sigaretta tra le dita non è più un rito vintage ma una moda. In continua crescita. Basta guardare i dati.

Colpa, forse, anche della crisi che ha costretto a tagliare il budget per le «bionde» tradizionali, quelle confezionate e sempre più costose, dal 2005 al 2013 le vendite di del tabacco nei pacchetti sono cresciute del 393 per cento. Un’enormità. Lo racconta l’ultimo Rapporto annuale sul Fumo dell’Osservatorio fumo, alcol e droga dell’Istituto superiore di Sanità. «Va detto che le vendite di “trinciato”, come lo chiamano gli esperti del settore, rappresentano ancora una piccola frazione del totale del mercato. Le sigarette, cioè, continuano a dominare. Ma mentre negli ultimi dieci anni il loro consumo è calato del 20 per cento, quello del tabacco sciolto è in ascesa costante», commenta Roberta Pacifici, direttore dell’Osservatorio.

Non è soltanto una questione di costi più bassi, anche se questo incide. Basti pensare che il pacchetto da venti sigarette più low cost che c’è in tabaccheria costa in media 3,90 euro mentre uno di tabacco si aggira sui 2,70 euro: 30 grammi e te ne rolli anche cinquanta. Se si considera che per una confezione di certi marchi di bionde si può arrivare a spendere anche più di cinque euro, il risparmio diventa evidente.

E poi va detto: ai giovani piace rollare. Ne vanno matti. Lo fanno anche l’idolo delle ragazzine Justin Bieber, la star di «The O.C.», Misha Burton e la cantante fiorentina Emma Marrone, paparazzata l’altra estate mentre sotto l’ombrellone armeggiava con cartine e tabacco. «Le ricerche ce lo dicono ma è una cosa risaputa» conferma Pacifici. Che poi ragiona: «Le sigarette fai da te hanno un gusto un po’ di altri tempi che oggi è molto in voga. È fashion e così tanti si convertono al tabacco. E se, nei prossimi anni, i costi dei pacchetti non saranno uniformati a quelli del fumo confezionato è difficile che il trend si arresti».

Per ora parlano i numeri. Quelli dell’Istituto superiore di Sanità dicono che nel giro di un anno il consumo di tabacco è raddoppiato. Nel 2013 i «roller» abituali erano il 9,6 per cento degli undici milioni e 300mila fumatori italiani. Meno di dodici mesi dopo il dato è schizzato al 18 per cento. Praticamente un quinto del totale. E a farlo sono soprattutto i giovani, quelli fra i 15 e i 24 anni.
Il motivo? Chi ama le sigarette artigianali assicura che il gusto del tabacco sfuso è migliore.

Il trinciato è più fresco e naturale, ha un sapore sempre diverso, più dolce o più inteso a seconda delle varietà. A volte pure aromatizzato. Anche se la tendenza nel settore smoking va tutta verso il «natural flavor», senza additivi. C’è chi si prepara una sigaretta alla volta e altri che, al mattino, ne rollano quante ne bastano per tutta la giornata. Quelli che fanno tutto a mano e quelli che usano la macchinetta. La pratica aiuta, ma non è comodo come tirarle fuori, già pronte, da un pacchetto. Chi le usa assicura che c’è anche un vantaggio per la salute. Quale? Non si fuma più per abitudine o gesto meccanico, ma quando si ha davvero voglia.

Sulla Luna con una calcolatrice

La Stampa

antonio lo campo

I computer delle prime missioni spaziali erano fragili e poco potenti, oggi le navicelle sfruttano sempre più spesso tecnologie di uso comune, come pc portatili e touchscreen

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Una delle scene più celebri del film “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrik è il duro scontro uomo-macchina tra uno dei componenti dell’equipaggio dell’astronave e il grande calcolatore centrale Hal 9000. Uno scontro tale da costringere l’uomo a disattivare e smontare il computer disubbidiente. Ma quante volte anche il computer di casa si rifiuta di eseguire un’operazione, e non c’è altro da fare che disattivarlo o resettarlo? O va in crash il programma e ci tocca riavviarlo perdendo tutto il lavoro già fatto? Tutte cose capitate con i primi, sofisticati computer delle navicelle spaziali.

Quando Armstrong disattivò il computer del LEM
Ma le missioni spaziali non potrebbero esistere senza l’informatica, che è anima ed essenza principale delle grandi imprese di esplorazione del cosmo: dalle missioni con astronauti, dove computer sempre più sofisticati e potenti supportano donne e uomini impegnati nei viaggi spaziali, e a maggior ragione per le sonde automatiche, dove le distanze dal nostro pianeta sono tali, che veicoli spaziali rover e lander scesi su altri pianeti, non possono fare altro che “autogestirsi” con dei cervelli elettronici. Piccoli scontri uomo-macchina risalgono agli anni Sessanta e alle grandi imprese spaziali dell’epoca della conquista della Luna. E non potevano che iniziare quando i computer di bordo cominciarono ad avere una discreta capacità di memoria: eccezionale per l’epoca, anche se quasi nulla in confronto ai computer di oggi: “Il computer del nostro modulo lunare” - ci ha ricordato una volta Charles Duke, che guidò sulla Luna quello dell’Apollo 16 - “aveva una potenza di calcolo migliaia di volte inferiore al Blackberry che ho in tasca”. Come dire, meno ancora di una calcolatrice tascabile. .

Spesso quel computer del LEM, il modulo lunare, si sovraccaricava di dati, soprattutto nelle fasi delicate della missione. E proprio durante il primo allunaggio, quello del modulo lunare dell’ Apollo 11, nel luglio 1969, Neil Armstrong e Buzz Aldrin ebbero i loro grattacapi con il computer di bordo, che fece scattare un allarme che segnalava un errore nell’elaborazione dei dati a causa del sovraccarico della memoria. Il computer non riusciva a calcolare i parametri dell’atterraggio e i sistemi di guida automatica di bordo stavano portando il LEM a scendere su un cratere pieno di massi e crepacci. Quindi Armstrong li disattivò, e con una manovra ardita portò manualmente il LEM su un punto sicuro e pianeggiante (ma con dispendio di carburante e con grande paura a Houston). Problemi al computer del LEM capitarono anche nella discesa lunare dell’Apollo 14 (febbraio 1971), quando solo la disattivazione del programma da parte di Edgar Mitchell, sostituito con uno nuovo impartito da terra dagli ingegneri del MIT, riuscì a salvare allunaggio e missione.

In seguito i calcolatori nelle missioni spaziali con astronauti diverranno sempre più affidabili, anche se qualche lancio dello Space Shuttle venne fermato negli ultimi secondi, spesso per problemi secondari che non avrebbero influito negativamente sulla partenza. Ma i computer della navetta spaziale, che prendevano in gestione totale e in modo autonomo tutte le fasi del lancio erano già molto più sofisticati, tanto che l’eventualità di un guasto era da considerare molto remota.

Gli elaboratori della Sojuz e dello Space Shuttle
Col passare del tempo, e soprattutto dagli anni Ottanta in poi, i computer dei veicoli spaziali diventano sempre più potenti. L’astronautica approfitta subito di queste opportunità, anche se i primi calcolatori di bordo dello Space Shuttle (cinque, più uno di riserva) sono pur sempre di tecnologia che risale all’inizio degli anni Settanta. Lo Shuttle inizialmente usa degli IBM Advanced System/4 Pi model Ap-101: fino a quel momento il massimo disponibile, con capacità di elaborazione 40 volte maggiore rispetto a quella dei razzi “Saturn V” delle imprese lunari Apollo, e capacità di memoria cinque volte maggiore e dimensioni tre volte minori. Un gran passo avanti.

Ma per una macchina complessa come lo Shuttle, formata da due milioni di componenti (centinaia delle quali critiche), ci voleva ben altro. E infatti tutte le navette della flotta, Columbia, Discovery, Atlantis e poi l’Endeavour che sostituì Challenger andato distrutto nel 1986, subiranno spesso degli aggiornamenti generali, dettati dalla necessità di rinnovare i sistemi informatici di bordo. In seguito, le navette della NASA vennero dotate di computer IBM modello 360 basati su processori Intel 8086 con sottosistemi di controllo video basati su microcontrollori RCA1802, collegati a monitor analogici posti nella cabina di pilotaggio, come oggi sugli aerei di linea. Nelle ultime versioni, fino al ritiro dai voli spaziali del 2011, la cabina di pilotaggio dello Shuttle era basata su cinque computer APA-101S ridondanti basati su processori 80386 d.

I cinque calcolatori di bordo usavano, in totale, circa 2 MB di memoria RAM a nuclei magnetici che, diversamente dalla normale RAM integrata a transistor, è completamente immune alle radiazioni. I computer impiegavano il linguaggio di programmazione HAL/S. Durante le fasi critiche (lancio e atterraggio) i computer lavoravano in parallelo ed eseguivano gli stessi calcoli, ricevendo le stesse informazioni, sincronizzati 440 volte al secondo. Anche le navicelle russe Sojuz, i cui voli sono iniziati nel 1967, hanno subito più volte cambiamenti “interni” dovuti ai miglioramenti e alle versioni sempre più avanzate dei sistemi elettronici e di navigazione automatica.

Già dopo la prima, storica versione della Sojuz, ad inizio anni Ottanta la “Sojuz T” si presentava come la precedente, ma con l’introduzione della microelettronica nella strumentazione di bordo, con il vantaggio di recuperare spazio a bordo, e quindi di tornare ad ospitare tre cosmonauti anziché due. Anche il computer di bordo era innovativo, in grado di gestire autonomamente le manovre per il rendez-vous e l’aggancio con i laboratori orbitanti. Prima invece, il controllo era affidato alle stazioni di Terra, che indicavano ai cosmonauti tutte le manovre da effettuare. E si giunge fino versione attuale, la Sojuz Tm A, dotata di sistemi informatici e di navigazione ancor più perfezionati.

Il sistema informatico della Stazione Spaziale
Dagli anni Novanta è iniziata l’era delle stazioni spaziali. Inaugurata dalla stazione russa “Mir” e poi con la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) che oggi orbita a circa 400 chilometri dalla Terra. Un grande struttura, pesante 390 tonnellate, che non potrebbe funzionare senza un sofisticato apparato di elaborazione dati. La ISS è dotata di un centinaio di computer portatili IBM e Lenovo ThinkPad, modelli A31 e T61p. Ogni computer viene poi configurato per migliorare la sicurezza, per consentire il funzionamento in condizioni di relativa assenza di gravità e con alimentazione a 28 V. Tutti i laptop a bordo della Stazione sono collegati alla LAN della stazione tramite Wi-Fi e con la Terra con una velocità di 3 Mbps di trasmissione e 10 Mbps di ricezione, paragonabile alla velocità media di una connessione domestica ADSL.

Nel maggio 2013, a tutti i laptop presenti sulla ISS, è stato sostituito il sistema operativo presente, passando da Windows XP alla versione Debian 6 di Linux: una scelta dettata dalla sicurezza, e affidabilità.  E nel frattempo, con l’avvento dei privati, ecco entrare in scena la navicella spaziale più avveniristica finora realizzata, la Dragon V2. La produce SpaceX di Elon Musk, più noto al grande pubblico per le vetture elettriche dell’altra sua azienda, la Tesla. Il veicolo spaziale sarà dotato dei computer più potenti e sofisticati oggi disponibili, in una cabina che permetterà di ospitare sette astronauti per un massimo di sette giorni, con un pannello di controllo formato da quattro schermi touchscreen riposizionabili dopo il lancio, e soli pochi comandi per il controllo manuale della capsula.

Se esternamente ricorda un po’ le vecchie e gloriose navicelle della corsa alla Luna, la Dragon (così come la nuova “Orion” della NASA) al suo interno è davvero la prima “Astronave del XXI Secolo”, come l’ha ribattezzata Musk.

Ecco i 10 umani che le zanzare adorano: scopri se ci sei anche tu...

Il Mattino

Tormentati dalle zanzare? Se cercate un motivo che spieghi l'accanimento di questi piccoli vampiri con le ali, secondo la scienza ce ne sono almeno 10.
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1. Il tuo gruppo sanguigno Un'analisi condotta su 64 persone da ricercatori del Pest Control Technology Institute rivela - spiega Focus - che le zanzare a parità di scelta preferiscono, ma non per questo girano i tacchi davanti ad altri gruppi - il sangue del gruppo "0" più che quello del gruppo "B" e circa il doppio di quello del gruppo "A". Come fanno a scoprirlo? L'85% delle persone secerne un segnale chimico che indica il gruppo sanguigno.

2. Il tuo respiro Le zanzare sono attratte dall'anidride carbonica nel tuo respiro. Riescono a fiutarla a 164 metri. Questo spiegherebbe perché le persone in sovrappeso risulterebbero più appetitose (hanno uno scambio ossigeno/anidride carbonica maggiore) e i bambini meno.

3. Perché sei uno sportivo Dopo un'intensa attività fisica, nei tuoi muscoli si forma acido lattico e le zanzare ne riescono a percepire l'odore. Alcuni integratori poi aumentano la quantità di ammoniaca e di acido urico che espelli con il sudore e anche questo le attira. E la temperatura corporea fa la sua parte: durante l'esercizio fisico aumenta e le zanzare lo leggono come un invito a pranzo…

4. I batteri della pelle Soprattutto le colonie che albergano nei pressi di piedi e caviglie attraggono le zanzare. Il che spiegherebbe perché ti pungono soprattutto alle estremità.

5. Un bicchiere di troppo Una lattina di birra aumenta le tue probabilità di essere morso. Potrebbe dipendere dall'etanolo o dal fatto che gli alcolici fanno aumentare la temperatura corporea.

6. Sei incinta E per questo produci più anidride carbonica col respiro rispetto alla media e la tua temperatura corporea è più alta.

7. Vesti di nero Le zanzare non seguono le mode: prediligono sempre i colori scuri e il rosso. Indossa qualcosa di bianco e ne attirerai meno.

8. Semplicemente perché sei tu L'85% dei motivi per cui le zanzare preferiscono mordere te, dipende dai tuoi geni. I geni influiscono sul tuo metabolismo, sul fatto che sudi più o meno della media delle persone e così via. Secondo Jerry Butler, entomologo forense all'Università della Florida "Una persona su 10 risulta particolarmente attraente per le zanzare".

9. Non sei repellente Nel senso che nel tuo sudore, a differenza di quello di altre persone, non sono presenti le sostanze repellenti che secondo gli scienziati inglesi del Rothamsted Research Lab servono a tenere lontane le zanzare. Ma con 400 sostanze da analizzare ci vorrà del tempo perché gli scienziati capiscano quali sono.

10. Gli ormoni e il colesterolo Sempre secondo Butler, "le persone con alte concentrazioni di colesterolo o steroidi sulla pelle attirano più zanzare". Proprio così: anche gli ormoni fanno la loro parte.

Otto anni fa moriva Oriana Fallaci. Il suo insegnamento è ancora vivo

Orlando Sacchelli - Lun, 15/09/2014 - 17:01

"L'Europa - scriveva la Fallaci - vive nella paura e il terrorismo islamico ha un obbiettivo molto preciso: distruggere l'Occidente ossia cancellare i nostri principii, i nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra civiltà"

A lei darebbe fastidio tutto questo clamore. Eppure, otto anni dopo la morte, continuiamo a parlare di Oriana Fallaci, dei suoi libri-denuncia contro i rischi del fondamentalismo islamico e la colpevole inerzia dell'Occidente. Subito dopo la tragedia dell'11 Settembre partì all'attacco con "La Rabbia e l'Orgoglio", poi vennero "La Forza della Ragione", "Oriana Fallaci intervista se stessa" e "L'Apocalisse".



Riscosse successo ma anche critiche feroci. In Francia finì sotto processo con l'accusa di razzismo religioso e xenofobia. Non gli andò meglio in Svizzera, da dove partì una richiesta di estradizione al nostro ministro della Giustizia. E anche in Italia fu accusata di vilipendio all'Islam. Grazie al coraggio che non le era mai mancato (a 14 anni aveva fatto la vedetta per i partigiani, nella sua Firenze), proseguì la sua campagna volta a risvegliare "l'orgoglio" di un popolo, per evitare di abbassare la testa e soccombere di fronte all'ignoranza e alla cieca violenza degli integralisti. Per i suoi libri e le sue idee, scrisse con malcelato sdegno sparando a zero contro tutti, "la sinistra al caviale e la destra al fois gras ed anche il centro al prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me".

Non si stancò mai di denunciare il colpevole lassismo della civiltà occidentale che, minacciata dal fondamentalismo islamico, come un pugile suonato è incapace di difendersi. Lei voleva che l'Occidente alzasse i pugni, montasse la guardia e si difendesse restituendo i colpi presi. La scrittrice fiorentina puntava il dito contro gli innumerevoli errori politici compiuti nel corso degli ultimi decenni, con una politica dell'accoglienza senza regole che, di fatto, ci poneva in una posizione supina verso chi avremmo dovuto accogliere. Era convinta di una cosa Oriana: stiamo assistendo al tentativo di islamizzazione dell'Occidente. E tutto ciò non avviene per caso ma è insito nel Corano stesso ed è testimoniato da oltre un millennio di conflitti e ostilità tra musulmani e cristiani. Lo scontro di civiltà, volenti o nolenti, era (ed è) già in atto.

Pur essendo atea condivideva profondamente la tesi di Benedetto Croce ("non possiamo non dirci cristiani") e, negli ultimi anni, dichiarò la sua ammirazione verso Benedetto XVI, che la ricevette in udienza privata nel 2005. Nessuno seppe mai di cosa parlarono. Di certo tra i due non poteva che esserci sintonia quantomeno su un punto: "L'Unione Europea - scrisse Oriana - nella sua ridicola e truffaldina Costituzione accantona e quindi nega le nostre radici cristiane, la nostra essenza...".
Sul dialogo tra civiltà la Fallaci non aveva dubbi. Leggete cosa scriveva: "Apriti cielo se chiedi qual è l'altra civiltà, cosa c'è di civile in una civiltà che non conosce neanche il significato della parola libertà. Che per libertà, hurryya, intende «emancipazione dalla schiavitù». Che la parola hurryya la coniò soltanto alla fine dell'Ottocento per poter firmare un trattato commerciale. Che nella democrazia vede Satana e la combatte con gli esplosivi, le teste tagliate. 

Che dei Diritti dell'Uomo da noi tanto strombazzati e verso i musulmani scrupolosamente applicati non vuole neanche sentirne parlare. Infatti rifiuta di sottoscrivere la Carta dei Diritti Umani compilata dall'Onu e la sostituisce con la Carta dei Diritti Umani compilata dalla Conferenza Araba. Apriti cielo anche se chiedi che cosa c'è di civile in una civiltà che tratta le donne come le tratta. L'Islam è il Corano, cari miei. Comunque e dovunque. E il Corano è incompatibile con la Libertà, è incompatibile con la Democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani. È incompatibile col concetto di civiltà".

Con una frase al vetriolo Oriana fece arrabbiare persino gli anarchici. In un'intervista a un giornale americano (The New Yorker) si disse indignata per la costruzione di una moschea a Colle Val d'Elsa (Siena): "Se sarò ancora viva andrò dai miei amici di Carrara, la città dei marmi. Lì sono tutti anarchici; con loro prendo gli esplosivi e lo faccio saltare per aria. Non voglio vedere un minareto di 24 metri nel paesaggio di Giotto, quando io nei loro paesi non posso neppure indossare una croce o portare una Bibbia. Quindi, lo faccio saltare per aria". Aveva il gusto dell'iperbole e le piaceva provocare. Sapeva anche le sue idee avrebbero scatenato un putiferio. La Federazione anarchica italiana si dissociò e la definì "guerrafondaia".

Nella sua lunga carriera giornalistica la Fallaci mise in fila una serie di interviste una più importante dell'altra: re Hussein di Giordania, Yasser Arafat, Reza Pahlavi, Haile Selassie, Henry Kissinger, Indira Gandhi, Golda Meir, Deng Xiaoping, Willy Brandt, Muammar Gheddafi e l'ayatollah Khomeini. Di fronte a quest'ultimo la leggenda narra che Oriana si tolse il chador che aveva dovuto indossare per forza. Come dicevamo all'inizio, alla Fallaci non mancava il coraggio. E lo ebbe sino alla fine, combattendo contro il cancro ai polmoni che l'aveva colpita e di cui lei non aveva paura di parlare, definendolo "l'alieno".

"Voglio morire nella torre dei Mannelli - scrisse Oriana - guardando l'Arno dal Ponte Vecchio. Era il quartier generale dei partigiani che comandava mio padre, il gruppo di Giustizia e Libertà. Azionisti, liberali e socialisti. Ci andavo da bambina, con il nome di battaglia di Emilia. Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata". Rientrò in Italia ma non potè spegnersi, come desiderava, nella torre del Mannelli. Morì nella clinica Santa Chiara di Firenze.

Oriana è sepolta a Firenze nel cimitero degli Allori (rito evangelico) che ospita anche tombe di atei, musulmani e ebrei. Accanto alla tomba di famiglia c'è un cippo commemorativo di Alekos Panagulis, l'uomo-eroe che aveva amato e da cui aspettava un figlio (che perse) e a cui dedicò un libro, il toccante Lettera a un bambino mai nato. "Stanotte ho saputo che c’eri - si legge nell'incipit - una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. Mi si è fermato il cuore". Anche questa era Oriana.

Jihad, i terroristi italiani: chi sono e le loro storie

Libero

 di Cristiana Lodi

L’odio per l’Occidente e il fallimento dell’integrazione. Ma quel che più inquieta è il movimento fondamentalista islamico diventato, ormai, di casa nostra. Al punto di spingere gli esperti a discutere e scrivere di jihadismo autoctono. Ossia di jihadisti italiani, residenti a Milano, Genova, Brescia, Cremona, Bergamo e anche o soprattutto in piccoli centri del Triveneto. Significa che i fanatici dell’islam e della guerra santa contro gli infedeli, quelli che per raggiungere il loro obiettivo non escludono il ricorso ad attentati e azioni terroristiche, nascono e vivono e si radicano e si evolvono in mezzo a noi. Lì, nella porta accanto.

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Lorenzo Vidino in una puntale ricerca pubblicata dall’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) con la prefazione di Stefano Dambruoso, per la prima volta, analizza il fenomeno in maniera scientifica. E racconta di soggetti che esercitano la loro militanza spasmodica su internet, in un contesto molto controverso sul piano della punibilità e della violazione del codice penale, a cause delle carenze di natura sia legislativa sia giurisprudenziale. Gli esperti descrivono casi emblematici (e di seguito li riportiamo) che dimostrano come alcuni membri (di fatto nostri concittadini) di questa scena jihadista, soltanto in apparenza informale, alla fine passino con molta facilità dalla militanza virtuale a quella nella vita reale. Gettando così un’ombra sinistra sul futuro del fenomeno. E sulla nostra sicurezza. Dato l’attivismo di molti network di origine nordafricana, l’Italia è stato uno dei primi Paesi europei a essere permeato da una presenza jihadista forte già nei primi Novanta, spiega Lorenzo Vidino. Ma è verso la prima decade del Duemila che le autorità italiane rilevano una radicalizzazione del jihadismo autoctono.

MOHAMMED GAME Il segnale, l’indicazione forte di questo fenomeno, è il fallito attentato suicida a opera del libico Mohammed Game, arrivato in Italia in età adulta. Siamo a Milano, 12 ottobre 2009, caserma Santa Barbara. Alle 7 e 40, quando il cancello della porta carraia all’entrata principale si apre per fare entrare le macchine del personale di servizio. Un uomo cerca di superare la soglia a piedi. Vede le guardie all’ingresso, si china e fa esplodere una scatola nera che tiene sotto il braccio, urlando qualcosa in arabo e che nessuno comprende. Sarebbe stata una strage, se non fosse che l’esplosione di 4 chili e mezzo di triacetontriperossido (Tatp) che Game trasportava si era ridotta per via del cattivo stato di conservazione della sostanza e del basso potere d’innesco del detonatore. Lui, l’attentatore, si ferisce seriamente agli occhi e perde la mano destra. Feriti anche due soldati della caserma. Nonostante le ferite Game urla al primo poliziotto che arriva e lo soccorre: «Ve ne dovete andare via dall’Afghanistan!

Mi chiamo Game e sono della Libia». Mohammed Game, nato a Bengasi nel 1974, era arrivato in Italia nel 2003, dopo aver studiato da perito elettronico nel suo Paese. Faceva lavori saltuari in nero e viveva in una casa occupata, senza bagno, dalle parti di San Siro, con una italiana che aveva sposato e i loro quattro figli. Il fratello Imad racconta agli inquirenti che Game frequenta la moschea di Viale Jenner ma che è accusato di essere un infedele perché non prega e non digiuna durante il ramadan. Passa le giornate sui siti jihadisti e non nasconde di voler compiere azioni suicide in Italia contro un autobus o un McDonald’s, asserendo che «così si guadagna il paradiso». La polizia scopre che ha salvato sul suo computer 788 file sul jihad. È affascinato dagli scritti di Abu Musab al-Suri, del quale scarica 185 file. Al-Suri è uno dei più celebrati ideologi del movimento jihadista globale, ed è noto per avere elaborato il concetto di resistenza senza leader e di jihad tramite terrorismo individualizzato. Mohammed Game segna l’arrivo del jihadismo autoctono in Italia.

MOHAMMED JARMOUN Marzo 2012, la Digos di Brescia arresta Mohammed Jarmoune: ventenne di origini marocchine arriva in Italia quando ha sei anni e cresce nel Bresciano. A Milano è sospettato di pianificare un attacco contro la comunità ebraica. A maggio 2013 viene condannato a 5 anni e 4 mesi per avere diffuso materiale jihadista con fini di terrorismo. Date le sue caratteristiche (cresciuto e radicalizzato in Italia, molto attivo su internet, non connesso ad alcun gruppo), Jarmoune è considerato il primo caso “puro” di jihadista autoctono in Italia giudicato da un tribunale. Un’inchiesta connessa al caso Jarmoune (Operazione Niriya), terminata nel 2012, evidenzia l’esistenza di un network di simpatizzanti del jihad italiani, molti dei quali convertiti, sparsi per il territorio nazionale, che traducono e diffondono testi jihadisti su vari blog, forum online e social network.

ANAS ABBOUBI Nel giugno del 2013 Digos e Ros arrestano un altro giovane di origini marocchine: Anas el Abboubi. Anche lui, come Jarmoune, cresce nel Bresciano, a Niardo, un tranquillo paese della Valcamonica. El Abboubi gestisce siti estremisti e ha molteplici profili su vari social network, viene accusato di disseminare materiale jihadista ed è sospettato di avere pianificato un attentato a Brescia. Rilasciato per ordine del Tribunale del riesame di Brescia dopo poche settimane, el Abboubi raggiunge la Siria, dove ora pare si sia unito al gruppo, legato ad al Qaeda, Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Esce raramente, non va recava mai in alcuna moschea, non ha alcuna vita sociale, al punto che in paese lo chiamano “Mimmo il Timido”.

I testi e i video che posta, variano da opere di vari jihadisti, quali il celebre trattato di Anwar al-Awlaki 44 modi per sostenere il jihad, che Jarmoune stesso traduce in italiano, a documenti di cui egli stesso è autore. Uno dei più estesi, ha per titolo: “Come torturare un musulmano”, e descrive come l’Occidente e la Cia in particolare avessero torturato musulmani e si chiude con l’esortazione: «Che Allah distrugga i loro stati e ponga terrore nei loro cuori, nei loro occhi!!». Soltanto una settimana dopo il suo arresto si è diffusa la notizia della morte di Ibrahim Giuliano Delnevo: genovese, 23 anni, convertito all’islam e partito per la Siria a combattere contro il regime di Assad nel novembre 2012. E subito dopo viene ucciso. La madre, Eva Guerriero, ancora oggi va e viene dalla Siria in cerca del corpo mai restituito.

LA BOSNIA Da sempre l’indiscusso centro nevralgico del jihadismo in Italia è Milano con la moschea di viale Jenner, attiva fin dal 1988, quando uomini legati a stretto vincolo alla Gamaa islamiya egiziana ne prendono le redini. Milano è anche la città di Barbara Aisha Farina: a 22 anni si converte, indossa il niqab e gestisce siti in cui traduce in italiano testi jihadisti. Ma Milano è soprattutto la sede del centro culturale islamico che diventa strategico per il movimento jihadista globale durante il conflitto in Bosnia. Non solo l’imam del Centro, Anwar Shabaan, è leader del Battaglione dei Mujaheddin stranieri impegnati a difendere i musulmani bosniaci, ma il network milanese diviene fondamentale nel fornire documenti falsi e soldi per volontari di tutto il mondo che partecipano al conflitto. Sempre viale Jenner passerà alla storia per il primo attentato suicida di matrice jihadista in Europa: un’autobomba guidata da un egiziano residente a Milano esplode contro una caserma della polizia croata a Fiume/Rijeka. È il 1995. Unica vittima dell’attacco è l’attentatore stesso.





Legnano parcheggi "riservati" solo ai musulmani: residenti infuriati

Libero


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La Jihad arriva anche nel parcheggio. Succede a Legnano, alle porte di Milano.  Se sei italiano, o meglio se non sei musulmano, non puoi parcheggiare in una determinata zona ad un determinato orario: il tutto in un parcheggio pubblico. A raccontare l'incredibile vicenda è il Giorno. Il divieto di parcheggio scatta tutti i venerdì di preghiera. Un calvario, questo, che verrebbe imposto dalla comunità musulmana in via XX Settembre e precisamente nelle immediate vicinanze dell’Associazione culturale italo-araba, un vero e proprio luogo di culto a detta degli stessi fedeli che la frequentano.

La denuncia - A denunciare alla Polizia locale una situazione definita “inaccettabile e che rischia ora di sfuggire di mano” sono stati i residenti, i commercianti e chi lavora in zona. "Tutti i venerdì di preghiera, dalle 12 alle 14 — dice all’unisono la gente che abita in quella zona — davanti ai posti auto pubblici si posizionano delle “sentinelle” avvolti in tuniche e veli. E lì fanno poi parcheggiare solo coloro che credono nella religione islamica. Se non sei uno di loro ti rispondono che quel parcheggio è riservato ad altri. E guai a lamentarsi. Se protesti infatti rischi di essere apostrofato a malo modo. A volte si è rasentata anche la rissa e c’è chi, dopo non aver rispettato il loro assurdo e illegittimo divieto di posteggio, si è ritrovata l’auto danneggiata".  

Le proteste - E a confermare la tesi dei residenti è pure la polizia locale di Legnano: "Sì è vero ci sono giunte diverse segnalazioni in tal senso. I controlli da parte nostra non mancano di certo e per ora non abbiamo rilevato nulla di irregolare". "Certo — replicano i commercianti —. I vigili urbani arrivano sempre dopo le 14, quando oramai il problema non esiste più. Non si tratta di voler polemizzare nei confronti di una cultura e una religione diverse dalle nostre, ma solo di non permettere che dei posteggi pubblici si trasformino in privati e gestiti a seconda del Dio in cui credi".